47. DIARI DI NAPOLI, IL MANOSCRITTO DI ANTONINO CASTALDO (1552-1553) ISBN 9788872976562

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CASTALDO, 4^ parte dei Diari

47. DIARI DI NAPOLI, IL MANOSCRITTO DI ANTONINO CASTALDO (1552-1553) ISBN 9788872976562

INTRODUZIONE
LA QUARTA PARTE DI ANTONINO CASTALDO
L’AMICIZIA TRA IL GRAN TURCO E IL PRINCIPE

Il testo dell’Historia del notaio CASTALDO, da noi trascritto
per intero da testo manoscritto e non a stampa, si chiude
con questo quarto ‘libro’ dell’Autore. La miniera di dati in
volgare racchiusa nel «De Progressi, et successi nella Città,
e Regno di Napoli» (l’Historia) — ci porta alla fuga del
Principe di Salerno in Francia dopo l’attentato e alla morte
della Principessa.¹
E’ l’ultima parte delle Historie, trascritte tra volgare e
spagnolo, consultando esclusivamente le copie conservate
presso la BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI (BNN) e la
BIBLIOTECA NACIONAL DE ESPAÑA a Madrid (BNE), che in
genere indichiamo come opera del copista «D».²
L’autore, ANTONINO CASTALDO, si cita in prima persona in
più di un’occasione all’interno del testo, che fu poi riscritto
con varianti e aggiunte da decine di trascrittori e amatori
della storia patria, come egli stesso fece con i suoi
predecessori.
Tra tutti, come abbiamo visto in altri lavori dei Diari,
spicca la testimonianza d’eccezione del successivo cronista
FRANCESCO ZAZZERA (1574-1626), trascritto per volontà
dell’artista DOMENICO GARGIULO, detto «MICCO SPATARO»,³ il
grande paesaggista barocco. Testimone di eruzioni e
rivolte, GARGIULO si faceva qui realista contemporaneo,
materializzando storie e personaggi della memoria
ANTONINO CASTALDO
6
popolare.4
Così i copisti «A» e «B», e specialmente l’ANONIMO
trascrittore, che appare come l’unico appartenente a un
periodo leggermente precedente a tutti gli altri, e quindi
più vicino ai fatti; per tale ragione, lo abbiamo inserito nei
medesimi volumi dei nostri Diari, risultando anteriore allo
stesso Castaldo.5
Prosegue insomma il confronto anno per anno, come di
prassi nella nostra collana (a volte mese per mese), su
questi diari napoletani e beneventani dell’era moderna,
ovvero, le cronache, le storie.
Questo nuovo volume, ossia la IV parte che segue la
rivolta contro l’Inquisizione del 1547, il sequestro del
Principe e la resa del Popolo tra 1548-1551, è dedicato agli
anni 1552-1553, descritti dal CASTALDO e tratti dal quarto
libro originale, ricopiato dal copista «D», intitolato Historia
del Regno di Napoli (BNN), confrontandola con la versione
della BIBLIOTECA NACIONAL DE ESPAÑA, libro rarissimo, mss.
cartaceo n. 2986, pagg. 1-141, dal titolo «Progressi, et
ingresso dell’Imperatore Carlo quinto, nel Regno, e Città
di Napoli, a’ tempo del Governo di Don Pietro di Toledo,
all’hora suo luogotenente, e’ Viceré in essi; con la Rebellione
del Principe di Salerno, di Notare Antonino Castaldo divisi
in quattro libri».6
Da qui hanno avuto origine i nostri Diari, la cui
datazione va quindi anteposta a quella dei copisti già
analizzati, come sostenuto dallo stesso CASTALDO.7
L’Historia del CASTALDO stavolta non viene confrontata
con il MICCIO, trascritto da FRANCESCO PALERMO, perché già
sintetizzato nella parte precedente.8
Fatto è che basta la cronaca del CASTALDO, oggetto di
studio, a raccontare di come il Principe venga incastrato
dal Viceré per sottrazione di danaro non versato alla
Corona e scappa in Francia via Venezia.9
7
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
Potrà il lettore, a sua volta, confrontarla con altri cronisti
editati nelle nostre collane nei Diari e nelle cronache sui
Viceré di Napoli, come per i volumi precedenti.10
CASTALDO in sostanza svela come i grandi mutamenti
geopolitici dell’epoca non fossero determinati da alti ideali
di Stato, bensì dall’intreccio distruttivo di passioni private,
vendette orchestrate nei corridoi del potere, torture
giudiziarie e confische patrimoniali guidate dal rancore
personale dei governanti.11
Questa IV e ultima parte del testo, ha inizio con la fuga
da Napoli di Ferrante Sanseverino, dettata da sdegno e
impulsività, generò forti sospetti. Trovò rifugio a Venezia,
che lo onorò come “gentiluomo della cabra” concedendogli
una scorta armata. Durante il viaggio, a Pesaro, il
Cardinale Farnese lo dissuase dal recarsi subito a corte,
citando il cattivo trattamento subito da suo fratello Ottavio
dall’Imperatore. Il Principe si diresse comunque a Padova,
dove si fermò per curare una ferita aggravata dal viaggio
a cavallo.
Carlo V gli inviò da Innsbruck un ordine perentorio (23
febbraio 1552) per presentarsi entro quindici giorni senza
repliche. Temendo per la sua vita a causa dei processi
istruiti a Napoli dal Viceré Don Pietro di Toledo, il Principe
inviò a corte il dottor Tommaso Pagano con una lettera di
scuse. Pagano spiegò a Carlo V che il Principe era fermo
per cure mediche e temeva i complotti contro la sua fama.
L’Imperatore rispose rigidamente che il Principe doveva
obbedire al suo Re; quando Pagano chiese se potesse venire
sicuro sulla parola imperiale, Carlo V si alterò rifiutando
di impegnarsi e congedò il medico. All’udienza assistettero
il Marchese di Vico (lì per questioni di successione legate
al primogenito Galeazzo, diseredato perché calvinista) e il
dottor Becciano. Quella sera il Monsignore de Aras (futuro
Cardinale di Granvelle) calmò l’Imperatore e cercò Pagano
ANTONINO CASTALDO
8
per offrirgli una revisione clemente dei processi, ma il
medico era già partito per dire al Principe di non
presentarsi. Ritenendosi spacciato, il Sanseverino dichiarò
in un parlamento pubblico a Venezia di rinunciare
all’omaggio e allo stato, nonostante le dure repliche
dell’ambasciatore imperiale. Si alleò quindi con Enrico II
di Francia, che lo nominò Generale dell’Impresa del Regno
di Napoli con 20.000 scudi annui e il governo di due terre.
A Napoli, la notizia della ribellione (marzo 1552)
addolorò il popolo che lo amava e scatenò gli scherni dei
seguaci del Viceré. Temendo l’arrivo della flotta turcofrancese,
il Viceré affidò la difesa ai baroni ma spiò i
cittadini; fece torturare con la corda il sessantenne
Francesco Giacchetta, addetto alla calce, sospettato di voler
consegnare una porta della città al Principe, ma l’anziano
resistette senza confessare.
Nell’aprile 1552, il Consiglio Collaterale (presenti il
Principe di Bisignano e il Duca d’Amalfi, ma assente il
Viceré per neutralità facciata) condannò a morte in
contumacia il Principe di Salerno, privandolo di stati e
onori. Poco dopo, Perseo di Ruggiero fu decapitato al
Mercato per l’attentato ad archibugio contro il Principe; i
confratelli gli vietarono di parlare al popolo prima
dell’esecuzione, mentre il fratello Tommaso fu liberato. Il
18 luglio l’armata turca di 200 navi si ancorò a Procida
diffondendo il panico. Fino al 10 agosto, le galee ottomane
scaramucciarono a Posillipo con quelle genovesi, attirando
folle di civili curiosi sui colli di Posillipo e San Martino; i
turchi chiesero invano notizie del Principe ai napoletani
in fuga.
Il 10 agosto la flotta salpò improvvisamente: il popolo
attribuì il merito a Cesare Mormile, che travestito si
sarebbe accordato col Viceré pagando ai turchi 20.000
ducati a nome della Francia (causando il crollo del Banco
9
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
Ravaschiero). L’autore smentisce la cifra spiegando che
Mormile, ex capo dei fuoriusciti in Francia spodestato
dall’arrivo del Principe, era sdegnato col Re francese per
stipendi arretrati e privilegi negati. Tornando in Italia,
Mormile incrociò il Principe diretto in Francia,
rifiutandone gli aiuti e portando con sé il fratello
Ottaviano. A Roma, Mormile fu corrotto dagli imperiali
(Cardinale Mendoza) ottenendo indulti e tutele da Carlo
V e dal Viceré; la flotta turca si ritirò in realtà per l’autunno
imminente e la mancanza di notizie dal Principe.
