Description
MAMMA LI TURCHI A MASSA, SORRENTO, CETARA E… «HISTORIA»

Libro 44 (1552 – 1553)
INDICE DEI LUOGHI
La geografia della cronaca non è casuale: si divide
in centri di comando imperiale, territori di rifugio e
una fitta micro-topografia urbana che riflette le
tensioni della Napoli dell’epoca (pp. 7, 14).
INNSBRUCK (HYSPRUCH)
È la sede temporanea della corte imperiale (pp. 7,
18). Rappresenta il vertice del potere da cui Carlo V
emana i suoi ordini inflessibili, geograficamente
distante ma politicamente asfissiante per il Regno (pp.
7, 12).
VENEZIA / VENETIA
La Repubblica lagunare funge da “terra franca” e
primo rifugio politico (pp. 7, 17). Essendo uno stato
indipendente, è il palcoscenico perfetto in cui il
Principe può osare il gesto pubblico di rottura feudale
di fronte all’ambasciatore imperiale (pp. 7, 23).
FRANCIA
È l’antagonista politico e militare dell’Impero, il
porto d’arrivo dei fuoriusciti e la fonte dei
finanziamenti per la progettata ribellione (pp. 5, 13).
COSTANTINOPOLI
Capitale dell’Impero Ottomano (pp. 8, 25).
ANTONINO CASTALDO
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Simboleggia il ribaltamento delle alleanze: il Principe
cristiano si spinge fino al cuore del potere musulmano
per ottenere la flotta necessaria a invadere Napoli
(pp. 9, 34).
SIENA E FIRENZE (FIORENZA)
Rappresentano lo scacchiere destabilizzante del
Centro Italia (pp. 10, 44). La ribellione di Siena altera
gli equilibri e costringe Carlo V a richiamare Toledo
da Napoli, determinando la fine indiretta del suo
vicereame (pp. 10, 44).
PADOVA, PESARO, TERRACINA, PROVENZA (PROVES), SCIO
(CHIO), VILLACCO, I SCHIAVI, CAPO DI REGGIO, TRAJUNT
Località che tracciano la “geografia del ritardo” e
degli spostamenti logistici del Principe e di Cesare
Mormile durante le loro frenetiche missioni
diplomatiche e marittime (pp. 7, 9, 33-35).
MADDALONI, CERRETO, CAPUA, SALERNO
I centri feudali del Regno, nodi di potere economico
e dinastico delle famiglie Carafa e Sanseverino (pp. 7,
9, 37).
LA GOLETTA, PIOMBINO, LIVORNO (LIGORNO)
Luoghi marittimi strategici e militari; la Goletta
come fortezza di esilio punitivo in Tunisia (pp. 9, 37),
gli altri due come porti di scontro psicologico e
logistico tra l’ammiraglio Doria e il Viceré Toledo (pp.
10, 44).
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
PIAZZA DEL MERCATO
Lo spazio del supplizio pubblico e della giustizia
esemplare del Viceré (qui viene decapitato Perseo di
Ruggiero) (pp. 8, 28).
CASTEL DELL’OVO
La fortezza-prigione di massima sicurezza, usata
per i detenuti politici eccellenti come l’abate Capece
(pp. 9, 38).
IL TRIBUNALE DELLA VICARIA E IL PALAZZO REGIO
I centri dell’apparato repressivo spagnolo e del
Consiglio Collaterale, dove si fabbricano i processi e
si leggono le condanne in contumacia (pp. 8, 27, 40).
L’OSPEDALE DEGLI INCURABILI
Luogo simbolo del sopruso violento; l’assassinio del
notaio Della Valle alle sue porte dimostra come il
terrore vicereale non si fermasse davanti a nulla,
neanche davanti a un luogo di carità (pp. 9, 40).
PROCIDA, POSILLIPO,
SAN MARTINO (S. ERAMO), MONTE DEL SALVATORE
La linea di costa e le colline di Napoli, che per un
mese si trasformano in un anfiteatro naturale da cui i
cittadini, tra terrore e curiosità, osservano le navi
turche e le scaramucce navali (pp. 8, 28).
SEGGIO DI NIDO
La circoscrizione nobiliare che storicamente
esprimeva l’opposizione aristocratica più fiera al
ANTONINO CASTALDO
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Viceré (vi appartengono Grisone e Capece) (p. 38).
BANCO RAVASCHIERO
L’istituzione finanziaria cittadina il cui fallimento
dimostra il tracollo economico causato dalle manovre
belliche e dai presunti riscatti (pp. 8, 13, 34).
