ATTI DI NOTAI AVELLINESI. La peste nel Casino del Principe, l’A.G.P., Pacello fontaniere del Re, l’oro delle spose, liti nei paesi del vino fra Zaza e i Perrelli

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NOMI E VOLTI FRA BETTOLE E TAVERNE DA MERCOGLIANO AD ATRIPALDA NELLA SECONDA META’ DELL’800

…Potremmo rivivere un giorno del 1889, facendo rinascere il sindaco Alessandro Sensale, per fare la cronaca di quelle belle giornate. Anche perchè lui ce la metteva tutta per portare avanti l’amministrazione, insieme agli assessori Bartolomeo Bianco, Giuseppe Argenziano, Alfonso Brancone e Luigi Santangelo. In quegli anni c’era il vezzo di voler fare bella figura con tutti, dai forestieri, che avevano camminato ore ed ore, se non giorni, per andare a Montevergine, ai compaesani, che desideravano l’agognato cambiamento. Nè erano poche le tasse, rispetto al secolo prima, quando c’era l’esenzione perchè soggetti all’AGP. Lo sapevano bene gli amministratori e gli impiegati addetti, come il segretario comunale Federico Palomba e lo stesso esattore Gaetano Pescatore. Nei giorni di festa si mobilitava l’intera popolazione per fare la colletta e festeggiare i santi. Primi ad organizzarsi erano i commercianti, anche perchè la Congrega della Carità, retta dal presidente Bartolomeo Bianco, lavorava moltissimo per le processioni che faceva Don Bernardino Limone della Parrocchia di San Pietro, in accordo con i monaci verginiani.
Mercogliano era sempre stato un paese un po’ ribelle, anche per via delle tante distruzioni subite dai Casali, e un po’ per il pedaggio e le taverne di via Nazionale, rimaste per secoli nelle mani di Montevergine e del Marchese Salvi di Sant’Angelo a Scala. Ecco perchè Bartolomeo Bianco lavorava molto, quando faceva anche il giudice conciliatore.

Il paese non era grandissimo. Aveva appena quattro scuole elementari, frequentate da 203 alunni sotto la bacchetta di Guglielmo Argenziano e Pasquale Stipo, e le ‘carezze’ delle maestrine Amalia Marino e Filomena di Risi. Se ci si sentiva male, non solo durante i giorni di festa, ma nell’arco dell’anno, si chiamava il dottore. Si poteva scegliere fra Fiorentino e Remigio Vecchiarelli (che erano i due medici chirurghi condottati) e Gabriele Argenziano, che esercitava la libera professione. Anche se la gente preferiva chiamare le levatrici: è sempre festa quando nasce un bambino! Più che alle malattie infatti, sebbene la mortalità infantile fosse elevata, era una gioia chiamare Carmina Tulimiero e Petronilla Sensale, quando vedeva la luce un neonato, perchè sapevano il loro mestiere di levatrice. I bambini potevano dormire sonni tranquilli. In effetti la società mercoglianese si stava evolvendo e, al di là dei tanti braccianti che lavoravano ancora la terra, buona parte del paese si dedicava alle arti e al commercio. Anche gli operai erano organizzati in due società: quella di Mutuo Soccorso (con Michele Santangelo a presidente e Giuseppe de Juliis a segretario) e l’Agricola Operaia Principe di Napoli del cavalier Giuseppe Santangelo a presidente e Saverio Castaldo a segretario. Eppoi c’erano i professionisti laureati, da Damiano Vecchiarelli, che faceva l’agrimensore, a Felice Vecchiarelli, Federico e Michele Santangelo, a Gennaro Sensale e al cavalier Giuseppe Santangelo, che facevano gli avvocati. Senza voler dimenticare l’ingegner Alfonso Sensale e gli onnipresenti farmacisti, il cavalier Giuseppe Argenziano e Giovan Battista d’Agostino. Mercogliano pullulava di negozietti. C’era l’armeria di Giuseppe Capozzi, la botteria di Nicola, gaetano e Modestino Iaccheo, le barberie di Domenico e Federico Forino e Gennaro Persico, le caffetterie di Antonio Sensale, Antonio Iandoli, Gaetano Izzo, Tommaso Iandoli e Luigi Greco.
Per costruire una casa ci si poteva rivolgere ai fabbricatori, quasi sempre essi stessi capomastri muratori Fiorentino ed Antonio Sessa e Fiorentino Pagano. Ma il mestiere fiorente, è accertato, era quello di calzolaio. Salire e scendere da Montevergine, per le innumerevoli festività, per i voti fatti, per recarsi a lavorare, richiedevano una ‘manutenzione’ costante. Aggiustare le scarpe ai pellegrini, poi, nonchè ai signorotti, non rendeva male. Perciò erano ben dodici i ciabattini mercoglianesi: Flaviani de Lisi, Alfonso Persico, Giovanbattista e Raffaele Corrado, Giuseppe Coppoli, Nunzio Sensale, Pasquale e Michele Testa, Pellegrino dello Russo, Arcangelo Calabrese, Angelo Caruso e Nunzio della Sala. Andrea Calabrese, Antonio e Carmine Capozzi facevano invece i fabbri-ferrai. Modestino Criscitiello, Giuseppe Calabrese, Luigi e Mattia Santangelo, Annibale Coppola e Giovanni di Nardo portavano avanti le falegnamerie. Per carrozzelle e cavalli da ‘risuolare’ ci pensava il bravo maniscalco Pasquale Testa. La vita menava tranquilla a Mercogliano e i più soddisfatti erano proprio i commercianti del borgo. Affari d’oro per Gabriele Argenziano e Michele di Nardo che tenevano il forno, e per Costantino Preziosi che faceva il mugnaio. Ma carni macellate fresche si potevano trovare solo da Gaetano de Paquale e Costantino Iandoli.

