46. DIARI DI NAPOLI, IL MANOSCRITTO DI ANTONINO CASTALDO (1548-1551) ISBN 9788872976586

In offerta!

44,00 29,00


Copertina posteriore

CASTALDO, 3^ parte dei Diari

INTRODUZIONE

il notaio castaldo fonte su re carlo v
una storia diversa dalla cronaca di miccio

È forse questa la prima volta che il testo dell’Historia del Castaldo viene trascritto per intero, sezione dopo sezione, da un testo manoscritto e non a stampa, per essere poi confrontato con le notizie ricavate da altri autori. La miniera di dati in volgare racchiusa nel «De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli» (meglio conosciuto come l’Historia) — da noi tradotta o adattata al contesto — ci introduce alla persecuzione del Principe di Salerno. Quest’ultimo era ritenuto dal Viceré Toledo la vera mente della rivolta del 1547 guidata da Tomase Aniello Sorrentino, un personaggio spesso confuso con il «Masaniello» di cento anni dopo.¹
Si tratta di episodi non del tutto noti che, spesso, non sembrano mai essere stati pubblicati in maniera integrale. Per questo motivo abbiamo deciso di editare tutti i contenuti delle Historie, rinvenuti sia in volgare sia in spagnolo, consultando esclusivamente le copie conservate presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (BNN) e la Biblioteca Nacional de España a Madrid (BNE), che in genere indichiamo come opera del copista «D».²
L’autore, Antonino Castaldo, si cita in prima persona in più di un’occasionale all’interno del testo, che fu poi riscritto con varianti e aggiunte da decine di trascrittori e amatori della storia patria, come egli stesso fece con i suoi predecessori.
Tra tutti, come abbiamo visto in altri lavori dei Diari, spicca la testimonianza d’eccezione del cronista coevo Francesco Zazzera (1574-1626), trascritto per volontà dell’artista Domenico Gargiulo, detto «Micco Spataro»,³ il grande paesaggista barocco. Testimone di eruzioni e rivolte, Gargiulo si faceva qui realista contemporaneo, materializzando storie e personaggi della memoria popolare.4
Così i copisti «A» e «B», e specialmente l’Anonimo trascrittore, che appare come l’unico appartenente a un periodo leggermente precedente a tutti gli altri, e quindi più vicino ai fatti; per tale ragione, lo abbiamo inserito nei medesimi volumi dei nostri Diari, risultando anteriore allo stesso Castaldo.5
Prosegue insomma il confronto anno per anno, come di prassi nella nostra collana (a volte mese per mese), su questi diari napoletani e beneventani dell’era moderna, ovvero, le cronache, le storie.
Questo nuovo volume, ossia la terza parte che segue la rivolta del 1547, è dedicato agli anni 1548-1551, descritti dal Castaldo e tratti dal terzo libro originale, ricopiato dal copista «D». Questo testo è preceduto da una premessa su quegli anni a nome di Scipione Miccio, un altro cronista contemporaneo ai fatti, a suo tempo trascritta rapidamente da Francesco Palermo, sebbene quest’ultimo sostenga apertamente le ragioni del Viceré e non quelle del Popolo o del Principe.
In tal modo offriamo due facce della stessa medaglia, ossia due cronisti più o meno coevi, grazie ai quali il lettore può farsi un’idea più chiara e solida sull’opera del Viceré Toledo.
Il quadro che ne emerge è veritiero e ancora più incisivo, grazie al capitolo di confronto tratto dalla Vita del Viceré scritta dal Miccio e trascritta da Palermo (Vita di Don Pietro di Toledo, Marchese di Villafranca, composta da Scipione Miccio, cittadino napolitano, in: Francesco Palermo, Narrazioni e documenti sulla storia del Regno di Napoli: dall’anno 1522 al 1667, pag. XXXVIII).
Castaldo è il vero collettore di tutte le storie iniziali dei notai, le Historie, che in seguito si scopriranno essere state iniziate da altri prima di lui. Egli interviene in prima persona nella cronaca in quanto custode di segreti che gli vengono rivelati non solo dalla gente comune, ma anche nel corso del suo lavoro di segretario presso la Vicaria.
In quel luogo, infatti, incontra ogni giorno detenuti in attesa di giudizio e ne conosce le storie; Castaldo resterà al suo posto anche dopo la rivolta, essendo l’unico ufficiale ritenuto davvero imparziale dal Viceré.
Al contempo, egli è anche il notaio personale del Principe di Salerno, di cui conosce vita e miracoli grazie alle confidenze ricevute, che talvolta gli viene chiesto di registrare in questo libro.
Quest’opera, parziale o imparziale che sia, fornisce l’altro volto della medaglia: quello ufficioso dei nobili, unito a quello della plebe, entrambi avversi alla versione ufficiale sostenuta dal Miccio.
Ma la nostra sottocollana dei Diari è interamente dedicata al Castaldo, per cui riporta fedelmente, almeno in apparenza, il Terzo Libro del manoscritto del notaio (ascrivibile tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento), intitolato Historia del Regno di Napoli (BNN), confrontandola con la versione della Biblioteca Nacional de España, libro rarissimo, mss. cartaceo n. 2986, pagg. 1-141, dal titolo «Progressi, et ingresso dell’Imperatore Carlo quinto, nel Regno, e Città di Napoli, a’ tempo del Governo di Don Pietro di Toledo, all’hora suo luogotenente, e’ Viceré in essi; con la Rebellione del Principe di Salerno, di Notare Antonino Castaldo divisi in quattro libri».6
