9. L’ARCI DIOCESI DI CONZA NEL REGNO DI NAPOLI

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La Provincia di Conza: 50 feudi soggetti all’arcivescovo

A succedersi nella proprietà fondiaria della Cattedra di Conza dal 1196, cioè titolare del potere temporale, oltre che spirituale, è quindi Pantaleone definito Domino nel 1203, ma investito del titolo, su concessione regia, per mano del papa. Questo perchè, a partire dal 1200 era nata la Provincia di Conza, Dominio metropolitano dell’arcivescovo, su cui nessun Conte o Barone del Comitato Conzano, poteva interferire, come recita una bolla di papa Innocenzo III, per concessione regia: Prohibemns praeterea, ne quis Comitum, vel Baronum ad Comitatuum Compsanum quomodolibet pertinentium contra immunitatem Ecclesiae tuae Regia liberalitate collatam ante.
Conza, per dirla in soldoni, alla stregua delle Terre di Benevento, ebbe la sua provincia fatta di Terre di Conza affidate ad un Comitato militare ma che appaiono, se non di proprietà, almeno amministrati dall’arcivescovo feudatario. Si tratta di una cinquantina di feudi che vanno da Pescopagano a Persano lungo il fiume Sele, appartenuti alla Provincia della metropolìa di Conza, soggetta ad un arcivescovo ivi insediato, che aveva giurisdizione anche sui vescovi di Satriano, Muro, Monteverde, Lacedonia, Bisaccia e Sant’Angelo dei Lombardi: Episcopatus quoque inferius adnotatos Ecclesiae tuae metropolitico iure subiectos, tibi, tuisque successoribus nihilominus confirmamus, videlicet S.Angeli de Lombardis, Bisacien, Laquedon, Montis viridis, Muran, et Satrian. Quale fu il patrimonio dell’arcidiocesi di Conza lo si ricava da un rescritto dell’11 novembre 1200 di papa Innocenzo III indirizzato all’arcivescovo Pantaleone, in cui si cita anzitutto l’Abbatiam S.Laurentii de Tophara fuori le mura di Pescopagano (Pz). La sua fondazione è precedente al 1160. Apparteneva alla Terra di Pietra Pagana e da essa dipendevano le due gracie di S.Maria della Mattina in Andretta e S.Nicola extra moenia di Calitri, come dalla Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, per testo del Di Ambrogio, Per lo padronato feudale dell’Abbadia di S.Lorenzo in Tofara e delle due di lei grangie S.Maria della Matina di Andretta S.Nicola di Calitri. Fra le macerie adiacenti il portale di San Lorenzo fu rinvenuto un frammento lapideo con la scritta: roberti regis at / leonis temporii (haec Ecclesia) aedificat fuit… Dalla lapide è difficile capire chi fossero Roberto e Leone, ma dell’inventario Bardaro, proveniente dall’Archivio di Conza, fanno parte due manoscritti (riferiti alla visita di Monsignor Pescara) in cui sono riportati due istrumenti in pergamena che si riferiscono al 1160: Della donazione della Chiesa di S. Potito nel casale di Ilicito fatta al Monasterio di S. Lorenzo della Tofara per Beigara Contessa, la Signora Iletta et Ionata Conte di Conza, sub die 5 martiis 1160; Donationis facta Monasterio Santi Laurentii in Tofaria per Rosatam filiam Ioannis Campanariis de Caletro de voluntate Comitis Ionata sub anno Domini 1160, riportati da Zanella e Laviano ne La Basilicata nel Mondo.
Oltre San Lorenzo di Pescopagano, nel 1200, risultano dipendenze dell’arcivescovo conzano l’Abbatiam S.Mariae Magdalenae cum omnibus pertinentiis suis e l’Ecclesiam S.Angeli in Murice che è la chiesa di Muro Lucano (Pz).
V’è poi l’Ecclesiam S.Andreae, et S.Mennae, l’originaria chiesa di S.Andrea, già in territorio conzano, che a dire dell’Ughelli divenne di proprietà della Chiesa di S.Maria dell’Episcopio di Conza per il sostentamento del clero della Cattedrale che pregava da mattina a sera. E’ il documento conosciuto come “Donazione di Gionata”, quella che il Conte fece nel 1161, insieme al Castello di Pescopagano: S.Andrea “inter territorium Compsanae civitatis et Castri Petrae Pagane”.
Idem per S.Menna identificabile con l’omonimo comune.
Alla Cattedrale di Conza appartennero l’Ecclesiam S.Martini de Silere di Calabritto, l’Ecclesiam S.Mariae de Silere di Caposele. E’ l’antico toponimo della Chiesa che sorgeva e si sporgeva a picco su fiume Sele in Caposele poi mutato in Santa Maria Mater Domini dopo il 1527.