La domenica, però, tutti a messa. Per signori, artigiani e contadini alla ricerca di un momento di tranquillità e, perchè no, per fare acchiappanza. Lo struscio era l’unica attività preferita dagli innamorati e, la messa, l’unica grande occasione di incontro per le donzelle in abito bianco che dai Casali raggiungevano la Chiesa madre di San Pietro. E non era cosa facile, a quei tempi, neppure uno sguardo, figuriamoci un timido bacetto. Ma tutti, prima o poi, dovevano metter su famiglia, farsi una casa, o almeno una stanza per dormire. Ai più timidi e insesperti ci pensavano Sabato Sesssa, Michelangelo e Luigi Grieco, Gennaro Gennarelli e Alessandro di Risi che facevano i sensali di professione, oltre che i mediatori di mestiere. Mercogliano era abbastanza grande rispetto ai piccoli centri della zona e c’era lavoro quasi per tutti. Guadagnavano bene Stefano Argenziano, Flaviano di Falco e Luigi Santangelo col commercio del legname; Raffaele e Antonio di Nardo, con quello delle pietre lavorate; Saverio Castaldo, Giovanni Calabres e Silvestro Matteo, pitturando case palazziate, stanze e chiese. Non stavano male quelli del centro. Anche di sarti ve n’erano abbastanza, almeno dieci: Modestino e Giosuè iaccheo, Angelo e Salvatore di Gennaro, Camillo del Latte, Gennaro di Lisi, Salvatore Sensale, Giuseppe Adamo, Antonio e Matteo di Giovanni; oltre donna Lucia di Vito che faceva la stiratrice.
Sali e tabacchi non potevano mancare da Alfonso di Nardo, Saverio Ippolito, Giosuè di Gennaro e Alfonso dello Russo; generi diversi, invece, da Modestino Criscitiello, Antonio Iandolo, Antonio Sensale e Luigi di Gennaro. Se c’è un mestiere che andava bene, era quello dell’oste. Taverne in ogni dove, trasformatesi in osterie e bettole, come allora si diceva, se ne contavano su tutto il territorio. Piatti caldi da Salvatore Ruggiero, Gennaro Gennarelli, Giuseppe Tomeo, Bartolomeo Calabrese e Francesco Cavaliero. Specialità locale dovevano essere gli strascinati di donna Luisa Renna e le tagliatelle di donna Genovieffa che teneva la locanda insiele ad Angelo del Latte. Specialità si trovavano ancora da Salvatore di Gennaro, Giovanni Napolitano e Giuseppe Pescatore. Ottimi cuochi dovevano essere Michele d’Arila, Maria Michela Manfra, Filomena Gennarelli, Pellegrino Criscitiello, Sabato di Nardo e Michele Masiello. I ristoratori erano tanti e fra essi c’era anche chi dava stanze a pensione e faceva l’albergatore. Proprio una domenica diversa…

