Description
Libro X (Ottobre 1349)

introduzione
IL SISMA DEL 1349 CHE DISTRUSSE TUTTO
L’ADDIO A TORRI, CHIESE, PORTE E MERCANTI
capitolo primo
LA TOPOGRAFIA SACRA E CIVILE
LA CATTEDRALE SULLA TERRA (1316-1347)
1. S.Maria Major: Cattedrale e Torre campanaria
2. La vita del Capitolo: forni e mulini
3. Il libro sui suffragi dei nobili: la vita dei canonici
4. I conflitti di Giurisdizione contro Montevergine
5. la Giustizia e i carcerati della Cattedrale
capitolo SECONDO
il palazzo vescovile e la dogana
CAVALIERI A S.BARTOLOMEO IN CASTRO
1. Palatium Episcopale
2. La Casa di Sanmagno a S.Bartolomeo in Castro
3. Cavalieri di S.Bartolomeo: cavallaggio dei milites
4. I Servientes (scudieri e armigeri) e la guarnigione
5. I milites poveri e la piccola nobiltà di rione
6. Mastri muratori e artigiani oltre i Cavalieri
7. Rione San Bartolomeo, l’anima della Collina
8. Cavalieri e Militi al servizio della Curia
capitolo TERZO
IL CASTRUM TRA LE MURA DELLA TERRA
LE CORPORAZIONI ARTIGIANE AL SERVIZIO
1. La fabbrica delle mura tra le torri
2. I custodi notturni delle torri e dei camminamenti
3. Porte e Ponte levatorio del Castro
4. La Porta della Dogana e il Pons de ligno
5. Porta grande a Torre S.Antonino chiusa a chiave
6. Sbarra e catene amalfitane del Ponte levatoio
7. Pusterola, la Porta Posteriore degli orti
8. Le corporazioni al servizio dei gabellotti
9. Gli artigiani a disposizione della Cattedrale
capitolo QUARTO
L’EX ROCCA CON 8 TORRI SULLA DOGANA
UN CASTELLO CHIUSO, MA COMMERCIALE
1. Scale di legno per salire su Torre Santomagno
2. Catene da amalfi e travi dalle selve della Mensa
3. Piombo, vetro e stagno: i materiali rari al Duomo
4. La fabbrica delle 8 Torri del Castro sulla Terra
5. Concerie solofrane alla Torre di Ripa delle Tofare
6. Dogana e Ponte levatorio a Ripa di Torre Maggiore
7. I gabellotti ospitati in S.Giovanni in Portico e/o a Platea
8. L’Episcopio dominante sulle altre Chiese
capitolo quinto
passaggio dei poteri e ricostruzione
DOPO LA PESTE E PRIMA DEL TERREMOTO
1. La lettera di Avignone sui preti defunti
2. Avellino appestata, ma salvano il vino per i vivi
3. Lettera ai Vassalli e protezione dalla Regina
4. L’ultimo documento prima del terremoto
capitolo sesto
LA SCOSSA CHE SCONVOLSE LA CITTA’
IL 9 SETTEMBRE NELLE BOLLE DI AVIGNONE
1. I verbali e la nomina di Raimondo de Giugni
2. Saccheggio dei calici d’argento e nuovo vescovo
3. Il freddo sull catastrofe: Palazzo deserto
4. I tre possidenti svaligiati e le congreghe
5. Fraternitas di chierici e laici: Iuliano e Mabilia
6. Quartieri distrutti: case di paglia e Dogane chiuse
capitolo sETTIMO
PARTE LA RICOSTRUZIONE ALLA DOGANA
RIFABBRICA MASTRO GIOVANNI DI BENEVENTO
1. Dalla disperazione alla messa in sicurezza
2. Censimento: resta 1/3 della popolazione
3. Prete Matteo alla ricerca degli oggetti perduti
4. Piena Sabato: cambiano corso del fiume e confini
5. Lavori urgenti per Pasqua: le controversie
capitolo OTTAVO
IL CENSIMENTO DIOCESANO DEI DANNI
CASE E CHIESE CADUTE DA AVELLINO A SERINO
1. Crolli delle chiese in Città e in Diocesi
2. Scomparsi benefici minori e cappelle
3. Accorpata S.Spirito a Pusterla con S.Giovanni
4. L’accorpamento di S.Francesco a Beneventana
5. S.Pietro con S.Andrea a Porta Castello
6. S.Antuono con la Cattedrale in Piazza
7. Il verbale sulle 8 chiese cadute dentro le mura
8. Crolli nelle chiese di rocche e casali diocesani
capitolo NONO
LE PRIME PROTESTE DELLE MAESTRANZE
NEI PAGLIAI, SENZA PAGA E SENZA TERRE
1. I particolari sui crolli da Mercogliano a Prata
2. Papa e vescovo senza tasse a un anno dal sisma
3. La pulizia dei cimiteri dentro le mura
4. Artigiani ribelli, pronto lo sgombero coatto
5. Il Sabato cambia corso tra Puntarola e Ponte
6. Un lavoratore di Manocalzati guida la protesta
7. Il piccolo tesoro restituito dal fiume
8. Le Dogane di Avellino e del Passo di Atripalda
Fonti Archivistiche / Fonti Diplomatiche e Raccolte

Situata nella Piazza Maggiore (attuale Piazza Dogana), era la dogana “politica e di transito”. Controllava il passaggio delle merci (soprattutto tessuti, pelli e spezie) che viaggiavano sulla direttrice Puglia-Benevento-Napoli.