Sanseverino, giunto in ritardo a Terracina con 18
galere, inseguì i turchi fino in Provenza; il Bassà rifiutò di
voltarsi senza ordini del Sultano e lo condusse a
Costantinopoli. Dopo una sosta nell’isola di Scio per via
del mal di mare, il Principe fu ricevuto con onori da
Solimano il Magnifico e dal Gran Visir Rustem Bassà
(testimone il capitano genovese Axaretto).
Il Principe rifiutò generosamente di prendere il Regno
per sé, agendo solo per la Francia, ma perse presto la stima
dei turchi cedendo a tresche amorose e vanità, restando
senza flotta e tornando da Re Enrico.
A Napoli scattò la repressione del Viceré tramite torture:
Don Cesare Carrafa confessò e fu esiliato alla Goletta;
Giacomo Antonio Grisone resistette alla corda e fu liberato;
Muzio Capece confessò accuse stravaganti coinvolgendo
il fratello abate Giovan Francesco, il quale fu rinchiuso a
Castel dell’Ovo ma resistette a due torture venendo
scagionato.
Diomede Carrafa fu sospeso per non essersi presentato
a Napoli durante i tumulti (era bloccato a Capua per la
morte del fratello), per via di vecchi rancori del Viceré legati
alla Viceregina Spinelli, ma Carlo V lo reintegrò
totalmente.
Nel clima di terrore, il notaio popolarista Della Valle fu
ANTONINO CASTALDO
10
ucciso a coltellate agli Incurabili per aver indagato sui
fondi del Popolo regalati alla Viceregina, e la Vicaria
insabbiò il caso. L’avvocato Pisanello, oppositore del Viceré,
fu ferito da un cavaliere spagnolo gerosolimitano
(consegnato ai superiori senza pena); dal carcere, Pisanello
continuò a beffare il Viceré e la spia spagnola Ciccio con
motti satirici.
Al termine dei tumulti, il Viceré governava ubbidito per
terrore ma odiato a morte. Giovan Battista Spinello, Duca
di Castrovillari, e Troiano Spinello, Marchese di Misurata,
protestarono con Carlo V perché la loro sorella vedova,
Donna Vincenza Spinelli, conviveva da anni col Viceré Don
Pietro di Toledo come concubina.
L’Imperatore rivelò che il Viceré lo aveva informato da
tempo del loro matrimonio legittimo e mostrò le lettere in
cui gli ordinava di celebrare pubblicamente le nozze a
Napoli. Don Pietro eseguì l’ordine sanando l’onore della
famiglia, ma la festa fu fredda a causa dell’odio della città
verso il Viceré. Poco dopo, Siena si ribellò al governatore
spagnolo Mendoza chiedendo aiuto alla Francia; il Duca
di Firenze, temendo i francesi ai confini, spinse l’Impero
alla reazione.
Carlo V ordinò a Don Pietro di lasciare Napoli per
guidare la riconquista di Siena, inviando l’ammiraglio
Andrea Doria a prelevarlo via mare a Livorno.
Il Viceré inventò scuse legate all’età e alle tempeste
invernali per non perdere il controllo di Napoli, ma Doria
spostò le galere a Piombino ponendogli un ultimatum. Di
fronte agli ordini inflessibili di Carlo V, il Viceré fu costretto
a cedere.
Ha così termine il «De Progressi, et successi nella Città,
e Regno di Napoli», meglio conosciuto come l’Historia.
SABATO CUTTRERA
11
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
PREMESSA STORICA
IL NOTAIO VERA VOCE FUORI DAL CORO
L’UNICO CONFRONTO POSSIBILE È CON ROSEO
La storiografia del biennio 1552-1553 nel Regno di
Napoli trova il suo snodo critico nel passaggio tra la
narrazione di ANTONINO CASTALDO e quella di TOMMASO
COSTO, che intervenne successivamente per tradurre,
ampliare e continuare la cronaca storica di MAMBRINO
ROSEO, portandola più avanti nel Cinquecento.
Questo rapporto letterario e ideologico si inserisce
direttamente nelle dinamiche dell’editoria storica del
XVI secolo, in particolare nella diffusione e nel
completamento del celebre Compendio dell’Istoria del
Regno di Napoli.
L’opera, originariamente scritta da PANDOLFO
COLLENUCCIO per narrare la storia napoletana dalle
origini fino alla fine del XV secolo, divenne un cantiere
storiografico in continua evoluzione.
Successivamente, MAMBRINO ROSEO intervenne per
tradurre, ampliare e continuare la cronaca portandola
più avanti nel Cinquecento. In ultima analisi, TOMMASO
COSTO riprese in mano l’intero testo comprensivo delle
aggiunte di ROSEO, lo rielaborò, vi inserì ulteriori note
(come il settimo libro del PACCA) e lo arricchì con una
propria “Giunta” per aggiornare la storia del Regno
fino agli anni ’80 del Cinquecento.
ANTONINO CASTALDO
12
In questo contesto di riscrittura istituzionale,
CASTALDO rappresenta la vera voce fuori dal coro.
L’unico confronto testuale e ideologico possibile per
decifrare la manipolazione dei fatti del biennio 1552-
1553 è proprio quello tra la cronaca manoscritta di
CASTALDO e la successiva operazione editoriale firmata
ROSEO-COSTO.
I cronisti non si limitano a registrare gli eventi, ma
si scontrano sulla natura stessa delle motivazioni
umane e politiche che guidarono la caduta del Principe
di Salerno e l’epilogo del governo di Don Pietro di
Toledo. La “vulgata” del Compendio curata e chiosata
da COSTO alla fine del XVI secolo offre una prospettiva
capovolta rispetto alla cruda cronaca d’opposizione
del notaio ANTONINO CASTALDO.
Laddove il manoscritto di CASTALDO svela i
retroscena dei corridoi del potere, mettendo a nudo
l’odio dei napoletani e l’illegalità delle torture inflitte
dal Viceré Don Pietro di Toledo, la redazione finale di
COSTO normalizza i fatti.
Essa inquadra la crisi sotto la lente della legittimità
sovrana e del tradimento dello Stato, epurando il testo
di ROSEO e le fonti cittadine per piegarle alle esigenze
della storiografia ufficiale filospagnola.
Il Principe di Salerno e la Lettera di Carlo VIl
confronto analitico basato sulle note e sulle
integrazioni storiche di TOMMASO COSTO evidenzia
divergenze sostanziali su nuclei narrativi ed etici, fin
dalla legittimità della fuga del Principe con la lettera
di ‘diffida’ di Carlo V.
ANTONINO CASTALDO difende la memoria del Principe
di Salerno, descrivendolo come un feudatario amato
da tutti e incastrato dal Viceré per sottrazione di
13
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
denaro. Egli riporta integralmente la missiva
perentoria inviata dall’Imperatore da Innsbruck il 23
febbraio 1552, mostrando l’intransigenza regale nel
negare una garanzia di salvacondotto (“Sobre de mi
palabra? No digo esto yo”).
La ribellione è giustificata dalla disperazione del
Principe di fronte a processi palesemente truccati a
Napoli dal Viceré.
Al contrario, nella struttura del Compendio
definitiva, TOMMASO COSTO ribalta l’asse della colpa. Il
richiamo di Carlo V viene presentato come un atto
formale e legittimo a cui un buon vassallo avrebbe
dovuto obbedire ciecamente. La scelta del Sanseverino
di capitolare e negoziare condizioni con l’Imperatore
attraverso il medico Pagano viene letta come una
manifestazione di superbia intollerabile.
Per COSTO, la rinuncia pubblica all’omaggio feudale
avvenuta a Venezia e il passaggio formale al re di
Francia per 20.000 scudi annui costituiscono un
imperdonabile atto di fellonia.
La divergenza si fa profonda nella ricostruzione
delle manovre finanziarie e militari. Quando COSTO
ricostruisce con minuzia il caso di Cesare Mormile,
spiega come questi si trovasse in Francia, scalzato
dal Principe nelle grazie del re Enrico II. Deluso dai
francesi per le mancate rimesse, Mormile scese a
Roma dove accettò la corruzione degli imperiali
(tramite il cardinale Mendoza) in cambio di indulti,
ottenendo il riscatto da pagare dalle casse del Banco
Ravaschiero e provocandone il conseguente
fallimento. Attraverso questa precisa narrazione,
COSTO dimostra che la mossa ottomana non fu dovuta
solo al maltempo autunnale e al ritardo del Principe.
