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Un microscopico borgo medioevale di braccianti e massari
La Castel Voltuno del 1700 non è una città. Anzi, a dire il vero, si presenta come un piccolo borgo. Così lo si deve descrivere sfogliando, pagina dopo pagina, il Catasto Onciario dell’allora Castello a Mare del Volturno. Di esso si trascrivono fedelmente le notizie essenziali con l’elenco delle famiglie numerate e riordinate per cognome del capofamiglia, anzichè per nome, come nell’originale.I Non siamo a grandi livelli urbanistici in quanto la nuova Via Nazionale non è stata ancora costruita e il commercio maggiore è dovuto solo al via vai verso i santuari. Ma sfogliando le pagine concentrate in quest’Appendice, si ha un’idea più concreta di cosa sia un paese del 1700, con la sua piazza, le prime strade ufficiali, la parrocchia e le altre chiese intorno a cui si riuniva la popolazione.II
Tutto registrato e trascritto dai deputati et estimatori che hanno redatto il Catasto consultato nella copia microfilmata a partire dal frontespizio, a pagina 2 dell’originale, quando compare la scritta ufficiale: Catasto seu Onciario dell’Unità di Castello a Mare del Volturno in Prov.a di Terra di Lavoro. Vale a dire il libro del Catasto oppure detto Onciario relativo all’Università comune del paese di Castello, meglio definito nel luogo del Mare del Volturno, nella provincia di Terra di Lavoro.III
E’ così possibile conoscere i nomi di tutti i capifamiglia trascritti in ordine alfabetico di cognome, con relativo mestiere e composizione del nucleo familiare, seguito dal paramentro dell’oncia per stabilire l’esatto valore del reddito imponibile.IV
Seguono le rubriche delle Vedove, Vergini e Bizzoche,V dei cittadini e delle cittadine assenti,VI dei sacerdoti reverendi, cioè dei cittadini secolari, Chiese e Luoghi pii.VII Seguono le ultime rubriche catastali con i Forestieri abitanti,VIII e i Forestieri non abitanti,IX cioè Bonatenenti Esteri, con gli Ecclesiastici Bonatenenti Esteri e le relative chiese straniere che possedevano dipendenze e beni sul territorio.X Dopo l’elenco a parte che estrapola i beni della Parrocchia, tassati diversamente in base al Concordato con la Chiesa,XI il tutto, viene registrato, confrontato e assommato nell’operazione di sommatoria definitiva delle tasse, che va sotto il nome di Collettiva delle once, per stabilire l’esatto importo della dichiarazione totale del reddito imponibile relativo all’Università comune di Castello.XI
Sfogliando queste pagine, si ha la certezza che siamo lontani dai grandi industrianti, dai fabbricatore di panni ai cavapietre mariani, anche poveri, come quelli incontrati a San Benedetto di Caserta.1
Non compaiono neppure sbirri, come a Toro di Caserta, accosto ad un’altra figura, quella del satellite, una sorta di spia, addetto ai rapporti con la polizia. Quando anni dopo assisteremo alle ribellioni e all’invasione del Regno Borbonico, specie nel decennio seguito ai fatti del 1799, la figura del satellite sarà una delle protagoniste delle rivolte antiliberali che sfoceranno nel brigantaggio, allorquando i paesi riconquistati dagli squadroni borbonici, cioè dalla polizia militare, si dicevano presi dai satelliti che ebbero il loro rifugio segreto in Mugnano, dove si riuniranno con il deposto intendente di P.U., Mirabelli, per progettare i loro ‘golpe’.2
E’ più facile reggere le redini e spadroneggiare in un piccolo casale con pochi ricchi di un certo spessore.3
Hanno tanto di servi propriamente detti, diremmo quelli da comando o servitori, intesi come camerieri, e anche servi di livrea, cioè in divisa, come Antonio Maturo, servente in livrea di Crotone. Spesso la divisa non era neppure di loro proprietà e veniva conservata, o anche indossata, direttamente dal signore, come nel caso di Don Francesco Grillo di Oppido Mamertino, il quale, fra i suoi beni, possedeva una lebrea di servitore ed altra di volante.4