Da qui hanno avuto origine i nostri Diari, la cui datazione va quindi anteposta a quella dei copisti già analizzati, come sostenuto dallo stesso Castaldo.7
Dopo lo scoppio dei tumulti del 1547 a causa del dispaccio che introduceva l’Inquisizione, seguirono il ritiro del provvedimento (a favore del solo reato di eresia per marrani, chierici, ecc.) e il perdono del Re. Ciononostante, si consumò la vendetta del Viceré, a cominciare dal Principe di Salerno, ritenuto la mente della sommossa, di cui Tommaso Aniello Sorrentino e il fratello furono solo gli ultimi anelli, pur facendo parte dei nobili di Piazza dell’Olmo.
L’Historia del Castaldo viene di volta in volta confrontata con diversi cronisti. In questo caso, il manoscritto è stato paragonato alle notizie ricavate dall’edizione ottocentesca a stampa della copia del Miccio, seppur nella forma parziale e ridotta da Francesco Palermo, per offrire, finalmente, l’idea di cosa sia successo davvero in quegli anni.8
La differenza storiografica fondamentale tra i due cronisti coevi, che emerge chiaramente dal testo (Miccio – Castaldo), risiede nella prospettiva metodologica e nel fulcro documentario della narrazione.
Scipione Miccio adotta un taglio squisitamente istituzionale, diplomatico e macro-politico, incentrato sulla celebrazione dell’autorità statale incarnata dal Viceré Don Pietro di Toledo; la sua cronaca mira a giustificare la severità governativa come strumento necessario per il mantenimento dell’ordine pubblico e della fede.
Al contrario, il notaio Antonino Castaldo, inserito nei meccanismi amministrativi cittadini come Segretario del Popolo, offre una cronaca viscerale, analitica e interna alle dinamiche di palazzo, svelando che le grandi decisioni politiche e le sentenze giudiziarie della macchina vicereale erano in realtà mosse da intrighi amorosi, faide nobiliari, rancori personali e cospirazioni economiche.
Per quanto concerne la gestione dei reati di eresia nel Regno tra il 1549 e il 1550, Scipione Miccio descrive una situazione in cui i sospetti eretici si riunivano licenziosamente a Napoli subito dopo le sommosse urbane, confidando in una totale impunità a causa della debolezza delle magistrature cittadine. Miccio elogia la prudenza politica del Viceré Toledo, il quale decise di non intromettersi in prima persona nelle condanne per evitare di riaccendere il risentimento della popolazione contro il Tribunale dell’Inquisizione. Per ovviare a questo pericolo, il Viceré agì per via indiretta, prestando il braccio secolare della giustizia regia al Vicario generale di Napoli. Quest’ultimo procedette all’arresto dei sospetti e al loro trasferimento coatto a Roma davanti agli ufficiali del Sant’Uffizio, dove la maggior parte degli accusati scelse di fare penitenza per poi essere reinserita nella società. Ciò permette a Miccio di concludere che il Regno venne purgato da ogni sospetto ereticale attraverso la via giudiziaria ordinaria.
Antonino Castaldo demistifica completamente questa narrazione istituzionale, scendendo nell’analisi analitica delle cause e delle reazioni popolari. Castaldo individua l’origine esatta dei disordini nell’affissione pubblica degli editti inquisitoriali, eseguita dai frati domenicani del convento di Santa Maria a Formello.
Egli svela la strategia della duplicità adottata da Toledo, il quale ricevette i cinque deputati della città con parole dolci, affabili e rassicuranti, fingendo un totale travisamento dei fatti.
Il suo unico scopo era ingannare la rappresentanza cittadina e guadagnare il tempo necessario all’arrivo dei rinforzi militari, terrestri e navali, che stava facendo convergere d’urgenza da Genova, da Messina e dalle galee di Malta.
Castaldo inserisce l’episodio crudo di un nobile del seggio di Portanova, identificato come Capua Cavallero, e di due giovani che avevano causato la fuga di un prigioniero dalle mani dei conestabili. Il Viceré ordinò immediatamente al Reggente del Vicariato, Don Geronimo Fonseca, di decapitare i giovani sul posto per terrorizzare la città. Di fronte al fermo rifiuto del magistrato di procedere a una condanna così sommaria e priva di un processo formale, Toledo fece eseguire la decapitazione nell’oscurità della sala superiore del castello per mano di uno schiavo. Questo atto di violenza clandestina spinse l’intera popolazione a serrare immediatamente le botteghe commerciali e a riprendere le armi per la rivolta generalizzata.
L’anno 1551 rappresenta il culmine dello scontro storiografico tra i due autori, in particolare riguardo all’attentato e alla successiva destituzione del Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino.
