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RICAPITOLAZIONE

il crudele cardinale, simbolo dell’ingordigia
Il viceregno di Pompeo Colonna a Napoli (1530–1532) rappresenta una fase di transizione istituzionale cruciale per il Mezzogiorno d’Italia.
Nominato dall’imperatore Carlo V dopo la morte di Filiberto di Chalon, principe d’Orange, Colonna non si limitò a una gestione di ordinaria amministrazione, ma tentò di imporre un modello di assolutismo centralizzato.
Un progetto politico improntato al rigore amministrativo inflessibile, che mirava a ridimensionare l’anarchia feudale e a risanare le finanze di un Regno devastato dal recente assedio francese del 1528.
Paolo Giovio, contemporaneo, offre in latino la ricostruzione analitica e cronologica della sua parabola governativa, strutturata secondo le cronache, tradotta da Ludovico Domenichi. Ma sono i documenti d’archivio che rendono credibile ciò che narra Giovio, pur sempre di parte, a cominciare dalla nomina e dall’insediamento politico, tra l’inverno del 1529 e l’estate del 1530.
La scelta di Carlo V di affidare il Regno di Napoli a Pompeo Colonna maturò durante i colloqui di Bologna (inverno 1529-1530), che sancirono la pacificazione tra l’Impero e il papato di Clemente VII.
L’Imperatore necessitava nel Mezzogiorno di un uomo d’azione energico, dotato di profonda esperienza militare e, soprattutto, di un esponente dell’alto baronaggio romano che conoscesse intimamente i complessi equilibri dinastici e le consorterie del Sud.
Pompeo ricevette ufficialmente i diplomi di Luogotenente Generale e Viceré del Regno di Napoli, a tutti gli effetti, a seguito della morte del principe d’Orange, avvenuta nel corso dell’assedio estivo di Firenze.
Il suo ingresso a Napoli fu orchestrato con una solenne pompa liturgico-militare, volta a riaffermare visivamente l’autorità imperiale.
Tuttavia, fin dai primi giorni del suo insediamento, Colonna dovette scontrarsi con l’ostilità strisciante dei Seggi comunali di Napoli (le storiche rappresentanze nobiliari della capitale), i quali temevano che l’indole autoritaria del nuovo Viceré avrebbe eroso gli antichi privilegi municipali e le immunità fiscali tradizionalmente concesse alla nobiltà.
Da qui la lotta al baronaggio e la centralizzazione giudiziaria dell’anno successivo, quando il principale asse politico del suo governo divenne la sottomissione del baronaggio, perché molti nobili avevano attivamente fiancheggiato l’invasione francese guidata da Odet de Foix, visconte di Lautrec, durante la campagna del 1528.
Sebbene in gran parte avessero ottenuto un’amnistia formale, la fazione filo-francese (i cosiddetti “angioini”) rimaneva potente e riottosa, da provocare confische patrimoniali e rigore giurisdizionale.
Colonna applicò con spietata meticolosità le direttive imperiali in materia di fellonia, a cominciare dall’espropriazione dei feudi. Egli avviò una sistematica ricognizione dei titoli feudali, confiscando le terre dei baroni dichiarati traditori dell’Impero e incamerandole nel regio demanio o redistribuendole a nobili di provata fede asburgica.
Fu la centralizzazione della giustizia.
Per stroncare l’arbitrio giurisdizionale che i baroni esercitavano nelle loro province, potenziò il ruolo della Sacra Regia Udienza e del Sacro Regio Consiglio, inviando commissari vicereali nelle province più periferiche (come le Calabrie e l’Abruzzo) per raccogliere le denunce delle popolazioni locali contro i soprusi dei feudatari.Questo tentativo di imporre la preminenza della legge statale sulla giurisdizione feudale alterò radicalmente i rapporti di forza nel Regno, alienando a Colonna le simpatie non solo della residua nobiltà angioina, ma anche di quella fazione aragonese che si era illusa di poter controllare il viceré in virtù dei vecchi legami familiari della casa Colonna nel Mezzogiorno.
Il forzoso risanamento delle finanze spagnole con la tassazione dei Napoletani non aveva però fatto i conti con l’emergenza ottomana (1531–1532), essendo pur vero che avesse ereditato un bilancio statale in condizioni catastrofiche.
Le guerre d’Italia avevano prosciugato le casse regie, la moneta era svalutata e la corte imperiale di Madrid esigeva continui flussi di denaro per finanziare le campagne di Carlo V contro la Lega di Smalcalda in Germania.
