50. BELLIZZI NEL 1753

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Bellizzi era un paese distaccato da Avellino

Alla fine del V° secolo, i cittadini di Abellinum iniziarono ad abbandonare le case, per le scorrerie dei barbari e ladroni e si trasferirono più ad ovest, sulla collina “La Terra”, borgo che diverrà poi, con il passare dei secoli, il capoluogo Irpino.
La città ha visto nella sua storia il passaggio di diverse civiltà. Fu centro religioso importate sin dal VII° secolo, quando le venne assegnato il ruolo di sede vescovile, cioè sede del potere religioso e di quello temporale. Per tutto il lungo periodo del medioevo Avellino era rimasta arroccata intorno alla Cattedrale sull’amena collina “La Terra”, completamente delimitata da una cortina di vecchie casupole, alcune in pietra e la maggior parte in legno, cinta da solide mura, ove si rifugiavano i contadini in caso di guerra, circondata da campi coltivati e vigneti ad un altitudine di 350 metri sul livello del mare. Ai piedi della collina si ergeva un maestoso maniero, residenza dei vecchi feudatari. Verso l’8° secolo venne conquistata dai Longobardi di Benevento. Successivamente fu dei dell’Aquila, dei de Balzo e dei Filangieri.
Con l’avvento, nel 1589, della potentissima e ricca famiglia dei nuovi feudatari, i Caracciolo, iniziò un risveglio generale ed un fervore di iniziative, dovuto all’intraprendenza della popolazione che voleva uscire dalla vecchia miseria ed alla determinazione dei Caracciolo a modernizzare e rendere più vivibile la città. Tutto ciò fu agevolato anche dall’invidiabile posizione strategica del luogo, posto ala confluenza di due fiumi, il Rio Maggiore e il Rio Cupo, dall’esistenza di tre strade che controllavano il transito per Salerno, Napoli e Benevento, dalla vicinanza di grossi centri di consumo, come Napoli capitale del Regno.
La ristrutturazione, da parte degli Angioini nel 1560, della strada Regia delle Puglie, che divenne carrozzabile, agevolò di molto il commercio ed in particolare il trasporto del grano dalle Puglie alla Dogana di Avellino. Con l’esplosione della popolazione, subito dopo la peste del 1656, la città ebbe una forte crescita commerciale. Questo portò alla creazione di un esteso tessuto industriale che aprì la città a molti commercianti locali e internazionali, che venivano per acquistare panni di lana, all’epoca molto pregiati, grano alla Dogana, all’epoca una delle più importanti del Sud, e ferro lavorato nelle molte ferriere che i Caracciolo avevano aperto. Per non bloccare la ripresa economica in atto, per dare l’avvio ad un ulteriore sviluppo era necessario uno spazio libero e pianeggiante, perché il centro antico, densamente popolato, non reggeva più ai tempi.
C’era estremo bisogno di costruire nuove industrie artigiane, ampliare le vecchie, impiantare nuove botteghe, costruire nuove e più moderne abitazioni e nuove stalle e taverne per accogliere i molti commercianti che si recavano in città per i loro affari.
A conferma di quanto sopra esposto, trascrivo un documento del Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Interni, tratto dall’Archivio di Stato di Avellino, Intendenza busta n°172, fascicolo 643.
Napoli 12 Dicembre 1835, Signore a seconda di quanto ella ha esposto col suo rapporto segnato al 7 Ottobre, il quale mi è pervenuto al 9 Novembre ultimo, l’autorizzo a disporre che il progetto approvato con ministeriale del 26 Aprile 1834, per la costruzione di 15 botteghe dinanzi al palazzo dè Tribunali di questo capoluogo (accosto al Monastero di S. Francesco) colla spesa di ducati 4.196, già riformato nel modo da lei indicato, cioè che invece delle 15 botteghe se né formino dodici, che col risparmio che si otterrà da tale riduzione, e con qualche supplemento si costruirà a basolato calcario la copertura delle botteghe medesime, e non già a selciato come era stabilito nel primitivo progetto…. Bisogna quindi portarsi prestamente ad esecuzione tanto più che si trova anche approvata la spesa… Le osservo poi che riducendosi il numero da 15 a 12, e costruendosi più condizionatamente, né dovrebbe risultare conseguentemente per ciascuno un affitto oltre ducati 50 [F.to Santangelo].
Questo spazio libero e pianeggiante fu individuato verso porta Napoli, all’altezza dell’attuale Prefettura, lungo la strada Regia, che da Napoli portava ad Avellino raggiungendo Bisceglie.
Esso originariamente era chiamato largo dell’Annunziata, perché vi era il Convento della S.S. Annunziata dei P.P. Predicatori, successivamente Largo, piazza dei Tribunali ed oggi piazza Libertà.
Fino dall’inizio dell’Ottocento esso spazio segnò i limiti dell’espansione urbanistica. Lentamente, il cuore civile ed amministrativo della città si spostò verso questa nuova zona, anche in conseguenza dei due disastrosi terremoti che si susseguirono nel 1688 e nel 1702, che danneggiarono gravemente il centro storico. Questi eventi accelerarono il progetto di rinnovamento urbanistico e di modernizzazione della città elaborato da quella illuminata e ricca dinastia che furono i Caracciolo.
Nel 1710, iniziò la costruzione della nuova e più bella residenza dei Caracciolo in Piazza Libertà, seguita subito dopo dalla costruzione, da parte dei privati, di nuove e più moderne case.
Nel 1735, nel nuovo palazzo, i Caracciolo ricevettero Carlo III° di Borbone, evento che intendeva segnare un deciso spostamento del centro direzionale della Città. Con questo iniziò l’abbandono del vecchio borgo, con i gradoni, gli angiporti ed i piccoli violetti, bianchi di polvere e di pietre che avevano resistito per secoli.
Sono stati indispensabili, per concludere questa mia breve ricerca, lo studio della pianta del Largo del 1765, ritrovata nell’Archivio di Stato di Avellino, e del Catasto Onciario del 1745 (questo sistema sostituiva quello più antico dei fuochi o tassa focatica). Il catasto si è rilevato di grande interesse per conoscere notizie autentiche ed inedite in merito alla composizione familiare, al reddito, alla professione ecc. delle famiglie residenti nella piazza (nel 1765 la popolazione di Avellino era composta da 1.052 fuochi, con una popolazione di 8.700 abitanti).
Mentre la pianta del Largo, presenta uno spaccato vivo di come era la piazza nel 1765, viene allegata in calce, si riportano di seguito gli elementi del Catasto Onciario.

