Alaimo da Lentini di Messina. L’anti-re dei Vespri. Eroe, traditore, sovrano parallelo ISBN 9788872976531

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Donne reali e uomini d’arme n. 27

Alaimo, il generale di Messina dalla dubbia morale politica. Non esistono registri parrocchiali o di nascita per l’epoca. La prima comparsa di Alaimo è legata a un atto giudiziario di ribellione, e il primo documento sono le cronache della resistenza guelfa in Sicilia, con la sua partecipazione alla congiura del 1254 contro il re svevo Manfredi. La fonte è l’Historia Sicula di Bartolomeo di Neocastro, con l’atto della confisca dei beni e del successivo esilio che ne attesta l’alleanza con la fazione guelfa. Poi il buio e la ricomparsa, 15 anni dopo, per espletare mansioni al servizio della nuova Corona, sotto la Cancelleria Angioina, dal 1268, per oltre dieci anni. Con la caduta definitiva degli Svevi, Alaimo è diventato un alto funzionario burocratico di Carlo I d’Angiò. Questa fase è interamente coperta dai vecchi registri della cancelleria napoletana (ASNA) e il documento è proprio l’atto di nomina del 1271 che spiega come il Re lo nomini “consiliario e familiare regio”. Nel medesimo Registro di Cancelleria di tre anni dopo, compare a settembre il Decreto di nomina a Giustiziere del Principato (di Salerno) e della Terra Beneventana. Nel Registro amministrativo del 1279 degli atti d’ufficio, si attesta il rientro di Alaimo a Messina con incarico alla Secrezia, quale funzionario delle gabelle. Il Vespro e il governo di Messina (1282) sono per lui la fase di rottura. Il nome di Alaimo passa dai documenti amministrativi agli atti di guerra e ai trattati diplomatici. Il verbale dell’assemblea cittadina di Messina dice che dopo la sconfitta del primo capitano Baldovino Mussone a Milazzo, quel 24 giugno, egli viene acclamato Capitano della Città. La fonte è Saba Malaspina, nella Rerum Sicularum Historia, da una parte; e Bartolomeo di Neocastro nell’Historia sicula dall’altra. I Registri Papali di Martino IV e la corrispondenza del legato Gherardo da Parma (estate 1282), conservati nell’Archivio Apostolico Vaticano (ASV, Reg. Vat. 41), conservano il carteggio diplomatico relativo alle trattative per sottoporre Messina a università comunale. Ma la nascente Communitas Siciliae sotto il protettorato e la giurisdizione diretta della Chiesa, vedrà le trattative fallire per l’intransigenza pontificia. E Alaimo cambia casacca, ancora una volta. I diplomi della Cancelleria Aragonese (1282-1284) parlano della sua sottomissione a Pietro III d’Aragona, allorquando diventa l’uomo più potente dell’isola. La documentazione qui è vastissima e conservata nel Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia (curato da G. La Mantia), a far data dal 21 ottobre 1282 con il diploma regio (ACA, Cancillería, Reg. 46) di Re Pietro III che lo nomina Maestro Giustiziere a vita del Regno di Sicilia, ossia il magister militum dei popoli italici per l’amministrazione della giustizia durante la riconquista della nuova provincia che si va via via formando assorbendo la vecchia, ovvero il Generale Connestabile in abito di guerra. Quei diplomi di concessione feudale parlano dell’assegnazione ad Alaimo e alla moglie Macalda di Scaletta dei feudi e delle baronie di Buccheri, Palazzolo Acreide, Butera e Ficarra. Con la lettera patente di Pietro III, il Re, dovendo rientrare in Aragona, affida ufficialmente ad Alaimo la tutela della regina Costanza di Svevia e dei figli minori (Giacomo e Federico). Da qui emerge il suo imperio, che si manifesta chiaramente dall’atto di condanna di Gualtiero di Caltagirone, con la sentenza di morte, mandata da lui in esecuzione, registrata nei diplomi del La Mantia, il quale attesta la sua temporanea e totale fedeltà alla corona aragonese nel reprimere le rivolte interne. I documenti del sospetto tradimento e la fine improvvisa dell’alto funzionario sono registrati, nelle cronache iberiche e negli ordini di carcerazione della corona, con l’obbligo di imbarco coatto (19 novembre 1284), mandato con cui il vicario Giacomo d’Aragona impone ad Alaimo di ripartire con il pretesto di consultazion…

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Indice dei contenuti

INDICE prologo ALAIMO, IL GENERALE DI MESSINA DALLA DUBBIA MORALE POLITICA introduzione generale STOP AL METODO OTTOCENTESCO LE FONTI OLTRE IL MITO COSTRUITO 1. La revisione storiografica 2. I quattro pilastri documentari 3. Un traditore politico seriale del Duecento 4. Fonti storiche, non generi letterari 5. Incrocio con la documentazione sommersa premessa storica I 32 anni della guerra del vespro l’eredita’ di federico ii e il papato capitolo primo le origini italo-sveve e l’enigma della nascita 1. Alaimo fu di Messina più che di Lentini 2. I fratelli Tommaso e Rinaldo, l’arcivescovo 3. La protezione pontificia 4. I nipoti di Mineo e Mazzarino nella rivolta 5. Il primo documento: la congiura del 1254 6. la morte di Corradino e il ritorno in Sicilia capitolo secondo l’ascesa burocratica angioina nei registri della cancelleria 1. La nomina a Consiliarius e Familiaris regio 2. Al giustizierato di Principato e Beneventana Civitate 3. Il controllo inquisitoriale del Vaticano 4. La testimonianza di Saba Malaspina 5. Il Registro della Secrezia di Messina capitolo terzo il vespro di messina il rifiuto dei patti angioini 1. La difesa di Messina del 1282 2. Lettere del Legato Gerardo da Parma 3. Il compromesso nei registri della Corona capitolo quarto la frattura tra baroni e aragona processo a gualtiero caltagirone 1. La dissidenza tra i leader 2. I tentativi di Butera e l’arresto 3. La condanna a morte di Gualtiero 4. La franchigia doganale di Siracusa 5. L’intesa con Roma nei Regesti Vaticani 6. Il contro-rapporto dello spionaggio aragonese capitolo quinto la storiografia coeva neocastro e speciale a confronto 1. Lentini personaggio storico 2. L’ottica guelfa: Giovanni Villani 3. Jerònimo Zurita e gli Anales de la Corona 4. Il sommerso: le prove nelle bolle papali capitolo sesto l’INGANNO DI BARCELLONA IMBARCATO PER SCOMPARIRE 1. Il mandato di comparizione 2. La detenzione dorata in Catalogna 3. Trattato di estradizione e diniego del giudizio 4. Il carteggio segreto e le testimonianze 5. L’esecuzione: il mazzello al largo di Maiorca 6. Le lacune colmate della storiografia regesto delle fonti e bibliografia critica