Ma è proprio questa la differenza che fa crescere alcuni casali rispetto ad altri. Un borgo diventa tale quando c’è un macellaro, l’ammolatore delle lame, il salajolo, muratori, sartori, barbieri, falegnami e solapianelli e non il numero infinito di braccianti con i loro quattro passi di suolo dati a censo dalla Parrocchia di S.Stefano, come accade a Toro di Caserta, il più organizzato casale dopo la Torre, dove chi non avendo i soldi per farsi una casa, cioè una stanza sottana o terragna, impegna il proprio tempo a prendere tre scrofe alla socia, cioè in società con Donna Caterina d’Alois. Non significa nulla che a Toro, come si ricorderà, ha preso a stanziarsi un fioraro, in quanto è difficile capire se per coltivare fiori oppure a fare il giardiniere in una delle case palaziate.5
Per non parlare della compra-vendita di Santa Maria che produce addirittura ricchezza, economia, sebbene anche qui siano presenti dei giardinieri (che si immaginano essere dei contadini di città, cioè dei piccoli proprietari con l’orto) e una società, ma si tratta sempre di animali dati alla soccidà, cioè di 20 capre, 5 capre e 2 bovi divisi con altri; come pure anche qui esistano un paio di magnifici che hanno cessato l’attività, come nel caso del fù negoziante al p[resen]te senza esercitar negozio alcuno, magnifico d’Indico di 28 anni, e il magnifico Pietro Milea, negoziante al presente senza impiego.6
Sarà pure piccola Castel Volturno, ma lavorano tutti. Del resto non vi sono neppure figli adottivi. A Garzano di Caserta, come si ricorderà, il popolo si aiuta a vicenda dando da mangiare ai bimbi senza famiglia, chiamandoli e cognominandoli Espositi, integrandoli nel proprio nucleo familiare, allattando quindi figli di altre madri, da cui l’espressione figlio di latte.7
A Santa Maria non si riscontrano figli ‘esposti’ o ‘di latte’, ma siamo in presenza di un nuovo toponimo, quello del figlio che pare crescere, se non nascere, col titolo di parrella che compare accanto al nome proprio di una ventina di ragazzi ma va avanti fino all’inabilità dei settantenni.8
2. Mestieri poveri legati alla terra, più che alla pesca
Castel Volturno, come pochi paesi, in particolare Prata Sannita, si distingue per un mestiere particolare: il campiere o mandese. Si tratta di pastori che effettuano medie o piccole transumanze. Quindi pare da modificarsi l’interpretazione del Salzano quando scrive che il mandese, detto anche mannese, era un carpentiere, costruttore di carri e carrettini coadiuvato dai lavoranti di mandese, diremmo gli apprendisti.9
In realtà il tiponimo si avvicina più a quello di mantice e di manteca. Quindi nel primo caso sarebbe un costruttore di mantici (per zolfo, carrozze o altro), oppure un fabbricatore di burro addetto a mantecare, distinguendosi dal ricottaro. Ma il fabbricatore per antonomasia è il fabbricatore di case con il suo manipolo, cioè la manovalanza, ben distinti sfogliando le pagine del Catasto.10
Nel Catasto Onciario di Cicciano, la Noviello distingue il ricottaro dal mastro d’ascia, il mastro cataro, lo stuccatore, il pettinatore di canapa dal canatore di seta, e il mantese lo si lascia intendere più stretto al settore allevamento, fra custode di vacche, bovaro e campese. Nel Catasto Onciario di Avagliano compare fra i fabbricatori e viene definito fabbricatore mandese, da distinguersi anche dal fabbricatore mastro d’ascia o dall’apprendista fabbricatore, scalpellino, apprendista scalpellino e mastro d’ascia. Quello del mandese non è un mestiere comune. Non vi sono mandesi in costiera; nè a Vico Equense, nè a Massa Lubrense. Non se ne trovano sui monti del Partenio e nel Beneventano, nè fra i Casali di Napoli e in provincia di Brindisi. A Mugnano, paese dove è molto sviluppata la pettinatura della canapa proprio come a Caserta, se ne contano ben tre.11