2. I monumenti nella cartina di Piazza della Libertà
1) Palazzo Baronale sito e posto in detta Città nel luogo detto il Largo quale serve per uso proprio, nella parte antistante dalle rivele è detto Alloggio Baronale. quando dimora in questa Città. Possiede un basso per uso osteria sita alla Piazza detto il fosso, affittato a Nicola Baratta. Casa e bottega per uso ferriera sita alla Pontarola affittata a Giuseppe Vigilante. Una osteria per uso di tinteria sito nel luogo detto la Tinta, affittata al Magnifico Domenico Iannaccone.
2) Monistero di San Domenico dell’Ordine dei Padri Predicatori possiede una casa attaccata al medesimo monastero, un comprensorio di case al Largo, un’altra casa alle Cannelle e numerose rendite annue per un totale di 941,20 da diversi.
3) Il Venerabile Conservatorio di Monache et Educande sotto il titolo dell’Immacolata Concezione di Maria possiede un comprensorio di case alla piazza, due case allo Casale (in una abita una serva gratis), due botteghe site al Largo, due case al Conservatorio, un comprensorio al Cortile, tre botteghe alla strada della fontana, due magazzini con camera dietro la Dogana, due osterie e un sottano, oltre vari territori.
4) Il Venerabile Convento della S.S. Annunziata dei P.P. Predicatori possiede un comprensorio di case al Largo, due stanze di case per uso magazzini sotto il Convento, bassi di case alla strada delle Campane, due case alla Cupa, una casa alle tre Cannelle e una casa alle Carceri.
5) Il Venerabile Monistero di Donne Monache di clausura sotto il titolo di S. Maria del Carmine possiede casa allo Casale, una casa Palizzata alla Strada della Piazza più sottano per uso di bottega, una casa al Largo della Nunciata, tre botteghe alla strada della Piazza, due stalle alla Beneventana e dietro la Dogana, un cellaro a Rio Cupo, una casa alla Porta della Terra e vari terreni.
6) Il ferraro Adrea Saggese del fu Giacomo di anni 45, abita in casa affitto alla Strada del Largo e paga once 16. Vive con la moglie Giovanna Siniscalco di 40 anni e i figli Pasquale di 11 anni, Giacomo di 3 anni, Costantina vergine in capillis di 15 anni, (in età di matrimonio), Rosa di 12 anni, Giusepe di 8 anni e Fortunata di 6 anni.
7) Il mastro falegname Andrea Iandolo di 64 anni, abita nella casa propria e ne possiede un comprensorio al Largo, un basso affittato a Francesco Lepore, un soprano affittato, un cellaro e tre stanze affittate per totale di 157,10 once. Vive con la moglie Orsola Genovese di anni 40 e la figlia Carmina di 8 anni. Con lui anche i figli lavoranti falegname: Pietro di 23 anni, Agostino di 20 anni, Vincenzo di 4 anni, e le figlie in capillisi Petronilla e Giuseppa di 18 e 14 anni, Angiola e Carmina di 10 e 8 anni.
8) Il lavoratore di chiavettiero Antonio Falcetano, del fu Giovanni di 60, anni abita in casa affitto allo Largo e paga once 48. Vive con la moglie Vittoria Luciano di 58 anni e i figli Andrea di 30 anni lavorante di cortellaro con la moglie Atonia Tolinodi 23 anni, Domenico lavorante di chiavettiero di 22 anni e Geronimo lavorante cortellaro di 18 anni.
9) Il cardalana Carlo del Gaizo del fu Andrea di 54 anni abita in affitto à Largo e paga once 18. Vive con la moglie Angiola Battista di 60 anni, la figlia Teresa in capillis di 20 anni e il nipote cardalana Grillo di 17 anni.
10) Il bracciale Francesco Festa fu Giuseppe di 50 anni abita in casa propria al Largo e possiede alcuni terreni pagando once 91. Vive con la moglie Teresa della Bruna di 45 anni e i figli: Chiara in capillis di 15 anni, Santella di 12 anni, Domenico fratello bracciale di 35 anni sposato con Chiara di Argento di 45 anni dalla quale ha avuto: Giuseppe, Pasquale, Angiolo e Nicola di 15,13, 11, 9 anni.
11) Il cuciniere Francesco Lepore fu Carmine di 22 anni abita in casa affitto al Largo e viene tassato per un reddito di 44,20 ance. Vive con il fratello Pasquale lavorante scarparo di 20 anni, la sorella in capillis Alessandra di 18 anni e la madre Teresa Soreca di 40 anni.
12) Il professore delle leggi magnifico Francesco Antonio del Gaudio fu Nicola di 20 anni abita in casa propria al Largo, possiede casa alla strada della Ferriera, terreni e selve a lo Bosco, li Gregari e lo Bagnulo. Viene tassato su un totale di 111,20 once che dichiara. Vive con la sorella suor Maria Candida bizzoca di 34 anni, la sorella bizzoca suor Maria Scolastica di 32 anni, lo zio inabile Domenico di 70 anni, il fratello canonico Don Marco Antonio di 42 anni, la madre magnifica Teresa Laviello di 67 anni, la bizzoca domestica suor Colomba Todisco di 33 anni, i servitori Filippo Parziale di 17 anni e Alessandro Marena di 14 anni, e il garzone Catiello dè Manzi di 24 anni.
