Description
La Trinità, San Felice e il Castello di Venosa va di moda Firenze alla Corte del Balzo-Orsini
Per il XV secolo, lo strumento documentario più dirompente per la ricostruzione della storia materiale e istituzionale di Venosa è l’inventario di sequestro pro fisco regio del dicembre 1487. Ordinato dalla Regia Camera della Sommaria a seguito della fallita Congiura dei Baroni, questo atto notarile rappresenta il fulcro scientifico da cui riparte Arturo Bascetta per mappare la ricchezza accumulata dall’ultimo grande feudatario della Basilicata. In questo monumentale registro burocratico aragonese, il Castello di Venosa — edificato da Pirro del Balzo sopra la demolita grancia monastica di San Felice — appare non come una reggia inerme, ma come una piazzaforte demaniale d’avanguardia strategica e finanziaria. L’incrocio filologico tra l’inventario del 1487 e i successivi “Registri della Guardaroba” e “Mandati dei Razionali” permette di ricomporre la complessa identità della corte ducale prima della sua cancellazione. I testi d’archivio aprono una finestra straordinaria sul lusso e sulla cultura materiale di rango dell’epoca. Nei verbali dei periti regi emergono i dettagli chirurgici del tesoro mobile destinato a Napoli a bordo di 12 carri: le oreficerie e i preziosi, lo scrigno d’ebano contenente la «gioia» (il pendente personale della duchessa Maria Donata Orsini con stella di diamanti e perla rossa al centro), anelli d’oro e catene auree del peso di dieci once, gli abiti cerimoniali del duca, tra cui la casacca (giornata) di velluto cremisi con stelle d’oro ricamate foderata d’ermellino e il rarissimo mantello di seta nera «ad usum florentinum», prova del legame culturale con la Firenze medicea. I paramenti di seta rossa per le pareti, i letti in noce torniti e un raro orologio monumentale in ferro (quod pulsat horas) per il controllo meccanico del tempo, la biblioteca umanistica, la capsula con i quindici volumi manoscritti e miniati (tra cui Tito Livio e la cronaca di Alessandro Telesino): tutto confluì a Castel Nuovo nel fondo reale aragonese disperso. Sotto il profilo della tenuta delle fonti, la ricerca ha dovuto affrontare la sistematica distruzione dei registri della Cancelleria aragonese originale. Il recupero dell’interezza dell’atto è stato garantito dallo spoglio della Recepcta bonorum ex Castro Venusii datata 10 dicembre 1487, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli (ASNA, Dipendenze della Tesoreria Generale). L’analisi di questo documento illumina anche il paradosso dinastico che colpì Isabella del Balzo, figlia di Pirro nata a Venosa e sposatasi ad Andria il 28 novembre 1487 con l’erede al trono Federico d’Aragona. Ella vide la propria dote potenziale confiscata e trasformata in bottino di guerra dal suocero, Re Ferrante, sotto la ferrea clausola di Stato «pro usu Sacre Regie Maiestatis». È da questa contabilità dello spoglio che il volume ripercorre la mutazione definitiva del sito da dimora umanistica a caserma permanente del Regno. L’Editore PROLOGO da Grangia CONTESA di venosa a colonia badiale di Firenze La riconversione quattrocentesca del sito di San Felice in fortezza ducale non può essere compresa senza analizzare la secolare e complessa stratificazione giurisdizionale che aveva trasformato questo lembo del territorio venosino in un’enclave economica e religiosa strettamente interconnessa con la Toscana. Prima che le artiglierie di Pirro del Balzo e i funzionari della Regia Camera della Sommaria ridefinissero i confini materiali dello spazio urbano, l’area si configurava come un centro logistico e agrario conteso tra i massimi organismi monastici del Mezzogiorno e le istituzioni cenobitiche fiorentine. Questo legame svela un asse di drenaggio delle risorse e di circolazione di capitali che per secoli ha unito le sponde dell’Arno al bacino del Vulture. La transizione da grancia benedettina e giovannita a possedimento controllato dal patriziato religioso di Firenze rappresenta il presupposto strutturale dell’intera vicenda…