Pompeo Colonna, assistito da un ristretto nucleo di funzionari e finanzieri toscani e genovesi, attuò una severa politica di austerity e ristrutturazione del debito pubblico, avviando ancora una volta le riforme fiscali che si ridussero alla solita imposizione di nuove gabelle, che portarono alla revisione dei catasti e dalla riscossione coatta.
Il Viceré ordinò un censimento straordinario dei fuochi (i nuclei familiari) per ottimizzare la riscossione del “focatico” e delle tasse dirette, reprimendo le diffuse evasioni e i contrabbandi protetti dai privilegi nobiliari ed ecclesiastici.
Introdusse nuove imposte indirette sui beni di consumo primari (come la seta e il sale) con una severità fiscale che gravò pesantemente sui ceti mercantili e artigianali di Napoli, provocando tensioni sociali e sommosse popolari nei quartieri più poveri della capitale, che Colonna represse tempestivamente con l’uso della guarnigione spagnola.
Il denaro, così faticosamente drenato dalle province, in verità non fu tuttavia inviato interamente in Spagna, ma venne impiegato da Colonna per mettere in sicurezza il Regno di fronte alla crescente minaccia della flotta ottomana di Solimano il Magnifico e del corsaro Khayr al-Din (il Barbarossa). Consapevole che le coste pugliesi, calabresi e campane erano sguarnite, il Viceré avviò un monumentale piano di ingegneria militare.
Né la difesa e la fortificazione costiera e il potenziamento di Castel Nuovo poterono evitare la crisi e il malcontento generale (1532).
Il restauro e l’ampliamento delle difese di Castel Nuovo e Castel dell’Ovo a Napoli, e lo stanziamento di fondi per l’erezione delle prime linee di torri costiere di avvistamento, posero però le basi per quel sistema difensivo che sarebbe stato completato decenni più tardi dal viceré Pedro de Toledo.
Una spesa che di certo non aiutò il popolo, afflitto dalla miseria e la crisi finale e la fine enigmatica in quella stessa estate furono l’epilogo di questa escalation.
L’isolamento politico di Pompeo Colonna aveva raggiunto il punto di rottura. Il Viceré si trovava stretto in una morsa soffocante: da un lato l’ostilità feroce del baronaggio e dei Seggi napoletani, dall’altro le fredde pressioni di Papa Clemente VII, che da Roma non aveva mai smesso di tramare per via diplomatica presso Carlo V al fine di ottenere la rimozione del suo antico persecutore dal governo del Mezzogiorno.4
Il 28 giugno 1532, mentre si trovava nella sua residenza estiva a Posillipo per sfuggire alla calura della città, Pompeo Colonna morì improvvisamente all’età di 53 anni.
Paolo Giovio, nella sua biografia ufficiale, descrive minuziosamente gli ultimi istanti del cardinale, attribuendo la morte a una violenta e fulminante infreddatura gastrica causata dall’aver ingerito una massiccia quantità di fichi freschi accompagnati da latte gelato, un alimento giudicato letale dalla medicina umorale dell’epoca per un fisico già debilitato da anni di disturbi stomachici e calcolosi.
Tuttavia, la tesi dell’indigestione non convinse i contemporanei e fu rigettata dagli storici come un tentativo di copertura politica orchestrato da Giovio per non esacerbare le tensioni interne alla corte imperiale, in linea con la storiografia analitica moderna che concorda nel ritenere altamente probabile la tesi dell’avvelenamento per mezzo di arsenico.
I mandanti dell’assassinio sono stati storicamente individuati in due precise direzioni, spesso convergenti: una congiura dei baroni e le faide dinastiche interne ai Colonna.
Una fazione della nobiltà di seggio napoletana, esasperata dai decreti di confisca delle terre e dall’intransigenza fiscale del Viceré, avrebbe corrotto un servitore delle cucine palatine.
Fatto è che esistessero profondi dissidi tra Pompeo e altri esponenti della sua stessa casata (in particolare con la branca di Paliano e Zagarolo) circa la divisione dei feudi laziali e la gestione delle immense ricchezze di famiglia. La sua eliminazione fisica avrebbe quindi sbloccato una situazione patrimoniale da tempo congelata dall’autorità del cardinale.
Inoltre il suo corpo fu sepolto con molta fretta nella sagrestia della chiesa napoletana di Monteoliveto (Sant’Anna dei Lombardi).
La sua morte improvvisa spianò la strada alla nomina di Pedro de Toledo, il cui lungo e celeberrimo viceregno avrebbe raccolto e istituzionalizzato molte delle riforme centralizzatrici avviate, in mezzo a mille contrasti, dal cardinale colonnese.
Forse la spiegazione è in questi pochi righi del Rossi.
