Editorial Review
Una fonte sul brigantaggio che si svolse, dopo la dichiarazione dell’Unità d’Italia, negli anni 1860-65, nelle zone militari di Melfi e Lacedonia , è quella di Giuseppe Bourelly, luogotenente dei Carabinieri Reali. E’ una trattazione che fa il punto sulle bande composte da ex soldati del disciolto esercito borbonico, disertori e contadini decisi alla rivolta contro i piemontesi invasori. Una comprensione più ampia del fenomeno è da ricercare, invece, nella condizione del contadino senza terra , privato degli usi civici e costretto alla leva militare, e nella preponderanza dei latifondi, di fronte ai quali lo Stato non prese misure adeguate. E’ vero che Giustino Fortunato si adoperò per il mutamento della politica governativa nei riguardi del Mezzogiorno, ma è altrettanto vero che il suo mito del buongoverno si scontrò con la realtà di fatto e con la richiesta di negare la loro natura rivolta proprio da Don Giustino ai nobili, possidenti e sfruttatori. Le sue domande furono pertinenti: Chi rifarà la coscienza, chi modificherà l’ambiente, chi curerà il male? Chi, insomma, riformerà le classi dirigenti, e da queste farà che parta l’attacco contro le consorterie?.
La risposta era scontata: gli onesti avevano, però, “la tendenza ereditaria alla noncuranza di tutto e di tutti”. E’ stato l’avellinese Guido Dorso ( 1892-1959 ) a indicare la leva per trasformare, senza il pessimismo fortunatiano, la società meridionale: Esiste - egli si chiedeva - una nuova classe politica del Mezzogiorno? Esistono cento uomini d’acciaio col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea? Oppure la nostra dolce terra continuerà il suo duro martirio al seguito della tradizionale miserabile classe politica meridionale, dopo che questa si sarà salvata dal naufragio, per l’assoluta impotenza della nostra terra a esprimere nuove energie politiche?. Sul terreno di analisi del fenomeno del brigantaggio si pose Giuseppe Bourelly , con un documento da non trascurare, sia per l’organicità della trattazione, sia per l’area geografica scelta per evidenziare l’opposizione arretratezza sociale - dispositivo militare unitario.
Scrive Giuseppe Bourelly: E’ opinione ormai tradotta in assioma dai molteplici processi resi di pubblica ragione che il brigantaggio esiste sotto due forme; una rivelata, conosciuta, militante, la quale batte e scorre la campagna; l’altra occulta, invisibile, segreta e vastissima che s’annida e s’aggira tranquilla e misteriosa nell’abitato. Nella prima forma sono compresi tutta quella genìa d’illusi o perversi che tentano coll’assassinio cangiar fortuna; sotto la seconda tutta quella sozza e ladra genìa di furfanti che sono manutengoli complici, cooperatori, provveditori, camorristi del brigantaggio militante. Questa infame e perversa gente che congiura all’ombra è quella che o per avidità di guadagno, o per desiderio, od interesse di disordine, o finalmente per sete di vendetta spinge il brigantaggio alla montagna. Le prime reclute che corsero a formare le bande armate, cioè il brigantaggio militante, sono stati gli sbandati dell’esercito borbonico. Ricevuto il coscritto a calci, schiaffi, a legnate, trattato con fiero e brutale dispotismo; invece di perfezionare l’animo in sentimenti d’onore e di fedeltà,si induriva il cuore, si inaspriva l’anima, ed invece di prendere amore e passione alla sua bandiera se ne serviva di questa come scusa, come usbergo onde sfogare quelle brutte passioni che lo dominavano, privo come era di un giusto sentimento del buono e dell’onesto. Perciò, fatto più vecchio, non gli era mestieri di gran perspicacia per indovinare che la bacchettoneria era solo merito all’avanzamento, che la delazione era confusa colle militari confidenze, che la spavalderia e la tracotanza contro gli inermi cittadini erano premiate come segni di coraggio e di affezione alla famiglia regnante. Onde non è a meravigliare se, con questa triste educazione, con questa infame scuola, corsero tutti i soldati sbandati ad impugnare la schioppetta del brigante, tanto più invogliate dalle promesse d’oro e d’onori che avevano loro fatte i generali Borbonici e Francesco II, licenziandoli da Gaeta. Ed infatti i più famigerati e fieri assassini del brigantaggio escono da questa categoria, e questi furono quelli che perpetrarono i più atroci misfatti.
A soldati sbandati debbonsi aggiungere come famose reclute del brigantaggio militare gli evasi di galera e degli ergastolani. Questi esseri mostruosi ritornati alla società per una fatale combinazione, escono con gli atroci pensieri di rivendicare i lunghi ed amari giorni di prigionia col desio febbrile di ammassare grossa e subita ricchezza: perciò spezzate le catene che li tenevano legati si scagliano come tigri nel consorzio degli uomini e con un desio scellerato di sangue e stragi, affrontando disagi, e innumerevoli pericoli, si danno a commettere errori inauditi e tremendi. Queste sono le prime fonti da dove attinge il brigantaggio i suoi partigiani. A questi col tempo, attratti dalla speranza lusighiera di far denaro, s’aggiunsero i soldati disertori, e renitenti delle nuove leve, i perseguitati per le debellate reazioni, i condannati in contumacia, gli imputati di delitti e misfatti, e tutta infine la feccia de’ malviventi e miserabili che infestano qualunque popolo. Tutta questa lurida e abbietta genia non ha neppure la pena crudele del comune assassino il quale si vede fuggito e disprezzato da tutti i suoi simili; perchè il brigante nel sangue che versa, nelle vittime che sgozza, tranquillizza la sua coscienza non solo, ma si circonda di una frenesia di delirio, di orgoglio, ritenendosi strumento della divinità, martire della fede. Infatti ei si vede: benedetto da preti che gli offrono amuleti e immagini sacre, che lo salvano dal ferro nemico; incorragiato da ricchi signori; protetto da innumerevoli amici e parenti, laonde ei con coraggio degno di miglior causa affronta i pericoli di una vita travagliata e infame, e si tiene con ardita e rara ostinatezza fedele, fino all’ultimo momento al suo capo ed a suoi compagni; né per corruzione né per promesse, né per minacce, vela gli intrighi misteriosi, le fila segrete, le persone che tutte lo hanno soccorso, od istigato alla campagna. Il brigante urbano esiste in tutte le classi sociali; ora smentisce le sembianze del povero cittadino, del pacifico cittadino, dell’operoso artigiano; ora è mascherato sotto una