4. VENTICANO E LE FIERE. Un’antica tradizione del XV Secolo

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Copertina posteriore

Un’abbazia all’origine della Fiera di Venticano
Nei tempi in cui il paese era Casale di Montefusco


L’Antica Corte Venticano di Montefusco, appartenuta a Civitate Beneventana, compare per la prima volta nella storia dopo la distruzione dell’originria Vetticano, quando venne rifondata insieme al nuovo Principato di Civitate Beneventana dal Principe Arechi II. La corte terriera di Vetticano viene citata per la prima volta come luogo esistente nella seconda metà dell’anno 700, quale bene appartenuto ai coloni del Gastaldo Radoaldo, a lui donata dal Duca Gisulfo (II).
Con questo patto di conciliazione il monastero di San Vincenzo Apostolo ottiene un castegneto, due corti e relativi servi in Patenaria, ed il monastero di S.Pietro al Monte Calvo presso Benevento. I privati si accontentano ciascuno di una corte e servi a Missano, Crissano e Vetticano. Tutti gli altri beni dell’ex patrimonio del Duca Godescalco restano al monastero di San Vincenzo Apostolo. Sentenze e disposizioni precedenti di Re Astolfo, ritenute non valide, vengono distrutte (Roma, Biblioteca Vaticana, Chronicon Vulturnense, Cod.Barb. lat. 2724, cc.116v-117v, 1130 circa (C); in Federici, Chronicon Vulturnense, I, pp.321-324, Doc.69; in CDL).

Si tratta di una charta convenientiae, l’unica di questo periodo inserita nel Chronicon Vulturnense scritto dal monaco Giovanni. La pergamena del giugno 766 è purtroppo un documento perduto (in Federici, Documenti perduti, p.127, Doc.4). Essa riferiva di un patto di conciliazione fra l’abate Giovanni dell’Abbazia altomedioevale di San Vincenzo Apostolo ed il Gastaldo Radoaldo quale rappresentante di Raduino ed Ermeperto, delle loro mogli, e della sorella Eufemia, figli di Alahis, in riferimento al alcuni beni contesi ad Isernia.
Il Duca Godescalco aveva infatti donato numerosi beni a San Vincenzo in origine destinati al monastero di S.Maria di Isernia.
Deposto Godescalco, il suo successore Gisulfo (II) aveva confiscato il patromonio di Godescalco distribuendolo ai suoi uomini. Una di queste terre aveva dato luogo alla contesa fra i nuovi proprietari, Alahis e il monastero di San Vincenzo. Lite che non fu possibile risolvere neppure al cospetto di Re Astolfo (in Pavia), fino a quest’accordo portato al giudizio del Duca Arichis (II).
…monasterii Sancti Vincentii et eius congregatio; ideoque convenit, ut pars monasterii haberet castanietum illum in Patenaria per designata loca: idest fine via puplica usque in castanietum Brincoaldi, per carrariola usque in rivo ad Caprufici signatum, et deinde erga ipsum rivum usque in finem de servi Ultiani gastaldei, et deinde per ipsos fines servi Ultiani usque in sepe Fusculi, servo Theodoracini, qualiter reconiunget in finem monasterii in integrum; simul et in eodem loco condomas duas, una qui regitur per Crispulo, Mauriculo et Maurisso germanis cum uxores, filiis et filiabus et omnia eorum pertinentia, et… Rocculo cum duos filios suos, idest Soppulo et Cisulo et noras ipsius cum omnia, quantum ad manus suas habere visi sunt in ipsum locum Patenaria; similiter et ad Monte Calbo propre civitatem Beneventanam, er(g)a monasterium Sancti Petri, qui fuit de quo(n)dam Tatuni, in integrum vineas petias duas et campora duo, unde nobis nichil reservavimus. Unde convenit, ut haberet par Raduhini et Ermeperti cum coniuges suas vel Eufimia germana eoum in primis condoma in Missano, idest Lagari et Alari seu Munulfus cum uxores, filiis et filias et omnia eorum pertinentia; condoma in casale Crissano: Maroaldus cum uxore, filiis et filias et omnia eorum pertinentia; et condoma in casale Venticano: Iubiolu, Trasoaldus, Guettulus cum uxoribus, filios et filias et omnia eorum pertinentia, qualiter hec omnia superius scripta a Godescalco duce in monasterio offertum fuerat. Reliquas vero res quoddam Godescalci, qualiter eius offertio continet, habeat pars monasterii Sancti Vincentii absque ulla contraddictione istorum vel heredes ipsarum. [….]

Questa stessa pergamena conservata a San Vincenzo è ricopiata con la data del giugno 776 con il toponino di Vetticano, ma è evidente l’errore di trascrizione.
E’ identica in quando riguarda il Duca Arechi II di Benevento nella causa trentennale fra il monastero di San Vincenzo e gli eredi di Alahis per il possesso di alcuni beni di Isernia, già offerti al monastero dal defunto Duca Godescalco e dal successore Gisulfo II confiscati e donati al suo fedele Alahis, conferma la sopraggiunta convenzione fra il Gastaldo Radoaldo rappresentante dei figli di Alahis Radoino ed Ermeperto, ed Eufemia monaca, e l’abate di San Vincenzo Giovanni I, con la quale venivano assegnati al monastero il castagneto e le due condome in Patenara, due vigne e due campi a Monte Calvo presso Benevento; e agli eredi di Alahis le condome in località Missano, Crissano e Vetticano. Cioè l’unica differenza è che anzichè trascriversi Venticano si è scritto Vetticano (Chronicon Vulturnense, I, pag.321-24).
Divenute di proprietà di San Vincenzo Apostolo rebus e condome di Patenaria, Monte Calbo propre civitatem Beneventanam e Casale Vetticano tornano in un documento databile l’anno 853 o 856 in cui l’abate Giovanni di San Vincenzo cita un precetto del Duca di Benevento e Domno Grimoaldo relativo al Casale chiamato Casa Summi scambiato con il Principe Salernitano Ademari in cambio di rebus, corte e casa in Civitate Salernitana.
I toponimi hanno già subito una sostanziale modifica in quanto Monte Calbo non si dice più nei fini di Civitate Beneventana ma in Benevento e Venticano è detta Vetticano.

Iohannes abbas Sancti Vincencii. iste preceptum accepit a domno Grimoaldo, duce beneventano, de casale, qui dicitur Casa Summi. commutacionem quoque fecit cum Ademari, principe Salernitano, de quibusdam rebus, pro quibus accepit curtem et casam, infra Salernitana Civitatem. iudicatus quoque definicionem accepit de altercacione quadam, que exorta fuera(t) de rebus et condomis in Patenaria, et in monte Calvu, propre Beneventum, et in casale Vetticano. descripciones quorum ita continere videntur (Chronicon Vulturnense, I, pag.318)..

La sottile differenza di Nova Beneventana Civitate in Monte Calvo dove è stata fondata l’abbazia di S.Sofia col monastero di San Pietro a cui si donano le chiese e le terre del Medio Calore a cominciare da Venticano del Monte Bonioli.
A tornare sulla chiesa di San Martino, costruita alla località di Monte Bonioni in Venticano dallo sculdascio Trasemundo su una sua proprietà, è una charta absolutionis del marzo 781 scritta in episcopio di Benevento con cui quel vescovo di nome Alfano gli conferma che vi può esercitare l’attività solo il prete consacrato dallo stesso vescovo, ma insediato da lui o dai suoi eredi.
E’ una pergamena che si trova in Roma, presso la Biblioteca Vaticana, nel Chronico S.Sophiae, nel Codice Vaticano la.4939, parsI, n.21, cc.47v-48v, del 1120 circa. E’ il terzo ed ultimo documento non ducale inserito nel Chronicon S.Sophiae della prima metà del 1100. L’unico documento vescovile del periodo al punto da essere studiato dai più grandi esperti.

In nomine omini Dei Salvatois nostri Iesu Christi et eius sancte genitricis. Temporibus domni vir gloriosissimi arichis summo dux gentis Langubardorum, anno vicesimo quarto gloriosissimi ducati eius domnus vir beatissimo huius sacratissime sancte sedis Beneventane Alfanus reverentissimo episcopio absolutionem ecclesie Sancti Martini tibi Trasemundi sculdahis, qualiter tu nominate Trasemunde ipsa sepius dicta ecclesia a novo fundamine usque ad culmine (o culmen) consecrationis perducere visu his in tuo proprio territorio, loco qui vocatur Monte Bonioni (o Monsbonionis), qui esse videtur in Bentecano.
[…]
Beneventana Civitate con il primo monastero di Santa Sofia citata nell’anno 785 è presso San Martino di Venticano del Monte Bonioni, nello spicchio più estremo che giunge nel Demanio, cioè al Ponte Rotto, fra i territori di Apice, Mirabella, Bonito e Monte Calvo. Anzi, Civitate Beneventana, è già nata nello stesso luogo del Monastero di San Pietro in Monte Calbo nel 776.

Quando scompare Colle Bonioli, compare San Martino del Monte Bonioni di Venticano donato a Santa Sofia a partire dal 785. L’ultima charta offersionis del periodo in esame è dell’aprile del 785 e riguarda sempre lo sculdascio Trasemundo fu Costantino che, a causa di una malattia, offre la monastero di S.Sofia della badessa Eusoffronia, fondato in Benevento dal Duca Arichis (II), la chiesa di San Martino alla località del Monte Bonioni, che a suo tempo aveva costruito, insieme ai beni comperati da Lupone e Grisio, attrezzi ed animali, riservandosi l’usufrutto sui beni vita natural durante. Alla sua morte tutto ciò che gli è appartenuto sarà di Santa Sofia. E’ un documento su pergamena scritta intorno all’anno Mille, la nr.1, tt.1-21, conservata a Roma, presso la Biblioteca Vaticana, nel Fondo Aldobrandini, nel Codice Vaticano la.13491.

………….domno nostro vir gloriosissimo Arichis infra hanc Beneventana civitatem edificabet, ubi Deo auxiliante Eusoffronia abbatissa regiminis cura peraget: primitus quidem offeruit in predicto monasterio ecclesia mea cuius bocabulus est Sacntus Martinus, ui situs esset noscuntur in Bentecano, quem ipse (Tr)Asendus in proprio territorio meo a noba fundamenta usque ad culmen tectis sacrationis perduxit, insimul cum casas, vineis, territoria, pratis, campis et silbis, culto vel inculto, omnia et in omnibus de quanto ad Monte Bonioni mihi pertenuit in integrum, vel quod a Lupo t Grisione filio eius in eodem loco emptum habuit, et puero nomine Marsulu cum uxore sua nomine Rattiperga et cum una filia eorum nomine Rattola, et puero nomine Caztiunu, et puero nomine Urso, et alio puero nomine Lioderamo (o Hoderamo), carro ferrato uno, vobi pario uno, caballo uno, caldaria una, catena una, sappis duas, potaturia dua, gallegas duas, arato cum homere suo, iugo conciato uno, cuniaria una, dolturia una, fressuria una, ronca una. Hec omnia que superius nominatibe scriptum est, eo tinore in ipso monasterio offeruit adque confirmavit, ut dum Dominus omnipotens mihi conscripto Trasemundi spatio vite donaverit, omnia que superius legitur, in mea sit potestate ordinandi, regndi et gubernandi, nam non me liceat in alia benerabilia loca offerendi aut per quavis titulo alienandi….

Nel marzo del 781 Duca Arechi ha rifondato l’altra S.Sofia chiamata sacratissima santa sede dell’Episcopio di S.Sofia in Civitate Beneventane. Nel 781 Arechi II è sempre Duca di tutti i Longobardi in episcopio di Benevento, da dove scrive gli atti. Atti che riguardano il nuovo episcopio di Benevento, cioè quello di Santa Sofia in Civitate Beneventana del vescovo Alfano.Uno dei suoi sculdasci è Trasemundo di Venticano nominato nelle pergamene di Santa Sofia di Civitate Beneventana nel marzo del 781, ai tempi di quello che si definisce Duca Domno Vir e gloriosissimo Arechi, al suo 24esimo anno di Ducato in un atto in cui si parla di tibi Trasemundi sculdahis scritto in episcopio di Benevento (Cod.cc.47b-48b (I, 21). -U.col.432 e seg.). Da questo momento gli atti si diranno sempre scritti in Episcopio della Sacratissima sede della Civitate Beneventana per un altro quinquennio.
A tornare sulla chiesa di San Martino, costruita alla località di Monte Bonioni in Venticano dallo sculdascio Trasemundo su una sua proprietà, è una charta absolutionis del marzo 781 scritta nell’episcopio della sede detta [Civitate] Beneventana con cui quel vescovo di nome Alfano gli conferma che vi può esercitare l’attività solo il prete consacrato dallo stesso vescovo, ma insediato da lui o dai suoi eredi.
E’ una pergamena che si trova in Roma, presso la Biblioteca Vaticana, nel Chronico S.Sophiae, nel Codice Vaticano la.4939, parsI, n.21, cc.47v-48v, del 1120 circa. E’ il terzo ed ultimo documento non ducale inserito nel Chronicon S.Sophiae della prima metà del 1100. L’unico documento vescovile del periodo al punto da essere studiato dai più grandi esperti.