argomenti trattati

1. Poeti a corte NEL CASINO Caracciolo

2. maestro in fontane del Rinascimento

3. LA SANTA CASA DELL’AVE GRAZIA PLENA

4. DAMASCATI DELLA SPOSA DEL PARTENIO

5. FERRO E RAME alle SPOSe di montefusco

6. LITE DEL DUCA PERRELLI SUL PAESE DEL VINO

7. RIVOLTE E FUNICOLARE DI MONTEVERGINE

Description

PRESENTAZIONE

POETI NAPOLETANI ALLA CORTE DI AVELLINO, NEL CASINO DEL PRINCIPE PRIMA DELLA PESTE

Avellino fu una città vescovile della provincia di Principato Ulteriore del Regno di Napoli, il cui feudo era divenuto di proprietà privata della Casata Caracciolo. Facevano eccezione i luoghi pii dipendenti dalla provincia Diocesana di Benevento o da altri istituti, come nel caso dell’Ospedale di San Tommaso, appartenuto a Montevergine, o del monastero di San Paolo, accosto alla Casina del Principe, dipendente dall’eremo dell’Incoronata di Sant’Angelo a Scala. Ai Principi avellinesi era piaciuto circondarsi di altrettanta nobiltà, fin da quando scelsero di risiedere a Napoli.
Erano i tempi in cui Giambattista Manso (1560-1665) Marchese di Chianche e di Bisaccia diveniva amico di Torquato Tasso (1544-1595), al quale fu dedicato uno dei Dialoghi, precisamente l’ultimo, intitolato appunto Il Manso o vero De L’Amicizia, nel 1592, quaranta anni prima che i Principi Caracciolo scoprissero il celebre scrittore napoletano Gianbattista Basile, autore de Lo Cunto de li Cunti (libro improntato sugli usi e costumi irpini), nominandolo Governatore di Avellino.
I nuovi capostipiti dei Caracciolo-Rossi, divenuti titolari del feudo di Avellino, vi si insediarono il 6 maggio 1581, dando vita, a partire dal 25 aprile 1589, alla dinastia dei Principi di Avellino. Nei pressi del Palazzo baronale, da cui erano scomparsi merli e torrette, ponte levatoio, bastioni, corpo di guardia e macchine da guerra, spuntarono verande e belvedere nel Largo dei SS.Pietro e Paolo.
Alla morte di Marino Caracciolo, lo stato del Principato di Avellino, fu ereditato dal figlio Don Camillo, signore liberale al quale si deve, fra il 1610 e il 1616, il riammodernamento del Palazzo, con un Parco di piante d’alto fusto, con voliere, peschiere e fontane, divenuto riserva naturale con pavoni, cigni, fagiani e cinghiali.4
I feudi irpini dei vari esponenti della famiglia Caracciolo erano diversi e sparsi su un territorio vastissimo, da Casalbore a Torrioni, indi ad Arcella, fatta eccezione per Pianodardine, posseduta dal Marchese Amoretta di Capriglia o della Taverna di Torrette appartenuta ai Carafa di S.Angelo a Scala, a dimostrazione che, nel tempo, gli stati feudali erano andati via via sfaldandosi, a causa di permute, compere e controversie.
Perfino il piccolo territorio di Torrioni si presentava frazionato quando, scrive Donnarumma, solo una parte del feudo, quella confiscata dagli Angioini alla famiglia Del Turco, cioé la Torrioni del signor Camillo descritta nei documenti, restò nelle mani di Don Camillo Caracciolo di Avellino.