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Lingua del testo
Italiano
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Dimensioni e peso
150 mm
210 mm
12 mm
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Indice dei contenuti

Il progetto fiorentino, la stanza delle torture, l’orologio, i marmi di Pietro da Milano, le tele e la stella di diamanti
INDICE Introduzione metodologica e Avvertenze premessa storica IL COMMERCIO FIRENZE-VENOSA L’ASSE TOSCANO DELLA TRINITA’ — L’Abbazia insula vaticana a tutela regia — Il circuito commerciale lucano-toscano — La crisi del 1384 e la difesa dei confini — Enclave fiorentino e ricognizione del 1412 — Il Catasto dei beni lucani sotto Cosimo dei Medici — Usurpazione di S.Felice e dominio di Pirro prologo DA GRANGIA CONTESA DI VENOSA A COLONIA BADIALE DI FIRENZE introduzione QUANDO C’ERA SAN FELICE INVECE DELLA TORRE DI PIRRO Una Chiesa al posto del Castello Il Cabreo del 1743 su documenti del 1300 Da Grangia a Castello di Pirro capitolo i l’arrivo del principe PADRONE DI ALTAMURA 1. I Del Balzo nelle carte di Napoli 2. L’ira dell’Ordine di Malta 3. Nasce il Castello che nasconde S.Felice 4. Le maestranze iniziano i lavori capitolo ii un palazzo signorile disegnato a firenze 1. L’architetto Fiorentino e Mastrocola 2. Il modellino di legno come Brunelleschi 3. La fortezza è una reggia: le pietre lavorate 4. L’edificio viene su con le misure fiorentine 5. Fra’ Roberto da Firenze ne è testimone 6. Tele e sole in marmo di Pietro da Milano 7. La biblioteca come un’aula universitaria capitolo iii IL SEQUESTRO DEI BENI PER TRADIMENTO DEL PRINCIPE 1. Pirro accusato di congiura alla Corona 2. Il sequestro del tesoro: un patrimonio 3. I ‘famegli’ del Palazzo 4. Sala delle torture e carcere del Castello capitolo iv IL CASTELLO SVALIGIATO, UN BOTTINO DA 12 CARRI 1. L’inventario regio per il sequestro di tutto 2. L’usurpazione dell’ufficiale giudiziario 3. Venosa subisce la caduta dei Del Balzo 4. La città muta pelle: da corte a demanio 5. Venosa nel sistema difensivo del Regno capitolo v IL TESORO DEI DEL BALZO ARRAFFATO DAL RE DI NAPOLI 1. Il saccheggio parte per la sala del trono 2. Gioielli e moda toscana: la Duchessa Orsini 3. L’incameramento del tesoro principesco 4. «Pro usu Sacre Regie Maiestatis» Note Bibliografiche indici vari

Fonte: ABE
Descrizione sintetica del prodotto
PRemessa storica il commercio firenze – venosa l’asse TOSCANO della trinita’ — L’Abbazia insula vaticana a tutela regia Nel quadro della geografia monastica del Mezzogiorno normanno-svevo, l’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa non si configurava come una semplice realtà claustrale, ma come un potente organismo politico ed economico dotato di un’articolata proiezione territoriale. I regesti dell’Abbazia e le bolle di conferma pontificia — fin dai tempi di Papa Alessandro III nel 1175 — attestano lo statuto speciale e privilegiato di questo insediamento. La documentazione d’archivio ne delinea il carattere di centro organizzativo di un immenso patrimonio, difeso e strutturato per accogliere magazzini di sementi, granai e grandi stalle indispensabili per il controllo delle rotte commerciali regionali. La legittimità giurisdizionale di questo possesso fu al centro di duri conflitti di confine e di liti giudiziarie per il controllo delle terre fertili del Vulture. In queste controversie l’autorità monastica rivendicò con successo i propri diritti esibendo i diplomi originari della dinastia degli Altavilla, che dimostravano come i suoli e le pertinenze agricole fossero stati alienati in perpetuo a favore della Chiesa dalla corona normanna. Il controllo del territorio e delle materie prime locali rivestiva un’importance strategica vitale per la Trinità: lo sfruttamento delle risorse garantiva l’autosufficienza economica del complesso e la fornitura delle doghe d’alto fusto necessarie alla fabbricazione delle botti in cui veniva stoccato e invecchiato il vino. La stabilità dell’istituzione era garantita dalla diretta