La Bella di Catania, Costanza di Hohenstaufen sui troni di Sicilia: Messina, Palermo e Catania – ISBN 9788872973103

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Copertina posteriore

la regina catalana di catania

Il volume Costanza di Hohenstaufen sui troni di Sicilia si offre al lettore come un saggio storico di rara e ibrida armonia, capace di fondere il rigore della ricerca d’archivio con il calore appassionante del racconto biografico. L’autore non si abbandona ai miti popolari, ma mette metodicamente a confronto le antiche cronache medievali con i diplomi ufficiali della cancelleria siculo-aragonese, ripulendo la memoria della stirpe sveva dalle calunnie del tempo.
Il viaggio nel testo prende il via tra le mura della corte della Sicilia federiciana, dove la giovanissima Costanza cresce avvolta dall’affetto del padre, il colto re Manfredi, e della nutrice Bella d’Amico, prima che la geopolitica la prometta in sposa all’infante Pietro d’Aragona. Le nozze reali la conducono in Catalogna, terra che accoglie con favore i versi dei trovatori in lingua d’oc, ma il destino della sua dinastia vira bruscamente verso la tragedia con la caduta di Manfredi a Benevento e la spietata esecuzione del giovane Corradino a Napoli.
Molti esuli e intellettuali siciliani, tra cui lo strategico Giovanni da Procida, fuggono in Aragona cercando protezione alla corte di Pietro e Costanza, portando con sé il desiderio di riscatto mentre i fratelli della principessa restano prigionieri nelle carceri angioine.
La narrazione si accende di passione con lo scoppio spontaneo dei Vespri Siciliani nella primavera del 1282, quando Palermo e Messina insorgono spingendo re Pietro III a sbarcare a Trapani per rivendicare i diritti della moglie, unica legittima erede al trono svevo.
Nella primavera del 1283 anche la regina Costanza sbarca finalmente nell’isola, e il successivo mese di aprile segna il momento di massima maturità politica della sovrana. Dovendo il marito rientrare in Spagna per affrontare la delicata “disfida di Bordeaux” e le minacce francesi, Costanza viene investita con diplomi ufficiali del titolo supremo di Regina Siciliae et vicaria, dotata di pieni e assoluti poteri regi.
La regina sceglie Messina come cuore pulsante e capitale del suo governo ed elegge il castello cittadino e i palazzi dello Stretto a sua dimora reale. Siede stabilmente su questo scranno regale per circa tre anni, dal marzo del 1283 fino ai primi mesi del 1286, coordinando le decisioni strategiche ed economiche dell’intera isola in fiamme con polso fermo e grazia innata.
In questo triennio d’oro, la sovrana guida da Messina un consiglio straordinario di fedelissimi composto dal grande cancelliere Giovanni da Procida, dal maestro giustiziere Alaimo di Lentini e dal leggendario ammiraglio Ruggero di Lauria. È proprio nella città dello Stretto che Costanza compie il suo gesto più celebre e lungimirante: quando, nel giugno del 1284, la flotta siciliana rientra trionfante nel porto trascenando a rimorchio le navi nemiche e conducendo in catene l’erede al trono angioino, Carlo lo Zoppo, davanti al palazzo reale si raduna una folla oceanica e inferocita che ne chiede la testa.
La regina rifiuta di macchiarsi del sangue di una vendetta sommaria, disinnesca l’ira del popolo messinese con parole sagge e fa imbarcare di nascosto il prigioniero per la Catalogna, trasformandolo in una preziosa moneta di scambio politico che salverà anche la vita di sua sorella Beatrice.
La reggenza si conclude felicemente all’inizio del 1286 quando, dopo la scomparsa di re Pietro, lo scettro di un’isola ormai pacificata passa al figlio minore Giacomo, incoronato a Palermo. Costanza si congeda così dalla storia lasciando la Sicilia al sicuro e consegnando il suo nome all’immortalità, celebrata persino da Dante Alighieri nel Purgatorio come “la buona Costanza”.
Non si spaventi il lettore se trova piccoli errori di datazione o scambi di persona tra i cronisti antichi, essendo del tutto legittimo e naturale confondersi su nomi e dati quando si trascrive una cronaca del 1300, a differenza degli storici, che spesso invertono i fatti, li modificano, li infarciscono e li presentano per realtà.