tranquilla agiatezza ed un sincero e leale liberalismo; ora occupa cariche distintissime, impegni importantissimi, posizione ossequiate e onorate, ed è sempre il solo, il vero complice, il vero fautore e sostenitore del brigante che combatte. Ma esaminiamo più partitamente qualche specie di questa sozza famiglia. I primi, naturali, assoluti manutengoli de’ briganti sono i parenti loro per sete di guadagno e per quell’amore che ognuno porta a’ suoi congiunti, sieno pur quanto si volgia tristi e malvagi. In due modi lucrano i parenti de’ briganti; lucrano col bottino, col denaro ritratto da’ saccheggi e dalle grassazioni che il brigante a loro consegna; co’ doni che portano loro tutti i cittadini per non avere molestie e aggraziarseli. E’ cruda a dirsi eppure incontrastabile verità. Tutti, ricchi e poveri, liberali e borbonici, onesti e cattivi cittadini mandano alla madre, alla moglie, alla sorella del brigante donativi d’ ogni genere, e raccomandano alla bontà di sì onorata famiglia il propio grano, la masseria, il gregge, il bestiame. Ma non s’ accontenta di questo il parente del brigante. Va nelle famiglie e chiede denaro od oggetti, e nessuno glieli nega. Chiama l’amico, il vicino, il primo che trova, lo obbliga a portare al parente brigante, viveri, vestiti, notizie, e nessuno si riscusa. Se per caso non acconsente, lo minaccia di morte, di rovine, onde non v’è a che dire ubbidisce. Vi sarà qualche eccezione ma è molto rara , e raro è il cittadino fermo e coraggioso che si rifiuta. Infine i parenti sono i primi che aiutano i briganti, che esagerano il loro numero, le loro azioni, anche i loro delitti per tenere timorosi e soggetti gli animi. Sono quelli che secondo le mosse delle bande, indicano i posti occupati dalla truppa, le strade che questa percorre; le ore che escono e rietrano le pattuglie, la forza del distaccamento; sono quelli che additano i proprietari liberali o comunque avversi a trucidare, le famiglie a derubare. A San Fele ogni volta usciva una pattuglia, non era questa arrivata alla Taverna Graziani che un colpo fortissimo di fucile, indicava alla banda che era sortita la forza. A Rionero quando sortiva un drappello di notte si facevano dei segnali co’ lumi alzandoli, abbassandoli, e facendoli subito scomparire. A Melfi poco dopo che la truppa era partita una vecchierella usciva sopra un somaro, e con certi segni indicava la direzione che avevano preso i soldati. E così ogni paese aveva i suoi segni di convezione; non finirei più, se dovessi parlare di tutti perchè da ogni paese secondo la posizione che era sito e la distanza che era dal bosco, si facevano speciali segnali sia di notte sia di giorno. Ma, ben altri e potenti manutegoli vi sono, alcuni per avversioni all’attuale ordine di cose o per lucro, ed altri perchè non osano troncare le relazioni che avevano in altre epoche colle bande, quando le reazioni erano forti e potenti, timorosi d’essere svelati dagli stessi briganti alle autorità. Tutti questi forniscono i briganti di cavalli, d’armi, di munizioni, di vestiti, di bardature, di notizie sulla mosse della truppa, sui provvedimenti delle autorità; li ricoverano feriti, li nascondono fuggiaschi, li provvedono di medicinali, di medici, di veterinari. V’ha poi un’altra specie di sostenitori di briganti, che non sempre si possono appellare manutengoli. A questa appartengono tutti quelli che per uno smodato e malinesto interesse di conversare le propietà minacciate pagano di quando in quando, specialmente al tempo del raccolto, una certa somma a questo od a quello capo banda donde avere salvi dell’incendii e dalle devastazioni gli averi. Appartengono pure a questa specie di manutengoli tutti quelli che con brutta accondiscendenza pagano i ricatti cioè sborsano una data somma richiesta onde salvare un parente sequestrato o distogliere un malandrino dal rovinare la proprietà, invece di informare in qualche modo l’autorità militare perchè accorse sul luogo. Nè anche dopo che hanno pagato è impossibile sapere da essi la verità. Se interrogati non sanno nulla, nulla hanno veduto, nulla pagato; non conoscono chi portò loro l’ambasciata, chi e quanti erano i briganti, ove erano, ove si erano diretti, nulla, non si è buoni strappare loro di bocca una parola. Dicasi quel si voglia questa è una vera complicità sotto le apparenze di una vergognosa paura. Tutta questa infame genìa di multiformi manutengoli che si possono chiamare briganti urbani sono quelli che temono la consegna de’ briganti combattenti, e la sfruttano più che possono. Infatti fu opera di cotesto che Crocco e tutti i briganti che si consegnarono nel novembre 1863 in Rionero, si dettero novellamente alla campagna quando il generale Fontana con una rara abilità li aveva persuasi alla presentazione appena uscita la legge Pica. La vita del brigante che combatte è meschina, piena di triboli e di patimenti. Chi sa quante volte nel segreto del suo cuore maledice al momento che si mise in quella misera condizione. Neppure il sonno ha tranquillo, giorno e notte ei vive coll’ansia d’essere tradito, col timore di miseramente morire. Chi sa quante volte e quante negli istanti di calma, una rozza e selvaggia pietà gli farà rimordere la coscienza, ed il suo animo indurito al delitto, rotto ad ogni vizio, rimpiangerà i giorni lieti, sebbene miseri che trascorreva vicino all’affettuosa madre, all’amata sposa, ai cari figli! Quando nulla hanno a fare passano la giornata in qualche antro, in qualche caverna tra le rocce e le folte piante de’ boschi. Quivi, alcuni riposano, altri giuocano il denaro rubato, ed altri stanno in vedetta sopra una pianta o in un’altura vicina, ed altri vanno esploratori a ricavare notizie. I cavalli li tengono legati sempre alquanto distanti dal luogo ove giacciono. Entrano nel loro covo verso la mezzanotte, e si fermano fino al tramonto, a meno che non abbiano ricevuto avviso di qualche movimento della truppa, o siano da questi inseguiti, o debbano perpetrare qualche delitto, o ricevere qualche ricatto, o riunirsi ad altre bande, o finalmente abbandonare per più sicurezza il loro covo. Quando vogliono uscire aspettano il tramonto e si dirigono in qualche masseria ove viene portato loro da mangiare . Intanto che mangiano un fanciullo o qualche femmina sta in vedetta per lo più nell’aia che è avanti alla masseria vicino al pagliaio. I cavalli li tengono sempre insellati e li nutrono di ottima avena. Quando devono