ANTONINO CASTALDO
14
La figura di Cesare Mormile nelle aggiunte di COSTO
assume i contorni di un risolutore strategico per conto
dell’Impero, capace di neutralizzare la minaccia navale
di Solimano il Magnifico. Di conseguenza, il collasso
del Banco Ravaschiero, pur registrato storicamente,
viene archiviato da Costo all’interno dei sacrifici
economici necessari a tutelare la sicurezza pubblica
del vicereame dalle scorrerie dei saraceni.
Un’ulteriore frattura insanabile appare sulla
repressione a Napoli e sulla moralità di Don Pietro di
Toledo. ANTONINO CASTALDO fornisce un resoconto
drammatico del regime di terrore poliziesco instaurato
a Napoli. Il notaio denuncia esplicitamente
l’insabbiamento del brutale assassinio del notaio
popolarista Della Valle, accoltellato per aver scoperto
che il denaro del popolo veniva regalato alla Viceregina
Spinelli.
Egli svela inoltre come il matrimonio pubblico tra
il Viceré e la Spinelli fosse stato imposto a forza da
Carlo V per placare lo scandalo sollevato dai fratelli
di lei (il duca di Castrovillari e il marchese di Misurata),
e conclude scrivendo che il Viceré governava “ubidito
da tutti, ma all’intrinseco da ogn’uno odiato a morte”.
Inserendosi nella tradizione editoriale del
Compendio, TOMMASO COSTO agisce invece per ripulire
la condotta della nobiltà fedele e la memoria
istituzionale del governo imperiale. Le torture sui
cavalieri Carafa, Grisone e Capece vengono ridotte
ad atti spiacevoli ma ordinari, nonché strettamente
necessari per sradicare la congiura filofrancese. La
celebrazione delle nozze tra Don Pietro di Toledo e
Vincenza Spinelli viene descritta come la sanatoria
formale di un legame già legittimo, offuscando la
15
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
freddezza della città e i risvolti opachi legati alle
indagini sui fondi popolari distratti.
Mentre CASTALDO scrive dall’interno della ferita
napoletana, registrando le voci della piazza e i motti
satirici dei carcerati come l’avvocato Pisanello,
TOMMASO COSTO riordina la materia a posteriori come
storiografo ufficiale, epurando la cronaca cittadina per
trasformarla in una coerente e legittima narrazione
dello Stato.
Questo focus dettagliato spiega le ragioni e le
dinamiche che spinsero il Principe di Salerno,
Ferrante Sanseverino, a stringere la sua clamorosa
alleanza con il Sultano Solimano il Magnifico.
La fuga di Ferrante Sanseverino a Costantinopoli
non fu un atto improvviso, ma il culmine di uno scontro
politico e personale logorante con il viceré di Napoli,
Don Pietro di Toledo. Il Principe di Salerno era uno
dei feudatari più potenti, ricchi e amati del Regno,
un leader naturale per la nobiltà locale e per il popolo.
Questa sua enorme influenza e le sue posizioni
contrarie all’introduzione dell’Inquisizione spagnola a
Napoli (nel 1547) lo resero il bersaglio principale del
viceré.Toledo orchestrò una sistematica opera di
isolamento economico e politico ai danni del Principe.
Attraverso accuse di peculato, debiti forzati e manovre
finanziarie (che portarono tra l’altro al collasso di
strutture di credito come il Banco Ravaschiero), il
viceré strinse Sanseverino in una morsa.
Il Principe tentò ripetutamente di appellarsi
direttamente all’imperatore Carlo V per dimostrare
la propria fedeltà e chiedere protezione dagli abusi
del viceré, ma la corte imperiale, influenzata dai
ANTONINO CASTALDO
16
rapporti di Toledo, gli girò definitivamente le spalle.
Sentendosi con le spalle al muro, privato dei suoi
stati, dei suoi beni e con la vita stessa in pericolo,
Sanseverino compì una scelta geopolitica estrema:
passare dalla parte dell’arcinemico della cristianità.
Nel 1552 lasciò l’Italia e si recò direttamente nel
cuore dell’Impero Ottomano, a Costantinopoli, per
chiedere udienza a Solimano.
Invece di presentarsi come un semplice supplice, il
Principe si propose come un partner strategico
fondamentale. Sfruttò la sua profonda conoscenza
delle debolezze difensive del Regno di Napoli e il suo
enorme seguito popolare per convincere il Sultano
che un attacco ottomano, combinato con una rivolta
interna dei baroni e del popolo napoletano a lui fedele,
avrebbe potuto strappare l’intero Sud Italia dalle mani
della Spagna.
L’EDITORE

Description

MAMMA LI TURCHI A MASSA, SORRENTO, CETARA E… «HISTORIA»

Libro 44 (1552 – 1553)

INDICE DEI LUOGHI
La geografia della cronaca non è casuale: si divide
in centri di comando imperiale, territori di rifugio e
una fitta micro-topografia urbana che riflette le
tensioni della Napoli dell’epoca (pp. 7, 14).
INNSBRUCK (HYSPRUCH)
È la sede temporanea della corte imperiale (pp. 7,
18). Rappresenta il vertice del potere da cui Carlo V
emana i suoi ordini inflessibili, geograficamente
distante ma politicamente asfissiante per il Regno (pp.
7, 12).
VENEZIA / VENETIA
La Repubblica lagunare funge da “terra franca” e
primo rifugio politico (pp. 7, 17). Essendo uno stato
indipendente, è il palcoscenico perfetto in cui il
Principe può osare il gesto pubblico di rottura feudale
di fronte all’ambasciatore imperiale (pp. 7, 23).
FRANCIA
È l’antagonista politico e militare dell’Impero, il
porto d’arrivo dei fuoriusciti e la fonte dei
finanziamenti per la progettata ribellione (pp. 5, 13).
COSTANTINOPOLI
Capitale dell’Impero Ottomano (pp. 8, 25).
ANTONINO CASTALDO
74
Simboleggia il ribaltamento delle alleanze: il Principe
cristiano si spinge fino al cuore del potere musulmano
per ottenere la flotta necessaria a invadere Napoli
(pp. 9, 34).
SIENA E FIRENZE (FIORENZA)
Rappresentano lo scacchiere destabilizzante del
Centro Italia (pp. 10, 44). La ribellione di Siena altera
gli equilibri e costringe Carlo V a richiamare Toledo
da Napoli, determinando la fine indiretta del suo
vicereame (pp. 10, 44).
PADOVA, PESARO, TERRACINA, PROVENZA (PROVES), SCIO
(CHIO), VILLACCO, I SCHIAVI, CAPO DI REGGIO, TRAJUNT
Località che tracciano la “geografia del ritardo” e
degli spostamenti logistici del Principe e di Cesare
Mormile durante le loro frenetiche missioni
diplomatiche e marittime (pp. 7, 9, 33-35).
MADDALONI, CERRETO, CAPUA, SALERNO
I centri feudali del Regno, nodi di potere economico
e dinastico delle famiglie Carafa e Sanseverino (pp. 7,
9, 37).
LA GOLETTA, PIOMBINO, LIVORNO (LIGORNO)
Luoghi marittimi strategici e militari; la Goletta
come fortezza di esilio punitivo in Tunisia (pp. 9, 37),
gli altri due come porti di scontro psicologico e
logistico tra l’ammiraglio Doria e il Viceré Toledo (pp.
10, 44).
75
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
PIAZZA DEL MERCATO
Lo spazio del supplizio pubblico e della giustizia
esemplare del Viceré (qui viene decapitato Perseo di
Ruggiero) (pp. 8, 28).
CASTEL DELL’OVO
La fortezza-prigione di massima sicurezza, usata
per i detenuti politici eccellenti come l’abate Capece
(pp. 9, 38).
IL TRIBUNALE DELLA VICARIA E IL PALAZZO REGIO
I centri dell’apparato repressivo spagnolo e del
Consiglio Collaterale, dove si fabbricano i processi e
si leggono le condanne in contumacia (pp. 8, 27, 40).
L’OSPEDALE DEGLI INCURABILI
Luogo simbolo del sopruso violento; l’assassinio del
notaio Della Valle alle sue porte dimostra come il
terrore vicereale non si fermasse davanti a nulla,
neanche davanti a un luogo di carità (pp. 9, 40).
PROCIDA, POSILLIPO,
SAN MARTINO (S. ERAMO), MONTE DEL SALVATORE
La linea di costa e le colline di Napoli, che per un
mese si trasformano in un anfiteatro naturale da cui i
cittadini, tra terrore e curiosità, osservano le navi
turche e le scaramucce navali (pp. 8, 28).
SEGGIO DI NIDO
La circoscrizione nobiliare che storicamente
esprimeva l’opposizione aristocratica più fiera al
ANTONINO CASTALDO
76
Viceré (vi appartengono Grisone e Capece) (p. 38).