13) Il bracciale Gennaro Luciano fu Flaviano di 42 anni abita in casa d’affitto a Largo e possiede due territori e selve allo Bosco pagando once 62. Vive con la moglie Angiola Noviello di 45 anni e i figli: bracciali Francesco Antonio e Pasquale di 18 e 16 anni. Vincenzo Michele di 9 anni e Maria Rosa di 6 anni.
14) L’armigero caporale Giuseppe Troisi fu Domenico Antonio di 55 anni abita in casa di affitto a Largo e paga per 15 once. Vive con la moglie Caterina Imbimbo di 55 anni e i figli: lo scolaro Francesco Antonio di 17 anni, Domenico di 10 anni, il diacono Don Simone di 23 anni.
15) Il fabbricatore Lorenzo Visconti fu Felice di 60 anni abita in casa propria al Largo e paga per 18 once. Vive con la moglie Teresa Cesa di 50 anni e il figlio Vitantonio manipolo di 14 anni.
16) Il solapianielli Luca Todesco fu Carlo di 50 anni abita in casa d’affitto à Largo e paga 29,20 once. Vive con la moglie Antonia della Bruna di 49 anni e i figli: Carlantonio di 12 anni, Rosa e Angiola in capillis di 18 e 16. Giuseppa di 9 anni, Gelsomina di anni 3, il cognato bracciale Giacinto della Bruna di 22 anni, la suocera Angiola Pugliese di 70 anni e la zia vedova Catarina Pugliese di 65 anni.
17) Il fornaio Modestino Bellabona del fu alias di Panto di 66 anni abita in casa affitto al Largo compra e industria nocelle pagando per 59,20 once. Vive con la moglie Orsola Luciano di 66 anni, suor Agnese Luciano cognata bizzoca, Domenica di 70 anni, la nipote Rosa Santucci di 20 anni col marito Luca Cocco sartore di 29 anni con la madre Orsola Latino di 65 anni.
18) Il Passasemola Modestino Gagliardo fu Onofrio di 50 anni abita in casa affitto al Largo e paga 30 once. Vive con la moglie Dianora Galasso di 52 anni e i figli : il lavoratore semmolaro Giuseppe di 14 anni, il lavorante semmolaro Pasquale di 18 anni, Teresa e Rosa di 18 e 16 anni, Carmena di 10 anni e la madre vedova Anna Vitello di 80 anni.
19) il piperniero Nicola Guerriero fu Andrea di 45 anni abita in casa propria al Largo, venendo tassato per un reddito imponibile di 45,20 once. Vive con la moglie Teresa d’Offeria di 40 anni e i figli: pipernieri Pasquale e Michele di 20 e 18 anni, Antonio di 13 anni, Andrea di 8 anni, Modestino di 2 anni, Agnese di 15 anni, Isabella di 10 anni, Lucia di un anno. Con lui la madre di 86 anni.
20) Il mastro d’ascia Nicola Saggese fu Giacomo di 50 anni abita in casa affitto allo Largo e viene tassato per 27,20 once. Vive con la moglie Giovanni Tulimieri di 78 anni.
21) Il dottore magnifico Don Pasquale Testa di Alessandro di 32 anni abita in del fratello reverendo e possiede casa al Largo della Nunciata e numerosi moggi di territorio pagando per 83 once. Vive con il fratello reverendo Don Nicola primicenio cantore di 45 anni la madre Vittoria del Gaizo di 75 anni, la cognata vedova Antonia Carpentiero di 50 anni, il nipote Domenico Testa di 12 anni e la zia vedova Cecilia del Gaizo di 55 anni.
22) Il portarobbe Pietro Berlingiero fu Geronomo di 48 anni abita in casa affitto al Largo pagando 12 once. Vive con la moglie Rosa Luciano di 40 anni, il disabile Geronimo di 14 anni, Pasquale di 10 e Teresa di 2 anni.
23) Isabella Mascolino di 60 anni, vedova di Felice Pellecchia abita in casa affitto al Largo insieme alla nuora Mattia Peluso di 40 anni, moglie di Giuseppe Pellecchia, forgiudicato [fuori giurisdizione]. Con loro abitano i figli di Mattia: Alessio, Nicola, Rosa in capillis, Carmena e Fortunata di 13,8, 17, 10 e 5.
24) Il bracciale Gennaro Luciano fu Flaviano di 42 anni abita in casa affitto à Largo e possiede due territori e selve allo Bosco pagando 62 once. Vive con la moglie Angiola Novello di 45 anni e i figli: i bracciali Francesco Antonio e Pasquale di 18 e l6 anni. Vincenzo Michele di 9 anni e Maria Rosa di 6 anni.
25) Domenico Marica, di Serino, di 55 anni, abita in casa affitto del magnifico Martino Russo sita al Largo, insieme alla moglie Maria Iandolo di 60 anni e al figlio Donato di 28 anni sposato con Atonia Ziccardo di 29 anni.
26) Gaetano Samuele, Napoletano (cioè della città di Napoli), di 40 anni abita in casa affitto del Canonico di S. Giovanni di Dio sita al Largo. Vive con la moglie Giuditta Picaro di 35 anni e i figli: Donato,Marco e Rosa di 13,7 e 10 anni.
27) Modestino Gamberino, di Norcia, di 45 anni abita in casa affitto allo Largo con la moglie Teresa Baldassarre di 50 anni.
28) Il Fornaio Nicola Spagnolo fu Carlo di anni 54 abita in casa propria al largo venendo tassato per 48,10 once . Vive con la moglie Rosa Carpentieri di 52 anni e i figli: Lorenzo di 14 anni, Giuseppa di 19 anni,Geronima di 18 anni, e la nipote Maria Agostina di 5 anni.
29) Giuseppe Rossi di… anni, tiene in affitto al Largo, angolo strada pubblica, che si dice alla Ferriera, a Michele Baratta, una Osteria con cucina, taverna, con stanze e loggette ed altre comodità……….