MADRID E NAPOLI (BIBLIOTECHE NAZIONALI)
Luoghi fisici della memoria che hanno permesso la
sopravvivenza e il confronto dei manoscritti (pp. 5-6).
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
INDICE DEI NOMI
I personaggi si dividono nettamente in base al loro
posizionamento politico: i vertici del potere sovrano,
la fazione ribelle, l’apparato repressivo e i cronisti che
hanno tramandato i fatti (pp. 7, 12).
REGNANTI E I CAPI DI STATO
CARLO V
L’Imperatore. Rappresenta la legalità sovrana
assoluta e inflessibile; non scende a patti con i vassalli
e pretende cieca obbedienza (pp. 7, 13).
ENRICO II
Re di Francia. Il finanziatore e protettore dei ribelli
del Regno, che usa il Principe di Salerno come pedina
geopolitica contro la Spagna (pp. 8, 24).
SOLIMANO IL MAGNIFICO (IL GRAN TURCO)
Sovrano ottomano. Incarna la minaccia esterna,
l’alleato formidabile ma ambiguo, che accoglie il
Principe ma ne disprezza la successiva condotta frivola
(pp. 8-9, 36).
ANTONINO CASTALDO
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RIBELLI DEL POPOLO
FERRANTE SANSEVERINO (PRINCIPE DI SALERNO)
Il protagonista tragico. Amatissimo dal popolo,
impulsivo, orgoglioso; si ribella non per ideologia, ma
perché messo all’angolo dai complotti del Viceré,
finendo per perdersi nelle vanità della corte di
Costantinopoli (pp. 6-7, 9).
MESSER GIO: ANGELO PISANELLO
L’avvocato dissidente. Anche dal carcere incarna la
resistenza intellettuale e sarcastica della città contro
gli spagnoli (pp. 10, 40).
GIO: BATTA DELLA VALLE
Il notaio popolarista. Paladino dei diritti del popolo,
paga con la vita la scoperta della corruzione finanziaria
che legava i fondi pubblici alla moglie del Viceré (pp.
9, 40).
DUCA DI SOMMA E TASSO
Figure d’ombra operanti dietro le quinte, indicati
come i consiglieri e corruttori che spinsero il Principe
al tradimento (p. 23).
PERSEO DI RUGGIERO E TOMMASO DI RUGGIERO
Gli esecutori materiali del dissenso violento
(l’attentato ad archibugio contro il Principe), usati
come capri espiatori della giustizia vicereale (pp. 8,
27-28).
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
FAZIOSI DEGLI IMPERIALI
DON PIETRO DI TOLEDO
Il Viceré e “dittatore” di Napoli. Accentratore,
spietato, odiato a morte dal popolo; usa i processi e la
tortura come strumenti di governo per annichilire
l’opposizione aristocratica e popolare (pp. 6-7, 41).
CESARE MORMILE E OTTAVIANO MORMILE
Figure ambigue e opportuniste. Cesare, sdegnato
con la Francia, si vende agli imperiali e diventa l’ago
della bilancia che, secondo la vulgata, neutralizza la
minaccia della flotta turca (pp. 8, 13, 33).
DON DIEGO DE MENDOZZA E IL PRINCIPE ANDREA DORIA
Governatore di Siena, la cui durezza burocratica
scatena la rivolta toscana, provocando la caduta
indiretta di Toledo (pp. 10, 44). Doria è il braccio
armato navale dell’Imperatore, incaricato di
spodestare Toledo e portarlo via da Napoli (pp.10, 44).
VARGAS, LODOVICO DI LOBERA E IL DOTTOR CICCIO
La macchina burocratica, giudiziaria e di spionaggio
del vicereame; Lobera legge le condanne a morte (pp.
8, 27), Ciccio si finge confidente nelle celle per
estorcere confessioni (pp. 10, 41).
CARDINALE MENDOZA, CARDINALE FARNESE,
CARDINALE DI GRANVELE (MONSIGNORE DE ARAS)
I diplomatici della Chiesa. Farnese scoraggia il
Principe (pp. 7, 17), Granvelle tenta una mediazione
clemente (pp. 7, 22), Mendoza gestisce la corruzione
politica di Mormile a Roma (pp. 9, 33).