Scipione Miccio riporta l’evento come un fatto di cronaca nera, in cui il Principe, durante lo spostamento da Napoli verso i suoi feudi a Salerno, cadde in un agguato lungo il cammino e venne ferito al ginocchio da un colpo di archibugio esploso dal gentiluomo salernitano Perseo di Ruggiero. Miccio asserisce che il sicario fu catturato e sottoposto a tortura nel tribunale della Vicaria a Napoli, dove confessò reiteratamente, fino al momento della sua decapitazione, di aver agito per una pura vendetta d’onore legata a vicende strettamente personali, smentendo categoricamente i sospetti diffusi secondo cui il mandante potesse essere il Viceré Toledo o il marchese Mendoza.
Castaldo smonta questa versione ufficiale ed esibisce la trama di un vero e proprio complotto di Stato. Secondo il notaio, il Viceré e il Marchese di Valle pianificarono deliberatamente l’assassinio del Principe Sanseverino, assoldando Perseo di Ruggiero e sfruttando abilmente il suo risentimento genealogico; il Principe di Salerno, infatti, aveva concesso il perdono all’Abate Capano, l’uomo che aveva precedentemente ucciso a Genova il padre di Ruggiero. Castaldo specifica analiticamente la dinamica spaziale del delitto, spiegando che Ruggiero attese la vittima tra le località di La Cava e Salerno fingendo di dedicarsi all’attività venatoria con il moschetto in spalla, e che il proiettile, originariamente mirato al petto per uccidere, attinse la coscia e il ginocchio solo perché il Principe arrestò il suo passo per un istante esatto prima di salire all’interno della lettiga.
Castaldo denuncia la successiva parzialità del sistema giudiziario vicereale, in quanto Toledo sottrasse il prigioniero alla giurisdizione feudale del Principe e ne respinse la richiesta di istruire il processo a Salerno con il pretesto legale che l’offeso non potesse fungere da giudice nella propria causa. Per consolidare le accusano di tradimento contro il Sanseverino, il Viceré dispose l’applicazione di feroci e prolungate torture nei confronti dei più stretti alleati del Principe, tra cui il Castellano di Salerno e il nobile napoletano Camillo Torres. Castaldo evidenzia la strenua resistenza fisica dei due uomini sotto i tormenti, fino a quando l’arresto di Leoneto Manacane — descritto come l’intermediario di numerosi omicidi ordinati dal Principe — e le deposizioni rancorose dell’Abate Capano non permisero al Viceré di raccogliere il materiale processuale necessario da inviare a Carlo V.
Castaldo inserisce inoltre un retroscena grottesco e prettamente economico legato alla caduta del Sanseverino, un dettaglio totalmente omesso dalla cronaca aulica di Miccio. Il Principe di Salerno, privo di eredi diretti e schiacciato dai debiti contratti per sostenere i fasti delle sue missioni diplomatiche, sfruttò la reale profezia di una veggente di Civitade Chieti, la quale aveva predetto la gravidanza della Duchessa di Castrovillari, figlia del Viceré.
Il Sanseverino sparse intenzionalmente la falsa notizia che la medesima veggente avesse profetizzato la gravidanza di sua moglie, la Principessa di Salerno, inducendo i propri vassals feudali a promettergli un’enorme sovvenzione pecuniaria al momento del parto. L’obiettivo occulto del Principe era incassare questa ingente fortuna per radunare un esercito mercenario sul campo e armarsi contro le minacce vicereali.9
Castaldo racconta che Toledo scoprì lo stratagemma e inviò una folta delegazione di ministri e nobili reali a Salerno, apparentemente per congratularsi, ma con il compito reale di smascherare pubblicamente la menzogna della gravidanza. Ciò costrinse il Principe a spendere le sue ultime risorse finanziarie per ospitare la delegazione, lasciandolo politicamente umiliato e privo dei mezzi economici per sostenere i suoi disegni.
L’epilogo politico della vicenda evidenzia ulteriormente la discrepanza interpretativa tra i due cronisti.10
Scipione Miccio si limita a registrare che il Principe di Salerno, una volta guarito, abbandonò il Regno per recarsi a Padova, ovvero nelle Venezie, con il pretesto di curare una finta lesione ai nervi causata dall’archibugiata; da lì formalizzò la sua ribellione a Carlo V per mettersi al servizio di Enrico II, Re di Francia, scrivendo un manifesto difensivo in cui lamentava i cattivi trattamenti ricevuti dai ministri imperiali. Miccio sottolinea la legittimità della condanna imperiale che dichiarò il Sanseverino ribelle pubblico, confiscandone i territori e spingendolo all’esilio a Costantinopoli per sollecitare l’intervento della flotta ottomana di Solimano il Magnifico contro le coste napoletane.
In definitiva, la ricostruzione di Miccio si focalizza sulla glorificazione della stabilità economica, della prontezza militare e della giustizia imperiale che purificano il Regno; al contrario, la minuziosa analisi di Castaldo svela come i grandi mutamenti geopolitici dell’epoca non fossero determinati da alti ideali di Stato, bensì dall’intreccio distruttivo di passioni private, vendette orchestrate nei corridoi del potere, torture giudiziarie e confische patrimoniali guidate dal rancore personale dei governanti.11

