De Bello Neapolitano (vol. 3)

30,00


Copertina posteriore

1463 – 1464 (IV – V – VI Parte)

I sei anni della conquista aragonese

Ferdinando, dopo la sconfitta subita a Sarno, ritiratosi a Napoli, pose con un presidio ad Acerra Pirro del Balzo, Innico Ghevara, Inico e Alfonso Davalo, che, avuta la notizia della sconfitta, subito si erano portati in Campania, con quattrocento cavalieri e alquante compagnie di fanti, e Roberto Orsino ad Aversa. Egli ora a Capua, ora a Napoli si adoperava per mettere insieme quello che rimaneva dell’esercito, e quanto denaro poteva raccogliere pubblicamente e privatamente, fornirsi di cavalli, di armi e proiettili.
In questa occasione si comprese molto bene che i tesori dei re non sono quelli riposti nell’erario, ma la devozione dei cittadini e la ricchezza del popolo. Infatti il cavaliere, il mercante, l’artigiano, il nobile, il plebeo, il secolare e il sacerdote a gara la maggior parte spontaneamente, pochi su richiesta, davano denaro al re; altri offrivano il cavallo da guerra, altri il mulo per portare i bagagli; c’era chi offriva pettorali, corazze, armi, panni per gli indumenti dei soldati, cuoio per i finimenti dei cavalli, tela per rifare le tende , non veniva tralasciato nessun genere di cose, che potesse contribuire a rimettere in piedi l’esercito e preparare i soldati.
La regina Isabella ora nelle chiese ora nei luoghi pubblici si presentava ai cittadini, portando con sé i figli piccoli, e diceva che erano i nipoti di Alfonso, che era stato tanto benemerito del popolo napoletano, che essi erano cittadini napoletani, della nazione italiana, presso di loro generati, allevati, educati; non mostravano l’insolenza Francese, non abitudini forestiere avrebbero introdotto nella città, con i loro figli e i nipoti avrebbero trascorso la vita, con essi avrebbero ripartito ricchezze, onori, magistrature, con essi avrebbero trascorso la puerizia, con essi l’adolescenza con essi anche la vecchiaia; la ricchezza regia, l’amministrazione del regno sarebbe stata in loro arbitrio e nelle loro mani. In verità che cosa altro avrebbe potuto fare in pubblico e in privato per sembrare di avere a cuore la protezione del popolo napoletano? Così dicendo animava i tiepidi, commoveva gli inquieti, rassicurava gli emotivi. E lei era considerata grande ed eccellente.

Description

Dopo 500 anni vede la luce la traduzione completa dal latino all’italiano della conquista di Napoli raccontata dalla viva voce di un cronista e letterato dell’epoca quale fu Giovanni Gioviano Pontano. Un volume in più parti con i toponimi originali trascritto da Virgilio Iandiorio che vi farà scoprire la storia della conquista aragonese, paese per paese.

Dettagli

EAN

9788872970362

ISBN

8872970369

Pagine

144

Autore

Iandiorio

Editore

ABE Napoli

Recensioni

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Recensisci per primo “De Bello Neapolitano (vol. 3)”