BANCO RAVASCHIERO
L’istituzione finanziaria cittadina il cui fallimento
dimostra il tracollo economico causato dalle manovre
belliche e dai presunti riscatti (pp. 8, 13, 34).
MADRID E NAPOLI (BIBLIOTECHE NAZIONALI)
Luoghi fisici della memoria che hanno permesso la
sopravvivenza e il confronto dei manoscritti (pp. 5-6).
77
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
INDICE DEI NOMI
I personaggi si dividono nettamente in base al loro
posizionamento politico: i vertici del potere sovrano,
la fazione ribelle, l’apparato repressivo e i cronisti che
hanno tramandato i fatti (pp. 7, 12).
REGNANTI E I CAPI DI STATO
CARLO V
L’Imperatore. Rappresenta la legalità sovrana
assoluta e inflessibile; non scende a patti con i vassalli
e pretende cieca obbedienza (pp. 7, 13).
ENRICO II
Re di Francia. Il finanziatore e protettore dei ribelli
del Regno, che usa il Principe di Salerno come pedina
geopolitica contro la Spagna (pp. 8, 24).
SOLIMANO IL MAGNIFICO (IL GRAN TURCO)
Sovrano ottomano. Incarna la minaccia esterna,
l’alleato formidabile ma ambiguo, che accoglie il
Principe ma ne disprezza la successiva condotta frivola
(pp. 8-9, 36).
ANTONINO CASTALDO
78
RIBELLI DEL POPOLO
FERRANTE SANSEVERINO (PRINCIPE DI SALERNO)
Il protagonista tragico. Amatissimo dal popolo,
impulsivo, orgoglioso; si ribella non per ideologia, ma
perché messo all’angolo dai complotti del Viceré,
finendo per perdersi nelle vanità della corte di
Costantinopoli (pp. 6-7, 9).
MESSER GIO: ANGELO PISANELLO
L’avvocato dissidente. Anche dal carcere incarna la
resistenza intellettuale e sarcastica della città contro
gli spagnoli (pp. 10, 40).
GIO: BATTA DELLA VALLE
Il notaio popolarista. Paladino dei diritti del popolo,
paga con la vita la scoperta della corruzione finanziaria
che legava i fondi pubblici alla moglie del Viceré (pp.
9, 40).
DUCA DI SOMMA E TASSO
Figure d’ombra operanti dietro le quinte, indicati
come i consiglieri e corruttori che spinsero il Principe
al tradimento (p. 23).
PERSEO DI RUGGIERO E TOMMASO DI RUGGIERO
Gli esecutori materiali del dissenso violento
(l’attentato ad archibugio contro il Principe), usati
come capri espiatori della giustizia vicereale (pp. 8,
27-28).
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
FAZIOSI DEGLI IMPERIALI
DON PIETRO DI TOLEDO
Il Viceré e “dittatore” di Napoli. Accentratore,
spietato, odiato a morte dal popolo; usa i processi e la
tortura come strumenti di governo per annichilire
l’opposizione aristocratica e popolare (pp. 6-7, 41).
CESARE MORMILE E OTTAVIANO MORMILE
Figure ambigue e opportuniste. Cesare, sdegnato
con la Francia, si vende agli imperiali e diventa l’ago
della bilancia che, secondo la vulgata, neutralizza la
minaccia della flotta turca (pp. 8, 13, 33).
DON DIEGO DE MENDOZZA E IL PRINCIPE ANDREA DORIA
Governatore di Siena, la cui durezza burocratica
scatena la rivolta toscana, provocando la caduta
indiretta di Toledo (pp. 10, 44). Doria è il braccio
armato navale dell’Imperatore, incaricato di
spodestare Toledo e portarlo via da Napoli (pp.10, 44).
VARGAS, LODOVICO DI LOBERA E IL DOTTOR CICCIO
La macchina burocratica, giudiziaria e di spionaggio
del vicereame; Lobera legge le condanne a morte (pp.
8, 27), Ciccio si finge confidente nelle celle per
estorcere confessioni (pp. 10, 41).
CARDINALE MENDOZA, CARDINALE FARNESE,
CARDINALE DI GRANVELE (MONSIGNORE DE ARAS)
I diplomatici della Chiesa. Farnese scoraggia il
Principe (pp. 7, 17), Granvelle tenta una mediazione
clemente (pp. 7, 22), Mendoza gestisce la corruzione
politica di Mormile a Roma (pp. 9, 33).
ANTONINO CASTALDO
80
NOBILI NAPOLETANI
I FRATELLI SPINELLO (GIO: BATTA DUCA DI CASTROVILLARI
TROIANO MARCHESE DI MISURATA) E D.VINCENZA SPINELLI
La famiglia della Viceregina (pp. 10, 43). I fratelli
difendono l’onore dinastico costringendo Toledo al
matrimonio riparatore (pp. 10, 43); Donna Vincenza
incarna il legame ambiguo tra il governatore spagnolo
e la nobiltà locale (pp. 9, 40).
I CAVALIERI TORTURATI (D.CESARE CARRAFA, GIACOMO
A.GRISONE, MUTIO CAPECE E L’ABATE GIO: FRANCESCO)
Rappresentano il dramma della nobiltà di Seggio.
Grisone e l’Abate Capece incarnano la dignità e la
resistenza fisica al dolore, uscendo scagionati dalla
corda; Cesare Carrafa capitola e finisce in esilio (pp.
9, 37-38).
DIOMEDE CARRAFA (CON I FIGLI MARCHESE D’ANZI,
CESARE, FRANCESCO, FERRANTE) E IL PRINCIPE DI BISIGNANO
E DUCA D’AMALFI
La nobiltà lealista ma perseguitata dal rancore
privato di Toledo, reintegrata solo grazie all’intervento
personale di Carlo V (pp. 8-9, 39).
MARCHESE DI VICO (COL’ANTONIO CARACCIOLO),
GALEAZZO CARACCIOLO E IL DOTTOR BECCIANO
I testimoni della rottura a Innsbruck (pp. 7, 21).
81
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
Galeazzo simboleggia un’altra frattura dell’epoca: la
diffusione del calvinismo tra l’aristocrazia napoletana
(pp. 7, 21).
RUSTAN BASSÀ E IL CAPITANO AXARETTO
Il contatto con l’Oriente ottomano; il primo è il Visir
che offre il Regno al Principe (pp. 9, 35-36), il secondo
è il testimone oculare genovese che riferisce i fatti al
Castaldo (pp. 9, 36).
STORICI E I CUSTODI DELLA MEMORIA
ANTONINO CASTALDO
L’autore-notaio (p. 5). La sua è la cronaca
d’opposizione, viscerale, scritta “dall’interno della
ferita” napoletana (p. 15).
TOMMASO COSTO, MAMBRINO ROSEO,
PANDOLFO COLLENUCCIO E PACCA
Gli storici successivi e i curatori del Compendio (p.
11). Costo, in particolare, rappresenta la censura di
Stato che riscrive le carte di Castaldo per compiacere
il potere spagnolo (pp. 12, 14).
FRANCESCO ZAZZERA, DOMENICO GARGIULO
(MICCO SPATARO) E FRANCESCO PALERMO
I traghettatori barocchi della memoria; il pittore
Micco Spataro commissiona il recupero di queste
storie per salvare l’identità popolare di Napoli (pp. 5-
6).
ANTONINO CASTALDO
82
83
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
AL LETTORE
Caro Lettore, giunto all’ultima pagina di queste
cronache, ti trovi davanti al quadro definitivo di uno
dei bienni più convulsi, oscuri e magnetici della storia
del Regno: gli anni compresi tra il 1552 e il 1553.
Il «Libro IV» dell’Historia del notaio ANTONINO
CASTALDO, analizzato in questo volume, dettaglia la
fine di un’era e non solo per Napoli.
Il testo che hai appena concluso non è una semplice
e polverosa cronaca di fatti, ma un vero e proprio
viaggio dietro le quinte del potere rinascimentale. Qui
i destini di un intero popolo non venivano decisi da
alti ideali di Stato, bensì dall’intreccio distruttivo di
passioni private, vendette orchestrate nei corridoi del
palazzo, torture giudiziarie e confische patrimoniali
guidate dal rancore personale dei governanti.
Per aiutarti a fissare nella memoria il fitto intreccio
di eventi che abbiamo attraversato, questa postfazione
vuole offrirti un riassunto narrativo e descrittivo dei
fatti, svelandoti al contempo i piccoli segreti e le
incongruenze testuali nascoste tra le righe del
manoscritto.