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NOBILI NAPOLETANI
I FRATELLI SPINELLO (GIO: BATTA DUCA DI CASTROVILLARI
TROIANO MARCHESE DI MISURATA) E D.VINCENZA SPINELLI
La famiglia della Viceregina (pp. 10, 43). I fratelli
difendono l’onore dinastico costringendo Toledo al
matrimonio riparatore (pp. 10, 43); Donna Vincenza
incarna il legame ambiguo tra il governatore spagnolo
e la nobiltà locale (pp. 9, 40).
I CAVALIERI TORTURATI (D.CESARE CARRAFA, GIACOMO
A.GRISONE, MUTIO CAPECE E L’ABATE GIO: FRANCESCO)
Rappresentano il dramma della nobiltà di Seggio.
Grisone e l’Abate Capece incarnano la dignità e la
resistenza fisica al dolore, uscendo scagionati dalla
corda; Cesare Carrafa capitola e finisce in esilio (pp.
9, 37-38).
DIOMEDE CARRAFA (CON I FIGLI MARCHESE D’ANZI,
CESARE, FRANCESCO, FERRANTE) E IL PRINCIPE DI BISIGNANO
E DUCA D’AMALFI
La nobiltà lealista ma perseguitata dal rancore
privato di Toledo, reintegrata solo grazie all’intervento
personale di Carlo V (pp. 8-9, 39).
MARCHESE DI VICO (COL’ANTONIO CARACCIOLO),
GALEAZZO CARACCIOLO E IL DOTTOR BECCIANO
I testimoni della rottura a Innsbruck (pp. 7, 21).
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
Galeazzo simboleggia un’altra frattura dell’epoca: la
diffusione del calvinismo tra l’aristocrazia napoletana
(pp. 7, 21).
RUSTAN BASSÀ E IL CAPITANO AXARETTO
Il contatto con l’Oriente ottomano; il primo è il Visir
che offre il Regno al Principe (pp. 9, 35-36), il secondo
è il testimone oculare genovese che riferisce i fatti al
Castaldo (pp. 9, 36).
STORICI E I CUSTODI DELLA MEMORIA
ANTONINO CASTALDO
L’autore-notaio (p. 5). La sua è la cronaca
d’opposizione, viscerale, scritta “dall’interno della
ferita” napoletana (p. 15).
TOMMASO COSTO, MAMBRINO ROSEO,
PANDOLFO COLLENUCCIO E PACCA
Gli storici successivi e i curatori del Compendio (p.
11). Costo, in particolare, rappresenta la censura di
Stato che riscrive le carte di Castaldo per compiacere
il potere spagnolo (pp. 12, 14).
FRANCESCO ZAZZERA, DOMENICO GARGIULO
(MICCO SPATARO) E FRANCESCO PALERMO
I traghettatori barocchi della memoria; il pittore
Micco Spataro commissiona il recupero di queste
storie per salvare l’identità popolare di Napoli (pp. 5-
6).
ANTONINO CASTALDO
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
AL LETTORE
Caro Lettore, giunto all’ultima pagina di queste
cronache, ti trovi davanti al quadro definitivo di uno
dei bienni più convulsi, oscuri e magnetici della storia
del Regno: gli anni compresi tra il 1552 e il 1553.
Il «Libro IV» dell’Historia del notaio ANTONINO
CASTALDO, analizzato in questo volume, dettaglia la
fine di un’era e non solo per Napoli.
Il testo che hai appena concluso non è una semplice
e polverosa cronaca di fatti, ma un vero e proprio
viaggio dietro le quinte del potere rinascimentale. Qui
i destini di un intero popolo non venivano decisi da
alti ideali di Stato, bensì dall’intreccio distruttivo di
passioni private, vendette orchestrate nei corridoi del
palazzo, torture giudiziarie e confische patrimoniali
guidate dal rancore personale dei governanti.
Per aiutarti a fissare nella memoria il fitto intreccio
di eventi che abbiamo attraversato, questa postfazione
vuole offrirti un riassunto narrativo e descrittivo dei
fatti, svelandoti al contempo i piccoli segreti e le
incongruenze testuali nascoste tra le righe del
manoscritto.
La nostra storia si sviluppa attorno alla collisione
inevitabile tra due figure monumentali dell’epoca:
Ferrante Sanseverino, l’amatissimo e impulsivo
Principe di Salerno, e Don Pietro di Toledo,
ANTONINO CASTALDO
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l’inflessibile e temuto Viceré di Napoli.Tutto ha inizio
con la fuga da Napoli del Principe, ormai esasperato
e incastrato dal Viceré con l’accusa di aver sottratto
denaro spettante alla Corona. Sanseverino cerca
rifugio a Venezia, dove viene accolto con grandi onori,
ma la sua situazione precipita quando da Innsbruck
l’Imperatore Carlo V gli invia un ordine perentorio:
presentarsi a corte entro quindici giorni senza alcuna
possibilità di replica o scusa.
