Isabella d’Aragona: la vedova grigia di Giangaleazzo

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Copertina posteriore

NON CHIAMATEMI DONNA ELISABETTA DELLA DUSCHESCA DI NAPOLI


La prevista nascita del figlio di Gian Galeazzo fece pentire il Moro d’avergli concesso una sposa così amena, insperata, e degna solo di un vero principe come lui, al quale, non restava che scegliere una donna altrettanto elegante e bella e di stringere i rapporti su Ferrara.
Ecco perché «determinossi allora d’assicurare il proprio avvenire ammogliandosi anch’egli. Scelse la sposa nella famiglia estense: nessun potentato gli era più amico di quello di Ferrara. Si stabili un doppio matrimonio: il Moro sposò Beatrice figlia di Ercole Duca di Ferrara, e diede al primogenito di quest’ultimo Anna, sua nipote, sorella di Gian Galeazzo Sforza. Le nozze di Beatrice si celebrarono nel gennaio 1491. La presenza dell’ambiziosa donna, che s’interessava perfino degli affari di stato, ed era gelosa della vera duchessa Isabella, accrebbero le amarezze di quest’ultima ridotta a vivere col marito in dolorose ristrettezze a Pavia. Beatrice era amante della pompa e del lusso. Educata a Ferrara, aveva vivissimo nel suo cuore lo spirito del Rinascimento. La corte milanese da quel momento fu piena d’ilarità e d’opulenza; fastosissimo il lusso, perpetuo lo splendore della liberalità, ogni cosa magnifica e grande. Tornei, giostre, rappresentazioni, nelle quali le macchine erano preparate dalla mano di Leonardo da Vinci, rallegravano senza intervalli la famiglia degli Sforza».8
Sono descrizioni incredibili, che gli autori dei secoli scorsi trassero direttamente dagli epistoli d’epoca.
«Assai malamente giudicheremmo gli uomini dell’epoca presente, se levassimo dal loro labbro il sorriso, ora scettico e beffardo, ora gioviale e buono, e volessimo raffigurarci i tiranni, di cui deploriamo le opere malvagie, quali uomini nei quali dallo sguardo sempre tetro, e dalle chiuse abitudini della vita si manifestasse la perversa loro anima. Se vogliamo vederli, non dobbiamo andarne in cerca in oscure e segrete stanze in fondo ad un castello: li troveremo invece sulla piazza, fra i tripudi, le feste, le pazze allegrie, circondati dai poeti e dagli artisti, e talvolta anche dai filosofi e dai filologi».9
Isabella, divenuta vedova di Gian Galeazzo Sforza, studiò di rafforzare il suo dominio in Milano, offrendo la figlia Bona, prima a Massimiliano e poi a Sigismondo di Polonia.10
«Benedetto Dei, fiorentino, molto viaggiò per affari di commercio, per ragioni militari, per motivi politici. Fu a Milano negli anni 1471, 1475 e 1481, e quindi vi si fermò a lungo; la corte sforzesca, che faceva alta stima dei letterati, lo proteggeva. Partitone, vi fece ritorno ancora nel 1484; v’era nel 486 e nel 1487; morì a Firenze il 28 ag. 1492. È un curioso tipo di cronista, o piuttosto di gazzettiere, il quale peraltro univa la eleganza del letterato alla coscienza dello storico. I suoi avvisi erano concepiti sul tipo di quelli del sec. XVI.11
Come il Dei, fu in relazione col Moro anche Cassandra Fedele, assai celebrata dagli umanisti; questi suoi buoni rapporti coi Moro li conosciamo ora per mezzo di due documenti degli anni 1493 e 1494».12
Alla corte del Moro visse anche Gaspare Visconti, poeta non ordinario, del quale parlò il Renier.13
Questo, però, è un libro dedicato a Isabella e Giangaleazzo e, per certo, non al Moro.
«Nacque Isabella l’anno dell’era cristiana 1470, ai 2 di ottobre. Ella, che già per parte di sua madre era prossima discendente dalla casa Sforza, s’innestò nuovamente alla medesima per il matrimonio contratto col cugino Giovan Galeazzo Sforza, Duca di Milano, onde sembra essere assistita da un doppio diritto per aver luogo nelle presenti Memorie. Potrebbe forse nascer dubbio a qualcuno, che possa ragionevolmente collocarsi tra le donne celebri per letteratura, poichè di lei non abbiamo opera alcuna compita, che possa meritargli il titolo illustre di letterata. Ma svanirà ben tosto un tal dubbio, se si avverte, che come tale è stata riconosciuta dai più gravi scrittori della storia letteraria della nostra Italia, dal Quadrio, dal Crescimbeni, dall’Argelati, che ella promosse moltissimo i studi dell’amena letteratura nella sua capitale Milano, come in appresso avremo occasione di osservare: che finalmente applicò assiduamente ai studi delle belle lettere per tutto il tempo della vita, oltre di che abbiamo di lei alla pubblica luce alcuni versi italiani stampati tra quelli di Bernardino Bellinzoni, come ne fa chiara testimonianza il poc’anzi citato Argelati».10
Isabella d’Aragona (Napoli, 2 ottobre 1470 – Napoli, 11 febbraio 1524) fu Duchessa consorte di Milano, Duchessa sovrana di Bari, Palo e Modugno, Principessa di Rossano, Signora di Ostuni e di Grottaglie. Secondogenita del Duca di Calabria Alfonso II, figlio di re Ferrante I d’Aragona di Napoli, e della Duchessa di Calabria Ippolita Maria Sforza, ereditò un carattere fiero, orgogliosa della sua dinastia, a metà strada fra l’attitudine al comando ereditata dal padre e l’amore per l’arte e la cultura, appreso dalla giovane madre.11
Dal matrimonio con Alfonso II, donna Ippolita aveva avuto due figli riconosciuti, «uno maschio, nominato Ferdinando, principe de Capua, et una femina, nominata Isabella, in memoria de la genetrice del marito, che celebrata habiamo».12
E’ un cantore, cariteo, a ricordare Ippolita e Alfonso, parlando per primo della bellissima figlia Isabella:
— De l’intrepido cor simile al padre, d’humanità a la madre.13
Dice Sannazzaro: — Una leggiadra infante di cui natura, per sua lieta ventura, ha poste insieme le bellezze supreme de sua madre col gran valore del padre…14
E insisterà cariteo ricordando Isabella quando poi, maritata e grande, perderà la piccola Ippolita, che portava il nome della nonna, durante la fuga a Ischia.
Così cariteo:
— Verace, ardente amor, costante e fiso,
vuol che ‘n l’altra Ysabella sempre io pensi,
che i thesauri del ciel porta nel viso.
Duchessa de Milan, di cui gli accensi
Rai di bellezza efflagran si nel volto,
che sveglian di ciascun gli ignavi sensi.
Non ti bastò, Fortuna, avergli tolto
il ben dell’immortal casa Visconte
ch’anchor veder gli festi il turpe insolto…

