8. STORIA DI MONTEVERDE opera omnia – I parte IL CASTELLO E LA CATTEDRALE

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Copertina posteriore

Le disavventure di Sangermano

Quando Benedetto Giacinto Sangermano fu nominato Vescovo di Nusco (7 ottobre 1680-7 giugno 1702), nel Principato Ultra, correvano brutti tempi. Tuttavia il Viceré D. Gaspare de Haro, Marchese del Carpio, si accinse a combattere i delitti e i disordini radicati nel Regno di Napoli. Egli bandì, infatti, tutti gli oziosi e tutti quelli che crapulavano nella vagabonderia e nell’improba mendicità,1 ispirando nei magistrati il sentimento della più rigorosa giustizia. Nei suoi quattro anni di governo, egli combatté i malfattori e i banditi, detti scorridori della campagna. Pose grosse taglie a chi li prendesse vivi o morti. Egli atterrì, con legge severissima, i loro protettori, ricettatori e corrispondenti: concesse l’indulto a inquisiti e fuorigiudicati, permettendo loro di costruirsi e di pentirsi. Egli punì crudelmente quelli che non si ravvedevano, ma cadevano nelle mani della giustizia. Si vuole fare credere che il Vescovo di Nusco, Mons. Benedetto Giacinto Sangermano, facesse parte di quella masnada? O che addirittura fosse un Vescovo omicida?2
Benedetto Giacinto Sangermano fu ordinato sacerdote, il 1° aprile 1673, a 35 anni: egli nacque a Bisignano (Cs) il 7 gennaio 1638. Egli frequentò il collegio della Sapienza e divenne, dal 1677 al 1679, Vicario Generale del Vescovo della città di Bisignano, Mons. Onofrio Manes di Lecce.
Benedetto Giacinto Sangermano fu eletto Vescovo di Nusco (Av) il 7 ottobre 1680. Egli ricevette a Roma, il 13 ottobre dello stesso anno, la consacrazione episcopale dal cardinale Carlo Pio di Savoia.
Il poeta Giulio Acciano, di Bagnoli Irpino, della Diocesi di Nusco, lo adulò con enfatiche terzine:

E per quante vedute e camminate
cittadi avete non trovaste mai
le più dolci e piacevoli brigate.

In verità, Mons. Sangermano trovò un ambiente ostile, dilaniato da lotte, la cattedrale e l’episcopio da riparare, il seminario privo di teologo e di canonico penitenziare. Si mise all’opera non per avidità di denaro, ma per instaurare beni spirituali nelle comunità diocesane.
Le male fatte non erano, perciò, sue, bensì degli altri. Soprattutto di quelli in cui aveva riposto la sua fiducia.

Scrive, infatti, Leopoldo Pagano:
Benedetto Sangermano, Dottore in ambo le pagine della legge moderna, rettore della chiesa di s. Spirito in Sassia di Roma, e vescovo di Nusco dal 1680 al 1702, nel cui giugno morì in Monteverde (Ughel. Nusc. n. 20 t.7 c 541; Enc. cit. t. 4 p. 857). Fece alcune buone opere da vescovo; ma certi processi nuscani, fabbricati dai suoi nemici, e ai quali uopo è aggiungere poca fede, il descrissero peggio di un bassà turco. Noi sospendiamo il nostro giudizio e staremo a vedere quello che ne scriverà nelle sue dotte lucubrazioni il mio can. Astrominica, sì stamabile per belle qualità personali e per rari pregi d’ingegno. Anna, sorella al vescoco, raccomandò la memoria del fratello con la seguente iscrizione nella chiesa della Riforma (di Bisignano):

D. O. M.
In tumulum ill.mi Domini
D. Hyacinthi Sangermani episc. Nuscani
in amoris pignus Domini
Anna Sangermani soror
A. D. MDCCII

Girolamo fu vicario cap. nel 1706, e Michele barone di Monteverde.3

Pasquale Astromica, discepolo del Puoti, insegnò filosofia nel seminario di S. Marco Argentano e Bisignano. Egli scrisse le Istituzioni di algebra; il Cenno storico sulla chiesa vescovile di Nusco, riportato nel t.IV dell’Enciclopedia dell’Ecclesiastico; l’Elogio storico di S. Amato, dove sostenne che Roberto il Guiscardo non passò per Montegugliano di Nusco nell’anno 1076 e che la tradizione popolare si pone spesso in contrasto con la verità della storia.

Infatti, la fonte del Chronicon Amalfitanum dichiara: Il Duca Roberto (il Guiscardo), poi, nell’anno del Signore 1075, prese Santa Severina, città della Calabria, dopo tre anni di assedio. Prese anche la città di Cosenza e, dopo aver circondato Sant’Agata e averla posta ad incessante assedio, la occupò.

Astrominica non si fece ingannare dalla stessa radice Cons., che vale tanto per Cosenza (Consentia), quanto per Conza. Il Guiscardo non passò per Conza e, quindi, neppure per Nusco, nella sua marcia contro Gisulfo Il Principe di Salerno.
E’ il seguace pedissequo della tradizione nuscana, Gennaro Passaro, che ha il merito di conservare parecchi testi introvabili sulla storia nuscana, a condividere le tesi polemiche di Giuseppe Passaro. Lo storiografo nuscano afferma che Mons. Benedetto Giacinto Sangermano non solo fu venale e truffaldino,4 ma fu il mandante persino dell’uccisione di Fiorenzo D’Urso, proditoriamente eliminato da Giuseppe Iuliano. Eppure, Giuseppe Passaro dichiara che furono Giuseppe Coratella e Cesare Caputo, servitori di Mons. Sangermano, a trovarsi alle prese della giustizia, per truffa e malvivenza. Il processo, come il governatore Ettore De Ruberto ebbe motivo di comunicare al Vescovo di Nusco, che si trovava in quel momento a Bagnoli Irpino, fu archiviato.
Il barone di Cassano Irpino, paese della Diocesi di Nusco, ordì una congiura contro il Vescovo Sangermano, che lo denunziò. Il barone Francesco Giaquinto, fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Montefusco, capoluogo del Principato Ultra.
Presso Nusco sorse l’Abbazia benedettina del Goleto, a circa una giornata di viaggio rispettivamente da Melfi e da Salerno. Il re Manfredi la proclamò luogo di quiete. Su di essa i Nuscani vantavano antichi diritti. Infatti, la chiesa del monastero di Goleto, dedicata al SS. Salvatore, conservava le spoglie di S. Guglielmo da Vercelli, l’eremita, che morì nell’anno 1142, trasportate, nel secolo scorso, a Montevergine di Mercogliano.5

Scrisse G. Gatta: Il celebre Monistero di San Guglielmo, sotto il titolo di San Salvatore, fu opera di Ruggiero Sanseverino, il quale nell’anno 1130, allo spesso visitando detto santo, che menava vita solitaria nella Valle di Conza, giurisdizione allora di detto Signore col Feudo di Monticchio ivi vicino (Terra al presente distrutta), lo persuase che fondasse un Monastero di sua Religione, imperocché egli l’avrebbe donato detta Valle, che non è meno di miglia dodici di circuito, e l’avrebbe non solo dato aiuto per le fabbriche, ma anche dotato l’avrebbe di buone rendita per lo vivere de’ Religiosi.
Accettò volentieri il Santo l’offerta, e nel 1131 furono cominciati due Edifizi, uno pe i Monaci, e l’altro per le Monache, e compiuta l’opera vi fu dal generoso Fondatore assegnata la vendita di venticinquemila ducati annui, e le Monache, che erano della primaria nobilità di questo Reame, ave(v)ano con ampia giurisdizione nella persona della loro Badessa l’uso della Mitra, del Pastorale, come diffusamente si legge nelle “Croniche” di Montevergine. E questo è il famoso monastero di San Guglielmo, sotto il titolo di San Salvatore, presso la Città di Nusco, in cui riposa il Corpo di detto Santo.

Il 14 agosto 1693, l’antivigilia di S. Stefano (975- 1038), che fu il primo Protettore di Nusco, fondatore di diversi arcivescovati, vescovati, abbazie, chiese, conventi, i canonici e preti di Nusco (D. Amato de Mita, D. Pietro e D. Giuseppe Imparato, D. Carlo Carbonara, D. Gaetano de Paulo), seguiti da chierici e servitori, a cavallo e a piedi, tutti armati di scoppetta e di altre armi, circondarono l’Abbazia del Goleto, per riprendersi ilbestiame sequestrato, per sconfinamento, dai monaci goletani. L’Abate Candido Cerrutti fece suonare le campane a martello, per dare l’allarme agli abitanti del feudo. Le robuste mura secolari scoraggiarono l’assalto alle stalle del monastero benedettino. Domenico D’Aluisa, di Bagnoli (Irpino), messosi al capo di una delegazione di Nuscani, chiese d’intavolare delle trattative. I Nuscani furono ammessi nel parlatorio, ma l’azione diplomatica fallì. I Nuscani, che parlavano a nome del Vescovo Sangermano, sostenevano: Sono nostri li terreni e non vi rimane che andar via. I monaci e l’abate sostenevano: Siete entrati nei terreni quali scorrazzatori e non padroni. La lite più che secolare non si poté sanare in un momento.
I Nuscani se ne tornarono, rapinando centoventi vacche dell’Abbazia vicina all’Ofanto.6 Del Guercio aggiunse che l’Abate scomunicò quei preti, che pure celebrano la messa, perché assolti dal vescovo Sangermano.7 In questo clima di conflittualità, Mons. Benedetto Giacinto Sangermano non poté indire la celebrazione dell’anniversario della morte di S. Amato. Giuseppe Passaro non gli ha perdonato questa manchevolezza.

Anzi ha scritto recentemente: Fu per un dispetto al capitolo cattedrale o per un insulto alla sentita fede popolare per timore di trovarsi impegnato nel pagamento di spese, che la celebrazione, necessariamente, avrebbe comportato? Pur di far quattrini, il Sangermano non badava a scrupoli e giocava volentieri anche con i santi.8

Questo, però, non è un giudizio critico, ma un pregiudizio.
A Nusco c’erano due tradizioni, le quali sostenevano che due Santi di nome Amato (l’uno morto nel 1093 e l’altro nel 1193, a un secolo di distanza) erano stati Vescovi di Nusco, con la differenza che l’altro Amato, cioè il secondo, era stato monaco goletano, discepolo di S. Guglielmo di Vercelli, prima di essere nominato Vescovo di Trevico (Vico), ai tempi di Guglielmo il Malo, che dovette fronteggiare, con l’aiuto del Papa, alle ripetute ribellioni dei baroni.
Mons. Sangermano accettò la tradizione verginiana. La sua predilezione della vita dei monaci eremiti e il ricordo del Vescovo di Bisignano, Mons. Manes di Lecce,9 lo mossero a persuadere la duchessa Ottavia Renzi, la bella e ricca moglie di Giambattista Mayorca-Strozzi, a donare al clero della collegiata di Bagnoli (Irpino), le ossa del santo eremita e vescovo Onorio. In pubblico parlamento S. Onofrio fu dichiarato protettore del paese (adesso è, invece, S. Lorenzo), nonostante l’opposizione dei Padri Domenicani, che avevano subìto il crollo della chiesa di S. Domenico, per il terremoto del 1688.
Un altro difficile momento per Mons. Giacinto Sangermano, accusato di parzialità e simonia, fu quando arrivò a Nusco, ai principi di settembre del 1696, del Vicario Apostolico, Agostino Grifone, invitato dal Papa Innocento XII, che alcuni dicevano nato a Regina, in Calabria, ed altri dicono a Spinazzola.

Un atto del registro parrocchiale di Regina (Cs) così recita: 1626 die Januarii. Ottavio Francesco Giuseppe Antonio Pignatelli, figlio degli illustrissimi Signori Mario e di Maria Faustina Caracciolo, coniugi e Signori di questa terra di Regina, è stato battezzato da me Don Orazio Siciliano, Arciprete e Rettore. Compare fu l’illustrissimo Signor Ottavio Pignatelli juniore insigne congiunto del Signor Mario, e figlio di Ottavio Pignatelli seniore.