partire, empiono una bisaccia di avena ed una di viveri per loro. Quando entrano ne’ luoghi si dividono in piccoli drappelli di quattro o sei e per diverse viuzze accedono, e si riuniscono poi ad un punto convenuto. Quando si muovono hanno tutte le precauzioni a non lasciare orma del loro passaggio. Viaggiano fuori de’ sentieri, perchè non si vedano le pedate de’ cavalli; deviano dal cammino per alcun tratto per riprenderlo ad altro punto onde lasciare incerti sulla direzione che hanno presa. Quando non hanno informazioni sicure sulle mosse della truppa, se costretti a muoversi, prima di porsi in marcia, mandano spioni, che sono o fanciulli, i quali con fascio di legna fingono d’essere stati al bosco a legnare, oppure carbonai, pastori, taglialegna. Assicurati che la truppa non è nelle vicinanze si mettono in cammino,ma però, non si fidano ancora, mandano avanti loro un contadino, il quale pian piano osserva se nella via vi sono impronte di scarpe di soldato, che si conoscono per la forma speciale, e se vede delle frasche schiacciate attraverso il sentiero, o finalmente se ode calpestio. Qualora vengono avvisati che una forte pattuglia viene alla loro volta, se lo permette la località e il tempo, si nascondono, la lasciano passare eppoi con tutta precauzione e cautela ribattono la via fatta da quella, se non possono ciò fare come selvaggi abbasando il loro corpo sul collo del cavallo sfuggono a tutta corsa gridando come belve feroci, per sentieri strettissimi, tortuosi, inceppati da roveti, da spine, da arboscelli, da fogliame secco, da stecchi, da ciottoli, da rottami si spingono audaci e veloci sul ciglio di burroni spaventevoli, sui limiti dei fossati, sopra stretti arginelli, entro al letto dei torrenti, entro acque che scorrono incassate tra ripe vicinissime ed erte e inceppate da siepi di virgulti di spine, ovunque fino a che od una palla li coglie od arrivano a sfuggire alla diligenza, e all’inseguimento della truppa, nascondendosi sotto a qualche cespuglio od entro qualche caverna. Per riunirsi hanno i loro segnali, ed un luogo convenuto. Il segnale per lo più è di due colpi di fucile con un dato numero di battute di polso da un sparo ad un altro. Dai loro complici sono avvisati in mille e mille modi. Uno straccio fitto sopra una pagliaia, una tavola sporta fuori di una finestra, l’uscio socchiuso d’una masseria, un lenzuolo steso sul davanti dell’abitazione una frasca sporgente dal tetto, una croce sul muro, due colpi di scure su una pianta, un ramo spezzato di un albero significa a chi conosce quel gergo muto la direzione, il luogo, e per fino il numero de’ soldati. Quante volte non furono salvi dal segnale di un lavoratore, che vedendo la truppa, si levava il cappello fingendo di fare un atto di rispetto mentre invece avvisava così i briganti accovacciati in qualche sito vicino della presenza dei soldati. Per spioni, per parenti, per gli intimi manutegoli hanno altri segni di convezione onde farsi trovare: tagliando un ramo di una pianta lungo un sentiero; rovesciano una foglia di qualche albero, fanno un segno qualunque sulle cortecce delle piante, conficcano in una siepe un palo secco; pongono un piccolo sasso sopra un grossa pietra; spargono dell’arena, del grano lungo la via; imitano il grido del gufo, il canto del merlo, il belare della pecora. Vigili e accorti è difficilissimo sorprenderli. Odono il più piccolo rumore, distinguono il passo del soldato da quello del contadino e indovinano il nemico, come il cane annusa la lepre. Abituati a boschi, distinguono il fruscio, il tintinnio del fogliame scosso dal vento, dal rumore che fa la foglia assecchita, schiacciata sotto i piedi di chi cammina. Assuefatti a vivere in campagna per cui l’occhio ha semre un orizzonte estesissimo, discernano da portamento, dall’andatura, dal complesso più o meno oscuro della figura di lontano la truppa. Quando sopraggiunge la stagione invernale si dividono, si separano; nascondono le armi, consegnano a qualche compare i cavalli, e si ritirano in qualche casa nel paese, da dove non escono mai; oppure trasmigrano con carte false in qualche lontana regione ove s’occupano col lavoro, altrimenti trovano spie e compari che li sovvengono di cibo e di tutto ch’abbisognano. Nè temono i ribaldi d’essere traditi giacchè sanno di imporre timore nella massa de’ contadini, o come ospiti malaugurati o come vendicatori inesorabili. In ogni banda trovasi sempre qualche donna. Fu un tempo in cui nella comitiva di Schiavone si annoveravano fino a cinque di queste sciagurate che alla pace della famiglia, alle abitudini femminili preferivano, strano a dirsi, la strana vita brigantesca. Tutte queste amazzoni di nuovo genere mostrano il più straordinario coraggio nei combattenti. I briganti vestono il costume del paese, non sono però mai privi del mantello di lana assai lungo, con cappuccio, di colore bigio. Portano alla cintola una bandoliera o cartocciera ad uso giberna, a questo tengono assicurato il revolver e un pugnale: hanno una schioppetta a doppia canna e la portono al tracollo oppure la tengono appesa al fianco destro del cavallo come i nostri carabinieri. Il cavallo è bardato con un coperta di lana doppia, e una sella collo scheletro di legno, ma leggero, sopra questo dispongono una pelle di capretto od altro; sul davanti della sella a cavalliere del collo del cavallo tengono raccomandate due bisaccie come quelle che portano i frati questuanti”.10
Conflitti mondiali
Vito Buglione presenta il primo conflitto mondiale come espressione della volontà popolare, dicendo che il cuore d’Italia è, sempre per annosa abitudine, insieme con quello di Dante, affisso a Trento ed elogiando il Ministero Salandra-Sonnino, che gridò il fatidico sempre avanti Savoia. Dopo i discorsi e la neutralità, i Monteverdesi, il 24 maggio 1915, partirono per il fronte di guerra. Il primo fante di Monteverde che s’inciela, con vermiglia eroicità, è il caporale Rorro Michele di Domenico, caduto a Plava, il 13 giugno 1915, giorno di Sant’Antonio di Padova: egli lascia, inconsolabile, la madre Ricciardi Caterina e assicura, ai genitori, la pensione di guerra.11 In tal modo, Buglione non s’accorge che i 43 eroi di Monteverde non conoscono affatto le terre irredente di Trento e Trieste, ma testimoniano soltanto di essere stati travolti dal vento della guerra, in parte superata dalla realtà, che è quella dell’equilibrio europeo e dei rapporti di potenza.
