Comune di Carovigno di Brindisi (Terra d’Otranto)

30,00


FORESTIERI E COME ESEMPIO I LUOGHI DI: Torre S. Sabina, S. Angelo, S. Caterina, S. Stefano, Chiesa Madre, S. Nicola

Non resta che osservare in che modo hanno cambiato la consistenza dei quartieri solo quanti dei 38 ferestieri residenti (laddove è indicata la casa di residenza) non abitano in casa di parenti acquisiti, in quanto gli ulteriori 100 forestieri bonatenenti risiedono nel comune di provenienza, con ulteriori forestieri aggiunti fra cui il Notaro Giuseppe Vito Franco Carella, il dottore fisico Filippo Lannicandro di Mola, il dottore Carmine di Leo proveniente da San Vito.
Questi i nomi dei forastieri abitanti laici: Angelantonio Lo Rizzo di Ostuni, Carlo Andriano di San Vito che abita alla strada del Pozzillo, Catalfo Gioja di Ceglie che abita in Casa della Barolal Corte, Carlo Maria d’Ippolito di Fra[cavi]lla che sta a casa della suocera Vittoria Leo, Carmelo Ferrara di Ostuni che abita in casa di Giuseppe Capriglia, Donatantonio Anglano di Ostuni, Domenico Pipino di Ceglie, Franco di Tommaso di San Vito, Filippo Faragone di Ostuni, Franco La Fornara di Martina sulla strada del Forno Vecchio, Giuseppe Giovanni di Moda di Francavilla che abita al vicinato di San Nicola, Giorgio Perrino di Fasano al vicinato del Castello Baronale, Giuseppe Carriere di Francavilla, Giuseppe di Milato di Francavilla, Giacinto Sorrentino di Cava, Giacomo Bruno di Francavilla del vicinato di Sant’Angelo, Giovanni Pasino di Ceglie al vicinato di San Martino, Ignazio Giannattasio di Napoli alla strada di San Martino, Luca Prudentino di Ostuni al vicinato dell’Ospedale, Leonardo Galasso di San Vito alla strada delli Pilella, Lonardo Verna di Ostuni alla strada del Paradiso, Nicola Minnelli di Francavilla, Nicola Piccolomini di Montecalvo al vicinato del Campo Sibilia, Nicola Castagnero di Savignano al vicinato di Campo Sibilia, Oronzio La Quintana di Ostuni al Campo di Sibilia, Orazio Saponaro di Ostuni alla strada del Soccorso, Oronzio Tingaro di Ostuni alla strada delle Case Nuove, Oronzio Stanca di Solito alla strada di Campo di Sibilia, Pietro Li Noci di Ostuni alla strada della Pizzica, Pasquale Castagnero di Brindisi, Pascale Barrella di Latiano al vicinato delle Case Nove, Paulo Pevrino di Fasano al vicinato del Castello, Pascale Aniello di Ostuni alla strada di Santo Stefano, Salvatore Ciano di Calviello alla strada del Soccorso, Santo di Latte di Novoli al vicinato del Castello, Salvatore di Latte di Novoli alla strada di Sant’Angelo, Vito Inzano di Squinzano al vicinato di San Martino, Vito Catanerò di San Vito al vicinato di San Nicola.
Risultano forastieri bonatenenti laici: l’Illustre Principe Don Giuseppe Marchese che possiede la Massaria oggi chiamata Poggioreale di tumola centossessanta di terre, serrate ed aperta.
Antonio Spagnolo, Antonio Spagnolo, Angelo Franco Pizzigallo, Ambrogio di Petto, Antonio Pippa, Antonio di Domenico commerciante a San Vito, Angelo Ruggiero, Anna d’Errico, Antonia Maria di Vito, Carmenia Memmola, Carmela Memmola, Caterina dell’Imbrici, Crescentia Sardelli, Donato di Tommaso, Domenico Sarracino, Donato di Luca, Domenico Oronzio, Domenico Carrone, Elisabetta Mingolla, Emanuele Catamarò, Francesco Pavolo Mingolla, Federico Chionna, Ferdinando d’Agnato, Francesco Maria Ruggiero, Francesco Filla, Francesco d’Errico, Francesco Pippa, Giovannantonio Preite, Giovanni Affarano, Giuseppe Ruggiero, Geronimo Sticchi, Notaro Giuseppe Vito Franco Carella, Giacomo Marrazzo, Giuseppe Cavallo, Gianbattista Ruggiero, Giovanni di Tommaso, Giuseppe Carmine Candanella, Giacomo Massaro, Giovanni Scarano, Giuseppe d’Orlando, Gloria Mingolla, Giuseppe Oronzio Memola, Giuseppe Vito Pila, Giuseppe Bianco, Gianbattista di Nisio proveniente da Netto di San Vito, Giuseppe Canta, Lorenzo Vita, Lucia Teresa Cappone, Leonardantonio Martino, Leonardo Giovanni Memola, Marcantonio Trezza, Marco d’Orlando, Marco Piccigallo, Michele Poci, Nunzia Sardelli, Nicola Cocchiara, Nicola Marazzo, Nicola Caggiulo, Orsola Maria di Luca, Onofria Sardelli, Pascale Scarano, Paulo Roma, Palma Valente, Pascale ed Antonia Caliolo, Pietro Epifani, Pietro Pecoraro, Pietro di Leo, Paulo di Leo, Pietro di Leo, Santo di Leo, Stefano Scarano, Stella galasso, Sabina Bottara, Scipione Coleccio, Salvatore Piccigallo, Stella Mingolla, Teodoro Francavilla, Tommaso Michele, Vitomodesto Cavaliero, Vitogiacomo Rutigliano, Vito Cavaliere, Vito Nicola Misa, Vito Greco, Vito Saracino, Vito Galasso, Vito Elefante, Vitopietro Ruggiero, Vito Mapullo, Vito di Luca, Vitodomenico Valente, Vitantonio Ruggiero, Vittoriamaria Marazzo e Donato Ruggiero d’Angelo, Vitantonio Ruggiero, Francesco Vazano di Ostuni, Santo Carluccio di Ostuni, Domenico Caliardo di Ceglie, Felice Minore di Ceglie, Giovanni Santabarbara di Brindisi, dottore fisico Filippo Lannicandro di Mola, Pietro di Lumma di Francavilla, Pietro Oronzo Filomena di Francavilla, Tommaso Sica di Francavilla.
Risultano possedere beni a Carovigno: gli eredi del fu Domenico Chionna di San Vito, Giovanni Chionna di San Vito, Don Carmine Natto di San Vito, Giovanni Sardelli di San Vito, Vincenzo Carella e Vito Ruggiero e Don Francesco Paulo de Leonardi proprietari in comune tutti di San Vito, Elisabetta Fredi di Santovito, Maddalena e Anna Carbone proprietarie in comune entrambe di San Vito, Angelo de Leonardi di San Vito, Caterina Freda di San Vito, Francesco Cavaliero di San Vito, Vito Gatto di San Vito, Vito Leo alias Annuviato di San Vito, Francesco Sardelli di San Vito, Don Giuseppe Gaetano Sardelli di San Vito, gli eredi di Giuseppe Santo di San Vito, il beneficio deli Giandoni, Don Ignazio Catamerò di San Vito, Francesco Carella di San Vito, Giovanni Chionna e il padre Don Giulio Chionna di San Vito, Antonio d’Adamo di Carovigno commerciante in San Vito, Mastro Giro di Leo di San Vito, Sebastiano Cavaliero di San Vito, gli eredi di Oronzio Barbaro di San Vito, gli eredi di Antonio Galasso di San Vito, il beneficio di San Giacomo di San Vito, Salvatore Gaeta di San Vito, Nicola Gaeta di San Vito, il dottor Don Carmine di Leo di San Vito, Lonardo Muscio di San Vito, Vito Catarriello di San Vito, il beneficio detto di Autigno, gli eredi di Carlo Cimino di San Vito, Giuseppe Giovanni de Leonardo di San Vito, Giovanni Santabarbara di Brindisi, Mario Petrelli di Ostuni, Giovanni Greco di Ostuni e altre sedi ecclesiastiche già nominate altrove.
In defintitiva i forestieri erano andati ad ingrandire il Campo di Sibilia, le vicinanze del Castello, il Soccorso, San Martino e San Nicola, senza mutare l’assetto urbanistico. l’assetto urbanistico di Carovigno è il seguente:
– 35 fra vicinato e lungo la strada del Carmine,
– 29 fra vicinato e strada di San Martino,
– 26 alla strada del Soccorso,
– 25 fra vicinato e lungo la strada di Sant’Angelo,
– 23 fra strada e vicinato delli Pilella,
– 22 fra strada, vicinato e Forno Vecchio,
– 21 davanti, dietro, nel vicinato e sulla strada della Chiesa Matrice,
– 20 fra lungo la strade e al vicinato della Pizzica,
– 19 proprio nel luogo, strada e vicinato del Campo di Sibilia,
– 16 fra vicinato e strada di San Nicola,
– 14 fra Casa baronale, piazza e vicinato della pubblica Piazza,
– 12 al vicinato e strada del Castello Baronale,
– 11 fra strada, vicinato e una proprio in Santa Caterina,
– 11 al vicinato della Case nuove,
– 9 fra forno, strada e vicinato del Forno (delli Brandi?),
– 8 alla strada del Pozzillo o Puzzillo,
– 7 fra vicinato e strada del Casolaro,
– 7 alla strada della Chianca,
– 7 fra strada e vicinato dei Molini,
– 7 fra trappeti, strada e vicintao delli Trappeti,
– 6 alla strada dei Chiazzarelli o Piazzarelli,
– 6 fra vicinato e strada dell’Ospedale,
– 5 alla strada di Santo Stefano,
– 4 fra strada e vicinato del Trappitello,
– 3 alla strada di Rotondo,
– 3 alla strada dei Ferri o della Fierra,
– 1 vicinato dell’Arcolello,
– 1 sulla strada di Erriquez,
– 1 al vicinato della Mara Universale…………