Anna Maria Esposito

DA BARCELLONA A MESSINA E DA MESSINA A BARCELLONA

Barcelona Cathedral Interior – Royal tombs in the Cathedral of Barcelona – da wikipedia

Questo volume si conclude restituendo Costanza di Hohenstaufen alla realtà storica grazie al rigore d’archivio che supera i miti popolari e consacra Messina come capitale della sua reggenza. L’opera delinea la figura di una sovrana autonoma e lungimirante nella diplomazia, offrendo un’armonica sintesi documentale che celebra la memoria del Mezzogiorno e la grandezza di una Regina capace di governare con fermezza d’acciaio e grazia innata.

indice

la bella di catania
Costanza di Svevia

ricapitolazione
la regina catalana di catania

premessa storica
GLI ERRORI DEI PAPI E DEGLI ANGIOINI
RIPORTANO SVEVI E CATALANI IN SICILIA

1. Re Carlo d’Angiò occupa l’Isola di Sicilia
2. Nicola III Orsini frena il Re e favorisce i nipoti
3. Papa Martino IV contro la ribellione pro Catalani
4. I Catalani liberano la Sicilia col sangue
5. Vespro, Pisani, astrologo Bonatto e assedio di Napoli
6. Martino teme l’invasione catalana: la scomunica
7. Onorio IV teme l’Imperatore che eleva i comuni toscani
8. Gli eredi dei due Re si contendono Pisa e Genova
9. Stop a guerra e strategia rapimenti: Costanza è vedova
10. Giacomo libera Carlo: il Papa lo fa sovrano di Sicilia

1.
principessa nel castello di catania

— L’eredità diretta degli Hohenstaufen
— Pietro III erede d’Aragona e Catalogna: il marito
— Manfredi fiuta l’affare delle nozze: il padre
— Il compromesso convince i catalani: le nozze
— Carlo d’Angiò scippa il Regno svevo: il nemico

2.
la regina consorte d’aragona

— Costanza e Piero sul trono d’Aragona: il Regno
— Ruggero Laùria e Corrado: i comandanti
— Giovanni di Procida rivolta l’Isola: la leggenda
3.
costanza rivuole i troni: il vespro

— La Sicilia grida all’indipendenza
— Pietro riconosciuto liberatore: la corona
— La Regina riceve aiuti da Bisanzio: il riscatto
— Il Re affila l’armata per la Sicilia: la vendetta
— Via i Francesi da Palermo e Messina: la rivolta
— Carlo d’Angiò pronto alla guerra: la reazione

4.
il ritorno a palermo e il trono di messina

— La capitale giura per Costanza: la fedeltà
— L’imbarco per Palermo e poi a Messina: il trionfo
— La Regina nello Stretto: la reggenza e il governo
— Napoli solleva i baroni delusi: la ritorsione
— Ischia diventa l’isola di Beatrice di Svevia

5.
costanza affida l’isola a federico iii

— Vedovanza tra due eredi e Trattato di Anagni
— I Siciliani coronano Federico III: l’ultima festa
— A Roma per amore di Re Giacomo: il perdono

