CICCIUZZO di Bilvidàir: L’EROE DEI VESPRI UCCISO DA RE GIACOMO D’ARAGONA

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Copertina posteriore

INDICE DEI CONTENUTI

QUANDO LA STORIA VERA DIVENTA LEGGENDA

premessa storica Il profumo del mare, il sapore del ferro capitolo primo il reame e la frontiera tirrenica La nascita di castello belvedere 1. Il feudo della Calabria Citra 2. Nasce il Castello e subito… i pirati! 3. Papà Ruggero I e mamma Gemma 4. L’intreccio della Chiesa vaticana capitolo secondo la militarizzazione della costa decreti reali e spopolamento 1. Fuga dei vassalli a causa delle incursioni 2. Stretta dei Vespri e restauro della rocca 3. Un biennio di fuoco: la flotta catalana capitolo terzo la campagna aragonese del 1289 La flotta catalana in calabria 1. L’avanzata dei Siciliani sulle coste 2. Gli scontri benedetti dal Papa 3. La dote scambiata coi barili di pece nera capitolo quarto francesco, supplizio della petriera La crudelta’ di re giacomo d’aragona 1. La cattura notturna degli eredi 2. La balistica degli ostaggi-scudo 3. L’urlo di Francesco, il tiro e il martirio 4. L’eco internazionale del martirio capitolo quinto l’auxilium regio della tragedia ricompensa a vita per i sangineto 1. I verbali della colletta straordinaria 2. Il ritorno del leone: ricompensa perpetua 3. L’elsa d’oro di Francesco sinossi nota documentaria dell’opera fonti e bibliografia SINOSSI Calabria Citra, 1275. Sulle mappe del Regno di Napoli, i nomi si confondono, gli inchiostri dei copisti sbiadiscono e i destini degli uomini si intrecciano. Ma sulle scogliere selvagge di Belvedere Marittimo, nell’alto Tirreno cosentino, la Storia non è fatta di carte d’archivio: è fatta di pietra calcarea, di fuoco e di sangue. Mentre le coste meridionali tremano sotto il «terrore costiero» della Guerra dei Vespri e le navi nere degli aragonesi stringono d’assedio i borghi d’Europa, una dinastia di guerrieri normanni si erge a difesa della frontiera: i Sangineto. Messere Ruggero I, cavaliere d’acciaio diviso tra il dovere dello Stato e il sangue del suo sangue, e Madonna Gemma, fiera nobildonna e baricentro diplomatico della rocca, preparano Castello Belvedere a sopportare l’impatto della tempesta che sta per arrivare. Al centro di questo scontro epocale c’è un ragazzo di soli quattordici anni: Cicciuzzo. Primogenito della stirpe, cresciuto tra il fragore delle forge e il rigido codice della cavalleria, Cicciuzzo si ritroverà intrappolato nel ricatto più crudele mai orchestrato da un re invasore. Legato davanti alle gigantesche petriere di Re Giacomo d’Aragona, con la vita del fratellino Filippo appesa a un filo, il giovane erede dovrà compiere una scelta assoluta, trasformando il suo ultimo urlo nel vento nell’atto di fondazione della leggenda. Dalle pergamene della Cancelleria di Napoli ai Registri dell’Archivio Segreto Vaticano, un’opera monumentale che unisce per la prima volta l’assoluto rigore del saggio storico e documentario al ritmo travolgente del romanzo d’avventura. Una storia vera, dimenticata dal tempo e rimasta scolpita per secoli nelle pietre di una fortezza che preferì sacrificare il proprio cuore piuttosto che arrendersi.