protezione dei sovrani. La transizione dall’età normanna a quella sveva viene formalizzata dagli atti emessi sotto il regno di Costanza d’Altavilla e, successivamente, di Federico II. Al fine di assicurarsi l’appoggio del potente clero venosino, la corona imperiale confermò costantemente all’Abbazia della Trinità il possesso di vigne, mulini idraulici e diritti di pascolo, tutelando la rendita feudale del monastero dalle usurpazioni tentate dai milites e dai signorotti locali. Sul piano paleografico, i documenti di questo periodo segnano il definitivo passaggio dalle forme ariose della minuscola diplomatica normanna ai tratti serrati e angolosi della scrittura gotica cancelleresca, specchio dell’accentramento burocratico della cancelleria degli Hohenstaufen. — Il circuito commerciale lucano-toscano Al di litorale della sua rilevanza istituzionale, la Trinità di Venosa fungeva da vero e proprio polo logistico e industriale del Mezzogiorno. L’importanza economica del sito è descritta dagli inventari notarili redatti in occasione del passaggio di gestione dei beni ai Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme (Cavalieri di Malta). I documenti registrano nei magazzini abbaziali un’ingente concentrazione di materie prime, con particolare riferimento ai quintali di lana “gentile” (manifattura ovina a fibra fine). Questo prodotto non era destinato unicamente al consumo dei mercati locali: attraverso un intraprendente itinerario stabile che prevedeva una stazione intermedia di stoccaggio a Cimitile, la lana della Trinità veniva convogliata verso i grandi centri di lavorazione tessile della Toscana, in un’area compresa tra Prato, Pistoia e la Magione di San Giovanni di Carmignano. Lo scambio generava un flusso continuo di merci finite e moneta sonante verso la casa madre.La consistenza degli armenti censiti documenta l’esercizio sistematico e su larga scala della transumanza: migliaia di ovini e caprini svernavano nei pascoli di pianura di Venosa per poi risalire, durante la stagione estiva, verso i pascoli montani a ridosso del Vulture. Lo sfruttamento del suolo era gestito attraverso una classe di coloni legati stabilmente alla terra e a una rete di amministratori addetti alla contabilità interna delle derrate e del bestiame.Le evidenze d’archivio dimostrano che la Trinità di Venosa e la Magione di Carmignano operavano come i due polmoni finanziari di un unico organismo monastico. Esisteva un preciso circuito di vasi comunicanti commerciali e formativi: il nucleo venosino drenava e spediva le materie prime grezze, mentre la controparte toscana immetteva sui mercati i prodotti agricoli di lusso (vino e olio) destinati alle mense abbaziali e alla Curia. Il know-how agrario circolava liberamente lungo questo asse: i registri attestano la presenza nel territorio venosino di vigne sperimentali impiantate dai monaci secondo tecniche colturali mutuate direttamente dall’esperienza toscana di Carmignano. L’Abate Roberto (XII sec.) stabilì la prassi di utilizzare i proventi e le decime della Trinità per finanziare le spese di manutenzione e restauro dell’Ospedale dei pellegrini in Toscana nei periodi di crisi agraria. Questo solido asse economico e logistico, strutturato e difeso nei secoli, costituirà la base territoriale e strategica che Pirro del Balzo cercherà di incamerare e militarizzare nel XV secolo, sovrascrivendo le antiche strutture monastiche per edificare i bastioni della sua fortezza rinascimentale. — La crisi del 1384 e la difesa dei confini La transizione tra la fine del XIV secolo e l’affermazione della cultura umanistica quattrocentesca si apre, per i territori lucani, all’insegna di una violenta frammentazione politica e istituzionale. Durante il conflitto dinastico che oppose il ramo d’Angiò-Durazzo a quello d’Angiò-Valois per il controllo del Regno di Napoli, la Basilicata si trasformò in un perimetro di scontro bellico, esposto alle continue incursioni e usurpazioni delle fazioni baronali. In questo contesto di instabilità militare, il