In nomine domini Dei Salvatoris nostri Iesu Christi et eius sancte genitricis. Temporibus domni vir gloriosissimi arichis summo dux gentis Langubardorum, anno vicesimo quarto gloriosissimi ducati eius domnus vir beatissimo huius sacratissime sancte sedis [Civitate] Beneventane Alfanus reverentissimo episcopio absolutionem ecclesie Sancti Martini tibi Trasemundi sculdahis, qualiter tu nominate Trasemunde ipsa sepius dicta ecclesia a novo fundamine usque ad culmine (o culmen) consecrationis perducere visu his in tuo proprio territorio, loco qui vocatur Monte Bonioni (o Monsbonionis), qui esse videtur in Bentecano…

Nel 784 lo sculdascio Trasemundo compra Casale de Mellito a Ponte Piano sul Calore di Venticano quando Arechi è summo dux della Gente Longobardorum da 27 anni. Qui vi costruisce o ricostruisce la chiesa di San Martino sul Monte Bonioli in Venticano che l’anno dopo, nel 785, dona alla nuova S.Sofia col nome di Corte di Trasemundo.
E’ una charta venditionis dell’aprile 784 scritta sempre in Benevento e conservata a Roma, presso la Biblioteca Vaticana, nel Fondo Aldobrandini del Codice Vaticano lat.13491, n.1, una pergamena databile intorno all’anno 1000, rr.22-40, proveniente dall’ex archivio del monastero di Santa Sofia di Benevento (in CDL, pag.385).
Da questo documento veniamo a sapere che lo sculdascio Trasemundo, figlio del fu Costantino, compra dal gasindio Grisio del fu gasindio Lupone abitante nel luogo di Venticano, quella sua corte chiamata Mellito sul fiume Calore Tra Ponte Piano, oltre ad altre terre, di cui due situate a Caballari.

+ In nomine domini Dei Salvatoris nostri Iesu Christi. Temporibus domni nostri vir gloriosissimi Arichis summi ducis gentis Langobardorum, anno . xxvii°. filicissimi ducati eius, mense apreli, per indictione .viia. Constat me Grisio gasindium filium quondam Luponi qui fuit gastaldi, habitatore ad Bentecano, vendere atque presentis bendedi tibi Trasemundi sculdais, filio quondam Constantini, casale meum quem habere visus fui tra ponte Piano super flubio Calorem, quem dicitur de Mellito, hoc est vineas, territoria, silbis, campis, pomiferis vel impomiferis, cultum et incultum, in quanto mihi ibidem habui de Mellito in integrum, tibi conscripto (Tr)Asemundi vindedi possidendum. Simul et alia terra tibi Trasemundi vindedi, hec est petias duas, unam capiente modia sex, qui coniunctum est cum terra Aoremoni (o Aretidine), de alio latere fine da terra Raudi, et de supra fine bia publica,d einde usque in palude, unacum propri ulmi sui; ipsa alia petias coniunctam est de latere uno cum terra Aoremuni, de alio latere fine terra de fili Wilerami, de duas capite fine bie publice qui badunt ad Bentecanu. Que nominata esse videtur istas duas petias de terra in locum qui bocatur Ad Caballari, et capientem est ipsa nominata secunda petias modia nobem; et iamdicatam res quem de Mellito dicutur, coniunctam esse videtur cum rebus de filii quondam Teodoaldi; mihi de predictam rebus que superius legitur, nullam reserbabi, sed in integrum tibi conscripto vindedi possidendum. Et accepi pretium ego vinditor a te emptore meo pro ipsa mea biniditionem auri solidi Beneventani numerum trigintam; finitum vero pretium, ad a presentis dies abeas et possideas tam qui supra Trasemundus quam et filiis filiorum tuorum…..

E’ l’ultima charta offersionis del periodo in esame datata aprile del 785. Riguarda sempre lo sculdascio Trasemundo fu Costantino che, a causa di una malattia, offre la monastero di S.Sofia della badessa Eusoffronia, fondato in Benevento dal Duca Arichis (II), la chiesa di San Martino alla località del Monte Bonioni, che a suo tempo aveva costruito, insieme ai beni comperati da Lupone e Grisio, attrezzi ed animali, riservandosi l’usufrutto sui beni vita natural durante. Alla sua morte tutto ciò che gli è appartenuto sarà di Santa Sofia. E’ un documento su pergamena scritta intorno all’anno Mille, la nr.1, tt.1-21, conservata a Roma, presso la Biblioteca Vaticana, nel Fondo Aldobrandini, nel Codice Vaticano la.13491.

+ In nomine domini Dei Salvatoris nostri Iesu Christi. Temporibus domni nostri vir gloriosissimi Arichis summi ducis gentis Langubardorum, anno b[ig]esimo octabo filicissimi ducati eius, mense aprile, per indictione .viii. Ego Trasemundis sculdais filius quondam Constantini, dum bedisset corporis meis posi[tis] in infirmitate et reiacente me in lectulo meo, dum recte loquere potuit, et a me iso eligente consilio: ideoque cum arduo adque be[ni]gno desiderio incitato Dei amore, per huius mee cartule conscriptionis offeruit atque subdedit in monasterio Sancte Suffie, ubi [m]ulta corpora Sanctorum condit[a] esse [no]sc[unt]ur, quem nominato domno nostro vir gloriosissimo Arichis infra hanc Beneventana civitatem edificabet, ubi Deo auxiliante Eusoffronia abbatissa regiminis cura peraget: primitus quidem offeruit in predicto monasterio ecclesia mea cuius bocabulus est Sacntus Martinus, ui situs esset noscuntur in Bentecano, quem ipse (Tr)Asendus in proprio territorio meo a noba fundamenta usque ad culmen tectis sacrationis perduxit, insimul cum casas, vineis, territoria, pratis, campis et silbis, culto vel inculto, omnia et in omnibus de quanto ad Monte Bonioni mihi pertenuit in integrum, vel quod a Lupo t Grisione filio eius in eodem loco emptum habuit, et puero nomine Marsulu cum uxore sua nomine Rattiperga et cum una filia eorum nomine Rattola, et puero nomine Caztiunu, et puero nomine Urso, et alio puero nomine Lioderamo (o Hoderamo), carro ferrato uno, vobi pario uno, caballo uno, caldaria una, catena una, sappis duas, potaturia dua, gallegas duas, arato cum homere suo, iugo conciato uno, cuniaria una, dolturia una, fressuria una, ronca una…..

Abbiamo la certezza che il Monastero Santa Sofia era e resterà in Beneventana Civitate negli anni a seguire (nel 817) per cui non esisterà un’altra S.Sofia oltre quest’ultima.
La Curte di Venticano apparterrà a Petrus Maripahis che, nel 817, la donerà al monastero di S.Sofia che si dirà sempre costruito in Civitate Beneventana.
Sempre nelle pergamene di San Vincenzo Apostolo ne compare una datata in Benevento nell’anno 817 (o forse 813) in cui Pietro Marepahis offre al monastero di Santa Sofia in Civitate Beneventana, la Corte di Benticano con il toponimo di Bentecano.
[A San Vincenzo sul Volturno] dona inoltre quanto è nei finibis Licinianenses: la Corte con servi ed ancelle del fu fratello di Petrus Mariphais chiamato Giovanni Lucanea con la sorte in Cameriano. Ma anche in Aquiluni presso l’altro fratello Audone in Ficiniano, Tribiliano, in Paterno(li), in Cupuli (Castelvetere sul Calore).

In nomine Domini. Undecimo anno principatus domni Grimoald, mense marcio, decima indiccione. Ideoque ego Petrus maripahis, filius quondam Vosonis, per hunc brevilegium disponere previdi, ut iustum Dei iudicium morte michi evenerit, volo ut in monasterio Beati Benedicti, situm castro Casino, eveniat inclitam curtem meam, quam habeo in macle Macie, finibus Apulee; et in monasterio Sancte Sophie, situs hanc Benevent.a civitatem, eveniat inclitam curtem meam, quam habeo in Bentecano: predicte curts cum omnibus suis pertinenciis, excepto servos et ancillas; de re vero, que fuit quondam Iohannis germani nostri, et inde disposuit, ut sorte eius, quantum ei a me et a germanis meis in Camerario evenit; et media curte mea in Aquiluni; et medietate de ipsa sorte ipsius Iohannis Lucanea, in que mihi ab Audone germano meo in sorte evenire debuit; quam et integra sorte eius in Ficiniano; et in Tribiliano; seu et medietatem de sorte eius in Paterno; et medietatem de sorte eius in Cupuli…. (Chronicon Vulturnense, pag.263).

Da allora la Corte gravitò sempre ai piedi della Montagna di Montefusco. Segue poi il documento della Collina di Leopardi che integra la res di Gualtrandi in loco Venticano fra 880 e 881
C’è un luogo Collina, nel 881, detto Collina di Leopardi e viene donato dal Principe di Benevento Radelchi II al monastero di S.Sofia andando ad integrare la res di Gualtrandi in loco Venticano (ASS in Ughelli, Italia Sacra), divenendo un bene ecclesiastico della Chiesa beneventana di Santa Sofia, in quanto res, quae fuerunt Gualtrandi, in loco Venticano (CSS, anno 881).

Questo documento è datato 880 dallo Zazo che scrive:
Ma a parte, queste o altre congetture, il più antico documento medioevale su Venticano – per quel che ne sappiamo – è del gennaio 880, quando salito sul trono di Benevento, Radelchi – figlio di quel principe Adelchi vittima due anni innanzi di una congiura – furono da lui concessi al celebre monastero benedettino di S.Sofia ob salutem anime nostre. I beni già posseduti da un tal Leopardo nella località detta Collina [Nota 4 a pie’ di pagina: A 5 Km. da Benevento: oggi S.Leucio del Sannio. – La chiesa medioevale edificata e dedicata ivi a S.Leucio, prese il nome di “ecclesia S.Leucii de Collina” (v.Meomartini, I Comuni della Prov. di Benevento, Benevento. De Martini, 1907, p.75). – La zona cosparsa di piccoli centri abitati, è indicata nei doc.medioevali anche col plurale “de Collinis”. (v.Necrologium S.Spiritus nella Bibl. Cap. di Benevento, c.30 b. – Su di una chiesa dal titolo: S.Marcello de Collinis unita al capitolo metropolitano di Benevento nel 1418, v.Sarnelli, Memorie cronologiche dei vescovi ed arcivescovi della S.Chiesa di Benevento ecc., Napoli, Roselli, 1695, p.134).] e quelli di un Gualtrando posti “in loco Venticano”, devoluti al patrimonio regio, perchè senza eredi [Nota 5 a pie’ di pagina: v.Chronicon beneventani Monasterii S.Sophiae, in Italiae sacre, t.X. Venetiis, Coleti, 1722, coll.422 e 436]. Nessun’altra notizia si sarebbe avuta sino al XIV secolo, se in seguito a mie ricerche non fossero venuti alla luce alcuni documenti, fra i quali un mutilo privilegio di Federico II del 1° febbraio 1221 che richiama una precedente concessione del 1196 fatta dai suoi “divi parentes”, Enrico VI e Costanza d’Altavilla, a Guglielmo abate di Santa Sofia di Benevento [Nota 6 a piè di pagina: Arch. Stor. Prov. di Benevento, Fondo S.Sofia, vol. 28, (II), perg. 15 e 17.]
In Samnium, Alfredo Zazo, “Per la Storia di Venticano, Ricerche e Documenti”, Anno XXVI, Napoli, Istituto della Stampa, 1952, pag.58.

