08. APICE NEL 1753

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La comunità riunita intorno alle quattro parrocchie del 1700

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In questi anni ogni paese è davvero uno stato a se. Sarà sempre meglio quindi distinguere prima le Chiese parrocchiali, così come accaduto per altri luoghi, perchè una Parrocchia può essere vacante, quando la Chiesa cade e il titolo viene aggregato ad un’altra parrocchia, come nel caso di San Nicola e San Bartolomeo di Apice. Oppure funzionare anche solo amministrativamente, come abbiamo sottolineato in altri studi, da Caserta a Mugnano del Cardinale, in quanto vanno sorgendo, all’interno delle Chiese, Cappelle e Congregazioni di monti frumentari, rette da laici, talvolta indicate con nomi diversi, con decine di ecclesiastici che ci girano intorno. Da una parte il resto della Montagna di Montefusco fino a Torrioni,32 con la parrocchiale di S.Angelo che possedeva terreni fino a Tufo, di proprietà e non, in quanto alcuni risultano a censo ed appartenenti al Barone Piatti.33 Nessuna confusione, quindi, neppure con Toccanisi, dove la Parrocchiale, nel Catasto di quel paese, è intitolata a San Giovanni in Cotoli.34
Ad Apice ne compaiono quattro: la Parrocchia di Santa Maria Assunta in Cielo, la Parrocchia di San Nicola, la Parrocchia di San Bartolomeo e l’antica Parrocchia di San Pietro, la cui sottostante cripta fungeva anche da cimitero.
Queste ultime due chiese, San Bartolomeo e San Pietro, saranno poi distrutte dal terremoto del 1860, sebbene San Bartolomeo subì gravissimi danni già dal sisma del 1732, quando la Parrocchia fu aggregata a quella di San Nicola sotto il nuovo titolo dei SS.Nicola e Bartolomeo. Ciò significa che a quei tempi le anime erano riunite intorno a tre nuclei centrali che, nella sostanza, costituivano i luogi abitati della Terra di Apice. Infatti, una Menza Rettorile riscontrata nel Catasto, è alla guida delle due parrocchie sotto il titolo unificato dei SS.Bartolomeo e Niccolò e possiede casa per uso del Reverendo Rettore ed innumerevoli altri territori più quelli dati ai braccianti a cenzo, cioè per 29 anni, o a cenzo perpetuo (once 976).
Le altre Parrocchie guidate da diveri religiosi. L’Insigne Collegio sotto il titolo di Santa Maria Assunta in Cielo era a capo della Chiesa Collegiata a tre navate, la Chiesa Madre, una struttura databile 1300, a cui sarà annessa la Congrega di Santa Maria Immacolata e, dal 1618, per istituzione del Cardinale Orsini, la Confraternita del SS.Corpo di Cristo col diritto di concedere indulgenze. La Chiesa di Santa Maria sarà poi elevata al titolo di Abbazia, conservando diverse reliquie, fra cui il velo della Madonna, il cuore, l’abito e le ossa di San Giuseppe da Copertino, la veste di S.Andrea di Avellino, il mantello di San Francesco di Paola. Nell’Onciario possiede diversi beni, fra cui una casa alla Parrocchia di San Pietro, un comprensorio di casaleni alla Parrocchia di Santa Maria e rendite pari ad una dichiarazione da oltre 3630 once.
La Menza Primiceriale del primicerio, che possiede l’Orto sotto la Portella e territori a Chioccole, Ferrara, Alvino seu San Giovanni della Rocca (solo once 130.20); chi dalla Menza Arcipretale guidata dall’arciprete, che possiede per abitazione del Reverendo Arciprete la Casa Palazziata a La Parrocchia di Santa Maria (quasi 1230 once). In ogni caso, anche se il distretto civile è quello di Ariano, le parrocchie appaiono dipendere tutte dal vescovo di Benevento. Non c’è invece alcun riferimento ad un Convento di S.Antonio in Terra di Apice, la cui Chiesa gode di indulgenza plenaria per i visitatori che guadagnano 40 anni e 300 giorni, se non ad una località. Forse perchè il noto santuario è una nuova fondazione o risulta in territorio di Bonito e, comunque, andrebbe verificata anche la lapide del 1530 che vuole l’edificazione della struttura ad opera di Padre Ludovico da Fossombrone in quanto, a cominciare dall’altare maggiore in legno, quello col quadro incastonato che raffigura San Francesco che riceve le stimmate, fu costruito da