Inoltre Vito Buglione rivela di non conoscere la stanchezza della guerra di trincea e i movimenti di protesta contadini, che inducono i tribunali militari a colpire, come precisa Giorgio Rochat, quasi altrettanti soldati italiani che il piombo austriaco. Insomma, i morti per ferite, nel periodo 1915-19, aumentano a 402 mila e i militari processati, nel medesimo tempo, risultano 340 mila.12 La parola del Papa Benedetto XV, che invita il mondo civile, il 1 agosto 1917, e i governanti a cessare l’inutile strage della guerra, esprime anche l’animo dei combattenti e delle masse. I soldati monteverdesi seppero, infatti, essere cittadini italiani dalla cartolina di precetto e dalla divisa militare, che furono costretti a indossare. Gli studi di Mario Isnenghi, Alberto Monticone, Piero Melograni, Gabriele De Rosa hanno messo in luce che parlare di patria, per gli umili contadini meridionali, non ha alcun significato. Le lettere dal fronte rivelano che il soldato pensa a sé, ai suoi interessi, alla famiglia, alla casa, ai lavori di campagna. Imponenti furono, poi, i processi per diserzione, ammutinamento, automutilazione, rivolte ecc.13 La guerra vittoriosa pare fatta apposta per le commemorazioni ufficiali del 4 novembre. Essa va ripudiata, come recita il dettato costituzionale, perché, genera odio, distruzione, morte e non risolve alcun problema della società civile. Ho dimostrato, nel libro Il trauma dell’Irpinia per la grande guerra, che la prima guerra mondiale non solo ha avuto il volto del terrore poliziesco, ma ha reso più drammatiche le vicende del popolo meridionale. Mons. Nicola Piccirilli, Arcivescovo di Conza e barone di S. Andrea di Conza e S. Menna, nell’ora della tragica e desolata sventura, esortò i fedeli, con la “Lettera pastorale” del 1916, a pregare il Misericordiosissimo Signore , affinché il sanguinoso conflitto cessasse e nel mondo sconvolto dalla guerra ritornassero la tranquillità e la pace.14 Altrettanto dolce sentì il tepore della pace e della giustizia il Vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia, Mons. Giulio Tommasi, che deplorò l’immane guerra, sia perché apporta sempre desolazione e lutti, sia perché accende il fuoco delle discordie nelle famiglie, nella società e nella Chiesa.15 A perpetuare la memoria dei morti in guerra e per le conseguenze della prima guerra mondiale, lo storico del suo natìo luogo dettò la seguente epigrafe sulla lapide di marmo:
Fatti immortali da sorrisa morte
sui sanguinati campi
del diritto d’Italia e delle genti
questi animosi figli di Monteverde
avranno vita e culto perenne
dal loro nobile olocausto
ai vaticinati destini della Patria
1920
Riposano il capo sugli insanguinati allori i 43 caduti della falange monteverdese:
Bocchetti Amedeo Pelosi Giovanni
Brescia Gennaro Pelosi Vito
Brescia Lorenzo Piccolella Donato
Buglione Antonio Ricciardi Angelo
Capobianco Angelo Ricciardi Antonio
Capobianco Angelo Maria Ricciardi Donato
Capobianco Raffaele di Antonio Rizzo Luigi
Capobianco Raffaele di Donato Rorro Michele
Castiello Antonio Rosa Michele
Castiello Donato fu Michele Rotondo Euplio
Castiello Donato di Paolo Ruberti Francesco
Castiello Leonardo Rucci Michele
Ciccone Rosario Rucci Vito
Cusmati Felice Sansone Nicola
D’Annunzio Donato Spirito Santo
Fratello Gaetano Tetta Emilio
Cogliormella Antonio Vella Ernesto
Lettieri Angelo Vella Giuseppe
Mastrilli Vito Vella Manfredi
Padula Angelo Vitella Giuseppe
Padula Salvatore Pagnotta Giuseppe
Pelosi Francesco
Il rispetto incancellabile per queste vittime di guerra non permette di osannare chi ha sbagliato sulla loro pelle, anche se poi ha vinto la grande guerra. Mai più la guerra, grida il papa polacco Giovanni Paolo II, al secolo Karol Woityla. Il cuore non regge di fronte agli orrori della seconda guerra mondiale e al glorioso nome delle sue vittime, presenti nel ricordo affettuoso e dolente dei viventi.
Con la nomina del primo Sindaco antifascista, Monteverde entra in una nuova fase della sua storia.16
Sono la pace e il lavoro, secondo l’attuale Sindaco di Monteverde Antonio Pizza, protagonista del rinnovamento del paese, che fanno prospero il popolo e lo collocano nel cammino della civiltà.17
L’Amministrazione Pizza è nata con il proposito di creare le condizioni per una ripresa economico-sociale-culturale della vita politica di sinistra e amministrativa dell’antica città. L’azione dell’Amministrazione Pizza si va caratterizzando per interventi innovativi, tenendo conto delle reali esigenze di tutti i ceti sociali e dello sviluppo armonico del territorio, delle attività produttive, e per la riaffermazione dei valori che possono trasformare l’ambiente di Monteverde in una comunità viva e vitale. In questa direzione lavora Antonio Pizza, con capacità, dignità e senso di responsabilità.
I terremoti che distrussero la Città
E' un fatto storico il terribile terremoto dell'anno 1694, così descritto nei documenti coevi: Dies octava mensis septembris currentis anni millesimo sexagesimo nonagesimo quarto. Dies Mercurii, hora decima sempita cum dimitio, festum Nativitatis Beatae Virginis Mariae, dies memorabilis quiam terremotus tam magnus qui plura oppida et civitates a fundamentis demolivit. Il giorno 8 del mese di settembre del corrente anno 1694, di mercoledì, alle ore 17 e 30, festività della Natività della Beata Vergine Maria, è stato memorabile, poichè il terremoto è stato così grande che ha demolito parecchi oppidi (casali) e città dalle fondamenta.18
Nel Catalogo de' tremuoti, avvenuti nel Regno delle Due Sicilie, si precisa: 1 Marzo (1694), 9 ore di sera; prima scossa, leggiera in Napoli avanti l'eruzione del Vesuvio. - 4, Aprile, scosse del Vesuvio in eruzione che si fecero sentire anche in Napoli. - 8 Settembre, 9 ore 3/4 mattina; violentissimo tremuoto in Napoli e nel regno. In Napoli durò un credo, e fece gran danno agli edifizi massime ai pubblici. Furono gravemente offese Sorrento, Vico, Castellammare, Ottaviano, Nola, Santa Maria, Aversa, Capua, ove un monte vicino si franò. Il flagello percosse pure il resto di Terra di Lavoro, Basilicata e Calabria. A Tricarico (Basilicata) ed a Saraceno (Calabria) riprese ben tre volte. Proseguirono le scosse sino al termine del seguente mese di ottobre, ma molto leggere in Napoli.19
Del suddetto terremoto parlano Baratta e Pacichelli, ma Salvatore Pescatori di Bagnoli Irpino dà più diffuse notizie, nella sapiente ricerca intitolata I terremoti dell'Irpinia.20
Il terremoto colpì soprattutto il Santangiolese. Il Baratta pone, nella zona mesosismica, con un asse di Km.95 da Tricarico a Grottaminarda, i comuni di Calitri, quasi al centro, Conza, Cairano, Andretta, Guardia dei Lombardi, Morra, Lioni, e i comuni della Baronia, Bisaccia, S.Sossio, Flumeri, Grottaminarda, Rocca S. Felice, Torella, Sant'Angelo dei Lombardi, Caposele, Teora.