Casale de Mellito e Ponte Piano sul Calore appartenuti a Venticano
Segue poi una charta venditionis dell’aprile 784 scritta sempre in Benevento e conservata a Roma, presso la Biblioteca Vaticana, nel Fondo Aldobrandini del Codice Vaticano lat.13491, n.1, una pergamena databile intorno all’anno 1000, rr.22-40, proveniente dall’ex archivio del monastero di Santa Sofia di Benevento (in CDL, pag.385).
Da questo documento veniamo a sapere che lo sculdascio Trasemundo, figlio del fu Costantino, compra dal gasindio Grisio del fu gasindio Lupone abitante nel luogo di Venticano, quella sua corte chiamata Mellito sul fiume Calore Tra Ponte Piano, oltre ad altre terre, di cui due situate a Caballari.

+ In nomine domini Dei Salvatoris nostri Iesu Christi. Temporibus domni nostri vir gloriosissimi Arichis summi ducis gentis Langobardorum, anno . xxvii°. filicissimi ducati eius, mense apreli, per indictione .viia. Constat me Grisio gasindium filium quondam Luponi qui fuit gastaldi, habitatore ad Bentecano, vendere atque presentis bendedi tibi Trasemundi sculdais, filio quondam Constantini, casale meum quem habere visus fui tra ponte Piano super flubio Calorem, quem dicitur de Mellito, hoc est vineas, territoria, silbis, campis, pomiferis vel impomiferis, cultum et incultum, in quanto mihi ibidem habui de Mellito in integrum, tibi conscripto (Tr)Asemundi vindedi possidendum. Simul et alia terra tibi Trasemundi vindedi, hec est petias duas, unam capiente modia sex, qui coniunctum est cum terra Aoremoni (o Aretidine), de alio latere fine da terra Raudi, et de supra fine bia publica,d einde usque in palude, unacum propri ulmi sui; ipsa alia petias coniunctam est de latere uno cum terra Aoremuni, de alio latere fine terra de fili Wilerami, de duas capite fine bie publice qui badunt ad Bentecanu. Que nominata esse videtur istas duas petias de terra in locum qui bocatur Ad Caballari…

Pontepiano è un toponimo che sopravvive ancora nel 1300.

Nel 1273 Iacoba eredita dal padre Guerriero di Montefuscolo molte terre che vanno dal Castello con la Terra di Zungoli a San Pietro a Saliceto, dal Casale di San Martino a quello di Lentace, Festulari dov’è la chiesa di Santa Maria a Vico. Spicca fra essi anche il Casale di Carpignano, la valle, i castagneti e due molini a Pontepiano (Reg.Ang.1268A; Reg.Ang.3, fol.127).

Vi fu Vetticano o Venticano nel Pantano della Baronia Feniculo (di Montefusco o Villa Literno?) concesso da Enrico VI e Costanza d’Altavilla a S.Sofia di Benevento nel 1196, e il suo feudo di Gambatesa
Di Venticano si torna a parlare nel 1196 e 1221 in documenti che la considerano inclusa nella Baronia Feniculo che fu concessa da Enrico IV e Costanza d’Altavilla all’abbazia di Santa Sofia di Benevento.
Da qui la confusione se trattasi della prima Vetticano del Pantano della Terra di Laboro oppure di Venticano di Montefusco.

Il documento si riferisce a fatti accaduti nel 1196 ed è datato 1221 dallo Zazo che scrive:
Nessun’altra notizia si sarebbe avuta sino al XIV secolo, se in seguito a mie ricerche non fossero venuti alla luce alcuni documenti, fra i quali un mutilo privilegio di Federico II del 1° febbraio 1221 che richiama una precedente concessione del 1196 fatta dai suoi “divi parentes”, Enrico VI e Costanza d’Altavilla, a Guglielmo abate di Santa Sofia di Benevento [Nota 6 a piè di pagina: Arch. Stor. Prov. di Benevento, Fondo S.Sofia, vol. 28, (II), perg. 15 e 17.]
Da questo privilegio apprendiamo, pertanto, che già nel XII secolo, il monastero sofiano possedeva nel tenimento di Montefusco i casali di Venticano e di Pereccla insieme al territorio di Leoncelli. Durante il governo dell’abate Guglielmo, la Badia, a quanto pare, aveva sofferto gravi danni per la causa imperiale, ed Enrico e Costanza, in ricompensa, avevano assegnato al cenobio la baronia già di Tommaso di Feniculo [Nota 7 a pie’ di pagina: v.Catalogus Baronum in Borrelli, Vindex neapol. nobil, animadversio ecc.. Neapoli, ap.Longum, 1653, p.36] e con essa Venticano. Abbiamo sulla cessione preziose notizie [Nota 8 a pie’ di pagina: Atrch. Prov. di Benevento, Fondo S.Sofia. Platea di notizie del feudo del Covante e territori annessi, vol. XI, c.121 v. e segg.]. Nel 1196, in virtù del privilegio ora ricordato, il discendente di Tommaso, Ugo de Feniculo, si riconosceva vassallo dell’abate di S.Sofia essendosi convenuto dover possedere “dictum patrimonium, ipse et filii eius masculini sexus tantum, pro part ipsius abbatis, et praestare eidem abbati ius iurandum fidelitatis et homagii, et omni anno dare et facere cursitare eidem abbati et monasterio, palafrenum unum, valoris sex unciarum”. Ugo conservò in piena proprietà solo il “dotarius” della moglie Adelizia e i castelli di Caprara e di Torre Palazzo [Nota 9 a pie’ di pagina: Su questi due castelli, v. Borgia, Memorie istoriche della pontificia città di Benevento eccc.., Roma, Salomoni, 1764, II, p.241 e segg.], salvo che un nuovo rpivilegio non avesse immesso anche questo patromonio fra i beni della Badia. E pare che egli abbia mantenuto i suoi impegni, compreso quello di far scorrazzare ogni anno per la proprietà sofiana, il palafreno del volore di sei once d’oro, a lui imposto come omaggio feudale.
In Samnium, Alfredo Zazo, “Per la Storia di Venticano, Ricerche e Documenti”, Anno XXVI, Napoli, Istituto della Stampa, 1952, pag.58-60.

La località Gambatesa di Venticano
Che Gambatesa fosse poi un antico feudo di Venticano viene anche dal fatto che proprio in Venticano fu scritto un atto che parla di questo luogo. E’ il feudo di Gambatesa attestato nel settembre del 1251 in un istrumento del notaio Roberto, sottoscritto da Bartolomeo giudice di Montefuscolo in cui parecchi testimoni attestano che Giovanni de Felice, nel suo testamento, lasciò a Nicola, figlio del fu Pietro Corvo, suo consobrino, una casa in Montefuscolo nella parrocchia di San Matteo, con una vigna nel luogo detto Gambatesa, col l’obbligo di donare qualcosa ai poveri. La pergamena viene custodita a Montevergine (AMV, Vol.LXXV, fol.12).

8. I De Anglona della Baronia Feniculi, Venticano e Pereccla della Baronia di Montefuscoli, e la parrocchia di S.Ianuaro de Ventecano confusa con S.Martino sul fiume Calore oltre Ponte Arenola fra il 1225 e il 1295
Nel 1225 la Baronia di Feniculo finisce nelle mani degli eredi di Riccardo de Anglona che prestarono giuramento di vassallaggio all’abate di Santa Sofia.
Ma ecco che, trascorsi appena 19 anni, nel 1254 nacque la prima grande lite per il possesso della Baronia Feniculo quando “domina Pellusiana mater dictorum heredum” se la prese con Rogerio de Ponte per i possessi baronali di “Leoncelli et duorum casalium. videlicet Venticani et Pereccla in territorio Montefusculi”.
La seconda chiesa a comparire è la parrocchia di S.Ianuaro, cioè San Gennaro di Venticano, oggi in territorio di Pietradefusi, il cui rettore, nel 1294, risulterà essere il canonico capuano Ronaldo Pandone, quando in quello stesso mese di giugno fu spogliata di libri, arredi e campane. I documenti la citano come “Parrocchia Sancti Ianuari de Ventecano appartenuta alla Confraternita beneventana di S.Spirito (Necrologium, in A.Zazo, op.cit., pag.60).
Giunto Re Manfredi, fattosi Comite ed appellatosi Camerario, in favore del monastero, spogliò i due casali di “Venticulanum et Pereccla” (Arc.Sto.Napo; in Zazo, op.cit., pag.61).
Ed è poi sotto gli Angioini che si riparla di un nuovo espolio per la chiesa di S.Martino di Venticano “posita super flumine Caloris cum terris cultis et incultis”.
Secondo alcuni S.Martino e S.Gennaro sarebbero la stessa chiesa appartenuta al monastero di S.Sofia. Di S.Martino o di S.Gennaro, ricordava Zazo, nel 1600 non esistevano se non i ruderi “sopra un monticello di là del ponte dell’Arenola (Platea, cit., 103-4, ivi), trattandosi della solita chiesa di S.Martino ricordata nella bolla di Pasquale II, die sexto, kal, nov., 1102 (Ughelli, cito, col.492 e 495; in zazo, op.cit.).
Fino al 1308 inoltre, il Casale di Venticano, continuò ad essere conteso fra la famiglia de Sus e i monaci sofiani di Benevento.

Il Casale di Venticano si trasforma in Castrum Venticani fra 1350 e 1351 in territorio diretto della chiesa di Roma ma sempre sul confine storico di Benevento. Venticani ricompare nella storia del basso Medioevo come “Castrum Venticani”. A tirarlo fuori nuovamente dal buio è infatti una bolla di Clemente VI scritta da Avignone il 25 maggio 1350 che assegnava “Castrum Venticani” al territorio Beneventano che restava di pertinenza della chiesa, “pleno iure” (Borgia, Breve istoria del dominio temporale della Sede Apostoloca nelle Due Sicilie, II Edizione, Roma, 1789, Appendide Doc., pag.73; in Samnium, Alfredo Zazo, “Per la Storia di Venticano, Ricerche e Documenti”, Anno XXVI, Napoli, Istituto della Stampa, 1952, pag.58). Una bolla del papa Clemente VI del 1351 attesta che Castrum Venticani era sui confini del territorio di Benevento: “Castrum Apicii cum suis casalibus, Castrum Moroni, Castrum Venticani, Castra Montis Militum…”.
Venticano viene poi distrutta dagli Aragonesi fu consegnata nelle mani dell’abate di Montevergine, ingolfando i confini fra S.Sofia di Benevento e Morroni appartenuta ad Ariano
Ad ogni modo fu concessa per i meriti ottenuti a Petraccone Caracciolo, maresciallo e maggiordomo della Regina Giovanna II, imprigionato durante la guerra fra Angioini ed Aragonesi da Marino della Leonessa, da cui fu liberato dopo aver consegnato la sua Rocca di Pietrastornina quando fu costretto a cedere il Casale di Venticano a Montevergine (B.Candida Gonzaga, Memorie delle Famiglie Nobili delle Provincie Meridionali, Napoli, De Angelis, 1876, III, p.53; Vedi anche A.Mastrullo, in Zazo, pag.63).
Fu quindi l’abate verginiano Guglielmo IV del Monastero di Montevergine che vi edificò la successiva chiesa chiamata S.Maria di Venticano che prese a contrastare e ad assorbire i beni del diruto Monastero sofiano di Benevento.

La rettoria delle parrocchie di S.Stefano e della diruta San Nicola in Bonito appartenuta nel 1300 a Castro Apici e nel 1400 ad Ariano
Nel 1300 sia Bonito che Morroni appartenevano al Castro Apici. Nel “Libro delle decime” per gli anni 1308-1310, al foglio 212 n. 4728 del capitolo “In castro Apicii” si legge:”Clerici castri Boneti solverunt tar. XII” e al numero 4758:”Clerici castri Morroni solverunt tar.XII”, cioè tanto i chierici di Bonito quanto quelli di Morroni, entrambi dipendenti da Apice, pagarono 12 tarì come decima dovuta alla S. Sede.

Intanto la sede del Palazzo Vescovile fu confermata ad Ariano il 4 aprile 1488 con una bolla di Papa Innocenzo VIII il quale nomina rettore della chiesa Renzo De Rogerio, che subentra a Coluccio. La nomina era quindi papale a domostrazione che la chiesa era “libera collazione vescovile, cioè nè il clero, nè il barone hanno il diritto di presentare il loro candidato al Vescovo”.

Infatti:
“Paolo De Bracchiis, per grazia di Dio e della Sede apostolica vescovo di Ariano, al signor Renzo del castro di Bonito della diocesi di Ariano,salute eterna nel Signore. Essendosi resa vacante la chiesa rurale di Santo Stefano (ruralis ecclesia Sancti Stefani) per la morte del Signore Coluccio, ultimo ed immediato rettore, ed essendo stata a noi legittimamente devoluta (ad nos legitime devoluta), perchè a noi spetta per legge la collazione di essa (cuius collatio ad nos legitime pertinet), assegnamo questa chiesa con la terra detta “Ischitella” presso il fiume e tutte le altre terre che ad essa appartengono al predetto signor Renzo, con l’autorità ordinaria che gli spetta, con l’anello, ed ordiniamo ai coloni di dette terre di considerarlo come rettore legittimo”.