Era legata ai diritti del Conte di Avellino (i Filangieri) e della Regia Curia, ma la Chiesa ne percepiva una parte (le decime sui censi).
Come abbiamo visto, l’edificio era “tutto scisso” e i pesi erano stati rubati. È qui che il Sarto Greco aveva le sue baracche.
La Dogana di Atripalda (Gabella Molendinorum et Passagii) era situata presso il Castello di Atripalda e i mulini, era la dogana “industriale e fluviale”.
Si occupava della gabella sulla macinazione del grano e sul passaggio del ponte sul fiume Sabato. Era il luogo dove si pesava la farina prodotta dai mulini della Starza, molto più legata ai diritti della Mensa Vescovile e dei nobili locali (come i Sabino).
Questa dogana era in crisi non per i crolli delle mura, ma per il fango del fiume. Se il mulino non girava, la dogana non incassava.
La riapertura dei transitiA marzo, i documenti registrano il primo tentativo di coordinare queste due dogane per far tornare i mercanti pugliesi (AAV, RCA, Vol. 353, f. 290r).
Mandatum est gabellariis Civitatis Abellini et Custodibus Passagii Tripalde.
Quia intelleximus mercatores Apulie velle venire cum victualibus et pannis, precipitur ut strata que ducit a flumine ad plateam mundetur ab arboribus et ruderibus.Item, statutum est quod pro hoc mense Martii, non exigantur nova iura, sed antiqua, ne mercatores propter onera fugiant.Et quoniam domus cabelle Abellini adhuc reparatur, ponderatio fiat sub portico Ecclesie Sancti Johannis, ubi nuntii Camere assistent cum ponderibus novis de ferro missis de Benevento.
«Ordine per i gabellini della Città di Avellino e per i Custodi del Passo di Atripalda.
Poiché abbiamo inteso che i mercanti di Puglia vogliono venire con vettovaglie e panni, si ordina che la strada che conduce dal fiume alla piazza sia sgombrata dagli alberi e dalle macerie.
Allo stesso modo, è stabilito che per questo mese di marzo non siano esatte nuove tasse, ma quelle antiche, affinché i mercanti non fuggano a causa degli oneri.E poiché l’ufficio della gabella di Avellino è ancora in riparazione, la pesatura delle merci sia fatta sotto il portico della Chiesa di San Giovanni, dove i messi della Camera assisteranno con i nuovi pesi di ferro inviati da Benevento.
Poiché i vecchi pesi di legno della dogana erano andati “persi o rotti” durante il sisma (come visto a ottobre), vengono inviati da Benevento nuovi pesi ufficiali in ferro. Il ferro garantisce che non ci siano truffe durante la pesatura del grano tra Atripalda e Avellino.
“Sub portico Ecclesie Sancti Johannis”: poiché l’edificio della Dogana di Avellino è ancora in riparazione, il mercato e la pesatura si spostano sotto il portico della Chiesa di San Giovanni.
La chiesa diventa l’ufficio doganale temporaneo.
“Strata que ducit a flumine ad plateam”: viene ordinata la pulizia della strada che collega il Sabato (Atripalda) alla Piazza (Avellino).
È il cordone ombelicale tra le due dogane.
“Ne mercatores fugiant”: per incentivare il ritorno dei commercianti, si ordina di non applicare tasse nuove, ma solo quelle antiche, per non spaventarli.
La Doganadi Avellino che oggi vediamo (il palazzo monumentale in Piazza Amendola) si trova effettivamente in un’area che, nel XIV secolo, era “extra moenia” (fuori dalle mura angioine).