Fonte: ABE
Descrizione sintetica del prodotto

introduzione generale stop aL METODo ottocentesco le fonti oltre il mito costruito 1. La revisione storiografica Scrivere la biografia di un protagonista del XIII secolo, e in particolare di un leader dei Vespri Siciliani come Alaimo da Lentini, impone preliminarmente una radicale operazione di revisionismo storico. Per oltre un secolo, la figura di Alaimo è rimasta prigioniera di una duplice distorsione narrativa. Da un lato, la storiografia ottocentesca di stampo risorgimentale — pur dotata di immenso merito documentario, come nel caso dell’opera monumentale di Michele Amari, La guerra del Vespro siciliano — ha teso a proiettare retrospettivamente sul 1282 le categorie ottocentesche di “patria”, “nazionalità” e “liberazione dallo straniero”, trasformando un’oligarchia di baroni e giuristi in un moderno comitato rivoluzionario. Dall’altro, la storiografia di stampo apologetico locale ha ridotto la complessità di Alaimo a una rassicurante agiografia municipale, cristallizzandolo nelle vesti dell’eroe specchiato, privo di ombre e di interessi dinastici, così come piacque a Saba Malaspina, nella Rerum Sicularum Historia. Questo volume si propone di scardinare tali letture bidimensionali applicando i princìpi inflessibili della biografia istituzionale e della critica delle fonti, che i tedeschi chiamano Quellenkritik. Un uomo del Duecento non ragionava per astrazioni ideologiche moderne; si muoveva invece all’interno di un reticolo concreto e spietato di legami di consanguineità, alleanze feudali, patti contrattuali con la Corona e obbedienze spirituali e giurisdizionali verso la cattedra di Pietro. Per restituire tridimensionalità ad Alaimo da Lentini, è stato necessario azzerare le sintesi enciclopediche e far parlare direttamente i testi in lingua originale, operando un sistematico carotaggio all’interno di quattro sponde documentarie e narrative. 2. I quattro pilastri documentari La ricostruzione storica di questo saggio poggia su un incrocio sistematico di fonti che copre lo scacchiere meridionale, ricostruendo le tappe della vertiginosa ascesa e della drammatica caduta del Gran Giustiziere. La sponda burocratica angioina è rappresentata dai registri ricostruiti della Cancelleria Angioina di Napoli (ASNA) e integrata dai documenti dell’Archivio di Stato di Messina (ASMS). Tali carte coprono gli anni Settanta del Duecento e ci consegnano il profilo di un Alaimo integrato nell’apparato amministrativo post-svevo, lungi dall’essere un ribelle congenito. Egli emerge come un funzionario regio di provata fede guelfa che esercita l’amministrazione della giustizia, guidando, da comandante generale, il principale Giustizierato del Regno, quale fu la provincia del tribunale militare detta di Principato (Salerno) e Terre Beneventane, e che gestisce la Secrezia e le gabelle portuali di Messina nel momento di massima pressione fiscale della Corona, come riferisce Saba Malaspina. Segue la sponda contrattuale aragonese, custodita nei faldoni dell’Archivio della Corona d’Aragona, a Barcellona (ACA, Sezione Cancillería Real), dove i diplomi del Liber Patrimonii Regii Aragoniae svelano, dal 1282, la natura squisitamente negoziale della monarchia aragonese in Sicilia. Pietro III non entra nell’isola come un monarca assoluto, ma deve comprare la sottomissione di Messina. Lo fa nominando proprio Alaimo a Gran Giustiziere a vita, elargendo la concessione dei feudi di Buccheri, Palazzolo Acreide e Butera citati da G. La Mantia, nel Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia. La sponda episcopale è quella rintracciata nel Fondo Registri Vaticani dell’Archivio Apostolico Vaticano (allora Archivio Segreto Vaticano, ASV, Reg. Vat. 41, 42 e 43), che rappresenta il livello più sommerso e innovativo della ricerca. Qui, le lettere dei legati pontifici come Gerardo da Parma e le bolle monitorie segrete inviate da Martino IV e Onorio IV, rivelano l’esistenza di una rete ecclesiastica sotterranea che faceva perno sulla stessa famiglia di Alaimo, in particolare sul fratello Rainaldo da Lentini, arcivescovo di Messina, facendo emergere che i Papi usarono il clero per tessere trame di corruzione feudale, offrendo ad Alaimo il perdono e la tutela delle sue fortezze marittime in cambio del tradimento della Corona aragonese, di cui parla Jerónimo Zurita, nella fonte spagnola degli Anales. La lucidissima analisi tardo-cinquecentesca di Zurita, condotta avendo libero accesso alle carte segrete di Barcellona, svela definitivamente la verità dell’estradizione e della successiva eliminazione fisica di Alaimo, aprendo il confronto spagnolo con la cronachistica coeva, dato dall’analisi filologica che lo mette in relazione diretta con i testi letterari del tempo. La prosa giuridica e municipale di Bartolomeo di Neocastro nell’Historia Sicula, l’ottica curiale e severa di Saba Malaspina nel Rerum Sicularum Historia, la narrazione militare e celebrativa della cronaca catalana di Ramon Muntaner nella Crònica e l’interpretazione provvidenzialistica e moralizzatrice del fiorentino Giovanni Villani nella Nuova Cronica vengono vivisezionate riga per riga. Il risultato di questo scavo testuale restituisce un personaggio radicalmente diverso da quello tramandato dalla letteratura. 