Sabato Cuttrera

Description

L’INCREDIBILE STORIA DEL PRINCIPE DI SALERNO
NELLA TERZA PARTE DEL MANOSCRITTO CHE DIVENNE «HISTORIA»

Libro III (1548 – 1551)

POSTFAZIONE

una narrazione pura di soli fatti
la verità storica è nei dettagli

La pubblicazione di questa terza parte della nostra collana dei Diari (1548-1551) rappresenta un traguardo editoriale e storiografico di eccezionale valore filologico (pp. 2, 7).
Questo volume, interamente incentrato sulle preziose memorie del notaio Antonino Castaldo tratte dal prezioso manoscritto del copista «D», restituisce finalmente una trascrizione fedele e integrale dei primi capitoli dell’opera (pp. 6-7). Il valore di questa operazione risiede nella capacità del testo di demistificare le cronache istituzionali dell’epoca, offrendo una narrazione viscerale, analitica e rigorosamente interna alle dinamiche di palazzo (pp. 8-9). La testimonianza del Castaldo si distingue per un crudo e documentato realismo, reso possibile dal suo osservatorio privilegiato (pp. 7, 17). In qualità di Segretario del Popolo e ufficiale della Vicaria, il notaio raccoglieva quotidianamente le confessioni dei detenuti; al contempo, come notaio personale del Principe di Salerno, custodiva i segreti più intimi della nobiltà (pp. 7, 9).
Questo duplice canale informativo gli ha permesso di svelare come i grandi mutamenti geopolitici del Regno fossero in realtà mossi da un intreccio distruttivo di passioni private, faide nobiliari, rancori personali e cospirazioni economiche (pp. 9, 16).
Nei capitoli qui raccolti, la cronaca del Castaldo scende nei dettagli più minuti delle cause che scatenarono la rivolta urbana e la successiva persecuzione dei dissidenti (pp. 9-10). Il notaio individua con precisione chirurgica la scintilla dei disordini nell’affissione pubblica degli editti inquisitoriali eseguita dai frati domenicani del convento di Santa Maria a Formello (pp. 10, 34). Di fronte al subbuglio popolare, Castaldo documenta la strategia della totale duplicità adottata dal Viceré Don Pietro di Toledo (p. 10).
Il governatore ricevette i cinque deputati della città con parole affabili e rassicuranti, fingendo un completo travisamento dei fatti (pp. 10, 34). Questa studiata messinscena aveva l’unico scopo di ingannare la rappresentanza cittadina per guadagnare il tempo necessario a far convergere a Napoli imponenti rinforzi militari, terrestri e navali, fatti reclutare d’urgenza da Genova, da Messina e dalle galee di Malta (pp. 10, 35). Il culmine della violenza vicereale viene registrato da Castaldo attraverso un episodio crudo e emblematico (p. 10): l’arresto del nobile del seggio di Portanova, Capua Cavallero, e di due giovani accusati di aver favorito la fuga di un prigioniero dalle mani dei conestabili (pp. 10, 35).
Il notaio svela un retroscena giudiziario di straordinaria gravità: il Viceré ordinò al Reggente del Vicariato, Don Geronimo Fonseca, di decapitare immediatamente i giovani sul posto per terrorizzare la città (pp. 10, 35). Di fronte al fermo rifiuto del magistrato di procedere a una condanna così sommaria e priva di un regolare processo formale, il Toledo aggirò l’ostacolo ordinando l’esecuzione clandestina nell’oscurità della sala superiore del castello, per mano di uno schiavo (pp. 10-11, 35). Fu proprio la denuncia di questo brutale atto di violenza, documentata da Castaldo, a spingere l’intera popolazione a serrare le botteghe e a riprendere le armi per la rivolta generalizzata (pp. 11, 35).
Infine, le trascrizioni dei manoscritti del Castaldo svelano i dettagli più occulti e prettamente economici legati al piano del Viceré per annientare Ferrante Sanseverino (pp. 13, 36).
Il Principe di Salerno, schiacciato dai debiti contratti per i fasti delle sue missioni diplomatiche a Madrid e privo di eredi diretti, cercò di sfruttare una reale profezia di una veggente di Civitade Chieti, la quale aveva predetto la gravidanza della Duchessa di Castrovillari, figlia del Viceré (pp. 13, 36).
Il Sanseverino sparse intenzionalmente la falsa notizia che la medesima veggente avesse profetizzato la gravidanza di sua moglie, la Principessa di Salerno (pp. 13, 36).
L’obiettivo occulto del Principe era indurre i propri vassalli a promettergli un’enorme sovvenzione pecuniaria al momento del parto, una fortuna che gli avrebbe permesso di radunare un esercito mercenario sul campo per armarsi contro le minacce vicereali (pp. 13, 36).
Castaldo racconta con precisione come il Toledo, scoperto lo stratagemma, inviò una folta delegazione di ministri e nobili a Salerno con il compito reale di smascherare pubblicamente la menzogna della gravidanza, costringendo il Principe a dilapidare le sue ultime risorse finanziarie per ospitarli, lasciandolo politicamente umiliato e privo dei mezzi economici per sostenere i suoi disegni di rivolta (pp. 14, 36).Attraverso la pubblicazione di queste pagine, restituiamo alla storia la cronaca più autentica e documentata di quei drammatici anni, confermando Antonino Castaldo come il cronista più affidabile e profondo del Cinquecento napoletano (pp. 7-8).

L’Editore

Libro III (1548 – 1551)
introduzione
IL NOTAIO CASTALDO FONTE SU RE CARLO V,
UNA STORIA DIVERSA DALLA CRONACA DI MICCIO
di sabato cuttrera

premessa storica
l’odio del vicerè verso sanseverino
il principe di salerno sfida don pedro
da scipione miccio

1. Estate 1547, Napoletani contro Spagnoli a rua Catalana
2. L’accordo del 12 Agosto tra amministratori e Viceré
3. Il Principe di Salerno trattenuto dall’Imperatore
4. La promessa del 1549: cause d’Eresia, senza Inquisizione
5. Presto la guerra d’Africa: soldi all’Imperatore
6. Sequestro di beni e pallottole per il Principe ribelle

prologo
NIENTE RIVOLTA, MA STOP ALL’INQUISIZIONE
I REATI DI ERESIA NON ALLARMANO I NOBILI
Antonino Castaldo, Vita, inserto in spagnolo, in: Ms., De Progressi,
et successi nella Città, e Regno di Napoli, Napoli 1650

il primo capitolo
IL POPOLO SI ARRENDE E GETTA LE ARMI
IL RE PERDONA TUTTI, MA PROCESSA I POCHI
Ms., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
Di Notar Antonino Castaldo
— La Città contro i nobili vendutisi al Viceré
— Il Priore di Bari fa gettare le armi in San Lorenzo
— I Consiglieri cittadini chiedono perdono: l’indulto
— Licenziati gli ufficiali, tranne Castaldo segretario