Nella Visita Pastorale del 10 maggio 1517 nel territorio bonitese erano rimaste solo le chiese di S. Angelo e S. Stefano del rettore e arciprete Renzo De Rogerio), oltre le chiese di S. Nicola e S. Giovanni dirute e unite alla chiesa parrocchiale. Alcuni beni della parrocchia furono infatti la “un pede de terra de tomola 9 sub vocabulo Sancti Stephani iuxta lo terretorio de Merrune da un lato Apice iuxta la terra de Bonito” e anche “un pede de terra a le Feletta di tomola quattro sub vocabulo sancti Nicholae circa le robe de la Corte”.

Le sorti di Casale Venticano seguono quelle della Baronia di Montefusco del 1400 poi assoggettato a Pietradefusi. Nel 1497 Federico d’Aragona aveva concesso la Baronia di Montefusco a Giovanni Borgia duca di Candia. Ma già a partire dal 1413 nelle pergamene di Montevergine compare anche Pietra de fusi (AMV, XCIC, f.219). Nel 1503, Casale Venticano che, insieme a Cucciano, Terranova, San Martino di Montefusco, Festulari, Ospedaletto e Mercogliano sono dichiarati esenti dai pesi fiscali ad istanza del cardinale di Napoli, perpetuo commissario del monastero di Montevergine (Part.Sum., vol.53, fol.62).
Nel 1507 Ferdinando Il Cattolico la donò la Baronia di Montefusco al gran capitano Consalvo Ferandez di Corduba.
Questo fino all’occupazione francese del 1528 e le ulteriori successioni. Ma le distruzioni per Venticano non erano finite. Nel 1528 ad affacciarsi sul monticello fu l’esercito francese di Lautrec, restando in piedi, secondo alcuni, solo la chiesa di S.Maria, le cui entrate furono affidate alla Biblioteca Vaticana.
Comunque andarono le cose, al capitano del Corduba successe la figlia Elvira che vendette Montefusco e i suoi Casali a Nicolantonio Caracciolo marchese di Vico per 24.000 ducati il 12 giugno del 1545.
Espropriata ai Caracciolo per troppi debiti, la Baronia, per pagamento di 30.000 ducati, passò a Federico Tomacelli che, acquistanto anche il vicino fondo del Cubante, provocò una ulteriore protesta da parte dell’abate commendatario di S.Sofia.
L’intera Baronia divenne quindi di proprietà di Fabrizio Gesualdo principe di Venosa il 21 agosto del 1589.

In questo periodo non mancano le liti per il pascolo nel feudo dei Merruni separato dalla terra di Bonito. Nel 1590 Claudio Pisanelli ricorre contro l’università di Pietradefusi che col pretesto dell’erbaggio comune con la terra di Bonito pretende esercitare il pascolo nel suo feudo di Merruni (Part.Sum., vol.1133, fol.260t).

Dopo il 1589 la Baronia di Montefusco fu sempre dei Principi di Venosa e poi dei suoi discendenti Principi di Piombino.
Il 17 dicembre 1682 G.B.Ludovisio Principe di Piombino e di Venosa vendette alla Duchessa di Flumeri, Antonia Della Marca, per la somma di 65.000 ducati, Montefusco col Passo di Dentecane.
Posseduto da Luzio Caracciolo di San Vito, nel 1722, il feudo passò poi ad un suo nipote, Nicola Maria Caracciolo, che lo cedette al Monte della Misericordia di Napoli per 145.000 ducati (in A.Zazo, op.cit.).

Description

Le nostre tradizioni da salvaguardare
Il saluto del Sindaco Michelangelo Ciarcia

Venticano è un comune della Provincia di Avellino, città da cui dista 23 chilometri, posto a 383 metri sul livello del mare. Dipendente dalla tenenza dei carabinieri di Mirabella e la stazione a Dentecane è appartenuto alla pretura di San Giorgio del Sannio con la stazione ferroviaria più vicina a Pratola Serra da cui dista 11 chilometri.
Comune della media Valle del Calore, si estende alla sinistra del fiume Calore alla Serra fino al Ponte di Calore, Castello del Lago alla confluenza del torrente Mele nel Calore.
Fu costituito in nuovo comune nel 1948 riunendo i centri di Campanariello, Castello del Lago e Calore, staccatisi da Pietradefusi
Fra gli uomini illustri si ricordano il botanico Giovanni Gussone (1787-1866).
La festa patronale è dell’8 settembre, quando si ricorda S.Maria di Venticano (o Dentecano?), mentre il mercato settimanale è indicato nella giornata di mercoledì.
Il nuovo stemma studiato dall’amministrazione ricorda la croce benedettina del Calvario, mentre il covone di grano la fertilità del suolo.
Essendo un paese ad economia prevalentemente agricola, Venticano era conosciuto per le famose Sagre del Grano, che si traducevano in vere e proprie feste popolari nelle quali si faceva sfoggio di grosse bestie da traino (buoi bianchi).
Quello che resta della tradizione è la grande Festa Patronale che si celebra nei giorni 7 e 8 settembre, dedicata a Maria SS. e a S.Lucia V. e M. La ricordano davvero i nostri padri come la festa più grande e più bella del paese. I forestieri convenuti per l’occasione hanno sempre apprezzato i concerti bandistici scelti fra i più qualificati e goduto di spettacoli pirotecnici famosi. Nota che ha da sempre caratterizzato questa Festa è il rientro degli emigranti che, devoti alla Madonna, fanno ritorno in paese per l’occasione.
La Fiera Campionaria “Città di Venticano” istituita nel 1978 ha raggiunto ormai la sua XXV Edizione. E’ un appuntamento irrinunciabile ed un momento di elevato interesse per l’economia del paese. La Fiera, rivolta ai settori dell’Industria, dell’Artigianato, dell’Agricoltura e del Commercio, registra ogni anno sempre maggiori presenze sia di espositori che di visitatori. I primi presentano ogni volta i prodotti più innovativi sul mercato riscuotendo ampi successi. Venticano è noto per i prosciutti e i salumi di ogni genere. Tra i diversi produttori del settore, particolare rilevanza assumono quelli del Prosciuttificio Ciarcia e del Salumificio De Nunzio, che vengono preparati con carni esclusivamente nazionali provenienti da allevamenti selezionati, aromatizzati solo con ingredienti naturali, quali il pepe in grani e in polvere, e stagionati ad aria naturale. Prodotti gustosi e genuini per offrire elevate garanzie di qualità e sapori senza confronto. I vini Doc G della cantina Struzziero, le carni d’agnello particolarmente gustose, l’olio extravergine d’oliva della Fam dei fratelli Tranfaglia, ed il torrone, rinomato dolce natalizio prodotto dai fratelli Federico e Nino Nardone secondo antiche ricette, impiegando materie prime di alta qualità (miele, mandorle, nocciole, cacao) in processi di lavorazione artigianale che rendono questo prodotto particolarmente irresistibile. Spazio rilevante fra i prodotti tipici occupa la pasta fresca alimentare lavorata a mano per la nascita di deliziosi primi piatti (fusilli, cecatielli, tagliatelle, laine, gnocchi), i formaggi paesani e le carni bianche (polli, conigli e tacchini allevati nelle campagne). Particolarmente apprezzate alcune pietanze locali come “mogliatielli”, “pizzachiena”, “menestra maritata”, carne di maiale coi peperoni”, salsisse e sopressate, “pizzaionna”, “fritticiello”, trippa, “panzarotti” e fagiolata.
Il tradizionale artigianato locale contempla la lavorazione del legno, della ceramica e la raffinata creazione di ricami, delicati pizzi e merletti. Questa è una delle più antiche culture artigianali del paese e della zona. Altrettanto diffusa è la lavorazione del tombolo, apprezzata dagli intenditori, lavorato pazientemente anche da giovani signore con preziosismi da professioniste che conferiscono alle lavorazioni in tombolo un elevato valore non solo commerciale.
Venticano è quindi anche il paese dove si svolgono manifestazioni e sagre. Nell’ultima decade di aprile cade l’appuntamento con la Fiera Campionaria Generale, organizzata ogni anno dalla Pro Loco Venticanese nella sede dell’attuale Foro Boario in via del Foro su una superficie di 25.000 mq, che ospita circa 300 espositori e vede una presenza di 100.000 visitatori.
A maggio c’è invece la sagra dello spiedino alla frazione Castel del Lago, mentre il primo fine settimana di giugno si svolge la rassegna di auto e moto d’epoca. Il Moto Club “Città di Venticano” ogni anno organizza infatti il Motoraduno nazional con Motoconcentrazione Storica e Mostra-Scambio di mezzi d’epoca presso il Foro Boario di Venticano. La manifestazione ha raggiunto un notevole successo, compresa la notevole presenza femminile. Il Motoraduno e la Mostra-Scambio offrono un’immagine di veicoli del passato che è molto suggestiva e che attrae numerosi curiosi oltrechè gli appassionati del settore.
Nella seconda metà di agosto si rinnova invece l’appuntamento con l’Estate Venticanese. In questo periodo si alternano manifestazioni culturali e musicali a manifestazioni ricreative e sportive e a spettacoli per bambini. Particolare importanza riveste la Rassegna del Teatro Classico. Qualificato appuntamento culturale estivo, resta un importante momento di aggregazione per un pubblico di élite, appassionato di tal genere, alla stregua degli spettacoli rappresentati nei teatri romani di Benevento e Pompei. Seguitissimi anche gli spettacoli di teatro popolare all’aperto che costituiscono occasione di socializzazione e di ritrovo per tutti. Molte le presenze registrate soprattutto dal capoluogo campano e dal capoluogo di provincia.
Tocca poi ad agosto con la sagra degli gnocchi e della carne alla brace che si organizza alla frazione Passo di Venticano in occasione della festività dell’Annunziata. Ed infine a settembre. Il 5 e 6 con la sagra del prosciutto, del vino e dell’agnello che la Pro Loco Venticanese organizza ogni anno in Piazza Monumento ai Caduti, illuminata per l’occorrenza ed allietata da noti complessi musicali. E si prosegue il 7 e l’8 settembre con la Festa Patronale, la tradizionale festività in onore di Maria SS. di Venticano (patrona) e di S.Lucia Vergine e Martire. In questa occasione il paese viene artisticamente addobbato con sempre nuovi motivi di luminarie e le serate sono allietate da famosi concerti bandistici. Molti i forestieri che partecipano ai festeggiamenti patronali ed anche alla lunghissima processione che si snoda nel pomeriggio dell’8 settembre per tutte le vie del paese.
Infine c’è l’appuntamento di dicembre con la rappresentazione in costumi d’epoca del Presepe vivente realizzata dai giovani della Comunità Parrocchiale in Piazza del Mastro.
Una comunità attiva e dinamica caratterizza venticano come un paese amministrativamente giovane che pullula di iniziative e di attività. Il suo dinamismo si estrinseca non solo nelle varie manifestazioni (e sono tante) che si organizzano nel corso dell’anno con il coinvolgimento totale della popolazione a tutti i livelli, ma soprattutto nelle opere realizzate dalle amministrazioni che si sono succedute negli anni, come il Pip che è un fermento di attività industriali, le nuove strade, la piscina comunale e gli impianti sportivi. Questo grazie non solo ai contributi statali e regionali accreditati in favore dell’ente, ma anche all’apporto incisivo della Pro Loco Venticanese che fin dal suo sorgere ha saputo operare per la crescita di questo paese e della Cassa Rurale ed Artigiana di Venticano BCC, prima Cassa Rurale in Irpinia, che ha dato il suo valido contributo all’economia cittadina.
La Fiera Campionaria Generale è un po’ il fiore all’occhiello del nostro paese. La popolazione è per tradizione molto tranquilla e accogliente, di mentalità aperta, dei suoi abitanti. La sua travagliata storia è motivo di orgoglio per tutti noi. Il suo clima mite e il territorio completamente immerso nel verde delle colline che lo circondano, lo rendono meta ambìta di prolungati soggiorni.
A quanti vorranno visitare la nostra cittadina il più caloroso benventuo e tutta l’ospitalità di cui siamo capaci.

