L’America dei Vinti

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Copertina posteriore

Il Primo Novecento non era stato diverso a Pietrastornina, baricentro della Montagna di Montevergine, rispetto alle problematiche della nuova provincia irpina di Avellino, nata dal disfacimento dell’ex Principato Ultra beneventano nel 1861.
Qui l’unica novità era rappresentata dal cambio del Palazzo feudale del paese, antica dimora dei Della Leonessa, passato dalle mani dei Federici a quelle dei D’Alessandro e poi dei Campobasso, con i discendenti di Don Nicola, che era stato anche sindaco.
Si erano poi alternati, sul comune, i Minucci, Nicola Ruotolo, Luca Rizzo. Cinque scuole elementari si dividevano i ragazzi, sempre pronti a scappare fra casa e la parrocchia della SS.Annunziata, da dove spesso partivano le lunghe processioni organizzate da un infinito numero di chierici.
Pochi in verità gli intellettuali rimasti in paese, fatta eccezione dell’avvocato Alfonso Perugini, figlio di Gaetano, medico-patriota e sostenitore dell’unità d’Italia, quando ci si riuniva al Caffè Lanzara del capoluogo irpino, alla stregua dei Melisci, in quel di Benevento.
A parte medici e levatrici, Pietrastornina si distingueva, fin dal 1700, per una ‘anomala’ longevità della sua popolazione. Non erano pochi quelli che superavano i 70 e gli 80 anni, forse per via dell’acqua, o delle erbe, da cui traevano giovamento le puerpere, spesso chiamate a Napoli nel lavoro di balie e di nutrici.
Per via di questa prosperosa attività di allattamento, fin dai tempi antichi, quando si ha menzione di famose nutrici pietrastorninesi nelle maggiori casate partenopee, spesso sulla bocca dei napoletani, a volte prese un po’ in giro per l’ameno e impensabile dialetto autoctono beneventano misto al siciliano.
La fedeltà di questo popolo dalle origini caudine e arechiane aveva anche dato luogo a lavori umili per gente affidabile, come quelli di portinaio, portato avanti dagli uomini, divenuti «guardaporta» dei palazzi signorili più in vista, sopravvissuti fino alla istituzione dei citofoni, quando ormai erano diventati padroni di molti appartamenti di quei palazzi, fra lasciti, tresche amorose, acquisti solidali e fortune varie.
Questo forte legame con Napoli aveva portato un certo benessere in paese, abituandolo al trantràn con l’ex capitale, dove molte cose parlavano pietrastorninese, a cominciare dal chiostro maiolicato di Santa Chiara, realizzato dai fratelli Massa di Pietrastornina nel 1600, figli di un emigrante faentino.
Di questo andirivieni napoletano e di signorìe napoletane invitate a trascorrere qualche giorno in montagna, si ha notizia anche dai giornali dell’epoca, quando compaiono i primi «villeggianti». Un lavoro prezioso portato avanti dai portinai grazie ai quali trovarono giovamento l’albergo dei Turtoro, le caffetterie dei Damiani, Conte e Forte; le bettole dei Sasso, Margiotta, Zullo e D‘Alessandro. Una di queste taverne, fra quelle che avevano preso piede in paese, era di Carminantonio Bascetta, antesignano dei baristi, la cui origine risiede nel lavoro dei vinai, più che dei macchinisti caffettieri dell’espresso, predecessori delle caffetterie che praticavano gli infusi.
Giuseppe, invece, era rimasto calzolaio, a lavorare pelli e cuoio, realizzando cinture, borselli da caccia, scarpe, selle e bardature, sedie imbottite e quant’altro di artigianale, perché gli parve che rendessero più del previsto.
Di certo non ne erano convinti Luigi, Raffaele e Silvestro Bascetta che, nel nome degli avi scudieri, giunti al seguito del principe, avevano scommesso sulle ringhiere di ghisa, negli arnesi di ferro e di stagno da dentista, negli oggetti battuti. Insomma chiavi enormi e «mascature» erano il pane quotidiano. Ma non mancavano i primi meccanismi per piccoli orologi o per il grande quadrante comunale. Per il resto, in vista delle feste patronali, tutta la famiglia era richiamata alle armi per la realizzazione di «maschi» di tutte le misure utilizzati per i fuochi d’artificio, di cui erano maestri indiscussi, e non solo nel circondario.
A loro bastava una «forgia» a manovella, cioè la fucina a mano alimentata a carbone, e un’incudine per contendersi il territorio con Vincenzo Vozzella.
Si dice che i Bascetta venissero dalla Puglia siciliana di Federico II e che dal «Campanaro» fossero poi giunti in paese al seguito dei Della Leonessa, perché loro scudieri ufficiali (con tanto di stemma in ferro), ma le origini si perdono nella notte dei tempi, nella Valle Caudina, restringendo il tutto al frutto di un solo amore rinascimentale fra teneri quindicenni.
Certo, i Bascetta, andati i tempi antichi e decaduti i nobili, non avrebbero mai raggiunto il benessere dei «comunisti», inteso come amministrazione della Cosa pubblica comunale, a cui sembravano interessati più i mediatori, capeggiati da Don Romualdo Guerriero, Pasquale Turtoro e Carmine Sasso.
Benessere sopraggiunto al lavoro quotidiano di «bracciali» e giornalieri, prodotto anche dalla tecnologia, dai mulini dei mugnai Cosimo Ciardiello e Antonio Luciano.
Da qui la ricerca di lavoro a Napoli, ormai frequentatissima dai pietrastorninesi, quasi tutti figli di portieri e nutrici appunto, che vivevano questo tandem ormai da generazioni.