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Description

Le 286 famiglie della Carovigno del 1600, pari a circa 2000 abitanti

È un libro sui quartieri, le strade, le chiese, i feudatari di Carovigno, ma soprattutto gli abitanti, i nomi, le vedove, le vergini, i preti. La famiglie sono rappresentate anzitutto dal “notaro Franco Caliolo e dalle nutrite schiere dei Carlucci, Brando, d’Adamo, Epifani, l’Anzilotto e l’Angiletto, Memmola, né sfugge l’ultimo discendente della famiglia Panzuti che si fece chierico”. Eccole in ordine alfabetico di cognome: Affarano Giuseppe, Barnabà Domenico, Barretta Franco, Brando Antonio, Giacomo, Oronzio, Pietro, Calabretti Pietro, Caliolo Franco (notaro), Antonio di Ercole, Donato, Capisani Domenico, Carlucci Antonello, Domenico, Franco, Oronzio di Oreste, Pietro, Capriglia Geronimo, Casoria Lonardo, d’Adamo Giovanni, Matteo, Vitantonio, de Matteis Giuseppe, di Fratte Domenicandrea, di Luca Domenico, Epifani Donatantonio di Tommaso, Domenico, Franco, Erriquez Giuseppe Vito…. Decine e decine di famiglie riunite intorno all’antico castello. Un viaggo unico, affascinante.