3. Un traditore politico seriale del Duecento Alaimo da Lentini si rivela come un formidabile animale politico, un pragmatico e spregiudicato navigatore delle istituzioni duecentesche, capace di sopravvivere e prosperare attraverso tre cambi di dinastia (Svevi, Angioini, Aragonesi). Egli non esita a perseguitare ferocemente i ghibellini siciliani nel 1268 per riottenere i propri feudi confiscati da Manfredi, così come non esiterà nel 1283 a presiedere e firmare la condanna a morte e la decapitazione del suo stesso compagno di rivolta, Gualtiero di Caltagirone, pur di compiacere la corte di Barcellona e difendere la propria carica di Gran Giustiziere a vita, come ricostruisce La Mantia. La sua fine tragica, consumatasi nell’agosto del 1287 con il rituale extragiudiziale della mazzeratura (l’annegamento in un sacco zavorrato) al largo di Maiorca, non fu l’atto d’ingratitudine gratuita di un sovrano crudele, ma un’operazione di sicurezza nazionale fatta eseguire da Giacomo II, come ricostruito da Zurita. Per Amari, La guerra del Vespro siciliano, Alaimo era diventato troppo potente. Egli emanava franchigie doganali a Siracusa usurpando le prerogative regie, controllava militarmente le fortezze dello Stretto e per Zurita conversava quotidianamente attraverso l’arcivescovo suo fratello con i messaggeri segreti del Papa. Alaimo si comportava da sovrano parallelo che minacciava l’assolutismo della dinastia aragonese. Nelle pagine che seguono, il lettore non troverà concessioni al romanzo o all’enfasi retorica. Ogni affermazione, ogni snodo psicologico e ogni scontro militare è rigidamente ancorato al testo originale in latino, catalano antico o volgare, e ogni commento critico fa sempre seguito a una traduzione letterale. È l’unico modo per sottrarre Alaimo da Lentini all’ombra del mito e restituirlo interamente alla verità della storia e della scienza documentaria. 4. Fonti storiche, non generi letterari Il fulcro metodologico di questa indagine risiede quindi nella critica delle fonti (l’applicazione della quellenkritik), un processo filologico essenziale per separare il dato storico documentario dalle deformazioni ideologiche e dai generi letterari entro cui i cronisti medievali hanno costretto la figura di Alaimo da Lentini. Scrivere la storia dei Vespri basandosi su una sola sponda narrativa o accettando acriticamente la lettera del testo significa, inevitabilmente, farsi veicolo della propaganda politica di una delle fazioni in lotta. L’operazione critica condotta in questo volume presuppone la decodificazione dei testi attraverso tre livelli di scrutinio analitico: la storicizzazione dello statuto del cronista, l’individuazione dei modelli letterari classici e l’incrocio obbligatorio con la documentazione burocratica e amministrativa coeva. Ogni cronista che descrive le azioni di Alaimo risponde a un preciso committente o appartiene a un gruppo di interesse sociologico ben definito, il cui “orizzonte di fazione” ne orienta la penna. Bartolomeo di Neocastro scrive all’interno dello scacchiere messinese alla fine del XIII secolo. Il suo obiettivo è legale e difensivo: deve dimostrare alle corti europee che la ribellione della Communitas non è un atto di anarchia plebea, ma una legittima resistenza al diritto violato. Alaimo, per Neocastro, deve quindi incarnare lo statuto del magistrato specchiato, del iustitiae cultor la cui azione è sempre filtrata dal consenso assembleare e dall’equità istituzionale. Saba Malaspina, operando come alto funzionario, decano all’interno della Curia romana di Martino IV, ma filo-provenzale, risponde a una logica teocratica e centralizzatrice. Per la Chiesa, l’abbattimento del sistema angioino è un delitto teologico prima che politico. Malaspina, pur rispettando il valore tecnico-militare di Alaimo, vir in armis provatus, deve programmaticamente svelarne l’ambiguità psicologica, applicando alla sua ascesa burocratica la categoria della simulazione, iustitiam colere videbatur, sed sub velamine pietatis. Ramon Muntaner scrive dalla prospettiva della marineria e della Corona aragonese. Il suo scopo è celebrare l’espansione mediterranea di Pietro III. Alaimo, nella sua Crònica, perde le caratteristiche di magistrato civile per assumere quelle feudali e cavalleresche del plus noble cavaller, la cui sottomissione contrattuale nobilita il re aragonese che ne riceve le chiavi. Un elemento cruciale di cronisti come Neocastro è che possiedono una profonda cultura retorica e rimodellano i discorsi e i gesti dei protagonisti sui testi di Sallustio, Livio e Cicerone. Quando Neocastro riporta il celebre rifiuto di Alaimo davanti agli ambasciatori angioini, nec ego, qui libertatis custos sum electus, proditor inveniar, il filologo non deve leggervi una trascrizione stenografica del discorso pronunciato sulle mura di Messina. Quella formula è un calco retorico modellato sull’immagine classica del patriota repubblicano romano che resiste alla tirannia. La critica delle fonti non nega la realtà storica dell’abboccamento diplomatico sul piano di San Raineri, ma ne depura la lettera, riconoscendo nel testo una costruzione ideologica posteriore finalizzata a nobilitare la dirigenza messinese di fronte alla diplomazia internazionale. Il correttivo scientifico fondamentale all’enfasi dei cronisti è costituito dal riscontro con i documenti amministrativi delle cancellerie (ASNA, ACA, ASPA, ASMS) e dell’Archivio Apostolico Vaticano (ASV). 5. Incrocio con la documentazione sommersa La critica delle fonti, quindi, la cosiddetta quellenkritik, si compie pienamente quando la narrazione letteraria viene “specchiata” nella fredda contabilità dello Stato o della Chiesa. Nel corso del volume, questo metodo ha permesso di verificare che i titoli di onore curiale (familiaris) o di condanna (proditor) non sono licenze poetiche dei cronisti, ma precise categorie del diritto pubblico dell’epoca, registrate nei mandati d’ufficio e nelle bolle di scomunica dei Registri Vaticani. L’accusa di tradimento e spionaggio mossa ad Alaimo da Jerónimo Zurita negli Anales — e liquidata dalla storiografia romantica come una calunnia aragonese — trova un riscontro oggettivo e inequivocabile nelle lettere segrete della cancelleria pontificia intercettate e conservate nei registri 41-42 di Papa Martino IV. Questa rilettura delle fonti si offre come lo strumento anatomico del libro: essa seziona il testo, ne individua le interpolazioni ideologiche e le deformazioni faziose, e restituisce la figura di Alaimo da Lentini alla sua reale verità documentaria.