Description


Donne reali e uomini d’arme n. 29

Testo principale del risvolto/quarta di copertina

premessa storica Il profumo del mare, il sapore del ferro Il racconto storico di questa biografia si svolge nel contesto della Calabria Citra del tardo tredicesimo secolo, un’epoca segnata dai devastanti conflitti del Vespro Siciliano che opponevano la dinastia angioina al regno aragonese per il controllo del Mezzogiorno. L’eredità dei Sangineto si impresse non solo nelle cronache militari, ma anche nel paesaggio artistico e architettonico della Costa. Tra il XIII e il XIV secolo, la casata si distinse per un eccezionale mecenatismo, commissionando opere d’arte che importarono nel Mezzogiorno le raffinate tendenze del gotico cortese, influenzate dai contatti con la corte angioina di Napoli e con la Provenza. A Belvedere Marittimo, il fulcro del loro lascito è il monumentale Castello, originariamente edificato in epoca normanna ma radicalmente potenziato dai Sangineto. Fu proprio sotto la loro dominazione che la fortezza assunse la pianta quadrata con torri angolari e camminamenti di ronda, concepiti per resistere agli assalti marittimi. Sebbene la struttura visibile oggi sia il risultato del successivo restauro aragonese del 1490 voluto da Re Ferdinando I d’Aragona, il nucleo originario, i sotterranei e la celebre Porta di Mare testimoniano ancora la solidità dell’impianto angioino voluto da Ruggero e Filippo. Oltre alla fortezza, i Sangineto promossero lo sviluppo del borgo antico, dotando il paese di cinte murarie e infrastrutture che permisero la nascita di un tessuto urbano protetto. Tra il 1342 e il 1345, il conte promosse anche la costruzione della Chiesa di Santa Maria della Consolazione in Altomonte. L’edificio rappresenta uno dei più limpidi e rari esempi di architettura gotico-angioina in Calabria, caratterizzato da una facciata austera impreziosita da un maestoso rosone a sedici raggi e da un imponente portale ogivale. All’interno della chiesa si respira l’internazionalità culturale della casata: Filippo Sangineto vi chiamò a lavorare maestranze toscane e scultori della cerchia di Tino di Camaino. Tra le opere superstiti spicca il monumentale sepolcro in marmo di Filippo Sangineto, un’opera d’arte sepolcrale dove le Virtù sostengono il sarcofago del nobile, raffigurato come un cavaliere giacente. Oltre alle architetture, i Sangineto arricchirono le loro chiese con preziosi tesori pittorici e scultorei. Tra questi figurano capolavori assoluti della storia dell’arte italiana, come il celebre dittico raffigurante San Ladislao e Santa Maria Maddalena, attribuito a Simone Martini o alla sua scuola senese, e le tavole del celebre pittore toscano Bernardo Daddi, allievo di Giotto, tra cui la splendida “Madonna con Bambino”. La casata commissionò anche raffinate opere di oreficeria sacra, come reliquiari in argento sbalzato e croci astili di scuola franco-provenzale, che dimostrano come la fortezza calabrese, un tempo scossa dal rumore del ferro e delle petriere, fosse diventata un faro di cultura e bellezza capace di dialogare con le più importanti corti d’Europa. All’epoca dei fatti, questa striscia di territorio costiero, affacciata sul Mar Tirreno, si trovava in una posizione geografica cruciale e per questo motivo era costantemente bersagliata dalle incursioni piratesche e dalle flotte militari della corona d’Aragona. Per salvaguardare l’incolumità dei propri domini e difendere la popolazione locale, il potente feudatario e cavaliere Ruggero di Sangineto prese la ferma decisione di concentrare ogni risorsa economica e materiale della sua casata nel potenziamento strutturale del castello di Belvedere Marittimo, trasformando l’antico borgo in una roccaforte apparentemente inespugnabile. In questa atmosfera opprimente, satura di una forte tensione collettiva e caratterizzata da incessanti preparativi bellici, crebbero i suoi due giovani figli: il quattordicenne Francesco e il