Ecco il riscontro scientifico basato sui documenti della Reverenda Camera Apostolica (RCA) e sulla topografia dell’epoca:
Nel 1349-1351, il nucleo fortificato di Avellino era arroccato sulla collina (la “Contrata La Terra”). Tuttavia, le attività commerciali (mercatale, dogana, fondaco) si svolgevano nella zona pianeggiante immediatamente sottostante, chiamata “Platea Maior”, come da documento RCA (Vol. 353, f. 302r): Domus Cabelle sita est in plano, extra portam que ducit ad flumen, ubi mercatores liberius possunt accedere cum animalibus e carris, La casa della Gabella è situata in piano, fuori dalla porta che conduce al fiume, dove i mercanti possono accedere più liberamente con animali e carri.
Questo conferma che la Dogana era situata fuori per comodità logistica: i carri dei mercanti pugliesi carichi di grano o lana non potevano inerpicarsi agevolmente per le strette e ripide stradine della “Terra”.
C’era però una distinzione tra l’edificio dove si pesavano le merci e il luogo dove si riscuoteva il dazio di ingresso.
Il dazio di ingresso si pagava alle porte della città (come Porta Puglia o Porta Sant’Antonino).
La Dogana (l’edificio) era la struttura fisica dove avveniva la pesatura ufficiale.
Nel 1350 era descritta come una serie di “apothecae” (botteghe) e un portico.
Il fatto che fosse fuori dalle mura la rese particolarmente vulnerabile durante il terremoto, poiché non godeva della stabilità delle fondamenta del castello o della roccia della collina superiore.
“La Dogana” è la Domus Cabelle (Casa della Gabella), con Fundicum (Fondaco) e Statio Ponderis (Stazione del Peso).
La Dogana di Avellino (extra-mura) comunicava direttamente con la dogana di Atripalda tramite la strada delle “Tofare”.
Nel 1351, il problema era che, essendo la Dogana fuori dalle mura, i mercanti avevano paura di fermarsi lì per via dei “malefactores” che si nascondevano tra le macerie degli edifici non protetti dalla cinta muraria.
Nelle relazioni di Prete Matteo e dei collettori (RCA, Vol. 353), i corsi d’acqua che attraversano o lambiscono Avellino e Atripalda vengono definiti con termini che indicano la loro funzione o il loro regime.
Il Sabato viene quasi sempre indicato come Sabbatus o Aqua Sabbati (es. “Molendina sita super Aquam Sabbati”). Raramente è chiamato flumen se non in testi letterari tardi; nei registri fiscali è un’entità idrica per mulini.
In città non esiste un “fiume”, perché i documenti parlano di Rivarius (o Rigator), cioè un “rivo”, un ruscello o canale di scolo, o Vena, laddove stanno per indicare le sorgenti (es. quelle del “Balneo” che abbiamo visto prima), o Vallis, se il corso d’acqua è identificato con il nome del vallone in cui scorre (es. “Vallis de Tofara”).
La Dogana era davvero fuori?
Se guardiamo al 1350, la “Domus Cabelle” o “Fundicum” si trovava in un’area che i documenti definiscono in plano o subtus Civitatem (sotto la città).
Per un notaio dell’epoca, “Avellino” era solo ciò che stava dentro le mura (La Terra).
Tutto ciò che stava fuori (comprese le botteghe e la dogana dei grani) era tecnicamente considerato fuori città (extra muros o in platea).
In un documento di Aprile 1351 (RCA 353, f. 312v), si parla della riparazione della Strada della Dogana.
Pro mundatione vie que ducit a Ponte de Tripalda usque ad Plateam Maiorem, ubi fit pondus gabelle, Per la pulizia della via che conduce dal Ponte di Atripalda fino alla Piazza Maggiore, dove si effettua il peso della gabella.
Si parla di Ponte, non di fiume; e si parla di Piazza, non di sponda. dove la Dogana è identificata come il luogo del Peso (pondus).
La Dogana stava lì non perché c’era il fiume, ma perché era l’unico spazio pianeggiante dove i carri potevano sostare senza ribaltarsi o scivolare lungo i pendii della collina.
In base ai documenti della Reverenda Camera Apostolica (RCA) e ai rilievi di Prete Matteo tra il 1349 e il 1351, potrebbe essere possibile ottenere la mappatura scientifica delle strutture principali di Avellino, con la loro esatta ubicazione e lo stato post-terremoto.
Per ora sappiamo che il sistema delle torri non era solo militare, ma fungeva da perno per l’urbanistica delle contrade.