Description

La piccola università comunale dei baroni Bellizzi e la contrada Alipergo

Secondo il professore Francesco Scandone, la contrada rurale, che attualmente comprende la frazione di Bellizzi, durante il Medioevo veniva chiamata “Alipergo” (o nelle varianti Ipergo, Ripergo, Alabergo).
Questo strano toponimo potrebbe derivare dalla fusione di: Albarus,Albulus= piobbo bianco + Berg = monte, colle (voce germanica), ed avere quindi il significato di “Colle di betulle”.
In realtà, i diversi documenti medioevali, che citano la località Alipergo, non consentono di identificare con certezza il sito. Probabilmente l’ipotesi dello storico irpino era basata su di un documento del 1100, nel quale si cita un territorio sito nella località “Alipergo” e confinante con la “ via pubblica Salernitana “1.
Questa via pubblica, muovendo dalla Porta Maggiore della città di Avellino, dopo aver attraversato la fondovalle del Fenestrelle e la collina di S. Tommaso, in prossimità di Aiello, si innestava sulla “Via antica Salernitana” che collegava l’Abellinum romana (civita di Atripalda) con Salerno . E’ interessante notare che uno degli ultimi documenti in cui viene citata la “Contrada Alabergo” risale al 1568 ,cioè ad un periodo in cui già si era affermato il toponimo “Bellizzi”. Il documento, comunque , lascia intendere che la “contrada” era posta ai confini tra le pertinenze dell’attuale Bellizzi e Atripalda 2.
In conclusione ci sembra ragionevole supporre che la località “Alipergo” fosse nel Medioevo una zona molto vicina all’attuale contrada Bellizzi.

Non meno “strano” è il toponimo “Bellizzi”, che , secondo gli storici del passato, era sinonimo di “luogo di piaceri, di bellezze, di diporto etc..” .
Essi ipotizzarono l’esistenza di antiche ville dove risiedeva la “nobiltà avellinese”. In realtà non esiste alcuna documentazione o testimonianza archeologica che possa fare da supporto a queste ipotesi. 3 Meno misteriosa è invece la nascita del “Casale di Bellizzi”, avvenuta a metà del secolo XVI. L’insediamento fu voluto dalla nobildonna italo-spagnola Maria de Cardona, feudataria di Avellino, per favorire lo sviluppo agricolo di quelle zone 4. Il progetto venne realizzato con l’immigrazione di 16 nuclei familiari, provenienti da Aiello, e tutti appartenenti alla famiglia “Iannaccone”.
Nella numerazione dei Fuochi del 1561, il casale di Bellizzi risultava essere di 18 fuochi (famiglie), per un totale di circa 90 persone 5