A Capua risultano però dei lavoranti di mandese e a Santa Maria vi sono due mandesi specializzati. Anche in questo caso il riferimento porta all’allevamento, cioè alle mandrie, come per il campese che va per i campi. Più che operatore agricolo o possessore, invece, è proprio un allevatore, forse di cavalli, il gualano. Non c’è dubbio sul carrese, che aggiustava carri e ruote, e sul guarnamentaro che produceva finimenti e selle per i cavalli, cavezze e basti per gli asini, come accadeva anche nel Salernitano, a Montecorvino Rovella.12
Vale la pena di ricordare che il campiere, dopo quello di bracciale, è un mestiere in uso specialmente nei paesi di transumanza siti fra i valichi montani, come Prata Sannita.13
3. Don Luigi Toscano, lo speziale dell’Ospedale di Castello
Diciamo che il borgo di Castel Volturno si ravvivò qualche anno dopo la redazione del Catasto. Presso l’Archivio di Stato di Napoli, documenti del 1790/91, citano alcune controversie fra l’Università della Terra di Castel Volturno e Don Luigi Toscano con la Regia Corte. Sono relative all’istituzione in paese di una farmacia comunale per la quale sarebbero stati promessi 60 ducati anziche 20, cioè molti di più di quelli previsti dalla legge. Il sospetto di aver architettato l’inganno nasce dal fatto che i Toscano erano una delle famiglie più in vista del paese, quindi più potenti sia economicamente che politicamente. Don Luigi, infatti, è un personaggio in vista della nota famiglia già attestata, come si può riscontrare in Appendice, ai tempi dell’Onciario.14
La controversia sembra riferirsi al governo dell’ex feudo del paese di proprietà dell’Ave Grazia Plena, a quel tempo governata da Don Aloysio Toscano cum gobernatoribus Ecclesia A.G.P. castri Vulturnum.15
I Toscano non sono forestieri. In verità Don Luigi è figlio di Don Giuseppe che è della Città di Aversa, il quale affida la sua procura al Dottor Don Andrea Cusano legittimato a rappresentarlo alle controversie legali del 1790. Ma le loro radici sono in Castel Volturno: da qui il vero motivo della controversia.16
Il tutto avrebbe avuto inizio allorquando Don Luigi fu chiamato dai Governatori locali dell’A.G.P. acciò si fosse ivi conferito per esercitar la carica di spezial di medicina, per la necessità che detto luogo avea di tal soggetto, per sollievo degli infermi, che per difetto di medicamenti perivano. Pertanto l’Università riunì il Parlamento per affidare al Toscano la spezieria per quattro anni obbligandosi la medesima Chiesa a dare la casa allo speziale per comodo della sudetta spezieria, e lavoratorio, assieme coll’abitazione da dormire tutto lo stiglio, vasi, cristalli, ed ogni altro bisognevole, e corrispondergli ancora l’annualità di ducati quaranta fuori di altri venti dall’Università alla ragione di ducati 5 al mese, con effettuiva il primo pagamento nel primo di dicembre di detto anno, siccome ciò, ed altro dal medesimo si ravvisa. Da qui l’arrivo di Don Luigi che, però, non dovette piacere, forse perchè personaggio già conosciuto. Per questo motivo, non ammettendolo al lavoro, sarebbe nato il contenzioso perchè tutto si fosse adempiuto, e ciò venne eseguito non meno col suo dissenzio, che con aver licenziate altre speziarie, alle qual’era addetto.17
Altri documenti sono del 1790, sempre di Terra Castri Maris Volturni, e si riferiscono a Daniele Figliano e Gabriele Fiore, Eletti della Terra di Castelli a Mare del Volturno, nec non li Magnifici Nicola Marchese, e Pasquale Sementino odierni Governatori della Venerabile Chiesa dell’A.G.P. di detta Terra. L’impressione che se ne ricava è che fosse stato proprio il Toscano a rinunciare all’incarico, allorquando gli furono accordati dalla Regia Camera solo 20 dei 60 ducati previsti dall’Università che gli aveva conferito l’incarico. Anche perchè nell’istrumento si legge che sia tenuto detto Don Luigi di stare forzosamente in questa suddetta Terra, ed ivi esercitare, e mantenere la suddetta Speziaria co’ ogni sorta di medicamenti, tanto semplici quanto composti e nè far mancare alcun corpo di droghe e mancando per qualche infermità, e fusse necessario partirsi da questa Terra ed andare altrove in tal caso sia tenuto detto Don Luigi a pigliare altra persona per dissimpegnare un tal mestiere.18