A margine di questo atto di battesimo, un altro sacerdote annotò, interpretando male il documento: Fu Pontefice con il nome di Innocenzo XII nel 1691.
Ho dimostrato che Antonio Pignatelli, nato a Spinazzola (Ba), il 13 marzo 1615, diventò papa con il titolo di Innocenzo XII. Infatti, quando egli era Arcivescovo (card.) di Napoli, fece incidere sul Mausoleo (ipogeo) del Duomo di Napoli, il nome dei suoi genitori, Francesco Pignatelli, marchese di Spinazzola, e Porzia Carafa, principessa di Minervino. In altri termini, il luogo di nascita di Innocenzo XII non fu Regina, né i suoi genitori furono Mario e Maria Faustina Caracciolo.10 Il 13 ottobre 1696, il Vescovo di Nusco fu denunziato per avere venduto gli armenti della Chiesa di S. Amato, per acquistare altri terreni in agro di Monteverde.
Egli si preoccupò anche per la diffusione, nel Regno di Napoli, delle idee filosofiche di René Descartes (Cartesio).
Nel gennaio 1696, si diffuse la notizia che il Conte di Santo Stefano, Francesco de Bonavides, sarebbe stato sostituito del nuovo Viceré O. Luigi della Zerda, Duca di Medinaceli.
In Nusco arrivò un’altra notizia: Michele Sangermano, fratello del Vescovo, divenuto barone di Monteverde nel 1695, era stato arrestato e condotto a Montefusco, dove veniva sorvegliato da cinque soldati. Di conseguenza, il Vescovo Giacinto Sangermano fu sospeso dall’amministrazione dell’episcopato e dall’esercizio pontificale e fu condannato a non fare ingresso nella Diocesi nuscana e nell’area circostante per dieci miglia, nonché fu condannato ala restituzione delle cose indebitamente percepite e da liquidare a favore della R. Camera Apostolica.11
Il Duca di Medinaceli adoperava metodi troppo rigorosi contro la nobilità feudale, che tentò di ammazzarlo, poi, nella congiura di Macchia, cosiddetta da Gaetano Gambacorta, principe di Macchia. Mons. Benedetto Giacinto Sangermano, credendo di avere ragione, si allontanò dalla città di Nusco e non provvide alla nomina del Vicario amministratore. Prima di partire per Napoli, egli maledisse i Nuscani, invocando l’ira di Dio sugli abitanti.12
L’arcivescovo di Benevento mandò a Nusco, come Delegato Apostolico della Diocesi, il sacerdote Francesco Noja, che era Vicario generale della vicina Diocesi di Montemarano. Egli giunse a Nusco il 21 novembre 1696 e vi stette fino alla morte del Vescovo Benedetto Giacinto Sangermano.
Il Noja commise degli eccessi. Secondo l’accusa, rivoltagli da Ottavio Bongiovanni, governatore feudale di Nusco, attentò alla regia giurisdizione ed esercitò la sua carica “senza il Regio Exequatur”. Francesco Noja commise degli abusi anche in campo religioso, cercando di cancellare la figura di S. Amato dalla tradizione dei Padri Verginiani.
La comparsa dei Discorsi critici di Francesco Noja, pubblicati a Genova nel 1707, suscitò protesta e deplorazione. Soprattutto quelle dei monaci della Congregazione di Montevergine, che annoverava, fra gli illustri benedettini, anche il monaco S. Amato da Nusco, di cui Felice Renda stese questo sommario storico:13

Santo Amato nacque nella città di Nusco, e per seguitar la vestigia de’ Santi, vendì tutte le sue facoltà paterne, e il denaro, che ne ricevì dispensò a’ poveri; et essendo di grado, in grado al Sacerdotio asceso, udendo la fama del B. Guglielmo di Vercelli Fondator dell’ordine di Monte Vergine, che presso alla sua Patria haveva fondato un gran Monastero di Monaci, insieme con un altro suo amico nominato Giovanni, spontaneamente volle farsi suo discepolo; et osservando i suoi precetti et regola; dopo il transito di quel S. Padre, havendo anco egli fondato un altro monastero, per opera del Re Guglielmo di Sicilia fu fatto Vescovo della sua Patria; con la cui dignità, essendo maggiormente augumentato in santità adoperò diversi miracoli, et construsse molte Chiese et Monasteri. Finché passando a miglior vita l’anno della età sua LXXXIX, santamente a’ XXVIII di Maggio, ne gl’anni della salute MCXCIII. Manifestò poi con miracoli la sua Santità.

E’ da notare che i monaci di Montevergine stabilivano l’esistenza di Sant’Amato da Nusco in base al documento di consacrazione della Chiesa di S. Giovanni Battista in Gualdo, il 24 giugno 1147, fatta costruire da Simone de Tivilla e dalla moglie Saracena, e affidata ad un rettore con poteri di Abate. Fra le firme del documento notarile compare anche quella di Amato primicerio.
Francesco Noja, con la sua Dissertazione, calpestò l’altra tradizione del Sacco di S. Francesco, che era tramandata dai Minori del convento di Folloni (dal latino fullonius, cioè del lavoratore di panni con l’acqua corrente del Calore) di Montella. In un inverno gelido e nevoso, i frati erano tormentati, come i lupi, dai morsi della fame. Si misero in preghiera per diverse ore, mentre la neve cadeva senza fine. Il guardiano fece allora una proposta: sacrificare un frate, per non morire tutti di fame. Fecero a sorte e toccò al frate dispensiere immolarsi, di lì a poco, per gli altri. Ma quando il frate cuoco stava per affondare il coltellaccio, cadde dal cielo un sacco pieno di pani. Era il dono di S. Francesco, che costruì quel convento di Montella (altri dicono che non si tratta del sacro luogo di Folloni, ma di S. Maria di Fellari, a Civita Castellana), quando si recò, nel 1222, in Puglia, a visitare la Grotta di S. Michele, sul Gargano, passando per la Terra di Lavoro, per la Basilicata, la Calabria, la Puglia. Il Signore si servì di lui, durante questo pellegrinaggio, per operare grandi miracoli.
S. Francesco d’Assisi apparve al frate portinaio, chiedendogli l’elemosina. Il portinaio gli chiuse il portone in faccia e tornò a tavola. I frati trovarono nella dispensa un mucchio di paglia al posto dei pani.
Dopo tanto tempo, un ladrone andò a cercare un uovo nel pollaio. Nella strada che conduceva al convento di Folloni, sulla sponda destra del fiume Calore, trovò un sacco vuoto. Lo indossò e fu salvato dai colpi d’arma da fuoco e dalle bastonature dei massari.14
Il Marchese D. Francesco Perez Navarrete, dell’Ordine di S. Giacomo e Consigliere del Consiglio Regale di S. Chiara in Napoli, rispose che la tradizione, negata dal Noja, era sacra e universale.

Egli scrisse testualmente: La S. Congrecazione dell’Indice, ammettendo le mie fatiche, ha già condannato un sì pernicioso libro che malmenava non meno il S. Sacco che l’antica ed universale tradizione. Onde essendo terminata la causa, a me altro non resta se non che scrivere la storia della tradizione d’esso Sacro Sacco, con divisare il tempo e la occasione in cui gli Angeli portarono ai religiosi di S. Francesco il Pane in un Sacco, ed è quel medesimo che è divenuto glorioso nella fama dei miracoli. Ardisco esporre questa mia scrittura, sotto l’occhio della Cesarea Maestà Vostra, non perché sia nobile dall’autore, ma perché dall’oggetto è sacra: ella contiene i documenti della divina Misericordia nel sovvenire ai servi suoi augustiati e nel proteggere i divoti del Patriarca S. Francecso (…). Molto più chiamo quegli scrittori, i quali delle vostre magnifiche gesta lasciano ai Prencipi che nasceranno, la immortalità del vostro nome, nei fatti egregi della vostra pace e nella Guerra gloriose, tutte coi fregi della grandezza e della pietà Austriaca, e tutte degne di voi, in cui solo il bello, il magnifico, il maestoso della Austriaca discendenza è adunato.15

Il Navarrete affacciò il poprio dubbio sulla veridicità del Testamento di Sant’Amato del 1093, sia perchè l’agiografo Francesco De Ponte (o D’Aponte) non s’era basato su tale documento antico, nella stesura dell’Officio contenente la Vita e i miracoli del b. Amato Episcopo della Città di Nusco, sia perché Francesco Noja gli attribuì qualche importanza solo quando fu rubato, il 28 maggio del 1705, cioè nel giorno dedicato a S. Amato.
In una lettera autografa, conservata da Gennaro Passaro, Francesco Noja espresse disappunto per il sacrilegio furto della storica reliquia del Testamento di Sant’Amato, scritto in caretteri longobardo- beneventani, invitando i canonici della Cattedrale di Nusco a contribuire per le spese di stampa. Ritengo, perciò, la copia del’Ughelli più fedele all’originale del Testamento di Sant’Amato.16
Francesco Noja morì a Napoli, il 15 aprile 1709, e non provò l’amarezza per la condanna all’Indice dei libri proibiti dei suoi Discorsi critici su l’Istoria della Vita di Sant’Amato, per effetto del Decreto del 15 gennaio 1714.
Nel febbraio del 1702, furono puniti i responsabili della congiura di Macchia e il duca di Medinaceli fu sostituito dal duca di Escalona e marchese di Villena, Juan Emanuel Fernandez Machedo, che tentò di riconquistare il favore del popolo. Due scosse telluriche si ebbero nel marzo e nell’aprile del 1702. Mons. Benedetto Giacinto Sangermano si trovava a Monteverde, nel feudo del fratello Michele, pensoso dei fallì del suo irrequieto Episcopato Nuscano. Egli chiuse gli occhi a Monteverde il 7 giugno 1702. La successione all’episcopato nuscano di Mons. Giacinto Dragonetti, prete della Congrecazione di S. Filippo Neri, fu agitata da furti, soppresioni di parrocchie, altre sordide lotte. Non desta, perciò, meraviglia che la memoria di Mons. Benedetto Giacinto Sangermano, maledetta a sua volta dai Nuscani, è rinverdita da Giuseppe Chiusano, che colloca il Vescovo di Nusco, Mons. Sangermano, nativo di Bisignano (Cs), fra gli “uomini illustri” 17 di Monteverde.

Description

La Relazione di Monsignor Condulmari

La Relazione ad limina, in lingua latina, è datata 20 febbraio 1688. L’arcivescovo Filippo Condulmari vi espone lo stato della Chiesa di Monteverde, che fu soggetta, in qualità di sede vescovile, prima al Metropolitano di Benevento, e poi a quello di Conza. Il feudo del principe di Monaco passò, dietro pagamento, al Principe della Torella. All’interno della città, composta di 700 anime e di non più di 80 famiglie, funzionano, precisa l’Arcivescovo, la Chiesa Cattedrale e quattro chiese minori. La “Relazione ad limina” enumera le cinque dignità del Capitolo e vi aggiunge sette Canonici; accenna alle due Confraternite del SS. Corpo di Cristo e del Rosario; illustra la chiesa di Carbonara, che era l’unica terra (cioè l’oppido) della Diocesi di Monteverde. L’Arcivescovo Condulmari riporta la sua difesa di Metropolitano di Nazareth circa il diritto metropolitano richiesto da Conza, sulla Chiesa di Monteverde, in mancanza di una bolla pontificia. Questa sarà emanata dal Papa Clemente VII, sotto il titolo Nazarenae exemptionis, preciserà che l’unione dei Vescovadi di Monteverde e Canne non si doveva intendere aeque principaliter, ma un’unione subiettiva; l’ossequio all’Arcivescovo di Conza fu poi di viciniore anzichè di metropolitano. Infatti la Bolla dell’unione delle tre Chiese (Monteverde e Canne all’ Arcivescovado di Nazareth), conclusa sotto Clemente VII, fu perfezionata sotto Paolo III, che esprime, con le parole unita, annessa, incorporata, senz’altro un’unione subiettiva, donde consegue che la Chiesa unita si fa una cosa stessa con la Chiesa a cui si unisce, e resta una sola dignità episcopale, che è quella dell’Arcivescovo Nazareno.