Il Principe, temendo per la propria vita a causa dei
processi truccati che lo attendono a Napoli, invia a
corte il medico Tommaso Pagano per negoziare un
salvacondotto sulla parola imperiale. Di fronte al
rigido rifiuto di Carlo V, e spinto dalla disperazione,
il Sanseverino compie il gesto più radicale: in un
parlamento pubblico a Venezia rinuncia all’omaggio
feudale e ai suoi stati, offrendo la sua fedeltà al Re di
Francia, Enrico II. Quest’ultimo lo accoglie
nominandolo Generale dell’Impresa del Regno di
Napoli con una ricca provvigione annua.
Nel frattempo, a Napoli, il Consiglio Collaterale lo
condanna a morte in contumacia, privandolo di ogni
onore e confiscando i suoi immensi feudi.
Nell’estate del 1552, il dramma si sposta sul mare.
Una colossale armata turca di duecento navi, alleata
dei francesi, si ancora a Procida diffondendo il panico
in tutta la città. La popolazione assiste per settimane
a scaramucce navali, finché, il 10 agosto, la flotta
ottomana salpa improvvisamente.
Attorno a questa ritirata nascono due
interpretazioni: la voce popolare attribuisce il merito
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
a Cesare Mormile, un tempo capo dei fuoriusciti in
Francia, il quale, sdegnato con il Re francese per
promesse non mantenute e scalzato dall’arrivo del
Principe, si sarebbe accordato in segreto con gli
imperiali a Roma. Mormile avrebbe convinto i Turchi
a ritirarsi pagando un donativo di duecentomila ducati,
causandone il collasso finanziario del Banco
Ravaschiero.
L’autore dell’Historia, tuttavia, ridimensiona questa
visione, spiegando che la flotta ottomana si ritirò in
realtà per l’autunno imminente e per la totale
mancanza di notizie dal Principe di Salerno, il quale
giunse a Terracina in forte ritardo quando le navi del
Bassà avevano già preso la via del ritorno.
Il Principe decide allora di inseguire la flotta fino a
Costantinopoli, dove viene ricevuto con grandissimi
onori da Solimano il Magnifico e dal Gran Visir. In
questa occasione dimostra una generosità d’altri
tempi, rifiutando di prendere il Regno di Napoli per
sé e agendo solo in nome della Francia.
Tuttavia, la sua stella si eclissa rapidamente: vinto
dalla vanità e dalle tresche amorose della corte
ottomana, perde presto il rispetto dei Turchi,
rimanendo senza flotta e vedendo svanire il sogno di
riconquistare Napoli.
A Napoli, intanto, Toledo instaura un vero e proprio
regime di terrore poliziesco. Diversi cavalieri e
popolani vengono incarcerati e sottoposti alla tortura
della corda per estorcere confessioni su presunte
trame filofrancesi. In questo clima di forte
oppressione, il notaio popolarista Della Valle viene
brutalmente assassinato per aver indagato sui fondi
ANTONINO CASTALDO
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dei cittadini regalati alla Viceregina, e l’intera vicenda
viene insabbiata dai tribunali.
Lo scandalo investe anche la vita privata del
Generale: i fratelli della nobildonna Vincenza Spinelli
protestano con l’Imperatore perché la donna convive
con Don Pietro da anni senza un titolo pubblico. Carlo
V costringe allora il Viceré a celebrare pubblicamente
le nozze a Napoli per sanare l’onore della famiglia,
ma la festa si rivela fredda e silenziosa a causa del
profondo odio che la città nutre verso il suo
governante. Il trionfo finale è però di breve durata:
di fronte alla ribellione di Siena, Carlo V gli ordina
inflessibilmente di lasciare Napoli per guidare la
riconquista della città toscana, costringendolo a
cedere nonostante le scuse legate all’età avanzata e
alla salute precaria, segnando così l’epilogo del suo
lungo vicereame.
Per te, lettore attento, questo testo custodisce
anche alcune peculiarità e incongruenze che meritano
di essere decifrate, poiché rivelano la complessità
della trasmissione dei manoscritti storici.La prima
anomalia che balza all’occhio riguarda la struttura
materiale del diario.