Monastero di San Pier Maggiore di Firenze compì un decisivo atto di forza amministrativa e giurisdizionale per difendere i propri possedimenti storici nella Regione Forentia e nel territorio di Barile. La pergamena del 22 maggio 1384 non si configura come una semplice memoria difensiva, ma come uno strumento di aggressione legale che contrappone l’efficacia del diritto scritto all’arbitrio delle armi feudali. In nomine Domini. Anno ab incarnatione eius millesimo trecentesimo octuagesimo quarto,“die vicesimo secundo mensis madii, indictione septima. Domina Abbatissa monasterii Sancti Petri de Florentia, cum toto consilio monialium, videntes turbationes regni Apulie et Basilicata, renovat et confirmat omnia iura et possessiones dicti monasterii in Terra Forentie et in loco Baruli. Videlicet: ecclesiam Sancti Nicolai de Forentia, domus et vineas in valle de Barulo, e silvas Montis Pilosi quas idem monasterium iuste possidet a tempore domini Alexandri III e Celestini III pape. Prohibemus sub pena anathematis ne quis baro vel miles aut occupator audeat tangere fines et terminos dicti monasterii, nec turbare nuntium nostrum florentinum in receptione censuum et reddituum. «Nel nome del Signore. Nell’anno dalla sua incarnazione milletrecentoottantaquattro, nel giorno ventiduesimo del mese di maggio, settima indizione. La Signora Badessa del monastero di San Pietro di Firenze, con tutto il consiglio delle monache, vedendo le turbazioni del regno di Puglia e di Basilicata, rinnova e conferma tutti i diritti e i possessi del detto monastero nella Terra di Forenza e nel luogo di Barile. Vale a dire: la chiesa di San Nicola di Forenza, le case e le vigne nella valle di Barile, e i boschi del Monte Peloso che lo stesso monastero giustamente possiede dal tempo del signore papa Alessandro III e Celestino III. Proibiamo sotto pena di scomunica che alcun barone o cavaliere o occupatore osi toccare i confini e i termini del detto monastero, né turbare il nostro messo fiorentino nella riscossione dei censi e delle rendite». L’esame filologico del documento, redatto dal notaio Lapo de Florentia con un tratto grafico serrato ed energico, evidenzia la consapevolezza del capitolo fiorentino rispetto alle «turbationes regni Apulie et Basilicata». Davanti al collasso temporaneo dell’autorità regia, la badessa attivò il dispositivo della sanzione canonica della scomunica (sub pena anathematis), allora considerata un’efficace arma di deterrenza istituzionale contro i ceti militari locali (barones et milites). La fonte rivendica la continuità del titolo proprietario ricollegandosi direttamente alle bolle di Alessandro III e Celestino III, blindando la legittimità dei confini e tutelando l’incolumità del nuntius fiorentino inviato nel Mezzogiorno per la riscossione dei censi e delle rendite in denaro. — Enclave fiorentino e ricognizione del 1412 Agli inizi del XV secolo, in coincidenza con l’ascesa politica ed economica di Firenze come capitale finanziaria e culturale della penisola, la gestione del patrimonio lucano di San Pier Maggiore subì un salto di qualità burocratico. Le monache non si limitarono più alla gestione cartolare e a distanza dei propri diritti, ma scelsero di esercitare un controllo ispettivo e materiale sul territorio, inviando una commissione d’inchiesta per verificare la consistenza reale delle pertinenze regie. La pergamena del 18 maggio 1412 formalizza questo mutamento di strategia attraverso l’atto di “Ricognizione Universale”. In nomine Domini. Anno ab incarnatione eius millesimo quadringentesimo duodecimo, “die decimo octavo mensis madii, indictione quinta. Venerabilis domina Abbatissa monasterii Sancti Petri de Florentia, coram toto capitulo congregato ad sonum campane, constituit suum nobilem commissarium Johannem de Florentia ad visitandum et recognoscendum omnia iura et fines territorii Forentie et loci Baruli in partibus Basilicata. Videlicet: domum ecclesie Sancti Nicolai de Forentia, sitam prope castrum regium, et omnes vineas in valle de Barulo quas