Turris Principalis (Torre Maggiore) è situata presso la Porta Beneventana (Nord). È la torre che abbiamo visto crollare nel settembre 1349. I documenti del 1350 citano la spesa per i “puntelli” necessari a evitare che i resti cadessero sulla strada dei mercanti.
Torre sulla Piazza è la vedetta della Dogana vecchia.
Pur essendo un monumento barocco nella sua forma attuale, i documenti medievali parlano di una “turris prope plateam” (vicino alla piazza) che fungeva da vedetta per la Dogana. Nel 1351 era descritta come “fissa e scissa” (stabile ma fessurata).
Torre Rotonda (Atripalda) è situata nel complesso della munitio (fortezza) di Atripalda. Il verbale di settembre 1349 la descrive come “prostrata super Stratam”, ovvero crollata sulla via pubblica, bloccando il transito.
Il Palatium Episcopale (Palazzo Vescovile) è ubicato sulla sommità della collina, nella contrada “La Terra”, vicino alla Cattedrale.
A gennaio 1350 è dichiarato “penitus inhabitatile”; il Vescovo Raimondo fu costretto a risiedere in una domus privata o in tende fuori le mura.
La Domus Cabelle (Palazzo della Dogana) è situata extra-muros nella “Platea Maior”. È il cuore economico.
Nel 1351 viene riparata con pesi in ferro inviati da Benevento, poiché l’edificio originale era “tota scissa”.
Domus Nobilium (Palazzi dei Sabino e dei Sancto Magno) sono ubicati nella zona alta e intorno a Porta Castello.
Molte di queste domus sono citate per le liti sui confini causate dalle voragini del terremoto.
Santa Maria de Gradibus è situata sulla zona del declivio (attuale zona Gradelle), “in loco clivo”, dove il terreno franò verso la valle.
San Nicola dei Greci è situata nell’area del Triggio. I documenti di marzo 1350 la citano come rifugio per la comunità bizantina residua, con il tetto puntellato da travi di castagno.
San Giovanni de Platea è situata nella Piazza del Mercato. Divenne la sede temporanea della Dogana nel 1351 perché “stet in loco firmo” (si trova su un terreno solido), a differenza degli edifici della piazza che erano sprofondati.
Santa Maria de Spelonca (Atripalda): ubicazione rupestre, identificata con l’eremo/grotta del monte. Documentata per il crollo di massi che ostruirono l’ingresso.
Se analizziamo l’ultimo grande cantiere documentato: quello della Torre Maggiore (Porta Beneventana) e delle Domus nobiliari definivano lo skyline di Avellino prima del disastro (RCA, Vol. 353, ff. 315r-318v).
Il lavoro sulla torre non era solo estetico, ma strutturale per riaprire il commercio con il Vaticano (Benevento). Mastro Giovanni da Benevento viene pagato per la “reparatio crestis et merulorum” (riparazione della cima e dei merli) della torre. La torre è descritta come “posita super vallem” (posta sopra la valle), a guardia della via che scende verso il Rigatore. Si registra l’acquisto di “clavi ferrei” (chiodi di ferro) e “calcina de furno” (calce di fornace) trasportata a dorso di mulo dai casali di Serino.
Dalle liti per i censi, ricaviamo l’ubicazione di alcune dimore storiche:
Domus de Sabinis, situata “inter portam castri e viam que ducit ad plateam” (tra la porta del castello e la via che scende in piazza), una casa-torre che dominava il passaggio verso la Dogana;
Domus de Sancto Magno era ubicata nella contrada “La Terra”, vicino alla Chiesa di San Bartolomeo e citata perché il suo cortile (curtis) era stato invaso dalle macerie della chiesa vicina;
Domus del “Sarto Greco”, finalmente riparata nella contrada Sant’Antonino, confina con una “via publica scissa” (una strada pubblica spaccata dal terremoto).
A maggio 1351, la Domus Cabelle (Dogana) torna pienamente operativa: Pondus gabelle rediit in domo sua, il peso della gabella è tornato nella sua casa/sede.
Nonostante fosse fuori dalle mura, viene descritta ora come protetta da una “palizzata de ligno” (una staccionata di legno) per evitare che i mercanti pugliesi, sostando di notte, venissero derubati.
L’Avellino che emerge da questi documenti è una città dualistica.
Sulla Collina (La Terra): case nobiliari, Cattedrale e Palazzo Vescovile (ancora in restauro), protetti dalle mura ma segnati dalle crepe.
In Piano (La Piazza): la Dogana, le botteghe del Sarto Greco e dei calzolai, un’area vivace ma “aperta”, che viveva in simbiosi con il Ponte di Atripalda e i mulini che stavano ricominciando a girare…..



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