Description

L’EMIGRANTE DI PIETRASTORNINA PARTITO PER NAPOLI


La parola “assimilazione” nel nostro comune sentire viene il più delle volte riferita alla trasformazione degli alimenti in sostanze nutrienti. Si porta, infatti, il bambino dal pediatra “perché –si dice- non assimila quello che mangia”; ma si fa uso del termine anche a scuola, quando il professore spiega allo studente perplesso che le deficienze nelle materie derivano da “scarsa assimilazione”.
Che cosa succede, però, in termini squisitamente sociali e culturali ad uno che, per i motivi più diversi, lascia la propria casa, la sua città per trasferirsi in un altro paese con lingua, abitudini, religione, ecc., diversi? Anche il suo sarà un caso di assimilazione?
Si sa che le notizie sulla vita dei nostri primi emigranti in USA, non sempre sono certe, anche per il fatto che la stragrande maggioranza di essi era analfabeta e non sempre la memoria da sola aiuta a ricostruire date ufficiali. L’acquisizione di una nuova lingua crea la differenza con quella materna, ma la differenza può essere colmata dall’amore per la nuova e per l’antica. Per noi, che viviamo in Patria, gli emigrati italo-americani che si distinguono nei diversi campi del sapere e delle libere attività diventano una bandiera da sventolare e da esibire con orgoglio. Quasi che la pura e semplice appartenenza allo stesso luogo, o la derivazione da esso, sia di per sé un valore, anzi il “valore”. Ma sappiamo poco di come gli italo-americani si “vedono”, cosa pensano di noi che restiamo al di qua dell’oceano, attaccati alla terra dei padri.
E’ importante quindi comprendere lo stato d’animo, la riflessione culturale di tanti intellettuali statunitensi di origine italiana, la loro condizione di americani. Come è importante correggere, se ci riusciamo, i nostri probabili errori di prospettiva nel valutare fenomeni complessi, quale la condizione degli italo-americani, con il metro del legame affettivo e sentimentale con la terra da cui sono partiti essi stessi o i loro antenati.
Il programma editoriale dell’ABE sul tema delle “migrazioni” nella Campania e nel Mezzogiorno è quanto mai impegnativo: biografie di artisti e uomini di cultura di origine italiana, che si sono distinti nelle arti e nelle scienze negli Stati Uniti. Ma è con essi che scopriremo e comprenderemo molte più cose.