Nella zona disastrosa furono compresi i comuni di Accadia, Ariano, San Mango sul Calore, Zungoli, Lacedonia, Monteverde, Mirabella. Nella zona isosismica rovinosa furono colpiti i comuni di Salza, Bagnoli Irpino, Montella. Nella zona quasi rovinosa si trovarono Avellino e i paesi dei dintorni.
Nella Lettera all'Abate Francesco Battistini, Pacichelli scrisse che Calitri fu interamente diroccata: i morti furono, infatti, 1200.
I danni provocati dal terremoto del 1694 furono così specificati dal Baratta: Nel circondario di Avellino, Atripalda ebbe danni per ducati 10 mila e Avellino, con qualche vittima, soffrì danni alle chiese, per ducati 8 mila. Rimase danneggiato il monastero benedettino di Montevergine; e il suo Ospizio di Loreto fu reso inabitabile. Salza riportò danni per 60 mila ducati, e Montoro per 45 mila ducati. S.Michele e S.Lucia di Serino ebbero 35 mila ducati di danni. Minori danni riportarono Avella, Mugnano, Lauro, Mercogliano.
Nel circondario di Ariano, oltre il capoluogo, subirono maggiori danni: Carife, Mirabella, Trevico, dove cadde la Chiesa cattedrale mentre si celebrava la Messa. Accadia, Flumeri, Grottaminarda, Monteleone, S.Nicola Baronia, S. Sossio, Zungoli ebbero case rovinate e vittime umane. Nel circondario di Sant'Angelo, Calitri, Teora, Bisaccia, Andretta piansero i loro morti. A Bagnoli Irpino rovinò il convento dei PP.Domenicani, a Cairano, a Conza, a S.Andrea, a S.Mango, a Morra, a Torella, a Rocca S.Felice si ebbero altri morti e feriti.
Danni minori subirono: Gesualdo, Lacedonia, Senerchia, Calabritto. A Monteverde caddero 13 case ed altre furono lesionate.
Nell'aprile del 1702 si rinnovarono le rovine del terremoto, come nel 1688, a MIrabella, Ariano, Grottaminarda, che furono quasi interamente distrutte.
Nel principio di giugno 1720 accadde un violento sisma in Calabria, Barletta, Ascoli ecc. Più debole fu, invece, in Salerno, Cava, Avellino, Sorrento.21 La Chiesa cattedrale di Monteverde fu interamente ricostruita nel 1728 e consacrata dall'arcivescovo di Nazaret e Vescovo di Monteverde Mons. Nicolò Iorio di Napoli. La lapide attesta anche il debito di gratitudine della città di Monteverde al Papa Benedetto XIII (Pier Francesco Orsini), che fu della nobile famiglia degli Orsini di Gravina, eletto al soglio pontificio nell'anno 1724.
Il sisma del Vulture (Pz) del 29 giugno 1851, preceduto dai terremoti dei giorni 7 e 8 giugno, atterrò Melfi, situata sulle falde settentrionali del monte Vulture, che è un antico vulcano spento.22
Scrive Salvatore Pescatori: Della nostra Provincia (di Avellino) subì gravi danni Monteverde ed anche Aquilonia, mentre minori ne risentirono Accadia, Bisaccia, Lacedonia e Anzano, come praticamente ne parla il Paci. Palmieri e Scacchi riferiscono che a Monteverde, posto sopra erto colle del macigno, il tremuoto cominciò con forte rumore tra ponente e settentrione, all’uguale successe immediatamente il moto sussultorio e indi l'ondulatorio del suolo. Subirono gravi danni una cinquantina di edifizi e, secondo il Paci, anche la cattedrale e il castello; perì soltanto una madre col proprio bambino.
Una collina a nord di Monteverde, chiamata Lavagna, formata di conglomerati a grossi ciottoli, franò gravemente dal lato di oriente. I danni furono maggiori che nel 1694. I citati Palmieri-Scacchi riferiscono pure che Carbonara (Aquilonia), posta sulla marna sub-appenninica e sul conglomerato a grossi ciottoli, subì danni alquanto minori di Monteverde. Accadia che sofferse terribili danni pel tremuoto del 1456, ma che non tardò a ripigliare le sue forze e la sua popolazione, patì in questo terremoto novelle rovine ed ebbe case abbattute o cadenti o fortemente danneggiate. Bisaccia ebbe solo molte lesioni nei suoi fabbricati.23
E' da notare che Carbonara non è Aquilonia, specialmente se si osserva bene la carta geografica dipinta nel sec. XVI, nei Musei Vaticani, da Ignazio Danti. Nella Relazione del Paci si legge: Carbonara soffrì nel 1348 un orribile tremuoto, ed un secondo la rovinò ai 17 luglio del 1361. Rifatta dai suoi cittadini nel 1400, un'altra scossa non meno violenta la distrusse in parte nel 1456. Nel 1627 soffrì altro considerevole danno per altra fisica rivoluzione; nel dì 8 settembre 1694 fu quasi del tutto al suolo adeguata; e nel 14 agosto (1851) del decorso anno quella popolazione vedevasi di bel nuovo distruggere o gravemente danneggiare quegli stessi edifizi, che le tante volte, ad onta delle sofferte sciagure, era stato costante nel ricostruire.24
Il 9 aprile 1853, il terremoto colpì i centri dell’Irpinia situati nelle alte Valli del fiume Ofanto e del fiume Sele. Furono danneggiati Caposele e Teora. Crolli parziali anche di edifici avvennero a Monteverde. Vi furono 12 morti a Caposele e un morto a Calabritto, dove si produssero fenditure nel suolo e frane.25
Il sisma del 23 luglio 1930 accadde in Monteverde, con scosse (dell’ottavo grado della scala Mercalli),26 che furono distruttive soprattutto ad Aquilonia e a Lacedonia, dove il 70% delle abitazioni crollò totalmente.27
Il terremoto del 23 novembre 1980 ha avuto effetti devastanti in Basilicata, in Irpinia, nel Salernitano. Il numero ufficiale dei morti è stato di 2.914; circa 10 mila persone sono rimaste ferite. Per quanto riguarda il patrimonio edilizio, sono state distrutte 75 mila case e circa 275 mila sono state gravemente danneggiate. Secondo i dati ufficiali del governo sono stati finora spesi, per la ricostruzione, 50 mila miliardi. Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Balvano, per dire soltanto tre degli innumerevoli comuni colpiti, fanno da emblema alle immense macerie del sisma delle ore 19,35.
Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, rimane davanti alle case crollate e alle persone provate dal freddo e dalla disperazione.
L’elicottero del Papa Giovanni Paolo II atterra ad Avellino, nel Campo Coni. Di fronte c’è il Palazzo del Sole. Non c’è tempo di salutare il Pontefice. Dappertutto si piange sommessamente e si prega. Devo correre a Lioni, dove la tragedia ha provato alcuni miei parenti. Zio Salvatore Del Giudice e la moglie Rocchina Mignone non ci sono più. Neanche la famiglia di mio cugino Amato Giova si è salvata. Pareva un giorno di felicità. Si faceva il tifo, per la partita di calcio, incollati al televisore o si cenava. Ad un tratto, dice il poeta Pasquale Martiniello, si rompono radici di sogno. La tragedia è grande. L’interrogativo: Di che colore avrebbe avuto gli occhi?, posto da Nino Iorlano e Vania Palmieri, rimane senza risposta,28 come anche l’apocalittica visione delle rovine. Da dimenticare, se sarà possibile.
La chiesa di Monteverde, ubicata nella parte alta del centro storico, danneggiata dal sisma del 1980, è stata restaurata. Simbolo di fede e speranza di salvezza.
Un’inarrestabile emorragia
E’ stato massiccio l’esodo che ha caratterizzato, fin dal secolo scorso, la “Terra” di Monteverde, che è - solo per questo motivo - inospitale, ma bella. Si è trattato dall’erosione della vita del paese, d’una fuga dal mondo contadino (agevolata, nel secondo dopoguerra, dal profitto neocapitalistico), d’una vera e inarrestabile emorragia di forze lavorative. Si partiva, secondo gli economisti e i demografi, che hanno messo in evidenza le cause strutturali dell’emigrazione transoceanica, perchè era difficile vivere in condizioni economiche precarie e perchè si era spinti dalla fame e attirati dal richiamo di altri modelli di vita e di cultura.
Si sognava l’America e si sentiva il richiamo dell’altrove, della metropoli con le sue molteplici risposte alle esigenze dell’individuo, della civiltà industriale. Spinsero all’emigrazione transoceanica non solo i bisogni lavorativi e di guadagno, ma di vivere meglio dei padri, in case comode e pulite, non rovinate dai terremoti. Monteverde fu così sottoposta a uno sradicamento, a un processo di lacerazione, a un drammatico cammino. Il carico di sofferenze umane fu veramente notevole. C’è chi fece fortuna, ma la maggioranza degli emigrati visse di stenti e di umiliazioni.
L’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani ha messo in evidenza che l’emigrante si piangeva “come se fosse morto, con tutta la carica di disperazione che la morte può dare”. Partirono, dunque, gli uomini adulti, con età compresa fra 15 e 45 anni, nel pieno delle loro capacità lavorative e produttive. Inoltre se ne andarono gli appartenenti alla categoria di agricoltori, pastori, giornalieri, muratori, artigiani.
La percentuale più alta di espatri riguardò, quindi, il mondo contadino, che si diresse verso gli Stati Uniti d’America (Usa), in Canadà, nel Brasile, nell’Argentina, nel Venezuela.
Nel 1861 Monteverde contava 2.393 abitanti; dieci anni dopo (1871) ne contava 2.325 e nel censimento generale del 1891 la popolazione era scesa a 2.195 unità. Nel periodo 1861-1881 la popolazione monteverdese diminuì di 138 unità.
C’è da notare che alcuni lavoratori tornarono stagionalmente dall’America a Monteverde, per fare la raccolta, come avevano fatto, per le differenti zone climatiche, fuori dalla madrepatria.
L’esodo influì sensibilmente sulle variazioni della struttura della popolazione monteverdese, per sesso, per età, per stato civile. Si produssero effetti positivi e negativi. Maggiori furono quelli negativi. Pochi gli effetti positivi: la diminuzione della mortalità, la riduzione dell’analfabetismo, l’accumulo di risparmi attraverso le rimesse. Parecchi emigranti si sposarono pochi giorni prima di partire, per la necessità di lasciare a Monteverde una donna a cui chiedere sentimenti di amore e di fedeltà e affidare i sudati risparmi oppure la tutela degli interessi economici. Dal 1901 al 1911 si verificò una tendenza inversa: la crescita, abbastanza considerevole, della popolazione di Monteverde. Aumentò, nell’età giolittiana e prima della grande guerra, la popolazione attiva nell’agricoltura, per l’aumento dei salari agricoli e il miglioramento del tenore di vita.
All’indomani del nuovo secolo XX, Monteverde contava, precisamente nell’anno 1901, 2.702 abitanti, che salirono, dieci anni dopo, a 2.731 unità.
Il censimento generale del 1921 fece registrare, alla vigilia della Marcia su Roma, una consistente flessione del flusso emigratorio. A ridurre ancora notevolmente gli espatri concorsero sia le leggi restrittive americane, sia le disposizioni limitative dello Stato fascista di Benito Mussolini, che doveva indirizzare gli emigranti verso le aree di bonifica e verso la conquista del posto al sole.
Il fascismo intraprese la politica del bastare a se stessi (autarchia) e dell’aumento della produzione agricola (battaglia del grano); mirò anche a sviluppare i mezzi di comunicazione e l’assistenza degli Italiani all’estero. La battaglia demografica represse l’emigrazione, che fu dirottata in Africa, e l’affermazione della ragione italiana nel mondo.
Nell’anno 1927 fu creata la Direzione degli Italiani all’estero; fu costituita la Commissione per il rimpatrio; furono sollecitate sanzioni per chi agevolava l’espatrio. La legge del 9 aprile 1931 disciplinò lo sviluppo delle emigrazioni e della colonizzazione interna, specialmente delle zone di bonifica e di appoderamento. La legge del 6 luglio dello stesso anno scoraggiò l’urbanesimo e il trasferimento anagrafico dei comuni con popolazione superiore ai 25 mila abitanti e impedì le iscrizioni agli Uffici di Collocamento dei lavoratori agricoli desiderosi di abbandonare la terra, “alla quale erano adibiti”.
La conquista dell’Impero dell’Etiopia non provocò la prevista affluenza di manodopera nella colonia italiana.