piccolo Filippo di appena dieci anni. Entrambi i fratelli vennero privati della spensieratezza della fanciullezza per essere sottoposti a un rigido e quotidiano addestramento militare sotto la guida paterna, imparando a convivere con la costante minaccia delle razzie nemiche, un terrore talmente radicato da spingere gran parte dei contadini e dei coloni locali ad abbandonare i campi costieri per cercare rifugio nell’entroterra montano. La madre dei due ragazzi, Donna Gemma, tentava costantemente di mitigare la rigida severità del consorte e l’asprezza di quella vita d’armi, ricordando in segreto al primogenito Francesco che il vero onore e l’autentico valore di un nobile signore non si dimostrano attraverso la ferocia dimostrata in battaglia o il sangue versato, bensì attraverso la capacità profonda e la purezza dell’amore con cui si sceglie di proteggere le persone amate a costo della propria stessa vita. Nel giugno dell’anno 1289 questa precaria stabilità crollò definitivamente quando una imponente e minacciosa flotta aragonese, posta sotto il comando diretto di Re Giacomo e supportata dai feroci mercenari Almugaveri, celebri per la loro spietatezza nei combattimenti corpo a corpo, sbarcò improvvisamente sulla spiaggia di Moscarello, dopo aver già saccheggiato e devastato le vicine fortificazioni di Amantea e dell’isola di Cirella. Di fronte a una simile minaccia, Ruggero di Sangineto scelse con audacia di non barricarsi passivamente dietro le mura difensive del castello e ordinò invece una sortita immediata e disperata direttamente sulla battigia bagnata dalla risacca. Lo scontro ravvicinato sulla sabbia si rivelò fin da subito spaventoso e sanguinoso, ma la determinazione della guarnigione di Belvedere, che sfruttò appieno le fortificazioni restaurate negli anni precedenti, riuscì provvisoriamente a respingere gli assalitori catalani costringendoli a ripiegare verso le loro imbarcazioni. Tuttavia, la parziale vittoria si tramutò in tragedia la notte successiva, quando Francesco e Filippo, inoltratisi lungo un camminamento parzialmente scoperto ai piedi della scogliera nel nobile tentativo di soccorrere e mettere in salvo una famiglia di coloni rimasta isolata, caddero in un’imboscata tesa dagli esploratori nemici rimasti nascosti tra la vegetazione costiera. Nonostante la fiera e coraggiosa resistenza opposta dal primogenito per fare scudo al fratello, i due ragazzi vennero sopraffatti dalla netta superiorità numerica degli avversari, tramortiti con violenza e condotti in pesanti catene all’interno del campo base aragonese.Il mattino seguente la drammatica contesa si spostò direttamente dinanzi alla Porta di Mare, dove le forze aragonesi, avendo compreso l’impossibilità di espugnare con la sola forza delle armi le rinforzate mura di Belvedere, decisero di schierare le loro spaventose e potenti macchine d’assedio a torsione. Per piegare la resistenza della fortezza senza dover intraprendere un lungo e logorante cannoneggiamento, gli invasori ricorsero a un vile stratagemma: legarono i due giovani fratelli Sangineto ad alti pali di legno sospesi nel vuoto, posizionandoli come veri e propri scudi umani proprio davanti alla linea di tiro delle catapulte. Un araldo nemico avanzò al galoppo sotto i bastioni per lanciare un ultimatum perentorio a Ruggero, promettendo la salvezza e l’incolumità dei suoi figli in cambio della sottomissione totale, della consegna immediata delle chiavi del castello e del borgo. Mentre Donna Gemma, sopraffatta dalla disperazione e dal dolore materno, si inginocchiava piangendo sulla pietra per supplicare il marito di cedere a qualsiasi condizione pur di salvare i bambini, il feudatario si ritrovò prigioniero di un atroce dilemma morale, ben consapevole che l’apertura delle porte avrebbe condotto all’infamia eterna della sua casata, al saccheggio del borgo e allo sterminio sistematico della popolazione civile. A sbloccare quell’angosciante stallo fu l’inatteso