Description

IL MATRIMONIO CON GIANGALEAZZO

La promessa di matrimonio tra Gian Galeazzo Sforza, Duca di Milano, e Isabella d’Aragona, figlia del Duca di Calabria, era nell’aria già da anni.
«Quello che si era stipulato, mentr’essi erano ancora fanciulli, dovevasi effettuare adesso che l’uno toccava i quattro lustri, e l’altra aveva sorpassato i tre»: la ricostruzione di quell’ambiente, fra volti e tracce di fasti, ha affascinato tutti gli storici che si sono imbattuti nel Rinascimento. La Storia delle Signorie di Carlo Cipolla ne è monumento.1
«Il Moro aveva sul principio pensato che con questo matrimonio, mentre secondava il desiderio della dinastia aragonese, avrebbe potuto procacciare il proprio meglio. Il contratto di nozze si segnò nel Castel Nuovo di Napoli, addì 22 dicembre 1488, essendo procuratori dello Sforza, Ermes Sforza e Gian Francesco da Sanseverino.2
Subito dopo Isabella, i milanesi che erano venuti a riceverla, e la sontuosa comitiva che l’accompagnava, fecero tutt’insieme vela per Genova. Di qui si avviarono verso Milano».3
Per Bernardino Corio, contemporano a fatti e personaggi, chiamò «inaudito» l’apparato messo su per quell’evento nazionale.4
«Il 1.° febbraio 1489 la giovane e bella napoletana fu accolta nel castello milanese e si celebrò il matrimonio. I festeggiamenti pomposi erano questa volta uno scherno: ed Isabella si trovò infelice dove avrebbe avuto il diritto d’essere rispettata ed amata. Il Moro quando cominciò a sospettare che Isabella fosse incinta, raddoppiò la guardia intorno al Duca, quasi prigione nel castello di Pavia».5
Fra dicembre e gennaio 1491 nacque l’erede, che prese nome dal suo bisavolo, Francesco Sforza.
«Isabella era donna coraggiosa e saggia, ma suo marito Gian Galeazzo, se era d’indole mite ed egregia, se era animato da buoni sentimenti, tuttavia mancava d’ingegno, e d’abilità nell’esercizio degli affari. In ciò sta la spiegazione della possibilità del tradimento del suo tutore, ed in ciò consiste pure la scusa ch’egli adduceva a quelli che gli avessero domandato conto di quanto faceva».6
Lui era il passato e l’avvenire, ma non seppe sfruttare i suoi tempi, né capire dove andasse il mondo. «Se avesse avuto un raggio soltanto del genio del suo omonimo Visconti, la storia avvenire di Milano ed insieme forse quella di tutta Italia sarebbe stata diversa. Isabella scrisse a suo padre ed all’avo implorando soccorso: ma la sua lettera non ebbe altra conseguenza che di dividere sempre più la famiglia aragonese dal Moro. Ferdinando mandò a Milano Antonio e Ferdinando da Gennaro, ma essi non ottennero da Lodovico se non questa risposta sdegnosa: Dello stato io tenni sempre le cure, e a Gian Galeazzo riservai solamente gli onori».7