Description

Alaimo da Lentini di Messina. L’anti-re dei Vespri. Eroe, traditore, sovrano parallelo

Fonte: ABE
Testo principale del risvolto/quarta di copertina

premessa storica i 32 anni della guerra del vespro L’EREDITà DI FEDERICO II E IL PAPATO Per comprendere l’ascesa e la caduta dei baroni siciliani, l’orizzonte deve necessariamente aprirsi sulla metà del XIII secolo, quando il Regno di Sicilia era governato da Federico II di Svevia. Federico aveva accentrato il potere, ridotto all’obbedienza i baroni e creato uno stato burocratico avanzatissimo, governato da funzionari giuristi (la stessa classe in cui si formerà Alaimo). Tuttavia, questo immenso potere — che univa la corona imperiale tedesca al Regno di Sicilia — terrorizzava lo Stato della Chiesa. I Papi vedevano il loro dominio territoriale stabilmente cinto in una morsa. Da qui nacque l’ossessione della Curia romana: distruggere per sempre la stirpe degli Svevi (la “razza di vipere”) e separare definitivamente il destino della Germania da quello dell’Italia meridionale. Alla morte di Federico II (1250), il trono di Sicilia passò al figlio naturale Manfredi. Egli cercò di ricalcare la politica del padre, appoggiando la fazione ghibellina (filo-imperiale) in tutta Italia e sconfiggendo i guelfi (filo-papali) nella celebre battaglia di Montaperti (1260). Il Papato comprese che, per abbattere Manfredi, le sole armi spirituali della scomunica non bastavano: serviva un braccio armato straniero, un principe spietato e militarmente impeccabile a cui offrire il regno in cambio della totale sottomissione feudale a Roma. Con il “Negotium Siciliae” e la discesa di Carlo d’Angiò, il Papa francese Urbano IV prima, e il suo successore Clemente IV poi, trovarono l’uomo perfetto. Conte d’Angiò e di Provenza, fratello minore del Re di Francia Luigi IX il Santo, Carlo era un giovane dominato da un’ambizione sconfinata, freddo, devoto alla Chiesa ma prototipo del sovrano machiavellico ante litteram. Il patto tra il Papa e l’Angioino, formalizzato nel cosiddetto Negotium Siciliae, prevedeva condizioni rigidissime: il Regno di Sicilia era considerato un feudo della Chiesa e Carlo lo riceveva dal Papa in cambio di un censo annuo enorme (8.000 once d’oro), e a patto di non unire mai la corona di Sicilia a quella imperiale, e che i diritti delle città e del clero dovevano essere preservati secondo le antiche consuetudini pre-federiciane. Nel 1266, finanziato dalle banche guelfe di Firenze e Siena (un dettaglio economico fondamentale), Carlo scese in Italia con un esercito di cavalieri provenzali e francesi. A Benevento il 26 febbraio 1266, l’esercito svevo fu sbaragliato e Manfredi cadde sul campo. Due anni dopo, nel 1268, l’ultimo disperato tentativo svevo fu guidato dal sedicenne Corradino, nipote di Federico II, che scese dalla Germania raccogliendo le residue forze ghibelline, tra cui molti nobili siciliani insorti. A Tagliacozzo, Carlo d’Angiò dimostrò la sua superiorità tattica distruggendo l’esercito di Corradino. Il giovane principe fu catturato e, in aperta violazione delle consuetudini cavalleresche, decapitato pubblicamente nella Piazza del Mercato a Napoli. La morte di Corradino segnò l’inizio di una feroce epurazione: le città siciliane che avevano appoggiato lo Svevo (come Augusta) vennero rase al suolo e la popolazione decimata. È in questo clima di terrore e redistribuzione del potere che Alaimo da Lentini, di dichiarata fede guelfa e rientrato dall’esilio indetto da Manfredi, giurò fedeltà al nuovo re francese, sfidando presto il malcontento siciliano a causa dell’oppressione angioina. Il governo di Carlo d’Angiò sul Regno di Sicilia si rivelò infatti un regime coloniale e di occupazione, che alienò il consenso di tutte le classi sociali dell’isola per ragioni strutturali, a cominciare dal declassamento politico e dalla perdita della capitale. Sotto gli Altavilla e gli Svevi, Palermo era stata una delle capitali più sfolgoranti del Mediterraneo, centro politico, amministrativo e culturale del regno. Carlo d’Angiò, le cui rotte d’interesse erano rigidamente proiettate verso l’Italia centro-settentrionale (dove esercitava il vicariato imperiale in Toscana) e verso l’Oriente, decise di spostare la capitale e la sede della corte a Napoli, e le ex fortezze sveve delle regge itineranti, a cominciare da Lagopesole, dove trovò la morte la moglie Beatrice nel 1267. Lo spostamento della capitale non fu solo simbolico: significò il trasferimento dei ministeri, della Zecca, degli archivi e della corte. La Sicilia venne declassata a provincia periferica, terra da sfruttare fiscalmente, governata da funzionari francesi (regnicoli) che non parlavano la lingua locale e risiedevano stabilmente nei castelli dell’isola come guarnigione militare straniera. Fu la spoliazione feudale e la provenzalizzazione dell’isola: Carlo doveva ricompensare le centinaia di cavalieri francesi che lo avevano seguito nella campagna militare e che avevano contratto debiti per armarsi. Il sovrano avviò quindi una massiccia opera di espropriazione dei feudi ai danni della nobiltà autoctona (accusata di tradimento o di simpatie sveve) per assegnarli ai suoi commilitoni francesi. I baroni siciliani superstiti si videro emarginati dalle alte cariche militari e civili. Per sopravvivere, dovettero integrarsi nella macchina burocratica angioina come funzionari amministrativi, accettando ruoli di Giustiziere o esattore, proprio come fece Alaimo da Lentini. Ma presto l’insostenibile fiscalità fece emergere il lato debole della conquista: la subventio generalis. Carlo d’Angiò era costantemente sull’orlo della bancarotta a causa dei debiti con i banchieri toscani e dei costi spaventosi della sua politica estera, e per rimpinguare le casse, esasperò il sistema fiscale ereditato da Federico II, introducendo la colletta o subventio generalis. Si trattava di una tassa straordinaria sulle proprietà che, sotto gli Svevi, veniva imposta solo in rari casi di emergenza militare, ora trasformata in un balzello annuale fisso, riscosso con inaudita brutalità. A questa si aggiungevano le tasse sui porti, i dazi doganali interni e il monopolio regio sulla vendita del sale e del grano, che strozzavano i commercianti di Messina e Palermo. Egli stesso capì di volgere il sogno verso l’Oriente, creando nell’immediato