e fiero coraggio dello stesso Francesco il quale, raccogliendo ogni briciolo di forza rimasto nei polmoni nonostante le corde gli stringessero il petto, urlò verso i bastioni con l’autorità di un cavaliere consumato, esortando il padre a non piegarsi al ricatto nemico, a mantenere fede al giuramento regale e a difendere Belvedere a ogni costo. Accogliendo con il cuore spezzato l’eroico appello del primogenito, Messere Ruggero sollevò la spada al cielo e, con una voce rotta dal pianto più straziante, diede ai suoi uomini l’ordine di aprire il fuoco per l’onore della terra. Re Giacomo d’Aragona, furioso di fronte a quel rifiuto inflessibile, comandò l’attacco e il meccanismo delle petriere scattò con un rumore sinistro, scagliando un enorme masso calcareo che travolse e distrusse la struttura di legno, uccidendo sul colpo il giovane Francesco sotto gli occhi disperati dei genitori. Davanti a quella brutale esecuzione, lo strazio dei soldati del castello si tramutò istantaneamente in una furia cieca e selvaggia: la guarnigione scatenò una pioggia fittissima di frecce incendiarie, dardi di balestra e olio bollente che decimò gli Almugaveri alla base della scogliera e avvolse tra le fiamme le macchine belliche nemiche. Terrorizzato da una resistenza così estrema, Re Giacomo ordinò la ritirata immediata verso i propri legni, anche se nella fretta della fuga i catalani trascinarono con sé il piccolo Filippo, rimasto miracolosamente illeso, per destinarlo alla prigionia nelle carceri della Sicilia. Nei cinque anni successivi il castello di Belvedere rimase inviolato e invitto, ma le sue mura sprofondarono in un lutto severo, cupo e silenzioso, con i genitori logorati dal rimorso e dal dolore per la perdita del primogenito. Nel 1292 Re Carlo II d’Angiò, profondamente commosso dalla straordinaria fedeltà dimostrata dalla casata dei Sangineto, emanò una solenne ordinanza che autorizzava Ruggero a riscuotere una tassa straordinaria, denominata auxilium, presso tutti i vassalli della Calabria Citra al fine di raccogliere l’ingente riscatto in oro preteso dagli aragonesi. Non vi fu tuttavia alcun bisogno di ricorrere alla forza o alle esazioni coatte: l’intera comunità del feudo, dai pescatori ai contadini, conscia di dover la propria stessa vita al sacrificio e al coraggio di Francesco, partecipò spontaneamente offrendo tutto ciò che possedeva, dalle monete d’oro ai piccoli anelli d’argento, fino alle balle di lana e alle quote del raccolto d’ulivo.Grazie a questa mobilitazione collettiva, nel 1294 una galea reale angioina gettò finalmente l’ancora nella baia di Moscarello e Filippo poté riassaporare la libertà sulla spiaggia natia. Il lungo e duro soggiorno nelle prigioni siciliane e il ricordo costante del fratello maggiore lo avevano trasformato: non era più il bambino fragile e timoroso di un tempo, ma un uomo fiero, alto e temprato dalla sofferenza. Accolto dalle lacrime e dalla commozione della popolazione, il giovane si diresse verso la piazza principale del castello e si inginocchiò davanti alla lapide commemorativa eretta in onore di Francesco. Qui il vecchio Messere Ruggero gli consegnò un panno di velluto rosso contenente l’elsa d’oro della spada corta di Francesco, l’unico prezioso frammento recuperato tra le macerie dell’assedio. Stringendo forte la reliquia, Filippo si alzò in piedi e pronunciò un giuramento solenne dinanzi a Dio e alla memoria del fratello, promettendo che finché un solo esponente della dinastia Sangineto avesse respirato in quella fortezza, nessuna vela nemica avrebbe mai più violato la Porta di Mare e che la rocca avrebbe protetto la sua gente per l’eternità. In quello stesso anno la Corona angioina siglò il diploma che concedeva la proprietà perpetua della fortezza alla famiglia Sangineto, distaccandola dal Demanio regio e consegnando per sempre alla storia e alla memoria collettiva della Calabria il mito del giovane eroe che salvò il proprio borgo con il sangue