il secondo capitolo
IL RE SALVA TOLEDO, FRENA SANSEVERINO
VENDETTE PERSONALI AL RITORNO A NAPOLI
Ms., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Ambasciatori dal Re per riferire sul massacro di Toledo
— Don Pedro si riprende i poteri e sostituisce le cariche
— Carlo V dileggia i delegati Caracciolo e Pino
— Santillo alla sbarra, Carafa portò ‘Masaniello’ sul cavallo
— Di Sangro continuamente carcerato per inimicizia
il terzo capitolo
ORA VA FERMATO IL PRINCIPE DI SALERNO
IL VICERE’ ATTIVA LE SPIE PER ARRESTARLO
Ms., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— L’Imperatore rilascia il Principe: obbedisci al Viceré!
— Sanseverino va dal Toledo solo la settimana dopo
— L’erede delle Spagne a Milano snobba i Napoletani
— La Principessa fa finta di essere incinta? la distrazione

il quarto capitolo
SANSEVERINO SNOBBA GLI ORDINI REGI
RITORNO CON PIGNORAMENTO E ATTENTATO
Ms., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Amanti di notte: Brancaccio giustiziato, Poderico salvo
— Il Marchese di Vico tende una trappola al Principe
— Il Principe si burla del Marchese in Parlamento
— Donativo per la guerra in Africa: il Re vuole i soldi
— Don Ferrante ferito alla Molina di Vietri: l’agguato

il quinto capitolo
L’ATTENTATO DI CAVA ORDITO A PALAZZO?
L’ACCUSA DI SODOMIA E LA FUGA A VENEZIA
Ms., De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli.
— Cava consegna Perseo che accusa il fratello complice
— I reati del Principe perseguitato: ribellione e sodomia
— S.Severino riercato fugge a Venezia: così fece il padre
— Prima di scappare racconta la verità al Castaldo

postfazione
una narrazione pura di soli fatti: la verità storica è nei dettagli

note bibliografiche
ricapitolazione

ricapitolazione

Il «Libro III» dell’Historia del notaio Antonino Castaldo, analizzato in questo volume per gli anni compresi tra il 1548 e il 1551, mette in luce una profonda frattura storiografica con la cronaca ufficiale e filogovernativa. Esso analizza la complessa trama politica, giudiziaria e militare del Regno di Napoli, offrendo una ricostruzione ravvicinata delle dinamiche di potere della macchina vicereale spagnola.
La sezione iniziale introduce l’esame critico dei testi manoscritti e fissa le coordinate storiche dello scontro tra il viceré Don Pedro di Toledo e il Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino.
I sei punti della premessa ricostruiscono i momenti chiave della crisi: i sanguinosi scontri tra napoletani e spagnoli a rua Catalana nell’estate del 1547, i successivi accordi amministrativi di agosto, la temporanea ritenzione del Principe presso l’Imperatore, la gestione dei reati di eresia senza l’introduzione del formale tribunale inquisitoriale, il pesante drenaggio finanziario per sostenere la guerra d’Africa e, infine, l’inizio dei sequestri patrimoniali ai danni del Sanseverino, ormai dichiarato ribelle.
Il prologo mette in chiaro la reale natura delle sommosse cittadine del 1547, evidenziando che l’obiettivo della nobiltà e della plebe non era l’insurrezione contro la Corona, ma il blocco intransigente dell’Inquisizione spagnola, confermando che i reati di eresia ordinaria non destavano particolare allarme tra le classi dirigenti napoletane.
Il primo capitolo descrive il crollo della resistenza e la resa della città, divisa tra la popolazione e i nobili che si erano piegati ai voleri del viceré. Sotto la mediazione del Priore di Bari, il popolo depone le armi nel complesso di San Lorenzo e i consiglieri ottengono l’indulto imperiale, ma Toledo avvia un’epurazione radicale degli uffici pubblici, licenziando l’intero corpo dei funzionari civici a eccezione del segretario Castaldo, confermato per la sua riconosciuta imparzialità.
Il secondo capitolo approfondisce la sistematica repressione attuata al rientro del viceré a Napoli, blindato dal sostegno di Carlo V che dileggia apertamente i delegati della città Caracciolo e Pino. Toledo riprende pienamente le redini del governo e avvia feroci processi e persecuzioni personali per inimicizia politica: vengono colpiti esponenti di primo piano come Santillo, Carafa — accusato di aver scortato a cavallo il capo rivoltoso Tomase Aniello Sorrentino — e Di Sangro, continuamente incarcerato per puro rancore personale del governante.
Il terzo capitolo si focalizza sulle manovre per isolare e colpire il Principe di Salerno, rilasciato dall’Imperatore con l’obbligo di sottomettersi al viceré. Il Sanseverino esaspera i rapporti rinviando l’udienza con Toledo di una settimana, mentre la delegazione napoletana viene snobbata a Milano dall’erede al trono spagnolo. In questo clima di spionaggio e sospetti, il Principe tenta di raccogliere fondi dai suoi vassalli orchestrando lo stratagemma finanziario della falsa gravidanza della Principessa, un espediente utile a distrarre gli avversari ma prontamente intercettato dal viceré.
Il quarto capitolo delinea l’inasprimento delle misure giudiziarie e fiscali ordite dal Palazzo, che si muovono parallelamente alle condanne capitali esemplari come quella del Brancaccio. Il Marchese di Vico tenta di incastrare il Principe in Parlamento, ma ne viene pubblicamente beffato, mentre la Corona esige il pagamento di un ingente donativo militare per la spedizione d’Africa contro Dragut Rais. La tensione sfocia nell’azione violenta alla Molina di Vietri, dove il Principe cade in un agguato e viene ferito al ginocchio da un colpo di archibugio.
Il quinto capitolo svela i dettagli del complotto di Stato dietro l’attentato di Cava, dove il sicario Perseo di Ruggiero viene catturato e confessa il coinvolgimento del fratello e dei vertici vicereali. Per neutralizzare la difesa del Sanseverino, Toledo gli sottrae la giurisdizione del processo e avvia una durissima persecuzione giudiziaria basata sulle accuse di ribellione e sodomia. Braccato e conscio della totale parzialità della giustizia ordinaria, il Principe confida la verità storica a Castaldo prima di intraprendere la fuga verso Venezia per mettersi al sicuro e formalizzare la sua protesta contro i soprusi subiti.
La postfazione e le note bibliografiche chiudono il volume riassumendo il valore di questa narrazione analitica, in cui la ricostruzione dei fatti storici si fonda non sulle dichiarazioni ufficiali delle autorità, ma sul recupero e sulla ricapitolazione scientifica dei minuti dettagli d’archivio scritti dai testimoni diretti dell’epoca.