Non trascorsero molti anni dalla sua “fondazione”, che il casale venne elevato al rango di “Universitas” . Infatti già nel 1578 è documentata la “parvula Universitas” di Bellizzi. In quell’anno gli amministratori del piccolo centro rurale furono costretti ad aprire un contenzioso con il Portolano di Avellino, che pretendeva una contribuzione troppo onerosa per le modeste finanze della comunità 6.
Nel 1581, la città di Avellino con il casale “delle Bellezze”, veniva acquistato da Marino Caracciolo, a nome di sua moglie Crisostoma Carafa 7.
Agli inizi del ‘600, la “Baronia” venne concessa dal principe al conte veneziano Maiolino Bisaccioni, un personaggio di spicco della Corte dei Caracciolo: cavaliere, poeta, letterato, storico, animatore di rappresentazioni teatrali, eseguite nella suggestiva cornice del castello avellinese, ormai ristrutturato in palazzo rinascimentale.
Nel 1626, con l’assenso del principe, la “Baronia” venne venduta al magnifico Giovanni Balzarano di Sarno 8.Questa famiglia conservò la “baronia” per più di un secolo: infatti ancora nel 1740 è documentato, come barone di Bellizzi, l’illustrissimo Signor 9 Giovanni Balzarano (junior), il quale, già da tempo trasferito a Napoli, in previsione di cedere la baronia, mise in vendita cospicui beni fondiari 10. Nel corso degli anni ’40, “Bellizzi” venne ceduta all’ Ill.mo Dott. Sig. D. Giuseppe Antonio Brescia11 ed a questa famiglia rimase fino all’eversione della feudalità………

Ultimamente proliferano le fantasie sul ritrovamento delle reliquie di S.Modesto venerate ad Avellino…

§ — Il sito archeologico di Atripalda si chiamava Tritonia e non Abellinum
A dire del libello, anticamente, Avellino trasmigrò da un capo all’altro del fiume Sabato, cioè verso la collina della Terra comunale, cioé un pezzo degli abitanti restarono “dall’altra parte del fiume Sabato quando si abitò il Colle lasciando i padri presso il Tempio di Pallade dove è sita Tripalda e perciò anticamente detta Tritonia” e fece sempre parte del vescovado di Avellino. “Che detta Terra fusse parte della Città d’Avellino, oltre l’opinione comune dei paesani, quel che poco anni fa si costumava dai canonici del Vescovato di detta Città di deputare il Sacerdote in detta Terra, accoché amministrasse i sacramenti à gli uomini di essa, chiaramente ci dimostra, che nei tempi passati l’uno e l’altro fussero stati una medesima cosa, e l’uno, e l’altro popolo havuto havessero la prima origine dalla distrutta città, della quale hoggi si veggono le reliquie nel mezzo dell’una, e l’altra Terra”.
“Non solo negli antichi tempi di Romani era questa Città, assai maggiore di quel che hoggi essere vede, ma anche nei tempi a noi più vicini, cioè dopo che fu ella la seconda volta edificata, il che si scorge d’alcune antiche scritture”.
§ — Avellino medioevale prese forma nel 1209 sul feudo di Abellinum Diodato
L’antica Avellino nacque alla fine del tempo dei Normanni. Lo si evince da una bolla di papa “Celestino III sommo pontefice dell’anno 1197”, seguita da un privilegio del 1209 di papa Innocentio III. Allorquando iIl Capitano Iacopo Caracciolo fu “spedito nel Castello d’Avellino” nel 1457, si ha memoria, in quelle scritture, delle chiese ivi esistenti. Infatti “si fa mentione delle Chiese di S.Benedetto, di S.Antonio, di S.Bartolomeo, del Monastero delle monache di S.Paolo, e delle chiese di S.Giuliano, e S.Thomaso Martire, di S.Matteo, di S.Nicola, di S.Damiano, e di S.Giovanni, e delle Pieve di S.Lorenzo, e altre chiese per la maggior parte à questi tempi rovinate, e distrutte, finché à pena di loro si veggono alcuni piccioli vestigi”. Si intuisce che non v’è alcun riferimento alla Madonna di Montevergine. Cioè non vi furono chiese che ne ricordassero il culto.
§ — La liquefazione del duro Grasso di S.Lorenzo
L’antico vescovado: “più d’ogn’altra è riguardevole la Chiesa del Vescovato d’antica architettura, il cui tetto vien sostenuto da grosse colonne, che la dividono in tre nave, ove oltre al suo vescovo vi è il capitolo di canonici, & il seminario, da quali viene ella di continuo officiata”.
A dire del libello, “conservansi in questa chiesa molte reliquie, e in particolare il legno della santissima Croce di N.S. parte della spugna, e una delle spine della sua corona, il grasso di S.Lorenzo martire, che il giorno della sua festività, essendo prima duro si liquefa miracolosamente”.
§ — Le teste: S.Modestino, e SS.Flaviano e Fiorentino
Fra le reliquie primarie vi erano “la testa di S.Modestino-vescovo d’Antiochia protettore di detta Città, e di SS.Flaviano, e Fiorentino Martiri suoi compagni, poste tutte in argento, e altre, che per brevità lascio di nominare”.
Pervenuto poi il Regno e il suo dominio in potere della dinastia angioina con Carlo d’Angiò “fu da quel Re donata la Contea d’Avellino a Simone di Monforte, che ne divenne Conte VII il qual essendo morto senza heredi”.
§ — Vendita di 2 monti per erigere il Duomo (1258)
Erano trapiantate in questi anni in Avellino molti nobili e non solo i Caracciolo. Nel 1626 si faceva menzione ad “alcune famiglie principali, e nobili fra le quali di quella d’Arminio, in una scrittura fatta nell’anno 1258 si legge, che Blasi d’Arminio, e Monforte lasciò herede Costanza dell’Aquila sua moglie con peso, che dovesse vendere due montagne, che possedeva nella città d’Avellino per doverne edificare la Chiesa Cathedrale di detta città”.
§ — I Monfonti dell’armellino Conti di Avellino
Stando al libello, dalle “scritture non solo si scorge, che l’antichità di questa casa s’appresta al numero di trecentosessantanove anni, ma ancora la sua grandezza, e pietà,e quel che più importa che chiamandosi il detto Blasi, non solo Arminio, ma Monforte medesimamente, e facendo la casa d’Arminio l’Armellino per insegna, si deve credere, che ò per parentado, ò per concessione havessero havuto dalli Monforti detto cognome, e insegna”.
Questo perché “i Duchi di Bretagna ancorché dalla casa Reale di Francia, si chiamano Monforti, e portavano per armi nello loro scudo le code d’Armellino si come usarono li Monforti, che vennero in Regno, che oltre al Leone portavano un picciolo scudo con dette code per dinotare, che discendevano da detti Duchi, li quali medesimamente facevano per impresa l’Armellino, e ne fundarono un ordine militare”.
Almeno così “scrive Andrea Favia nel suo Teatro di Honore, e di Cavallaria; ma sia ò per parentado, ò per concessione necessariamente è, che detto Blasi fusse stato persona di molta stima, e conto, mentre apparentò con casa dell’Aquila; la quale Famiglia, come di sopra harem detto, prima delli Monforti medesimamente padrona della città di Avellino, e che in detta città fusse venuto con Simone di Monforte conte d’essa”.
Morto senza eredi Monforte e “ricaduta di nuovo detta Contea alla regia Corte fu da Carlo donata à Bertrando del Balzo, che ne fu Conte VIII. Raimondo di costui figliuolo dopo la morte di suo padre fu Conte VIIII d’Avellino, e hebbe due mogli, la prima fu Giovanna figlia di Giovanni Conte di Bertagna, e un’altra chiamata Stefania, dalle quali nacque Hugo X Conte à cui succedette Rinaldo del Balzo Conte XI. Elisabetta, ò vero Lisetta fu XII Contessa d’Avellino e ultima della famiglia del Balzo”.
L’Autore del libello seicentesco ricorda anche il primo periodo angioino e aragonese. “Nel tempo che il Re Carlo II era prigione del Re d’Aragona fu fatto in Avellino parlamento di prelati, e baroni del Regno, e furono in detto parlamento creati ambasciatori Riccardo di Moblas Arcivescovo d’Otranto, e Gentile di San Giorgio al Re di Francia, perché egli mandasse loro in difesa del Regno Roberto Conte d’Artois”….