Umilissimo, devotissimo e obbligatissimo servo Filippo Condulmari Arcivescovo Nazareno, Vescovo di Canne e di Monteverde.
La Chiesa di Monteverde è situata nella provincia del Principato Ultra e la città fu soggetta al dominio del Principe di Monaco ed ora del Principe della Torella, a causa della compera, ed è quasi spopolata, così che al presente le famiglie non sono oltre 80 e perciò degne di commiserazione, e dista da Bari 45 miglia. La Chiesa Cattedrale è sotto l’invocazione della Beata Maria Vergine, di antichissima struttura, donde le pareti richiedono continua restaurazione e così anche il tetto e il Campanile, ed esse ristrutturazioni si fanno ogni anno a mie spese. Il Capitolo consta di cinque dignità, vale a dire: Arcidiaconato, Arcipresbiterato, Cantorato, Primiceriale e Tesorierato, e di sette Canonici e di tante Dignità di quante sono i canonicati. Le Collette sono secondo i precetti della Cancelleria, ma per sola segnatura. Nessuno ha distinte prebende, e i loro redditi consistono ugualmente nelle quotidiane distribuzioni, che alla fine dell’anno, per il continuo servizio prestato alla Chiesa, non superano la somma di quaranta ducati per parte. Ogni giorno svolgono la (loro) opera nel coro e non hanno tempo libero. I Chierici sono dieci di numero, la cura delle anime incombe sull’Arcipresbiterato, la cui dignità è vacante con tutte le altre, eccetto del Primicerio, e ciò per troppa povertà. Non essendoci alcuno che voglia procurare il disbrigo della Dataria e per di più neppure della mia Cancelleria per il tempo che spetta di vacanze all’Ordinario, stando all’osservanza rigorosa della tassa Innocenziana, per quanto sempre dica ai miei sacerdoti di osservare, così come nel prossimo ingresso che farò, a Dio piacente, in quella diocesi, io per le Collette a me spettanti ho comandato di provvedere gratis come anche per la scrittura a spedizioni delle Bolle, in modo che nella vacanza dell’Arcipresbiterato le Cura delle Anime si eserciti per l’Economo Canonico da me designato, il quale compia diligentemente le parti del suo ufficio. In essa c’è il fonte battesimale ben complesso e con tutte le cose necessarie per la somministrazione dello stesso Sacramento. Non si rilevano Reliquie di Santi e così supplichevole prego, come fecero anche i miei precedessori, affinchè le Vostre Eccellenze si degniono di mandare e concedere quelle di cui ha bisogno la suddetta Chiesa, per la devozione e per la consolazione spirituale del Popolo. Le anime dei fedeli sono in tutto quasi 700: di cui 400 sono capaci di comunione; della Regia Curia si contano nella suddetta città 90 fuochi. La Sagrestia è appropriatamente provvista di tutte le cose necessarie ecc. Sono erette in detta Chiesa Cattedrale due pie Confraternite di laici, una sotto il titolo del Santissimo Corpo di Cristo, l’altra poi del Santissimo Rosario ecc., sotto il comando dell’Arcivescovo, e così nella visita non solo da loro pretesi ragione dei conti, ma affidai loro anche molte cose per il buon governo tanto spirituale quanto economico ecc. Oltre la suddetta Chiesa Cattedrale ce ne sono altre quattro. Una sotto il titolo di S. Caterina Vergine e Martire di diritto patronale del suddetto Capitolo, in cui si celebrano due Messe alla settimana. L’altra è sotto il titolo della Santa Croce di diritto patronale dei laici, nella quale due volte alla settimana si espone il Sacramento. La terza sotto l’invocazione della Beata Maria Vergine di diritto patronale dei laici dell’Università della città predetta e nella quale si celebra in tutti i giorni di festa e nelle domeniche: La quarta è sotto il titolo di Santa Maria del Monte Carmelo, nella quale il beneficiato è tenuto, per tre volte alla settimana, a celebrare a posto degli oneri una volta spettanti ai Padri Carmelitani, dei quali il convento fu soppresso secondo la formula della Costituzione di Sua Maestà (S.M.) Innocenzo X. Non esistono, nel medesimo luogo, monastero e ospedale ecc. e lavorai intensamente per erigere la scuola di Grammatica ecc. La parola di Dio si predica nella quaresima con l’elemosina a cui contribuisce in parte l’Arcivescovo, in parte l’Università. Nelle domeniche il Vangelo è spiegato dall’Arcipresbiterato e dal’economo ecc. Per conto mio ho curato che si potesse riparare la Chiesa Cattedrale e spesi di proprio più di cinquanta ducati, affinché non tutte le cose andassero in rovina. Il Vescovo di Monteverde una volta fu soggetto al Metropolitano di Benevento, e di poi a quello Conzano, che fino ad oggi pretende il diritto metropolitano, mentre gli Arcivescovi Nazareni di allora si opposero e quelli di oggi si oppongono alle pretese persino derivanti dall’effetto dell’unione a quello (metropolitano di Conza), in quanto si sostiene in pratica, da parte della stessa Chiesa Nazarena e Cannese, l’immediato assoggettamento alla Santa Sede Apostolica. La Terra di Carbonara è l’unica della Diocesi di Monteverde, dalla cui città dista meno di due miglia, finora sotto il dominio baronale della famiglia Imperiale di Genova. Nello stesso luogo, c’è la Chiesa Collegiata sotto il titolo della Beata Maria Vergine di diritto patronale dei laici dell’Università della predetta terra, cui spetta l’onore di riparazione e di ristrutturazione di ciò che occorre nel tempo. Il Capitolo ha tre dignità, cioè: Arcispresbiterato, Cantorato, Tesorierato, con altri undici Sacerdoti, che ogni giorno si applicano nel coro, senza nessuna vacanza di tempo, e che nessuna prebenda hanno, ma i loro redditi consistono soltanto nelle ripartizioni giornaliere, che a fine anno si dividono equamente per la rata del servizio, ne superano annui ducati quaranta per qualsivolgia servizio assiduamente prestato al coro.

Nella perizia fiscale effettuata, nell’anno 1693, per conto della Regia Camera, dal perito Antonio Galluccio, Monteverde, che è lontana Km. 103 da Avellino, è indicata alla distanza di 66 miglia dal suddetto capoluogo, a cui si andava a cavallo o in lettiga. Situata su di un monte, precisa Antonio Galluccio, Monteverde ha case costruite con pietra dolce, coperte a tetti spioventi (per far scivolare la neve), quasi tutte addossate, ma con una bella veduta sulle campagne e sui monti vicini e lontani. Eccone i limiti geofisici: La detta città confina con la città di Lacedonia, terra di Carbonara e città di Melfi; ed il termine dei suoi confini principiano dalla forna della Cedogna (Lacedonia), e scende al fiume Lausiento e, fiume fiume, va fino alla difesa di Pietra Palomba, e scende sotto il ponte Pietra dell’Olio, che sta dal fiume Ofanto, essendo il fiume Ofanto sino allo vallone dello serrone e, vallone vallone, arriva sino alla terra, che è confine di Monteverde e Lacedonia, dove vi è una pietra grossa, chiamata Pietra Confine, e si unisce con detta pietra, dove è principiato.1 Galluccio avvisa che il Duca di Gravina, Don Ferdinando Ursini, Signore di Monteverde, concesse, il 3 dicembre 1513, i Capitoli della città, che produce grano, orzo e tutta sorta di legumi, sufficienti ai cittadini. Sono considerati essenziali ai bisogni dell’Università e dei cittadini i diritti di pascolare, tagliare legna per usi civici e domestici e per il lavoro personale. Ma quando il bestiame provoca danni, la pena da pagare al Baglivo è così stabilita: per ogni vacca tre grana; per il bestiame straniero tarì sette e mezzo, per quante volte è incappato. Gallucci attesta che l’acqua potabile (egli dice da bevere) è distante, di mezzo miglio, verso Carbonara e che ci sono diverse sorgenti nel territorio, che ha un agro di 11.250 tomoli: Fontana Corvina, Pozzo Vetere, Arenola, Fuisano, Acquafetida, Fontanafredda, Fontanaccio, Fonta dell’Aia, Fontana Lupola, Fontana di Coviello e la fontana della città, e la fontana del Pesco. Esse corrono tutte a volontà. Il perito Galluccio ammette una sufficiente produzione agricola, soprattutto di cereali e vino, che proviene da soavi vigne, con sapore agretto, e che quando non basta agli abitanti spesso, questi ricorrono al vino da fuori. E’ chiaro che acqua, vino, pane e formaggio sono gli alimenti degli abitanti di Monteverde, provati dalla fame, dal brigantaggio, dai terremoti, dalla peste. I cibi migliori, compatibilmente con le disponibiltità della famiglia, sono riservati agli uomini, specialmente nel periodo più faticoso della raccolta dei campi. I proprietari concedono cibo e vino ai braccianti giornalieri, ma il pasto va sottratto sulla paga, perchè sanno che il nutrimento compensa il danno provocato alla salute del troppo lavoro. E’ la paura della fame che colpisce il contadino (o massaro) monteverdese, che dice: Pancia digiuna non ragiona. Infatti, le donne che lavoravano al telaio o in cucina masticano lupini e i contadini mangiano fagioli e cipolla, per attenuare i morsi della fame, che diventa acuta, totale, nei periodi di carestia, che degrada la personalità umana più di qualsiasi altra calamità.2 Il tempo in discussione è appunto quello della fame cronica, che determina anemia, debilitazione, malattie tubercolari, l’abbondanza di poveri. Sono detti poveri non solo quelli che sono privi del necessario, cioè miseri e compassionevoli, che stendono la mano ma anche le categorie di contadini, degli artigiani, dei servi, dei briganti. I poveri odiano i ricchi e l’unica eguaglianza è ristabilita dalla falce della morte, che pareggia tutte le erbe del prato. Il povero non ha da mangiare o, se lo ha, mangia male, il ricco signore mangia bene e forte e, solo qualche volta, concede al personale un gocciolino d’olio per condire le erbe amare come il fiele. Difatti, l’olio non è un prodotto tipico di Monteverde: esso è condotto dalla terra di Bari, e quello che manca i cittadini hanno la possibilità di averlo nella città di Melfi, per essere la piazza più vicina e abbondante. L’università conserva, però, alcuni diritti, come quelli di pascolare il bestiame nelle terre del demanio e di tagliare legna, vale a dire ogni natura di legname e farci pali per loro vigne e tagliare cerze e cerri, o mortizzi et altri legnami verdi. Questi diritti vengono esercitati nelle difese del bosco di Sicciardo, della Foresta seu Mezzana, di Sant’Elia, delle quali, avvisa Galluccio, essa Università ed essi cittadini sono stati e stanno in possessione che non è in memoria di uomini. La difesa Mezzana, com’è scritto nei Capitoli dati da D. Ferdinando Ursino, ha i seguenti confini: La quale difesa s’intende confinata in questo modo: come va la via di Monteverde e che si va a Melfi, cominciando dalla porta antica e tira, per detta via di Melfi, per sino alla serra della valle del lago di Peruzzo, della levata, a monte del Molino della Corte, persino alla Presa e corre per la fiumara a basso, fin dove corre l’acqua di Cannito,e poi viene lo vallone a monte fino alla vigna di Golietta e tira la vigna a monte di S.Angelo, e corre alla via in su della trapia Grande, ripa ripa, et alla Chiesa di S. Nicola, e tira alla serra in su di cerza, alla guarda fino il tippo, et esce alla lavagna et esce a parte antica.3
In Monteverde la primavera dura poco; l’estate illumina le case e colora i campi e i monti; l’autunno non reca con sé abbondanza di frutti squisiti; l’inverno copre, con la neve, le grandi distese, che a poco a poco diventano una terra povera e desolata. Galluccio dà brevi cenni degli antichi costumi e delle attività dei cittadini di Monteverde.