La nostra storia si sviluppa attorno alla collisione
inevitabile tra due figure monumentali dell’epoca:
Ferrante Sanseverino, l’amatissimo e impulsivo
Principe di Salerno, e Don Pietro di Toledo,
ANTONINO CASTALDO
84
l’inflessibile e temuto Viceré di Napoli.Tutto ha inizio
con la fuga da Napoli del Principe, ormai esasperato
e incastrato dal Viceré con l’accusa di aver sottratto
denaro spettante alla Corona. Sanseverino cerca
rifugio a Venezia, dove viene accolto con grandi onori,
ma la sua situazione precipita quando da Innsbruck
l’Imperatore Carlo V gli invia un ordine perentorio:
presentarsi a corte entro quindici giorni senza alcuna
possibilità di replica o scusa.
Il Principe, temendo per la propria vita a causa dei
processi truccati che lo attendono a Napoli, invia a
corte il medico Tommaso Pagano per negoziare un
salvacondotto sulla parola imperiale. Di fronte al
rigido rifiuto di Carlo V, e spinto dalla disperazione,
il Sanseverino compie il gesto più radicale: in un
parlamento pubblico a Venezia rinuncia all’omaggio
feudale e ai suoi stati, offrendo la sua fedeltà al Re di
Francia, Enrico II. Quest’ultimo lo accoglie
nominandolo Generale dell’Impresa del Regno di
Napoli con una ricca provvigione annua.
Nel frattempo, a Napoli, il Consiglio Collaterale lo
condanna a morte in contumacia, privandolo di ogni
onore e confiscando i suoi immensi feudi.
Nell’estate del 1552, il dramma si sposta sul mare.
Una colossale armata turca di duecento navi, alleata
dei francesi, si ancora a Procida diffondendo il panico
in tutta la città. La popolazione assiste per settimane
a scaramucce navali, finché, il 10 agosto, la flotta
ottomana salpa improvvisamente.
Attorno a questa ritirata nascono due
interpretazioni: la voce popolare attribuisce il merito
85
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
a Cesare Mormile, un tempo capo dei fuoriusciti in
Francia, il quale, sdegnato con il Re francese per
promesse non mantenute e scalzato dall’arrivo del
Principe, si sarebbe accordato in segreto con gli
imperiali a Roma. Mormile avrebbe convinto i Turchi
a ritirarsi pagando un donativo di duecentomila ducati,
causandone il collasso finanziario del Banco
Ravaschiero.
L’autore dell’Historia, tuttavia, ridimensiona questa
visione, spiegando che la flotta ottomana si ritirò in
realtà per l’autunno imminente e per la totale
mancanza di notizie dal Principe di Salerno, il quale
giunse a Terracina in forte ritardo quando le navi del
Bassà avevano già preso la via del ritorno.
Il Principe decide allora di inseguire la flotta fino a
Costantinopoli, dove viene ricevuto con grandissimi
onori da Solimano il Magnifico e dal Gran Visir. In
questa occasione dimostra una generosità d’altri
tempi, rifiutando di prendere il Regno di Napoli per
sé e agendo solo in nome della Francia.
Tuttavia, la sua stella si eclissa rapidamente: vinto
dalla vanità e dalle tresche amorose della corte
ottomana, perde presto il rispetto dei Turchi,
rimanendo senza flotta e vedendo svanire il sogno di
riconquistare Napoli.
A Napoli, intanto, Toledo instaura un vero e proprio
regime di terrore poliziesco. Diversi cavalieri e
popolani vengono incarcerati e sottoposti alla tortura
della corda per estorcere confessioni su presunte
trame filofrancesi. In questo clima di forte
oppressione, il notaio popolarista Della Valle viene
brutalmente assassinato per aver indagato sui fondi
ANTONINO CASTALDO
86
dei cittadini regalati alla Viceregina, e l’intera vicenda
viene insabbiata dai tribunali.
Lo scandalo investe anche la vita privata del
Generale: i fratelli della nobildonna Vincenza Spinelli
protestano con l’Imperatore perché la donna convive
con Don Pietro da anni senza un titolo pubblico. Carlo
V costringe allora il Viceré a celebrare pubblicamente
le nozze a Napoli per sanare l’onore della famiglia,
ma la festa si rivela fredda e silenziosa a causa del
profondo odio che la città nutre verso il suo
governante. Il trionfo finale è però di breve durata:
di fronte alla ribellione di Siena, Carlo V gli ordina
inflessibilmente di lasciare Napoli per guidare la
riconquista della città toscana, costringendolo a
cedere nonostante le scuse legate all’età avanzata e
alla salute precaria, segnando così l’epilogo del suo
lungo vicereame.
Per te, lettore attento, questo testo custodisce
anche alcune peculiarità e incongruenze che meritano
di essere decifrate, poiché rivelano la complessità
della trasmissione dei manoscritti storici.La prima
anomalia che balza all’occhio riguarda la struttura
materiale del diario.
Durante il racconto del soggiorno del Principe in
Oriente, la numerazione originaria delle pagine del
manoscritto subisce un improvviso balzo all’indietro.
Dopo aver seguito una precisa sequenza cronologica
e testuale, il testo stampato inserisce
improvvisamente dei riferimenti a pagine molto
precedenti. Questo fenomeno non deve disorientare:
si tratta di un classico refuso materiale legato alla
87
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
rilegatura dei vecchi volumi cartacei o a una svista
del copista durante la trascrizione delle copie
d’archivio.Una seconda incongruenza, questa volta
legata ai nomi dei protagonisti, si nota nella
designazione del potente genero di Solimano il
Magnifico e capo del Consiglio reale.
Al momento del suo ingresso nella narrazione, il
personaggio viene introdotto con il nome errato di
Rustan Bassà. Tuttavia, la fluidità del testo non ne
risente, poiché poche righe dopo lo stesso autore
corregge inconsciamente l’errore, restituendo al
lettore il corretto e reale nome storico della figura,
ovvero il celebre Gran Visir Rustan Bassà.
Infine, l’incongruenza più profonda e affascinante
risiede nello scontro ideologico tra le fonti. Il notaio
Antonino Castaldo scrive dall’interno della ferita
napoletana, registrando i motti satirici dei prigionieri,
la crudeltà delle torture e i retroscena più opachi del
potere. Quando la storiografia ufficiale successiva,
curata da Tommaso Costo, riprenderà in mano queste
stesse vicende, opererà una sistematica epurazione
dei fatti: le torture verranno ridotte ad atti spiacevoli
ma ordinari e necessari alla sicurezza dello Stato,
mentre la figura del Principe verrà dipinta
esclusivamente sotto la lente del tradimento e della
fellonia.
Leggere oggi CASTALDO significa quindi ascoltare la
vera voce fuori dal coro di una Napoli che non volle
piegarsi alla narrazione ufficiale del Regno, accusando
e poi salvando Ferrante Sanseverino.
A Costantinopoli, i colloqui decisivi avvennero sotto
ANTONINO CASTALDO
88
la mediazione del potente Gran Visir Rustem Bassà.
Il primo ministro ottomano comprese subito il
valore propagandistico e militare del Principe.
Sanseverino non chiedeva solo asilo, ma proponeva
un vero e proprio trattato: in cambio del supporto
militare turco, il Regno di Napoli si sarebbe liberato
dal giogo spagnolo, impegnandosi a pagare un
“conveniente tributo” (come annota Castaldo)
all’Impero Ottomano, mantenendo però una propria
autonomia interna sotto la guida dello stesso
Sanseverino.
Solimano accettò la proposta e mise a disposizione
una gigantesca flotta navale. Il piano prevedeva che
le navi ottomane unissero le forze con quelle francesi
(alleate dei turchi in funzione anti-asburgica) e
convergessero verso le coste napoletane, dove il
Principe di Salerno avrebbe dovuto coordinare lo
sbarco e sollevare le popolazioni locali.
Nonostante i piani grandiosi, l’impresa si rivelò un
tragico fallimento politico per il Principe, ma un
successo devastante per la strategia corsara ottomana.
La coordinazione militare tra la flotta francese e quella
turca fallì a causa di ritardi e diffidenze reciproche, e
la tanto sperata rivolta interna dei baroni napoletani
non si accese, soffocata dal pugno di ferro del viceré
Toledo e dal timore delle rappresaglie spagnole.
La flotta ottomana, rimasta senza un obiettivo
politico concreto e senza il supporto di terra
necessario per prendere Napoli, si abbandonò a una
serie di feroci rappresaglie e saccheggi lungo le coste
della Campania tra il 1552 e il 1553.
89
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
Le incursioni colpirono duramente località indifese
come Massa Lubrense e Sorrento, che vennero messe
a ferro e fuoco.
Ferrante Sanseverino, da potenziale liberatore e
nuovo sovrano, assistette impotente alla devastazione
delle sue stesse terre (che più non vide), a danno dei
Napoletani.
Lo stesso Viceré Toledo utilizzò la minaccia del
“tradimento turco” per giustificare una repressione
ancora più dura e consolidare il potere spagnolo non
solo nella Capitale, ma in tutto il Regno.