la militarizzazione dell’isola. L’obiettivo finale di Carlo d’Angiò non era più l’Italia, ma la conquista di Costantinopoli. Nel 1261, il basileus bizantino Michele VIII Paleologo aveva riconquistato la città ponendo fine all’Impero Latino d’Oriente (fondato dai crociati occidentali). Carlo, avendo sposato le pretese degli spodestati eredi latini, voleva guidare una gigantesca crociata contro i bizantini per farsi incoronare Imperatore. La Sicilia divenne la base logistica di questo progetto: i cantieri navali di Messina lavoravano giorno e notte per costruire una flotta sterminata; i raccolti di grano siciliano venivano confiscati per nutrire le truppe; gli uomini venivano arruolati a forza nella marina regia. L’isola era sfinita, militarizzata e ridotta alla fame per finanziare una guerra che i siciliani non sentivano propria. Da qui l’ultimo duro colpo alla nobiltà: la grande cospirazione internazionale: l’Asse Barcellona-Costantinopoli. Fu allora che il malcontento interno trovò sponda in una complessa rete diplomatica sotterranea, coordinata da esuli siciliani fedeli alla memoria degli Svevi. La figura centrale di questa rete fu Giovanni da Procida, il nobile salernitano già medico personale di Federico II e consigliere di Manfredi. Fuggitivo dopo la caduta degli Svevi, Don Giovanni trovò rifugio alla corte di Pietro III d’Aragona, avendo capito che il Regno d’Aragona (comprendente la Catalogna, l’Aragona e Valencia) era una potenza marittima in rapida ascesa nel Mediterraneo occidentale. Pietro III, del resto, aveva sposato Costanza di Svevia, la figlia di Manfredi che, di conseguenza, era l’ultima erede legittima degli Hohenstaufen, e agli occhi dei ghibellini e dei baroni siciliani, la corona di Sicilia spettava di diritto a lei e a suo marito Pietro. La Corona d’Aragona formò così una coalizione segreta a tre teste per distruggere Carlo d’Angiò, compresa quella dell’Impero bizantino del basileus Michele VIII Paleologo. Quando seppe che l’attacco navale angioino contro Costantinopoli era imminente (la partenza della flotta di Carlo era fissata per la primavera del 1282), finanziò segretamente il re d’Aragona con enormi quantità d’oro. Pietro III utilizzò l’oro bizantino per armare una potentissima flotta nei porti catalani, ufficialmente per una spedizione contro i musulmani di Tunisi, ma in realtà pronta a far rotta sull’isola, dove l’attendevano i baroni siciliani. Giovanni da Procida, viaggiando in incognito tra Costantinopoli, la Sicilia e la Catalogna, mantenne i contatti con l’aristocrazia locale, preparando gli animi alla rivolta coordinata con l’arrivo della flotta aragonese. Così nacquero il Vespro e l’equivoco della Communitas Siciliae. Quando il 30 marzo 1282 (lunedì di Pasqua) scoppiò la celebre rivolta a Palermo — nata dall’offesa del soldato Drouet alla nobildonna siciliana — la reazione non fu un’immediata invocazione dei re aragonesi. Questo è il punto più ostico e cruciale dell’intera vicenda. I siciliani, guidati dai nobili e dai giuristi delle città, tentarono una terza via: la fondazione della Communitas Siciliae. Influenzati dall’esempio dei liberi comuni del Nord Italia (come Milano, Firenze o Bologna), i ribelli volevano abolire la monarchia centralizzata e trasformare la Sicilia in una confederazione di città-stato repubblicane e autonome. Le città costuitesi in libere repubbliche scrissero immediatamente a Papa Martino IV, illustrando il piano ingegnoso: si dichiaravano fedeli figli della Chiesa, offrivano la Sicilia come feudo diretto del Papa, accettando di pagare il censo feudale, ma chiedevano in cambio il diritto di autogovernarsi attraverso i propri magistrati e Capitani del Popolo (carica che a Messina sarà assunta proprio da Alaimo da Lentini). Tuttavia, i siciliani commisero un tragico errore di calcolo politico. Martino IV (Simon de Brion) era un francese, elevato al soglio pontificio solo grazie alle pesanti pressioni e all’intervento diretto di Carlo d’Angiò. Il Papa non aveva alcuna intenzione di avallare una repubblica di ribelli che distruggeva i piani del suo protettore francese. Martino IV rifiutò persino di ricevere gli ambasciatori siciliani, definì i ribelli “eretici, scismatici e lupi rapaci”, confermò la legittimità di Carlo d’Angiò e lanciò l’interdetto e la scomunica sull’intera isola. Il suo rifiuto fece crollare il sogno utopico dell’esperimento autonomistico. Le città si trovarono isolate, senza riconoscimento internazionale e con la certezza della vendetta angioina. Nell’estate del 1282, Carlo d’Angiò, bloccata la spedizione contro Costantinopoli, dirottò la sua imponente armata contro la Sicilia. Accampatosi sul piano di San Raineri, cinse d’assedio Messina, la chiave dello Stretto. Carlo voleva fare di Messina un esempio sanguinoso per tutta l’isola: rifiutò ogni proposta di sottomissione parziale e pretese la resa incondizionata, con l’intenzione di giustiziare i capi della rivolta e ripopolare la città con coloni francesi. A Messina, nominato Capitano del Popolo, c’era Alaimo da Lentini. La resistenza della città fu eroica e disperata: donne, anziani e dotti (le cronache ricordano le nobildonne Dina e Clarenza) combatterono sulle mura per respingere i continui assalti dei cavalieri e dei fanti francesi. Fu durante questo assedio, tra luglio e agosto del 1282, che Alaimo e i baroni siciliani compresero che la Communitas era militarmente indifendibile contro le forze di una superpotenza. L’unica via d’uscita per evitare lo sterminio era rinunciare al sogno repubblicano e rimettersi nelle mani di un sovrano che disponesse di un esercito regolare e di una flotta capace di affrontare l’Angioino. Fu inviata una delegazione urgente a Pietro III d’Aragona, che attendeva con la sua flotta a Collo, sulla costa africana. Il 30 agosto 1282 Pietro d’Aragona sbarcò a Trapani, ponendo fine alla fase cittadina e repubblicana del Vespro e inaugurando la Guerra dei Vespri Siciliani, un conflitto ventennale che avrebbe ridisegnato i confini e gli equilibri di potere dell’intera Europa medievale. Questo è lo scacchiere esatto. Ogni mossa successiva di Alaimo da Lentini — la sua difesa di Messina, la sottomissione all’Aragonese, il titolo di Gran Giustiziere e i successivi dubbi di tradimento — si spiega solo all’interno di questo micidiale incastro di forze.