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta

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Editorial Review

Nozze in Paradiso con Giangaleazzo Sforza

 

 

Correva ancora l’anno 1489, quando la giovanissima sposa di Casa d’Aragona, per tutti Donna Isabella duchessina di Napoli, giunse a Milano, accompagnata dal cognato, e accolta con trionfi e feste dal meno bello Giangaleazzo.
Il duca conobbe finalmente di persona la splendida sposina, condotta a lui sempre dal fratello, pronta e speranzosa di dargli presto un degno erede di Milano. Isabelletta non era più una bambina, ormai che avesse 15 anni compiuti.
Giangaleazzo «era stato così allevato, e in tali costumi avvezzo dallo zio Ludovico che parea, che tutta la sua cura stata fosse, affinchè il fanciullo a nessuna buona creanza pervenisse. Non fa arte militare, non gli studii delle lettere, non veruna disciplina regia volle, che insegnata gli fosse dandogli a depravare il puerile ingegno, eziandio corruttori, con la consuetudine, e compagnia de' quali egli in ogni lusso e inerzia s'avvezzasse».52
Il matrimonio tra Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d'Aragona venne celebrato a Napoli, e poi consumato a Milano.
Lo zio Ludovico il moro già aveva fatto donare a Gian Galeazzo Maria la Rosa d'oro della cristianità (1487) da parte di Papa Innocenzo VIII. Fatti saldi i patti con la Chiesa aveva fatto sposare per procura il nipote con Isabella d'Aragona il 21 dicembre. Da qui il lungo viaggio via mare della Duchessina, giunta al porto di Genova il 18 gennaio 1489, e il 1 febbraio arrivò a Vigevano, accompagnata da uno splendido corteo, e quattro giorni dopo furono celebrate le nozze ufficiali dal vescovo di Piacenza Fabrizio Marliani, nel Duomo di Milano.53
I festeggiamenti per le loro nozze durarono a lungo e famosa fu la rappresentazione tenutasi il 13 gennaio di un'opera musicale il cui testo poetico era stato composto da Bernardo Bellincioni, su scene realizzate da Leonardo da Vinci.
La Festa del Paradiso fu composta in occasione dell’incontro ufficiale degli sposi da Bernardo Bellincioni, il quale scrisse i versi per la solenne cerimonia così appellata per lo stupore e l’ammirazione che suscitò nei contemporanei.
L’evento fu rappresentato al castello sforzesco e realizzato con l'imponente macchina scenica costruita da Leonardo da Vinci, ingegnere e artista di corte a libro paga di Ludovico il Moro. Fu lui a commissionare lo spettacolo. «L’ideazione prevedeva fanciulli travestiti da angeli e da pianeti mitologici posti entro nicchie che ruotavano attorno a Giove. Al posto delle stelle sfavillavano numerose candele che riflesse da una superficie curvilinea dorata creavano un bagliore accecante». E’ il frutto di un esperimento «che avrebbe portato poi alla scoperta della Camera Oscura». Nel ricostruire il meccanismo, scrive Renucio Boscolo che Giovio bene attribuisce a Leonardo le grandi qualità che aveva per i «dilettevoli teatrali spettacoli», cosiché la Festa del Paradiso, appare «abilmente concepita da Ludovico il Moro per dare agli infelici sposi l’illusione di godere di una piena, usurpata sovranità».54
Dice Boscolo che «i complessi dispositivi meccanici che azionavano il Paradiso erano collocati in fondo al grande salone detto Sala Verde.