S.C.
ANTONINO CASTALDO
90
91
INDICE DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
LIBRO IV (1552 – 1553)
INTRODUZIONE
LA QUARTA PARTE DI ANTONINO CASTALDO
L’AMICIZIA TRA IL GRAN TURCO E IL PRINCIPE
DI SABATO CUTTRERA
PREMESSA STORICA
IL NOTAIO VERA VOCE FUORI DAL CORO
L’UNICO CONFRONTO POSSIBILE È CON ROSEO
IL PRIMO CAPITOLO
IL RE SCRIVE AL PRINCIPE PER IL PERDONO
SANSEVERINO TRADISCE PER LA PENSIONE
MS., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Incontro a Pesaro tra Sanseverino e Cardinal Farnese
— Lettera al Re: Sono fermo a Padova per curare la ferita
— Carlo V insiste: Venga, come ha fatto altre volte
— Pagano fa da tramite, presente il dottore Becciano
— Il Cardinale Granvele insiste, ma Toledo scalpita
— La ribellione finale per corruzione dei Francesi?
— 20.000 scudi all’anno per tradire: la vergogna dei servi
— Il Viceré ora teme i Turchi: l’arresto di Giacchetta
IL SECONDO CAPITOLO
CONDANNA IN CONTUMACIA DAL VICERE’
L’ACCUSA DI PECULATO VERSO LA CORONA
MS., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— A Marzo tutta Napoli seppe della ribellione
— I Turchi alleati di Francia sbarcati a Procida
— Mormile in missione regia corrompe il nemico
— Poi è oscurato dagli imperiali e lascia la Corte
— Dal Principe il No al Re Carlo: promette e non mantiene
— Corrotto o meno, il Bassà lascia e non invade
— Fallisce il Banco Ravaschiero: sborsati 200 mila Ducati
— Il Principe rincorre il Bassà e fa tappa in Turchia
— L’amorevole incontro con il Granturco e l’harem
— Napoli tradita da quella leggiadrìa: arrestato Carafa
— Presi gli amici del reo: Grisone, Capece e Carafa
— Cavalieri sul giudice Pisanello: muore il notaio Della Valle
— La triade: il Viceré, Barattuccio e il dottore spagnolo Ciccio
pag. 5
pag. 17
pag. 18
pag. 20
pag. 21
pag. 22
pag. 23
pag. 24
pag. 25
pag. 27
pag. 28
pag. 29
pag. 31
pag. 32
pag. 33
pag. 34
pag. 35
pag. 36
pag. 37
pag. 38
pag. 39
pag. 41
ANTONINO CASTALDO
92
IL TERZO CAPITOLO
NAPOLI HA UNA VICEREGINA «LOCALE»
TOLEDO COSTRETTO A SPOSARE LA SPINELLI
MS., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Il Re al suo dittatore: devi riparare e sposare la tua amante
— Carlo V ordina a Don Pietro la repressione di Siena
— Il Viceré si dà ammalato, poi parte e ci resta secco
— Tornano i Turchi a Ponza, pronti per l’assalto in Toscana
— Ferrante a Castro dei Farnesi per l’Impresa del Regno
— La Principessa dal Re: muore prima dell’esilio in Portogallo
— Il Principe attentato da Della Monica inviato da Colonna
— Ferrante è salvo, ma si dà alla leggiadrìa in Francia
IL QUARTO CAPITOLO
I TURCHI PRENDONO MASSA E SORRENTO
IL CARDINAL PACECCO E’ IL NUOVO VICERE’
MS., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Sale Papa Paolo IV Carafa, il più terribile della storia
— I Turchi sbarcano a Massa e piombano su Sorrento
— Napoletani e Capitano lasciano invadere e sequestrare
— Gli equilibri precipitano e il Re abdica per il figlio
— Arriva Cardinal Pacecco col Marchese e il Bisignano
— I Colonna via da Roma, Duca d’Alva conro i Francesi
— Il Cardinal Ghisa tenta l’impresa per il Re di Francia
— Il Papa torna col Regno: San Gennaro in Spagna
— La Pace tra Francesi e Spagnoli pubblicata a Napoli
— Castaldo al servizio di Giulio Cesare Caracciolo
— Il Principe Don Giovanni d’Austria garante di Napoli
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
FONTI MANOSCRITTE, STORIOGRAFIA ISTITUZIONALE
TRASCRIZIONI MANOSCRITTE, EDIZIONE CRITICA
INDICE DEI LUOGHI
INDICE DEI NOMI
REGNANTI E CAPI DI STATO, RIBELLI E FAZIOSI, NOBILI, STORICI

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

ANTONINO CASTALDO

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Editorial Review

CASTALDO, 4 parte, DEI DIARI

 

INTRODUZIONE
LA QUARTA PARTE DI ANTONINO CASTALDO
L’AMICIZIA TRA IL GRAN TURCO E IL PRINCIPE
Il testo dell’Historia del notaio CASTALDO, da noi trascritto
per intero da testo manoscritto e non a stampa, si chiude
con questo quarto ‘libro’ dell’Autore. La miniera di dati in
volgare racchiusa nel «De Progressi, et successi nella Città,
e Regno di Napoli» (l’Historia) — ci porta alla fuga del
Principe di Salerno in Francia dopo l’attentato e alla morte
della Principessa.¹
E’ l’ultima parte delle Historie, trascritte tra volgare e
spagnolo, consultando esclusivamente le copie conservate
presso la BIBLIOTECA NAZIONALE DI NAPOLI (BNN) e la
BIBLIOTECA NACIONAL DE ESPAÑA a Madrid (BNE), che in
genere indichiamo come opera del copista «D».²
L’autore, ANTONINO CASTALDO, si cita in prima persona in
più di un’occasione all'interno del testo, che fu poi riscritto
con varianti e aggiunte da decine di trascrittori e amatori
della storia patria, come egli stesso fece con i suoi
predecessori.
Tra tutti, come abbiamo visto in altri lavori dei Diari,
spicca la testimonianza d'eccezione del successivo cronista
FRANCESCO ZAZZERA (1574-1626), trascritto per volontà
dell’artista DOMENICO GARGIULO, detto «MICCO SPATARO»,³ il
grande paesaggista barocco. Testimone di eruzioni e
rivolte, GARGIULO si faceva qui realista contemporaneo,
materializzando storie e personaggi della memoria
ANTONINO CASTALDO
6
popolare.4
Così i copisti «A» e «B», e specialmente l’ANONIMO
trascrittore, che appare come l’unico appartenente a un
periodo leggermente precedente a tutti gli altri, e quindi
più vicino ai fatti; per tale ragione, lo abbiamo inserito nei
medesimi volumi dei nostri Diari, risultando anteriore allo
stesso Castaldo.5
Prosegue insomma il confronto anno per anno, come di
prassi nella nostra collana (a volte mese per mese), su
questi diari napoletani e beneventani dell’era moderna,
ovvero, le cronache, le storie.
Questo nuovo volume, ossia la IV parte che segue la
rivolta contro l’Inquisizione del 1547, il sequestro del
Principe e la resa del Popolo tra 1548-1551, è dedicato agli
anni 1552-1553, descritti dal CASTALDO e tratti dal quarto
libro originale, ricopiato dal copista «D», intitolato Historia
del Regno di Napoli (BNN), confrontandola con la versione
della BIBLIOTECA NACIONAL DE ESPAÑA, libro rarissimo, mss.
cartaceo n. 2986, pagg. 1-141, dal titolo «Progressi, et
ingresso dell’Imperatore Carlo quinto, nel Regno, e Città
di Napoli, a’ tempo del Governo di Don Pietro di Toledo,
all’hora suo luogotenente, e’ Viceré in essi; con la Rebellione
del Principe di Salerno, di Notare Antonino Castaldo divisi
in quattro libri».6
Da qui hanno avuto origine i nostri Diari, la cui
datazione va quindi anteposta a quella dei copisti già
analizzati, come sostenuto dallo stesso CASTALDO.7
L’Historia del CASTALDO stavolta non viene confrontata
con il MICCIO, trascritto da FRANCESCO PALERMO, perché già
sintetizzato nella parte precedente.8
Fatto è che basta la cronaca del CASTALDO, oggetto di
studio, a raccontare di come il Principe venga incastrato
dal Viceré per sottrazione di danaro non versato alla
Corona e scappa in Francia via Venezia.9
7
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
Potrà il lettore, a sua volta, confrontarla con altri cronisti
editati nelle nostre collane nei Diari e nelle cronache sui
Viceré di Napoli, come per i volumi precedenti.10
CASTALDO in sostanza svela come i grandi mutamenti
geopolitici dell'epoca non fossero determinati da alti ideali
di Stato, bensì dall'intreccio distruttivo di passioni private,
vendette orchestrate nei corridoi del potere, torture
giudiziarie e confische patrimoniali guidate dal rancore
personale dei governanti.11
Questa IV e ultima parte del testo, ha inizio con la fuga
da Napoli di Ferrante Sanseverino, dettata da sdegno e
impulsività, generò forti sospetti. Trovò rifugio a Venezia,
che lo onorò come "gentiluomo della cabra" concedendogli
una scorta armata. Durante il viaggio, a Pesaro, il
Cardinale Farnese lo dissuase dal recarsi subito a corte,
citando il cattivo trattamento subito da suo fratello Ottavio
dall'Imperatore. Il Principe si diresse comunque a Padova,
dove si fermò per curare una ferita aggravata dal viaggio
a cavallo.