Ancora l’Ecclesiam S.Mariae de Oliveto, et S.Nicolai de fabrica, l’Ecclesiam S.Luciae de Capite Sileris, l’Ecclesiam S.Petri de Pistiniano di Oliveto. Identificabile con la prima Chiesa in Pestiniano di Oliveto Citra secondo la Cronista Conzana.
E poi l’Ecclesiam S.Salvatoris, l’Ecclesiam S.Angeli in Monte Nigro, l’Ecclesiam S.Petri de Venatore di Oliveto. Identificabile con la Chiesa di San Pietro crollata in Oliveto Citra, da cui, nel 1517, furono traslati i resti di San Macario nella nuova chiesa di S.Maria del Paradiso o della Misericordia divenuta Chiesa Madre. A proposito delle ricognizioni delle Reliquie di San Macario, il 10 gennaio 1845, il sindaco dell’epoca, Nicola Cappetta, chiese all’Arcivescovo di Conza, Monsignore Leone Ciampa, di autorizzare l’Arciprete o un altro sacerdote ad eseguire la ricognizione del corpo di San Macario. Il 18 gennaio dello stesso anno, l’Arcivescovo, autorizzava l’Arciprete, unitamente a due altri sacerdoti scelti a suo piacimento, a “rivisitare le ossa del glorioso San Macario”. Finalmente il 25 gennaio l’Arciprete Giuseppe Nicastro, assistito da Don Giovanni Pietro Greco e Don Gaetano Cappetta, eseguirono la tanto richiesta ricognizione delle Reliquie. Il documento citato scende nei particolari di questa delicata operazione affermando che vennero ritrovate due cassette, una di legno, consumata dal tempo, con un osso dell’avambraccio, la testa, e l’omero e un’altra cassetta di ottone ermeticamente chiusa all’interno della quale vi era una veste di guanciale contenente parte della tibia e altri resti non meglio identificati. Però fu trovato un documento che verbalizzava la precedente ricognizione avvenuta il 24 luglio 1652 alla presenza del guardiano dell’epoca, Padre Francesco di Torella.
Altra dipendenza fu l’Ecclesiam S.Mariae de Spelunca che appare essere Maria SS.di Sperlonga in Palomonte (Sa). In essa vi sono affreschi della Madonna di Costantinopoli e di S.Cosma risalenti all’anno 1000. Il toponimo di Palomonte, prima chiamata Palo con il suo luogo di Pietrafissa, con la sua chiesa retta dal Domino Ugo risultava nell’orbita di Montevergine, sebbene viene confuso nelle pergamene con Palo del Colle, a partire dal 1157, ma pervenne a Conza nel 1200.
La pergamena più antica che si rifà a Palomonte è la n.362 di Montevergine, una cartula venditionis del settembre 1157/58, indizione VI, in cui “Nicola, figlio del fu Giovanni, ed i figli Elia, Giovanni e Filippo, quest’ultimo assistito dal proprio avvocato, vendono allo stratigoto Leone, figlio di Maraldo, un pezzo di terra, sito fuori l’abitato di Palo, per il prezzo di 28 ducati”.
E cioè: Nicola, figlio di Giovanni de Cominiano, e i figli Elia, Filippo e Giovanni di Loco Palo vendono allo stratigoto di Palo, Leone figlio di Maraldi, un territorio presso la via che va a Atricarrum”.
La 528 è del 1171, IV indizione, in cui il Milite Simone detto di Soro, Dominatore dei Castelli di Palo e Balenzano e di Loco Campoli, cede in perpetuo al vassallo Leone figlio di Maraldizzo un territorio presso il Castello Palo, che va da signaidis Petris Fixis, un pastinato detto S.Angelo e la terra di Nicola fratello di Leone. Simone è presente nel 1181 ad una curia tenuta a Bari da Tancredi Domini Ducis f. dei et regia gratia comes Licii magnus comestabulus et magister iustitiarius totius Apulie et Terre Laboris. Oltre lui c’erano due giustizieri di Terra di Bari e cinque regii barones descritti nel Codice delle pergamene di Bari.
La confusione con Palo del Colle è ripetuta più volte dai verginiani, anche qualche anno prima, nella cartula oblationis dell’agosto 1185, indizione III, in cui, come legge Tropeano nel CDV, “Simone de Sora figlio di Simone, nella sua qualità di signore dei castelli di Valenzano e di Palo nonché del logo detto Campoli, d’accordo col figlio Simone, offre al monastero di Montevergine, nelle mani del monaco Ugo che agisce a nome dell’abate Giovanni, un oliveto e due altri pezzi di terra contigui coperti da altre nove piante d’olivo, sito nelle pertinenze del castello di Palo, liberi da ogni gravame e con facoltà di utilizzare gratuitamente i frantoi del castello di Palo; in cambio chiede che i monaci non solo preghino per lui, per la moglie Solina e per gli altri suoi parenti, ma anche per l’anima del gloriosissimo re Ruggiero e del magnifico re Guglielmo I come pure per l’esaltazione di Guglielmo II”.