Dettagli

EAN

9788872970492

ISBN

8872970490

Pagine

112

Autore

Bascetta

Editore

ABE Napoli,

ABE Torino

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Editorial Review

La Chiesa di S. M. Di Costantinopoli e il Palazzo

 

 

 

 

 

Fin dalla fondazione del casale, la “cura delle anime” era stata affidata al parroco di Aiello, il quale estendeva la propria giurisdizione anche sulla piccola comunità di Ospedale, sita nelle pertinenze di Contrada, allora casale di Forino (appartenente all’arcidiocesi di Salerno) 1212 Da una visita apostolica del 1630 (ASV, fondo “Visite Apostoliche n.132,f. 199v) , ricaviamo queste interessanti notizie :
Clero di Aiello e Bellizzi
D. Vincenzo Buonanno, Curato

Sacerdoti: D. Giovanni Criscillo-D. Giulio Urciuolo- D. Giacomo Galluccio - D. Lorenzo Galluccio - D. Ferdinando Parisi.

Diacono: Alfonso Buonanno (napoletano)

Suddiacono: Francesco di Gaeta........

Clerici: Giacomo Parisi, Giacomo Antonio Urciuoli, Modestino de Ciuccio, francesco Urciuoli, Angelillo de Ruggiero, Placido Preziosi, Blasio di Gaeta, Santo Galluccio.

Visita Pastorale:

Il giorno 17 settembre 1630 , comparve dinanzi al Visitatore apostolico il Rev. D. Vincenzo Buonanno , curato della chiesa parrocchiale di S. Maria di Aiello, di anni 25.