Carlo V gli inviò da Innsbruck un ordine perentorio (23
febbraio 1552) per presentarsi entro quindici giorni senza
repliche. Temendo per la sua vita a causa dei processi
istruiti a Napoli dal Viceré Don Pietro di Toledo, il Principe
inviò a corte il dottor Tommaso Pagano con una lettera di
scuse. Pagano spiegò a Carlo V che il Principe era fermo
per cure mediche e temeva i complotti contro la sua fama.
L'Imperatore rispose rigidamente che il Principe doveva
obbedire al suo Re; quando Pagano chiese se potesse venire
sicuro sulla parola imperiale, Carlo V si alterò rifiutando
di impegnarsi e congedò il medico. All'udienza assistettero
il Marchese di Vico (lì per questioni di successione legate
al primogenito Galeazzo, diseredato perché calvinista) e il
dottor Becciano. Quella sera il Monsignore de Aras (futuro
Cardinale di Granvelle) calmò l'Imperatore e cercò Pagano
ANTONINO CASTALDO
8
per offrirgli una revisione clemente dei processi, ma il
medico era già partito per dire al Principe di non
presentarsi. Ritenendosi spacciato, il Sanseverino dichiarò
in un parlamento pubblico a Venezia di rinunciare
all'omaggio e allo stato, nonostante le dure repliche
dell'ambasciatore imperiale. Si alleò quindi con Enrico II
di Francia, che lo nominò Generale dell'Impresa del Regno
di Napoli con 20.000 scudi annui e il governo di due terre.
A Napoli, la notizia della ribellione (marzo 1552)
addolorò il popolo che lo amava e scatenò gli scherni dei
seguaci del Viceré. Temendo l'arrivo della flotta turcofrancese,
il Viceré affidò la difesa ai baroni ma spiò i
cittadini; fece torturare con la corda il sessantenne
Francesco Giacchetta, addetto alla calce, sospettato di voler
consegnare una porta della città al Principe, ma l'anziano
resistette senza confessare.
Nell'aprile 1552, il Consiglio Collaterale (presenti il
Principe di Bisignano e il Duca d'Amalfi, ma assente il
Viceré per neutralità facciata) condannò a morte in
contumacia il Principe di Salerno, privandolo di stati e
onori. Poco dopo, Perseo di Ruggiero fu decapitato al
Mercato per l'attentato ad archibugio contro il Principe; i
confratelli gli vietarono di parlare al popolo prima
dell'esecuzione, mentre il fratello Tommaso fu liberato. Il
18 luglio l'armata turca di 200 navi si ancorò a Procida
diffondendo il panico. Fino al 10 agosto, le galee ottomane
scaramucciarono a Posillipo con quelle genovesi, attirando
folle di civili curiosi sui colli di Posillipo e San Martino; i
turchi chiesero invano notizie del Principe ai napoletani
in fuga.
Il 10 agosto la flotta salpò improvvisamente: il popolo
attribuì il merito a Cesare Mormile, che travestito si
sarebbe accordato col Viceré pagando ai turchi 20.000
ducati a nome della Francia (causando il crollo del Banco
9
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
Ravaschiero). L'autore smentisce la cifra spiegando che
Mormile, ex capo dei fuoriusciti in Francia spodestato
dall'arrivo del Principe, era sdegnato col Re francese per
stipendi arretrati e privilegi negati. Tornando in Italia,
Mormile incrociò il Principe diretto in Francia,
rifiutandone gli aiuti e portando con sé il fratello
Ottaviano. A Roma, Mormile fu corrotto dagli imperiali
(Cardinale Mendoza) ottenendo indulti e tutele da Carlo
V e dal Viceré; la flotta turca si ritirò in realtà per l'autunno
imminente e la mancanza di notizie dal Principe.
Sanseverino, giunto in ritardo a Terracina con 18
galere, inseguì i turchi fino in Provenza; il Bassà rifiutò di
voltarsi senza ordini del Sultano e lo condusse a
Costantinopoli. Dopo una sosta nell'isola di Scio per via
del mal di mare, il Principe fu ricevuto con onori da
Solimano il Magnifico e dal Gran Visir Rustem Bassà
(testimone il capitano genovese Axaretto).
Il Principe rifiutò generosamente di prendere il Regno
per sé, agendo solo per la Francia, ma perse presto la stima
dei turchi cedendo a tresche amorose e vanità, restando
senza flotta e tornando da Re Enrico.
A Napoli scattò la repressione del Viceré tramite torture:
Don Cesare Carrafa confessò e fu esiliato alla Goletta;
Giacomo Antonio Grisone resistette alla corda e fu liberato;
Muzio Capece confessò accuse stravaganti coinvolgendo
il fratello abate Giovan Francesco, il quale fu rinchiuso a
Castel dell'Ovo ma resistette a due torture venendo
scagionato.
Diomede Carrafa fu sospeso per non essersi presentato
a Napoli durante i tumulti (era bloccato a Capua per la
morte del fratello), per via di vecchi rancori del Viceré legati
alla Viceregina Spinelli, ma Carlo V lo reintegrò
totalmente.
Nel clima di terrore, il notaio popolarista Della Valle fu
ANTONINO CASTALDO
10
ucciso a coltellate agli Incurabili per aver indagato sui
fondi del Popolo regalati alla Viceregina, e la Vicaria
insabbiò il caso. L'avvocato Pisanello, oppositore del Viceré,
fu ferito da un cavaliere spagnolo gerosolimitano
(consegnato ai superiori senza pena); dal carcere, Pisanello
continuò a beffare il Viceré e la spia spagnola Ciccio con
motti satirici.
Al termine dei tumulti, il Viceré governava ubbidito per
terrore ma odiato a morte. Giovan Battista Spinello, Duca
di Castrovillari, e Troiano Spinello, Marchese di Misurata,
protestarono con Carlo V perché la loro sorella vedova,
Donna Vincenza Spinelli, conviveva da anni col Viceré Don
Pietro di Toledo come concubina.
L'Imperatore rivelò che il Viceré lo aveva informato da
tempo del loro matrimonio legittimo e mostrò le lettere in
cui gli ordinava di celebrare pubblicamente le nozze a
Napoli. Don Pietro eseguì l'ordine sanando l'onore della
famiglia, ma la festa fu fredda a causa dell'odio della città
verso il Viceré. Poco dopo, Siena si ribellò al governatore
spagnolo Mendoza chiedendo aiuto alla Francia; il Duca
di Firenze, temendo i francesi ai confini, spinse l'Impero
alla reazione.
Carlo V ordinò a Don Pietro di lasciare Napoli per
guidare la riconquista di Siena, inviando l'ammiraglio
Andrea Doria a prelevarlo via mare a Livorno.
Il Viceré inventò scuse legate all'età e alle tempeste
invernali per non perdere il controllo di Napoli, ma Doria
spostò le galere a Piombino ponendogli un ultimatum. Di
fronte agli ordini inflessibili di Carlo V, il Viceré fu costretto
a cedere.
Ha così termine il «De Progressi, et successi nella Città,
e Regno di Napoli», meglio conosciuto come l’Historia.
SABATO CUTTRERA
11
DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
PREMESSA STORICA
IL NOTAIO VERA VOCE FUORI DAL CORO
L’UNICO CONFRONTO POSSIBILE È CON ROSEO
La storiografia del biennio 1552-1553 nel Regno di
Napoli trova il suo snodo critico nel passaggio tra la
narrazione di ANTONINO CASTALDO e quella di TOMMASO
COSTO, che intervenne successivamente per tradurre,
ampliare e continuare la cronaca storica di MAMBRINO
ROSEO, portandola più avanti nel Cinquecento.
Questo rapporto letterario e ideologico si inserisce
direttamente nelle dinamiche dell'editoria storica del
XVI secolo, in particolare nella diffusione e nel
completamento del celebre Compendio dell'Istoria del
Regno di Napoli.