Simone, figlio del Domino Sora, e il figlio Simone II, Domino del Castello di Valenzani, Pali e Loco Campuli, per l’anima dei defunti Re Domino Ruggiero e del magnifico Re Domino Guglielmo, e per eseltare l’invincibile Re Guglielmo II, loro rispettivo figlio e nipote, e per l’anima del padre e della moglie Solonia e dei parenti, donano al monastero di S.Maria Montis Virgilii e per essi al Domino venerabile Ugo, vicario del Domino Abate Giovanni, un oliveto chiuso che fu di Birardi in territorio del Castello di Palo, sita presso la chiusa dell’oliveto che fu di Angelo Lupone, la sorte di siri Giovanni Converso, quelli di Giovanni Simeone, e un altro pezzo di Monte Virgili, le olive di Petracco Basilio, ai confini con le makam (macchie) di Giovanni Angelo Xisti, Iacone Berzario figlio di Maione Corki. Fra gli altri firmano i siri Giovanni figlio di Luca milite e Simone Sturmine milite.
Così nella pergamena cartula oblationis del maggio 1188, indizione VI, in cui- “Leone Maraldizio e la moglie Santora, col consenso dei loro parenti e del signore Signore de Sora, offrono se stessi ed i loro beni stabili, siti fuori e dentro il castello di Palo alla chiesa di Santa Maria di Montevergine, nelle mani dell’abate Giovanni, riservandosene l’usufrutto loro vita natural durante ed impegnandosi a vivere nell’obbedienza dell’abate Giovanni e dei suoi successori e non vendere i beni donati; precisano inoltre che dalla donazione va escluso un palazzotto e nove piante d’olivo, già concessi al nipote Giacomo alla condizione che questi intraprenda la carriera ecclesiastica, e comunque anche questi beni alla morte di Giacomo dovranno passare di proprietà della chiesa di Santa Maria di Montevergine”.
Anche questa donazione è a S.Maria del Monte Virgilio col consenso di Giovanni de Leta fratello di Santora sempre per l’abate Domino e Rettore Giovanni e il suo vicario Giovanni donano un casalino con orto in Loco Pali e uno in Terra Leuci.
Palomonte, confusa con Palo del Colle, è citata nel preceptum concessionis custodito a Montevergine, datato 3 settembre 1188, indizione VII, in cui, leggendo la traduzione che ne fa il Tropeano nel CDV, “Il milite Simone de Sora, nella sua qualità di signore dei castelli di Palo e di Valenzano nonché della località Campoli, alla presenza dello stratigoto Giovanni e di altri testi qualificati, dona a Leone di Maraldizio, suo uomo ligio, una terra coperta da boscaglia e da altri alberi ad alto fusto, sita nelle pertinenze del castello Palo dove si dice Pietrafitta”.
Ovviamente si tratta di terre a Pietrafitta, divenuto un luogo del Castello di Palomonte in possesso, insieme al Castello Valenzano e a Loco Campoli, del Milite Simone de Sora, il quale, con Giovanni stratigoto, Iacopo e Luca Aurubandi dona a Leone figlio di Maralditii di Castello Palo una terra macchiosa con uomini e alberi che è in Loco ubi Petra Ficta dicitur in territorio di Palo, fra la vigna che fu di Mele Salseminas tenuta da Mele Rubecce, la terra di Leone e una in capite a Gualtiero e suo fratello fino alla terra domnica per atto del Notaio Risonis. Se ne ricava che Corchi ebbe per figlio Maraldizio che ebbe Leone sposato a Santora e Nicola. Nicola ebbe Giacomo.
Seguono inoltre altre dipendenze conzane come l’Ecclesiam S.Ioannis inter duo flumina, l’Ecclesiam S.Mariae in terra Victimosa, et S.Mauri, l’Ecclesiam S.Spiritus, l’Ecclesiam S.Nicolai de Culiano, l’Ecclesiam S.Nicolai de Palatio, Ecclesiam S.Ioannis de Ceraso, l’Ecclesiam S.Nicolai de Cirioto cum omnibus earum pertinentiis.