Capire la storia di un pezzo del proprio passato è comprendere il presente ed il futuro. Non solo. E’ soprattutto comprendere l’uomo e le passioni che lo spingono ad agire, a sacrificarsi, a penare, a morire. Un modo per dire che i nostri avi c’erano, hanno assistito e a volte contribuito anche direttamente a distinguersi nel disordine messo in atto e perseguito dall’ingordigia di baroni, nobili ed ecclesiastici. Carovigno c’era ed ha fatto sentire la sua voce nella storia del Regno di Napoli.
Nell’esaminare alcuni atti notarili provenienti dagli Archivi di Stato di Napoli e di Brindisi, prima e dopo la composizione sociale del “Catasto Onciario” borbonico e di quello Provvisorio istituito all’arrivo dei Francesi dopo il 1806, il gruppo di studio ha ‘raccontato’, ma in reatà ha dato il via ad una vera e propria ricostruzione del borgo, con la gente, le sue storie che coinvolsero l’allora Terra d’Otranto.
Agli episodi già conosciuti si sono aggiunti documenti inediti, frutto di una lettura attenta e scrupolosa, anticipata da fatti riguardanti in maniera diretta la tassazione e le dichiarazioni dei redditi degli abitanti di Carovigno, fornendo un quadro esaustivo del censimento e della qualità della vita di ricchi e poveri.
La ricerca, continuata sui notai (che annotavano matrimoni, testamenti, vendite e permute degli stessi abitanti) viene abilmente comparata coi sunti dell’Onciario, arricchiti da qualche interessante ‘caso’. Intuizioni preziose che fanno da corona ai tantissimi nomi e cognomi dei Carovignesi nell’arco di tre secoli, utilissimi a chi vuole stilare l’albero genealogico della propria famiglia.
Nuove ed utili notizie che portano ad uno studio sempre più approndito degli avi di questa Terra che merita rispetto per le innumerevoli vicissitudini di cui, anno dopo anno, diveniamo sempre più padroni.
Un ringraziamento particolare va al compianto Michele Cretì, riscopritore delle tradizioni popolari e fondatore nel 1966 del Gruppo Sbandieratori e Battitori ‘Nzegna, orgogliosissimo di sventolare quella bandiera che considerava la più antica d’Italia in quanto al battimento della ‘Zegna.
Fu Don Michele, oltre dieci anni fa, presentatomi da alcuni amici, a spingermi a glorificare Carovigno anche dal punto di vista storico.

In questi anni la popolazione era nuovamente in crescita dopo la flessione avuta fra il 1545 e il 1561, quando le famiglie erano scese di numero, da 241 a 200, atteso che nel 1595 il feudo di Carovigno sarà tassato per 286 fuochi, come elenca il Giustiniani, pari a poco meno di duemila abitanti.
In genere il territorio di un feudo del 1500 era nelle mani di un solo signore, anche se l’estensione terriera è affidata ai contadini per la coltivazione a vita. Pochi i rimanenti beni, detenuti dagli ecclesiastici, e pochissime le libere proprietà, sebbene permisero il nascere del ceto civile che interessò tutto il Regno di Napoli a partire dal 1600.
Il proprietario del feudo teneva la Terra tutta per sé, eredi e successori. I contadini erano legati da un contratto vero e proprio, la fede, un atto di giuramento sui territori feudali affidatigli in emphitheusim dal signore possessore del feudo…..

Dettagli

EAN

9788898817849

ISBN

8898817843

Pagine

144

Autore

Bascetta

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Editorial Review

 

IL LIBRO

 

 

 

CAPITOLO PRIMO
L’Università comunale e la Corte baronale
La Magna Carta feudale del 1598 di Sabato Cuttrera

- Le cause che si tenevano presso la Regia Udienza e il notaio di zona
- Le 286 famiglie della Carovigno del 1600, pari a circa 2000 abitanti
- Elementi sulla Corte baronale locale e lo stato dei Loffredo
- La capitolazione: statuto feudale del 1500 rinvenuto dall’Andriani
- Magna Carta feudale: la corte affidata dal barone ad un capitano
- Il Governatore del feudatario per le cause e l’agente delle tasse
- La riscossione affidata all’erario: l’esattore con gli armiggeri
- Se il feudo è senza eredi torna al Re: la Camera riservata ai magnifici omnibus
- Pirro vende Torre S.Sabina: Carovigno ad Ayroldi per 10 anni
- La banda dei 12 del brigante Cataldello e di Nunzio di Ceglie

CAPITOLO SECONDO
Provincia di Terra d’Otranto
Terra di Carovigno nell’Onciario del 1741 di Anna Lisa Barbato

- Carovigno sequestrata a Pirro per debiti e ceduta ai Caputo
- Il feudo nelle mani di Giulio di Sangro e poi dei Serra di Genova
- Con Ostuni e S.Vito sotto il Castello di Serranova a Palombara
- Nascita e morte del Principato nel Castello col ponte levatoio
- Carovigno e Serra comprati dal Vescovo per la Marchesa prestanome
- Carovigno agli eredi del Vescovo, Serranova ai marchesini
- Sotto i Castaldi arrivano le reliquie dei SS.Filippo e Giacomo
- Il naufragio alla Specchiolla della ‘Vergine di Loreto’ e i corsari
- Feudi in affitto al Principe di San Vito che invade i confini
- Le controversie e i beni sequestrati dalla Regia Corte
- Le principali famiglie carovignesi ai primi del 1700

CAPITOLO TERZO
Gli ultimi nobili della famiglia Imperiali
La Terra di Carovigno nell’Onciario del 1741 di Arturo Bascetta

