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Alaimo da Lentini di Messina. L’anti-re dei Vespri. Eroe, traditore, sovrano parallelo

Fonte: ABE
Testo principale del risvolto/quarta di copertina
premessa storica i 32 anni della guerra del vespro L’EREDITà DI FEDERICO II E IL PAPATO Per comprendere l’ascesa e la caduta dei baroni siciliani, l’orizzonte deve necessariamente aprirsi sulla metà del XIII secolo, quando il Regno di Sicilia era governato da Federico II di Svevia. Federico aveva accentrato il potere, ridotto all’obbedienza i baroni e creato uno stato burocratico avanzatissimo, governato da funzionari giuristi (la stessa classe in cui si formerà Alaimo). Tuttavia, questo immenso potere — che univa la corona imperiale tedesca al Regno di Sicilia — terrorizzava lo Stato della Chiesa. I Papi vedevano il loro dominio territoriale stabilmente cinto in una morsa. Da qui nacque l’ossessione della Curia romana: distruggere per sempre la stirpe degli Svevi (la “razza di vipere”) e separare definitivamente il destino della Germania da quello dell’Italia meridionale. Alla morte di Federico II (1250), il trono di Sicilia passò al figlio naturale Manfredi. Egli cercò di ricalcare la politica del padre, appoggiando la fazione ghibellina (filo-imperiale) in tutta Italia e sconfiggendo i guelfi (filo-papali) nella celebre battaglia di Montaperti (1260). Il Papato comprese che, per abbattere Manfredi, le sole armi spirituali della scomunica non bastavano: serviva un braccio armato straniero, un principe spietato e militarmente impeccabile a cui offrire il regno in cambio della totale sottomissione feudale a Roma. Con il “Negotium Siciliae” e la discesa di Carlo d’Angiò, il Papa francese Urbano IV prima, e il suo successore Clemente IV poi, trovarono l’uomo perfetto. Conte d’Angiò e di Provenza, fratello minore del Re di Francia Luigi IX il Santo, Carlo era un giovane dominato da un’ambizione sconfinata, freddo, devoto alla Chiesa ma prototipo del sovrano machiavellico ante litteram. Il patto tra il Papa e l’Angioino, formalizzato nel cosiddetto Negotium Siciliae, prevedeva condizioni rigidissime: il Regno di Sicilia era considerato un feudo della Chiesa e Carlo lo riceveva dal Papa in cambio di un censo annuo enorme (8.000 once d’oro), e a patto di non unire mai la corona di Sicilia a quella imperiale, e che i diritti delle città e del clero dovevano essere preservati secondo le antiche consuetudini pre-federiciane. Nel 1266, finanziato dalle banche guelfe di Firenze e Siena (un dettaglio economico fondamentale), Carlo scese in Italia con un esercito di cavalieri provenzali e francesi. A Benevento il 26 febbraio 1266, l’esercito svevo fu sbaragliato e Manfredi cadde sul campo. Due anni dopo, nel 1268, l’ultimo disperato tentativo svevo fu guidato dal sedicenne Corradino, nipote di Federico II, che scese dalla Germania raccogliendo le residue forze ghibelline, tra cui molti nobili siciliani insorti. A Tagliacozzo, Carlo d’Angiò dimostrò la sua superiorità tattica distruggendo l’esercito di Corradino. Il giovane principe fu catturato e, in aperta violazione delle consuetudini cavalleresche, decapitato pubblicamente nella Piazza del Mercato a Napoli. La morte di Corradino segnò l’inizio di una feroce epurazione: le città siciliane che avevano appoggiato lo Svevo (come Augusta) vennero rase al suolo e la popolazione decimata. È in questo clima di terrore e redistribuzione del potere che Alaimo da Lentini, di dichiarata fede guelfa e rientrato dall’esilio indetto da Manfredi, giurò fedeltà al nuovo re francese, sfidando presto il malcontento siciliano a causa dell’oppressione angioina. Il governo di Carlo d’Angiò sul Regno di Sicilia si rivelò infatti un regime coloniale e di occupazione, che alienò il consenso di tutte le classi sociali dell’isola per ragioni strutturali, a cominciare dal declassamento politico e dalla perdita della capitale. Sotto gli Altavilla e gli Svevi, Palermo era stata una delle capitali più sfolgoranti del Mediterraneo, centro politico, amministrativo e culturale del regno. Carlo d’Angiò, le cui rotte d’interesse erano rigidamente proiettate verso l’Italia centro-settentrionale (dove esercitava il vicariato imperiale in Toscana) e verso l’Oriente, decise