L'opera, originariamente scritta da PANDOLFO
COLLENUCCIO per narrare la storia napoletana dalle
origini fino alla fine del XV secolo, divenne un cantiere
storiografico in continua evoluzione.
Successivamente, MAMBRINO ROSEO intervenne per
tradurre, ampliare e continuare la cronaca portandola
più avanti nel Cinquecento. In ultima analisi, TOMMASO
COSTO riprese in mano l'intero testo comprensivo delle
aggiunte di ROSEO, lo rielaborò, vi inserì ulteriori note
(come il settimo libro del PACCA) e lo arricchì con una
propria "Giunta" per aggiornare la storia del Regno
fino agli anni '80 del Cinquecento.
ANTONINO CASTALDO
12
In questo contesto di riscrittura istituzionale,
CASTALDO rappresenta la vera voce fuori dal coro.
L'unico confronto testuale e ideologico possibile per
decifrare la manipolazione dei fatti del biennio 1552-
1553 è proprio quello tra la cronaca manoscritta di
CASTALDO e la successiva operazione editoriale firmata
ROSEO-COSTO.
I cronisti non si limitano a registrare gli eventi, ma
si scontrano sulla natura stessa delle motivazioni
umane e politiche che guidarono la caduta del Principe
di Salerno e l'epilogo del governo di Don Pietro di
Toledo. La "vulgata" del Compendio curata e chiosata
da COSTO alla fine del XVI secolo offre una prospettiva
capovolta rispetto alla cruda cronaca d'opposizione
del notaio ANTONINO CASTALDO.
Laddove il manoscritto di CASTALDO svela i
retroscena dei corridoi del potere, mettendo a nudo
l'odio dei napoletani e l'illegalità delle torture inflitte
dal Viceré Don Pietro di Toledo, la redazione finale di
COSTO normalizza i fatti.
Essa inquadra la crisi sotto la lente della legittimità
sovrana e del tradimento dello Stato, epurando il testo
di ROSEO e le fonti cittadine per piegarle alle esigenze
della storiografia ufficiale filospagnola.
Il Principe di Salerno e la Lettera di Carlo VIl
confronto analitico basato sulle note e sulle
integrazioni storiche di TOMMASO COSTO evidenzia
divergenze sostanziali su nuclei narrativi ed etici, fin
dalla legittimità della fuga del Principe con la lettera
di ‘diffida’ di Carlo V.
ANTONINO CASTALDO difende la memoria del Principe
di Salerno, descrivendolo come un feudatario amato
da tutti e incastrato dal Viceré per sottrazione di
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
denaro. Egli riporta integralmente la missiva
perentoria inviata dall’Imperatore da Innsbruck il 23
febbraio 1552, mostrando l'intransigenza regale nel
negare una garanzia di salvacondotto ("Sobre de mi
palabra? No digo esto yo").
La ribellione è giustificata dalla disperazione del
Principe di fronte a processi palesemente truccati a
Napoli dal Viceré.
Al contrario, nella struttura del Compendio
definitiva, TOMMASO COSTO ribalta l'asse della colpa. Il
richiamo di Carlo V viene presentato come un atto
formale e legittimo a cui un buon vassallo avrebbe
dovuto obbedire ciecamente. La scelta del Sanseverino
di capitolare e negoziare condizioni con l'Imperatore
attraverso il medico Pagano viene letta come una
manifestazione di superbia intollerabile.
Per COSTO, la rinuncia pubblica all'omaggio feudale
avvenuta a Venezia e il passaggio formale al re di
Francia per 20.000 scudi annui costituiscono un
imperdonabile atto di fellonia.
La divergenza si fa profonda nella ricostruzione
delle manovre finanziarie e militari. Quando COSTO
ricostruisce con minuzia il caso di Cesare Mormile,
spiega come questi si trovasse in Francia, scalzato
dal Principe nelle grazie del re Enrico II. Deluso dai
francesi per le mancate rimesse, Mormile scese a
Roma dove accettò la corruzione degli imperiali
(tramite il cardinale Mendoza) in cambio di indulti,
ottenendo il riscatto da pagare dalle casse del Banco
Ravaschiero e provocandone il conseguente
fallimento. Attraverso questa precisa narrazione,
COSTO dimostra che la mossa ottomana non fu dovuta
solo al maltempo autunnale e al ritardo del Principe.
ANTONINO CASTALDO
14
La figura di Cesare Mormile nelle aggiunte di COSTO
assume i contorni di un risolutore strategico per conto
dell'Impero, capace di neutralizzare la minaccia navale
di Solimano il Magnifico. Di conseguenza, il collasso
del Banco Ravaschiero, pur registrato storicamente,
viene archiviato da Costo all'interno dei sacrifici
economici necessari a tutelare la sicurezza pubblica
del vicereame dalle scorrerie dei saraceni.
Un'ulteriore frattura insanabile appare sulla
repressione a Napoli e sulla moralità di Don Pietro di
Toledo. ANTONINO CASTALDO fornisce un resoconto
drammatico del regime di terrore poliziesco instaurato
a Napoli. Il notaio denuncia esplicitamente
l'insabbiamento del brutale assassinio del notaio
popolarista Della Valle, accoltellato per aver scoperto
che il denaro del popolo veniva regalato alla Viceregina
Spinelli.
Egli svela inoltre come il matrimonio pubblico tra
il Viceré e la Spinelli fosse stato imposto a forza da
Carlo V per placare lo scandalo sollevato dai fratelli
di lei (il duca di Castrovillari e il marchese di Misurata),
e conclude scrivendo che il Viceré governava "ubidito
da tutti, ma all'intrinseco da ogn'uno odiato a morte".
Inserendosi nella tradizione editoriale del
Compendio, TOMMASO COSTO agisce invece per ripulire
la condotta della nobiltà fedele e la memoria
istituzionale del governo imperiale. Le torture sui
cavalieri Carafa, Grisone e Capece vengono ridotte
ad atti spiacevoli ma ordinari, nonché strettamente
necessari per sradicare la congiura filofrancese. La
celebrazione delle nozze tra Don Pietro di Toledo e
Vincenza Spinelli viene descritta come la sanatoria
formale di un legame già legittimo, offuscando la
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
freddezza della città e i risvolti opachi legati alle
indagini sui fondi popolari distratti.
Mentre CASTALDO scrive dall'interno della ferita
napoletana, registrando le voci della piazza e i motti
satirici dei carcerati come l'avvocato Pisanello,
TOMMASO COSTO riordina la materia a posteriori come
storiografo ufficiale, epurando la cronaca cittadina per
trasformarla in una coerente e legittima narrazione
dello Stato.
Questo focus dettagliato spiega le ragioni e le
dinamiche che spinsero il Principe di Salerno,
Ferrante Sanseverino, a stringere la sua clamorosa
alleanza con il Sultano Solimano il Magnifico.
La fuga di Ferrante Sanseverino a Costantinopoli
non fu un atto improvviso, ma il culmine di uno scontro
politico e personale logorante con il viceré di Napoli,
Don Pietro di Toledo. Il Principe di Salerno era uno
dei feudatari più potenti, ricchi e amati del Regno,
un leader naturale per la nobiltà locale e per il popolo.
Questa sua enorme influenza e le sue posizioni
contrarie all'introduzione dell'Inquisizione spagnola a
Napoli (nel 1547) lo resero il bersaglio principale del
viceré.Toledo orchestrò una sistematica opera di
isolamento economico e politico ai danni del Principe.
Attraverso accuse di peculato, debiti forzati e manovre
finanziarie (che portarono tra l'altro al collasso di
strutture di credito come il Banco Ravaschiero), il
viceré strinse Sanseverino in una morsa.
Il Principe tentò ripetutamente di appellarsi
direttamente all'imperatore Carlo V per dimostrare
la propria fedeltà e chiedere protezione dagli abusi
del viceré, ma la corte imperiale, influenzata dai
ANTONINO CASTALDO
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rapporti di Toledo, gli girò definitivamente le spalle.
Sentendosi con le spalle al muro, privato dei suoi
stati, dei suoi beni e con la vita stessa in pericolo,
Sanseverino compì una scelta geopolitica estrema:
passare dalla parte dell'arcinemico della cristianità.
Nel 1552 lasciò l'Italia e si recò direttamente nel
cuore dell'Impero Ottomano, a Costantinopoli, per
chiedere udienza a Solimano.
Invece di presentarsi come un semplice supplice, il
Principe si propose come un partner strategico
fondamentale. Sfruttò la sua profonda conoscenza
delle debolezze difensive del Regno di Napoli e il suo
enorme seguito popolare per convincere il Sultano
che un attacco ottomano, combinato con una rivolta
interna dei baroni e del popolo napoletano a lui fedele,
avrebbe potuto strappare l'intero Sud Italia dalle mani
della Spagna.
L’EDITORE