- Carovigno e Serranova venduti ai nobili Imperiali
- Il Catasto Antico con il sistema a gabella sul macinato
- Abbandonata Lama vecchia: i pastori di S.Vito nel feudo Palombaro
- La tassa focatica del 1737 su 297 famiglie e i forestieri padroni
- I beni della Chiesa, Monti frumentari, cappelle e conventi
- I beni del Marchese e le misere condizioni dell’Università comunale
- Gli Onciari all’epoca di Re Carlo III di Borbone: Carovigno nel 1741
- Primi benestanti e le monache con Lamia del forno vecchio
- Gli abitanti del Borgo: fra le Strade e i Vicinati delle chiese
- Il terzo ceto, quello dei poveri braccianti: i “bracciali”
- “Giornalieri” e “Miserabili”: la categoria più in basso
- Il Borgo del Soccorso, la Chiesa Madre e gli altri luoghi abitati
- Ma è quello del Carmine il quartiere più popoloso
- I nomi di forestieri, laici ed ecclesiastici che divennero cittadini

CAPITOLO QUARTO
Le controversie feudali fra la fine del ‘700 e l’800
La furia degli elementi naturali di Sabato Cuttrera

- Michele Imperiali junior se ne va a Francavilla: l’erario Andriani
- Il feudo di Carovigno acquistato dal Principe di Frasso
- La perimetrazione del 1818, le questioni demaniali del 1838
- Maremoti, trombe d’aria e l’addio al Bosco di Colacurto
- Dentice restaura il Belvedere e litiga con Cavallo
- L’Ammiraglio Alfredo: Governatore di Trieste e ultimo Signore

 

 

 

 

 

Un po' di storia su CAROVIGNO, prima del Catasto

di Arturo Bascetta

 

Fra 1595 e 1596 il signore affittuario di Carovigno, Aloysio Capece, Marchese della Padula, litigò con Pirro Loffredo e lo denunciò per debiti pregressi facendogli espropriare il feudo della Regia Corte.
Nel 1597, infatti, fu Agostino Caputo, a comprare la Terra di Carovigno posta all’incanto, al prezzo di 75.500 ducati, mandando un procuratore in loco per avere il giuramento dei vassalli con il rito dell’omaggio feudale.
Cosa che avvenne il 10 agosto 1597, su disposizione regia, nella Chiesa Matrice dei SS.Filippo e Giacomo, fra il Commissario del re per il Ligio Omaggio, Pietro Antonio Albertini, e il procuratore del nuovo proprietario Agostino Caputo, cioè Pietro Caputo di Napoli, ambedue riconosciuti dal sindaco Cristoforo Carlucci e dagli eletti che giurarono sul Vangelo di essere fedeli alla Corona e al nuovo signore.
Agostino Caputo, sposato con la nobile sorrentina Isabella Anfora, fu anche insignito del simbolo della calza dalla Repubblica di Venezia (1599), avendo rifatto a sue spese la galeazza naufragata sulla marina di Carovigno, durante il ritorno dall’isola di Candia con il provveditore generale di quell’isola, Niccolò Donati, ed altri notabili, da lui “aiutati, sostenuti e honorevolmente raccolti” (De Lellis, Famiglie).
E per tale motivo fu direttamente la Regia Corte ad avere il privilegio, e non l’Università, sui beni accatastati da Caputo che si mostrò un signore liberale, rinnovando gli statuti feudali redatti ai tempi dei suoi predecessori.
Morto il 9 aprile del 1617 Agostino, dopo un paio d’anni nelle mani del figlio Giovanni Caputi, il feudo di Carovigno fu venduto nel 1619 a Giulio di Sangro, cum castro, fortellitio, hominubus, vassallis et integro stato, per la somma di 78.330 ducati, su cui fu pagata regolarmente l’adoha fino al 1625. In tale data il feudo fu alienato in favore del capitano marittimo Ottavio Serra (1627), uno dei capostipiti genovesi giunti nel Sud per speculare sul commercio di grano ed olio che qui veniva prodotto a prezzi vantaggiosi, dopo che Re Filippo II aveva offerto ai genovesi in esclusiva il traffico commerciale nei suoi stati.