Dott.Michelangelo Ciarcia
Sindaco del Comune di Venticano

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Editorial Review

La ricostruzione di Chiesa e Montastero
Il ripristino del culto dei santi prima delle Fiere

L’abbazia di S.Maria in Venticano aveva avuto una vita a sè, indipendentemente dall’espansione di Montevergine. Le terre dell’abate Petro dell’Abbazia del monastero di S.Maria di Venticano assoggettate dal Milite Manasse al giudice Petro di Castello Torase vengono da questi donate all’abate Domino Roberto di Montevergine nel 1165.
Nel territorio di Venticano insisteva infatti una antica abbazia che si contendeva i beni con i nuovi proprietari confinanti, cioè i monaci di Montevergine.
Nel 1165 Venticano è soggetta al Castello di Taurasi da dove il giudice Pietro emette una sentenza a favore di Montevergine e a danno dell’abate Pietro di Venticano per il pezzo di terra lasciato da Manasse che nell’ultima ora della sua vita era diventato monaco verginiano al fine di poter essere sepolto in quella chiesa. A confermarlo è il fratello che ne conduce il corpo a Montevergine.
Comunque il contenzioso nacque e fu registrato anche negli anni successivi quando i monaci verginiani archiviarono la pergamena con il frontespizio “Carta de questione quam habuit monasterium de terra, que fuit Manasses militis, cum abbate Peto Sancte Marie de casale Venticano”, riportato anche nell’inventario del 1400 come “Montefuscoli Ventecano instrumentum de questionis - 1165” e, nel 1600, come “Venticano per Montevergine” (AMV, peg. n.454, in CDV, pag.190).
La prima abbazia di S.Maria in Venticano continua a vivere dal 1100 e oltre il 1300 come meta di pellegrinaggi.
Venticano ebbe quindi una propria abbazia, un proprio monastero e dei propri beni. Questo almeno fino al 1300 quando i verginiani scambiarono con il conte Petricone Caracciolo dei beni presso Casale Venticani per costruirvi una chiesa intitolata a S.Maria, che, piccola o grande che sia, evidentemente non può essere confusa con la precedente abbazia di S.Maria che, continuò vita a sè ancora nel 1374 quando si cita l’abate Giovanni di S.Maria di Venticano perchè in quell’anno partecipò al concilio generale indetto dall’arcivescovo Ugo di Benevento (Orsini, Synodicon, p.291).
Alla morte dell’abate Giovanni, presumibilmente fra il 1388 e il 1389, i monaci non riuscirono ad eleggere un successore in quanto si divisero in due fazioni al punto che intervenne Papa Urbano VI (1378-89) ed auctoritate apostolica providit nominando abate il monaco del monastero venticanese chiamato Benedetto di Apice facendo diventare da quel momento l’elezione dell’abate di nomina pontificia. Un obbligo di sottomissione papale che non dovette accettare l’abate Benedetto in quanto, forse di partito papale contrario, rinunciò all’ufficio facendo nominare da papa Bonifacio IX (1389-1404) il suo successore nella persona di padre Francesco de Alamo.
Furono poi i cardinali Enrico di S.Anastasia e Marino di S.Maria Nova che, per determinare la tassazione venticanese, chiesero a Montevergine l’elenco preciso dei beni dell’abbazia venticanese e, undecumque provenientibus nullius deductis oneribus seu expensis - come scrive il Tropeano - Con la stessa data del 13 luglio 1394 l’abbazia di Santa Maria di Venticano fu inserita nei libris obligationum con la dicitura provvisoria: illut in quo taxabitur in camera secundum habitam informationem de partibus huc reportandam (Hoberg, op.cit., p.268; in Tropeano, CDV, op.cit.).
Il monastero di Venticano ebbe quindi vita a sè rentrando nella Diocesi di Montefusco. A partire dal 1308, fra le chiese della diocesi di Montefusco, in Monte Fuscolo eiusdem Diocesis, iscritte nella Rationes decimarum Italiae della Campania (Inguarez, Mattei Ceroselli, Sell., Rationes decimarum Italiae - Campania, pag.322), compare il Monasterium Venticani che paga un’oncia e mezza, mentre tutte le altre chiese pagano solo fino a 15 tarì.
Lo stesso abate di Montefuscolo, Symeon de Fulco, sborsa solo 15 tarì, l’abate Nicolaus de Fulco 6 tarì, l’abate Nicolaus de Vinfrido 12 tarì, l’abate Iohannes de Vinfredo 7 tarì e mezzo, l’abate Nicolaus de San Georgio 6 tarì, l’abate Rogenius filius Guilberti con 6 tarì, e un’oncia è per i benefici del fu abate Raonis de Niclisio. Fra i 53 nominati, oltre agli abati, si distinguono il Domino Henricus Manerice che paga 6 tarì, il figlio del Domino Guillelmi Symonis de Goffrido che paga 2 tarì, il beneficio del fu figlio Guerrerii de Molasio (de Molisio) con 4 tarì, il magister Martino de Palma che paga 6 tarì. Il resto sono tutti presbiteri.
Le decime del 1327 sono elencate per clero e solo Venticano come Monastero: il clero di Montisaperti che paga 7 tarì e mezzo, quello de Montefalzono che sborsa 12 tarì, quello di Montemilitum che paga 15 tarì e quello di Montefuscolo con 3 once, mentre il Monasterium Venticani paga 20 tarì (ivi, pag.331-32).
Nel 1328 i tarì di Venticani scendono a 10 sempre come Monasterio, mentre gli altri pagano sempre come clero, con Monte Aperto che sborsa 3 tarì, Monte Mileto 9 tarì e Montefuscolo 1 oncia e 2 tarì (ivi, pag.333-335).

L’abbazia descritta da Don Pasquale Addonizio
Fra i pochi che nel corso degli anni si sono ricordati di citare l’antica abbazia di S.Maria in Venticano v’è innanzitutto il sacerdote Pasquale Addonizio che, nel 1925, diede alle presse “Origine storica di Campanariello, memoriale della proprietà e rendite della Chiesa Badiale di S.Maria di Venticano” stampato in Materdomini dalla tipografia “S.Gerardo Majella”.
Addonizio riferiva che ai suoi tempi Campanariello era una grossa borgata di 1819 abitanti, molto civile ed industriosa. Egli scrive che il Casale di Venticano, o Denticano, come nel 1663 scrivono D.Amato Marsullo ed altri, apparteneva al Conte Petricone Caracciolo che nel 1300 lo cedette a Montevergine con la giurisdizione temporale di esiggere il passo, lo jus, cioè la tassa sul pedaggio, da cui nacque la borgata Passo di Venticano, che si ritroverà lungo la Via Nazionale ancora nel 1921 quando contava 363 abitanti.
Giunta nelle mani di Montevergine l’allora abate Guglielmo IV vi edificò un monastero con la grande chiesa di S.Maria dove fece dipingerà la Beata Vergine fra S.Benedetto e S.Guglielmo incastonando nella trave della chiesa e dell’osteria dove si esigeva il passo lo stemma della signoria verginiana.
L’abate divenne quindi barone di Venticano esercitante la giurisdizione temporale che, nel 1378, papa Urbano VI, affidò a Fra Giovanni prima e, morto costui, a Fra Benedetto d’Apice che, per motivi sconosciuti, rassegnò la Badia nelle mani di Donato, arcivescovo di Benevento, col patto di conferirla a Fra Francesco d’Adamo di Manfredonia, allora monaco di Montevergine, ma non dell’abbazia di S.Maria di Venticano.
Nel 1394, morto il papa, l’arcivescovo di Benevento chiese ed ottenne dal successore Bonifacio IX che si conferisse la Badia a Fra Francesco D’Adamo, come da bolle trascritte nel libro “Montevergine Sacro”.
Questo fino al 1527 quando i Francesi distrussero Venticano falciata dalla conseguente peste, mentre l’abbazia veniva affidata in commenda al cardinale Cesare Baronio e, alla sua morte, alla Biblioteca Vaticana nel 1606, che mantenne in vita il Casale fino al 1800.
In tale data infatti lo si trova nominato negli atti dei notari Francesco Bianco, Gioacchino e Sigismondo Musetta, Fortunato di Ieso, Francesco Carosella, D.Nicasio Melisci, ed altri, con la dicitura “nel Casale di Venticano in giurisdizione della Pietradefusi”, come pure lo si trova nei registri parrocchiali.
Già da molto prima del 1860 si troverà la nuova denominazione di Campanariello in quanto distrutto dai Francesi sarebbe rimasto il solo campanario, che però non cancella quella originaria di Venticano, ma prende su di essa il sopravvento facendo rinascere il paese intorno alla nuova chiesa arcipretale detta chiesa Madre che nel 1913 ebbe anche la fonte battesimale e, nel 1918, fu elevata a parrocchia, per la munificenza del vicario foraneo di Pietradefusi, il canonico Luigi Annecchiarico.
Nel 1861 gli arcipreti si sottoscriveranno ancora come arcipreti dell’insigne chiesa collegiale Pietradefusi, Venticano ed altri casali e, a seguire, le firme sono degli arcipreti che si definiscono di Pietradefusi, Dentecane e Campanariello, come da registro delle deliberazioni della confraternita di M.SS. dell’Arco (1782-1865) che si riuniva nella chiesa di S.Gennaro in Pietradefusi ancora il 1 marzo del 1818 quando si citano Campanariello, Dentecane e Piscialo quali casali “ben lontani” dal comune capoluogo di Pietradefusi. Pertanto i confratelli concludevano di dover assistere alle cerimonie vestiti col sacco solo nelle festività che si celebravano in Pietradefusi, capoluogo del Comune, cioè SS.Corpo di Cristo, Rogazioni, S.M dell’Arco, SS.Rosario, S.Giuseppe e S.Lucido protettori del comune e dei casali.

Le proprietà della Badia riportate da Addonizio riferite al 1701
Secondo l’Addonizio la guerra di successione di Spagna, terminata con il Trattato di Utrcht (1701-1713) si trascinò dietro lo Stato Pontificio quindi anche i beni Beneventani. Da qui la decisione di Clemente XI nel 1708 di obbligare i responsabili di chiese, cappelle, confraternite, ospedali ed altri luoghi pii a compilare ogni dieci anni i nuovi inventari.
Nel 1708 ne fu compilato anche uno per la badia di Venticano a cui seguì l’ordinanza del 1722 in cui si cita Fra Vincenzo Maria dell’ordine dei predicatori divenuto Cardinale Orsini titolare vescovo della Cattedra della Diocesi di Porto e arcivescovo di Benevento.

Così l’originale riportata da Addonizio (ivi, pag.14):
La guerra di Successione di Spagna, terminata col trattato di Utrecht - (1701-1713)- trascinò il Pontefice, sebbene si dichiarasse neutrale, in una situazione pericolosa verso la Francia e l’Austria, dalle quali ebbe gravissime rappresaglie ed anche invasione dello Stato pontificio. Clemente XI per riparare agli enormi danni verificatisi ordinò nel 1708, e per ogni decennio, i nuovi inventarii delle Chiese, Cappelle, Confraternite, Ospedali ed altri luoghi pii.
Il Cardinale Orsini, Arcivescovo di Benevento, subito ne emanò per l’Archidiocesi l’ordinanza.
Per la nostra Chiesa di S.Maria in Venticano, mentre si riporta la Pianta estratta dall’inventario 1708, si trascrive, per l’essere più recente, l’ordinanza del 1722, la quale è del tenore seguente:
Fr. Vincenzo Maria dell’ordine dei predicatori, per divina misericordia Vescovo di Porto, della S.Rom.Chiesa Cardinale Orsini, della S.Chiesa di Benevento Arcivescovo.
Essendo terminato il decennio dal tempo della compilazione dell’inventario della Badia di S.Maria in Venticano della Biblioteca Vaticana della Terra di Pietradefusi, e dovendosi il medesimo rinnovare in esecuzione della Bolla Sistina, leggi Conciliari e Sinodali, acciò lo stato suo non resti pregiudicato, come per il passato, con diverse occultazioni di beni, scritture e ragioni spettanti alla detta Badia di S.Maria in Venticano; però a fine di riparare quanto sia possibile a pregiudizii suddetti, col presente Monitorio si fa noto a tutti, e si ordina ad ogni persona di qualsivoglia stato, grado e condizione che sotto pena di scommunica riserbata all’Arcivescovo fra lo spazio di giorni tre, numerandi dal dì dell’affissione del presente, abbiano e debbano rivelare tutti i beni, così mobili, come stabili della suddetta Badia, con rivelare ancora l’annue entrate, frutti, rendite, ragioni e tutto ciò che sanno della medesima, colle scritture appartenenti ad essa, ed a tale effetto debbano comparire avanti a Noi. Ed affinchè detto Monitorio venga a notizia di tutti, e non si possa allegare causa d’ignoranza, ordiniamo che il presente si affigga ad valvas di questa Chiesa Vicariale affinchè in ogni futuro tempo, così affisso, si abbia per pubblicato, come se fosse a tutti notificato.
Pietra di Fusi, 21 Maggio 1722.
Not. Ioseph De Martino Delegatus