Durante il racconto del soggiorno del Principe in
Oriente, la numerazione originaria delle pagine del
manoscritto subisce un improvviso balzo all’indietro.
Dopo aver seguito una precisa sequenza cronologica
e testuale, il testo stampato inserisce
improvvisamente dei riferimenti a pagine molto
precedenti. Questo fenomeno non deve disorientare:
si tratta di un classico refuso materiale legato alla
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
rilegatura dei vecchi volumi cartacei o a una svista
del copista durante la trascrizione delle copie
d’archivio.Una seconda incongruenza, questa volta
legata ai nomi dei protagonisti, si nota nella
designazione del potente genero di Solimano il
Magnifico e capo del Consiglio reale.
Al momento del suo ingresso nella narrazione, il
personaggio viene introdotto con il nome errato di
Rustan Bassà. Tuttavia, la fluidità del testo non ne
risente, poiché poche righe dopo lo stesso autore
corregge inconsciamente l’errore, restituendo al
lettore il corretto e reale nome storico della figura,
ovvero il celebre Gran Visir Rustan Bassà.
Infine, l’incongruenza più profonda e affascinante
risiede nello scontro ideologico tra le fonti. Il notaio
Antonino Castaldo scrive dall’interno della ferita
napoletana, registrando i motti satirici dei prigionieri,
la crudeltà delle torture e i retroscena più opachi del
potere. Quando la storiografia ufficiale successiva,
curata da Tommaso Costo, riprenderà in mano queste
stesse vicende, opererà una sistematica epurazione
dei fatti: le torture verranno ridotte ad atti spiacevoli
ma ordinari e necessari alla sicurezza dello Stato,
mentre la figura del Principe verrà dipinta
esclusivamente sotto la lente del tradimento e della
fellonia.
Leggere oggi CASTALDO significa quindi ascoltare la
vera voce fuori dal coro di una Napoli che non volle
piegarsi alla narrazione ufficiale del Regno, accusando
e poi salvando Ferrante Sanseverino.
A Costantinopoli, i colloqui decisivi avvennero sotto
ANTONINO CASTALDO
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la mediazione del potente Gran Visir Rustem Bassà.
Il primo ministro ottomano comprese subito il
valore propagandistico e militare del Principe.
Sanseverino non chiedeva solo asilo, ma proponeva
un vero e proprio trattato: in cambio del supporto
militare turco, il Regno di Napoli si sarebbe liberato
dal giogo spagnolo, impegnandosi a pagare un
“conveniente tributo” (come annota Castaldo)
all’Impero Ottomano, mantenendo però una propria
autonomia interna sotto la guida dello stesso
Sanseverino.
Solimano accettò la proposta e mise a disposizione
una gigantesca flotta navale. Il piano prevedeva che
le navi ottomane unissero le forze con quelle francesi
(alleate dei turchi in funzione anti-asburgica) e
convergessero verso le coste napoletane, dove il
Principe di Salerno avrebbe dovuto coordinare lo
sbarco e sollevare le popolazioni locali.
Nonostante i piani grandiosi, l’impresa si rivelò un
tragico fallimento politico per il Principe, ma un
successo devastante per la strategia corsara ottomana.
La coordinazione militare tra la flotta francese e quella
turca fallì a causa di ritardi e diffidenze reciproche, e
la tanto sperata rivolta interna dei baroni napoletani
non si accese, soffocata dal pugno di ferro del viceré
Toledo e dal timore delle rappresaglie spagnole.
La flotta ottomana, rimasta senza un obiettivo
politico concreto e senza il supporto di terra
necessario per prendere Napoli, si abbandonò a una
serie di feroci rappresaglie e saccheggi lungo le coste
della Campania tra il 1552 e il 1553.
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DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
Le incursioni colpirono duramente località indifese
come Massa Lubrense e Sorrento, che vennero messe
a ferro e fuoco.
Ferrante Sanseverino, da potenziale liberatore e
nuovo sovrano, assistette impotente alla devastazione
delle sue stesse terre (che più non vide), a danno dei
Napoletani.
Lo stesso Viceré Toledo utilizzò la minaccia del
“tradimento turco” per giustificare una repressione
ancora più dura e consolidare il potere spagnolo non
solo nella Capitale, ma in tutto il Regno.
S.C.