A fare lo speziale si guadagnava bene, ma gli impegni erano comunque tanti, in quanto era tenuto a somministrare all’Ospedale di AGP li medicamenti gratis e senza pretendere cosa alcuna, ogni sorta di medicamenti di qualunque genere e di qualunque prezzo durante il tempo della loro malattia.19
Un privilegio a cui non aveva potuto accedere, nel 1786, il fu Don Pasquale Scalone, quando il Pubblico Parlamento spedì il primo ordine all’Attuario, presso il Tribunale Misto. Il problema quindi è economico. Pagare il farmacista era un fatto oneroso per il comune, perchè l’Università non può soffrire tal peso, mentre per pagare i pesi forzosi, Regia Corte, Creditori Fiscalari, e Stato discusso deve quasi ogni anno far la tassa “inter Cives”, come appunto è accaduto nel detto prossimo scorso anno 1790. Sicchè non potendo sodisfare i pesi forzosi annuali, molto meno può caricarsi di altri pesi ultra statum senza il decreto d’Expedit della Regia Camera della Summaria; la stessa ragione milita per la Chiesa AGP, li cui Amministratori si sono obbligatii pagare annui docati 40 in beneficio di detto Don Luiggi Toscano per la sudetta Speziaria, giacchè essendo detta Chiesa pure laicale di dritto padronato dell’Unità, non poteasi alla medesima caricare un nuovo peso senza il decreto d’Expedit, e Regio Assenso; per cui attende le suddette ragioni, non poteasi dalla Gran Corte della Vicaria ordinare contro di detta Unità, e Chiesa il detto d’Ampleant ser.a for.a del suddetto Istro, il che ha dato causa alla detta Università ricorrere in Regia Camera, ed avanti dell’Illustre Presidente dell’Acqua, chiedendo inibirsi la Vic.a, non potendo procedere per sol causa, essendoci l’interesse dell’Università; e dal Suddetto Signor Presidente dell’Acqua con ordine oretus si è incaricato l’Attuario della Regia Camera Giuseppe Belisario di far l’imbasciata al Signor Giudice Don Vincenzo Sanseverino di non più procedere in tal causa, e far trasmettere l’Atti in Regia Camera, trattandosi di positivo interesse dell’Università; quale imbasciata per ordine di detto Signor Presidente dell’Acqua è stata già eseguita, e fatta dal suddetto Attuario Belisario al Signor Giudice Sanseverino. Ricorre perciò in essa Gran Corte e fa ista non procedersi più in tal causa, e trasmettersi gl’Atti in Regia Camera, in esecuzione de’ suoi ordini, riserbandosi il Comp.° produrre i legittimi gravami, ed eccezzioni contro di detto istromento, e dec.° a’ suoi principali notificati.20
Viene quindi prodotta l’istanza, con la conseguente lettera indirizzata al Signor Don Saverio dell’Acqua Presidente della Regia Corte della Summaria, e Comm.° L’esposto che segue è l’ultimo documento rinvenuto: il Procuratore dell’Università della Terra di Castel Volturno supponendo espone ad V.S. come è stata convenuta detta sua Principale nella Gran Corte della Vicaria dal Magnifico di Luiggi Toscano d’Aversa, acciò avesse adempiuto all’istromento fatto dalli passati Amministratori di detta Università per lo pagamento di annui docati 20 in suo beneficio, per aprire la Speziaria di medicina in quella Terra; quando che essendo detto istrumento sfornito di decreto d’expedit della Regia Camera è nullo, mentre detta sua Principale per supplica alli pesi forzosi nello Stato discusso deve quasi gn’anno formare la tassa Inter Cives, per cui trattandosi di positivo interesse in detta Università nonpuò la Gran Corte della Vicaria procedere contro la medesima. Ricorre perciò da Vs e la Supplica di spedire l’Oratoria alla Gran Corte acciò più non proceda in tal causa, nè contro la Chiesa AGP di detta Terra di dritto padronato dell’Università, ma trasmetta l’Atti in Regia Camera, e l’avrà ut Deus.21
“Castel Volturno? Si chiamava Castellammare!”