Per il conforto spirtuale degli abitanti del casale era stata eretta una chiesetta sotto il titolo di S. Maria di Costantinopoli. Non conosciamo l’anno esatto della sua fondazione , tuttavia riteniamo che , agli inizi del Seicento, essa doveva già esistere. Infatti nell’atto di acquisto del “baronato” da parte della famiglia Balzarano, stipulato nel 1626, troviamo questa interessante notizia:” (..) personaliter nos (il notaio) accessimus ad maiorem Ecclesiam dicti Casalis “13. Comunque, per avere una documentazione più esauriente, bisogna risalire al 1655, quando il vescovo di Avellino Monsignor Pollicini dava il suo assenso all’elezione di D. Arcangelo Iannaccone come cappellano dell’altare di S. Spirito, eretto nella chiesa di S. Maria di Costantinopoli, di Bellizzi..14

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Il casale di Bellizzi, dalla fine del ‘500 alla prima metà del ‘600, ebbe una costante crescita demografica. Dai 18 fuochi (famiglie) nel 1561 si passò a 28 nel 1595 e a 33 nel 1648. Purtroppo la peste del 1656 bloccò questa fase positiva, per cui nel 1669 venivano registrati solo 25 fuochi.
Trascorsa l’emergenza della peste, la piccola Università si ripopolava, per cui si rese sempre più necessaria la presenza di una autonoma parrocchia . Per un certo periodo di tempo venne anche assegnato alle comunità di Bellizzi ed Ospedale un sacerdote che svolgeva funzioni “parrocchiali”, ma, giuridicamente, il casale apparteneva ancora alla parrocchia di Aiello. La precarietà di questa condizione spinse gli amministratori di Bellizzi a chiedere nel 1680 il regio assenso per l’istituzione di una parrocchia autonoma. Finalmente nel 1682, il vescovo di Avellino Francesco Scannagatta “benediva” l’arcipretura curata di Bellizzi. Ad essa venivano assegnati 11 ducati “ in beneficio del parroco eligendo ...ed anco duc. 4 alli economi “ 15.
Il primo parroco fu il Reverendo D. Leonardo de Surdis di Montrone (BA), il quale, nel 1690, insieme ad altri amministratori del casale, al fine di ottenere sgravi fiscali, denunciava il grave stato di povertà in cui versava la comunità:” (...) il medesimo casale se ritrova in stato di povertà grande,et di miseria, a segno tale che porta pericolo di restare dishabitato, tanto più che molti fuochi sono estinti, et si sono assentati nella città di Benevento, et altri luochi lontani del Regno, et non si possono astringere al pagamento di pesi ordinarij et extraordinarij che deveno pagare,di modo che van (si allontanano), dovendo molta quantità d’attrasso per causa de fiscali, et li cittadini di detto Casale stanno ridotti all’ultimo delle miserie, mancando loro il necessario, et molti per la loro povertà non tengono ne meno uno saccone dove dormire, dormendono sopra le tavole et ne li pagliari”.
Molto probabilmente, comunque, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, grazie anche alla fattiva collaborazione del parroco, il casale lentamente si potette riprendere. Difatti, nel 1705, il casale avevano raggiunto le 185 unità (ca. 37 fuochi), che diedero vita anche ad una confraternita laicale sotto il titolo del “Purgatorio”.............

