Description
IL CASTELLO DI BELVEDERE

escrizione sintetica del prodotto
PROLOGO la politica angioina del duecento Re Carlo I d’Angiò assegna formalmente la terra e la fortezza al cavaliere francese Simon de Beauvoir, nei documenti italianizzato in Simone de Bellovidere, sancendo il primo passaggio in assoluto dal demanio a feudo militare. Lo fa con un Diploma d’Investitura che rappresenta l’atto pro Simone de Bellovidere, pro terris suis. È il diploma con cui il Re stacca il feudo dal Demanio angioino, affidandolo a questo milite giunto nel Regno al suo seguito. Membro dell’alta burocrazia regia, egli unì strategicamente le rendite dei feudi agrari in Terra d’Otranto e Capitanata, portati in dote dalla moglie Donna Isolda de Nuceria, alla nuova donazione del feudo militare sul Tirreno calabrese concessa direttamente dal sovrano. Il testo originale andò distrutto, insieme all’intero Archivio di Stato di Napoli, durante la seconda guerra mondiale nel 1943, ma è stato fedelmente recuperato e catalogato grazie ai repertori storici e alle trascrizioni parziali superstitious. Questo passaggio è fondamentale per superare i limiti interpretativi della storiografia ottocentesca e novecentesca, Nocito incluso, e fissare i primi punti fermi della monografia: l’omonimia del toponimo “de Bellovidere” non indica due personaggi diversi, ma l’estensione del patrimonio dello stesso Beauvoir dalla Puglia fino al Tirreno, dove il feudo calabrese prese il nome proprio dal titolo nominale del titolare per via del titolo de Bellovidere, legato a un casale pugliese omonimo, di poco precedente. Incrociando i registri ricostruiti, scopriamo che Simone de Beauvoir ha ricoperto cariche istituzionali di massimo rilievo. In veste di Maestro della Regia Marescallia egli gestiva le scuderie e i cavalli da guerra del Re, una delle cariche militari più strategiche della corte. Quanto a Giustiziere della Terra di Bari, fu nominato direttamente dal sovrano come capo dell’amministrazione della giustizia e della riscossione fiscale in una delle province più ricche del Regno. All’indomani della conquista angioina, il Re concede a Simone vasti feudi strategici in Puglia, tra cui Martignano, Zollino, Sternatia, e quote a Mesagne e Brindisi. I registri d’archivio evidenziano ordini durissimi firmati da Simone per stroncare lo spopolamento dei suoi casali: emette un mandato contro i vassalli fuggiti per via delle prime incursioni, costringendo i contadini a tornare per garantire la produzione di grano destinata all’esercito: Vassallos suos… qui proprium dereliquent incolatum de casale Iullini, de casale Sancte Sternacie, de casalibus Ussani et Colomiani ac Martiniani et Sancti Salvatoris et Casali Bellovidere… Il mandato esecutivo contra Vassallos riguarderebbe sempre la Puglia, trattandosi di una azione giudiziaria di Simone de Beauvoir contro i vassalli fuggiti dai suoi casali nel Giustizierato di Capitanata. In questo scorcio di regno, emerge nei registri camerali come un feudatario rigido sia impegnato a contrastare la fuga di manodopera agraria nei suoi possedimenti salentini. L’atto sembrerebbe confermare la sua totale estraneità alla Calabria Citra, ma l’analisi delle cariche navali dimostra una differente complessità geopolitica. La nomina a capo dei tribunali pugliesi avvenne prima del grande scoppio del 1282, quando Simone viene investito della carica di Giustiziere di Terra di Bari. Un documento dell’ottobre 1275 e un regesto del gennaio 1279 ne confermano i poteri assoluti di polizia e requisizione: coordina i tribunali militari, sequestra i beni dei traditori e raccoglie i fondi d’emergenza per le fortificazioni. Simone de Bellovidere non è un milite qualunque, è l’Ammiraglio di Carlo I: durante la Guerra dei Vespri è stato uno dei massimi comandanti militari della flotta angioina. Nelle cronache e nei registri bellici emergono compiti di straordinaria importanza strategica. Dal 1277 fu a Capo della Flotta e degli Arsenali in Apulia e Abruzzo, allorquando il Re lo nomina con formula solenne:Simonis de Bellovidere mil. come provisorem et prepositum navigii et vacellorum ac Tarsianatuum Curie nostre in Apulia et Aprucio Egli assume il comando assoluto su navi, teride, galee, galeoni e sugli arsenali della Corona. L’ingresso ufficiale nella flotta come Viceammiraglio è datato 1280. Nel marzo del 1280, a ridosso delle prime avvisaglie della tempesta dei Vespri, Simone compie il salto definitivo nei ruoli della marina militare angioina. Riceve il titolo di Viceammiraglio dal fiume Tronto a Cotrone, divenendo comandante dell’intero settore Adriatico e Ionico. Un ordine del 14 marzo 1280 gli impone di requisire navi nel porto di Brindisi per imbarcare armati e scorte diplomatiche per i confini orientali del Regno. Dal 1282, nel pieno dello scoppio dei Vespri, viene indicato a Giustiziere e Provveditore ai Viveri. Simone opera come: Iustitiarii Terrae Bari. Egli gestiva i mandati d’emergenza per la