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Recensioni

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Only logged in customers who have purchased this product may leave a review.

Editorial Review

CASTALDO, 3 parte, DEI DIARI

 

INTRODUZIONE

il notaio castaldo fonte su re carlo v
una storia diversa dalla cronaca di miccio

È forse questa la prima volta che il testo dell’Historia del Castaldo viene trascritto per intero, sezione dopo sezione, da un testo manoscritto e non a stampa, per essere poi confrontato con le notizie ricavate da altri autori. La miniera di dati in volgare racchiusa nel «De Progressi, et successi nella Città, e Regno di Napoli» (meglio conosciuto come l’Historia) — da noi tradotta o adattata al contesto — ci introduce alla persecuzione del Principe di Salerno. Quest'ultimo era ritenuto dal Viceré Toledo la vera mente della rivolta del 1547 guidata da Tomase Aniello Sorrentino, un personaggio spesso confuso con il «Masaniello» di cento anni dopo.¹
Si tratta di episodi non del tutto noti che, spesso, non sembrano mai essere stati pubblicati in maniera integrale. Per questo motivo abbiamo deciso di editare tutti i contenuti delle Historie, rinvenuti sia in volgare sia in spagnolo, consultando esclusivamente le copie conservate presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (BNN) e la Biblioteca Nacional de España a Madrid (BNE), che in genere indichiamo come opera del copista «D».²
L’autore, Antonino Castaldo, si cita in prima persona in più di un’occasionale all'interno del testo, che fu poi riscritto con varianti e aggiunte da decine di trascrittori e amatori della storia patria, come egli stesso fece con i suoi predecessori.
Tra tutti, come abbiamo visto in altri lavori dei Diari, spicca la testimonianza d'eccezione del cronista coevo Francesco Zazzera (1574-1626), trascritto per volontà dell’artista Domenico Gargiulo, detto «Micco Spataro»,³ il grande paesaggista barocco. Testimone di eruzioni e rivolte, Gargiulo si faceva qui realista contemporaneo, materializzando storie e personaggi della memoria popolare.4
Così i copisti «A» e «B», e specialmente l’Anonimo trascrittore, che appare come l’unico appartenente a un periodo leggermente precedente a tutti gli altri, e quindi più vicino ai fatti; per tale ragione, lo abbiamo inserito nei medesimi volumi dei nostri Diari, risultando anteriore allo stesso Castaldo.5
Prosegue insomma il confronto anno per anno, come di prassi nella nostra collana (a volte mese per mese), su questi diari napoletani e beneventani dell’era moderna, ovvero, le cronache, le storie.
Questo nuovo volume, ossia la terza parte che segue la rivolta del 1547, è dedicato agli anni 1548-1551, descritti dal Castaldo e tratti dal terzo libro originale, ricopiato dal copista «D». Questo testo è preceduto da una premessa su quegli anni a nome di Scipione Miccio, un altro cronista contemporaneo ai fatti, a suo tempo trascritta rapidamente da Francesco Palermo, sebbene quest'ultimo sostenga apertamente le ragioni del Viceré e non quelle del Popolo o del Principe.
In tal modo offriamo due facce della stessa medaglia, ossia due cronisti più o meno coevi, grazie ai quali il lettore può farsi un’idea più chiara e solida sull’opera del Viceré Toledo.
Il quadro che ne emerge è veritiero e ancora più incisivo, grazie al capitolo di confronto tratto dalla Vita del Viceré scritta dal Miccio e trascritta da Palermo (Vita di Don Pietro di Toledo, Marchese di Villafranca, composta da Scipione Miccio, cittadino napolitano, in: Francesco Palermo, Narrazioni e documenti sulla storia del Regno di Napoli: dall'anno 1522 al 1667, pag. XXXVIII).
Castaldo è il vero collettore di tutte le storie iniziali dei notai, le Historie, che in seguito si scopriranno essere state iniziate da altri prima di lui. Egli interviene in prima persona nella cronaca in quanto custode di segreti che gli vengono rivelati non solo dalla gente comune, ma anche nel corso del suo lavoro di segretario presso la Vicaria.
In quel luogo, infatti, incontra ogni giorno detenuti in attesa di giudizio e ne conosce le storie; Castaldo resterà al suo posto anche dopo la rivolta, essendo l’unico ufficiale ritenuto davvero imparziale dal Viceré.
Al contempo, egli è anche il notaio personale del Principe di Salerno, di cui conosce vita e miracoli grazie alle confidenze ricevute, che talvolta gli viene chiesto di registrare in questo libro.
Quest'opera, parziale o imparziale che sia, fornisce l’altro volto della medaglia: quello ufficioso dei nobili, unito a quello della plebe, entrambi avversi alla versione ufficiale sostenuta dal Miccio.
Ma la nostra sottocollana dei Diari è interamente dedicata al Castaldo, per cui riporta fedelmente, almeno in apparenza, il Terzo Libro del manoscritto del notaio (ascrivibile tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento), intitolato Historia del Regno di Napoli (BNN), confrontandola con la versione della Biblioteca Nacional de España, libro rarissimo, mss. cartaceo n. 2986, pagg. 1-141, dal titolo «Progressi, et ingresso dell’Imperatore Carlo quinto, nel Regno, e Città di Napoli, a’ tempo del Governo di Don Pietro di Toledo, all’hora suo luogotenente, e’ Viceré in essi; con la Rebellione del Principe di Salerno, di Notare Antonino Castaldo divisi in quattro libri».6