Prima della vendita di Carovigno a Giulio di Sangro nel 1619 e poi ad Ottavio Serra nel 1627, anche il Castello di Ostuni (se non si tratta del Castello poi detto di Serranova) fu venduto ad Ottavio Serra in quanto, nel 1622, ne fu ultimo proprietario l’Ayroldi, il quale, in quell’anno, vi possedeva beni amministrati dalla sua corte baronale.
Nel 1622 fu redatto l’inventario di un non meglio precisato castello (da alcuni confuso con Carovigno) ancora in mano ai di Sangro, ma distinguibile perché abitato da Giovanni Geronimo Spinola, dove furono trovate le lettere indirizzate a Giovanni Caputi, soggetto alla Corte baronale di Ayroldi, perchè in quella cantina erano le sue botti, come attesta l’inventario, precisando che nella chiesa di quel castello con il ponte elevatoio si venerava la Madonna del Pianto.
Da qui la conclusione che non si tratti del Castello di Carovigno, ma di Ostuni, in quanto difficilmente a Serra esisteva già un castello, anche perchè è stato scritto che Ottavio Serra prese la via di San Vito, seppure fondando un Castello nello spopolato feudo di Palombara (Colombara), sul confine di San Vito, poi detto Castello di Serra.
In questo castello, che non pare affatto essere quello di Carovigno, ma quello di Ostuni, è detto che vi erano: il Camerone dove stava il signor Giovanni Geronimo Spinola, con il cascione che conteneva musali, asciucamani, tovaglie, sportiero, una cascietta di cose di zucchero, officiuolo, 2 para di lenzuoli con li pizzilli, buffette, sopratavola, lo letto, una trabacca turchina idorata, materazzi, capezzali, coscinera, culera, spolviero, seggie di velluto, quadri; in un’altra camera del detto appartamento erano materazzi, manta di lana di Spagna e un’altra di San Pietro, cascia, bauletto di cerame; un’altra camera con materazzi, coverta di Spagna, trepedi, mattra nova, coverta di dobleco bianco, puomo di sproviero, lanzuoli; al camarino con staffe, resine di acrta bianca, quadri, sacco d’amendole, candilieri d’ottone, canciupore di rame, stipo, canna di scoppetta, quadri; alla sala v’era la boffetta con li foderi, libarde, stendardo, tredici quadri dell’imperatori; la cappella quadri e chianeta; la camera della stufa con matarazzi, coperti, lettère, cascia d’apito piena di lettere di Gio: Caputi, pedari di creta; un altro camerone con trabacca, capezzali, sproviere, buffette, cascione, coscinere, cultre di seta, scoppette, fiaschi; nell’altro camerone, trabacca, manta la quale la tiene l’arciprete; la camera penta con trabacca, coverta di lana di Spagna et una di S.Pietro, segreta, sproviero di lana gialla; l’altro camerone con tutta la lana fatta in quest’anno; la cucina con due caldare, portagini, palette, brascera, cucchiare di ferro, graticola, trepiedi, imbuto, conca grande di rame, gratta caso, spiedi, scaldetto, poldonetti, tielle colli suoi coverti, casce d’apeto, tavole d’apeto, pignate, altri utensili, scanne, mortare di pietra; la cantina con undici botti di vino di diverse sorti, una botte d’aceto, quattro botti vacui et uno canarello, una botte d’acquata; nella cantina d’Ayroldi ci sono della Corte botti piene in numero di sei.
Perciò è lecito pensare che la citazione sulla cappella del castello, sempre dell’inventario dell’11 dicembre 1622, non è riferita al Castello di Carovigno, ma a quello di Ostuni, quando è stato scritto che la cappella conteneva il quadro della Madonna del Pianto, tredici quadri degli Apostoli, candelieri, croce, pianeta e tovaglie.
Ottavio Serra, del resto, che proveniva da una famosa famiglia di ammiragli, non aveva acquistato solo Carovigno, ma anche San Vito e San Giacomo dalle mani di Giovanni Antonio Albrizzi, stipulando nuove Capitolazioni, con le quali obbligò l’Università di Carovigno a defenzare con muri a crudo oliveti e vigneti, fino ad un miglio e mezzo dall’abitato, guardati a vista dal suo procuratore Sigismondo Palagano e dal vicebarone Benedetto Fornelli. Si intuisce che egli non è presente, avendo preso con più facilità già la via di San Vito, dove abitò, insieme alla moglie Antonia Cattaneo, in quell’ampliato castello, facendo costruire a Carovigno solo il convento. Questo monastero fu sotto il patronato dei padri Carmelitani del Carmine Maggiore, come dimostra lo stemma incastonato al centro del coro nella chiesa del Carmine, dove fu murata anche un’altra lapide. Di quel marmo, forse rinvenuto altrove e ivi trasportato (come usanza comune), non restava che un frammento su cui leggersi le parole: publici [consac]ravit raymundus che alcuni, come l’Andriani, retrodatano al tempo di Raimondo del Balzo Principe di Taranto.
Ottavio non mancò di litigare (1630) con il vescovo di Ostuni, monsignor Melingi (1606-1639), e con il suo vicario, per avergli impedito, con monitorii e censure, l’esazione delle decime de tutti li frutti et vittovaglie da cui in passato era stato esente il clero. Ebbe quindi ragione a produrre ricorso al Collaterale Consiglio, che invitò il vescovo ad adire il Tribunale solo per i diritti agli ecclesiastici e di non impedire i diritti sui laici. La Chiesa ebbe la peggio pure sull’altra protesta delle vicine monache Caterina e Giuditta Recchia, costrette a pagare la decima perché non ritenute di clausura (1632).

Nei primi decenni del 1600 Carovigno conobbe un momento diverso della sua storia. Sposando Donna Antonia Cattaneo, Ottavio Serra, aveva infatti portato il feudo in eredità al figlio Giovanni Battista che ottenne il titolo di Principe di Carovigno il 27 ottobre 1625. Un privilegio in uso per quegli anni, ma solo per feudi che in passato avevano avuto una certa importanza religiosa, forse diaconale, se non già posseduto il titolo di antico Principato.
Al Principe Giovanni Battista Serra tale privilegio fu anche rinnovato nel 1645 e, con un titolo di tal genere, provvide a fortificare il castello circondandolo di alte mura entro cui era possibile accedere solo attraverso la porta della Terra che veniva aperta tramite ponte levatoio (1643).
Il Castello divenne insomma il fulcro principale entro cui conservare anche i beni comuni, visto che la cantina conteneva addirittura 26 botti di vino.
Anche la cultura ebbe uno slancio ad opera di padre Clemente Brancasi da Carovigno, citato dal d’Afflitto, appartenuto all’ordine dei Riformati per il Ladvocat. La fama di Brancasi, dovuta al suo essere autore religioso, a dire del Toppi, giunse fino a Napoli, dove forse si trasferì pubblicando opere conosciute dal mondo cristiano dell’epoca, come il De Deo Trino et Uno, De Angelis, Vita et acta Urbani VIII, Commentaria litteralia, et Moralia in evangelium S.Matthei, Annales Cappuccinorum ab anno 1612. Et vita et actiones F.Egronimi de Narvio Generalis Cappuccinorum (Andriani).
Ma quello di Principe di Carovigno restò un titolo personale in quanto appartenne solo a Giobattista e scomparve alla sua morte (1640), quando la famiglia si estinse con Maria, andata in sposa a Messia de Prado.