Nel 1936 la popolazione di Monteverde aumentò a 2.634 abitanti, ma diminuirono i salari, che furono mantenuti a bassi livelli. Gli americani rimasti a Monteverde tentarono di reinserirsi nella comunità locale o di conquistare, come per una specie di rivalsa sociale, le posizioni di privilegio e di competitività con il ceto nobiliare. Tuttavia la caratteristica più importante della classe bracciantile monteverdese rimaneva sempre la stessa: una spaventosa, nera miseria. Dopo la caduta del fascismo e la nascita del nuovo regime, che sconfisse la monarchia, il Paese si trasformò da agricolo a industrializzato. Il Nord avanzò e il Sud decadde. Nacquero soluzioni alla questione meridionale, che non previdero l’affermarsi, oltre alla Cassa per il Mezzogiorno, del potere clientelare e corrotto, della criminalità e dell’illegalità. Le micce innescate da Guido Dorso, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci furono fatte esplodere dal potere politico, che mirò ad asservire la società civile. Paradossalmente non è più l’emigrazione a rimettere in campo la questione meridionale, ma l’ordine pubblico.
Dal 1950 al 1975 si lancia la politica dell’intervento straordinario; ci sono i grandi progetti di trasformazione; si potenziano le strutture produttive di base. Il Mezzogiorno pare un laboratorio. Non si naviga più sull’Oceano Atlantico (e non ancora in Internet), ma si emigra in Europa, nella stessa Italia (a Roma, nel triangolo industriale di Milano, Torino, Genova). L’intervento per il Mezzogiorno non mira a creare sviluppo, ma a procurare il consenso.
Nel censimento generale del 1951 (quello agricolo si fa, invece, ogni cinque anni) la popolazione di Monteverde è di 2.607 abitanti. Un decennio dopo, la popolazione monteverdese scende di 166 unità: gli abitanti, nel 1961, sono 2.441.
Lo sviluppo dell’Italia, così impetuoso da fare parlare di miracolo economico, fece diminuire gli occupati in agricoltura e fece aumentare la manodopera occupata nell’industria. Fra il 1951 e il 1961 gli addetti all’industria salirono, in Italia, dal 29,4 al 37,4% della popolazione attiva e gli addetti ai servizi passarono dal 26,7 al 32,2% del totale.
I maggiori progressi riguardarono i settori industriali più moderni: metallurgico, meccanico, chimico, mezzi di trasporto. Rimasero, inevitabilmente, molti nodi da sciogliere, mentre si susseguirono Governi di breve durata. La situazione dell’adeguamento rapido ed intenso alla domanda d’un mercato di massa e alle nuove tecnologie accentuò gli squilibri fra le industrie più efficienti e quelle più arretrate, tra l’industria nel suo complesso e l’agricoltura, con la conseguenza dell’aumento del divario tra Nord e Sud, relegato, come scrive V.Castronovo, a produzioni di tipo semiartigianale e condannato a un processo di disgregazione sociale e civile.
L’Espresso così descrive gli anni della grande crescita (1955-1980): Tra il 1959 e il 1963 tutto si rimescola e cambia. E’ il momento del grande “boom”. In cinque anni il prodotto nazionale aumenta del 38%, le nostre esportazioni nel mercato comune passano da 600 a 1.800 milioni di dollari, i salari crescono dell’80%, si moltiplicano strade e autostrade, il Paese si riempie di automobili. Nel solo 1962 sono rilasciate 531 mila nuove patenti. Tutto questo si paga. Alla fine del 1963 gli occupati nell’agricoltura sono ridotti al 25% del totale della forza lavoro: 1.380.000 contadini hanno lasciato la terra per cercare occupazione nell’industria e nei servizi; le città si gonfiano e si dilatano in sterminate periferie.
L’industria attira come un miraggio, la prospettiva di un salario fisso incanta l’eterno disoccupato e precario del Sud. Ma la grande migrazione che cambia faccia e la natura del Paese non trova, dove arriva, che la busta paga.
Si costruisce per speculazione, i prezzi dei fabbricati nuovi vanno alle stelle; e l’immigrato deve arrangiarsi come può in soffitte, baracche e sottoscala, divenendo, con la sua povera valigia di cartone, una delle presenze più drammatiche della nuova società italiana. E poi c’è l’emigrazione all’estero, la più dolorosa perchè spezza le radici che legano alla propria terra e alla propria cultura.
Nel decennio 1961-1971 gli abitanti di Monteverde scesero da 2.441 a 1.537 unità, pari a 904 abitanti in meno. Le famiglie di Monteverde, che erano 638, calarono a 480 appena. Fu un vero tracollo, a cui contribuirono i pesanti cambiamenti della società capitalistica.29
Dopo la contestazione del 1968, l’emigrazione monteverdese, negli anni Settanta, cambiò volto: ne furono protagonisti non solo braccianti ed artigiani, contadini e muratori, ma professionisti e giovani diplomati, costretti a partire per lavorare e affermarsi e per abbattere anche le illusorie promesse del Governo. Per un’inversione della tendenza naturale, sono gli uomini che vanno verso il lavoro e non questo verso la soglia di casa. Una veritiera testimonianza del cammino percorso dagli emigranti per integrarsi nel mutato tessuto urbano e sociale è costituito dalle lettere ai familiari, in cui vengono espressi problemi irrisolti e laceranti sofferenze. Sono storie dolorose che si raccontano solo nelle mura domestiche.
L’avv. Nicola Vella, nato a Monteverde il 22 ottobre 1902, autore dei libri di poesia: I canti del tormento (1923); Parentesi (1923); La barricata ideale” (1940), sindaco di Lacedonia e Consigliere Provinciale di Avellino, sostenitore del movimento artistico della Scapigliatura Meridionale, si trasferì a Napoli, ma non dimenticò affatto le memorie del passato:
Io ti ricordo: un volto illuminato
da un cuore d’oro e un’anima affettuosa
e, nel ricordo, l’anima riposa
come un antico sogno risognato!
Nel rumore assordante della città partenopea, egli rivive le voci e i momenti felici, attaccandosi di più al paesaggio sereno ed ecologico di Monteverde e alla descrizione delle peripezie dell’emigrante:
Io sono un altro: ho il cuore lacerato
dai rovi della vita, dal suo male;
ma oggi ancora, come nel passato,
amo la lotta, il sogno e l’ideale!