Bernardino da Massa solo nel 1694. Di certo, per quel che riguarda il Convento di Sant’Antonio in Bonito, fu edificato nel 1712 dopo che il feudo, rilevato dalla Regia Corte dalla famiglia Bonito, fu ereditato da Don Domenico Bonito (1698). Don Domenico lo fece erigere su un suo terreno facendovi ricoverare i Padri Francescani Riformati con la concessione della Santa Sede nel 1712. Qui resistono la Cisterna centrale e il Porticato sottostante gli ambienti superiori che affacciano nel Chiostro francescano. Da vedere il bellissimo coro settecentesco e la cantoria in legno dorato opera di artisti locali. Fu completata nel 1790, invece, la Chiesa del Convento di Sant’Antonio, all’ingresso del paese, con la facciata in stile barocco, che conserva tele e arredi liturgici. All’interno sono ancora visibili alcune cappelle votive, anche un coro ligneo del 1700, un pulpito intagliato del 1800 e varie statue lignere, fra cui quelle raffiguranti San Francesco di Paola. In questo Convento fu sepolto Federico Cassitto l’11 settembre 1837. Un quadro completo sul ruolo delle Parrocchie nel 1700 lo si ha proprio dai Catasti, nella sezione relativa ai beni di Chiese, monisteri, Badie, Beneficij e Luoghi Pij.35
Nel nostro caso non vi sono altre specifiche di rilievo, sebbene, secondo la tradizione, le origini di Apice affondino solo nella Chiesa di San Nicola, a cui, nel 1600, era stata annessa la Congregazione di Santa Maria del Rosario, e, negli anni a venire, risulterà possedere diverse reliquie, fra cui il legno della Santa Croce. I suoi sacerdoti hanno il privilegio arcivescovile di indossare pelliccia o mozzetto, quasi a ricordare il legame ancestrale con la sede vescovile bizantina di Ariano. C’è da dire che in passato, nella Terra di Apice, sono stati sempre i religiosi, fra potere politico ed ecclesiastico, a possedere il vero scettro del comando. Del resto, i parroci, sono coloro che già registravano i cittadini, fra libri di nati, morti, matrimoni, etc. Ed anche per il Catasto, stavolta in collaborazione con i parroci, ma in forma civile, ogni residente è addirittura obbligato a dichiarare i beni posseduti, come si legge negli atti preliminari, dov’è allegato il singolo atto di fede di ogni cittadino, cioè l’impegno scritto, a cui spesso si rimanda, giusta la fede, quella degli atti preliminari. Ed è partendo da queste dichiarazioni, cioè dalle rivele effettuate dai cittadini (quasi sempre spontanee), che le commissioni poterono redigere i catasti in tempi brevi per l’epoca, benchè in alcuni casi furono terminati dopo molti anni.
Nel 1753 Apice consegnò il tutto in un tomo che, al contrario di Caserta, per esempio, non ebbe bisogno neppure delle sezioni dei volumi catastali denominate Repertori. L’Onciario del nostro comune fu archiviato dalla Regia Camera della Sommaria come Vol[ume] N[umer]o 4812 / Principato Ulteriore / Distretto di Ariano / Apice / Onciario del 1753, come recita il frontespizio. Già a seguire cominciano i nomi dei capifamiglia, Angelo Licciardo, Angelo Cuciniello, Angelo Raciuppo…, mentre, in genere, vengono preceduti dalle dichiarazioni di Apprezzatori e Deputati alla redazione materiale del Catasto, con la variante degli Estimatori, come accaduto per Torrioni.36 Ma ad Apice, come a Torrioni, la popolazione è rappresentata dalla massa di braccianti e da rari magnifici, compresi gli inabili (non lavoratori disabili e ultra sessantenni) e i minori (eredi senza lavoro), comunque lontani dai grandi numeri dei ricchi comuni di Terra di Lavoro.37
Viene dato quindi inizio alla redazione del Catasto, chiaramente diversa e di gran lunga superiore alle 6.129,21 e 1/2 once dichiarate da piccoli paesi come San Giorgio, San Nazzaro o Torrioni,38 dati dalla sommatoria di tutti i redditi imponibili, a cominciare da quelli del singolo capofamiglia.39
L’aggregazione ecclesiastica di Apice è attiva al punto da superare quasi tutti gli altri comuni del circondario, con i sacerdoti che detengono il massimo potere sulla massa, stando ai loro beni. Fra i più ricchi, oltre il Collegio, la Rettoria e le Mense, compaiono:40