In essa città sono da otto massarotti, che fanno massarìa e tengono chi uno e chi due paia di bovi: vi è un ferraro, un maestro d’ascia e due scarpari forestieri, vi sono anche quattordici sacerdoti, due Diaconi e due Clerici ; vi è una bottega lorda , per comodo dei cittadini tutti , gli altri sono faticatori, le donne filano et attendono alli servizi di casa, ed anco vanno a lavorare nei territori; il loro aspetto è comune e vestono all’uso del paese. Possiedono i cittadini da sessanta bovi aratori, da cento vacche, più ottanta pecore, due cavalli, cinque giomenti e dieci somari, com’anco ogni civo possiede la sua casa, dove abita, qualche vigna e qualche pezzo di territorio. Si governano,detti cittadini, da tre eletti,uno Sindaco e Cancelliere, gli si eliggono con pubblico parlamento,nel mese di agosto. Tengono dei pesi fiscali annui, ducati trecentottantadue e dei pesi ordinari et extraordinari circa altri ducati duecento; et anco legna e fuoco, quali pesi soddisfano con il catasto degli A.S.O.A. e con le collette sopra l’arati e vigne, di modo tale che stanno in corrente. Il Governatore si elig(g)e dal Padrone, e l’Università li dà la casa e carlini venticinque per li banni pretori; né è tenuta ad altra cosa per esso.4

Nonostante questa miseria gli abitanti tirano avanti. Ma il terremoto del 1694 rende più povera questa gente laboriosa, fatta di “faticatori”, e accresce anche il numero dei ladri. Pure in Monteverde esistono disposizioni legislative e gli editti vengono appesi e gridati dal banditore. Tuttavia i diritti dei cittadini vengono spesso calpestati da quelli del più forte. Non resta, per campare, che vendere il frutto non ancora seminato e procacciarsi il pane che viene strappato di bocca con viva forza. Neppure le mura pelasgiche, cioè grandiose, difendono il contadino, che s’ affatica per poi riscuotere poco o nulla. Persino la “poetica bellezza” del paesaggio, esaltata dall’erudito Vito Buglione, non porta un notevole miglioramento nella vita cittadina. Cento anni dopo, precisamente nel 1795, G.M. Alfano, nell’Istorica descrizione del Regno di Napoli, fornisce queste brevi note su Monteverde città.5

Da Barletta quaranta miglia distante situata su d’un picciol Monte giace questa Città, che credesi stata l’antica Aquilonia celebre nella Storia Romana per le Guerre de’ Sanniti contro i Romani; e da questi poi all’intutto devastata , e disfatta. Ne’ primi tempi della Chiesa fu questa Città di Monteverde Sede Vescovile,ma da Clemente VII annessa alla Chiesa di Canne nel 1354, che già trovavasi conferita all’Arcivescovo di Napoli sin dall’anno 1455 da Callisto III, feudo della casa Sangermano, d’aria buona, fa di popolazione 2036.
Nell’avito castello, i baroni Sangermano formarono una ricca pinacoteca, dove sono – come avverte Buglione- tele pitturate, quasi parlanti. Tra queste, staccansi, dai quadri incorniciati , le figure maestose del Dottor Michele, di Giovanni, e della moglie Gerolama Balzano, in prospettiva, quasi stereotipata, sono le figure bibliche, di Ester ed Assuero, e di David, plettrato ed arpeggiante, che placa l’ira del torbido Saulle.Ieratiche visioni, sporgonsi, dalle calde e colorate tinte, Francesco d’Assisi e la Donna penitente di Magdalo.6 E’ un ambiente artistico, che insieme con i pregiati organi e strumenti musicali (pianoforti, armonium) della ditta Continiello, che dal 1941 riscuote meritato successo, diffondono bellezza e armonia. Un nido culturale affascinante e confortevole. Da questo nido d’aquila spiccò il volo alto e solenne Antonio Maria Buglione, Arcivescovo di Conza e Amministratore perpetuo di Campagna. Egli nacque in Monteverde il 6 agosto 1853 da Angelo e da Francesca Cristiani. Divenuto sacerdote, fu docente e rettore del Seminario di Sant’Andrea di Conza. Il suo operato fu così elogiato da Francesco Maffei,anch’egli divenuto poi Arcivescovo: I poverelli, come soleva chiamare i poveri, con parola più affettuosa e caritatevole, erano il suo ideale ( …). Era incessante, minuziosa la cura dei Seminari e pei giovani chierici: ha scritto, di mano sua, sapienti regolamenti, per correggere e prevenire l’indisciplina.7 Mons. Nappi , per motivi di malattia, ebbe da Roma come coadiutore Antonio Maria Buglione, che ricevette il titolo di Vescovo di Daulia e Ausiliare di Conza e Campagna il 7 giugno 1891. Dopo alcuni anni, gli fu riconosciuto il diritto alla successione dello stesso Nappi, e per questo, precisa don Pasquale Di Fronzo, ebbe il titolo di Arcivescovo di Cesarea del Ponto. Dopo due anni ancora, il 18/10/1896, per le definitive dimissioni del Nappi, fu confermato arcivescovo di Conza e amministratore perpetuo di Campagna.8 Il suo magistero, fondato sulle doti dell’intelligenza e del cuore, contribuì alla rifioritura dei Seminari di S. Andrea di Conza e di Campagna, al miglioramento anche delle condizioni economico-sociali della classe contadina con la fondazione della Cassa rurale S.Erberto, alla difesa dei principi del Vangelo e della rigida dottrina morale e sociale, alla diffusione e valorizzazione delle vocazioni. Scrive Vito Buglione: La Chiesa Cattolica e la società civile debbono a quest’Uomo, così grande, ed a questi precettori, cotanto operosi, nel vivaio educativo e intellettuale dei Seminari di Conza e Campagna, la pleiade giovanile di Sacerdoti e di cittadini, che molto hanno onorato ed onorano, anche oggi, l’Italia.8 Mons. Antonio Maria Buglione morì il 19 febbraio 1904, nella città di Campagna. Le sue ossa -recita fra l’altro la lapide marmorea del 30 gennaio 1921- trovano pace e decorosa sepoltura nel massimo Tempio della città, sotto il preclaro titolo della Beata Maria Vergine della pace. Un sonetto al compianto Presule rivolge soavi parole anche al paese nativo di Mons. Buglione: 10

Tu, Monteverde! o caro suol natìo,
Non pianger, no! ti allieta per l’onore
Che al degno tuo gran figlio ormai si offrìo!
La tomba, or qui nel Duomo, in tutte l’ore,
Il popolo Campano, e grato e pio,
Sa custodir, con riverenza e amore!

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Napolillo

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

 

Una fonte sul brigantaggio che si svolse, dopo la dichiarazione dell’Unità d’Italia, negli anni 1860-65, nelle zone militari di Melfi e Lacedonia , è quella di Giuseppe Bourelly, luogotenente dei Carabinieri Reali. E’ una trattazione che fa il punto sulle bande composte da ex soldati del disciolto esercito borbonico, disertori e contadini decisi alla rivolta contro i piemontesi invasori. Una comprensione più ampia del fenomeno è da ricercare, invece, nella condizione del contadino senza terra , privato degli usi civici e costretto alla leva militare, e nella preponderanza dei latifondi, di fronte ai quali lo Stato non prese misure adeguate. E’ vero che Giustino Fortunato si adoperò per il mutamento della politica governativa nei riguardi del Mezzogiorno, ma è altrettanto vero che il suo mito del buongoverno si scontrò con la realtà di fatto e con la richiesta di negare la loro natura rivolta proprio da Don Giustino ai nobili, possidenti e sfruttatori. Le sue domande furono pertinenti: Chi rifarà la coscienza, chi modificherà l’ambiente, chi curerà il male? Chi, insomma, riformerà le classi dirigenti, e da queste farà che parta l’attacco contro le consorterie?.
La risposta era scontata: gli onesti avevano, però, “la tendenza ereditaria alla noncuranza di tutto e di tutti”. E’ stato l’avellinese Guido Dorso ( 1892-1959 ) a indicare la leva per trasformare, senza il pessimismo fortunatiano, la società meridionale: Esiste - egli si chiedeva - una nuova classe politica del Mezzogiorno? Esistono cento uomini d’acciaio col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea? Oppure la nostra dolce terra continuerà il suo duro martirio al seguito della tradizionale miserabile classe politica meridionale, dopo che questa si sarà salvata dal naufragio, per l’assoluta impotenza della nostra terra a esprimere nuove energie politiche?. Sul terreno di analisi del fenomeno del brigantaggio si pose Giuseppe Bourelly , con un documento da non trascurare, sia per l’organicità della trattazione, sia per l’area geografica scelta per evidenziare l’opposizione arretratezza sociale - dispositivo militare unitario.