(Piccola fonte)
L’emigrazione della nuova generazione realizza la cosiddetta “rivoluzione silenziosa” e pacifica. L’esodo è considerato come la “valvola di sfogo” delle tensioni ribollenti nella società meridionale. L’industria italiana ha trascinato, nella sua espansione, il settore terziario, cioè quello dei servizi. Si è verificato, quindi, un altro massiccio spostamento verso questo settore, con la notevole crescita dei ceti intermedi e del peso delle nuove borghesie “manageriali”, che dirigono le attività del terziario avanzato e fanno dell’Italia un Paese prevalentemente borghese, cioè del ceto medio. L’espansione del terziario determina un insieme di fattori destabilizzanti dell’economia, quali l’abbandono dell’agricoltura e la disoccupazione urbana. Le città diventano aree di parcheggio, di lavori occasionali, di mestieri parassitari. Si verifica, ciò che è peggio, la degradazione sociale.
Nel 1994 la popolazione di Monteverde tocca il minimo storico, con 1.010 abitanti. E’ una parabola discensiva e di notevole sofferenza demografica. Il trend al ribasso, che desta allarmanti problemi sociali e amministrativi, trova spiegazione non solo nell’emigrazione, ma anche nella tendenza delle donne monteverdesi ad avere meno figli da educare e “sistemare”. La “crescita zero” non è un mistero, ma un fenomeno negativo, che proviene dalla grande modernizzazione.
Gli esperti, che si muovono tra il palazzo e la piazza,30 cercano di far passare quest’incubo dicendo che gli immigrati di colore sono una sorta di Italiani di complemento. Essi calcolano che gli extra comunitari, fra cui negri Africani, Cinesi, Polacchi, Albanesi e Curdi, daranno un apporto, con la loro integrazione, alle località minacciate di estinzione, come Monteverde, e costrette al rischio di essere cancellate dalla cartina geografica.
Ai nostri giorni il problema più grave rimane la disoccupazione. Il Governo D’Alema ha cento idee e altrettante ricette. Ce ne vorrebbero, però, mille e più di mille.
Alla data del 31 dicembre 1997 le liste dei disoccupati danno cifre allarmanti: su 59.752 disoccupati 30.674 sono donne e 29.078 sono maschi. Dei disoccupati, poi, sono 27.979 i giovani con età inferiore a 25 anni e sono 16.448 quelli con età compresa tra 25 e 29 anni. Non va dimenticato che, in Irpinia, ben 15.325 sono le persone di oltre 30 anni. Vincenzo Somma, nella Rassegna di Economia Irpina,31 avverte che affrontare e risolvere i problemi della occupazione oggi significa anche creare meno problemi ai pensionati di domani.
Nel 1995 comincia una lieve ripresa: la popolazione di Monteverde sale a 1.025 abitanti. Nel 1999 l’aumento più considerevole.
Ciò che la società di Monteverde sta compiendo è la crescita attraverso l’uso razionale delle risorse locali e un’oculata amministrazione del patrimonio comunale. Soprattutto i giovani saranno aiutati ad inserirsi nell’Europa e a lottare contro i mali cronici (una volta era la fame a costringere all’espatrio), che rallentano la modernizzazione e la realizzazione d’un modello economico, politico, sociale, ossia culturale, più vicino alle loro aspirazioni e ai loro desideri.
Note all’Appendice
1. F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’unità, Milano, Feltrinelli, 1972. pp. 343-344.
2. Ivi, p. 77.
3. S. Scarpino, La mala unità. Scene di brigantaggio nel Sud, Cosenza, Effesette, 1985, p. 16.3. S.4. E.J. Hobsbawm, I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, Torino, Einaudi, 1971, pp 49-50.
5. S. Scarpino, Op. cit. , p. 25.
6. C. Crocco, Come divenni brigante, a cura di T. Il brigantaggio post-unitario in Irpinia, in AA. VV. , L’irpinia, nella crisi dell’unificazione, a cura di A. Cogliano, G. Pedio, Manduria, Lacaita, 1964.
7. S. Scarpino, Op. cit., p. 25.
8. G. De Rosa, Storia contemporanea vol. 3°, Bergamo, Minerva Italica, 1971, pp. 145-146.
9. F. Barra, Il brigantaggio post-unitario in Irpinia, in AA. VV. , L’Irpinia nella crisi. in A. Cogliano.
dell’unificazione, a cura di A. Cogliano, Gesualdo Avellino, Quaderni Irpini, 1989, p. 115.
10. G. Bourelly, Il brigantaggio nelle zone militari di Melfi e Lacedonia dal 1860 al 1865, Napoli, Di Pasquale, 1865, pp. 75-82.
11. V. Buglione, Op. cit., p. 313.
12. M. Isnenghi (a cura), La prima guerra mondiale, Bologna, Zanichelli, 1972, p. 22.
13. - Ivi , p. 114.
14. V. Napolillo, Il trauma dell’Irpinia per la grande guerra ( Nuova metodologia storica ), Lauro ( AV), Foglia, 1974, p. 49.
15. - Ivi, p. 66.
16. A. Bascetta, Comune di Monteverde, Opinioni, Avellino, ABE, 29 settembre 1996. Egli riporta le fotografie di alcuni caduti.
17 . F. Marino, Per le mie scarpe canadesi. Memorie di prigionieri e secondo conflitto mondiale, Lioni, Altirpinia Edizioni, 1998.
18. Archivio Parrocchiale di Lioni, Libro dei Battezzati, p.48 (retro); R. Colantuono, Storia di Lioni, Lioni, Tip. Irpina, 1972, p. 73.
19. E. Capocci, Catalogo dei tremuoti avvenuti nella parte continentale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1859, p.18.
20. S. Pescatori, I terremoti dell’Irpinia, Avellino, Ferrara, 1915, pp. 14-16.
21. E. Capocci, Catalogo, p. 19.
22. S. Pescatori, Op. cit., p.22.
23. - IVI, pp. 22-23.
24. G. M. Paci, Relazione dei tremuoti di Basilicata, Napoli, 1853.
25. E. Boschi, Cataloghi dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980, Roma, Istituto Nazionale Geofisica, 1981, p.389.
26. - Ivi, p. 513.
27. - Ivi, p. 512.
28. N. Iorlando -V. Palmieri, Di che colore avrebbe avuto gli occhi?, Lioni, Ed. Altirpinia, 1996, p.130.
29. Per la conoscenza precisa del fenomeno migratorio irpino rimando agli articoli di A.Carrino, apparsi su Quaderni Irpini e su Economia Irpina, e, specialmente, al mio libro, intitolato Riflessioni sull’emigrazione irpina, Avellino, Pergola, 1973.
30. V. Napolillo, Questione meridionale. Tra il Palazzo e la Piazza, Il Nuovo Sud, a. XVIII (1998), n. 2-3, p. 2.
31. V. Somma, I disoccupati in Irpinia attraverso i dati del Collocamento, in Economia Irpina, Avellino, a. XXXV (1997), n. 3-4, p. 60.
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