e con la pietra. I decenni successivi al ritorno di Filippo e alla definitiva consacrazione dei Sangineto segnarono l’inizio dell’epoca d’oro per la casata, che legò indissolubilmente il proprio nome non solo alla difesa militare, ma alla profonda trasformazione politica, urbanistica e culturale dell’intera Calabria Citra. Filippo adempì al proprio giuramento con fermezza, governando il feudo di Belvedere Marittimo con una saggezza figlia della sofferenza patita in prigionia. Sotto la sua guida, le ferite lasciate dalle guerre del Vespro iniziarono a rimarginarsi: i campi abbandonati dai coloni vennero ripopolati, l’economia locale rinacque grazie alla sicurezza delle coste e il castello divenne il fulcro amministrativo di un dominio in costante espansione. Filippo seppe muoversi con grande abilità diplomatica all’interno della corte angioina di Napoli, garantendo alla famiglia un prestigio che andava ben oltre i confini del borgo tirrenico. La vera ascesa dinastica e il culmine del potere della famiglia si realizzarono nel XIV secolo con la figura del conte Filippo Sangineto, omonimo e discendente del sopravvissuto all’assedio, che divenne uno dei personaggi più influenti dell’intero Regno di Napoli. Nominato Gran Siniscalco di Provenza e viceré di diverse province, il nuovo conte di Sangineto strinse un legame di profondissima fiducia con la corte reale e, in particolare, con la regina Giovanna I d’Angiò. Fu proprio grazie a questa immensa influenza politica che Filippo ottenne l’autorizzazione a rifondare e rinominare importanti centri urbani del Cosentino; nel 1337, trasformò l’antico insediamento di Brahalla in una splendida cittadina fortificata che prese il nome di Altofiume, mutato in seguito dalla stessa regina nell’odierna Altomonte. Sotto il mecenatismo dei Sangineto, Altomonte e Belvedere divennero fucine d’arte gotica e cortese: il conte chiamò in Calabria maestranze toscane e provenzali per erigere monumenti straordinari, come la Chiesa di Santa Maria della Consolazione ad Altomonte, destinata a custodire i sepolcri monumentali della casata e i capolavori di artisti legati alla scuola di Giotto.Tuttavia, come spesso accadeva alle grandi dinastie medievali, l’apice del potere coincise con l’inizio di una parabola discendente. Nella seconda metà del XIV secolo, le lotte di successione dinastica all’interno del Regno di Napoli e la progressiva mancanza di eredi maschi diretti indebolirono l’autorità dei Sangineto sui loro vasti territori. Con la scomparsa degli ultimi esponenti della linea principale, l’immenso patrimonio feudale e le roccaforti della famiglia vennero smembrati e passarono, per via matrimoniale e alleanze politiche, sotto il controllo della potente famiglia dei Sanseverino, i grandi principi di Bisignano. Il castello di Belvedere Marittimo, che per generazioni era rimasto il simbolo dell’orgoglio e del sangue dei Sangineto, conobbe nei secoli successivi nuove dominazioni: fu profondamente ristrutturato dagli Aragonesi nel XV secolo — che ne modificarono le linee per adeguarle alle prime armi da fuoco — e passò in seguito ai Carafa e agli Spinelli, fino alla definitiva eversione della feudalità agli inizi dell’Ottocento.Nonostante il trascorrere dei secoli e il mutare dei padroni, l’eredità morale dei Sangineto non abbandonò mai quelle pietre. Le possenti torri esposte a sud e le mura del castello del Principe, oggi riconosciuto come monumento nazionale, continuano a dominare il borgo antico di Belvedere Marittimo, portando ancora visibili i segni delle antiche strutture angioine e delle successive evoluzioni aragonesi. La memoria di quel ragazzo di quattordici anni che preferì il ferro della catapulta al disonore della resa rimase impressa non solo nei documenti d’archivio, ma nell’identità stessa della popolazione locale, che per secoli continuò a identificarsi nella fiera casata che aveva difeso la terra di Calabria a costo del proprio stesso sangue.