Da qui hanno avuto origine i nostri Diari, la cui datazione va quindi anteposta a quella dei copisti già analizzati, come sostenuto dallo stesso Castaldo.7
Dopo lo scoppio dei tumulti del 1547 a causa del dispaccio che introduceva l’Inquisizione, seguirono il ritiro del provvedimento (a favore del solo reato di eresia per marrani, chierici, ecc.) e il perdono del Re. Ciononostante, si consumò la vendetta del Viceré, a cominciare dal Principe di Salerno, ritenuto la mente della sommossa, di cui Tommaso Aniello Sorrentino e il fratello furono solo gli ultimi anelli, pur facendo parte dei nobili di Piazza dell’Olmo.
L’Historia del Castaldo viene di volta in volta confrontata con diversi cronisti. In questo caso, il manoscritto è stato paragonato alle notizie ricavate dall’edizione ottocentesca a stampa della copia del Miccio, seppur nella forma parziale e ridotta da Francesco Palermo, per offrire, finalmente, l’idea di cosa sia successo davvero in quegli anni.8
La differenza storiografica fondamentale tra i due cronisti coevi, che emerge chiaramente dal testo (Miccio - Castaldo), risiede nella prospettiva metodologica e nel fulcro documentario della narrazione.
Scipione Miccio adotta un taglio squisitamente istituzionale, diplomatico e macro-politico, incentrato sulla celebrazione dell'autorità statale incarnata dal Viceré Don Pietro di Toledo; la sua cronaca mira a giustificare la severità governativa come strumento necessario per il mantenimento dell'ordine pubblico e della fede.
Al contrario, il notaio Antonino Castaldo, inserito nei meccanismi amministrativi cittadini come Segretario del Popolo, offre una cronaca viscerale, analitica e interna alle dinamiche di palazzo, svelando che le grandi decisioni politiche e le sentenze giudiziarie della macchina vicereale erano in realtà mosse da intrighi amorosi, faide nobiliari, rancori personali e cospirazioni economiche.
Per quanto concerne la gestione dei reati di eresia nel Regno tra il 1549 e il 1550, Scipione Miccio descrive una situazione in cui i sospetti eretici si riunivano licenziosamente a Napoli subito dopo le sommosse urbane, confidando in una totale impunità a causa della debolezza delle magistrature cittadine. Miccio elogia la prudenza politica del Viceré Toledo, il quale decise di non intromettersi in prima persona nelle condanne per evitare di riaccendere il risentimento della popolazione contro il Tribunale dell'Inquisizione. Per ovviare a questo pericolo, il Viceré agì per via indiretta, prestando il braccio secolare della giustizia regia al Vicario generale di Napoli. Quest'ultimo procedette all'arresto dei sospetti e al loro trasferimento coatto a Roma davanti agli ufficiali del Sant'Uffizio, dove la maggior parte degli accusati scelse di fare penitenza per poi essere reinserita nella società. Ciò permette a Miccio di concludere che il Regno venne purgato da ogni sospetto ereticale attraverso la via giudiziaria ordinaria.
Antonino Castaldo demistifica completamente questa narrazione istituzionale, scendendo nell'analisi analitica delle cause e delle reazioni popolari. Castaldo individua l'origine esatta dei disordini nell'affissione pubblica degli editti inquisitoriali, eseguita dai frati domenicani del convento di Santa Maria a Formello.
Egli svela la strategia della duplicità adottata da Toledo, il quale ricevette i cinque deputati della città con parole dolci, affabili e rassicuranti, fingendo un totale travisamento dei fatti.
Il suo unico scopo era ingannare la rappresentanza cittadina e guadagnare il tempo necessario all'arrivo dei rinforzi militari, terrestri e navali, che stava facendo convergere d'urgenza da Genova, da Messina e dalle galee di Malta.
Castaldo inserisce l'episodio crudo di un nobile del seggio di Portanova, identificato come Capua Cavallero, e di due giovani che avevano causato la fuga di un prigioniero dalle mani dei conestabili. Il Viceré ordinò immediatamente al Reggente del Vicariato, Don Geronimo Fonseca, di decapitare i giovani sul posto per terrorizzare la città. Di fronte al fermo rifiuto del magistrato di procedere a una condanna così sommaria e priva di un processo formale, Toledo fece eseguire la decapitazione nell'oscurità della sala superiore del castello per mano di uno schiavo. Questo atto di violenza clandestina spinse l'intera popolazione a serrare immediatamente le botteghe commerciali e a riprendere le armi per la rivolta generalizzata.
L'anno 1551 rappresenta il culmine dello scontro storiografico tra i due autori, in particolare riguardo all'attentato e alla successiva destituzione del Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino.