Dipesero dalla provincia ecclesiastica conzana tutti i feudi descritti dopo la Terram de Sarda, quae est dimensa, Cisternam, Cirrutulum, Castellum de Comitissa (Castello fra Calitri, Ruvo e Rapone), Caletrum (Calitri), Carpanum, Lormaro, et Turricellum, Castellion de Murra (Castiglione di Morra), Maurellum, Petrampaganam (Pescopagano), Castellum novum, Malinventre, Tugurium Biarum, Caput Sileris (Caposele), Calabretum (Calabritto), Senerchiam (Senerchia), Quagliettam (Quaglietta di Calabritto), Olivetum (Oliveto Citra), Lavianum (Laviano), Balvam (Valva), Culianum (Colliano), Palum (Palomonte), S.Nicandrum (o S.Licandro di Sicignano), Contursium (Contursi), Pulcinum (Buccino), Aulettam (Auletta), Salvitellam (Salvitelle), et Vetrum (Vietri di Potenza)
Ed ancora: [/] cum omnibus earum pertinentiis, Ecclesiam S.Mariae de Pasano, S.Agathae, S.Gregorii (S.Gregorio Magno ex Casale di Buccino poi con Sicignano), S.Nicolai de Erinio Calabretti, S.Mariam de Grensi, S.Angelum Castellionis (S.Arcangelo a Castiglione di Calitri), S.Petrum de Insula, S.Aegidium Castellionis, S.Mariam de Sanctis (era in territorio di Calitri, oggi di Rapone; fu fondata da San Guglielmo nel 1131), S.Antoninum Petraepaganae, Ecclesiam S.Thomae de Culiano (Badia di S.Tommaso a Cerrutolo dell’ex Casale S.Tommaso oggi Ruvo del Monte; Sancti Thome de Rubo del 1242).
E così termina la bolla. Ecco il testo integrale: Innocentius Episcopus servus servorum Dei. Venerabili fratri Pantaleoni Ecclesiae Compsanae Archiepiscopo, eiusdemque successoribus canonice instituendis in perpetuum. In eminenti Apostolicae Sedis specula, disponente Domino, constituti, fratres nostros Episcopos tam vicinos, quam longe positos fraterna debemus charitate diligere, et Ecclesiis sibi a Domino concessis paterna sollicitudine providere. Ea propter, venerabilis in Christo Pantaleo Archiepiscope, tuis iustis postulationibus clementer annuimus, et praefatam Compsanan Ecclesiam, cui auctore Deo praeesse dignosceris, ad exemplar felicis recordationis Alexandri, et Lucii Praedecessorum nostrorum Romanorum Pontificum sub Beati Petri, et nostra protectione suscipimus, et praesenti scripto privilegio communimus. Statuentes, ut quascumque possessiones, quaecumque bona eadem Ecclesia in praesentiarum iuste, et canonice possidet, aut in futurum concessione Pontificum, largitione Regum, vel Principum, oblatione Fidelium, seu aliis iustis causis, praestante Domino, poterit adipisci, firma tibi, tuisque successoribus, et illibata permaneant. [/] In quibus haec propriis duximus exprimenda vocabulis: Abbatiam S.Laurentii de Tophara, Abbatiam S.Mariae Magdalenae cum omnibus pertinentiis suis, Ecclesiam S.Angeli in Murice, Ecclesiam S.Andreae, et S.Mennae, Ecclesiam S.Martini de Silere, Ecclesiam S.Mariae de Silere, Ecclesiam S.Mariae de Oliveto, et S.Nicolai de fabrica, Ecclesiam S.Luciae de Capite Sileris, Ecclesiam S.Petri de Pistiniano, Ecclesiam S.Salvatoris, Ecclesiam S.Angeli in Monte Nigro, Ecclesiam S.Petri de venatore, Ecclesiam S.Mariae de Spelunca, Ecclesiam S.Ioannis inter duo flumina, Ecclesiam S.Mariae in terra Victimosa, et S.Mauri, Ecclesiam S.Spiritus, Ecclesiam S.Nicolai de Culiano, Ecclesiam S.Nicolai de Palatio, Ecclesiam S.Ioannis de Ceraso, Ecclesiam S.Nicolai de Cirioto cum omnibus earum pertinentiis, et Terram de Sarda, quae est dimensa, Cisternam, Cirrutulum, Castellum de Comitissa, Caletrum, Carpanum, Lormaro, et Turricellum, Castellion de Murra, Maurellum, Petrampaganam, Castellum novum, Malinventre, Tugurium Biarum, Caput Sileris, Calabretum, Senerchiam, Quagliettam, Olivetum, Lavianum, Balvam, Culianum, Palum, S.Nicandrum, Contursium, Pulcinum, Aulettam, Salvitellam, et Vetrum cum omnibus earum pertinentiis, Ecclesiam S.Mariae de Pasano, S.Agathae, S. Gregorii, S.Nicolai de Erinio Calabretti, S.Maria inde Grensi, S.Angelum Castellionis, S.Petrum de insula, S.Aegidium Castellionis, S.Mariam de Sanctis, S.Antoninum Petraepaganae, Ecclesiam S.Thomae de Culiano. Episcopatus quoque inferius adnotatos Ecclesiae tuae metropolitico iure subiectos, tibi, tuisque successoribus nihilominus confirmamus, videlicet S.Angeli de Lombardis, Bisacien, Laquedon, Montis viridis, Muram, et Satrian…