La provincia di Principato Ulteriore era divisa in Distretti e, proprio da Torrioni, feudo del Monte a cavallo fra il Distretto di Benevento e il Distretto della Montagna di Montefusco, cominciava cominciava il Distretto di Avellino, e quindi l’originario Stato feudale dei Caracciolo, sebbene va precisato che Torrioni era già dei Caracciolo di Casalbore prima che i Caracciolo-Rossi divenissero Principi di Avellino. Un feudo di confine conteso fra Carafa e Caracciolo che creò non pochi problemi.7
Sono proprio i nomi che si rinvengono nei cedolari dell’Archivio di Stato di Napoli in cui si riscontra che la piccola Torrioni era divisa in tre feudi diversi per anni, fra il papa di Benevento, i Caracciolo di Avellino e i Conte di Montefusco (indi i del Tufo e i Piatti che ne unirono 1/3 a Tufo).
In questi paesi la tassa sull’enfiteutico, spesso riscossa con violenza, prendeva nome di Laudemio, cioè la quartame partem praedj vulgo dictam quarteria loco laudemii sive quinquagesimae, et hoc non sive violentia, ac propria autorità. Tassa a cui era soggetti i cittadini infeudati di Chianche, Bagnara, Petruro e Toccanisi sicuramente e, forse, quella parte di Torrioni in precedenza chiamata Torrione del Signor Camillo Caracciolo di Avellino.
Erano gli anni in cui dalla prima moglie del Principe Camillo Caracciolo, la Principessa Roberta dei Duchi di Carafa (m.28.8.1603-?), nacque il Principe Marino II (n.9.4.1607), che si ritrovò per matrigne la Contessa Beatrice Orsini di Muro Lucano, trasferitasi e morta in città (m.11.11.1607), e la Principessa Dorotea Acquaviva d’Atri, già Duchessa di Spinazzola.
Sono gli anni in cui la rivolta di Masaniello aveva sviluppato ripercussioni sulla proprietà fondiaria con rivendicazioni che ebbero eco nei feudi della Basilicata, da Atena Lucana e Brienza, da Pietrafesa a Sasso, dove si creò un fronte antifeudale in cui confluirono sia i braccianti che i piccoli proprietari. Non sfociò in guerra civile, ma fu una vera protesta contro il potere amministrativo anche di alcuni Caracciolo, con episodi di lotta contro gli abusi registrati da Melfi a Potenza.
Il figlio di Don Camillo, Marino II, ebbe una vita comunque felice ed agiata, ricca di soddisfazioni, a cominciare dalla nomina a Gran Magistro del 1623, interrotta solo dalla peste del 1656, quando, pur trovandosi a Napoli in quanto Cancelliere del Regno, ordinò che si trasformasse ancora il Palazzo avellinese, stavolta in ospedale, per alleviare le pene dei colpiti dal morbo, delegando al governo dello stato feudale cittadino, cioè a proprio Governatore, il vescovo Pollicini, poi, contagiato anch’egli e, dopo morto, sostituito dall’abate Michele Giustiniani. L’ordine fu quello di impedire l’ingresso ai forestieri, ma la peste si era già diffusa al punto di ridurre il numero degli avellinesi da 4.500 abitanti a 2.000 unità circa.
Nonostante ciò Francescomarino e Donna Antonia Spìnola Colonna superarono l’era del morbo con grande ‘entusiasmo’, trasferendosi a Napoli e facendo unire in matrimonio (1666) il figlio Marino II con Geronima Pignatelli (1644-1711) , la quale, nel 1688, diede alla luce Marino III. Ereditò Avellino alla morte del padre, nel 1674. Un principino degno di tal nome che possedette titoli feudali e titoli onorifici ereditari ed acquisiti da far invidia a grandi regnanti…..