Scipione Miccio riporta l'evento come un fatto di cronaca nera, in cui il Principe, durante lo spostamento da Napoli verso i suoi feudi a Salerno, cadde in un agguato lungo il cammino e venne ferito al ginocchio da un colpo di archibugio esploso dal gentiluomo salernitano Perseo di Ruggiero. Miccio asserisce che il sicario fu catturato e sottoposto a tortura nel tribunale della Vicaria a Napoli, dove confessò reiteratamente, fino al momento della sua decapitazione, di aver agito per una pura vendetta d'onore legata a vicende strettamente personali, smentendo categoricamente i sospetti diffusi secondo cui il mandante potesse essere il Viceré Toledo o il marchese Mendoza.
Castaldo smonta questa versione ufficiale ed esibisce la trama di un vero e proprio complotto di Stato. Secondo il notaio, il Viceré e il Marchese di Valle pianificarono deliberatamente l'assassinio del Principe Sanseverino, assoldando Perseo di Ruggiero e sfruttando abilmente il suo risentimento genealogico; il Principe di Salerno, infatti, aveva concesso il perdono all'Abate Capano, l'uomo che aveva precedentemente ucciso a Genova il padre di Ruggiero. Castaldo specifica analiticamente la dinamica spaziale del delitto, spiegando che Ruggiero attese la vittima tra le località di La Cava e Salerno fingendo di dedicarsi all'attività venatoria con il moschetto in spalla, e che il proiettile, originariamente mirato al petto per uccidere, attinse la coscia e il ginocchio solo perché il Principe arrestò il suo passo per un istante esatto prima di salire all'interno della lettiga.
Castaldo denuncia la successiva parzialità del sistema giudiziario vicereale, in quanto Toledo sottrasse il prigioniero alla giurisdizione feudale del Principe e ne respinse la richiesta di istruire il processo a Salerno con il pretesto legale che l'offeso non potesse fungere da giudice nella propria causa. Per consolidare le accusano di tradimento contro il Sanseverino, il Viceré dispose l'applicazione di feroci e prolungate torture nei confronti dei più stretti alleati del Principe, tra cui il Castellano di Salerno e il nobile napoletano Camillo Torres. Castaldo evidenzia la strenua resistenza fisica dei due uomini sotto i tormenti, fino a quando l'arresto di Leoneto Manacane — descritto come l'intermediario di numerosi omicidi ordinati dal Principe — e le deposizioni rancorose dell'Abate Capano non permisero al Viceré di raccogliere il materiale processuale necessario da inviare a Carlo V.
Castaldo inserisce inoltre un retroscena grottesco e prettamente economico legato alla caduta del Sanseverino, un dettaglio totalmente omesso dalla cronaca aulica di Miccio. Il Principe di Salerno, privo di eredi diretti e schiacciato dai debiti contratti per sostenere i fasti delle sue missioni diplomatiche, sfruttò la reale profezia di una veggente di Civitade Chieti, la quale aveva predetto la gravidanza della Duchessa di Castrovillari, figlia del Viceré.
Il Sanseverino sparse intenzionalmente la falsa notizia che la medesima veggente avesse profetizzato la gravidanza di sua moglie, la Principessa di Salerno, inducendo i propri vassals feudali a promettergli un'enorme sovvenzione pecuniaria al momento del parto. L'obiettivo occulto del Principe era incassare questa ingente fortuna per radunare un esercito mercenario sul campo e armarsi contro le minacce vicereali.9
Castaldo racconta che Toledo scoprì lo stratagemma e inviò una folta delegazione di ministri e nobili reali a Salerno, apparentemente per congratularsi, ma con il compito reale di smascherare pubblicamente la menzogna della gravidanza. Ciò costrinse il Principe a spendere le sue ultime risorse finanziarie per ospitare la delegazione, lasciandolo politicamente umiliato e privo dei mezzi economici per sostenere i suoi disegni.
L'epilogo politico della vicenda evidenzia ulteriormente la discrepanza interpretativa tra i due cronisti.10
Scipione Miccio si limita a registrare che il Principe di Salerno, una volta guarito, abbandonò il Regno per recarsi a Padova, ovvero nelle Venezie, con il pretesto di curare una finta lesione ai nervi causata dall'archibugiata; da lì formalizzò la sua ribellione a Carlo V per mettersi al servizio di Enrico II, Re di Francia, scrivendo un manifesto difensivo in cui lamentava i cattivi trattamenti ricevuti dai ministri imperiali. Miccio sottolinea la legittimità della condanna imperiale che dichiarò il Sanseverino ribelle pubblico, confiscandone i territori e spingendolo all'esilio a Costantinopoli per sollecitare l'intervento della flotta ottomana di Solimano il Magnifico contro le coste napoletane.
In definitiva, la ricostruzione di Miccio si focalizza sulla glorificazione della stabilità economica, della prontezza militare e della giustizia imperiale che purificano il Regno; al contrario, la minuziosa analisi di Castaldo svela come i grandi mutamenti geopolitici dell'epoca non fossero determinati da alti ideali di Stato, bensì dall'intreccio distruttivo di passioni private, vendette orchestrate nei corridoi del potere, torture giudiziarie e confische patrimoniali guidate dal rancore personale dei governanti.11

Sabato Cuttrera