Il feudo di Carovigno e il Casale di Serranova furono infatti rivenduti come tali (1646), vassalli compresi, per 71.430 ducati al vescovo Prospeto Costaguti a patto che vi nominasse un fiduciario in loco. Anche perchè, essendo prelato e riconoscendo come signore solo Dio, il giuramento non potè che farlo fare ad un’interposta persona, scelta nella figura di Donna Geronima De Ruggero (1650).
Bastò poi il solito giochino per riaffittarlo al prelato, come attesta il notaio Marco Antonio Spennato di Ostuni, precisando che la Marchesa De Ruggiero voleva solo il nome, spettando le rendite al vescovo e ai suoi eredi e successori. La Marchesa dell’Oliveto, utile signora della Terra di Carovigno, effettuò sul Vangelo il classico giuramento del ligio omaggio tenutosi con una breve cerimonia nella Chiesa Matrice (1652), che coinvolse il sindaco Don Donato Antonio Pifano.
Fu al vescovo Costaguti, quindi, come testimonia anche lo stemma murato sulla veranda arcata del castello, che continuarono ad appartenere i feudi di Carovigno e Serranova, sotto il quale l’Università ebbe un rapporto più tranquillo, benchè risultasse agente della Marchesa.
Una brillante operazione quella del prelato che si ritrovò nel possesso di tutti i beni (1656) facendoseli donare dai diversi affittuari. Cioè la Marchesa cedeva i fondi ai privati e i privati li donavano alla chiesa. Un’operazione mirata che portò all’impoverimento concreto delle rendite dei feudi di Carovigno e Serranova, forse colpiti dalla peste, in quanto nel 1648 si arrestò anche la crescita della popolazione stabile rimasta fra i 286 fuochi del 1595 e i 290 fuochi del 1669 contati dal Giustiniani, attestandosi cioè intorno ai duemila abitanti.
Il vescovo, dal canto suo, approfittò della situazione e fece man bassa di tutto, divenendo proprietario anche delle vigne alla contrada S.Giovanni “comprate” da Carlo Magno, del fondo Casavito (1657), del fondo La Grotta ottenuto da Marcello Pilella (1656), del Bosco, della Masseria di Morgicchio, delle terre di Scappavigna di Scipione Mezzacapo, del fondo di Sangiovanni con grotta e profico di Giovanni Brancasi, della Coltura di Domenico Pilella di Brindisi appartenuto a Matteo Caliolo, della Masseria Colacurto di Sigismondo Palagano di Trani (1656), delle terre di Specchia Torregna e di quelle di Curti di Colazito di Giuseppe De Ruggero (1657), della Masseria Delle Grotte di Domenico Pilella (1656), delle terre di Lamasulica cedute da Giovanni Brancasi e Vittoria Epifani (1657), e di quelle di Lama delle Grottelle per mano di Angelo Pagliara (1657).
Dopo aver impoverito il comune, rimasto senza tasse feudali perché tutti i fondi furono assorbiti dalla Chiesa, il vescovo cedette il titolo feudale, per atto del notaio Scatigna, a Don Bartolomeo Lopez di burgo hispanus nel 1658. Fu lo stesso vescovo, inoltre, ad affittare a Scipione Mezzacapo di Brindisi la masseria di Serranova per 2.000 ducati annui fino al 1659, nominandolo, con atto sottoscritto in Alberano, vicebarone con poteri sui vassalli di Serranova, a patto che mantenesse a spese sue anche il prete che celebrava messa nella cappella del castello. Tutte cessioni improvvise che, finalmente, insospettirono l’avvocato Perrone, secondo il quale gli acquisti celavano mistero e simulazione.

 

Quando l’arcivescovo passò a miglior vita, a Bartolomeo Lopez non restò che inventariare i beni su richiesta degli eredi che avevano nominato a procuratore il cardinale Vincenzo Costaguto. Lo stesso cardinale si ritrovò insomma proprietario delle terre, insieme al fratello del vescovo dipartito, Giovan Battista Costaguti (al quale cedette la sua porzione di feudo9 e al marchese Aloisio (1659).
Giovanni Battista Costaguti vendette il feudo a Benedetto Castaldo, chierico della camera apostolica, per 62.000 scudi romani (anch’egli utilizzò come prestanome la baronessa De Ruggero), il quale, il 7 giugno 1660, felicis beata memoriae Petri Ioannis patritius Ienuensis et Romanus, nominando procuratore Lorenzo Rocca, Perusino (1661), ottenendo nel 1662 il titolo di Marchese di Serranova.
Benedetto Castaldo prese possesso di Carovigno il10 maggio 1661, feudo ereditato da Don Geronimo Castaldo, chierico della Regia Camera Apostolica e da questi venduto a Giuseppe Granasei di Brindisi.