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Editorial Review

LA VERA STORIA DELLA FUNICOLARE DI MERCOGLIANO, PRIMA DELLA STAZIONE DI AVELLONO

Nella Mercogliano dell’Ottocento si ebbe un consolidamento della vita cittadina intorno al centro abitato, una volta detto Casale, e a due frazioni principali: Torelli e Torretta. Qui si producevano castagne, vini e nocciole e si fa mercato ogni venerdi.
Ma il nuovo secolo si aprì con la cattiva notizia del brigantaggio preunitario che infestava i monti. Fra i capi si ricordano il famoso Laurenziello che ebbe un suo collegamento anche a Mercogliano per il tramite di un sarto il quale, in cambio di soldi e di oro, gli forniva derrate alimentari acquistate in paese. Questa la sua storia abilmente raccontata da Edmondo Marra. Il mercoglianese è citato a metà luglio del 1811.100
I fatti vennero svelati dalle donne che abbandonarono la banda, cioè da Anna Pisapia, moglie di Sabino de Feo, fratello del brigante Laurenziello e da Saveria Magliaro, moglie di Luigi de Feo, le quali si costituirono due mesi dopo che si erano allontanate dalla comitiva. Anna lo fece il 20 Luglio 1811 a Cassano, mentre Brigida Tedesco già lo aveva fatto il 20 giugno a Montoro.
Le due donne furono interrogate da Gaetano Testa, supplente del giudice di pace del Circondario di Avellino, e raccontarono la storia del brigante Laurenziello che le vide coinvolte, facendo il nome di un sarto di Mercogliano, il cositore Pasquale Pirone.
Anna Pisapia svelò che era stata con la banda di Laurenziello per 17 mesi, affermando che, appena partorito, fu costretta dal marito a seguirlo con la banda che era composta da 20 elementi tra i quali volturresi e santostefanesi, quasi tutti imparentati fra di loro, che infestavano i molti del Terminio e del Cervialto.
Raccontò che con la morte di Aniello Rinaldi da Montella passarono in Puglia unendosi a Gaetano Meomartino alias Vardarelli e a Giovanni della Guardiaregia. In quel periodo Laurenziello flertava con Romualda della Pietra di Caserta, suscitando le ire del fratello Sabino che non voleva donne appresso, per questo motivo lasciarono Laurenziello in Puglia e, con Francesco e Luigi de Feo, il sacerdote di Lioni Rocco d’Amelio (sarà trovato morto nel giugno 1810 nelle campagne di Atripalda) e Micheluccio di Volturara se ne andarono in Abruzzo dove restarono due mesi e mezzo, rubando solo per mangiare. Tornarono quindi in Provincia dove appresero che Laurenziello era stato ucciso dai suoi stessi compagni, per cui non lo cercarono più. Il capo della comitiva divenne Rocco d’Amelio, ma a Pianod’ardine si divisero e, mentre Rocco d’Amelio e Michelaccio presero la loro strada, Sabino ed il cugino tornarono sulle montagne di Montella, dove incontrarono Laurenziello solo e con una folta barba, che confidò loro di essere lì, da solo da due mesi.
Laurenziello si tagliò quindi la barba con delle forbici e si pose alla loro testa, andando a Giffoni dove si nascosero nella grotta dell’eternità, per tornare dopo poco tempo nelle montagne di Montella. Anna era incinta e fu lasciata a Ribottoli da Salvatore Tedesco alias lo Mossuto, dove andavano a trovarla di notte. Laurenziello fece pace con Andrea Raimo che aveva ucciso Mafone, il suo luogotenente, perché, essendo entrato nelle grazie del Governo, poteva ritornare utile. Laurenziello si lamentava con i suoi che era costretto ad essere sanguinario per aiutare gli amici in difficoltà e che aveva ucciso una madre e due figlie perché Pasquale Pirone alias Cocitore era stato da loro riconosciuto come amico suo. Una sera, Andrea Raimo uccise Anastaso de Feo che si era avvicinato troppo alla casa di Mossuto ed alla domanda di Laurenziello del motivo del’omicidio, rispose con sdegno: - Lo ha ucciso il cazzo!