– Poco dopo, il Cardinale de’ Medici arrivò a Napoli, avvelenato da Filippeto, che, sebbene di umili origini, aveva irretito Colonna, cedendogli i suoi beni e affidandogli tutta la sua famiglia. Il Principe di Salerno, ambasciatore napoletano a corte, ricevette la notizia della morte del Cardinale Colonna.
Note critiche al testo
1. P. Giovio, Pompeii Columnae Cardinalis Vita, ed. Torrentino, 1548. Cfr. Paolo Giovio – Lodouico Domenichi, Le Vite di Leon decimo et d’Adriano sesto sommi pontefici, et del cardinal Pompeo Colonna, scritte per mons. Paolo Giouio vescouo di Nocera, & tradotte da m. Lodouico Domenichi, Roma 1555. Cfr. G. Coniglio, I Viceré di Napoli, Napoli, 1967, pp. 34-36. I Seggi (in particolare quelli di Nido e Capuana) presentarono immediate rimostranze scritte alla corte di Madrid, lamentando la durezza delle prime disposizioni del Colonna in merito al controllo delle magistrature cittadine. Sul potenziamento dei tribunali regi contro lo strapotere baronale nel 1531, si veda P. Giovio, Pompeii Columnae Cardinalis Vita, ed. Torrentino, 1548, p. 192. Giovio loda l’invio di “giudici integri” nelle province per sottrarre i vassalli alla violenza dei signori feudali.
2. F. Petrucci, Colonna, Pompeo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma, 1982, p.419. L’autrice sottolinea come la rottura con la nobiltà locale divenne insanabile quando il Colonna ordinò l’arresto di alcuni esponenti dei Sanseverino e dei Caracciolo per reati fiscali. Sulle riforme delle gabelle e i tumulti popolari repressi nel sangue a ridosso del mercato di Napoli, si veda M. Sanudo, I Diarii, vol. LV, Venezia, 1901, dispaccio del marzo 1532. L’ambasciatore veneziano registra l’esasperazione della plebe per la gabella sulla seta.
3. J. Hook, The Sack of Rome: 1527, London, 1972, p. 241 (ed. 2004). L’autrice connette la lungimiranza di Pompeo Colonna nella difesa delle coste napoletane alle sue giovanili esperienze militari maturate trent’anni prima al fianco di Gonzalo de Córdoba. La descrizione gioviana del pasto fatale a base di fichi e latte freddo risente dei canoni storiografici classici, dove la morte improvvisa dei grandi uomini viene spesso associata a eccessi alimentari o cause naturali bizzarre per evitare incidenti diplomatici, come in P. Giovio, op. cit., p. 211. L’ipotesi del veleno somministrato per mano della nobiltà napoletana è ampiamente discussa in F.Guicciardini, Storia d’Italia, Libro XX, cap. V, dove si accenna alle voci insistenti che circolavano a Roma e a Venezia subito dopo il decesso del viceré.
4. F. Minonzio – M. L. King (a cura di), In Defense of Women, a Bilingual Edition, Toronto, 2024, pp.88-92 dell’introduzione storica. Gli autori analizzano i carteggi privati della famiglia Colonna conservati all’Archivio di Stato di Roma, evidenziando il clima di forte tensione patrimoniale che circondava il cardinale Pompeo negli ultimi mesi della sua vita.
5. Ivi. Cfr.Antonino Castaldo, Ms., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli. Di Notar Antonino Castaldo. Libro Primo [diviso in tre capitoli, oltre il prologo], Napoli 1650, pagg. 17-18. Fatto è, dirà il quasi coevo notar Antonino Castaldo, che «morto il cardinale fu di mistiero, che si procedesse di nuovo Viceré nel Regno governando fratanto il Conseglio Collaterale, et così il settembre dell’anno1532 fu mandato dall’Imperatore Carlo V, Don Pietro di Toledo Marchese di Villafranca per Viceré nel Regno; egli con la fama di dover governare, con gran prudenza, et giustitia, & prima l’aggiunta, se acquistò l’animo de populi, indi fra breve spatio di tempo, si portò in modo, che i fatti superorno l’aspettatione perocché fra l’altre cose i signori, & Nobili, che per l’adietro erano stati soliti di usare termini di soverchia imperiosità con i loro sudditi, et con gl’artefici di Napoli, egli, con la rigurosità della giustitia, et esecutìon di quella, raffrenò in modo, che rivolse le loro licentie in modestia, tutti gl’imperiosi costumi deposero affatto, onde il populo dall’oppressioni de potenti liberato, del suo Viceré predicava la protettione, et la giustitia».