E Santa Maria Capua Vetere? Lui, l’artefice dei Catasti Onciari di Terra di Lavoro, non ha dubbi: ha cambiato nome non si sa quante volte, da “S.Maria Maggiore” a “Capuana Major”, da “Capua Vetere” a “Capua Noba”.
Un gioco di parole, fra città vecchie che risorgono e città ricomparse che scompaiono, che sta appassionando Arturo Bascetta, autore di centinaia di studi ai quali ha dato inizio nel 1987, dopo che dall’Unesco di Napoli fu insignito del patrocinio morale, ricevendo non pochi premi per i libri editati (compreso l’encomio dell’allora presidente del Senato) dando inizio anche da noi a quello che da più parti viene definito “riformismo storico”.
Siamo in presenza di una sorta di rivisitazione delle storie dei paesi della Campania, spesso scritte da autori ottocenteschi senza andare alla fonte, cioè sui documenti, ma seguendo la tradizione orale o estrapolando frasi, toponimi e citazioni dal contesto originario, finendo con l’alterare la realtà delle cose, la verità dei fatti.
Le ultime novità, dopo la pubblicazione del secondo volume della Collana Catasti Onciari in Terra di Lavoro, presentato qualche giorno fa in S.Maria dal maestro Marcello d’Orta (autore di Io, speriamo che me la cavo) dall’assessore provinciale alla Cultura, Nicola Garofalo e dal presidente Riccardo Ventre, parlano da sole. I capuani li scoprono di giorno in giorno, anche perché la Provincia di Caserta ha dato il via libero al completamento della Collana che sta riscuotendo un grande successo che nelle prossime settimane vedrà la pubblicazione del volume sulla vita menata a Castelvolturno nella seconda metà del 1700, con nomi, cognomi, mestieri e rendite dei singoli abitanti.
Un’altra cittadella passata al setaccio dal gruppo di studio curato da Bascetta che restituisce all’uomo del Terzo Millennio ciò che sono stati i suoi avi, spulciando fra carte e documenti polverosi, rileggendo e trascrivendo pergamene, interpretando i scovati negli Archivi di Stato.
Ed è proprio da Castelvolturno che vien fuori l’ultima chicca: il Castello che sta su uno dei fiumi più antichi della Campania, appena l’altro ieri, cioè meno di tre secoli fa, si chiamava Castellammare. Un’altra piccola scossa che manda all’aria futili ipotesi e inutili congetture di chi ha perso anni della sua vita a stabilire se tremila anni fa Enea fosse approdato un metro più qua o un metro più in là, senza sapere se il bisnonno facesse il solachianiello o il susamellaro a Castellammare del Volturno o a Castellammare di Stabia. Una rivoluzione che, ovviamente, non lascia indenne la storia dell’attuale Castellammare di Stabia, paese con il quale bisognerà fare inevitabilmente i conti per stabilire a quale delle due cittadelle possano appartenere pergamene e citazioni storiche dell’Alto Medioevo.
