Carlo III dentro Napoli nel 1381. Il Terzo Re di Sicilia di Monte Sant’Angelo

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IL PRIMO CASTELNUOVO DI NAPOLI ERA A PIAZZA DEL GESU’
E FU BOMBARDATO COI TRABUCCHI IVI SISTEMATI DA CARLO III

Il 1 settembre, al porto di Napoli, sbarcarono Angeluccio di Rosarno e il conte di Caserta con dieci galee provenienti da Marsiglia zeppe di soldati provenzali, giunti in soccorso della Regina. Carlo convinse Giovanna di avvisarli che non era tenuta prigioniera e non era maltrattata e che, anzi, come madre adottiva del Re non solo voleva lasciargli il Regno, ma anche il Contado di Provenza, per cui sarebbe stato meglio scendere da quelle fortezze per fare omaggio a Re Carlo in persona.
Ma quando i provenzali giunsero a Castelnuovo trovarono la Regina in lacrime. Ella rammentò loro i 39 anni di benefici fatti per la Provenza, per cui si sarebbe aspettata maggiore diligenza nel momento del bisogno, ristretta e ridotta a mangiare cibi vilissimi per vivere. Altro che omaggio! Ora gli comandava di non ricevere mai Carlo III per signore, neppure se vedessero una carta da lei firmata, testamento compreso, perché sarebbe falso, essendo sua intenzione renderli vassalli di Luigi d’Angiò, secondogenito del Re di Francia, fatto erede di tutti i suoi stati, al quale avrebbero poi giurarono fedeltà per sé e per i suoi eredi.
Così l’autore: — Recatisi costoro da lei, ella, nel cuor sempreppiù contra Carlo sdegnata, insinuò ad essi, che non lo avessero giammai per loro Signore riconosciuto, ancorché vedessero qualche sua scrittura d’instituzione in erede; ma che obbedissero mai sempre al Duca di Angiò in tutti i suoi Stati. Partiti i Provenzali, Carlo scorgendo la Regina sempre più impieghevole ai suoi voleri, cominciò a trattarla da prigioniera. Dopo varie astiose restrizioni mandolla nel Castello di Muro, ed egli restò da Re in Napoli, bene accolto da tutti, temuto e rispettato.