– Il Signor Primicerio, Don Angelo Capocchiano, di questa Terra di Apice, vive in casa propria a Santa Maria e ha casa a San Nicolò, orto a Li Mergoli, Li Picarielli, territori a Lo Pisciariello, Perazzeta o Perarreta, Guardia, Cuorni Panni, S.Antonio;
– Il Canonico Sacerdote, Don Alessandro Zambella, di Apice, ha casa a Santa Maria, territorio a Le Rajtelle, vigna a La Guardia, Coste di S.Angelo, territori ad Alvino, San Martino, Isca Rotonda e Vecchio, Cuorni Panni, Orto a Fontana Magliocca, territorio nel Fiodo [feudo] del Covante;
– Il Canonico Sacerdote, Don Teodoro Colarusso, abita in casa propria a San Pietro. Possiede territori a Li Valloni, Cupazzo seu Corte delle Rose, Lo Pisciarielo, Valle di Ciccarella, Corte di Sant’Antuono, Morroni, La Rocchetta e l’Ammiti di San Bartolomeo, il Ponticello, Le Forche, Le Rasole.41
Vi sono poi le confraternite con le Cappelle erette nella Chiesa Collegiata:
– La Cappella di Santa Maria degl’Angioli eretta dentro la Chiesa Collegiata possiede territorio a La Starza seu Toroni, Lo Pennino e altri. Possiede alcune case per cenzo;
– La Venerabile Cappella del SS.Crocefisso eretta dentro la Chiesa Collegiata possiede oro a Fontanella e moltissime esiggenze;
– La Venerabile Cappella della SS.Trinità eretta dentro la Chiesa Collegiata possiede territorio a Lo Cretazzo, San Martino, Cuorni Panni e molte esiggenze;
– La Venerabile Confraternita sotto il titolo del SS.Corpo di Cristo eretta dentro la Chiesa Collegiata possiede molti territori e innumerevoli esiggenze;
– La Venerabile Confraternita del SS.Rosario possiede diversi territori e numerose esiggenza;
– La Venerabile Confraternita di S.Maria della Sanità e Suffraggio di Morti possiede orto a Le Grotte di Mast’Oto con diverse case e territori a cenzo.42
Tutte rappresentano le rendite ecclesiastiche perchè relative a privati cittadini, singoli o riuniti in Parrocchia, Collegi o Congregazioni varie, ma di ispirazione ecclesiastica.43
Vi sono anche beni e benefici sul territorio che appartengono a luoghi pii forestieri, come quelli del Sacerdote Don Prisco di Chiara di Bonito, il Beneficio sotto il titolo di Sant’Eustachio di detta Terra di Apice, in person del Reverendo Signor Don Bartolomeo Canonico di Viva di Paduli, quelli dell Reverendo Signor Don Francesco Abbate Miraglia Coscia di Pietra de Fusi che gode il Beneficio sotto il titolo di San Lorenzo al Bosco, dell’Insigne Collegio di San Bartolomeo di Benevento, del Reverendo Capitolo di Benevento, il Beneficio sotto il titolo di Santa Lucia annesso alla Città di Benevento, il Beneficio di Santa Maria delle Zite, San Pietro de Morroni e San Niccolò Li Mosani costituito in persona del Signor Don Filippo di Martino di Fragneto l’Abbate, della Menza Arcipretale della Metropolitana Chiesa di Benevento, il Reverendo Collegio de’ Mensionarij di Benevento, il Beneficio di Santa Maria de Loreto si gode dal Signor Don Domenico Lombardi di Paduli, il Reverendo Signor Don Niccolò tesoriero Pedecino di Benevento beneficiato sotto il titolo di SS. Beata Trinità, San Tommaso, Sant’Antonio di Vienna San Leonardo e San Sebastiano, il Reverendo Signor Don Giovanni Battista Reggina di Monte Fuscoli possiede il Beneficio sotto il titolo di Santo Stefano, San Martino Le Torri e Santa Croce e tanti altri, fra cui anche la Commenda di Malda sotto il titolo di Giovanni Gerosolomilano.
Si tratta di beni posseduti anche da enti non sempre vicini, per effetto ereditario, di vendite o di permute, dalla Chiesa e casa di San Niccolò dei’ Pij Operaij di Napoli al Venerabile Convento di Sant’Anna di Monte Miletto, al Seminario di Benevento che ha una rendita di ben 333.10 once.44 Una piccola sezione sottintesa è quella tutta dedicata ai Forastieri Abitanti Benitenenti Ecclesiastici Secolari e Laici di diversi paesi, cioè al Sacerdote commorante a Morcone Don Domenico Antonio Mazzucchio di 70 anni abita in casa propria a San Nicolò dove possiede altra casa con orto e una mula; e al Signor Arciprete Don Paolo Barone commorante, cioè abitante, a Martano, il quale, possiede casa propria a Santa Maria.45

