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LA REGINA COSTANZA E RE PIETRO IL GRANDE D’ARAGONA

Costanza mostrò la sua abilità politica di sovrana e di cristiana, dopo aver sistemato anche le figlie: Isabella a Regina del Portogallo e Violante a sposa di Roberto d’Angiò.
La perdita del primogenito Re Alfonso Il Liberale e del secondogenito Pietro, Principe d’Aragona e di Sicilia, restò una piaga insabile, ma c’è da dire che anche gli altri tre maschi non fecero altro che le sue volontà, fino all’ultima trama di questo lungo film, riavvolto a Roma dai pontefici.
Qui, durante il pellegrinaggio, come la migliore suddita al mondo, guardata a vista da Giovanni da Procida, chiese e ottenne ogni giorno indulgenze, in attesa che il figlio Re d’Aragona venisse a trattare la pace con Re Carlo d’Angiò e con suo fratello Re di Sicilia. Poi se ne tornò felice in Catalogna, dove dispensò amore al popolo per l’anima del fu marito, e per la sua, facendo innalzare molti monasteri.
Così il cronista: — Feu molt de be per l’anima del senyor Rey en Pere, marit seu, e per la sua, e feu molts monestiri e molts d’altres bens.102
Quando raggiunse Barcellona, per lealtà e imparzialità con la prole, li donò alla casa dei frati minori dell’altro figlio, che era Re Namfos d’Aragona, sposo dell’Infanta, e lì restò, dove morì vestita con l’abito dei frati minori…
I Siciliani coronano Federico III: l’ultima festa
Giovanni da Procida, insieme ai baroni e ai sindaci delle città siciliane, convince l’infante Federico che la Sicilia non può essere alienata o restituita agli Angioini per via dei vincoli testamentari di suo padre Pietro III. Federico prende possesso delle fortezze dell’isola e convoca il parlamento generale a Palermo. Il popolo lo acclama re il 26 marzo 1295.
Fu messer Giovanni de Procida e «gli altri del suo consiglio, baroni e cavalieri e cittadini e uomini di ville di Sicilia», che appena seppero la novella, convinsero l’Infante Federico, che la Sicilia era vincolata a lui, secondo il testamento del signor re Pietro suo padre, come confermato da saggi e avvocati di corte, che non poteva alienare ciò che il fu Re suo padre gli avesse lasciato per vincolo.
«E sopra ciò, mandò per tutta Sicilia e in Calabria e gli altri luoghi dei regni, e amparassi de’castelli e ville e città e luoghi. E fu fratanto dato giorno che tutti cavalieri e sindachi di città e di ville fossero a giorno segnalato in Palermo, che lui si voleva coronare Re, e volea che tutti lo giurassero. E il giorno che gli fu donato vi furono tutti».
Federico d’Aragona, conosciuto anche come Federico III di Sicilia, o di Trinacria (Barcellona, 13 dicembre 1273 – Paternò, 25 giugno 1337), era stato reggente aragonese in Sicilia dal 1291 al 1295, in qualità di vicario del fretello maggiore.
Quando Giacomo I rinunciò ufficialmente, Fridericus rex divenne Re di Sicilia fino alla morte della madre, ma seppe farsi amare dai Siciliani ai quali bastava dire Fridiricu.
L’incoronazione segna l’inizio di una sorda e poi palese frattura tra re Federico e l’ammiraglio Ruggero di Lauria, fedele alla linea diplomatica di re Giacomo d’Aragona. Dopo accesi alterchi militari e insubordinazioni a Catanzaro, il re rifiuta pubblicamente il bacio della mano al Lauria, accusandolo di tramare con i nemici. L’ammiraglio viene arrestato nel palazzo reale, ma, rilasciato sotto cauzione di Vinciguerra Palizzi e Manfredi Chiaramonte, fugge nel suo castello di Aci, preparandosi alla guerra civile. Solo la mediazione della regina madre Costanza evita l’immediato disastro prima del suo viaggio a Roma.
I Siciliani gridarono a Re l’infante Don Federico il 26 marzo 1295 e lo incoronarono in Palermo, forse senza l’approvazione convinta di Costanza, perché di certo ebbe il parere sfavorevole del fratello di latte della madre, Ruggero, che da quel giorno diede principio ad un certo astio, il cronista le chiama «ire, sorde dapprima e dissimulate, aperte e palesi in appresso, e che ingigantirono per altrui invidia fino a trascinare quest’ultimo al passo che volgarmente si chiama il tradimento di messer Ruggero Loria».
Non era trascorso neppure un anno, infatti, che «divamparono gli sdegni sul 1296 in una scorreria su Catanzaro e Cotrone; poiché contrariamente a certi patti le bande dell’almirante penetrarono dentro a codesta città. Sdegnossene il Re Federico talmente che caricò in persona i disobbedienti e rimproveronne l’almirante: questi stizzito rispose non aver egli mai mancato alla parola data, sì con cristiani che con infedeli, ed enumeró, vantandoli, i servigi prestati».
Federico, non cauto parlatore come il padre, replicò che fosse stato ripagato in buona misura, al ché nacque il primo grave episodio di insubordinazione, tanto che «s’interpose Corrado Lancia, onde si rappattumarono suddito e sovrano entrambi superbi», dando vita a gravi divergenze politiche che portarono il comandante a stringere patti segreti con Carlo d’Angiò, il vero nemico. E quando sorsero seri «motivi di guerra fra Giacomo di Aragona e Federico di Sicilia, Loria dimostrossi fautore del primo e con franchezza soldatesca ne difese le pretese innanzi al parlamento di Messina»….





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