Vitus Barletta ordinarius Cursor retulit mihi subscripto Delegato sub die 21 m. Maij 1722, affixisse ad Valvas Maioris Ecclesiae sub titolo SS.ae Annunciata duplicatum Monitorii sive Edicti, et sub die 25 m. Maij eiusdem anni 1722 defixisse.
Praesentibus Fortunato Sorrentino et Carolo Antonio Sabatino dictae Terrae Petrae Fusorum testibus.
Not. Ioseph De Martino Delegatus.
La Badia e il Campanile del 1770 erano situati proprio lungo la Strada Regia borbonica. Lo si rammenta nello stesso editto.
La suddetta Chiesa, sotto il titolo di S.Maria in Venticano, sta situata vicino alla strada Regia, nel luogo detto Venticano. Nel mezzo della tribuna di detta Chiesa vedesi in isola situato l’unico altare. Vi sta il campanile adiacente con una campanella alta palmi 2 e palmi 5 di circonferenza.
La Badia comprendeva beni stabili come la casa abbaziale che stava nel luogo detto S.Maria in Venticano adiacente la chiesa, con gradinata di pietra, passamano e camino con il servizio del romita e per l’uso dell’affittuario delle entrate badiali

La Chiesa Badiale di S.Maria in Venticano della Biblioteca Vaticana nella Terra di Pietradefusi con le sue annessioni nel 1722
Nel documento segue la descrizione della casa ad uso di taverna fittata, per il recupero delle spese dell’imbiancata, ad Alessandro Polinaro e Ciriaco Colarusso per 150 ducati annui insieme a terra a Corte dei Santi, Li Triemoli, dov’erano le terre affittate a Giuseppe Mazzarella per 126 ducati annui, e a Giardino, situato fra Chiesa e Taverna, sul confine con la terra affittata a tomoli di grano a Leonardo Petrillo.
Le misure sono espresse in tomoli, abbreviata in “tt.a”, secondo il sistema metrico napoletano, di cui ognuno è un quadrato di 100 palmi di lato ossia di 10000 palmi quadrati. Ad anno corrente in tomoli grano erano stati fittati anche i territori di Pontepiano o Salce o Isca di Cubante, locati per un anno a Giovanni Barletta, Gaetano e Prisco di Addonizio, poi affittati a Francesco di Addonizio.
A Pontepiano del Cubante c’era anche il terreno locato a Francesco Giordano di Montefusco, alla Fontana di Corno (o Tuoppolo) seu Viscatali di Pietradefusi un altro ad Agostino Petazzo e poi a Virgilio Colantuoni.
Poi a Fontananuova alla Via Regia della Terra di Pietradefusi affittato a Cesare Casazza e passato ad Alessandra Ciarcia vedova Nicolò Rubino.
Alla località Pietra o Velosani seu Varco di Venticano era quello affittato a Domenico Vesce e poi a Giovanni Frisella. Alla Piana di Chiorma, altri a Feletta a Piana dello Chiuppo affittato ad Annibale Petrillo e poi a Bartolomeo Villani.
Presso Venticano era la terra di Calore e Ponte di Calore seu Ruvomorto affittata a Domenico Di Iorio, insieme all’altro territorio alla Piana di Chiorma, poi affittati a Ciriaco Cerignano, compreso il territorio demaniale della Grotta nel luogo detto S.Fosca. A Paolo di Leo e poi a Domenico Todesco era affittato invece il fondo di Pantelli di Festola. A Lo Pesco seu la Chiusa era la terra fittata a Nunziante Mazzarella, accanto a quello di Leonardo Penna entrambi finiti fittati a Carlo Pizzano.
A Campo di Pera seu Fontana d’Agli c’era la terra fittata a Giuseppe e Gennaro Capone.

Il feudo di San Martino resta in vita ancora nel 1700
Il feudo di San Martino era un luogo della Terra della Pietradefusi da 362 tomoli, 2p.33. Fittato a Francesco Pagliocca e Domenico Russo si ritrovò poi in possesso di Lucido Pagliocca, Onofrio di Iesu, Tomaso Troisi, Domenico Romolo, Francesco Russo perchè diviso in cinque porzioni fatte fra di loro.
Presso la Terra di Pietradefusi era il territorio di Macchiatelle affittato a Donato Villano e poi a Francesco Nardone. A Francesco Acquaviva era stato dato un territorio a Li Farchi, come pure quello di Ilici e San Savino.
Nelle pertinenze propriamente dette di Venticano ricadeva invece il territorio vicino alla taverna del signor Iannillo di Montefuscoli affittato a Domenico Luongo e poi a Bartolomeo Luongo.
A Li Criti seu Valle di S.Andrea v’era la terra fittata a Michele Nardone indi a Giacomo Nardone.

Territori badiali conceduti a censo per 29 anni in grano a nobili come l’illustrissimo Don Nicolò Coscia
Seguono nella lista delle terre di S.Maria date in affitto, quelle concesse per 29 anni in cambio del grano, spesso registrati dal notaio Francesco Imbimbo.
V’era la terra alla Piana del Boschetto concesso a censo a Niccolò Marallo e Michele Nardone. Questa terra in particolare il 23 marzo del 1708 era stato ceduto all’Illustrissimo Don Niccolò Coscia dottore delle leggi e tesoriere della S.Metropolitana chiesa di Benevento che quindi lo possedette.
Altri terreni erano a Isca di Corno e altri ancora al Boschetto o Ischitella anticamente detti Li Paparielli ceduti a Guglielmo Nardone, indi ai fratelli Niccolò, Matteo e Gioacchino Nardone, e passati anch’essi a Coscia nel 1714.
A Savuco del Boschetto e a Chiuppito seu Mazzuni v’erano invece le terre cedute a Don Vincenzo Coscia.
A Don Francesco Acquaviva era invece stato dato il territorio dell’Isca seu la Scafa, come pure Velosani seu Toderilli.
Una terra a Li Criti seu Valle di S.Andrea era stato dato ad Ovidio De Lutiis. Altri a Fontana di Festola con fontana d’acqua sorgente, come pure era fontana d’acqua sorgente quella di Pantani di Festola seu Fontana fabbricata.
A Piana di Corno, nelle pertinenze di Venticano, era il terreno ceduto a Domenico Vesee e dati a Bartolomeo Luongo per conto del dottor Domenico Fisico della città di Montefuscoli, come da strumento del notar Giovanni Carlo De Martino del 28 maggio 1722.
A Felette seu La Piana detto Chiuppo, in pertinenza della detta Terra della Pietra, v’era quella tenuta da Annibale Petrillo, ceduta a Francesco Della Verde.

Territori concessi come possesso, cioè a titolo di censo perpetuo in grano e a censo perpetuo in danaro
Ceduti a titolo di censo perpetuo in grano erano non molte terre che si trovano in possesso di pochi “signori”. Al signor Decio Centrella era stato dato in possesso un seminatorio nel luogo detto La Piana di Vespela. Al notar Gioacchino Mosetta la terra a Valle di S.Andrea tenuta da Rocco Mosetta. A Giacomo Nardone del fu Michele, una terra a Valle di S.Andrea.

Altri beni a censo posseduti nei paesi circostanti
A censo perpetuo in danaro era il territorio concesso al dottor Cesare Peluso come tutore di Alessandro Cianciullo f.minore del fu Giuseppe in luogo detto S.Apollinare. Altro era quello della SS.Nunziata di Napoli, sempre a S.Apollinare. Mentre era di Francesco Acquaviva quello di Todesci seu li Velosari.
Beni dell’abbazia erano anche quelli posseduti in Montefusco, come la casa palazziata di Giovanni Battista Rippuccio di Chiusano, e il notar Pierre de Luca in suo nome e parte di Giovanni battista degente in Monte Fuscoli.
Territorio locato ad anno corrente in danaro era quello a Tosiello di Montefusco, vicino alla Via Regia, affittato a Domenico Spiniello, dato a Carmine de Luca.
La Badia possedeva beni anche nel Castello di S.Maria Ingrisone affidati al Conte del Castello di S.Maria Ingrisone. Si tratta di vigne, alberi da frutto nel luogo detto Corte di Venticano.
Altri beni della badia erano quelli posseduti da Francesco Bosco e da Don Nicolò, Gennaro e Giovanni Camerino nelle pertinenze di San Martino del feudo di Montevergine nel luogo detto la Campeta.
Beni esistenti anche presso la stessa città di Benevento e affidati, cioè in possesso della Chiesa di S.Lucia fuori Porta Aurea, come la casa beneventana data per 29 anni a Nicolò Zainella nel luogo detto Cortiglio de’ Vagni. O l’orto dato a Francesco Pirone di Bonea di Montesarchio, proprio attaccato a S.Lucia a Porta Aurea, al confine con l’orticello dato a Don Ottavio Nicastro nobile beneventano; mentre Niccolò Compare e Francesco Iannasso di Benevento avevano un territorio a Ponte Valentino.
Altre terre in cambio di danaro erano state date presso Torre Le Nocelle a Tommaso di Benedetto a La Corte dei Monaci, come pure quelle dell’eccellentissimo principe Tocco di Montemiletto che aveva ricevuto un seminatorio con fontana d’acqua sempre a Corte dei Monaci. Giovanni Todesca invece aveva avuto un castagneto alla Contrada Lupo Grosso seu La Corte dei Monaci, presso le terre date a Giovanni di Virgilio, Donato Vozzella e Giuseppe Iarrubino fu Nunzio, Giuseppe Di Luzio e Giacomo di Roma.

L’ultimo bene elencato e posseduto dalla Badia di S.Maria in Venticano della Biblioteca Vaticana era quello della chiesa diruta di S.Pietro in Sassinora della diocesi di Boiano
Tutti i beni davano un introito di 672 Ducati e 97 e 1/2 e, tolti i 3 ducati alla Mensa, i 16 per le messe fetsive del cappellano, i 4 per la cera, l’1 e 1/2 per l’olio nella lampada durante i giorni festivi e 1 ducato per lo jus cattedratico, se ne aveva un esito netto di 641,47 e 1/2, come sottoscritto dal procuratore della badia Alessandro Di Jesu e controfirmato da Ioseph de Martino, notaro apostolico di Paduli.

Le Fiere di S.Egidio, S.Donato e della Pentecoste sono le prime fiere della Montagna di Montefusco risalenti al XV Secolo. La Fiera di Venticano affonda le sue radici in una antica tradizione, quella dello scambio e della vendita, legata indissolubilmente al ciclo dell’anno e della vita.
Per tale ragione, già alla fine del 1400, nei Casali della Montagna di Montefusco, di cui Venticano era parte integrante, si organizzavano tre rinomate fiere annuali in occasione delle festività religiose della Pentecoste, di S.Donato e di S.Egidio. Era un momento florido per il commercio di bestiame, derrate, beni di prima necessità.