Description

MIGLIAIA DI COGNOMI DI APICE PER FORMARE L’ALBERO GENEALOGICO

Il Catasto di Apice, come pochi altri del Principato Ultra, è stato riprodotto su nastro fotografico e si conserva in maniera egregia presso l’Archivio di Stato di Napoli, benchè copia di esso doveva esistere anche presso il Comune. Gli originali delle Università finirono a Napoli perchè erano in possesso della Regia Camera della Sommaria (da dove pervennero), ufficio del Regno incaricato a partire dal 1741 alla riscossione diretta delle tasse. Altre informazioni si ricavano sui componenti dei nuclei familiari, indicandosi il numero, la loro età, l’attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia. Curiosità che aiutano a capire la vita condotta a Lapio mentre veniva redatto questo grande inventario (che resterà in vita fino ad essere sostituito da quello napoleonico imposto con la dominazione francese dopo il 1806) consegnato 12 anni dopo l’entrata in vigore della legge. Per i grandi nuclei del Regno ci fu necessità di dividerli in quartieri in quanto le schede occupavano diversi volumi: il Catasto Generale della Città di Caserta diviso in sei Quartieri fu stilato in sette tomi e consegnato nel 1749, quello di Santa Maria C.V. nel 1754 risulta un migliaio di pagine. I nostri comuni sono invece ben più piccoli, a cominciare dalla stessa Avellino e per finire col Catasto di Torrioni che fu fatto in soli pochi mesi dall’emanazione della legge nel 1741. Quello di Apice fu inglobato in un solo grande tomo e sarà consegnato solo nel 1753, come si legge sul frontespizio originale: Onciario Principato Ultra / Apice / 1753 – Principato Ulteriore / Distretto di Ariano / Apice / Onciario del 1753. Quello di una città, in genere, è enorme, perciò viene classificato a volumi: Ecclesiastici (beni di chiesa, nomi dei religiosi, cappelle e congregazioni, benefici); Bonatenenti forastieri; Vedove e zitelle (monache bizzoche e vergini in capillis); Fuochi e figli de’ fuochi [che] abitano altrove (nomi dei capifamiglia e loro congiunti residenti e momentaneamente assenti); Bonatenenti ecclesiastici forastieri (con i nomi dei possessori religiosi forestieri, uomini e istituzioni, che hanno beni in loco); Bonatenenti laici (forestieri ricchi possessori laici); Ecclesiastici bonatenenti forestieri (uomini di chiesa ed istituti religiosi forestieri che avevano beni in loco). Per Apice, come del resto per Montemiletto e Montaperto, bastò dividere i tomi in sezioni, sempre con lo stesso sistema, dagli Ecclesiastici ai Forestieri, a cura delle commissioni scelte dagli eletti dell’Università, cioè dei deputati alla trascrizione delle rivele fatte dai cittadini, dopo aver accertato la veridicità del dichiarato, e perciò chiamati deputati et estimatori,30 così come accaduto in verità anche per città grandi come Caserta, dove i deputati erano otto, fra ricchi, possessori di pecore, braccianti, e massari benestanti, che danno il buon esempio stilando per primi le proprie dichiarazioni.3