6. Gregorio Rosso, cit.
7. Scipione Miccio, Vita di Don Pietro di Toledo, Marchese di Villafranca, composta da Scipione Miccio, cittadino napolitano. In: Francesco Palermo, Narrazioni e documenti sulla storia del Regno di Napoli: dall’anno 1522 al 1667, a cura di, pag. XXXVIII, inserto pagg.1
8. Ivi.
9. Ivi.
10. Ivi.
11. Gregorio Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V, cominciando dall’anno 1526 per insino al 1537, Stamperia di Giovanni Gravier, Napoli 1770.
12. Ivi.
13. Ivi.
14. Ivi.
15. Ivi.
16. Antonino Castaldo, Ms., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli. Di Notar Antonino Castaldo. Libro Primo [diviso in tre capitoli, oltre il prologo], Napoli 1650, pagg.11-14.
17. Ivi.
18. Rosso, cit.
19. Ivi.
20. Antonino Castaldo, Ms., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli. Di Notar Antonino Castaldo. Libro Primo [diviso in tre capitoli, oltre il prologo], Napoli 1650, pagg. 15-16.
21. D.A. Parrino (1675), Teatro eroico e politico dei governi de’ Vicerè del Regno di Napoli… fino all’anno 1675, Vol.I, Andrea Lombardi, Napoli, pagg.185-192.
22. Ivi.
23. Gregorio Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V, cominciando dall’anno 1526 per insino al 1537, Stamperia di Giovanni Gravier, Napoli 1770, pag.60 e segg.
24. F. Petrucci, Colonna, Pompeo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma, 1982. L’autrice documenta minutamente i dispacci segreti scambiati tra Bologna e Madrid nell’inverno del 1530 per negoziare la rimozione di Pompeo dall’area romana.
25. Si veda la cronologia dei viceré asburgici in P. Giovio, De vita Leonis Decimi…, ed. Torrentino, 1548, p. 188. Giovio sottolinea il nesso diretto tra il vuoto di potere lasciato dall’Orange a Gavinana e la subitanea firma dei diplomi per il Colonna.
26. Sulla reazione difensiva e diffidente dei Seggi napoletani di fronte al cerimoniale d’insediamento, si veda l’ampio saggio in Cerimoniale del viceregno spagnolo di Napoli 1535-1637, Academia.Edu, p. 12.
27. Ivi.
28. Gregorio Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V, cominciando dall’anno 1526 per insino al 1537, Stamperia di Giovanni Gravier, Napoli 1770, pag.66 e segg.
29. G. Coniglio, I Viceré di Napoli, Napoli, 1967, pp. 38-41. L’autore evidenzia come il 1531 sia stato l’anno di svolta istituzionale per l’imposizione del controllo statale nel Mezzogiorno spagnolo.
30. Sulle dinamiche del tradimento dei baroni napoletani a favore del Lautrec nel 1528 e sulla successiva repressione, si veda F. Guicciardini, Storia d’Italia, Libro XIX, cap. II. Guicciardini descrive la debolezza intrinseca della fedeltà feudale nel sud Italia.
31. F. Petrucci, Colonna, Pompeo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma, 1982, p. 418. L’autrice analizza i decreti vicereali emessi a Napoli tra il gennaio e il maggio del 1531 per la requisizione dei beni dei baroni angioini latitanti.
32. I registri della Cancelleria Vicereale di Napoli del 1531 documentano il passaggio di numerosi feudi abruzzesi e calabresi sotto il controllo diretto di capitani militari legati alla cerchia asburgica del d’Avalos e dello stesso Pompeo Colonna.
33. Si veda P. Giovio, Pompeii Columnae Cardinalis Vita, ed. Torrentino, 1548, pp. 192-194. Giovio descrive con toni encomiastici ma analitici il rigore con cui il Colonna costrinse i nobili a “deporre le scuri dei loro tribunali privati” per sottomettersi ai giudici inviati da Napoli.
34. P. Lopez, Il viceregno di Napoli nel secolo XVI, Napoli, 1985, pp. 74-79. L’autore connette l’azione giudiziaria di Pompeo Colonna ai primi tentativi di emancipazione delle comunità demaniali meridionali contro i gravami feudali.
35. Marin Sanudo, I Diarii, vol. LIV, Venezia, 1901, dispaccio del legato veneziano a Napoli datato ottobre 1531. Nel testo si registra la forte tensione tra il cardinale-viceré e i duchi di Somma e Gravina in merito alla giurisdizione penale sulle terre lucane. Cfr. F. Minonzio – M. L. King (a cura di), In Defense of Women: a Bilingual Edition, Toronto, 2024, pp. 91-94 dell’introduzione. Gli autori analizzano le lettere inviate dai rappresentanti dei Seggi a Carlo V, in cui Pompeo Colonna viene descritto come un “soldato in veste di prete” che calpesta le prerogative della nobiltà cittadina.