Quella di Pentecoste che originariamente si teneva il giorno di S.Bernardino (20 Maggio) fu istituita il 7 novembre 1484 da Ferdinando I d’Aragona. Il 21 maggio 1511 venne trasferita alla Pentecoste per maggiore comodità. Durava 10 giorni: dal martedì prima della Domenica di Pentecoste al giovedì della settimana successiva e si faceva a Venticano ad locum nuncupatum Venticanum ante planum Ecclesiae.
Quella di S.Donato fu istituita il 19 giugno 1469 da Ferdinando I d’Aragona: aveva inizio il 3 agosto e fine il 12 dello stesso mese e si teneva ad locum ubi dicitur lo Covante ante Ecclesiamo Gloriosi Sancti Donati. Quella di S.Egidio era la più antica: non sappiamo con precisione da chi e quando fu istituita, ma la sua origine risale certamente al principio del secolo XV, con ogni probabilità al 1416. Durava 9 giorni, dal 24 agosto ak 1° settembre, e si teneva ad locum prope terram Montifusculi nuncupatum de Sancto Egidio. Le prime due non ebbero mai l’importanza di S.Egidio e al principio del settecento erano già dimesse.
I periodi delle tre fiere erano detti anche giurisdizioni: le espressioni I, II e III giurisdizione erano lo stesso che fiere di Pentecoste, di S.Donato e di S.Egidio. Ciò perchè la Università di Montefusco, nella persona del Sindaco, aveva il privilegio di esercitare giurisdizione straordinaria criminale e civile in tutto il territorio di Montefusco e casali per i complessivi 30 giorni delle tre fiere. Questo privilegio fu concesso da Fardinando I d’Aragona nel 1469 (Danza, Cronologia, pag.22). La giurisdizione dei giudici ordinari cssava ad horas e il Sindaco era investito di tutti i poteri giudiziari, poteva finanche condannare a morte. Nei lughi delle fiere c’erano dei locali nei quali si amministrava giustizia e altri adibiti a uso di prigione. Nell’esercizio della sua giurisdizione straordinaria il Sindaco doveva obbligatoriamente farsi assistere da un Dottore in legge come consultore legale, ma le sentenze si emanavano in suo nome.
Nei periodi delle fiere, il Sindaco (era detto Mastro Mercato, il maestro d’atti e i loro dipendenti potevano andare armati e armare altre 20 persone per il mantenimento dell’ordine e la vigilanza diurna e notturna sull’area delle fiere e sulle strade di accesso ad esse, nonchè per arrestare gli eventuali malfattori.
Quando Montefusco con Distretto divenne terra feudal, i Baroni cercarono sempre di opporsi allo ius giurisdizionale del Sindaco, o almeno di limitarne l’applicazione. Così fece il Marchese di Vico, ma con scarsi risultati perchè la Camera Sommaria, dietro ricorso dell’Università, ordinò, nel 1575, che per la giurisdizione nel tempo delle fiere si praticasse iuxta solitum et consuetum (Danza, De Priv. Baronum, pag.) Migliore fortuna ebbe il suo successore, Federico Tomacello, sotto il quale l’Università, stanca di contendere col Barone, addivenne ad una transazione per la quale venivano esclusi dalla giurisdizione del Sindaco i delitti più gravi: lesa maestà, divina e umana, omicidio, eccetto se commesso in una una rissa o per provocazione, violenza carnale, adulterio, bacio violento, incendio doloso etc. e in genere tutti quelli punibili con la pena capitale.
In pratica, dopo la transazione, al Sindaco restavano le risse, i furti, le frodi nei contratti, e tutti gli altri imbrogli che sogliono avvenire nei mercati: i delitti minori insomma nei quali si poteva procedere col rito sommario. Le cause non decise allo scadere della giurisdizione straordinaria, venivano rimesse al giudice ordinario.
Le fiere si aprivano con una certa solennità.
Nei preliminari era d’obbligo il trasferimento della Bandiera regia (Regium Vexillum), simbolo dell’autorità e della legge, da Montefusco sul luogo delle fiere. In quelle clic si tenevano al Cubante e a Venticano il Sindaco poteva delegare qualche suo dipendente, ma a quella di S. Egidio doveva obbligatoriamente andarci di persona.
Scrive Eliseo Danza: “E’ tenuto il Mastro Mercato, (Sindaco di Montbfusco) a trasferire la Bandiera sul luogo detto di S.Egidio il giorno 28 agosto di sera, associato non solo da tutti i Signori di Montefusco e e casali ma anche dal Preside della Provincia e dagli altri Offìciali della R. Udienza. Il Mastro Mercato incederà alla destra del Preside.
Al trasporto di detta Bandiera devono pure intervenire i Baroni della Montagna di Montefusco con i propri vessilli e con gente armata. Inoltre sono obbligati ad accompagnare la Bandiera i Sindaci e gli Eletti di Torre Calvi, S. Nazzaro, Santa Paolina, S.Agnese, S.Angelo a Cancello, S.Pietro Indelicato con molti uomini armati” (Danza, De Priv. Baron., pag.49).
Al Sindaco, oltre l’onore di esercitare giurisdizione e di incedere alla destra del Preside, erano riconosciuti altri diritti di natura più concreta. Coloro che erano obbligati ad accompagnare la Bandiera (Signori, Baroni, Sindaci dei Casali) erano multati, qualora non intervenìssero, e la multa andava al Sindaco. Inoltre “il chianchiero ogni animale baccino che ammazza mentre dura il mercato, così in Montefuscolo quanto al mercato predetto, è obbligato dare al Mastro Mercato il lacerto dell’animale”. Ma c’era ancora dell’altro: “tutte le banche di commestibili, pesce, chiapperi, frutti, pollieri, cacicavalli, copetari, melonari, devono dare l’honoranza al Sindaco. Le Taverne di cittadini sì della zona come dei casali devono dare due carrafe di vino per ognuna alla persona del Sindaco” (Danza, loc.cit.). Queste prestazioni in natura andavano alla persona del Sindaco. Gli introiti provenienti dagli atti civili e criminali e le pene pecuniare si dividevano fra il Sindaco, il Mastro d’atti, il consultore legale e le guardie. Al Sindaco andavano pure i proventi della zeccatura dei pesi e delle misure.
Il ricavato dal fitto delle banche e del suolo andava invece all’Università. Tale fitto si dava ogni anno in appalto al maggiore secondo quanto stabilito in una Pannetta approvata dalla Camera Sommaria. Il Danza scrive che ai suoi tempi la esazione dava luogo a molte “vociferationes” ossia lamentele perchè gli appaltatori esigevano a loro arbitrio, essendo andata quasi in desuetudine la Pannetta. Divenuto Sindaco di Montefusco redasse e fece approvare una minuziosa ed equa Pannetta e si ebbe la lode e il plauso di tutti.
Oggi, mutati i tempi, la fiera di S.Egidio non ha più l’importanza, il richiamo e l’affluenza di una volta, ma essa costituisce sempre un avvenimento per i Montefuscani, i quali si fanno quasi un obbligo di “scendere alla fiera” in quei giorni anche se ci vanno solo per fare una passeggiata, per curiosare e per fare una scorpacciata di polli e di angurie.
Ma la cosa che più incuriosisce i Montefuscani del centro è l’antico rito della Bandiera che la sera del 28 agosto “scende”, come nel passato, a S.Egidio ad aprire la fiera.
Dopo la siesta pomeridiana si cominciano a sentire nel paese dei rulli di tamburo: il bravo tamburiere, seguito da tanti bambini, fa prima vari giri per le vie deserte del paese, come per dare la sveglia. Quando poi il rullio si fa più insistente èsegno che la Bandiera sta per uscire dal Palazzo Comunale. Tutti allora si fanno sulla soglia delle case o escono sulle strade in attesa. Finalmente appare il quattrocentesco gonfalone scortato dalle guardie civiche e dal Sindaco in fascia tricolore. Ai lati delle strade il popolo fa ala al passaggio: qualcuno accenna a una specie di timido saluto, tutti si scoprono, qualche donna sorride, molti non sanno che cosa fare e guardano soltanto. Poi il rullo del tamburo si fa più fievole lungo i tornanti della strada e quindi cessa del tutto quando la Bandiera viene issata su un pennone a S.Egidio. Solo allora ognuno rientra nella realtà, dopo essersi distratto dietro una visione del passato.
Sulle origini della fiera di S.Egidio fiorisce a Montefusco una leggenda, nella quale sarebbe assai interessante ricercare il fondo storico di verità che esiste sempre in tutte le leggende. Eccola, come mi è stata raccontata da un robusto, patriarcale vecchio ultraottantenne di Montefusco.
Una volta la “grande fiera” non si svolgeva a S.Egidio ma a Melito. Vigeva allora questo strano principio, che cioè la fiera si facesse in quel paese che fosse in possesso, comunque, di una bandiera che era il simbolo della fiera, tanto che se, per ipotesi, la bandiera fosse stata rubata, o portata altrove dal vento, la fiera l’avrebbe seguita automaticamente, come l’ombra segue il corpo.
Il furto, è chiaro, non era perseguibile penalmente: tutti stavano alle regole del gioco, peggio per chi si faceva togliere la bandiera.
Il Sindaco di Montefusco pensò di approfittarne per portare la fiera nella città da lui amministrata. Non era una cosa facile, ma il Sindaco aveva il suo piano. Un giorno si portò nella locale prigione ed ebbe un segreto abboccamento con due detenuti.
- Voi siete stati condannati per furto con destrezza.
- Esatto, illustrissimo.
- Ebbene io vi prometto la libertà, e in più un premio, se voi sarete capaci di andare a rapire a Melito la bandiera della fiera e portarla qui.
- Considerate la cosa già fatta: modestamente il furto è il nostro mestiere: solamente pretendiamo che ci procuriate due cavalli veloci come il vento.
Arrivati, in tempo di fiera, a Melito i due, fingendosi onesti mercanti, per prima cosa osservarono ben bene la bandiera che sventolava, legata con funi ad un palo.
Poi distrassero l’attenzione della gente con questo abile accorgimento: si accordarono con due zingarelle e le indussero dietro equo compenso, ad esibirsi in danze e acrobazie nel bel mezzo della fiera. Quando videro che perfino le placide mucche erano tutte prese dall’allettantc spettacolo, con mossa fulminea recisero le funi che sostenevano la bandiera e di gran corsa presero la via di Montefusco. Li inseguirono, ma si vede che i cavalli degli inseguitori erano meno veloci: fatto sta che non li raggiunsero.
I due fuggitivi, sempre stringedo il favoloso drappo, arrivarono a Calore dove uno dei cavalli cadde di schianto. Il cavaliere appiedato saltò sul cavallo del compagno; ma si capisce che dopo la durissima salita della Serra nemmeno il secondo cavallo poteva arrivare vivo a Montefusco: difatti stramazzò proprio sullo spiazzo di S.Egidio.
E così ebbe inizio la grande fiera di S.Egidio in ossequio a quel principio: dove la bandiera ivi la fiera.
(In: Palmerino Savoia, Montefusco già Capoluogo del Principato Ultra, pag.96-101)