Dettagli

EAN

9788872970829

ISBN

8872970822

Pagine

96

Autore

Bascetta,

Del Bufalo

Editore

ABE Napoli

Recensioni

1 review for 08. APICE NEL 1753

  1. Valutato 5 su 5

    Arturo Bascetta

    Il Casale dei braccianti abitato dai forestieri

    Il Catasto onciario di Apice è costituito da un volume di 433 pagine i cui fogli sono stati fotografati e riprodotti su pellicola. Si tratta di una bobina conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da cui il gruppo di studio ha tratto le schede su cui si basa questo lavoro. In ogni scheda sono stati riportati i dati trascritti nell’appendice che segue. Mentre Avellino appare un po’ come i quartieri di Caserta, fatta esclusione di Torre, dove vivono comodamente quelli che possiedono un vero palazzo e quelli che si trovano citati nelle varianti del Catasto capuano col titolo di nobili viventi che vivono di entrate o annue entrate, Apice si distinge per la caratteristica famiglia patriarcale, con figli, nipoti e pronipoti, guidata, spiritualmente e materialmente, dal clero beneventano che ne decide le sorti affidandogli terreni a censo per 29 anni. Sono infatti quasi tutti braccianti, ma con tanto di territori anche a censo perpetuo.1 In pochi rappresentano la figura del ricco che vive nobilmente, altrimenti detto nobile cittadino o nobile uomo, distinguibile dalla massa perchè vive del suo. Uomini nobili che diventano magnifici appena entrano nell’amministrazione della Cosa pubblica dell’Università comunale, la Comune, per vivere civilmente, cioè di rendita.2
    In altri luoghi del Regno, specialmente in Terra di Lavoro, sono decine.3 La gran parte di essi, ha anche un negozio,4 come a Torre di Caserta che, senza badare a spese, per scegliere un servo, lo fanno venire da Atripalda, oppure, come i Giaquinto, dediti all’allevamento di annicchi, cavalli, giumente e vacche.
    Le famiglie posseggono non solo una terra, ma anche una casa propria, oltre ad un iniziale casalino forse concesso in origine dalla Chiesa.5
    I ricchi forestieri, sebbene pochi, ricordano un po’ gli ozi di Capua antica: sembrano ancora più stanchi dei patrizi. Sono magnifici, vivono del proprio, si danno del Don e perfino del Signor, mandando a scuola i piccoli scolari e facendo frequentare maestri napoletani di elevata cultura gli studenti più grandi. In altre parti del Regno c’è addirittura chi si fregia del titolo di patrizio capuano.6
    C’è però da dire che chi viene definito senza mestiere potrebbe essere assessore comunale, cioè eletto, o anche solo consigliere, ed avere quindi la qualifica di Deputato all’Unità come accaduto per Santa Maria.7
    In quella cittadella, per lettere e imbasciate, non ci si reca di persona dal destinatario, ma si utilizza uno dei due corrieri, sebbene siano una quindicina i signorotti che si servono di cocchieri e galessieri per spostarsi, e non solo per lavoro, col calesse scoperto oppure coperto se d’inverno. Il calesso viene utilizzato anche per lunghi viaggi, fino a Palermo, avendo l’accortenza di attaccare al calesso una pariglia di cavalli domati, altrimenti, dopo poche leghe diventano irrequieti e ingovernabili e finiscono per rotolare nella polvere trascinandosi dietro passeggeri e bauli col rischio di finir strangolati dai finimenti. Non resta che andare alla ricerca della stazione di posta più vicina per la riparazione. Ma basta che la pioggia infanghi la strada per bloccare la corsa dei cavalli, nonostante le frustate, come quelle che presero le povere bestie che trasportavano il marsala siciliano per l’ammiraglio Nelson alla guida di un calessiere troppo furbo.8
    C’è pure qualcuno di Apice, come del resto di Montemiletto o San Giorgio, che non dichiara mestiere, per una svista del tarscrittore, per un errore voluto o involontario; o forse solo perchè senza lavoro.9
    Ma mentre nelle città sono davvero tanti i servitori salariati di cui potersi fidare, ad Apice i pochi nobili sono senza servitù nobiliare, a parte la manciata di servi utilizzati come manovalanza, cioè garzoni.10
    Del resto si avvicina il tempo dei malandrini e bisogna guardarsi da tutti, specie dai briganti alguzzini;11 ognuno insomma si arrangia come può, fin da piccolo.12 Alla figura del benestante, che tutto può, si contrappone quella dell’impossibilitato a muoversi definito inabile. Ma l’inabile può essere ricco o povero.13