Scrive Giuseppe Bourelly: E’ opinione ormai tradotta in assioma dai molteplici processi resi di pubblica ragione che il brigantaggio esiste sotto due forme; una rivelata, conosciuta, militante, la quale batte e scorre la campagna; l’altra occulta, invisibile, segreta e vastissima che s’annida e s’aggira tranquilla e misteriosa nell’abitato. Nella prima forma sono compresi tutta quella genìa d’illusi o perversi che tentano coll’assassinio cangiar fortuna; sotto la seconda tutta quella sozza e ladra genìa di furfanti che sono manutengoli complici, cooperatori, provveditori, camorristi del brigantaggio militante. Questa infame e perversa gente che congiura all’ombra è quella che o per avidità di guadagno, o per desiderio, od interesse di disordine, o finalmente per sete di vendetta spinge il brigantaggio alla montagna. Le prime reclute che corsero a formare le bande armate, cioè il brigantaggio militante, sono stati gli sbandati dell’esercito borbonico. Ricevuto il coscritto a calci, schiaffi, a legnate, trattato con fiero e brutale dispotismo; invece di perfezionare l’animo in sentimenti d’onore e di fedeltà,si induriva il cuore, si inaspriva l’anima, ed invece di prendere amore e passione alla sua bandiera se ne serviva di questa come scusa, come usbergo onde sfogare quelle brutte passioni che lo dominavano, privo come era di un giusto sentimento del buono e dell’onesto. Perciò, fatto più vecchio, non gli era mestieri di gran perspicacia per indovinare che la bacchettoneria era solo merito all’avanzamento, che la delazione era confusa colle militari confidenze, che la spavalderia e la tracotanza contro gli inermi cittadini erano premiate come segni di coraggio e di affezione alla famiglia regnante. Onde non è a meravigliare se, con questa triste educazione, con questa infame scuola, corsero tutti i soldati sbandati ad impugnare la schioppetta del brigante, tanto più invogliate dalle promesse d’oro e d’onori che avevano loro fatte i generali Borbonici e Francesco II, licenziandoli da Gaeta. Ed infatti i più famigerati e fieri assassini del brigantaggio escono da questa categoria, e questi furono quelli che perpetrarono i più atroci misfatti.
A soldati sbandati debbonsi aggiungere come famose reclute del brigantaggio militare gli evasi di galera e degli ergastolani. Questi esseri mostruosi ritornati alla società per una fatale combinazione, escono con gli atroci pensieri di rivendicare i lunghi ed amari giorni di prigionia col desio febbrile di ammassare grossa e subita ricchezza: perciò spezzate le catene che li tenevano legati si scagliano come tigri nel consorzio degli uomini e con un desio scellerato di sangue e stragi, affrontando disagi, e innumerevoli pericoli, si danno a commettere errori inauditi e tremendi. Queste sono le prime fonti da dove attinge il brigantaggio i suoi partigiani. A questi col tempo, attratti dalla speranza lusighiera di far denaro, s’aggiunsero i soldati disertori, e renitenti delle nuove leve, i perseguitati per le debellate reazioni, i condannati in contumacia, gli imputati di delitti e misfatti, e tutta infine la feccia de’ malviventi e miserabili che infestano qualunque popolo. Tutta questa lurida e abbietta genia non ha neppure la pena crudele del comune assassino il quale si vede fuggito e disprezzato da tutti i suoi simili; perchè il brigante nel sangue che versa, nelle vittime che sgozza, tranquillizza la sua coscienza non solo, ma si circonda di una frenesia di delirio, di orgoglio, ritenendosi strumento della divinità, martire della fede. Infatti ei si vede: benedetto da preti che gli offrono amuleti e immagini sacre, che lo salvano dal ferro nemico; incorragiato da ricchi signori; protetto da innumerevoli amici e parenti, laonde ei con coraggio degno di miglior causa affronta i pericoli di una vita travagliata e infame, e si tiene con ardita e rara ostinatezza fedele, fino all’ultimo momento al suo capo ed a suoi compagni; né per corruzione né per promesse, né per minacce, vela gli intrighi misteriosi, le fila segrete, le persone che tutte lo hanno soccorso, od istigato alla campagna. Il brigante urbano esiste in tutte le classi sociali; ora smentisce le sembianze del povero cittadino, del pacifico cittadino, dell’operoso artigiano; ora è mascherato sotto una tranquilla agiatezza ed un sincero e leale liberalismo; ora occupa cariche distintissime, impegni importantissimi, posizione ossequiate e onorate, ed è sempre il solo, il vero complice, il vero fautore e sostenitore del brigante che combatte. Ma esaminiamo più partitamente qualche specie di questa sozza famiglia. I primi, naturali, assoluti manutengoli de’ briganti sono i parenti loro per sete di guadagno e per quell’amore che ognuno porta a’ suoi congiunti, sieno pur quanto si volgia tristi e malvagi. In due modi lucrano i parenti de’ briganti; lucrano col bottino, col denaro ritratto da’ saccheggi e dalle grassazioni che il brigante a loro consegna; co’ doni che portano loro tutti i cittadini per non avere molestie e aggraziarseli. E’ cruda a dirsi eppure incontrastabile verità. Tutti, ricchi e poveri, liberali e borbonici, onesti e cattivi cittadini mandano alla madre, alla moglie, alla sorella del brigante donativi d’ ogni genere, e raccomandano alla bontà di sì onorata famiglia il propio grano, la masseria, il gregge, il bestiame. Ma non s’ accontenta di questo il parente del brigante. Va nelle famiglie e chiede denaro od oggetti, e nessuno glieli nega. Chiama l’amico, il vicino, il primo che trova, lo obbliga a portare al parente brigante, viveri, vestiti, notizie, e nessuno si riscusa. Se per caso non acconsente, lo minaccia di morte, di rovine, onde non v’è a che dire ubbidisce. Vi sarà qualche eccezione ma è molto rara , e raro è il cittadino fermo e coraggioso che si rifiuta. Infine i parenti sono i primi che aiutano i briganti, che esagerano il loro numero, le loro azioni, anche i loro delitti per tenere timorosi e soggetti gli animi. Sono quelli che secondo le mosse delle bande, indicano i posti occupati dalla truppa, le strade che questa percorre; le ore che escono e rietrano le pattuglie, la forza del distaccamento; sono quelli che additano i proprietari liberali o comunque avversi a trucidare, le famiglie a derubare. A San Fele ogni volta usciva una pattuglia, non era questa arrivata alla Taverna Graziani che un colpo fortissimo di fucile, indicava alla banda che era sortita la forza. A Rionero quando sortiva un drappello di notte si facevano dei segnali co’ lumi alzandoli, abbassandoli, e facendoli subito scomparire. A Melfi poco dopo che la truppa era partita una vecchierella usciva sopra un somaro, e con certi segni indicava la direzione che avevano preso i soldati. E così ogni paese aveva i suoi segni di convezione; non finirei più, se dovessi parlare di tutti perchè da ogni paese secondo la posizione che era sito e la distanza che era dal bosco, si facevano speciali segnali sia di notte sia di giorno. Ma, ben altri e potenti manutegoli vi sono, alcuni per avversioni all’attuale ordine di cose o per lucro, ed altri perchè non osano troncare le relazioni che avevano in altre epoche colle bande, quando le reazioni erano forti e potenti, timorosi d’essere svelati dagli stessi briganti alle autorità. Tutti questi forniscono i briganti di cavalli, d’armi, di munizioni, di vestiti, di bardature, di notizie sulla mosse della truppa, sui provvedimenti delle autorità; li ricoverano feriti, li nascondono fuggiaschi, li provvedono di medicinali, di medici, di veterinari. V’ha poi un’altra specie di sostenitori di briganti, che non sempre si possono appellare manutengoli. A questa appartengono tutti quelli che per uno smodato e malinesto interesse di conversare le propietà minacciate pagano di quando in quando, specialmente al tempo del raccolto, una certa somma a questo od a quello capo banda donde avere salvi dell’incendii e dalle devastazioni gli averi. Appartengono pure a questa specie di manutengoli tutti quelli che con brutta accondiscendenza pagano i ricatti cioè sborsano una data somma richiesta onde salvare un parente sequestrato o distogliere un malandrino dal rovinare la proprietà, invece di informare in qualche modo l’autorità militare perchè accorse sul luogo. Nè anche dopo che hanno pagato è impossibile sapere da essi la verità. Se interrogati non sanno nulla, nulla hanno veduto, nulla pagato; non conoscono chi portò loro l’ambasciata, chi e quanti erano i briganti, ove erano, ove si erano diretti, nulla, non si è buoni strappare loro di bocca una parola. Dicasi quel si voglia questa è una vera complicità sotto le apparenze di una vergognosa paura. Tutta questa infame genìa di multiformi manutengoli che si possono chiamare briganti urbani sono quelli che temono la consegna de’ briganti combattenti, e la sfruttano più che possono. Infatti fu opera di cotesto che Crocco e tutti i briganti che si consegnarono nel novembre 1863 in Rionero, si dettero novellamente alla campagna quando il generale Fontana con una rara abilità li aveva persuasi alla presentazione appena uscita la legge Pica. La vita del brigante che combatte è meschina, piena di triboli e di patimenti. Chi sa quante volte nel segreto del suo cuore maledice al momento che si mise in quella misera condizione. Neppure il sonno ha tranquillo, giorno e notte ei vive coll’ansia d’essere tradito, col timore di miseramente morire. Chi sa quante volte e quante negli istanti di calma, una rozza e selvaggia pietà gli farà rimordere la coscienza, ed il suo animo indurito al delitto, rotto ad ogni vizio, rimpiangerà i giorni lieti, sebbene miseri che trascorreva vicino all’affettuosa madre, all’amata sposa, ai cari figli! Quando nulla hanno a fare passano la giornata in qualche antro, in qualche caverna tra le rocce e le folte piante de’ boschi. Quivi, alcuni riposano, altri giuocano il denaro rubato, ed altri stanno in vedetta sopra una pianta o in un’altura vicina, ed altri vanno esploratori a ricavare notizie. I cavalli li tengono legati sempre alquanto distanti dal luogo ove giacciono. Entrano nel loro covo verso la mezzanotte, e si fermano fino al tramonto, a meno che non abbiano ricevuto avviso di qualche movimento della truppa, o siano da questi inseguiti, o debbano perpetrare qualche delitto, o ricevere qualche ricatto, o riunirsi ad altre bande, o finalmente abbandonare per più sicurezza il loro covo. Quando vogliono uscire aspettano il tramonto e si dirigono in qualche masseria ove viene portato loro da mangiare . Intanto che mangiano un fanciullo o qualche femmina sta in vedetta per lo più nell’aia che è avanti alla masseria vicino al pagliaio. I cavalli li tengono sempre insellati e li nutrono di ottima avena. Quando devono partire, empiono una bisaccia di avena ed una di viveri per loro. Quando entrano ne’ luoghi si dividono in piccoli drappelli di quattro o sei e per diverse viuzze accedono, e si riuniscono poi ad un punto convenuto. Quando si muovono hanno tutte le precauzioni a non lasciare orma del loro passaggio. Viaggiano fuori de’ sentieri, perchè non si vedano le pedate de’ cavalli; deviano dal cammino per alcun tratto per riprenderlo ad altro punto onde lasciare incerti sulla direzione che hanno presa. Quando non hanno informazioni sicure sulle mosse della truppa, se costretti a muoversi, prima di porsi in marcia, mandano spioni, che sono o fanciulli, i quali con fascio di legna fingono d’essere stati al bosco a legnare, oppure carbonai, pastori, taglialegna. Assicurati che la truppa non è nelle vicinanze si mettono in cammino,ma però, non si fidano ancora, mandano avanti loro un contadino, il quale pian piano osserva se nella via vi sono impronte di scarpe di soldato, che si conoscono per la forma speciale, e se vede delle frasche schiacciate attraverso il sentiero, o finalmente se ode calpestio. Qualora vengono avvisati che una forte pattuglia viene alla loro volta, se lo permette la località e il tempo, si nascondono, la lasciano passare eppoi con tutta precauzione e cautela ribattono la via fatta da quella, se non possono ciò fare come selvaggi abbasando il loro corpo sul collo del cavallo sfuggono a tutta corsa gridando come belve feroci, per sentieri strettissimi, tortuosi, inceppati da roveti, da spine, da arboscelli, da fogliame secco, da stecchi, da ciottoli, da rottami si spingono audaci e veloci sul ciglio di burroni spaventevoli, sui limiti dei fossati, sopra stretti arginelli, entro al letto dei torrenti, entro acque che scorrono incassate tra ripe vicinissime ed erte e inceppate da siepi di virgulti di spine, ovunque fino a che od una palla li coglie od arrivano a sfuggire alla diligenza, e all’inseguimento della truppa, nascondendosi sotto a qualche cespuglio od entro qualche caverna. Per riunirsi hanno i loro segnali, ed un luogo convenuto. Il segnale per lo più è di due colpi di fucile con un dato numero di battute di polso da un sparo ad un altro. Dai loro complici sono avvisati in mille e mille modi. Uno straccio fitto sopra una pagliaia, una tavola sporta fuori di una finestra, l’uscio socchiuso d’una masseria, un lenzuolo steso sul davanti dell’abitazione una frasca sporgente dal tetto, una croce sul muro, due colpi di scure su una pianta, un ramo spezzato di un albero significa a chi conosce quel gergo muto la direzione, il luogo, e per fino il numero de’ soldati. Quante volte non furono salvi dal segnale di un lavoratore, che vedendo la truppa, si levava il cappello fingendo di fare un atto di rispetto mentre invece avvisava così i briganti accovacciati in qualche sito vicino della presenza dei soldati. Per spioni, per parenti, per gli intimi manutegoli hanno altri segni di convezione onde farsi trovare: tagliando un ramo di una pianta lungo un sentiero; rovesciano una foglia di qualche albero, fanno un segno qualunque sulle cortecce delle piante, conficcano in una siepe un palo secco; pongono un piccolo sasso sopra un grossa pietra; spargono dell’arena, del grano lungo la via; imitano il grido del gufo, il canto del merlo, il belare della pecora. Vigili e accorti è difficilissimo sorprenderli. Odono il più piccolo rumore, distinguono il passo del soldato da quello del contadino e indovinano il nemico, come il cane annusa la lepre. Abituati a boschi, distinguono il fruscio, il tintinnio del fogliame scosso dal vento, dal rumore che fa la foglia assecchita, schiacciata sotto i piedi di chi cammina. Assuefatti a vivere in campagna per cui l’occhio ha semre un orizzonte estesissimo, discernano da portamento, dall’andatura, dal complesso più o meno oscuro della figura di lontano la truppa. Quando sopraggiunge la stagione invernale si dividono, si separano; nascondono le armi, consegnano a qualche compare i cavalli, e si ritirano in qualche casa nel paese, da dove non escono mai; oppure trasmigrano con carte false in qualche lontana regione ove s’occupano col lavoro, altrimenti trovano spie e compari che li sovvengono di cibo e di tutto ch’abbisognano. Nè temono i ribaldi d’essere traditi giacchè sanno di imporre timore nella massa de’ contadini, o come ospiti malaugurati o come vendicatori inesorabili. In ogni banda trovasi sempre qualche donna. Fu un tempo in cui nella comitiva di Schiavone si annoveravano fino a cinque di queste sciagurate che alla pace della famiglia, alle abitudini femminili preferivano, strano a dirsi, la strana vita brigantesca. Tutte queste amazzoni di nuovo genere mostrano il più straordinario coraggio nei combattenti. I briganti vestono il costume del paese, non sono però mai privi del mantello di lana assai lungo, con cappuccio, di colore bigio. Portano alla cintola una bandoliera o cartocciera ad uso giberna, a questo tengono assicurato il revolver e un pugnale: hanno una schioppetta a doppia canna e la portono al tracollo oppure la tengono appesa al fianco destro del cavallo come i nostri carabinieri. Il cavallo è bardato con un coperta di lana doppia, e una sella collo scheletro di legno, ma leggero, sopra questo dispongono una pelle di capretto od altro; sul davanti della sella a cavalliere del collo del cavallo tengono raccomandate due bisaccie come quelle che portano i frati questuanti”.10