C'E' ANCHE UN COMPENDIO SU AVELLINO
Nel 1580 i Duchi Caracciolo a Principi: chiese
A questo punto, nel 1580, vi fu il passaggio di Avellino dall’estinta famiglia Cardona a quella atripaldese dei Caracciolo. Infatti, il Duca di Atripalda Marino Caracciolo Rosso, nonché “Conte de Galerati e della Torella, l’anno 1580 comprò dalla Camera Regia la Città di Avellino, e poscia ne divenne I Prencipe. Hebbe in moglie Crisostoma Carrafa figlia del Duca d’Andri, con la quale generò molti figli e fra gli altri. Alla fine del 1500 ed inizio del 1600, quindi, Avellino si ritrovò ad essere ubicata lungo “la strada maestra di Puglia, trenta miglia distante di Napoli in una amena valle, abbondantissima d’aque, e di nociuole”. Ad Avellino centro c’erano 5 monasteri: due monasteri erano retti dai francescani (uno dai frati di S.Francesco detti Conventuali e uno dai frati di S.Francesco detti Capuccini); un terzo monastero era dei frati Dominicani; il quarto monastero apparteneva all’Ordine di S.Agostino; il quinto monastero era chiamato San Giovanni Battista dei monaci di Montevergine, “il quale essendo prima stato principiato dal Conte Rainulfo, e finito poi edificare dal Re Ruggieri, essendo poi quasi diruto, è stato di nuovo edificato con molta pietà, e magnificenza dal Principe Camillo”. Monastero femminile carmelitano: lo stesso Principe Camillo Caracciolo aveva anche dalle “fondamenti fatto il Monastero di monache dell’Ordine del Carmine”.
Chiese antiche: inoltre le “antiche chiese di S.Paolo, e di S.Benedetto sono anche al presente in pié”.
Ospedale: “vi è anco uno spedale posseduto dalli fratelli di Gio. de Dio. Altre chiese: le Chiese di S.Maria di Costantinopoli, del Carminello, e della Trinità, officiate da preti secolari”.
§ - Camillo cambia il Castello in Parco con Casina
Camillo Principe II successore di tutti gli stati paterni, il quale divenne ancora gran Cancelliero del Regno, e cavaliero del Toson d’oro. Hebbe tre mogli, la prima, Roberta Carrafa figlia del Duca di Mataloni; la seconda, Beatrice Orsina figlia del Conte di Muro; e la terza Donna Dorotea Acquaviva d’Aragona figlia del Duca d’Atri, con le quali generò molti figli, e essendo morto in Lombardia, mentre era Capitano generale della cavalleria napoletana, e che governava tutto il regio essercito, gli successe”.
“Nell’uscita di questa città verso Puglia sta posto il suo antico Castello, che dal Principe Camillo Caracciolo, è stato abellito, e magnificato, à pie’ del quale si vede il Parco per la caccia di cervi, e altri animali, e un giardino abbondante di gran quantità d’acque fatte dal medesimo Prencipe venire per acquedotti da diverse lontane parti, ove in diverse maniere compartite si veggono formare varie fontane, che con belli, e ingegnosi artificij mandano fuori continuamente copiosissime acque non senza diletto, e meraviglia insieme di chi le mira, e vi è la seguente iscrittione nella Porta del detto giardino”:
Mulcendo per pacis Blanditias Marte
Exercendaque per ludicra Martiis Pace
Naturae, artisque ad oblectandum Certamina,
In Amplissimo hoc Viridarij Theatro
Sibi, suisque, Indigenisque, & addensi
Paravit
Martis delicum Pacis Praesidium.
Camillus Caractiolus Abellini Princeps.
§ - Marino alza mura fra 2 Porte: Puglia e Napoli
Il III Principe Marino Caracciolo figlio del II Principe Camillo e di Roberta Carrafa che “l’havea generato, il quale è terzo Prencipe d’Avellino, e medesimamente Duca della Tripalda, Marchese di Sanseverino, conte di Galeratu, e della Torella, signor dello stato di Serino e delle baronie di Capriglia e Lancusi, gran Cancelliero del Regno e cavaliero del Toson d’oro, e capitano di gente d’Arme. Il Principe Marino ebben due mogli, “la prima fu Lesa Aldobrandina, nipote, che fu di Clemente VIII sommo pontefice e sorella di Margherita Duchessa di Parma, e Piacenza, con la quale havendo generati alcuni figli morirono nella tenera età insieme con la madre. Dopo la cui morte si è casato il Principe Marino la seconda volta con Don Francesca d’Avalos d’Aragonia figlia del Marchese di Piscaria, e del Vasto, con la quale hà generato Carlo Camillo Duca della Tripalda suo primogenito”. Avellino, venne “accresciuta di nuovi edificij tanto publici, quanto privati, e in particolare la rinchiusi i Borghi di essa, facendovi magnifiche porte, l’una dalla parte, che si va in Napoli, e l’altra alla strada di Puglia, nelle quali porte sono le sequenti inscrittioni: à quella ch’è nella porta della parte di Napoli si legge.
Marinus Caracciolus
Abellini Princeps III
Explicatis latè minibus
Inclitusq; suburbijs
Urbem laxius
Cives tutius
Advenas laetius
Omnes habuit munificentius
Anno Salutis 1620
E nella Porta di Puglia.
Marinus Caracciolus Abellini Princeps III
Frugi liberalitate, Domicilia de suo sirvit
Virginibus in dotem duit
Urbem amplat Civem duplat
Cascum, & recens, Portit morisq; clatrhat
Sibi foeneranus, ac fuis
Tum Vos à posteris
Augere largitate Ditionem.
Anno Domini M.DC.XX
§ - Marino eleva 14 famiglie dal popolo: i nobili
La famiglia degli Spatafora di Avellino erano “nobili, e antichi di detta città havendo posseduto molte ricchezze, e fatti molti nobili parentadi, come Pietr’Antonio, che si casò con Covella Santomango gentildonna Salernitana, e Giovanni Geronimo suo figlio con Giulia di Narni, dal quale è nato Marco iuniore, che hoggi vive. Considerata la nobiltà di detta famiglia, e altre ragioni dette di sopra. Venne in pensiero al Prencipe Marino l’anno 1619 di volere, che di nuovo in detta città si rimettesse in piedi l’antico costume di vivere i nobili divisi dal popolo, e perciò communicatolo ad alcuni cittadini di essa ne le fu fatta instanza, la quale da esso fu poi rimessa al Dottore Andrea Matteo Cacciatore conte palatino, e cavalier aurato suo auditore generale, che sopra di ciò provedesse, furono dal detto auditore riconosciute le scritture, e provisto à dì 6 magio di detto anno, si dovesse mettersi in esecuttione detta separazione, e osservarsi l’antico solito come nelli tempi passati s’era usato, il quale decreto fu poi confirmato dal sacro regio consiglio à 3 di luglio del medesimo anno, e à 27 di detto mese furono spedite le provvigioni dal consigliero Giovanni Andrea di Giorgio commissario di detta causa, che così dovesse osservare per l’avvenire circa l’elettione dell’officiale, e magistrati di essa, e perciò dal detto anno così si cominciò di nuovo a costumare, e le famiglie nobili di detta città, e quelli che hanno esercitato l’officio di nobili dopo la divisione, sono li seguenti: Arminio, Angelis del Cavaliero Modestino, Balzerani, Felice del Dottor Geronimo, Giordani, Imbimbo del dottor Francesco, Mirabelli, Morra, Minardi, Offieri, Paulella del dottor Scipione, Riccardi, Spatafora, Vivo del dottor Nicolò...
[da Cuttrera-Bascetta, Bellizzi nel 1755, ABE 2021]
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