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Editorial Review

DE BELLO NEAPOLITANO TRADOTTO DAL LATINO PER VOI

Della regina, come richiede la narrazione, dirò poche parole. Il padre di Isabella era Tristano conte di Copertino della famiglia Chiaromonte, che nella Gallia Ulteriore veniva considerata nobilissima; sua madre era Caterina, sorella carnale di Giovanni Antonio Orsino, il Tarantino, quello che ha suscitato questa guerra. Morto il padre, Giovanni Antonio la fece allevare, era infatti in tenera età, ed educare con quattro sue sorelle in Lecce (Lipium), nei Salentini. Collocate in matrimonio le sorelle, e dopo la vittoria di Alfonso, per opera dello zio, ma anche con la condiscendenza di Alfonso, fu data in matrimonio a Ferdinando, che il padre aveva istituito erede del regno di Napoli.
Mostrò costei subito dai primi anni mirabile disposizione alla modestia e alla continenza: in casa sobria, ma non desiderosa di quello degli altri, attenta all’aspetto della sua persona per quanto lo chiedeva la dignità, dedita alla religione non senza superstizione, affabile, schietta, piuttosto che aspra, nel rispondere, di grande animo, di grande consiglio, costante nelle avversità, non superba nelle prospere cose, alla mano nel parlare mostrando niente di finto o di ricercato, amando il giusto e l’onesto fino alla veemenza. La morte impedì che potesse esercitare la gratitudine e la liberalità. Terminata la guerra, non ancora pianamente ricomposta la situazione del regno, morì in Napoli, avendo dato alla luce sei figli. La sua morte fu pianta dal popolo, in particolare le persone buone ritenevano che la sua vita fosse stata di gran lunga molto utile.
Il re, ricomposte alcune compagnie di cavalieri, richiamati anche i soldati della flotta, verso il 15 di ottobre si mosse in direzione di Capua. Distrutta Formicoli (Formicoli), e accettata la resa di alcuni castelli vicini, marciò contro il conte di Cerreto. Subito lo costrinse alla resa, avendo accettato come ostaggio il figlio maggiore Carlo. Di là fu chiamato dai Torrecusani. In un solo giorno riconquistò tutti i castelli dei Caudini, posto l’assedio alla rocca di Airola (Aerola), in cui molti uomini si erano rifugiati, vi lasciò Alfonso Davalo con un presidio, affidandogli la conduzione dell’impresa. Subito si diresse contro Francesco conte di Caserta; distrusse Dugenta (Ducenta), incendiò Maddaloni/Montedecoro (Munditianum), costrinse alla resa Valle (Vallis), e poco dopo la sottomissione di Francesco, riprese Pomigliano, assediò Arienzo, ma il cattivo tempo impedì che il Re si impadronisse con la forza dell’oppido. Infatti, all’ approssimarsi dell’ inverno, si fece più inclemente il cattivo tempo tanto, che molte tende militari vennero strappate o vennero trascinate dai torrenti che scendevano precipitosi dai monti vicini; i cavalli, gli uomini insieme vennero sommersi, insomma tutto andato in rovina; anche le baracche dei soldati, che in quel tempo erano state costruite con paglia, si vedevano galleggiare qua e là. Di giorni il tempo era brutto, ma di notte di gran lunga peggiore.
Matteo Stendardo, saputo ciò, differiva il tempo della sua resa, perché sperava nell’arrivo di Orso, che il Tarantino, andando via dalla Campania, aveva lasciato in Nola con quattrocento cavalieri, il quale, raccolti gli aiuti, sarebbe dovuto venire in soccorso. Tuttavia conosciuta la costanza del Re, l’animo pertinace dei soldati, si diede in potere di Ferdinando. La stessa cosa fece dopo pochi giorni Jacopo Galeota, che controllava Arpaia (Harpadium) con un presidio. Infatti anche Iacopo era passato agli Angioini, dopo che nei Bruzi si metteva bene per i rivoltosi.
Intanto quelli che erano assediati nella rocca di Airola si sentivano perduti, perché si vedevano circondati da ogni parte. Scarseggiavano i rifornimenti né speranza di un aiuto da parte di Orso. Il Re, ormai, era presente con tutte le sue soldatesche. Gli assediati patteggiarono l’incolumità personale e consegnarono la rocca. Conquistata Airola, Ferdinando, poiché la violenza delle precipitazioni non poteva essere più oltre sopportata, andò a svernare nei villaggi di Montefusco. Giacché il Tarantino e Giovanni, lasciata la Lucania e la Campania, si erano portati negli Irpini prima a Gesualdo (Iesualdum) poi a Vallata (Vallata) e Carife (Charifrae), infine erano passati in Puglia e nei luoghi vicini.
E’ risaputo che il Tarantino vedendo che le cose per Ferdinando avevano preso una mala piega, e che il Francese guardava ai suoi interessi, cambiò parere. Lasciata la Campania, cominciò a pensare alle cose sue tanto da invitare Ferdinando, quasi assediato, a venir fuori per rompere l’accerchiamento; di nascosto poi mandò degli ambasciatori a Isabella, che le dicessero di stare di buon animo e rassicurasse il re. Fece questo o perché avesse intuito o perché avesse avuto dei sospetti, per il timore che in lui era molto grande, che quelli, che erano intenti solamente al bene di Giovanni, avessero deciso di pensare a sé. In quegli stessi giorni, dopo che erano state abbattute le mura di Arienzo (Argentium), Roberto Sanseverino conte di Caiazzo (Comes Calatinus), mandato da Francesco (Sforza) con l’esercito dalla Gallia citeriore, per il suo singolare valore e la disciplina militare, sbarcò al porto di Formia e venne con pochi dei suoi dal Re. La sua venuta non solo fu gradita al Re ma anche attesa; sia perché soldato valoroso, pugnace e avvezzo alle vittorie, sia perché essendo figlio della sorella di Francesco suscitò grande speranza nel popolo e maggiore arditezza nel re. A lui che scendeva dalla nave, subito il Re si avvicinò sul lido, e lo informò di come stessero le cose sue e dei nemici; tutto gli espose: che cosa volesse fare, che cosa stava preparando. Per prima cosa il Re lo esortò di caricare la cavalleria sulle navi, e di trasferire tutto l’esercito da Formia (Formianus ager) e Fondi(Fundanus ager) a Pozzuoli (Puteolanus ager). Questi fatti si compirono quasi in due anni.