Conflitti mondiali
Vito Buglione presenta il primo conflitto mondiale come espressione della volontà popolare, dicendo che il cuore d’Italia è, sempre per annosa abitudine, insieme con quello di Dante, affisso a Trento ed elogiando il Ministero Salandra-Sonnino, che gridò il fatidico sempre avanti Savoia. Dopo i discorsi e la neutralità, i Monteverdesi, il 24 maggio 1915, partirono per il fronte di guerra. Il primo fante di Monteverde che s’inciela, con vermiglia eroicità, è il caporale Rorro Michele di Domenico, caduto a Plava, il 13 giugno 1915, giorno di Sant’Antonio di Padova: egli lascia, inconsolabile, la madre Ricciardi Caterina e assicura, ai genitori, la pensione di guerra.11 In tal modo, Buglione non s’accorge che i 43 eroi di Monteverde non conoscono affatto le terre irredente di Trento e Trieste, ma testimoniano soltanto di essere stati travolti dal vento della guerra, in parte superata dalla realtà, che è quella dell’equilibrio europeo e dei rapporti di potenza.
Inoltre Vito Buglione rivela di non conoscere la stanchezza della guerra di trincea e i movimenti di protesta contadini, che inducono i tribunali militari a colpire, come precisa Giorgio Rochat, quasi altrettanti soldati italiani che il piombo austriaco. Insomma, i morti per ferite, nel periodo 1915-19, aumentano a 402 mila e i militari processati, nel medesimo tempo, risultano 340 mila.12 La parola del Papa Benedetto XV, che invita il mondo civile, il 1 agosto 1917, e i governanti a cessare l’inutile strage della guerra, esprime anche l’animo dei combattenti e delle masse. I soldati monteverdesi seppero, infatti, essere cittadini italiani dalla cartolina di precetto e dalla divisa militare, che furono costretti a indossare. Gli studi di Mario Isnenghi, Alberto Monticone, Piero Melograni, Gabriele De Rosa hanno messo in luce che parlare di patria, per gli umili contadini meridionali, non ha alcun significato. Le lettere dal fronte rivelano che il soldato pensa a sé, ai suoi interessi, alla famiglia, alla casa, ai lavori di campagna. Imponenti furono, poi, i processi per diserzione, ammutinamento, automutilazione, rivolte ecc.13 La guerra vittoriosa pare fatta apposta per le commemorazioni ufficiali del 4 novembre. Essa va ripudiata, come recita il dettato costituzionale, perché, genera odio, distruzione, morte e non risolve alcun problema della società civile. Ho dimostrato, nel libro Il trauma dell’Irpinia per la grande guerra, che la prima guerra mondiale non solo ha avuto il volto del terrore poliziesco, ma ha reso più drammatiche le vicende del popolo meridionale. Mons. Nicola Piccirilli, Arcivescovo di Conza e barone di S. Andrea di Conza e S. Menna, nell’ora della tragica e desolata sventura, esortò i fedeli, con la “Lettera pastorale” del 1916, a pregare il Misericordiosissimo Signore , affinché il sanguinoso conflitto cessasse e nel mondo sconvolto dalla guerra ritornassero la tranquillità e la pace.14 Altrettanto dolce sentì il tepore della pace e della giustizia il Vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia, Mons. Giulio Tommasi, che deplorò l’immane guerra, sia perché apporta sempre desolazione e lutti, sia perché accende il fuoco delle discordie nelle famiglie, nella società e nella Chiesa.15 A perpetuare la memoria dei morti in guerra e per le conseguenze della prima guerra mondiale, lo storico del suo natìo luogo dettò la seguente epigrafe sulla lapide di marmo:

Fatti immortali da sorrisa morte
sui sanguinati campi
del diritto d’Italia e delle genti
questi animosi figli di Monteverde
avranno vita e culto perenne
dal loro nobile olocausto
ai vaticinati destini della Patria
1920

Riposano il capo sugli insanguinati allori i 43 caduti della falange monteverdese:

Bocchetti Amedeo Pelosi Giovanni
Brescia Gennaro Pelosi Vito
Brescia Lorenzo Piccolella Donato
Buglione Antonio Ricciardi Angelo
Capobianco Angelo Ricciardi Antonio
Capobianco Angelo Maria Ricciardi Donato
Capobianco Raffaele di Antonio Rizzo Luigi
Capobianco Raffaele di Donato Rorro Michele
Castiello Antonio Rosa Michele
Castiello Donato fu Michele Rotondo Euplio
Castiello Donato di Paolo Ruberti Francesco
Castiello Leonardo Rucci Michele
Ciccone Rosario Rucci Vito
Cusmati Felice Sansone Nicola
D’Annunzio Donato Spirito Santo
Fratello Gaetano Tetta Emilio
Cogliormella Antonio Vella Ernesto
Lettieri Angelo Vella Giuseppe
Mastrilli Vito Vella Manfredi
Padula Angelo Vitella Giuseppe
Padula Salvatore Pagnotta Giuseppe
Pelosi Francesco

Il rispetto incancellabile per queste vittime di guerra non permette di osannare chi ha sbagliato sulla loro pelle, anche se poi ha vinto la grande guerra. Mai più la guerra, grida il papa polacco Giovanni Paolo II, al secolo Karol Woityla. Il cuore non regge di fronte agli orrori della seconda guerra mondiale e al glorioso nome delle sue vittime, presenti nel ricordo affettuoso e dolente dei viventi.
Con la nomina del primo Sindaco antifascista, Monteverde entra in una nuova fase della sua storia.16
Sono la pace e il lavoro, secondo l’attuale Sindaco di Monteverde Antonio Pizza, protagonista del rinnovamento del paese, che fanno prospero il popolo e lo collocano nel cammino della civiltà.17
L’Amministrazione Pizza è nata con il proposito di creare le condizioni per una ripresa economico-sociale-culturale della vita politica di sinistra e amministrativa dell’antica città. L’azione dell’Amministrazione Pizza si va caratterizzando per interventi innovativi, tenendo conto delle reali esigenze di tutti i ceti sociali e dello sviluppo armonico del territorio, delle attività produttive, e per la riaffermazione dei valori che possono trasformare l’ambiente di Monteverde in una comunità viva e vitale. In questa direzione lavora Antonio Pizza, con capacità, dignità e senso di responsabilità.

I terremoti che distrussero la Città
E' un fatto storico il terribile terremoto dell'anno 1694, così descritto nei documenti coevi: Dies octava mensis septembris currentis anni millesimo sexagesimo nonagesimo quarto. Dies Mercurii, hora decima sempita cum dimitio, festum Nativitatis Beatae Virginis Mariae, dies memorabilis quiam terremotus tam magnus qui plura oppida et civitates a fundamentis demolivit. Il giorno 8 del mese di settembre del corrente anno 1694, di mercoledì, alle ore 17 e 30, festività della Natività della Beata Vergine Maria, è stato memorabile, poichè il terremoto è stato così grande che ha demolito parecchi oppidi (casali) e città dalle fondamenta.18
Nel Catalogo de' tremuoti, avvenuti nel Regno delle Due Sicilie, si precisa: 1 Marzo (1694), 9 ore di sera; prima scossa, leggiera in Napoli avanti l'eruzione del Vesuvio. - 4, Aprile, scosse del Vesuvio in eruzione che si fecero sentire anche in Napoli. - 8 Settembre, 9 ore 3/4 mattina; violentissimo tremuoto in Napoli e nel regno. In Napoli durò un credo, e fece gran danno agli edifizi massime ai pubblici. Furono gravemente offese Sorrento, Vico, Castellammare, Ottaviano, Nola, Santa Maria, Aversa, Capua, ove un monte vicino si franò. Il flagello percosse pure il resto di Terra di Lavoro, Basilicata e Calabria. A Tricarico (Basilicata) ed a Saraceno (Calabria) riprese ben tre volte. Proseguirono le scosse sino al termine del seguente mese di ottobre, ma molto leggere in Napoli.19
Del suddetto terremoto parlano Baratta e Pacichelli, ma Salvatore Pescatori di Bagnoli Irpino dà più diffuse notizie, nella sapiente ricerca intitolata I terremoti dell'Irpinia.20
Il terremoto colpì soprattutto il Santangiolese. Il Baratta pone, nella zona mesosismica, con un asse di Km.95 da Tricarico a Grottaminarda, i comuni di Calitri, quasi al centro, Conza, Cairano, Andretta, Guardia dei Lombardi, Morra, Lioni, e i comuni della Baronia, Bisaccia, S.Sossio, Flumeri, Grottaminarda, Rocca S. Felice, Torella, Sant'Angelo dei Lombardi, Caposele, Teora.
Nella zona disastrosa furono compresi i comuni di Accadia, Ariano, San Mango sul Calore, Zungoli, Lacedonia, Monteverde, Mirabella. Nella zona isosismica rovinosa furono colpiti i comuni di Salza, Bagnoli Irpino, Montella. Nella zona quasi rovinosa si trovarono Avellino e i paesi dei dintorni.
Nella Lettera all'Abate Francesco Battistini, Pacichelli scrisse che Calitri fu interamente diroccata: i morti furono, infatti, 1200.

I danni provocati dal terremoto del 1694 furono così specificati dal Baratta: Nel circondario di Avellino, Atripalda ebbe danni per ducati 10 mila e Avellino, con qualche vittima, soffrì danni alle chiese, per ducati 8 mila. Rimase danneggiato il monastero benedettino di Montevergine; e il suo Ospizio di Loreto fu reso inabitabile. Salza riportò danni per 60 mila ducati, e Montoro per 45 mila ducati. S.Michele e S.Lucia di Serino ebbero 35 mila ducati di danni. Minori danni riportarono Avella, Mugnano, Lauro, Mercogliano.
Nel circondario di Ariano, oltre il capoluogo, subirono maggiori danni: Carife, Mirabella, Trevico, dove cadde la Chiesa cattedrale mentre si celebrava la Messa. Accadia, Flumeri, Grottaminarda, Monteleone, S.Nicola Baronia, S. Sossio, Zungoli ebbero case rovinate e vittime umane. Nel circondario di Sant'Angelo, Calitri, Teora, Bisaccia, Andretta piansero i loro morti. A Bagnoli Irpino rovinò il convento dei PP.Domenicani, a Cairano, a Conza, a S.Andrea, a S.Mango, a Morra, a Torella, a Rocca S.Felice si ebbero altri morti e feriti.
Danni minori subirono: Gesualdo, Lacedonia, Senerchia, Calabritto. A Monteverde caddero 13 case ed altre furono lesionate.
Nell'aprile del 1702 si rinnovarono le rovine del terremoto, come nel 1688, a MIrabella, Ariano, Grottaminarda, che furono quasi interamente distrutte.