Fonte: ABE

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Cuttrera

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Editorial Review

Donne reali e uomini d'arme n. 27

 

 

Alaimo, il generale di Messina dalla dubbia morale politica. Non esistono registri parrocchiali o di nascita per l'epoca. La prima comparsa di Alaimo è legata a un atto giudiziario di ribellione, e il primo documento sono le cronache della resistenza guelfa in Sicilia, con la sua partecipazione alla congiura del 1254 contro il re svevo Manfredi. La fonte è l’Historia Sicula di Bartolomeo di Neocastro, con l'atto della confisca dei beni e del successivo esilio che ne attesta l'alleanza con la fazione guelfa. Poi il buio e la ricomparsa, 15 anni dopo, per espletare mansioni al servizio della nuova Corona, sotto la Cancelleria Angioina, dal 1268, per oltre dieci anni. Con la caduta definitiva degli Svevi, Alaimo è diventato un alto funzionario burocratico di Carlo I d'Angiò. Questa fase è interamente coperta dai vecchi registri della cancelleria napoletana (ASNA) e il documento è proprio l’atto di nomina del 1271 che spiega come il Re lo nomini "consiliario e familiare regio". Nel medesimo Registro di Cancelleria di tre anni dopo, compare a settembre il Decreto di nomina a Giustiziere del Principato (di Salerno) e della Terra Beneventana. Nel Registro amministrativo del 1279 degli atti d'ufficio, si attesta il rientro di Alaimo a Messina con incarico alla Secrezia, quale funzionario delle gabelle. Il Vespro e il governo di Messina (1282) sono per lui la fase di rottura. Il nome di Alaimo passa dai documenti amministrativi agli atti di guerra e ai trattati diplomatici. Il verbale dell'assemblea cittadina di Messina dice che dopo la sconfitta del primo capitano Baldovino Mussone a Milazzo, quel 24 giugno, egli viene acclamato Capitano della Città. La fonte è Saba Malaspina, nella Rerum Sicularum Historia, da una parte; e Bartolomeo di Neocastro nell’Historia sicula dall’altra. I Registri Papali di Martino IV e la corrispondenza del legato Gherardo da Parma (estate 1282), conservati nell'Archivio Apostolico Vaticano (ASV, Reg. Vat. 41), conservano il carteggio diplomatico relativo alle trattative per sottoporre Messina a università comunale. Ma la nascente Communitas Siciliae sotto il protettorato e la giurisdizione diretta della Chiesa, vedrà le trattative fallire per l'intransigenza pontificia. E Alaimo cambia casacca, ancora una volta. I diplomi della Cancelleria Aragonese (1282-1284) parlano della sua sottomissione a Pietro III d'Aragona, allorquando diventa l'uomo più potente dell'isola. La documentazione qui è vastissima e conservata nel Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia (curato da G. La Mantia), a far data dal 21 ottobre 1282 con il diploma regio (ACA, Cancillería, Reg. 46) di Re Pietro III che lo nomina Maestro Giustiziere a vita del Regno di Sicilia, ossia il magister militum dei popoli italici per l’amministrazione della giustizia durante la riconquista della nuova provincia che si va via via formando assorbendo la vecchia, ovvero il Generale Connestabile in abito di guerra. Quei diplomi di concessione feudale parlano dell’assegnazione ad Alaimo e alla moglie Macalda di Scaletta dei feudi e delle baronie di Buccheri, Palazzolo Acreide, Butera e Ficarra. Con la lettera patente di Pietro III, il Re, dovendo rientrare in Aragona, affida ufficialmente ad Alaimo la tutela della regina Costanza di Svevia e dei figli minori (Giacomo e Federico). Da qui emerge il suo imperio, che si manifesta chiaramente dall’atto di condanna di Gualtiero di Caltagirone, con la sentenza di morte, mandata da lui in esecuzione, registrata nei diplomi del La Mantia, il quale attesta la sua temporanea e totale fedeltà alla corona aragonese nel reprimere le rivolte interne. I documenti del sospetto tradimento e la fine improvvisa dell’alto funzionario sono registrati, nelle cronache iberiche e negli ordini di carcerazione della corona, con l’obbligo di imbarco coatto (19 novembre 1284), mandato con cui il vicario Giacomo d'Aragona impone ad Alaimo di ripartire con il pretesto di consultazion...

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INDICE prologo ALAIMO, IL GENERALE DI MESSINA DALLA DUBBIA MORALE POLITICA introduzione generale STOP AL METODO OTTOCENTESCO LE FONTI OLTRE IL MITO COSTRUITO 1. La revisione storiografica 2. I quattro pilastri documentari 3. Un traditore politico seriale del Duecento 4. Fonti storiche, non generi letterari 5. Incrocio con la documentazione sommersa premessa storica I 32 anni della guerra del vespro l’eredita’ di federico ii e il papato capitolo primo le origini italo-sveve e l’enigma della nascita 1. Alaimo fu di Messina più che di Lentini 2. I fratelli Tommaso e Rinaldo, l’arcivescovo 3. La protezione pontificia 4. I nipoti di Mineo e Mazzarino nella rivolta 5. Il primo documento: la congiura del 1254 6. la morte di Corradino e il ritorno in Sicilia capitolo secondo l’ascesa burocratica angioina nei registri della cancelleria 1. La nomina a Consiliarius e Familiaris regio 2. Al giustizierato di Principato e Beneventana Civitate 3. Il controllo inquisitoriale del Vaticano 4. La testimonianza di Saba Malaspina 5. Il Registro della Secrezia di Messina capitolo terzo il vespro di messina il rifiuto dei patti angioini 1. La difesa di Messina del 1282 2. Lettere del Legato Gerardo da Parma 3. Il compromesso nei registri della Corona capitolo quarto la frattura tra baroni e aragona processo a gualtiero caltagirone 1. La dissidenza tra i leader 2. I tentativi di Butera e l’arresto 3. La condanna a morte di Gualtiero 4. La franchigia doganale di Siracusa 5. L’intesa con Roma nei Regesti Vaticani 6. Il contro-rapporto dello spionaggio aragonese capitolo quinto la storiografia coeva neocastro e speciale a confronto 1. Lentini personaggio storico 2. L’ottica guelfa: Giovanni Villani 3. Jerònimo Zurita e gli Anales de la Corona 4. Il sommerso: le prove nelle bolle papali capitolo sesto l’INGANNO DI BARCELLONA IMBARCATO PER SCOMPARIRE 1. Il mandato di comparizione 2. La detenzione dorata in Catalogna 3. Trattato di estradizione e diniego del giudizio 4. Il carteggio segreto e le testimonianze 5. L’esecuzione: il mazzello al largo di Maiorca 6. Le lacune colmate della storiografia regesto delle fonti e bibliografia critica