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Alcuni abitanti del Catasto più ricchi di Conza i Magnifici omnibus descritti nel catasto

Salta subito agli occhi che nella Conza di metà settecento quelli che comandavano erano una decina. Si chiamano Magnifici e sono i Magnifici omnibus, gli uomini più in vista coinvolti nelle cariche pubbliche. E’ addirittura Gentiluomo Magnifico Antonio Picciottolo figlio di Donato, di 35 anni, che abita in casa propria avanti il forno e possiede vigna sopra la Cappella del Carmine con territori al Piano di S.Vito. C’è da dire che più erano ricchi, come voleva la legge, e meno pagavano tasse, cioè proprio verso lo zero, a meno che non avessero anche un’industria. I Picciuottolo sembrano proprio ricchi di famiglia, anche nel caso del Magnifico Giuseppe Picciottolo che abita in casa propria all’Arcivescovado e possiede casa anch’egli al Forno. Sono imparentati con l’avvocato della città,il Professo in Legge Magnifico Giriaco dell’Aquila con casa propria alla Strada di Santo Michele con cantina da tener vino, casa avanti il Forno e casa vicino il Forno. Vive con la moglie Magnifica Antonia Picciottolo.
Quasi nulla anche per il notaio della città, Notar Magnifico Francesco Antonio Stentalis, proveniente dalla Terra dell’Oliveto (Citra). E’ chiaro se il capofamiglia possiede il ritolo di Magnifico, Magnifici sono tutti i membri della famiglia: la moglie Magnifica Angiola Picciottolo, il Magnifico figlio Lucio ora alla scuola di 6 anni, il figlio Magnifico Gaetano, anche se come la figlia piccola di 2 anni, sempre Magnifica è Ursula, e perfino l’infante Magnifico Francesco Paulo. A lui deve essere legato lo scribente Magnifico Nicola Benevento con casa propria a la Congregazione dei morti, come Magnifico è il fratello Matteo di 24 anni sposato con Dianora Picciottolo. Da ‘scrivente’ potrebbe essere anche la persona che ha redatto il Catasto. Proveniente da fuori, ma divenuto cittadino, è anche il Magnifico Giuseppe Benevento di Teora che abita in casa propria alla Strada di Santo Michele e possiede territori a Le Cortiglie, il Vallone di Merdarulo e li Favali. Vive con la Magnifica moglie Orsola Cianci e i Magnifici figli: Giovanna, Donato di 10 anni che va a scuola, lo scolaro Alessandro di 4 anni, il Magnifico figliastro sperduto Francesco di 22 anni. Nel caso dei Petrozzino assistiamo ad un escamotage, forse per pagare meno tasse, visto che è Magnifico il fratello Nicola, ma la famiglia è intestata al massaro di campo Guglielmo Petrozzino che abita in casa propria alla Strada che va alla Cattedrale e possiede oltre a territori, ben 100 pecore e altri animali. Vive poi da sola l’univa vedova della città, la Vedova Laura Petrozzino in casa propria a lo Muro. Come in ogni città e paese, anche a Conza, v’era un Regio Giudice ai contratti Magnifico, come nel caso di Giacomo Bellino, che curava i contratti con i braccianti, sebbene, in genere, non sono molto ricchi. Abita in casa propria a Santa Sofia e possiede territori a Serra della Scrofa, Terra bianca, le Coste dell’Abbate e riscuote varie esigenze, oltre a possedere numerosi animali. Anche un ricco muratore è Magnifico, si tratta di Gianbattista Fiore in casa propria a S.Angelo à Portella, possessore anche un paio di case e cantine alla via che saglie alla Città e una casa con forno. Vive civilmente il Magnifico Lorenzo Moscati, seguito dal letterato Magnifico Michele Vitolo ma in casa affitto a San Pangrazio con grotta. Infine, Vive del suo il Magnifico Venanzio Farese con casa propria a Porta della Città e territori a Piano della Battaglia, l’Isca dell’Arbusti, lo Pisciolo, la Chirica, la Cappella di San Felice.
Dopo i ricchi ‘fannulloni’ vengono quelli che lavorano di più. Si tratta dei massari di campo, titolari di masserie private. Sono in quattro, quelli che svolgono questo lavoro in maniera remunerativa, perchè quattro, evidentemente, sono le masserie dei Farese, Petrozzino, Rosa e Turri.