Description

L’ARRIVO A NAPOLI DI CARLO III NELLE CRONACHE ORIGINALI
E NON ADATTATE O TRASFORMATE DAGLI STORICI NAPOLETANI

Re Carlo giunse al Ponte dove la gente del popolo si lanciava dalle mura per accorrere a portare frutti ai soldati, lì fermi da 18 ore. Dalle sue fila si mossero Palamedes Boffuto e Marcuccio Aiossa, con 40 scelti, diretti alla Porta del Carmine. Trovatala serrata, virarono per la marina, avviandosi alla Portella della Conciaria, che apersero con poco sforzo, contagiando i napoletani.
Gridavano per il Mercato: — Viva Re Carlo!
Appena furono scoperti, il Reggente della Viacaria Stefano Ganga e Andrea di Pinto, capitano della guardia napoletana, indietreggiarono dal Mercato verso la città alta, fuggendo in direzione del castello.
E bene fecero perché Palamides e Marcuccio si distaccarono voltando per la Porta del Carmine e l’apersero in due, lasciando che tutto l’esercito giungesse in città capeggiato dal sovrano. Fu di martedì, il 16 giugno 1381, alle ore 19.
Carlo andò spedito per il Pendino, percorrendo la strada reale di Nilo, e si fermò a S.Chiara, dove mise guardie alle porte. Qui allestì il campo dove furono costruiti tre trabucchi, che presero a battere dentro Castelnuovo, sentendosi ormai pronto all’assedio.
Nel Castel Nuovo (piazza Gesù Nuovo) erano ricoverate la Regina Giovanna, e la nipote Maria II con le sorelle, cioé le cognate di Carlo (Maria II, Agnesa II e Giovanna II duchessa di Durazzo moglie del Conte Roberto IV d’Artois), il cardinale di Gifono, Ugo Sanseverino signore di Ostuni, e altri.
Carlo III, intanto, marciò su Napoli il 16 luglio del 1381 in gran trionfo, sommerso dal tripudio di folla, ma fermo ad assediare i castelli per un mese. Ottone, dal canto suo, fu costretto ad indietreggiare al Ponte della Maddalena, dove era rimasto Cola Mostone, e gli uccise 50 uomini. In serata fu sulla via di Saviano, andò a riprendere Aversa e ripartì ponendo campo a un miglio da Napoli. L’idea fu quella di togliere l’acqua potabile che giungeva ai fontanini della città percorrendo l’acquedotto detto il Formale. Gli si rivolse contro Giacomo Zurlo, uscito assetato da Capuana, con il quale prese a scaramucciare per alquanti giorni, fino al 20 agosto, quando Giovanna I mandò finalmente Ugo Sanseverino per un accordo. Ma Carlo III non volle trattare. Rispose inviando per mano della staffetta pan fresco, frutti, polli e altre cose alla Regina, col patto che se entro quattro giorni non le fossero arrivati soccorsi dal marito, restando così le cose, doveva arrendersi. Ma ecco che nell’ultimo giorno, per la via di s.Eramo, si ripresentò proprio Ottone, il quale, penetrato nel deposito delle munizioni, divise i suoi in due squadre comandate dal Conte d’Artois e da Baldassar suo fratello, e si spinse fino a Santospirito. Qui gli morirono molti uomini, fra cui il Marchese di Monserrato, e fu costretto a richiamare i soldati rimasti al castello. I restanti scapparono a s.Eramo, assediati da Giovannotto Protoiodice, cadendo il 26 agosto.
Solo allora la Regina inviò Ugo Sanseverino a chiedere la resa, nonostante potesse andare avanti per un anno, anche senza i soldi chiesti alla figlia della fu sorella Maria I, ovvero la Duchessa Maria II Durazzo, che le aveva risposto di non averne e comunque di non poterlo fare perché Carlo era suo genero, cioè il marito della sorella Margherita. Però, dopo tre giorni, appena firmò la resa, la dispettosa nipote si presentò con un sacco di soldi dalla zia, ormai che più non le servivano, ricevendo in cambio il riso amaro dell’ex sovrana.
Giovanna: — Sarebbe stato meglio un sacco di pane… portali a quello scellerato traditore di tuo jennero.48
Si giunse così allo scontro finale che portò alla presa del castello. “La battaglia si attaccò di poi tra Carlo e il Principe Ottone, quando venne da Aversa a soccorrere il Castel Nuovo, dov’era assediala la Regina. Ottone fu perditore, e rimase prigioniero. La Regina si arrendette. Carlo entrò nel Castello a visitarla, e con ogni gentilezza da Regina trattolla”.49
Nel giorno della resa Re Carlo entrò e riverì Giovanna sempre come sua sovrana, rassicurandola con dolcissime parole che l’avrebbe tenuta per madre, lasciandola serena nei sui stati di Provenza, qualora, di suo pugno, lo avesse fatto erede in vita della signorìa di Napoli: “le domandò solo di farlo erede dei suoi Stati dopo la di lei morte. Finse Giovanna e dissimulò per allora la sua idea. Si riserbò di parlarne coi Signori Provenziali ch’eran venuti colle galere in suo soccorso.50