La comitiva fu costretta allora a traslocare. Una notte decisero di rubare a casa di Vincenzo Fiano a Ribottoli, ma alla fine tornarono con la nipote Elisabetta che doveva sposarsi il giorno dopo e la tennero con loro. Nello stesso periodo in una masseria a Piano di Montoro, dove si erano fermati a mangiare si presentò un ragazzo che chiese di unirsi a loro perché aveva ucciso il garzone di Miniello de Mori e temeva di essere arrestato.
Laurenziello disse che poteva aggregarsi e per festeggiare andarono nella masseria del padre distante alcune centinaia di metri. Il giovane restò di guardia fuori e all’improvviso sparò uccidendo un uomo che passava con la figlia lì vicino solo perché non si era fermato al suo richiamo. Chiese allora a Laurenziello di uccidere anche la figlia per paura che potesse parlare e venne accontentato. Quella sera con Laurenziello c’erano Sabino il fratello, Luigi e Francesco de Feo, Pietro Mele di Volturara, Vito Tedesco, Giuseppe Tirella, Giovanni Masucci, Elisabetta Fiano, la rapita, e Brigida Tedesco.
Scapparono tutti verso la grotta di Giffoni e dopo un poco, avvertiti dal loro amico Androne che l’esercito stava per arrivare, se ne andarono verso Serino. Qui Luigi de Feo chiese a Paolo Di Crola di Volturara di andargli a prendere la moglie Saveria Magliaro che era incinta. Cosa che Di Crola fece con un guadagno di venti ducati. Poi andarono sulle montagne di Montella e dopo uno scontro a fuoco con le guardie si diressero in Terra di lavoro, ma anche qui vennero attaccati e scapparono verso Serino. A Pianodardine Giovanni Masucci venne ferito, catturato e fucilato.
Tornarono verso Mercogliano dove furono attaccati e persero due borracce nella fretta di scappare. Andarono sulle montagne di Volturara dove un latitante, Matteo Paradiso, reo di aver ucciso il figlio dell’esattore delle tesse, Michele Masucci, sindaco dell’anno precedente, li accolse e li ospitò. Alla fine gli regalarono un paio di orecchini, 47 senaccoli, quattro fascette d’oro, una crocetta, quattro forcine e due cucchiai d’argento per portarli al fratello panettiere a Volturara e procurarsi pane per alcuni giorni. Matteo li seguì, ma una notte insieme con il compaesano Pietro Mele scappò di nascosto dopo aver rubato la scoppetta ed un orologio a Luigi de Feo e la cartucciera a Francesco de Feo. Il giorno dopo si allontanarono dalla comitiva anche Giuseppe Tirella e Vito Tedesco in seguito ad un diverbio. Laurenziello si diresse a Sorbo dove fu ospite in contrada Madonnella di un pastore che gli diede del pane, delle soppressate e del formaggio fresco. Si diressero quindi a Mercogliano dal loro amico Pasquale Pirone, il Cositore. Un giorno un giovane di Mugnano che passava di li fu strangolato perché aveva visto i briganti con il loro complice. Laurenziello consegnò al Cositore un paio di cerchiette, una cannaca di coralli rossi e sennacoli d’oro, due forcine e due cucchiai d’argento, un ricordino, una fascetta d’oro ed una d’argento perché li cambiasse in ducati in paese e glieli portasse. Il Cositore tornò dopo tre giorni, ma portò con se anche la guardia civica. Laurenziello si accorse del tradimento e buttandosi in un vallone riuscì a sfuggire all’accerchiamento. Si seppe poi che con il traditore Pasquale Pirone vi erano anche i loro ex amici Andrea Raimo e Salvatore Tedesco. Alcuni giorni dopo, girando sulla montagna di Arienzo, decisero di fare un furto nella vicina Taverna dell’Olio. Per evitare pericoli lasciarono le donne nascoste in un campo di grano e si avviarono alla Taverna. Poco dopo le donne sentendo dei colpi in lontananza, per paura che fossero le guardie, legarono il cane di Laurenziello ad un palo e scapparono per non essere prese.