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Cuttrera

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Editorial Review

 

 

Dell’infelicità della morte sua

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INDICE prologo QUANDO LA STORIA VERA DIVENTA LEGGENDA premessa storica Il profumo del mare, il sapore del ferro capitolo primo il reame e la frontiera tirrenica La nascita di castello belvedere 1. Il feudo della Calabria Citra 2. Nasce il Castello e subito... i pirati! 3. Papà Ruggero I e mamma Gemma 4. L'intreccio della Chiesa vaticana capitolo secondo la militarizzazione della costa decreti reali e spopolamento 1. Fuga dei vassalli a causa delle incursioni 2. Stretta dei Vespri e restauro della rocca 3. Un biennio di fuoco: la flotta catalana capitolo terzo la campagna aragonese del 1289 La flotta catalana in calabria 1. L'avanzata dei Siciliani sulle coste 2. Gli scontri benedetti dal Papa 3. La dote scambiata coi barili di pece nera capitolo quarto francesco, supplizio della petriera La crudelta’ di re giacomo d’aragona 1. La cattura notturna degli eredi 2. La balistica degli ostaggi-scudo 3. L'urlo di Francesco, il tiro e il martirio 4. L'eco internazionale del martirio capitolo quinto l’auxilium regio della tragedia ricompensa a vita per i sangineto 1. I verbali della colletta straordinaria 2. Il ritorno del leone: ricompensa perpetua 3. L’elsa d’oro di Francesco sinossi nota documentaria dell’opera fonti e bibliografia SINOSSI Calabria Citra, 1275. Sulle mappe del Regno di Napoli, i nomi si confondono, gli inchiostri dei copisti sbiadiscono e i destini degli uomini si intrecciano. Ma sulle scogliere selvagge di Belvedere Marittimo, nell’alto Tirreno cosentino, la Storia non è fatta di carte d’archivio: è fatta di pietra calcarea, di fuoco e di sangue. Mentre le coste meridionali tremano sotto il «terrore costiero» della Guerra dei Vespri e le navi nere degli aragonesi stringono d'assedio i borghi d’Europa, una dinastia di guerrieri normanni si erge a difesa della frontiera: i Sangineto. Messere Ruggero I, cavaliere d'acciaio diviso tra il dovere dello Stato e il sangue del suo sangue, e Madonna Gemma, fiera nobildonna e baricentro diplomatico della rocca, preparano Castello Belvedere a sopportare l'impatto della tempesta che sta per arrivare. Al centro di questo scontro epocale c'è un ragazzo di soli quattordici anni: Cicciuzzo. Primogenito della stirpe, cresciuto tra il fragore delle forge e il rigido codice della cavalleria, Cicciuzzo si ritroverà intrappolato nel ricatto più crudele mai orchestrato da un re invasore. Legato davanti alle gigantesche petriere di Re Giacomo d'Aragona, con la vita del fratellino Filippo appesa a un filo, il giovane erede dovrà compiere una scelta assoluta, trasformando il suo ultimo urlo nel vento nell'atto di fondazione della leggenda. Dalle pergamene della Cancelleria di Napoli ai Registri dell'Archivio Segreto Vaticano, un'opera monumentale che unisce per la prima volta l'assoluto rigore del saggio storico e documentario al ritmo travolgente del romanzo d'avventura. Una storia vera, dimenticata dal tempo e rimasta scolpita per secoli nelle pietre di una fortezza che preferì sacrificare il proprio cuore piuttosto che arrendersi.