raccolta delle tasse straordinarie per pagare gli stipendiati regi che combattono contro gli aragonesi. Un altro atto emette una provisio pro assignatione victualium a suo nome per l’approvvigionamento dell’esercito. Questi ritrovamenti cambiano la prospettiva, offrendo materiale straordinario: Simone non è solo un feudatario, è l’uomo che organizza la logistica d’emergenza nei primi mesi della rivolta dei Vespri. Su Isolda la Vecchia non va fatta confusione con le figure storiche omonime a causa della complessità dell’albero genealogico della famiglia Lauria. Focalizziamoci allora esclusivamente su Isolda, moglie di Simone de Bellovidere. Estraendo e analizzando minuziosamente tutti i dati e le pergamene che la riguardano direttamente tra i registri della Cancelleria Angioina, emerge una figura di un’importance straordinaria, poiché rappresenta il tassello mancante per risolvere l’intricato enigma delle origini del controllo feudale a Belvedere Marittimo. Dalla ricostruzione analitica e cronologica dei documenti d’archivio interamente incentrati su di lei, spunta il documento del 1271–1272, del Casale di Zollino. È un mandato regio emesso a favore di Isolda, uxore Simonis de Bellovidere militis, domina casalis Zurlini. Questo atto dimostra che Isolda era sposata con il milite Simone de Bellovidere già nei primissimi anni della dominazione angioina. Il sovrano le riconosce la signorìa e il possesso sul casale salentino di Zollino, che rientrava proprio in quel blocco geografico pugliese citato nel primissimo atto. Ma il documento più antico svela finalmente le origini familiari di Isolda, dimostrando che il cognome de Luerio era una deformazione notarile. L’8 Settembre 1270 c’è l’assegnazione della dote a Isolde, filie Henrici de Nuceria, uxori Simonis de Bellovidere mil., assecuratio vassallorum casalis Zullini. Isolda è la figlia del nobile Enrico de Nuceria. Carlo I d’Angiò assicura ai vassalli del casale di Zollino in Terra d’Otranto che la loro signora feudale è Isolda, la quale ha ricevuto quel feudo come dote per il matrimonio con il milite Simone de Bellovidere. Simone non entra nel conflitto della Guerra dei Vespri come un barone di provincia, ma come un fidato ufficiale della cerchia di Carlo I d’Angiò, incaricato di gestire la militarizzazione del Regno prima e durante lo scoppio dei Vespri nel 1282. Gli viene infatti affidato il controllo dei territori d’imbarco. Carlo I d’Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX, fu il fondatore della dinastia angioina nel Sud Italia dopo aver sconfitto gli Svevi a Benevento nel 1266 e Tagliacozzo nel 1268. Sovrano dall’accentrato piglio burocratico, impose nel Regno un rigido controllo militare costiero, delegando la difesa fisica dei territori alle popolazioni locali attraverso lo strumento della coercizione regia. I fatti reali di Bellovedere, quindi, partono dal 12 Giugno del 1275, con la risposta alla Supplica contro i Pirati, per mezzo di una lettera ufficiale di Carlo I d’Angiò al Giustiziere di Calabria Citra. Il Re accoglie la denuncia dei cittadini e impone l’obbligo di costringere la popolazione locale a turni di guardia diurni e notturni sulle spiagge contro i pirati.La citazione di questo primo documento assoluto attesta l’esistenza giuridica del feudo nell’assetto amministrativo della Calabria Citra dopo la caduta degli Svevi. La transizione della terra di Belvedere Marittimo ai Sangineto dimostra la successiva continuità del possesso in territorio calabrese, con un’ordinanza regia a favore del milite Ruggero, Signore di Sangineto e di Belvedere. Con essa si comanda il rientro forzato sotto pena di confisca di tutti i vassalli e coloni del precedente signore che avevano abbandonato le terre e le fortificazioni del feudo senza il consenso del barone.Si tratta dell’ordinanza di coercizione feudale emessa tra il 1276 e il 1277, recante il titolo di Mandatum pro Ruggerio de Sangineto, milite, domino Bellivedere Il giustiziere di Calabria Citra, su esplicito ordine del sovrano angioino, emette un’ordinanza coatta a favore del milite Ruggero di Sangineto. È l’atto con cui si comanda il rientro immediato e forzato, sotto pena di confisca dei beni e arresto, di tutti i vassalli, coloni e artigiani che si erano illegalmente allontanati dalle terre del feudo e dalle pertinenze della fortezza di Belvedere senza il preventivo consenso del loro signore. È l’ordine feudale di costringere con la forza i vassalli fuggiti, spaventati dai pirati e dai turni di guardia, a rientrare nel borgo. Stavolta lo fa Ruggero di Sangineto, per non lasciare il castello indifeso, e rappresenta il primo atto certo di Belvedere Marittimo. Ruggero I di Sangineto, detto il Vecchio, è considerato il capostipite del ramo calabrese della potente famiglia di origine normanna dei Sangineto. Milite fidato della Corona angioina, sfruttò la sua influenza a corte per farsi confermare la signoria strategica sull’alto Tirreno cosentino. Emerge