coloni dicti monasterii laborant pro parte grani et vini. Item: silvas Montis Pilosi, ubi sunt termini et lapides cum signo clavium Sancti Petri, pro distinctione confiniorum adversus barones et occupatores vicinos, prout in antiquis privilegiis domini Alexandri et Celestini pape plenius continetur. «Nel nome del Signore. Nell’anno dalla sua incarnazione millequattrocentododici, nel giorno decimottavo del mese di maggio, quinta indizione. La venerabile signora Badessa del monastero di San Pietro di Firenze, davanti a tutto il capitolo radunato al suono della campana, ha costituito come suo nobile commissario Giovanni di Firenze per visitare e riconoscere tutti i diritti e i confini del territorio di Forenza e del luogo di Barile nelle parti di Basilicata. Vale a dire: la casa della chiesa di San Nicola di Forenza, situata vicino al castello regio, e tutte le vigne nella valle di Barile che i coloni del detto monastero coltivano in cambio di una parte di grano e di vino. Parimenti: i boschi del Monte Peloso, dove si trovano i termini e le pietre con il segno delle chiavi di San Pietro, per la distinzione dei confini contro i baroni e gli occupatori vicini, come più pienamente si contiene negli antichi privilegi del signore papa Alessandro e Celestino». L’atto, redatto dal notaio Lippus de Florentia in un’elegante grafia cancelleresca di transizione umanistica, documenta la trasformazione della grancia in un’insula extratessile ed extraregia, gestita con logiche statali. L’approvazione del mandato al nobilis commissarius Giovanni di Firenze, deliberata al suono della campana capitolare a Firenze, stabiliva un nesso amministrativo directo tra le sponde dell’Arno e le pendici del Vulture.La ricognizione si concentrò sulla verifica dei lapides, le pietre di confine collocate nei boschi del Monte Peloso e recanti scolpito il simbolo delle Chiavi di San Pietro (insegna del monastero fiorentino). Tali manufatti lapidei, tuttora parzialmente rintracciabili nell’area compresa tra San Michele e i laghi di Monticchio a ridosso di Barile, costituivano il “tatuaggio” materiale del dominio fiorentino impresso sulla terra lucana, un baluardo visivo destinato a respingere i tentativi di alterazione confinaria perpetrati dai feudatari vicini. — Il Catasto dei beni lucani sotto Cosimo dei Medici Il processo di misurazione e pesatura geometrica della terra culminò nel 1450, l’anno di cerniera che segna convenzionalmente l’ingresso nell’età moderna. Sotto il dominio di Cosimo de’ Medici iil Vecchio’ a Firenze, il Monastero di San Pier Maggiore promosse la redazione di un Catasto Lucano delle Monache (20 settembre 1450), l’inventario generale e analitico concepito per quantificare capillarmente ogni zolla e rendita agraria del proprio dominio meridionale. In nomine Domini. Anno ab incarnatione eius millesimo quadringentesimo quinquagesimo, “die vicesimo mensis septembris, indictione decima tertia. Venerabilis domina Abbatissa monasterii Sancti Petri de Florentia, convocato toto capitulo monialium ad sonum campane, videntes mutationes regni et temporum, precipit fieri inventarium generale omnium bonorum sitorum in Terra Forentie et in loco Baruli. Videlicet: Ecclesiam Sancti Nicolai de Forentia, cum foveis granariis plenis et domibus suis. Vineas de Barulo in Valle que dicitur silva nucum, quas coloni laborant pro decima parte vini puri.“Silvas Montis Pilosi in quibus sunt lapides signati clavibus Sancti Petri, pro confinibus adversus barones de Venosa et de Gravina. Iura ista firma et inconvulsa manere debent, sicut a tempore domini Alexandri III et Celestini III pape “iuste et canonice possidentur, adversus quoscumque occupatores. «Nel nome del Signore. Nell’anno della sua incarnazione millequattrocentocinquanta, nel giorno ventesimo del mese di settembre, tredicesima indizione. La venerabile signora Badessa del monastero di San Pietro di Firenze, convocato tutto il capitolo delle monache al suono della campana, vedendo le mutazioni del regno e dei tempi, ordina che sia