Si diressero a Nola dove si divisero: Anna Pisapia e la Magliaro andarono verso Napoli, Brigida e Elisabetta verso Montoro. Era il mese di maggio del 1811. A Napoli restarono per 45 giorni per andare poi a Cassano a casa di Maria de Feo, parente di Anna. Stanche di quella vita si costituirono al Sindaco di Cassano che le portò dal giudice di Montella e quindi in Serino dal generale Giustini.101
La popolazione cresceva notevolmente e lo si notava ad occhio nudo durante le processioni e nei giorni dedicati alla Madonna di Montevergine, per il flusso di pellegrini diretti al santuario, come scriverà il mercoglianese Filippo Bianco, prima di passare a miglior vita nel 1837, ricordato per essere autore di opere letterarie di gran pregio. Il 6 aprile 1829 dedicherà il suo primo lavoro letterario al padre Saverio, che all’amore dell’affettuo suo offerisce e consacra, il Trattato sugli anelli antichi, Tipografia Brescia, Napoli 1829. Idem il Manzi, con le Riflessioni critiche. Don Giovanni Saracinelli fu autore dei Fondamenti politici delle Monarchie sulla vera religione stabiiliti uscito nel 1816 e Monumento di vero culto verso l’Eterno del 1818, che si meritò la benevolenza di Ferdinando I il quale lo premiò con una pensione prima che lo perisse una desolante malattia. Il frate capuccino Diodato Lettore e il predicatore Don Emiliano Lettore priore verginiano elogiato dal Mastrulli.
Solenni funerali furono celebrati nella Chiesa Madre di Mercogliano il 14 dicembre 1830 dall’abate Daniele Maria Zigarelli esaminatore sinodale, il quale ci ricorda che Mercogliano fosse Capoluogo del Circondario a cui appartenevano i comuni di S.Angelo a Scala e Capriglia, essendo il primo dei comuni che costituivano la Diocesi di Montevergine.102
Passato alla storia il perioco borbonico, Mercogliano diede il suo contributo all’Unità d’Italia, staccandosi definitivamente dall’abbazia di Montevergine, ma non dagli irriducibili briganti che presero ad invadere le alture del Partenio.
La repressione piemontese fu spietata e, nonostante i malumori, la pace tornò in tutti i paesi che andarono a modernizzarsi. La gente si sentì più libera, almeno sulla carta, ma restò il legame, se non più da sudditi ma da devoti, verso il santuario mariano. Con i moti di indipendenza del 1820-1821, partiti da Nola sotto la guida dei patrioti Silvati e Morelli, Mercogliano diede esempio di gran vigore, dopo la cospirazione con cui, sebbene non si volesse rovesciare il Re, si chiese a gran voce l’agognata Costituzione.
La rivolta del 1820 prese vigore e coinvolse alcuni ufficiali, come il generale Guglielmo Pepe, comandante della II Divisione nelle province di Avellino e di Foggia, e Michele Morelli, capo della sezione della carboneria di Nola, che decise di coinvolgere il proprio reggimento, affiancato da Giuseppe Silvati, suo sottotenente al comando del IV squadrone, e da Luigi Minichini, un prete nolano vicino ai poveri e all’idea di giustizia sociale. Nella notte tra il primo luglio e il giorno due, Morelli e Silvati disertarono l’esercito ufficiale con 130 uomini e 20 ufficiali, raggiunti da Minichini che però non voleva procedere per le campagne per