in questo atto come un barone pragmatico, deciso a preservare la forza lavoro e le guarnigioni difensive del suo borgo tirrenico. Il documento è di eccezionale importanza per due ragioni: attesta che già nel 1276, quindi ben prima dell’assedio del 1289, la potente famiglia Sangineto aveva preso il controllo dell’intera baronia; rivela la forte crisi demografica e il tentativo di spopolamento del borgo medievale causato dalle continue tensioni militari sulla costa tirrenica, obbligando il feudatario a richiedere l’intervento della forza regia per mantenere attiva la forza lavoro e la guardia al castello. Segue la cronaca dell’assedio del giugno 1289, estratta dalle narrazioni d’armi e dai registri d’arruolamento angioini, che documenta lo sbarco dell’armata siculo-aragonese guidata da Giacomo d’Aragona. Essa descrive l’assedio del castello e l’espediente del re aragonese di legare i figli di Ruggero di Sangineto alle macchine d’assedio per costringerlo alla resa. L’atto di resistenza del Sangineto è registrato come fatto d’arme straordinario della guerra dei Vespri. Altri riscontri sono estratti direttamente dalle fonti storiche e dai registri bellici della Guerra dei Vespri Siciliani, compresa tra il 1282 e il 1302, dove le figure di Simone de Bellovidere, Isolda e i membri della famiglia de Guinis emergono non come semplici spettatori, ma come protagonisti militari, logistici e diplomatici di primissimo piano del conflitto angioino-aragonese. Nelle cronache d’archivio della guerra, Simone de Bellovidere opera fianco a fianco con i massimi ufficiali per arginare la flotta siculo-aragonese. Durante i mesi più duri successivi allo scoppio dei Vespri, Simone riceve mandati regi di massima gravità per l’arruolamento di contingenti armati, la fortificazione dei presidi marittimi e la confisca dei beni dei traditori passati alla fazione aragonese. Il suo nome compare regolarmente tra i cavalieri di fiducia a cui il Vicario Carlo lo Zoppo affida la tenuta logistica delle province costiere. Simone resterà al suo fianco fino alla fine nella veste di Viceammiraglio del Regno, vero e proprio vertice logistico della Guerra del Vespro, in cui il suo castello entrerà a pieno titolo nella difesa della Calabria Citra. La famiglia de Guinis controlla la Valle del Crati e il reclutamento militare in Calabria, intrecciando persino i propri capitali con i protagonisti assoluti della rivolta. Il leggendario Giovanni da Procida, mente ideologica e preparatore supremo dei Vespri Siciliani, nonostante si trovasse in Aragona ed esercitasse il ruolo di Cancelliere della corona aragonese, riceve un prestito massiccio di ben 160 once d’oro proprio dal barone Maino de Guinis. Questo dimostra che la famiglia de Guinis si muoveva ai vertici dell’alta finanza militare e delle transazioni riservate tra le due fazioni in guerra.Mentre i mariti combattono o finanziano le campagne militari, Isolda gestisce la resistenza e i possedimenti feudali. I suoi feudi in Terra d’Otranto, come Zollino, e le sue quote su Mesagne diventano snodi strategici. Le cronache dei Vespri riportano continue tensioni per il foraggiamento delle truppe francesi di passaggio; Isolda si conferma una figura femminile di straordinaria fermezza, capace di navigare attraverso i matrimoni con due dei più influenti signori della guerra del periodo angioino. Ella è costretta a difendere legalmente e militarmente i propri confini feudali dalle requisizioni coatte imposte dai capitani d’arme del Re, arrivando a citare in giudizio alti ufficiali del fronte direttamente davanti alla Curia regia. Solo in epoca aragonese si aprirà poi il cantiere militare e assisteremo allo sventramento del borgo dal 1488 al 1494, attraverso gli atti ufficiali della transizione dai Sanseverino al controllo diretto della Corona di Napoli dopo la seconda congiura dei baroni. E solo in seguito vedremo poi la trascrizione del Manoscritto Petrellis del 15 luglio 1631. Per comprendere come questi documenti venessero letti nel XVII secolo, prima delle alterazioni moderne, la fonte manoscritta di riferimento è infatti Giuseppe Petrellis, il quale, avendo consultato i privilegi d’archivio ancora intatti, sulla transizione aragonese del 1490-1492, annota testualmente che il Re Ferrante, havendo cacciato i Sanseverini per la ribellione della Congiura, ordinò che la terra di Belvedere ridotta fosse a Regio Demanio. Ma per assicurare la marina dalle fuste dei Turchi e dalle bombarde nuove, comandò che il castello vecchio fusse in toto rifatto e ingrandito con torri tonde e scarpate, e con un gran fosso tagliato nella pietra; la quale opera fu compita a spese però de’ cittadini, che patirono ruina di molte case appresso le mura e pagaron tre tarì per fuoco, oltre le fatiche delle loro mani senza ricevere mercede. Ma questa è un’altra storia.








Recensioni
Non ci sono ancora recensioni.
Only logged in customers who have purchased this product may leave a review.