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

Il Socialismo, le battaglie per i lavoratori, l'emancipazione sociale dietro le canzonette

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono trascorsi 100 anni dalla grande emigrazione, avvenuta nella Napoli di Carlo Nazzaro e Matilde Serao, direttori del Mattino e del Roma, quotidiani partenopei.
Tra essi vi furono Alfredo Bascetta, editore italo-americano, voce di Sacco e Vanzetti; e Joseph Bascetta detto Gino Bardi, direttore dell’Unità del Popolo, giornale socialista di New York.
Alfredo Bascetta nato a Pietrastornina (Av) il 14.09.1889 – morto a 93 anni, il 6 dicembre 1982 in Saint Lucie, Florida, fu uno dei massimi cantanti partenopei emigrati in America. Il suo spessore, la voce di tenore, l’amicizia con Gilda Mignonette, faranno di lui un personaggio amato anche dall’avanspettacolo, dal teatro, dalla sceneggiata che con lui prese forma, di pari passi alla denuncia anarchica sullo stato sociale. I continui viaggi fra Napoli e New York, anche più volte all’anno, e il mancato ritorno al paesello natio, che lo terranno lontano dall’amata madre, faranno della sua canzone un motivo struggente di vita.
Sui palcoscenici americani trascinò perfino il fratello piccolo, Amerigo, sebbene quest’ultimo fosse più portato per la poesia, a cui si dedicherà completamente al suo ritorno in Italia, ad Atripalda (Av).
Da qui l’improvviso tuffo nella sceneggiata, che allora nasceva, come avanspettacolo, per camuffare fatti che accadevano fra gli emigranti, anche sconvolgenti e luttuosi. Idem con le canzoni in cui Alfredo arrivò a denunciare i soprusi della polizia americana, dal 1917 in poi, quando si videro arrestati e uccisi tantissimi napoletani e siciliani in una sorta di ribellione sindacale, quindi legata alla paga bassa e alle conquiste su orari e sicurezza sul lavoro. Arriviamo così alla canzone-denuncia di questa parentesi socialista, che è quella dedicata a Sacco e Vanzetti, «Lacreme ‘e cundannate», dopo della quale poche altre canzoni saranno di attenzione, anche per via della nascita di una propria casa editrice e discografica a cui si dedicherà per tutta la vita, tornando raramente a Napoli e nella sua amata Pietrastornina.
E eccoci a Gino Bardi (1907-1978) alias Joseph Bascetta, parente stretto dello zio Alfredo, giunto piccolo in America. Gino è un altro personaggio da ricordare che d’improvviso ritroviamo nel pieno della lotta comunista, più che anarchica, come direttore dell’Unità del Popolo, ma anch’egli editore di questa diversa casa editrice per la pubblicazione di notizie italiane fatte dal popolo e per il popolo. La stranezza, e non se ne conosce il vero motivo, è che Joseph cambia nome, adottando quello di «Gino Bardi» come pseudonimo, quasi a scimmiottare il gerarca fascista di Roma.
Terminata la guerra lo ritroviamo nel mondo del cinema, ma dietro le quinte, al fianco di registi del calibro di Luchino Visconti, del quale fu traduttore di testi e di alcune opere teatrali, mostrandone forte amicizia. Ma eccolo anche con Dino De Laurentiis, allorquando lo scopriamo in alcune foto insieme al celebre Orson Welles. In questo caso il tratto d’unione sembra essere la boxe, sport amato da tutti in famiglia, ma Gino è per certo un personaggio di rilievo tutto ancora da scoprire.
Nato in Italia il 12 giugno 1907, si trasferì col padre Biagio in America, tornando a Napoli svariate altre volte, da marins e dopo la guerra, ma non più a Benevento, né a Pietrastornina, non avendo rinvenuto alcun riscontro. In fondo è in America che si stabilì definitivamente, laddove poi morì e fu sepolto nel 1978, a S.John, nel Queens.