Nel principio di giugno 1720 accadde un violento sisma in Calabria, Barletta, Ascoli ecc. Più debole fu, invece, in Salerno, Cava, Avellino, Sorrento.21 La Chiesa cattedrale di Monteverde fu interamente ricostruita nel 1728 e consacrata dall'arcivescovo di Nazaret e Vescovo di Monteverde Mons. Nicolò Iorio di Napoli. La lapide attesta anche il debito di gratitudine della città di Monteverde al Papa Benedetto XIII (Pier Francesco Orsini), che fu della nobile famiglia degli Orsini di Gravina, eletto al soglio pontificio nell'anno 1724.
Il sisma del Vulture (Pz) del 29 giugno 1851, preceduto dai terremoti dei giorni 7 e 8 giugno, atterrò Melfi, situata sulle falde settentrionali del monte Vulture, che è un antico vulcano spento.22

Scrive Salvatore Pescatori: Della nostra Provincia (di Avellino) subì gravi danni Monteverde ed anche Aquilonia, mentre minori ne risentirono Accadia, Bisaccia, Lacedonia e Anzano, come praticamente ne parla il Paci. Palmieri e Scacchi riferiscono che a Monteverde, posto sopra erto colle del macigno, il tremuoto cominciò con forte rumore tra ponente e settentrione, all’uguale successe immediatamente il moto sussultorio e indi l'ondulatorio del suolo. Subirono gravi danni una cinquantina di edifizi e, secondo il Paci, anche la cattedrale e il castello; perì soltanto una madre col proprio bambino.
Una collina a nord di Monteverde, chiamata Lavagna, formata di conglomerati a grossi ciottoli, franò gravemente dal lato di oriente. I danni furono maggiori che nel 1694. I citati Palmieri-Scacchi riferiscono pure che Carbonara (Aquilonia), posta sulla marna sub-appenninica e sul conglomerato a grossi ciottoli, subì danni alquanto minori di Monteverde. Accadia che sofferse terribili danni pel tremuoto del 1456, ma che non tardò a ripigliare le sue forze e la sua popolazione, patì in questo terremoto novelle rovine ed ebbe case abbattute o cadenti o fortemente danneggiate. Bisaccia ebbe solo molte lesioni nei suoi fabbricati.23

E' da notare che Carbonara non è Aquilonia, specialmente se si osserva bene la carta geografica dipinta nel sec. XVI, nei Musei Vaticani, da Ignazio Danti. Nella Relazione del Paci si legge: Carbonara soffrì nel 1348 un orribile tremuoto, ed un secondo la rovinò ai 17 luglio del 1361. Rifatta dai suoi cittadini nel 1400, un'altra scossa non meno violenta la distrusse in parte nel 1456. Nel 1627 soffrì altro considerevole danno per altra fisica rivoluzione; nel dì 8 settembre 1694 fu quasi del tutto al suolo adeguata; e nel 14 agosto (1851) del decorso anno quella popolazione vedevasi di bel nuovo distruggere o gravemente danneggiare quegli stessi edifizi, che le tante volte, ad onta delle sofferte sciagure, era stato costante nel ricostruire.24
Il 9 aprile 1853, il terremoto colpì i centri dell’Irpinia situati nelle alte Valli del fiume Ofanto e del fiume Sele. Furono danneggiati Caposele e Teora. Crolli parziali anche di edifici avvennero a Monteverde. Vi furono 12 morti a Caposele e un morto a Calabritto, dove si produssero fenditure nel suolo e frane.25
Il sisma del 23 luglio 1930 accadde in Monteverde, con scosse (dell’ottavo grado della scala Mercalli),26 che furono distruttive soprattutto ad Aquilonia e a Lacedonia, dove il 70% delle abitazioni crollò totalmente.27
Il terremoto del 23 novembre 1980 ha avuto effetti devastanti in Basilicata, in Irpinia, nel Salernitano. Il numero ufficiale dei morti è stato di 2.914; circa 10 mila persone sono rimaste ferite. Per quanto riguarda il patrimonio edilizio, sono state distrutte 75 mila case e circa 275 mila sono state gravemente danneggiate. Secondo i dati ufficiali del governo sono stati finora spesi, per la ricostruzione, 50 mila miliardi. Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Balvano, per dire soltanto tre degli innumerevoli comuni colpiti, fanno da emblema alle immense macerie del sisma delle ore 19,35.
Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, rimane davanti alle case crollate e alle persone provate dal freddo e dalla disperazione.
L’elicottero del Papa Giovanni Paolo II atterra ad Avellino, nel Campo Coni. Di fronte c’è il Palazzo del Sole. Non c’è tempo di salutare il Pontefice. Dappertutto si piange sommessamente e si prega. Devo correre a Lioni, dove la tragedia ha provato alcuni miei parenti. Zio Salvatore Del Giudice e la moglie Rocchina Mignone non ci sono più. Neanche la famiglia di mio cugino Amato Giova si è salvata. Pareva un giorno di felicità. Si faceva il tifo, per la partita di calcio, incollati al televisore o si cenava. Ad un tratto, dice il poeta Pasquale Martiniello, si rompono radici di sogno. La tragedia è grande. L’interrogativo: Di che colore avrebbe avuto gli occhi?, posto da Nino Iorlano e Vania Palmieri, rimane senza risposta,28 come anche l’apocalittica visione delle rovine. Da dimenticare, se sarà possibile.
La chiesa di Monteverde, ubicata nella parte alta del centro storico, danneggiata dal sisma del 1980, è stata restaurata. Simbolo di fede e speranza di salvezza.

Un’inarrestabile emorragia
E’ stato massiccio l’esodo che ha caratterizzato, fin dal secolo scorso, la “Terra” di Monteverde, che è - solo per questo motivo - inospitale, ma bella. Si è trattato dall’erosione della vita del paese, d’una fuga dal mondo contadino (agevolata, nel secondo dopoguerra, dal profitto neocapitalistico), d’una vera e inarrestabile emorragia di forze lavorative. Si partiva, secondo gli economisti e i demografi, che hanno messo in evidenza le cause strutturali dell’emigrazione transoceanica, perchè era difficile vivere in condizioni economiche precarie e perchè si era spinti dalla fame e attirati dal richiamo di altri modelli di vita e di cultura.
Si sognava l’America e si sentiva il richiamo dell’altrove, della metropoli con le sue molteplici risposte alle esigenze dell’individuo, della civiltà industriale. Spinsero all’emigrazione transoceanica non solo i bisogni lavorativi e di guadagno, ma di vivere meglio dei padri, in case comode e pulite, non rovinate dai terremoti. Monteverde fu così sottoposta a uno sradicamento, a un processo di lacerazione, a un drammatico cammino. Il carico di sofferenze umane fu veramente notevole. C’è chi fece fortuna, ma la maggioranza degli emigrati visse di stenti e di umiliazioni.
L’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani ha messo in evidenza che l’emigrante si piangeva “come se fosse morto, con tutta la carica di disperazione che la morte può dare”. Partirono, dunque, gli uomini adulti, con età compresa fra 15 e 45 anni, nel pieno delle loro capacità lavorative e produttive. Inoltre se ne andarono gli appartenenti alla categoria di agricoltori, pastori, giornalieri, muratori, artigiani.
La percentuale più alta di espatri riguardò, quindi, il mondo contadino, che si diresse verso gli Stati Uniti d’America (Usa), in Canadà, nel Brasile, nell’Argentina, nel Venezuela.
Nel 1861 Monteverde contava 2.393 abitanti; dieci anni dopo (1871) ne contava 2.325 e nel censimento generale del 1891 la popolazione era scesa a 2.195 unità. Nel periodo 1861-1881 la popolazione monteverdese diminuì di 138 unità.
C’è da notare che alcuni lavoratori tornarono stagionalmente dall’America a Monteverde, per fare la raccolta, come avevano fatto, per le differenti zone climatiche, fuori dalla madrepatria.
L’esodo influì sensibilmente sulle variazioni della struttura della popolazione monteverdese, per sesso, per età, per stato civile. Si produssero effetti positivi e negativi. Maggiori furono quelli negativi. Pochi gli effetti positivi: la diminuzione della mortalità, la riduzione dell’analfabetismo, l’accumulo di risparmi attraverso le rimesse. Parecchi emigranti si sposarono pochi giorni prima di partire, per la necessità di lasciare a Monteverde una donna a cui chiedere sentimenti di amore e di fedeltà e affidare i sudati risparmi oppure la tutela degli interessi economici. Dal 1901 al 1911 si verificò una tendenza inversa: la crescita, abbastanza considerevole, della popolazione di Monteverde. Aumentò, nell’età giolittiana e prima della grande guerra, la popolazione attiva nell’agricoltura, per l’aumento dei salari agricoli e il miglioramento del tenore di vita.
All’indomani del nuovo secolo XX, Monteverde contava, precisamente nell’anno 1901, 2.702 abitanti, che salirono, dieci anni dopo, a 2.731 unità.
Il censimento generale del 1921 fece registrare, alla vigilia della Marcia su Roma, una consistente flessione del flusso emigratorio. A ridurre ancora notevolmente gli espatri concorsero sia le leggi restrittive americane, sia le disposizioni limitative dello Stato fascista di Benito Mussolini, che doveva indirizzare gli emigranti verso le aree di bonifica e verso la conquista del posto al sole.
Il fascismo intraprese la politica del bastare a se stessi (autarchia) e dell’aumento della produzione agricola (battaglia del grano); mirò anche a sviluppare i mezzi di comunicazione e l’assistenza degli Italiani all’estero. La battaglia demografica represse l’emigrazione, che fu dirottata in Africa, e l’affermazione della ragione italiana nel mondo.
Nell’anno 1927 fu creata la Direzione degli Italiani all’estero; fu costituita la Commissione per il rimpatrio; furono sollecitate sanzioni per chi agevolava l’espatrio. La legge del 9 aprile 1931 disciplinò lo sviluppo delle emigrazioni e della colonizzazione interna, specialmente delle zone di bonifica e di appoderamento. La legge del 6 luglio dello stesso anno scoraggiò l’urbanesimo e il trasferimento anagrafico dei comuni con popolazione superiore ai 25 mila abitanti e impedì le iscrizioni agli Uffici di Collocamento dei lavoratori agricoli desiderosi di abbandonare la terra, “alla quale erano adibiti”.
La conquista dell’Impero dell’Etiopia non provocò la prevista affluenza di manodopera nella colonia italiana.
Nel 1936 la popolazione di Monteverde aumentò a 2.634 abitanti, ma diminuirono i salari, che furono mantenuti a bassi livelli. Gli americani rimasti a Monteverde tentarono di reinserirsi nella comunità locale o di conquistare, come per una specie di rivalsa sociale, le posizioni di privilegio e di competitività con il ceto nobiliare. Tuttavia la caratteristica più importante della classe bracciantile monteverdese rimaneva sempre la stessa: una spaventosa, nera miseria. Dopo la caduta del fascismo e la nascita del nuovo regime, che sconfisse la monarchia, il Paese si trasformò da agricolo a industrializzato. Il Nord avanzò e il Sud decadde. Nacquero soluzioni alla questione meridionale, che non previdero l’affermarsi, oltre alla Cassa per il Mezzogiorno, del potere clientelare e corrotto, della criminalità e dell’illegalità. Le micce innescate da Guido Dorso, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci furono fatte esplodere dal potere politico, che mirò ad asservire la società civile. Paradossalmente non è più l’emigrazione a rimettere in campo la questione meridionale, ma l’ordine pubblico.
Dal 1950 al 1975 si lancia la politica dell’intervento straordinario; ci sono i grandi progetti di trasformazione; si potenziano le strutture produttive di base. Il Mezzogiorno pare un laboratorio. Non si naviga più sull’Oceano Atlantico (e non ancora in Internet), ma si emigra in Europa, nella stessa Italia (a Roma, nel triangolo industriale di Milano, Torino, Genova). L’intervento per il Mezzogiorno non mira a creare sviluppo, ma a procurare il consenso.
Nel censimento generale del 1951 (quello agricolo si fa, invece, ogni cinque anni) la popolazione di Monteverde è di 2.607 abitanti. Un decennio dopo, la popolazione monteverdese scende di 166 unità: gli abitanti, nel 1961, sono 2.441.
Lo sviluppo dell’Italia, così impetuoso da fare parlare di miracolo economico, fece diminuire gli occupati in agricoltura e fece aumentare la manodopera occupata nell’industria. Fra il 1951 e il 1961 gli addetti all’industria salirono, in Italia, dal 29,4 al 37,4% della popolazione attiva e gli addetti ai servizi passarono dal 26,7 al 32,2% del totale.
I maggiori progressi riguardarono i settori industriali più moderni: metallurgico, meccanico, chimico, mezzi di trasporto. Rimasero, inevitabilmente, molti nodi da sciogliere, mentre si susseguirono Governi di breve durata. La situazione dell’adeguamento rapido ed intenso alla domanda d’un mercato di massa e alle nuove tecnologie accentuò gli squilibri fra le industrie più efficienti e quelle più arretrate, tra l’industria nel suo complesso e l’agricoltura, con la conseguenza dell’aumento del divario tra Nord e Sud, relegato, come scrive V.Castronovo, a produzioni di tipo semiartigianale e condannato a un processo di disgregazione sociale e civile.