E’ proprio Turri a dichiarare di più. Il massaro di campo Stefano Turri che abita in casa Sopra l’Arcivescovato e possiede territori a la Taverna di Ciccio Gallo, Valle della Corneta, Sopra il Carmine, Vallone della Maddalena, S.Erberto, molti animali e altri tenimenti (138 once).
Un suo omonimo però si dichiara solo pastore, cioè Domenico Turri che abita alla Strada che va al Muro. Lo segue il massaro di campo Benegno Farese che abita in casa propria con tutti i suoi fratelli e possiede territori a l’Arbusti, sotto Ronza, Piano di Battaglia, la Seliciara, la Fontana di Basciano, la Lenza, e case a Ripa e vari animali. Ha un fratello pastore, Giacomo; un fratello lavoratore, Marco; un fratello prattico in Chirurgia; un fratello custode dei bovi, Giuseppe (93 once). Così veniamo a sapere che c’è anche un praticante medico chirurgo. Ma anche il massaro di campo Guglielmo Petrozzino non se la passa male con casa propria alla Strada che va alla Cattedrale e possiede territori a le Petrare, Piano d’Auriglia, Boscariello ed oltre che 100 pecore e altri animali. E’ quello che vive con il fratello Magnifico Nicola, civile (96 once). Idem per il massaro di campo Giovanni Rosa che abita in casa propria alla Strada della Ripa e riscuote numerose esigenze (120 once).
Dichiarano meno della metà dei precedenti, alcuni massari di campo che però non appaiono benestanti, quali il massaro di campo Francesco Zanga alla Strada della Ripa e possiede case alla Strada della Giudea, S.Angelo a Portella, Ripa Soprana, il massaro di campo Giovanni Pietro di Arace con casa a San Michele, il massaro di campo Marco Coluccio, il massaro di campo Nicola d’Angeliis, il massaro di campo Pietro di Mattia, il massaro di campo Nicola Farese, come c’ anche il massaro Nicola Conti che, per risparmiare sulle tasse, abita in casa del fratello Canonico. Dopo la casta dei massari, segue quella a loro molto vicina, dei campesi, diremmo dei massari senza masseria, forse in affitto, o solo dei pastori possessori di bestiame. Si tratta del campese Francesco di Roberto con casa comune propria a Lo Muro e possiede territori a lo Muro, lo Torrone, Cretaccio e Canalecchia (70 once). E del campese Leonardo Cantarella che abita in casa propria a la Ripa Sottana e possiede casella per i bovi, cantina per il vino e vari territori e animali. Il possesso dei bovi è un fatto di ricchezza perchè venivano utilizzati in affitto per la lavorazione dei campi con pagamento a giornate lavorative. Questo tipo ha anche un figlio giudice ai contratti dei braccianti, che si chiama Natale (88 once), che si distingue dal giurato Domenico Galella, forse inteso come guardia giurata, cioè guardia muncipale. Oltre ai campesi più agiati vi sono ovviamente degli altri campesi, come Giandonato Petrozzino, Francesco di Roberto, Francesco Fuina, Antonio Barbieri, Andrea Nicolosa, o Angelo di Giuseppe, ma la sua minore qualità della vita la si vede dal fatto che abita in casa sottana a Santo Nicola, il campese Donato Petrozzino di S.Angiolo a Portella, il campese Francesco Fiore e il campese Francesco Chiancone e il custode di pecore Bartolomeo Gaudioso, il custode di pecore Giriaco Menutolo, e custode di pecore benestante è Gaetano Ulino, visto che abita in casa affitto alla Piazza seu Fornace Vecchia, come sembra distinguersi il bracciale Nicola Vacca con propria alla Giudea e alla Piazza, come c’è anche il custode dei bovi Tommaso Mannaro.
Dopo di loro segue il secondo muratore che non è Magnifico, ma è benestante lo stesso. Si tratta del muratore mastro Giovanni Carluccio che abita in casa propria con casa a l’Arcivescovado e a S.Angelo à Portella, e possiede un comprensorio alla Strada che va al Muro, un casaleno avanti la Chiesa Arcivescovile e territori a S.Leone, Sotto il Carmine, Sotto il Cimitero, Valle di S.Lorenzo, il Piano del Tesoro, Piano di S.Maria, lo Vecchiotto e altri, oltre a numerosi animali. Dichiara 71 once.