Con la scomparsa di Venticano, a causa delle calamità, scomparve ovviamente anche la Fiera. Compreso nell'area tellurica che ha come epicentro i comuni di Ariano e Montecalvo, la zona di Campanariello fu spesso devastata nel corso dei secoli da violente scosse sismiche, cancellando dalla faccia della terra il Casale, le sue tradizioni e quindi anche la Fiera. La storia ricorda i violenti terremoti, a cominciare da quello conosciuto che rase al suolo la vicina Bonito nel 1125, è poi attestato quello del 5 dicembre 1456, seguito da quelli del 1648 e del 1688, e da quelli del 1702, 1732, 1794, 1905, 1930, 1962 e 1980.
Guerre, carestie, terremoti, pestilenze colpirono infatti a più riprese queste terre, spesso con effetti devastanti, fino alla peste del 1656, per i medici di allora una malattia inspiegabile, debellata solo dopo la scoperta del bacillo delle pulci parassite dei ratti, i topi neri che trasportavano la peste nera, da parte di "Yersin" alla fine dell'Ottocento. Tale bacillo "abita" sulle pulci parassite dei ratti. Ma, sconosciuto allora ogni rimedio, la peste, fin dal 1300, era attribuita alla corruzione dell'aria o di particolari vapori, come dichiararono i medici consultati in proposito, a Parigi: Quest'aria, così corrotta, penetrando necessariamente nei polmoni, attirata dalla respirazione, corrompe la sostanza aeriforme che si trova in essa stessa e, a causa dell'umidità, fa andare in putrefazione tutto ciò che le sta vicino. Per tale motivo, come ricorda il professore Napolillo nella sua “Nusco, Rivisitazione Storica”, i pellegrini che si recavano a Montevergine non portavano carne da mangiare. Neppure nel Seicento, l'epoca della scienza galileiana, si sostenne la storia del contagio tramite "bacillo", per cui non si poterono prendere efficaci misure per frenare l'espandersi del morbo, da Napoli nel Principato Ultra. Scrisse D. R. Parrino: Queste infermità passarono sul principio per febbri maligne, per apoplessie, per malie, e per altri mali, che l'ignoranza della plebe, e il capriccio dei medici, poco pratici de' sintomi della contagione, andavan sofisticando... La cosa giunse a tal segno che ne morirono cento al giorno (a Napoli), né altro si vedeva per le strade, che condurre i sagramenti agli infermi, e i morti alla sepoltura. Donde si cagionò uno spavento sì grande negli animi de' cittadini, naturalmente alla pietà inclinati, che si voltarono a Dio, et in processioni d'homini, donne, e di donzelle vergini scapigliate concorsero a migliaja ad implorare la Divina Misericordia in diverse chiese della città.
Salvatore De Renzi, nato a Parternopoli (Av) nel 1800, medico e professore di storia della medicina nell'Università di Napoli, studiò la peste non solo per descriverla o farne oggetto di lezione universitaria, ma per sfogliare i documenti del 1656 in nome dell'interesse sociale. Egli ci fa sapere le considerazioni d'un altro esperto: Florio cita i nomi di alcuni paesi, che più ne furono maltrattati. De Renzi vuole dimostrare che i maggiori danni derivarono dal sacrificare i precetti dell'igiene al fanatismo improduttivo. La peste del 1656 fu la più atroce di quante si fossero avute, dalla Sardegna a Napoli e a Bonito, dal Medioevo in poi. Essa distrusse più d'un terzo degli agglomerati di famiglia (o fuochi). Si calcola che la popolazione del principato Ultra sia passata dai 176 mila abitanti circa dell'anno 1595 ai 114 mila circa dell'anno 1669. Salvatore De Renzi, indagando sulla peste ad Avellino, e sui provvedimenti presi, per ordine di Francesco I, da Francesco Giustiniani, "Patritio Genovese de' Signori di Scio, sovra intendente generale della preservatione della salute nello stato di Avellino in P. U.", dichiara che Malgrado le bollette di sanità tutte le provincie furono in breve tempo contaminate, eccetto le più lontane, cioè la Terra d'Otranto e la Calabria Ultra.
Questa non fu l'ultima delle sventure di Campanariello, che fu vessata dai masnadieri. I delinquenti, spesso accordati con denaro dal Vicerè, fecero molti danni e tennero infestate soprattutto tre province: Campagna di Roma, Abruzzo e Capitanata, ch'è parte della Puglia. Il conte di Penaranda, Gaspar de Bracamonte y Guzmàn, non rivelò molta intelligenza in occasione della peste, ma si seppe ben comportare con i nobili dei Seggi, che non pensarono affatto di chiederne la sostituzione, protestando a Madrid.
La popolazione portava ancora i segni della peste bubbonica del 1656, quando avvertì le scosse sismiche, sussultorie ed ondulatorie, del 6 novembre 1680, del 5 giugno 1688, dell'8 settembre 1694, che non la demolirono, ma che colpirono, fin dalle fondamenta, S. Angelo Lombardi, Guardia Lombarda, Andretta, Montella, Castelnuovo, Lioni.
M. Baratta, il maggiore studioso dei "Terremoti d'Italia", registra i seguenti tremuoti: 1349 nel Sannio; 1456 in Ariano, Arpaia, Montecalvo, Apice, Mirabella Eclano, Lacedonia; 1466 a Conza; 1550 ad Ariano; 1631 con pioggia di lapilli del Vesuvio; 1688 in Benevento e nella Valle Beneventana e in Ariano e Mirabella; 1694 nell'Avellinese e sino ad Ariano e nell'Alto Ofanto.
La prima grande catastrofe che colpì la zona fu il terremoto del 1688, al quale seguì quello del 1694, come ricorda Napolillo citando una Relazione anonima, consultata da Salvatore Pescatori e conservata nella Biblioteca provinciale "Scipione Capone" di Avellino, che attesta:
Il maggior danno si sente accaduto nella provincia chiamata di Principato Ulteriore, ove la città di Ariano è stata tutta distrutta, a riserva di pochissimi edifici, i quali quantunque non siano affatto inutili e rovinati, sono però rimasti talmente aperti, che sono inabitabili (...). E sebbene il numero de' morti in essa città, oltre de' storpi, non ascendono secondo l'ultime notizie, che a centosettanta, ciò è stato perché, nel tempo che accadde il tremuoto, la gente si trovò uscita per le campagne, ove abitano presentemente, e anche nelle grotte, per la neve caduta ne' giorni susseguenti al tremuoto, la disgrazia se le rende maggiormente sensibili. La Terra di Bonito anche è rovinata tutta, e centocinquanta morti, e trecento feriti; e sentendosi ivi di continuo scuotere la terra, la rimanente gente atterrita vive per la campagna oppressa dalla neve. La stessa disgrazia si sente accaduta alla terra detta Pietra delli Fusi con morte di circa cento persone. Carifri nella stessa forma, e fra morti si conta quel Marchese di casa Capobianco colla moglie e figli, oltre a due altri figli del Duca di Colle Corvino, Miro. Mirabella è anche rovinata, con molta mortalità.
Il sisma del 9 aprile 1853, che colpì maggiormente le province di Avellino e di Potenza, ebbe il suo epicentro tra Teora e Caposele, che ne riportarono gravi danni.
Il 7 giugno 1910 gli effetti più disastrosi furono avvertiti a Campanariello che fu di nuovo provata dal sisma del 23 luglio 1930, il quale causò in Irpinia, secondo le stime di Francesco Barra (1972), 2.723 feriti e 1.218 orfani.
I movimenti tellurici del 1952 e del 1962 provocarono l'abbandono dei centri come Aquilonia, Scampitella, Vallesaccarda.
Un terremoto assai disastroso è stato l'ultimo, quello del 23 novembre 1980, alle ore 19,35. Tutta l'Italia meridionale è stata scossa dal sisma, ma le regioni più colpite sono state la Campania e la Basilicata. Molti i morti, per il fatto che la gente era chiusa in casa per la partita di calcio teletrasmessa o per la cena. Fra i centri colpiti c'è stata anche la città di Napoli, dove sono crollati alcuni palazzi e la gente, terrorizzata, si è riversata nelle strade. Ma la paura più grande era il Vesuvio, che attualmente ha smesso di "fumare".
Distrutta Venticano rinasce Casale Campanariello e la fiera di S.Lucia il 28 aprile e quella di S.Maria a settembre. Quando di Venticano si era persa ormai ogni traccia, furono i Casali a ripopolarsi. Dalla costola più grande dell’ex castello nacque infatti Campanariello, di cui si parla molto nei giornali del secolo scorso.

“Ai caduti della Grande Guerra - scriveva la Campania - poichè nella vittoriosa recente guerra d’Africa nessun morto si è avuto, sono stati eretti due monumenti, uno nella piazza Vitt.Veneto della frazione Dentecane e l’altro nella frazione Campanariello. Alle spese occorrenti si fece fronte con Nardone Pietro, Nardone Raffaele, Pagliuca Enrico, Santoro Raffaele, Sirignano Giuseppe, Villani Alessandro, Villani Nicola, Villani Gaetano. Il Comune non possiede beni patrimoniali ove se ne eccettui la casa Comunale in Pisciaro e quella della Conciliazione nella frazione Pietra; ma commerci ed industrie non vi mancano, oltre l’immancabile raccolto dei campi, dei cui proventi massimamente la cittadinanza vive e prospera. Abbiamo notato, per esempio, l’accorsata libreria e cartoleria Di Iorio che fornisce libri ed oggetti di cancelleria agli alunni delle scuole di Dentecane ed anche dei paesi viciniori, oltre che diversi buoni magazzini e botteghe. Come industrie, commercio e produzioni varie vi eccellono”.
Sono i tempi della produzione vini a cura del Cav.Francesco Mazzarelli, Cav.uff. Giovita Mazzarelli, Raffaele De Nisco e fratello, Emilio De Nisco, Damiano De Nisco, Cav.Federico Ambrosino fu Giuseppe, Cav.Antonio Ambrosino fu Luigi e di Francesco Petrillo. Presente anche la produzione di frutta, cera vergine e miele con Raffaele De Nisco e fratello, Gaudioso Di Jorio, Vincenzo Petrillo fu Michelangelo.
La concessione speciale per la lavorazione scelta del tabacco era stata affidata al Cav.Pucillo.
Ma a funzionare era soprattutto l’industria per la lavorazione di prosciutti molto richiesti, a cura di nomin di antica generazione come Nicola Colarusso, Stefano La Verde, Michelangelo Ciarcia, Saverio Ciarcia, Fiore Nardone, Antonio De Roma, Francesco Addonizio, Carmine Addonizio, Federico Nardone. Già funzionava il molino elettrico del Cav.Ambrosino Federico, oltre quello col motore ad olio di Petrillo Giacomo fu Angelo.
Presente anche una fabbrica di mattonelle in cemento per pavimenti appartenuta a Petrillo Raffaele; mentre torronifici quotati erano la rinomata ditta, fin dal 1700, di Fiorentino Di Iorio, la Ditta Fiorentino Manganiello e figli e la Ditta Garofalo Luigi fu Orazio. Trappeti oleari a trazione animali e macchianari relativi appartenevano invece alle ditte di Capone Giuseppe e fratello, Colarusso Vincenzo, De Nisco Giovanni e Grasso Pasquale.

Poi viene ricordata una lavorazione di merletti a tombolo, che veniva eseguita dalle popolane a domicilio e smaltita sui vari mercati della regione. A fianco a queste private ed operose iniziative si svolgevano nel Comune diverse fiere e mercati cui accorrevano genti d’ogni parte, con i mercati che si tenevano il lunedì a Pisciaro, il mercoledì a Campanariello, il sabato a Dentecane”.
Ogni anno poi si svolgevano fiere il 28 aprile (S.Lucia) a Campanariello, il giorno dell’Ascensione (S.Rita da Cascia) a Pietra, il 28 agosto (S.Agostino martire) a Castello del Lago e l’8 settembre (S.Maria di Venicano) nuovamente a Campanariello.
“Di queste, quella di Pietra è la più importante, sebbene tutte concedono premi ai venditori che vi convengono. - E dove alloggiano? - ci direte. Niente paura, chè il Comune è a posto anche in questa branca. Mentre esistono, infatti, locande in quasi ogni frazione, in qualcuna d’esse v’è addirittura un albergo con trattoria, come quello gestito da Musto in Dentecane e da Nardone in Campanariello” (da: La Campania, pag.4).
Nel 1898 la provincia di Avellino veniva descritta in “La Patria, geografia dell’Italia”, opera compilata dal professore Gustavo Strafforello. Fra i 5.363 abitanti di Pietradefusi, comune rinomato per la produzione e il commercio dei buoi bianchi, compaiono sicuramente anche quelli di Campanariello, unitamente a Pisciaro (capoluogo), Dentecane (dov’era l’Ufficio di Posta e Telegrafo), Pietra, Sant’Angelo a Cancelli, Passo, Pappaceci, Serra (di Montemiletto) e San Gennaro.
La prima operazione amministrativa del nuovo comune di Pietradefusi fu il ripristino della Guardia Nazionale. Ne seguirono altre, in particolar modo l’ufficializzazione dei nuovi regolamenti comunali, di Polizia Urbana e di Polizia Rurale (nel 1867/8?).
Pietradefusi, comune costrituito da una federazione di Casali fra cui Campanariello (attuale centro di Venticano) insieme a Petruro, Chianchetelle, Chianche, Montefusco, Prata Principato Ultra, Santa Paolina, San Pietro Indelicato, Torrioni e Tufo faceva parte della ripartizione territoriale del Mandamento del Comune di Montefusco, uno dei quindici Mandamenti appartenuti alla Città capoluogo divisi in tre Circondari (Avellino, Ariano di Puglia, Sant’Angelo dei Lombardi) in cui era stata politicamente divisa la Provincia di Avellino dopo il distaccamento dal Principato Ultra avvenuto già prima dell’arrivo dei Francesi.
Il Comune di Pietradefusi, col municipio a 410 metri slm, era uno dei pochissimi paesi del Circondario di Montefusco, ma anche di tutta la Provincia di Avellino, ad avere più casali di tutti.
Sul finire del 1800 risultavano villaggi di Pietradefusi lo stesso “Capoluogo del Comune”, e poi Castello o Castello del Lago, Campanariello altrimenti detto Campanarello, Dentecane, Pisciolo o Pisciaro, Pappaceci, Pietra, Salita Serra, Passo, Sant’Angelo o Sant’Angelo a Cancelli, San Gennaro: sono tutti documentati nell’Annuario del 1889 della Provincia di Avellino, con una popolazione ufficiale di 5.363 abitanti su 1697 ettari, distanti 7 chilometri da Montefusco, capoluogo di Mandamento, e 22 chilometri dal capoluogo di Provincia.
Campanariello già commerciava in vini, cereali e tabacchi lungo la via di comunicazione del paese, la Nazionale delle Puglie e, ogni lunedì, partecipava al mercato nella vicina Pisciaro. La comunità già possedeva delle piccole industrie a carattere familiare con presenze stabili in loco, per la lavorazione del ferro battuto a quella dei merletti affidata alle donne. Nell’ambito del perimetro del comune si tenevano anche delle fiere: una nei tre giorni precedenti la II domenica di agosto e l’altra l’8 settembre.......