fatto l’inventario generale di tutti i beni situati nella Terra di Forenza e nel luogo di Barile. Vale a dire: la Chiesa di San Nicola di Forenza, con le fosse granarie piene e le sue case. Le vigne di Barile nella Valle che è chiamata bosco delle noci, che i coloni coltivano in cambio della decima parte del vino puro. I boschi del Monte Peloso nei quali si trovano le pietre segnate con le chiavi di San Pietro, come confini contro i baroni di Venosa e di Gravina. Questi diritti devono rimanere fermi e incrollabili, così come dal tempo del signore papa Alessandro III e Celestino III sono posseduti giustamente e canonicamente contro qualunque occupatore». La stesura del Gran Catasto attesta la transizione definitiva verso una razionalità amministrativa di stampo rinascimentale. Davanti alle repentine «mutationes regni et temporum», l’autorità monastica rispose blindando la contabilità delle proprie risorse materiali. Le fosse granarie piene (foveis granariis plenis) e la riscossione della decima sul vino puro della valle di Barile (silva nucum) vennero registrate per arginare l’espansionismo territoriale dei baroni di Venosa e di Gravina. Questo imponente e secolare accumulo di titoli, confini e rendite, gelosamente difeso dal patriziato religioso fiorentino contro le aristocrazie del Mezzogiorno, costituirà il nucleo geostorico ed economico d’avanguardia che Pirro del Balzo aggredirà, occuperà e tenterà di inglobare militarmente pochi decenni più tardi, ponendo le premesse per la definitiva reazione dello Stato aragonese nel 1487. — Usurpazione di S.Felice e dominio di Pirro Il nesso strutturale tra l’antica gestione monastica della Trinità sul sito di S.Felice in venosa e la successiva edificazione della fortezza rinascimentale risiede in un atto di rottura istituzionale consumatosi nella seconda metà del Quattrocento. L’area di San Felice, storicamente vincolata alle rendite dell’Abbazia della Trinità e successivamente posta sotto il controllo protettivo dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme (Cavalieri di Malta) – come documentato dall’Inchiesta Vaticana del 1373 –, cessò di operare come enclave religiosa a causa della politica di aggressione territoriale promossa da Pirro del Balzo. Approfittando della debolezza della corona aragonese durante le prime fasi della ristrutturazione feudale del Regno e della progressiva crisi di controllo dei Giovanniti sulle magioni periferiche, il duca di Venosa attuò una sistematica politica di esproprio e incorporazione dei beni ecclesiastici locali. L’occupazione del suolo di San Felice da parte di Pirro del Balzo non si configurò come una transazione legittima, bensì come un vero e proprio “scippo” giurisdizionale, finalizzato a smantellare i confini della Trinità per riorganizzare lo spazio urbano ed extraurbano in funzione della propria strategia difensiva. La demolizione della preesistente chiesa monastica e l’edificazione del castello-palazzo sopra le fondamenta della vecchia grancia rappresentarono la materializzazione visiva di questo sopruso: il duca non solo drenò le risorse agrarie del Vulture, ma ne cancellò la memoria istituzionale, sostituendo i simboli religiosi dell’Ordine di Malta con le proprie insegne araldiche stellate. Questo violento passaggio di possesso – documentato dalle accese liti confinarie e giudiziarie intentate dai rappresentanti dell’Ordine (conservate nei fondi dell’Archivio di Stato di Potenza) – privò definitivamente la Trinità del suo antico polmone economico. Tuttavia, l’atto di forza compiuto da Pirro del Balzo conteneva in sé le premesse della sua stessa fine: nel momento in cui lo Stato aragonese represse la Congiura dei Baroni nel 1487, non riconobbe la legittimità di quel possesso feudale, ma trattò l’intera area di San Felice come un cespite demaniale occupato, incamerando la fortezza-palazzo e il suo tesoro direttamente pro fisco regio, e chiudendo così il cerchio aperto con l’usurpazione monastica.







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