Dettagli

EAN

9788872970829

ISBN

8872970822

Pagine

96

Autore

Bascetta

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

 Herbert Middlesex, arcivescovo inglese a Conza (1178-1184)

 

Nel suo Il Regno del Sole, John Julius Norwich, dice che durante il Regno di Guglielmo II vi fu un inglese, Umberto di Middlesex ad essere investito del titolo di arcivescovo di Conza. In realtà l’inglese è Herbert del Middlesex, come ricorda il Roccaro, nel rammentare anche Romualdo II Guarna ad arcivescovo di Salerno.
In ogni caso, cambiato il Re, dal Malo al Buono, sposo della figlia di Enrico II d’Inghilterra, nel 1178, un Erberto andò alla sua corte di Palermo.
Secondo alcuni Erberto andò a Palermo per ottenere l’assenso regio all’edificazione dell’Episcopio di S.Maria di Conza, altri, dando tutto per già avvenuto, si riferiscono alla costruzione della chiesa di S.Maria Maggiore in Auletta; oppure solo perchè facente parte del Consiglio regio, la corte di cui si circondava il Re. Questo perchè il suo predecessore, Guglielmo Il Malo, nel 1156, si era accordato col papa a Benevento sul modo di nominare i vescovi feudatari: i chierici di ogni singola Cattedrale eleggevano il nome segreto e, anzichè il popolo, sarebbe stato il Re a ratificarlo con il regio assenso dopo essersi assicurato che non fosse un traditore; ne seguiva la consacrazione del papa (o la sua indicazione in caso di più nomi) che, nel caso si fosse trattato di metropolìa, avrebbe fornito anche il pallio.
In ogni caso chi andò a Palermo fu un’alta personalità ecclesiastica, ma il semplice vescovo, non il capo di una metropolìa, ma uno dei vari appartenenti alla Provincia Conzana, sebbene affermò il diritto al mantenimento dell’ordinamento ecclesiastico, come si evince dal vasto epistolario, e partecipò al Concilio Lateranense III del marzo 1179 indetto da Alessandro III, dopo l’accordo di Venezia fra papa e Imperatore (1177) sul nuovo ruolo della Chiesa, che aprì le porte al successore Innocenzo III.
E’ come se avessimo un consiglio di vescovi che si dicono in Provincia Compsana per definire sempre l’arcidiocesi appartenuta all’arcivescovo di Salerno in quanto, di quel consiglio, fanno parte solo vescovi.
Infatti, a dire del Mansi, del Sacrorum Conciliorum della Provinciae Compsanae, facevano parte e vi parteciparono i vescovi di Conza, S.Angelo dei Lombardi, Bisaccia, Lacedonia, Monteverde e Satriano. Quindi nessun arcivescovo, ma solo vescovi uguali fra loro: Herbertus compsanus episcopus, Johannes sancti Angeli de Lombardis episcopus, Richardus Bisaciensis episcopus, Angelus Laquedonensis episcopus, Nicolaus Montis Viridi episcopus, Petrus Satrianensis episcopus.
Sebbene egli parli di una provincia ecclesiastica, resta il fatto che la metropolìa ancora non fosse stata attuata, visto che lo stesso Erberto viene definito vescovo, restando Conza sempre soggetta all’arcivescovo di Salerno. Ciò non toglie nulla alla sua idea di dare autonomia agli ecclesiastici distaccandoli dalla politica, come quando intese richiamare i sacerdoti che accondiscendevano troppo a Ruggiero di Laviano, forse più in nome dell’indipendenza temporale che di quella religiosa.
Di sicuro questo Erberto fu un primo vescovo “eletto”, come trascritto in un documento, nonostante che la sua nazionalità potrebbe essere sempre diversa, secondo quanto si leggeva dalle tavole episcopali della Cattedrale di Conza citate nel Martirologio dei Santi del 1500, dove l’estensore lo faceva nascere a Licopens in Suetia di Hispana natione.
Le sue reliquie furono rinvenute nella stessa Cattedrale della città, dove sarebbe morto nel 1184 a causa di un violento terremoto, sebbene, secondo l’Anonimo Cassinese della Cronaca, nel 1184, a perire fu un vescovo chiamato Rufo.