note bibliografiche alla premessa
note bibliografiche al testo

Description

LA REGINA COSTANZA E RE PIETRO IL GRANDE D’ARAGONA

Costanza mostrò la sua abilità politica di sovrana e di cristiana, dopo aver sistemato anche le figlie: Isabella a Regina del Portogallo e Violante a sposa di Roberto d’Angiò.
La perdita del primogenito Re Alfonso Il Liberale e del secondogenito Pietro, Principe d’Aragona e di Sicilia, restò una piaga insabile, ma c’è da dire che anche gli altri tre maschi non fecero altro che le sue volontà, fino all’ultima trama di questo lungo film, riavvolto a Roma dai pontefici.
Qui, durante il pellegrinaggio, come la migliore suddita al mondo, guardata a vista da Giovanni da Procida, chiese e ottenne ogni giorno indulgenze, in attesa che il figlio Re d’Aragona venisse a trattare la pace con Re Carlo d’Angiò e con suo fratello Re di Sicilia. Poi se ne tornò felice in Catalogna, dove dispensò amore al popolo per l’anima del fu marito, e per la sua, facendo innalzare molti monasteri.
Così il cronista: — Feu molt de be per l’anima del senyor Rey en Pere, marit seu, e per la sua, e feu molts monestiri e molts d’altres bens.102
Quando raggiunse Barcellona, per lealtà e imparzialità con la prole, li donò alla casa dei frati minori dell’altro figlio, che era Re Namfos d’Aragona, sposo dell’Infanta, e lì restò, dove morì vestita con l’abito dei frati minori…
I Siciliani coronano Federico III: l’ultima festa
Giovanni da Procida, insieme ai baroni e ai sindaci delle città siciliane, convince l’infante Federico che la Sicilia non può essere alienata o restituita agli Angioini per via dei vincoli testamentari di suo padre Pietro III. Federico prende possesso delle fortezze dell’isola e convoca il parlamento generale a Palermo. Il popolo lo acclama re il 26 marzo 1295.
Fu messer Giovanni de Procida e «gli altri del suo consiglio, baroni e cavalieri e cittadini e uomini di ville di Sicilia», che appena seppero la novella, convinsero l’Infante Federico, che la Sicilia era vincolata a lui, secondo il testamento del signor re Pietro suo padre, come confermato da saggi e avvocati di corte, che non poteva alienare ciò che il fu Re suo padre gli avesse lasciato per vincolo.
«E sopra ciò, mandò per tutta Sicilia e in Calabria e gli altri luoghi dei regni, e amparassi de’castelli e ville e città e luoghi. E fu fratanto dato giorno che tutti cavalieri e sindachi di città e di ville fossero a giorno segnalato in Palermo, che lui si voleva coronare Re, e volea che tutti lo giurassero. E il giorno che gli fu donato vi furono tutti».
Federico d’Aragona, conosciuto anche come Federico III di Sicilia, o di Trinacria (Barcellona, 13 dicembre 1273 – Paternò, 25 giugno 1337), era stato reggente aragonese in Sicilia dal 1291 al 1295, in qualità di vicario del fretello maggiore.
Quando Giacomo I rinunciò ufficialmente, Fridericus rex divenne Re di Sicilia fino alla morte della madre, ma seppe farsi amare dai Siciliani ai quali bastava dire Fridiricu.
L’incoronazione segna l’inizio di una sorda e poi palese frattura tra re Federico e l’ammiraglio Ruggero di Lauria, fedele alla linea diplomatica di re Giacomo d’Aragona. Dopo accesi alterchi militari e insubordinazioni a Catanzaro, il re rifiuta pubblicamente il bacio della mano al Lauria, accusandolo di tramare con i nemici. L’ammiraglio viene arrestato nel palazzo reale, ma, rilasciato sotto cauzione di Vinciguerra Palizzi e Manfredi Chiaramonte, fugge nel suo castello di Aci, preparandosi alla guerra civile. Solo la mediazione della regina madre Costanza evita l’immediato disastro prima del suo viaggio a Roma.
I Siciliani gridarono a Re l’infante Don Federico il 26 marzo 1295 e lo incoronarono in Palermo, forse senza l’approvazione convinta di Costanza, perché di certo ebbe il parere sfavorevole del fratello di latte della madre, Ruggero, che da quel giorno diede principio ad un certo astio, il cronista le chiama «ire, sorde dapprima e dissimulate, aperte e palesi in appresso, e che ingigantirono per altrui invidia fino a trascinare quest’ultimo al passo che volgarmente si chiama il tradimento di messer Ruggero Loria».
Non era trascorso neppure un anno, infatti, che «divamparono gli sdegni sul 1296 in una scorreria su Catanzaro e Cotrone; poiché contrariamente a certi patti le bande dell’almirante penetrarono dentro a codesta città. Sdegnossene il Re Federico talmente che caricò in persona i disobbedienti e rimproveronne l’almirante: questi stizzito rispose non aver egli mai mancato alla parola data, sì con cristiani che con infedeli, ed enumeró, vantandoli, i servigi prestati».
Federico, non cauto parlatore come il padre, replicò che fosse stato ripagato in buona misura, al ché nacque il primo grave episodio di insubordinazione, tanto che «s’interpose Corrado Lancia, onde si rappattumarono suddito e sovrano entrambi superbi», dando vita a gravi divergenze politiche che portarono il comandante a stringere patti segreti con Carlo d’Angiò, il vero nemico. E quando sorsero seri «motivi di guerra fra Giacomo di Aragona e Federico di Sicilia, Loria dimostrossi fautore del primo e con franchezza soldatesca ne difese le pretese innanzi al parlamento di Messina»….

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