di spostare la capitale e la sede della corte a Napoli, e le ex fortezze sveve delle regge itineranti, a cominciare da Lagopesole, dove trovò la morte la moglie Beatrice nel 1267. Lo spostamento della capitale non fu solo simbolico: significò il trasferimento dei ministeri, della Zecca, degli archivi e della corte. La Sicilia venne declassata a provincia periferica, terra da sfruttare fiscalmente, governata da funzionari francesi (regnicoli) che non parlavano la lingua locale e risiedevano stabilmente nei castelli dell’isola come guarnigione militare straniera. Fu la spoliazione feudale e la provenzalizzazione dell’isola: Carlo doveva ricompensare le centinaia di cavalieri francesi che lo avevano seguito nella campagna militare e che avevano contratto debiti per armarsi. Il sovrano avviò quindi una massiccia opera di espropriazione dei feudi ai danni della nobiltà autoctona (accusata di tradimento o di simpatie sveve) per assegnarli ai suoi commilitoni francesi. I baroni siciliani superstiti si videro emarginati dalle alte cariche militari e civili. Per sopravvivere, dovettero integrarsi nella macchina burocratica angioina come funzionari amministrativi, accettando ruoli di Giustiziere o esattore, proprio come fece Alaimo da Lentini. Ma presto l’insostenibile fiscalità fece emergere il lato debole della conquista: la subventio generalis. Carlo d’Angiò era costantemente sull’orlo della bancarotta a causa dei debiti con i banchieri toscani e dei costi spaventosi della sua politica estera, e per rimpinguare le casse, esasperò il sistema fiscale ereditato da Federico II, introducendo la colletta o subventio generalis. Si trattava di una tassa straordinaria sulle proprietà che, sotto gli Svevi, veniva imposta solo in rari casi di emergenza militare, ora trasformata in un balzello annuale fisso, riscosso con inaudita brutalità. A questa si aggiungevano le tasse sui porti, i dazi doganali interni e il monopolio regio sulla vendita del sale e del grano, che strozzavano i commercianti di Messina e Palermo. Egli stesso capì di volgere il sogno verso l’Oriente, creando nell’immediato la militarizzazione dell’isola. L’obiettivo finale di Carlo d’Angiò non era più l’Italia, ma la conquista di Costantinopoli. Nel 1261, il basileus bizantino Michele VIII Paleologo aveva riconquistato la città ponendo fine all’Impero Latino d’Oriente (fondato dai crociati occidentali). Carlo, avendo sposato le pretese degli spodestati eredi latini, voleva guidare una gigantesca crociata contro i bizantini per farsi incoronare Imperatore. La Sicilia divenne la base logistica di questo progetto: i cantieri navali di Messina lavoravano giorno e notte per costruire una flotta sterminata; i raccolti di grano siciliano venivano confiscati per nutrire le truppe; gli uomini venivano arruolati a forza nella marina regia. L’isola era sfinita, militarizzata e ridotta alla fame per finanziare una guerra che i siciliani non sentivano propria. Da qui l’ultimo duro colpo alla nobiltà: la grande cospirazione internazionale: l’Asse Barcellona-Costantinopoli. Fu allora che il malcontento interno trovò sponda in una complessa rete diplomatica sotterranea, coordinata da esuli siciliani fedeli alla memoria degli Svevi. La figura centrale di questa rete fu Giovanni da Procida, il nobile salernitano già medico personale di Federico II e consigliere di Manfredi. Fuggitivo dopo la caduta degli Svevi, Don Giovanni trovò rifugio alla corte di Pietro III d’Aragona, avendo capito che il Regno d’Aragona (comprendente la Catalogna, l’Aragona e Valencia) era una potenza marittima in rapida ascesa nel Mediterraneo occidentale. Pietro III, del resto, aveva sposato Costanza di Svevia, la figlia di Manfredi che, di conseguenza, era l’ultima erede legittima degli Hohenstaufen, e agli occhi dei ghibellini e dei baroni siciliani, la corona di Sicilia spettava di diritto a lei e a suo marito Pietro. La Corona d’Aragona formò così una coalizione segreta a tre teste per distruggere Carlo d’Angiò, compresa quella dell’Impero bizantino del basileus Michele VIII Paleologo. Quando seppe che l’attacco navale angioino contro Costantinopoli era imminente (la partenza della flotta di Carlo era fissata per la primavera del 1282), finanziò segretamente il