L’Espresso così descrive gli anni della grande crescita (1955-1980): Tra il 1959 e il 1963 tutto si rimescola e cambia. E’ il momento del grande “boom”. In cinque anni il prodotto nazionale aumenta del 38%, le nostre esportazioni nel mercato comune passano da 600 a 1.800 milioni di dollari, i salari crescono dell’80%, si moltiplicano strade e autostrade, il Paese si riempie di automobili. Nel solo 1962 sono rilasciate 531 mila nuove patenti. Tutto questo si paga. Alla fine del 1963 gli occupati nell’agricoltura sono ridotti al 25% del totale della forza lavoro: 1.380.000 contadini hanno lasciato la terra per cercare occupazione nell’industria e nei servizi; le città si gonfiano e si dilatano in sterminate periferie.
L’industria attira come un miraggio, la prospettiva di un salario fisso incanta l’eterno disoccupato e precario del Sud. Ma la grande migrazione che cambia faccia e la natura del Paese non trova, dove arriva, che la busta paga.
Si costruisce per speculazione, i prezzi dei fabbricati nuovi vanno alle stelle; e l’immigrato deve arrangiarsi come può in soffitte, baracche e sottoscala, divenendo, con la sua povera valigia di cartone, una delle presenze più drammatiche della nuova società italiana. E poi c’è l’emigrazione all’estero, la più dolorosa perchè spezza le radici che legano alla propria terra e alla propria cultura.

Nel decennio 1961-1971 gli abitanti di Monteverde scesero da 2.441 a 1.537 unità, pari a 904 abitanti in meno. Le famiglie di Monteverde, che erano 638, calarono a 480 appena. Fu un vero tracollo, a cui contribuirono i pesanti cambiamenti della società capitalistica.29
Dopo la contestazione del 1968, l’emigrazione monteverdese, negli anni Settanta, cambiò volto: ne furono protagonisti non solo braccianti ed artigiani, contadini e muratori, ma professionisti e giovani diplomati, costretti a partire per lavorare e affermarsi e per abbattere anche le illusorie promesse del Governo. Per un’inversione della tendenza naturale, sono gli uomini che vanno verso il lavoro e non questo verso la soglia di casa. Una veritiera testimonianza del cammino percorso dagli emigranti per integrarsi nel mutato tessuto urbano e sociale è costituito dalle lettere ai familiari, in cui vengono espressi problemi irrisolti e laceranti sofferenze. Sono storie dolorose che si raccontano solo nelle mura domestiche.

L’avv. Nicola Vella, nato a Monteverde il 22 ottobre 1902, autore dei libri di poesia: I canti del tormento (1923); Parentesi (1923); La barricata ideale” (1940), sindaco di Lacedonia e Consigliere Provinciale di Avellino, sostenitore del movimento artistico della Scapigliatura Meridionale, si trasferì a Napoli, ma non dimenticò affatto le memorie del passato:

Io ti ricordo: un volto illuminato
da un cuore d’oro e un’anima affettuosa
e, nel ricordo, l’anima riposa
come un antico sogno risognato!

Nel rumore assordante della città partenopea, egli rivive le voci e i momenti felici, attaccandosi di più al paesaggio sereno ed ecologico di Monteverde e alla descrizione delle peripezie dell’emigrante:

Io sono un altro: ho il cuore lacerato
dai rovi della vita, dal suo male;
ma oggi ancora, come nel passato,
amo la lotta, il sogno e l’ideale!
(Piccola fonte)

L’emigrazione della nuova generazione realizza la cosiddetta “rivoluzione silenziosa” e pacifica. L’esodo è considerato come la “valvola di sfogo” delle tensioni ribollenti nella società meridionale. L’industria italiana ha trascinato, nella sua espansione, il settore terziario, cioè quello dei servizi. Si è verificato, quindi, un altro massiccio spostamento verso questo settore, con la notevole crescita dei ceti intermedi e del peso delle nuove borghesie “manageriali”, che dirigono le attività del terziario avanzato e fanno dell’Italia un Paese prevalentemente borghese, cioè del ceto medio. L’espansione del terziario determina un insieme di fattori destabilizzanti dell’economia, quali l’abbandono dell’agricoltura e la disoccupazione urbana. Le città diventano aree di parcheggio, di lavori occasionali, di mestieri parassitari. Si verifica, ciò che è peggio, la degradazione sociale.
Nel 1994 la popolazione di Monteverde tocca il minimo storico, con 1.010 abitanti. E’ una parabola discensiva e di notevole sofferenza demografica. Il trend al ribasso, che desta allarmanti problemi sociali e amministrativi, trova spiegazione non solo nell’emigrazione, ma anche nella tendenza delle donne monteverdesi ad avere meno figli da educare e “sistemare”. La “crescita zero” non è un mistero, ma un fenomeno negativo, che proviene dalla grande modernizzazione.
Gli esperti, che si muovono tra il palazzo e la piazza,30 cercano di far passare quest’incubo dicendo che gli immigrati di colore sono una sorta di Italiani di complemento. Essi calcolano che gli extra comunitari, fra cui negri Africani, Cinesi, Polacchi, Albanesi e Curdi, daranno un apporto, con la loro integrazione, alle località minacciate di estinzione, come Monteverde, e costrette al rischio di essere cancellate dalla cartina geografica.
Ai nostri giorni il problema più grave rimane la disoccupazione. Il Governo D’Alema ha cento idee e altrettante ricette. Ce ne vorrebbero, però, mille e più di mille.
Alla data del 31 dicembre 1997 le liste dei disoccupati danno cifre allarmanti: su 59.752 disoccupati 30.674 sono donne e 29.078 sono maschi. Dei disoccupati, poi, sono 27.979 i giovani con età inferiore a 25 anni e sono 16.448 quelli con età compresa tra 25 e 29 anni. Non va dimenticato che, in Irpinia, ben 15.325 sono le persone di oltre 30 anni. Vincenzo Somma, nella Rassegna di Economia Irpina,31 avverte che affrontare e risolvere i problemi della occupazione oggi significa anche creare meno problemi ai pensionati di domani.
Nel 1995 comincia una lieve ripresa: la popolazione di Monteverde sale a 1.025 abitanti. Nel 1999 l’aumento più considerevole.
Ciò che la società di Monteverde sta compiendo è la crescita attraverso l’uso razionale delle risorse locali e un’oculata amministrazione del patrimonio comunale. Soprattutto i giovani saranno aiutati ad inserirsi nell’Europa e a lottare contro i mali cronici (una volta era la fame a costringere all’espatrio), che rallentano la modernizzazione e la realizzazione d’un modello economico, politico, sociale, ossia culturale, più vicino alle loro aspirazioni e ai loro desideri.

Note all’Appendice

1. F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’unità, Milano, Feltrinelli, 1972. pp. 343-344.
2. Ivi, p. 77.
3. S. Scarpino, La mala unità. Scene di brigantaggio nel Sud, Cosenza, Effesette, 1985, p. 16.3. S.4. E.J. Hobsbawm, I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, Torino, Einaudi, 1971, pp 49-50.
5. S. Scarpino, Op. cit. , p. 25.
6. C. Crocco, Come divenni brigante, a cura di T. Il brigantaggio post-unitario in Irpinia, in AA. VV. , L’irpinia, nella crisi dell’unificazione, a cura di A. Cogliano, G. Pedio, Manduria, Lacaita, 1964.
7. S. Scarpino, Op. cit., p. 25.
8. G. De Rosa, Storia contemporanea vol. 3°, Bergamo, Minerva Italica, 1971, pp. 145-146.
9. F. Barra, Il brigantaggio post-unitario in Irpinia, in AA. VV. , L’Irpinia nella crisi. in A. Cogliano.
dell’unificazione, a cura di A. Cogliano, Gesualdo Avellino, Quaderni Irpini, 1989, p. 115.
10. G. Bourelly, Il brigantaggio nelle zone militari di Melfi e Lacedonia dal 1860 al 1865, Napoli, Di Pasquale, 1865, pp. 75-82.
11. V. Buglione, Op. cit., p. 313.
12. M. Isnenghi (a cura), La prima guerra mondiale, Bologna, Zanichelli, 1972, p. 22.
13. - Ivi , p. 114.
14. V. Napolillo, Il trauma dell’Irpinia per la grande guerra ( Nuova metodologia storica ), Lauro ( AV), Foglia, 1974, p. 49.
15. - Ivi, p. 66.
16. A. Bascetta, Comune di Monteverde, Opinioni, Avellino, ABE, 29 settembre 1996. Egli riporta le fotografie di alcuni caduti.
17 . F. Marino, Per le mie scarpe canadesi. Memorie di prigionieri e secondo conflitto mondiale, Lioni, Altirpinia Edizioni, 1998.
18. Archivio Parrocchiale di Lioni, Libro dei Battezzati, p.48 (retro); R. Colantuono, Storia di Lioni, Lioni, Tip. Irpina, 1972, p. 73.
19. E. Capocci, Catalogo dei tremuoti avvenuti nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1859, p.18.
20. S. Pescatori, I terremoti dell’Irpinia, Avellino, Ferrara, 1915, pp. 14-16.
21. E. Capocci, Catalogo, p. 19.
22. S. Pescatori, Op. cit., p.22.
23. - IVI, pp. 22-23.
24. G. M. Paci, Relazione dei tremuoti di Basilicata, Napoli, 1853.
25. E. Boschi, Cataloghi dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980, Roma, Istituto Nazionale Geofisica, 1981, p.389.
26. - Ivi, p. 513.
27. - Ivi, p. 512.
28. N. Iorlando -V. Palmieri, Di che colore avrebbe avuto gli occhi?, Lioni, Ed. Altirpinia, 1996, p.130.
29. Per la conoscenza precisa del fenomeno migratorio irpino rimando agli articoli di A.Carrino, apparsi su Quaderni Irpini e su Economia Irpina, e, specialmente, al mio libro, intitolato Riflessioni sull’emigrazione irpina, Avellino, Pergola, 1973.
30. V. Napolillo, Questione meridionale. Tra il Palazzo e la Piazza, Il Nuovo Sud, a. XVIII (1998), n. 2-3, p. 2.
31. V. Somma, I disoccupati in Irpinia attraverso i dati del Collocamento, in Economia Irpina, Avellino, a. XXXV (1997), n. 3-4, p. 60.