reclutare contadini, ma puntare su Avellino dove li attendeva il generale Pepe. Ad ogni modo non raccolsero consensi durante il viaggio, finchè, il 2 luglio, non giunsero a Monteforte e, a metà strada, furono bloccati da un messo del Colonnello De Conciliis, capo di stato maggiore del generale Pepe di stanza ad Avellino, con cui si ordinava ai ribelli di non proseguire la marcia verso il capoluogo. Perciò si scelse di sostare a Mercogliano, non senza il consenso degli amministratori e dei Mercoglianesi che alimentarono le fila dei cospiratori, dando avviso al de Conciliis, che, sebbene si era pronti a proclamare la Costituzione, rifacendosi al modello spagnolo, si voleva restare fedeli al Re, riconoscendo la sovranità dei Borbone. In effetti De Conciliis fece finta di combattere gli insorti, invitandoli a deviare verso Mercogliano allo scopo di toglierli dalla Via Nazionale, ma comunque richiamando all’ordine le compagnie di militari dei Comuni per annunciare che era scoppiata la rivolta. Da qui la scelta di rintanarsi nuovamente a Monteforte per proclamare il nuovo regime in nome della Costituzione e della Libertà, mentre fra gli squadroni dell’esercito di stanza nei circondari già si annunciava la repressione. Ma ciò non turbò Morelli che, al capo dei suoi uomini, sicuro di essere capito da De Conciliis, il giorno seguente, fece il suo ingresso trionfale ad Avellino, accolto dagli amministratori. Precisando che non avevano intenzione di deporre il Re, né di rinuciare al giuramento di fedeltà fatto, Morelli dichiarò di non essere a capo di un movimento sedizioso ed esibì un attestato di Modestino Bianco, sindaco di Mercogliano, compendo il gesto di sottomissione alla gerarchia militare, quando giurò proprio di fronte al Colonnello De Concilij: Io, sottotenente Michele Morelli, obbedirò a voi, tenente colonnello del medesimo esercito di Sua Maestà Ferdinando, re costituzionale. Un passaggio di poteri che provocò il disappunto di Minichini, tornatosene a Nola per una diversa rivolta, mentre il 5 luglio, Morelli entrava a Salerno, e la rivolta prendeva corpo a Napoli con il generale Guglielmo Pepe. Finalmente, il giorno dopo, Re Ferdinando si vide costretto a concedere la costituzione, festeggiata il giorno dopo dai 20 mila cospiratori che si raccolsero in Napoli con Morelli alla guida del suo Squadrone Sacro, soddisfatto dell’impresa, al punto che rinunciò ai moti rivoluzionari di Palermo del 20 luglio 1820.

La gente si riversava per le strade durante il mese di maggio e a settembre, nei giorni dedicati alla Vergine Maria, lungo la Via Nazionale delle Puglie e la Via Partenio-Guardiola. Nè mancava chi addobbava i carri, tentando di emulare quelli ben più ricchi e guarniti provenienti da Napoli che sfoggiavano colori e addobbi sulla rotabile Avellino Mercogliano, dove fermavano le loro vetture per far riposare gli asini. Erano gli char-à-banc, le carrozze a festa decantate da Luigi Conforti, lasciate in custodia prima di risalire a piedi la montagna, non esistendo la rotabile per Ospedaletto. In questi anni, però, era già nata l’idea di creare una macchina che portasse i fedeli direttamente in cima, senza più inerpicarsi per il sentiero antico. Era già pronto il progetto per realizzare una vettura a trazione funicolare viaggiante che collegasse il centro con il Piazzale delle Teglie, così come immaginato da Guglielmo de Cesare, abate dell’epoca. Basti pensare che nel 1882 la realizzazione dell’opera era quasi al compimento, ma fu bloccata dalla burocrazia prima e dalla guerra poi....