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Editorial Review

Il più ricco è il feudatario: il Duca Don Niccolò Maria Rocco

 

Non v’è dubbio che fra i vari signorotti che si aggirano in paese colui che merita davvero il titolo nobiliare è l’Illustre Duca Don Nicolò Maria Rocco, utile Possessore di questa Terra di Apice. E’ lui che possiede nel tenimento e territorio di questa predetta Terra di Apice li seguenti Beni Feudali.46
Seguono i Beni Burgensatici: cioè il Molino con li suoi jussi proibitivi, sito nel fiume calore, sito all’Isca, il comprensorio di vari territori con casa a Iinghiano, il territorio a Trippeto alto.47
In un mini elenco a parte viene poi indicata fra possessori di beni feudali, oltre alla Camera Baronale (che chiameremo Ducal Camera di Apice), la Magnifica Università della Terra di Apice che possiede territori, beni stabili, annue rendite, gabelle, fondi ed altro.48 Sono i Beni stabili e annue rendite dell’Università di Apice così descritti: L’Università di questa Terra di Apice possiede l’infrascritti beni stabili ed annue rendite [relativi a diverse case e ai territori di]: Santa Lucia, La Difesa, Lo Monte, Le Cesine a Fontana Sulla, Coste di Monte Reale, Le Streppare, il Viaticale, Isca del fiume Mescano, lo Gavado seu Macchia del Porcaro, La Macchiata, San Martino, il Vecchio, Fontana di Passarina, Le Fornaci seu Cretazzo, Lo Fiego, Ponterutto seu Rospo, Lo Ponte, Sant’Andrea seu Fontana della carestia, La Palata, Fontana di San Nicola, Vallone di Capotuglia, Il Vicolo, La Canneta, Il Molino, Fontana del Canale, San Marcio, La Croce, Cretazzo.49
E questo senza entrare nei particolari della tassa sul fuoco, cioè sul nucleo familiare, quella pagata da ogni famiglia, già trattata in altri volumi.50