re d’Aragona con enormi quantità d’oro. Pietro III utilizzò l’oro bizantino per armare una potentissima flotta nei porti catalani, ufficialmente per una spedizione contro i musulmani di Tunisi, ma in realtà pronta a far rotta sull’isola, dove l’attendevano i baroni siciliani. Giovanni da Procida, viaggiando in incognito tra Costantinopoli, la Sicilia e la Catalogna, mantenne i contatti con l’aristocrazia locale, preparando gli animi alla rivolta coordinata con l’arrivo della flotta aragonese. Così nacquero il Vespro e l’equivoco della Communitas Siciliae. Quando il 30 marzo 1282 (lunedì di Pasqua) scoppiò la celebre rivolta a Palermo — nata dall’offesa del soldato Drouet alla nobildonna siciliana — la reazione non fu un’immediata invocazione dei re aragonesi. Questo è il punto più ostico e cruciale dell’intera vicenda. I siciliani, guidati dai nobili e dai giuristi delle città, tentarono una terza via: la fondazione della Communitas Siciliae. Influenzati dall’esempio dei liberi comuni del Nord Italia (come Milano, Firenze o Bologna), i ribelli volevano abolire la monarchia centralizzata e trasformare la Sicilia in una confederazione di città-stato repubblicane e autonome. Le città costuitesi in libere repubbliche scrissero immediatamente a Papa Martino IV, illustrando il piano ingegnoso: si dichiaravano fedeli figli della Chiesa, offrivano la Sicilia come feudo diretto del Papa, accettando di pagare il censo feudale, ma chiedevano in cambio il diritto di autogovernarsi attraverso i propri magistrati e Capitani del Popolo (carica che a Messina sarà assunta proprio da Alaimo da Lentini). Tuttavia, i siciliani commisero un tragico errore di calcolo politico. Martino IV (Simon de Brion) era un francese, elevato al soglio pontificio solo grazie alle pesanti pressioni e all’intervento diretto di Carlo d’Angiò. Il Papa non aveva alcuna intenzione di avallare una repubblica di ribelli che distruggeva i piani del suo protettore francese. Martino IV rifiutò persino di ricevere gli ambasciatori siciliani, definì i ribelli “eretici, scismatici e lupi rapaci”, confermò la legittimità di Carlo d’Angiò e lanciò l’interdetto e la scomunica sull’intera isola. Il suo rifiuto fece crollare il sogno utopico dell’esperimento autonomistico. Le città si trovarono isolate, senza riconoscimento internazionale e con la certezza della vendetta angioina. Nell’estate del 1282, Carlo d’Angiò, bloccata la spedizione contro Costantinopoli, dirottò la sua imponente armata contro la Sicilia. Accampatosi sul piano di San Raineri, cinse d’assedio Messina, la chiave dello Stretto. Carlo voleva fare di Messina un esempio sanguinoso per tutta l’isola: rifiutò ogni proposta di sottomissione parziale e pretese la resa incondizionata, con l’intenzione di giustiziare i capi della rivolta e ripopolare la città con coloni francesi. A Messina, nominato Capitano del Popolo, c’era Alaimo da Lentini. La resistenza della città fu eroica e disperata: donne, anziani e dotti (le cronache ricordano le nobildonne Dina e Clarenza) combatterono sulle mura per respingere i continui assalti dei cavalieri e dei fanti francesi. Fu durante questo assedio, tra luglio e agosto del 1282, che Alaimo e i baroni siciliani compresero che la Communitas era militarmente indifendibile contro le forze di una superpotenza. L’unica via d’uscita per evitare lo sterminio era rinunciare al sogno repubblicano e rimettersi nelle mani di un sovrano che disponesse di un esercito regolare e di una flotta capace di affrontare l’Angioino. Fu inviata una delegazione urgente a Pietro III d’Aragona, che attendeva con la sua flotta a Collo, sulla costa africana. Il 30 agosto 1282 Pietro d’Aragona sbarcò a Trapani, ponendo fine alla fase cittadina e repubblicana del Vespro e inaugurando la Guerra dei Vespri Siciliani, un conflitto ventennale che avrebbe ridisegnato i confini e gli equilibri di potere dell’intera Europa medievale. Questo è lo scacchiere esatto. Ogni mossa successiva di Alaimo da Lentini — la sua difesa di Messina, la sottomissione all’Aragonese, il titolo di Gran Giustiziere e i successivi dubbi di tradimento — si spiega solo all’interno di questo micidiale incastro di forze.
Fonte: ABE







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