Fonte: ABE

Descrizione sintetica del prodotto

introduzione generale stop aL METODo ottocentesco le fonti oltre il mito costruito 1. La revisione storiografica Scrivere la biografia di un protagonista del XIII secolo, e in particolare di un leader dei Vespri Siciliani come Alaimo da Lentini, impone preliminarmente una radicale operazione di revisionismo storico. Per oltre un secolo, la figura di Alaimo è rimasta prigioniera di una duplice distorsione narrativa. Da un lato, la storiografia ottocentesca di stampo risorgimentale — pur dotata di immenso merito documentario, come nel caso dell’opera monumentale di Michele Amari, La guerra del Vespro siciliano — ha teso a proiettare retrospettivamente sul 1282 le categorie ottocentesche di "patria", "nazionalità" e "liberazione dallo straniero", trasformando un’oligarchia di baroni e giuristi in un moderno comitato rivoluzionario. Dall'altro, la storiografia di stampo apologetico locale ha ridotto la complessità di Alaimo a una rassicurante agiografia municipale, cristallizzandolo nelle vesti dell’eroe specchiato, privo di ombre e di interessi dinastici, così come piacque a Saba Malaspina, nella Rerum Sicularum Historia. Questo volume si propone di scardinare tali letture bidimensionali applicando i princìpi inflessibili della biografia istituzionale e della critica delle fonti, che i tedeschi chiamano Quellenkritik. Un uomo del Duecento non ragionava per astrazioni ideologiche moderne; si muoveva invece all'interno di un reticolo concreto e spietato di legami di consanguineità, alleanze feudali, patti contrattuali con la Corona e obbedienze spirituali e giurisdizionali verso la cattedra di Pietro. Per restituire tridimensionalità ad Alaimo da Lentini, è stato necessario azzerare le sintesi enciclopediche e far parlare direttamente i testi in lingua originale, operando un sistematico carotaggio all'interno di quattro sponde documentarie e narrative. 2. I quattro pilastri documentari La ricostruzione storica di questo saggio poggia su un incrocio sistematico di fonti che copre lo scacchiere meridionale, ricostruendo le tappe della vertiginosa ascesa e della drammatica caduta del Gran Giustiziere. La sponda burocratica angioina è rappresentata dai registri ricostruiti della Cancelleria Angioina di Napoli (ASNA) e integrata dai documenti dell'Archivio di Stato di Messina (ASMS). Tali carte coprono gli anni Settanta del Duecento e ci consegnano il profilo di un Alaimo integrato nell'apparato amministrativo post-svevo, lungi dall'essere un ribelle congenito. Egli emerge come un funzionario regio di provata fede guelfa che esercita l’amministrazione della giustizia, guidando, da comandante generale, il principale Giustizierato del Regno, quale fu la provincia del tribunale militare detta di Principato (Salerno) e Terre Beneventane, e che gestisce la Secrezia e le gabelle portuali di Messina nel momento di massima pressione fiscale della Corona, come riferisce Saba Malaspina. Segue la sponda contrattuale aragonese, custodita nei faldoni dell'Archivio della Corona d'Aragona, a Barcellona (ACA, Sezione Cancillería Real), dove i diplomi del Liber Patrimonii Regii Aragoniae svelano, dal 1282, la natura squisitamente negoziale della monarchia aragonese in Sicilia. Pietro III non entra nell'isola come un monarca assoluto, ma deve comprare la sottomissione di Messina. Lo fa nominando proprio Alaimo a Gran Giustiziere a vita, elargendo la concessione dei feudi di Buccheri, Palazzolo Acreide e Butera citati da G. La Mantia, nel Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia. La sponda episcopale è quella rintracciata nel Fondo Registri Vaticani dell'Archivio Apostolico Vaticano (allora Archivio Segreto Vaticano, ASV, Reg. Vat. 41, 42 e 43), che rappresenta il livello più sommerso e innovativo della ricerca. Qui, le lettere dei legati pontifici come Gerardo da Parma e le bolle monitorie segrete inviate da Martino IV e Onorio IV, rivelano l’esistenza di una rete ecclesiastica sotterranea che faceva perno sulla stessa famiglia di Alaimo, in particolare sul fratello Rainaldo da Lentini, arcivescovo di Messina, facendo emergere che i Papi usarono il clero per tessere trame di corruzione feudale, offrendo ad Alaimo il perdono e la tutela delle sue fortezze marittime in cambio del tradimento della Corona aragonese, di cui parla Jerónimo Zurita, nella fonte spagnola degli Anales. La lucidissima analisi tardo-cinquecentesca di Zurita, condotta avendo libero accesso alle carte segrete di Barcellona, svela definitivamente la verità dell’estradizione e della successiva eliminazione fisica di Alaimo, aprendo il confronto spagnolo con la cronachistica coeva, dato dall’analisi filologica che lo mette in relazione diretta con i testi letterari del tempo. La prosa giuridica e municipale di Bartolomeo di Neocastro nell’Historia Sicula, l’ottica curiale e severa di Saba Malaspina nel Rerum Sicularum Historia, la narrazione militare e celebrativa della cronaca catalana di Ramon Muntaner nella Crònica e l’interpretazione provvidenzialistica e moralizzatrice del fiorentino Giovanni Villani nella Nuova Cronica vengono vivisezionate riga per riga. Il risultato di questo scavo testuale restituisce un personaggio radicalmente diverso da quello tramandato dalla letteratura. 