ANTONINO CASTALDO
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INDICE DIARI DI NAPOLI (1552-1553)
LIBRO IV (1552 – 1553)
INTRODUZIONE
LA QUARTA PARTE DI ANTONINO CASTALDO
L’AMICIZIA TRA IL GRAN TURCO E IL PRINCIPE
DI SABATO CUTTRERA
PREMESSA STORICA
IL NOTAIO VERA VOCE FUORI DAL CORO
L’UNICO CONFRONTO POSSIBILE È CON ROSEO
IL PRIMO CAPITOLO
IL RE SCRIVE AL PRINCIPE PER IL PERDONO
SANSEVERINO TRADISCE PER LA PENSIONE
MS., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Incontro a Pesaro tra Sanseverino e Cardinal Farnese
— Lettera al Re: Sono fermo a Padova per curare la ferita
— Carlo V insiste: Venga, come ha fatto altre volte
— Pagano fa da tramite, presente il dottore Becciano
— Il Cardinale Granvele insiste, ma Toledo scalpita
— La ribellione finale per corruzione dei Francesi?
— 20.000 scudi all’anno per tradire: la vergogna dei servi
— Il Viceré ora teme i Turchi: l’arresto di Giacchetta
IL SECONDO CAPITOLO
CONDANNA IN CONTUMACIA DAL VICERE’
L’ACCUSA DI PECULATO VERSO LA CORONA
MS., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— A Marzo tutta Napoli seppe della ribellione
— I Turchi alleati di Francia sbarcati a Procida
— Mormile in missione regia corrompe il nemico
— Poi è oscurato dagli imperiali e lascia la Corte
— Dal Principe il No al Re Carlo: promette e non mantiene
— Corrotto o meno, il Bassà lascia e non invade
— Fallisce il Banco Ravaschiero: sborsati 200 mila Ducati
— Il Principe rincorre il Bassà e fa tappa in Turchia
— L’amorevole incontro con il Granturco e l’harem
— Napoli tradita da quella leggiadrìa: arrestato Carafa
— Presi gli amici del reo: Grisone, Capece e Carafa
— Cavalieri sul giudice Pisanello: muore il notaio Della Valle
— La triade: il Viceré, Barattuccio e il dottore spagnolo Ciccio
pag. 5
pag. 17
pag. 18
pag. 20
pag. 21
pag. 22
pag. 23
pag. 24
pag. 25
pag. 27
pag. 28
pag. 29
pag. 31
pag. 32
pag. 33
pag. 34
pag. 35
pag. 36
pag. 37
pag. 38
pag. 39
pag. 41
ANTONINO CASTALDO
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IL TERZO CAPITOLO
NAPOLI HA UNA VICEREGINA «LOCALE»
TOLEDO COSTRETTO A SPOSARE LA SPINELLI
MS., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Il Re al suo dittatore: devi riparare e sposare la tua amante
— Carlo V ordina a Don Pietro la repressione di Siena
— Il Viceré si dà ammalato, poi parte e ci resta secco
— Tornano i Turchi a Ponza, pronti per l’assalto in Toscana
— Ferrante a Castro dei Farnesi per l’Impresa del Regno
— La Principessa dal Re: muore prima dell’esilio in Portogallo
— Il Principe attentato da Della Monica inviato da Colonna
— Ferrante è salvo, ma si dà alla leggiadrìa in Francia
IL QUARTO CAPITOLO
I TURCHI PRENDONO MASSA E SORRENTO
IL CARDINAL PACECCO E’ IL NUOVO VICERE’
MS., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Sale Papa Paolo IV Carafa, il più terribile della storia
— I Turchi sbarcano a Massa e piombano su Sorrento
— Napoletani e Capitano lasciano invadere e sequestrare
— Gli equilibri precipitano e il Re abdica per il figlio
— Arriva Cardinal Pacecco col Marchese e il Bisignano
— I Colonna via da Roma, Duca d’Alva conro i Francesi
— Il Cardinal Ghisa tenta l’impresa per il Re di Francia
— Il Papa torna col Regno: San Gennaro in Spagna
— La Pace tra Francesi e Spagnoli pubblicata a Napoli
— Castaldo al servizio di Giulio Cesare Caracciolo
— Il Principe Don Giovanni d’Austria garante di Napoli
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
FONTI MANOSCRITTE, STORIOGRAFIA ISTITUZIONALE
TRASCRIZIONI MANOSCRITTE, EDIZIONE CRITICA
INDICE DEI LUOGHI
INDICE DEI NOMI
REGNANTI E CAPI DI STATO, RIBELLI E FAZIOSI, NOBILI, STORICI







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