Nel 1669, ai tempi di un erede dei Castaldi, tal Giuseppe, titolare di Carovigno, un suo parente cardinale gli avrebbe donato la reliquia dei Santi Filippo e Giacomo che divennero così protettori del comune.
Intanto, rimasta vedova del regio consigliere M.Antonio Cioffi, Donna Geronima De Ruggero si era risposata con Scipione Granasei, col quale ebbe per figli Giuseppe, Cesare e Geronimo che comprarono dalla madre i feudi di Carovigno e Serranova nel 1665, precisando nell’atto che l’acquisto era fatto sempre a “favore” di Don Benedetto Castaldo.
Feudi che nella realtà furono tenuti dal solo primogenito Giuseppe Granasei, a cui successe Scipione Granasei, marchese di Serranova, quando venne il tempo di litigare, a ragione avuta dalla Reale Camera (1667), con il vescovo di Ostuni Carlo Personè (1659-1678) che pretendeva il possesso dello jus della fida e diffida sopra tutti gli animali etiam si fussero di persone ecclesiastiche sui fondi della foresta, quando si vide sequestrare le pecore del prete Francesco Carrone di San Vito che negava al nuovo barone il riconoscimento dei suoi diritti.
E così, mentre il popolo festeggiava le reliquie dei SS.Filippo e Giacomo, il vicario generale di Ostuni faceva visita alla cappella seu oratorio positum intus castrum baronale che sull’altare aveva una un’immagine della Madonna de Finibus Terrae collocata fra i santi Pietro e Paolo (1673).
Fu tempo per Sciopine Granasei di sposare Donna Antonia Frisari dei Duchi di Scorrano e poi morì, il 5 febbraio 1679, dopo essere stato insignito del titolo di Marchese di Serranova (1678).
Gli successe il figlio minorenne Nicola, in quanto soggetto alla madre, nominata balia e tutrice, il quale si distinse poi per aver obbligato i carovignesi a spremere le olive nei suoi trappeti in modo da esiggerne i diritti, ma accontentandosi di chiedere al vescovo di Ostuni solo il pagamento annuale sull’erbaggio (1709).

Brutte notizie si affacciarono all’orizzonte quando toccò all’arciprete di Carovigno, Don Matteo Caliolo, registrare nel libro dei morti (1683), le vittime del naufragio avvenuto sulla marina della Specchiolla dove la “Vergine di Loreto”, durante un nubifragio, fu scaraventata sugli scogli procurando la morte di Marco de Zagozogna ed Erado Bardasece di Patrovicco (Ve) e Nicola Coavicchi di Budua. Si salvarono il Duca Brandovicco di Patrovicco e il comandante Stefano da Vicenza di Cattaro che fecero seppellire i corpi dei tre marinai nel sottocorpo della Chiesa Matrice.
Altro episodio, ricordato su una lapide che era nella stessa chiesa, avvenne nel luglio del 1687 quando 250 corsari di Dulcigno, poco prima dell’alba, sbarcarono su tre golette, sempre alla Specchiolla, per poi dirigersi verso Carovigno. Entrati in paese uccisero il capitano della guardia cittadina, non mancando di invadere anche San Vito, dove ferirono a morte quattro uomini e fecero prigionieri dodici, fra cui sette fanciulli, condotti in schiavitù.
Da qui la difesa dei Sanvitesi che ne uccisero poi una quarantina durante il loro ritorno via mare, come avrebbe raccontato chi riuscì a liberarsi dalla schiavitù e a tornare a San Vito.
Lo si leggeva infatti in una scritta sull’architrave della porta della Chiesa Matrice, cancellatasi quando si dette all’edificio altra forma, sulla quale era chiaro il riferimento. In quella battaglia perse la vita anche il Duce a Dulcigno, come ricordavano gli anziani, proseguendo la guerriglia negli anni, fino alla resa di Algieri, quando sbarcarono sul litorale e ritornarono a casa intere famiglie tenute prigioniere.
Il riferimento dovrebbe essere al precedente naufragio, quello del 1683, riportato nei registri parrocchiali: Anno 1683 die 11 mensis febrarii. In littore maris, et praecise in loco dicto Specchiolla reperta fuerunt tria corpora defunctorum Christianorum, quae navigabant cum Domino Duce Brandovicco de Pastrovicco, ligno quod protectum erat, ut consocii eorum mihi dixerunt, a B. Virgine Lauretana, quorum unus dixerant nominari Mascus de Zagozagna de Pastrovicco Civitate Veneta, alter Eradus Barbasece de eadem ctvitate, et alter Nicolaus Coavicchi de civitate Budua. Et quia naufragaverunt, de licentia mei Illiustrissimi Superioris ei sepulturam dedi pleno Capitulo, omnibus campanis, cereis accensis sine fine in Ecclesia Maiori. Toto confirmato a supradicto Duce Brandovicco et a Stefano da Vicenza de Cattaro eorum consocio. Praesentibus D. Matteo Caliolo, Domino Leonardo Leo, et aliis de Carovineo (Andriani, Carbina).
Ai Granasei, discendenti della Marchesa, si ribellarono i carovignesi il 3 settembre 1703, quando fu eletto sindaco Francesco Antonio Sacco, adducendo che fosse un suo uomo. La cosa dovette ripetersi il 26 settembre del 1717, quando scoppiò una vera rivolta durante la seduta del Reggimento dell’Università, il Consiglio Regio, quando la gente gridava che voleva un sindaco non soggetto al barone, come registra il notaio Caballo per volere dello stesso erario di Granasei, Salvatore Zagari. Il popolo si rifiutò di vedere eletto Leonardo Grottola, costretto a darsela a gambe nella chiesa del Carmine, accusato di usurpazione di giurisdizione regia e baronale.
Molte persone dovettero anche finire in carcere, quello sito fuori la porta della terra, quando la settimana successiva, il 5 ottobre del 1717, furono prese precise precauzioni dall’Università, allora retta dai magnifici Francesco e Leonardo Spagnolo, Donato Santro ed altri.