Fra le altre cose, in un suo precedente studio, Bascetta ha già dimostrato che la Costiera fra Castellammare di Stabia, Massa e Vico, era andata quasi deserta dopo una grande peste, essendo stata ripopolata dagli inviati della Santa Casa dell’Annunziata di Napoli dopo il 1400. Come quasi deserta dovette risultare Santa Maria Capua Vetere, quando si chiamava Santa Maria Maggiore, e ancora prima, secondo “Il Teorema Bascetta”, quando si chiamava Capua Vetere già nel 1133, stando ad una pergamena rinvenuta nel Santuario di Montevergine (Av) da Don Placido Tropeano, curatore del Codice Diplomatico Verginiano, il quale conferma che, nel 1133, già c’erano due Capua, di cui una chiamata Vetere che inglobava San Pietro ad Corpo, proprio come oggi.
Piccoli equivoci non senza importanza. “Il merito va a Don Placido – afferma con la solita modestia Bascetta – che legge la scrittura beneventana del 1100 senza margine di errore. Io mi considero solo un giornalista prestato alla storia in nome del revisionismo.” Ma a cosa sono dovuti tutti questi errori storici? Don Placido, direttore della Biblioteca Nazionale di Loreto e autore della raccolta delle pergamene originali, è chiaro: “Io non parleri di errori – dice – piuttosto di eccessivo campanilismo. Se la storia locale si riferisce a fatti antichi, lo storico locale deve necessariamente conoscere almeno la storia degli altri centri che con tal nome sono citati nelle pergamene custodite dalle abbazie storiche del Mezzogiorno: Montevergine, Montecassino, S.Vincenzo al Volturno, Cava dei Tirreni. Se nelle pergamene di Montevergine si parla di una Capua Vetere, necessariamente ci dovrà essere un’altra Capua in un luogo diverso più o meno distante. La storia si è spesso scontrata con la tradizione. A me stesso è capitato a Maratea dove gli studiosi di quel luogo non riuscivano ad accettare la realtà descritta nelle pergamene”.
Cioè ognuno ha scritto la storia del suo paese a proprio piacimento? “Quasi sempre è andata così – gli fa eco Bascetta – finchè non molti anni fa s’è visto qualche grande, da Cilento a Bertolini, che ha cominciato a trascrivere le pergamene originali custodite nei monasteri, leggendole e rileggendole, in modo da ridurre il margine di errore e presentarci una base solida su cui studiare. Faccio un esempio. Chi vuole scrivere la storia di S.Agata di Capua dovrebbe conoscere la storia di tutte le chiese importanti dell’Alto Medioevo che si chiamavano S.Stefano e S.Agata, o almeno di quelle che hanno dato nome a paesi così appellati. Questo per stabilire qual è la più antica, longobarda o normanna, quella più o meno recente, e riuscire a separare i documenti delle abbazie che appartengono a questo o a quel paese che per certo non sempre descrivono i luoghi in maniera esplicita. Non è difficile, ma complesso e solo l’esperienza può evitare gli errori.”
Quindi una pergamena del 1190 che cita S.Agata, ovunque essa sia finita per diversi motivi, potrebbe appartenere a S.Agata dei Goti (Bn), S.Agata su due Golfi (Sa), S.Agata Irpina (Av), S.Agata zona Nola (scomparsa), S.Agata di Capua (Capua). Quindi solo chi conosce la storia di tutte le S.Agata, ricostruite qua e là specie dai litigiosi longobardi, può dire quale è quella che appartiene al paese di cui si sta effettuando la ricerca. Più storie di paesi si conoscono, più è difficile incappare negli errori.
Gli storici capuani hanno forse sbagliato nel credere che la storia di Caserta o Capua potesse conoscerla solo chi è del posto e non un napoletano o avellinese, peggio ancora i colleghi di Salerno, forse ignorando del tutto le pergamene capuane conservate a Montevergine perché il timore di confondersi fra Capua Nova vetere (S.Maria) e Torre Capua (Capua) è grande. Ma non è difficile entrare nel meccanismo. E’ accaduto esattamente quanto avvenuto a Caserta Vecchia che si differisce da Torre di Caserta. Insomma, stando al “Teorema Bascetta”, la vera Capua della storia è sempre S.Maria, l’attuale Capua fu sono una sua Torre, come Torre S.Erasmo, sebbene in seguito abbia avuto uno sviluppo più a misura d’uomo.
Sabato Cuttrera







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