3. Un traditore politico seriale del Duecento Alaimo da Lentini si rivela come un formidabile animale politico, un pragmatico e spregiudicato navigatore delle istituzioni duecentesche, capace di sopravvivere e prosperare attraverso tre cambi di dinastia (Svevi, Angioini, Aragonesi). Egli non esita a perseguitare ferocemente i ghibellini siciliani nel 1268 per riottenere i propri feudi confiscati da Manfredi, così come non esiterà nel 1283 a presiedere e firmare la condanna a morte e la decapitazione del suo stesso compagno di rivolta, Gualtiero di Caltagirone, pur di compiacere la corte di Barcellona e difendere la propria carica di Gran Giustiziere a vita, come ricostruisce La Mantia. La sua fine tragica, consumatasi nell'agosto del 1287 con il rituale extragiudiziale della mazzeratura (l'annegamento in un sacco zavorrato) al largo di Maiorca, non fu l'atto d'ingratitudine gratuita di un sovrano crudele, ma un’operazione di sicurezza nazionale fatta eseguire da Giacomo II, come ricostruito da Zurita. Per Amari, La guerra del Vespro siciliano, Alaimo era diventato troppo potente. Egli emanava franchigie doganali a Siracusa usurpando le prerogative regie, controllava militarmente le fortezze dello Stretto e per Zurita conversava quotidianamente attraverso l'arcivescovo suo fratello con i messaggeri segreti del Papa. Alaimo si comportava da sovrano parallelo che minacciava l'assolutismo della dinastia aragonese. Nelle pagine che seguono, il lettore non troverà concessioni al romanzo o all'enfasi retorica. Ogni affermazione, ogni snodo psicologico e ogni scontro militare è rigidamente ancorato al testo originale in latino, catalano antico o volgare, e ogni commento critico fa sempre seguito a una traduzione letterale. È l'unico modo per sottrarre Alaimo da Lentini all'ombra del mito e restituirlo interamente alla verità della storia e della scienza documentaria. 4. Fonti storiche, non generi letterari Il fulcro metodologico di questa indagine risiede quindi nella critica delle fonti (l'applicazione della quellenkritik), un processo filologico essenziale per separare il dato storico documentario dalle deformazioni ideologiche e dai generi letterari entro cui i cronisti medievali hanno costretto la figura di Alaimo da Lentini. Scrivere la storia dei Vespri basandosi su una sola sponda narrativa o accettando acriticamente la lettera del testo significa, inevitabilmente, farsi veicolo della propaganda politica di una delle fazioni in lotta. L'operazione critica condotta in questo volume presuppone la decodificazione dei testi attraverso tre livelli di scrutinio analitico: la storicizzazione dello statuto del cronista, l'individuazione dei modelli letterari classici e l'incrocio obbligatorio con la documentazione burocratica e amministrativa coeva. Ogni cronista che descrive le azioni di Alaimo risponde a un preciso committente o appartiene a un gruppo di interesse sociologico ben definito, il cui "orizzonte di fazione" ne orienta la penna. Bartolomeo di Neocastro scrive all'interno dello scacchiere messinese alla fine del XIII secolo. Il suo obiettivo è legale e difensivo: deve dimostrare alle corti europee che la ribellione della Communitas non è un atto di anarchia plebea, ma una legittima resistenza al diritto violato. Alaimo, per Neocastro, deve quindi incarnare lo statuto del magistrato specchiato, del iustitiae cultor la cui azione è sempre filtrata dal consenso assembleare e dall'equità istituzionale. Saba Malaspina, operando come alto funzionario, decano all'interno della Curia romana di Martino IV, ma filo-provenzale, risponde a una logica teocratica e centralizzatrice. Per la Chiesa, l'abbattimento del sistema angioino è un delitto teologico prima che politico. Malaspina, pur rispettando il valore tecnico-militare di Alaimo, vir in armis provatus, deve programmaticamente svelarne l'ambiguità psicologica, applicando alla sua ascesa burocratica la categoria della simulazione, iustitiam colere videbatur, sed sub velamine pietatis. Ramon Muntaner scrive dalla prospettiva della marineria e della Corona aragonese. Il suo scopo è celebrare l'espansione mediterranea di Pietro III. Alaimo, nella sua Crònica, perde le caratteristiche di magistrato civile per assumere quelle feudali e cavalleresche del plus noble cavaller, la cui sottomissione contrattuale nobilita il re aragonese che ne riceve le chiavi. Un elemento cruciale di cronisti come Neocastro è che possiedono una profonda cultura retorica e rimodellano i discorsi e i gesti dei protagonisti sui testi di Sallustio, Livio e Cicerone. Quando Neocastro riporta il celebre rifiuto di Alaimo davanti agli ambasciatori angioini, nec ego, qui libertatis custos sum electus, proditor inveniar, il filologo non deve leggervi una trascrizione stenografica del discorso pronunciato sulle mura di Messina. Quella formula è un calco retorico modellato sull'immagine classica del patriota repubblicano romano che resiste alla tirannia. La critica delle fonti non nega la realtà storica dell'abboccamento diplomatico sul piano di San Raineri, ma ne depura la lettera, riconoscendo nel testo una costruzione ideologica posteriore finalizzata a nobilitare la dirigenza messinese di fronte alla diplomazia internazionale. Il correttivo scientifico fondamentale all'enfasi dei cronisti è costituito dal riscontro con i documenti amministrativi delle cancellerie (ASNA, ACA, ASPA, ASMS) e dell'Archivio Apostolico Vaticano (ASV). 5. Incrocio con la documentazione sommersa La critica delle fonti, quindi, la cosiddetta quellenkritik, si compie pienamente quando la narrazione letteraria viene "specchiata" nella fredda contabilità dello Stato o della Chiesa. Nel corso del volume, questo metodo ha permesso di verificare che i titoli di onore curiale (familiaris) o di condanna (proditor) non sono licenze poetiche dei cronisti, ma precise categorie del diritto pubblico dell'epoca, registrate nei mandati d'ufficio e nelle bolle di scomunica dei Registri Vaticani. L'accusa di tradimento e spionaggio mossa ad Alaimo da Jerónimo Zurita negli Anales — e liquidata dalla storiografia romantica come una calunnia aragonese — trova un riscontro oggettivo e inequivocabile nelle lettere segrete della cancelleria pontificia intercettate e conservate nei registri 41-42 di Papa Martino IV. Questa rilettura delle fonti si offre come lo strumento anatomico del libro: essa seziona il testo, ne individua le interpolazioni ideologiche e le deformazioni faziose, e restituisce la figura di Alaimo da Lentini alla sua reale verità documentaria.