A far data dal 20 agosto del 1711, per atto del notaio Ernandez, Nicolò Granasei, avendo contratto molti debiti, fu costretto ad affittare i feudi di Carovigno e Serranova, unitamente alla riscossione delle tasse, a Don Giacomo Belprado Marchese e ad Eleonora Caracciolo, Principi di San Vito. L’affitto costò 6.600 ducati da versarsi ogni due anni, fino al 1715, con l’acquisizione della giurisdizione civile, criminale e mista sulle cause, e i diritti secolari, dalla cazzatura alle decime sull’orzo, compresi lo jus proibendi sui trappeti, lo jus della pena del sangue, le decime del feudo del Colombo, il diritto per l’estrazione e la lavorazione dei tufi e della pietra gentile, ed altro ancora. I Principi di San Vito nominarono il notaio Donato Antonio Calabretti, abitante col figlio Domenico lungo strada del Forno vecchio, a proprio governatore della Terra di Carovigno.
Quello della pietra gentile, cioè il marmo, era una prerogativa solo di Carovigno in quanto si cavava solo nel suo territorio, una certa pietra bianca simile alla Leccese, ma molto più dura, della quale se ne servono nella provincia per colonne, statue, sepolcri, ed altri diversi e nobili lavori, che fanno apparenza di finissimo marmo (Marciano, cit).
Ma la ruota della fortuna non pare girasse affatto dalla parte del Marchese Don Nicola Granasei che scampò di morire anche a causa di un fulmine, insieme a 30 presenti e al reverendo Scipione Aregliano, come ricorda una lapide posta nella cappella del castello, intitolata al SS.Rosario, il 26 agosto del 1717, quando fu fatto voto a S.Oronzo.
Un altro fulmine o il terremoto dovette ripetersi il 19 aprile 1724, quando si screpolarono le pareti e sussultarono pavimento e porta, come ricorda la seconda lapide apposta al castello.
Negli anni a venire, non poterono che seguire litigi; sono noti quelli con Belprato, una volta scaduto l’affitto sui confini con San Vito, per il pagamento della fida nella foresta di Carovigno. Qui i sanvitesi non rispettavano il tempo di pascolo, arrivando a mazziare, minacciare e maltrattare i carovignesi. Da qui la supplica dell’Università comunale al vicerè, nel 1718, mentre il marchese Granasei sequestrava le greggi in Serranova, fino al chiarimento definitivo dei confini, avvenuto il 17 gennaio 1725, benchè i danni continuarono quando il Principe di San Vito fece uccidere dai cani i 16 cinghiali che erano nel feudo di Serranova.
Secondo Brandi Lotti non mancarono vessazioni del barone Granasei a danno delle fanciulle di nobili famiglie paesane.
E’ tramandato il caso di Pizzica, la quale, venendo infastidita, fu prontamente difesa dai fratelli che picchiarono e legarono in un sacco il barone. Fu liberato solo il mattino seguente, all’arrivo dei suoi giannizzeri, quando rinvennero lo strano pacco davanti al cancello. Per evitare la vendetta, alla ricca famiglia locale, non restò che scappare a Brindisi, mentre il barone decise di sfogarsi recidendo tutti gli alberi che possedevano.
Fu poi la volta di Beatrice Granasei, detta Cicericiotta, la quale teneva continua prattica scandalosa con molte persone, perfino con un religioso di un convento di Ostuni, e con il governatore della Terra Don Giuseppe Chiesa. Era considerata di facili costumi perché li allietava con i suoi canti, spesso nella casa fittata al Trappitello, dove l’accudivano due serve, fra cui Pinnetta. Da qui lo sfratto (1744), notificatole dal futuro governatore della Terra, Don Nicolò Palma.
In questi anni si assiste ad un certo rinnovamento del paese, con il restauro della chiesa di San Michele Arcangelo ad opera della Congregazione dell’Immacolata (1722).
Le Congreghe divennero un fatto di prestigio e di onnipotenza, mettendosi anche in competizione fra loro, specie quando nacque la Confraternita della Vergine Immacolata (1722) ad opera di padre Bruno Gesuita, con tanto di regole scritte e stampate in Napoli nel 1732, che faceva vestire i confratelli senza sacco e senza mozzetta. Vennero comunque riconosciuti, con il regio assenso, molti anni dopo, nel 1779, quando ebbero il permesso di portare in processione la statua dell’Immacolata in una festa da tenersi alle ore 21 dell’8 dicembre di ogni anno.
Una fonte importante è quella dei registri parrocchiali in cui, a far data dal 1710, si possono trovare diverse spigolature e particolarità, come quella riguardante un certo Donato de Biasi che, senex decrepitus, visse 112 anni, rendendo l’anima a Dio in Communione Sanctae Matris Ecclesiae, mihi domino Petro Caliolo Archipresbytero confessus, et sancta communione refectus, ac s.olii untione roboratus, cujus corpus a me tumulatum fuit in hac Maiori Ecclesia.
La famiglia religiosa di questi anni ingrossa le proprie fila, essendo sempre più numerosi i conversi che vi giungono, un po’ per vocazione, un po’ per evitare le tasse, un po’ per accrescere i propri beni. Comunque sia i sacerdoti contribuirono alla crescita culturale dell’Università.
Prendeva piede in questi anni il sacerdote Giovanni Brandi (Carovigno 1723-Bari 1802), educato da padre maestro Nicola Sacchi nel Convento del Carmine Maggiore. Questo frate carmelitano divenne uno dei più eruditi prendendo la via di Napoli (1760) come precettore del Principe di Santa Teodora, stringendo amicizia con il Quarano e il Conforti, e poi di Roma, dove divenne uno degli esaminatori dei vescovi, avendo fatto notevoli progressi nel campo delle lingue e della filosofia, al punto che veniva chiamato anche per le lapidi votive, come quelle che si vedono nelle chiese del Gesù e Maria al Pontecorvo e di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, finendo anche in polemica con Francesco Daniele, e specie per quella composta alla morte di Carlo III e per la Memoria storico-politica sopra la Città, e Regno di Napoli, compresa un’opera sul modo di fare orazione, stampata per la nipote Suor Maria Vittoria di Gesù Crocifisso, Signora Monaca nel Convento di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi di Ostuni, finendo i suoi giorni a Bari, in casa del suo discepolo, Giuseppe Capriglia.....

Tanto altro ancora, è nel testo ...

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