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    Arturo Bascetta

    Alla morte del fratello Roberto, nel 1356, Luigi mandò diverse lettere di chiarimenti al Re ungherese per vedersi riconosciuto il suo valore, e i trascorsi di capitano generale. Forse avvertì la minaccia che le sue stesse Terre potessero essere confiscate, ma le doglianze caddero nelle mani degli spioni di Giovanna I. Quest’ultima, fingendo un trattato di pace, che pure fu stipulato con la mediazione del Papa, prima lo attese da Monte S.Angelo a Napoli, e poi lo imprigionò.
    Luigi, padre del principino, fu raggiunto dalla morte il 22 luglio 1362, nelle segrete di Castel Nuovo, per cause ufficiali ignote o per avvelenamento, essendo più volte insorto contro Re Luigi il Tarentino.5
    Ebbe giusto il tempo di essere confortato dall’idea che la seconda moglie non avrebbe mai distolto le sue cure né da suo figlio il Duca, né da suo figlio il Principe. In realtà, quello stesso anno, passò dalla parte dei del Balzo e sposò il Duca d’Andria. Il Duchino orfanello non aveva che 17 anni, mentre il Piccolo Principe ne contava 19 e dal 1353 era felicemente sposato con Maria II, col titolo di principi e duchi di Calabria, da inviare nel Castello di Bari. Fu per questo che la matrigna Imperatrice, morto il marito, unico anello di congiunzione, non perse un giorno per trasferirsi ad Andria e si ritrarsi infilata nel letto di Don Francesco del Balzo.
    Quando Luigi spirò (1362), Margherita II lasciò il figlio nell’ex reggia natale del Monte Sant’Angelo, mentre il figliastro diventava (1353) Principe erede del reame di Napoli, sposando la figlia della Viceregina. In quei giorni ella prese la strada di Andria, per finire nelle braccia di Don Francesco, fresco Duca della sua città, rifondata dopo il sisma del 1348. Era stata elevata a sede ducale, in quanto provincia del Principato di Taranto, nuova vicaria del Regno di Napoli, al posto della vecchia sede barolitana del Ducato di Calabria, ritornato nel mentre a stato autonomo, riconosciuto dal pontefice di Avignone, nella speranza di salvaguardare il patrimonio dei Durazzo. Da qui il matrimonio che fece contrarre al figlio con la cugina Duchessina Margherita III, figlia di Maria I e del cognato Carlo II morto nel 1348, sbarcata sul Gargano (Morcone) e proveniente dal Ducato di Durazzo. Due anni da III Duca di Durazzo, prima di morire e lasciare la piccola Giovanna II (futura Regina di Napoli) con la madre vedova, impalmata dal cugino Re Carlo III di Napoli, vedovo della sorella Maria II, in quanto già Duchi di Calabria e Principi di Salerno.
    Ecco perché Margherita II, erede del titolo di Imperatrice di Costantinopoli, meglio nota come Margherita d’Angiò di Taranto, non fu né la madre di Re Carlo III, né la moglie. Fu solo la matrigna, che lui fará perire poi in carcere, nel 1380, d’accordo o meno l’amata Regina Margherita III, mamma del suo piccolo reuccio Ladislao.

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Editorial Review

Lo scisma del Papa i Napoli

Carlo festeggiò in nome di un solo papa, in seguito alla morte di Gregorio XI, il 27 marzo del 1378, e per l’occasione favosì il trasferimento della sede apostolica da Avignone a Roma.
Il conclave, composto principalmente da cardinali francesi, sotto la pressione del popolo romano, fu costretto a scegliere un papa italiano. Egli fu Bartolomeo Prignano, nativo di Napoli, che prese nome di Papa Urbano, provocando nuovamente la fuga degli cardinali ad Avignone e dichiarando invalide le elezioni perché forzate.
Al papa però piaceva il giovane Carlo, non solo per averlo favorito, ma anche per essere diventato un eccellente comandante al fianco del Re ungherese. Sarebbe stato un ottimo gonfaloniere della Chiesa di Roma. Le ambascerie, volte in tal senso, lasciavano di stucco la Regina, la quale, immaginando i piani del papa e del suo pupillo, iniziò le trattative con i cardinali francesi, al fine di trovare il suo quarto marito.
Urbano, del resto, era considerato un papista, troppo vicino alla magia popolare, e predicatore di una religione che sembrava avvicinarsi più a quella crucifera dei fraticelli castigliani, che avevano invaso il regno, portati a corte dal fratello della fu Regina Sancia.
Un motivo in più per non piacere a una timorata di Dio come Giovanna, la quale, forte dei suoi possedimenti in Provenza, e riunito un manipolo di cardinali a Fondi, fece eleggere un antipapa.
Così De Rosa: — Oh!, vui che ligite, abbiate a mente che prima ve ho scritte di chille che so andate pezzendo e po’ ve aio ditte chille che hanno perduto lo loro stato.
E mo ve voglio scrivere chille signiure che so muorte de mala morte, chi accise, chi tagliata la testa, chi intossecate.
Beato chi in piccolo stato se mantene con gratia de Dio et chesto non è vietato a nullo chi vole essere servetore de Dio. Onne omo pò fare bene quando vole.