36. Gregorio Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V, cominciando dall’anno 1526 per insino al 1537, Stamperia di Giovanni Gravier, Napoli 1770, pag. 76 e segg.
37. Ivi.
38. G. Coniglio, I Viceré di Napoli, Napoli, 1967, pp. 42-45. L’autore analizza i bilanci della Regia Camera della Sommaria del biennio 1531-1532, evidenziando il drastico aumento delle entrate fiscali. Si veda P. Giovio, De vita Leonis Decimi…, ed. Torrentino, Florentiae, 1548, p. 195. Giovio descrive lo zelo quasi ingegneristico con cui il Colonna ispezionava personalmente i cantieri delle fortificazioni napoletane.Cfr. F. Petrucci, Colonna, Pompeo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma, 1982, p. 419. L’autrice evidenzia il netto contrasto tra il rigore finanziario del viceré e il malcontento dei mercanti genovesi e veneziani attivi a Napoli.
39. Marin Sanudo, I Diarii, vol. LV, Venezia, 1901, dispaccio del legato veneto a Napoli del marzo 1532. Il documento descrive dettagliatamente la sommossa popolare di Piazza del Mercato contro la tassa sulla seta e la successiva esecuzione dei capi della rivolta.Cfr. J. Hook, The Sack of Rome: 1527, London, 1972 (ed. 2004), pp. 244-246. L’autrice collega i timori asburgici per l’alleanza franco-ottomana alla necessità di blindare militarmente il viceregno napoletano.Sulle prime prammatiche vicereali per l’erezione delle torri costiere in Puglia e Calabria nel tardo 1531, si veda P. Lopez, Il viceregno di Napoli nel secolo XVI, Napoli, 1985, pp. 82-87.Cfr. F. Minonzio – M. L. King (a cura di), In Defense of Women, Bilingual Edition, Toronto, 2024, pp. 95-97 dell’introduzione storica. Gli autori esaminano la corrispondenza tra Colonna e la corte imperiale di Madrid riguardo alle spese di fortificazione costiera.
40. F. Petrucci, Colonna, Pompeo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma, 1982, p. 419. L’autrice evidenzia le fitte trame diplomatiche intercorse tra l’ambasciatore pontificio a Madrid e i consiglieri di Carlo V nei mesi precedenti la morte del viceré. Cfr. P. Giovio, De vita Leonis Decimi pontificis maximi libri IIII…, Florentiae, ex officina Laurentii Torrentini, 1548, p. 211. La narrazione dell’indigestione da fichi e latte gelato risponde alla necessità politica di Giovio di tutelare l’onore della famiglia Colonna e la stabilità del governo imperiale.Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, ed. critica, Libro XX, cap. V. Lo storico e diplomatico fiorentino accenna esplicitamente alle voci di avvelenamento che corsero immediatamente a Roma e Venezia, collegandole all’odio insanabile dei baroni napoletani.
41. Marin Sanudo, I Diarii, vol. LVI, Venezia, 1902, dispacci del luglio 1532. I legati veneziani registrano con accuratezza i sospetti che gravavano sui servitori delle cucine vicereali a Posillipo e il clima di sollievo che si respirò tra la nobiltà di seggio napoletana alla notizia del decesso.Cfr. G. Coniglio, I Viceré di Napoli, Napoli, 1967, pp. 46-48. Coniglio analizza il passaggio di consegne burocratiche tra la reggenza provvisoria e l’arrivo di Pedro de Toledo, evidenziando la continuità strutturale tra i due mandati.Cfr. F. Minonzio – M. L. King (a cura di), In Defense of Women, a Bilingual Edition, Toronto, 2024, pp. 97-101 dell’introduzione storiografica. Gli autori esaminano i documenti d’archivio relativi alla successione patrimoniale dei Colonna del 1532, confermando l’esistenza di forti moventi economici interni alla famiglia per l’eliminazione del cardinale.
42. Gregorio Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V, cominciando dall’anno 1526 per insino al 1537, Stamperia di Giovanni Gravier, Napoli 1770, pag. 86 e segg.
43. Anonimo, Breve trattato e discorso di quello, che successe di bene al Regno di Napoli, e a Baroni per l’andata del magnifico Gio: Paolo Coraggio per nome e parte di detto Regno, mandato alla Corte dell’invittissimo Imperatore Carlo Quinto. A tempo era nel Regno Luogotenente il Cardinale Colonna, Giovanni Gravier, Napoli 1739.








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