Alla morte di Guglielmo Il Buono, nel 1189, furono in tre a pretendere il trono del Regno di Sicilia: il figliastro Tancredi o fratellastro Principe Tancredi Conte di Lecce; Riccardo Cuor di Leone fratello della Regina vedova Giovanna Plantageneta; Enrico di Svevia pro Costanza figlia del fu Re Ruggero II.
Papa Clemente pagò il silenzio degli Inglesi, concesse privilegi a destra e a manca e incoronò Re Tancredi nel gennaio del 1189, facendogli sposare Sibilla di Medania, sorella di Riccardo d’Aquino (1171-1197) Conte d’Acerra e Signore di Nusco, Montella e Cassano.
Gli uomini di quest’ultimo Casale Cassani erano stati già confermati nel 1184 in donazione a S.Giovanni in Gualdo, mentre il feudo di Serra del Casale era assoggettato al Castellione.
Il Conte Ruggiero de Medania non lasciò figli e gli successe un probabile fratello Guglielmo de Medania, ai tempi di Re Guglielmo Il Buono seduto a Palermo. Figlio di Guglielmo di Medania dovette essere Riccardo de Medania di Aquino che, nell’agosto 1184, con atto pubblico, confermava i beni della Chiesa badiale nella città di Nusco, nel Castello di Montella e nel Casale di Cassano. Del Castellionem di Cassano non si parlò più nel 1184, quando gli uomini delle terre di Cassano della Chiesa di San Giovanni de Gualdo (Serino?) furono donati a Cava.
Cioè nell’anno in cui i Medania assoggettarono il feudo del Casale di Cassano a Castelli Montelle per una cinquantina di anni, fino cioè all’arrivo degli Svevi che, a loro volta, lo sottometteranno, Montelle compresa, al Castello Imperiale di Giffoni.
Riccardo Medania di Aquino era fratello della prossima Regina Sibilla di Medania.
Sorella di Riccardo Medania di Acerra era infatti la Regina Sibilla Medania di Acerra (1153-1205) che sposò Re Tancredi (1189-1194), nel nome del quale respinse, nel 1190, l’esercito svevo giunto fino ad Ariano.
L’anno dopo sfidò addirittura l’Imperatore Enrico VI di Svevia fino alla morte di Tancredi (1194).
Deciso a mantenere il potere prese a sottomettere i baroni ribelli che non volevano riconoscere Tancredi, Riccardo d’Acerra fu spietato, specie con Ruggero D’Andria, pronipote di Drogone, preso a tradimento ad Ascoli, dove lo uccise...