Description
Isolda de Nuceria e Simone de Bellovidere: Donna isolda di Belvedere

Frontespizio
LA DUCHESSA di Cosenza
NELL’ENCLAVE DELLA CHIESA
Margherita di Savoia, nata nel castello di Morges sul lago Lemano il 7 agosto 1420 e spentasi a Stoccarda il 30 settembre 1479, rappresenta una delle figure femminili più rilevanti e al contempo complesse dello scacchiere geopolitico del Quattrocento europeo.
Nota alla storiografia meridionale principalmente per il suo insediamento nel Castello Svevo di Cosenza in veste di duchessa di Calabria, la sua parabola biografica è stata spesso alterata da anacronismi e confusioni genealogiche con altre omonime della casata sabauda, come la nipote Bona di Savoia, duchessa di Milano.
Una ricostruzione scientifica e ragionata, fondata esclusivamente sull’incrocio delle fonti d’archivio e delle cronache coeve, restituisce l’immagine di una donna capace di esercitare un’autentica mediazione culturale tra l’area franco-piemontese, il Mezzogiorno angioino e il Sacro Romano Impero.
Figlia di Amedeo VIII, primo duca di Savoia e futuro pontefice Felice V, e di Maria di Borgogna, Margherita venne precocemente inserita nelle grandi strategie matrimoniali dell’epoca. Già nei registri della tesoreria di Torino del 1424 si rintracciano i primi vincoli finanziari sulle gabelle del Chiablese volti a costituire la sua dote, mentre i dispacci della cancelleria segreta viscontea a Milano e i libri contabili del Banco Medici a Firenze ne monitoravano la crescita tra il 1422 e il 1430.
La bambina rappresentava infatti la garanzia vivente dei monumentale prestiti che le piazze d’affari toscane e la diplomazia lombarda stavano concedendo a Luigi III d’Angiò, re titolare di Sicilia e successore designato della regina Giovanna II, per sostenere le sue pretese nel Regno di Napoli contro l’avanzata aragonese.
La svolta politica si compì nell’autunno del 1432. All’età di soli dodici anni, in seguito alla ratifica della Convenzione di Chambéry, Margherita si congedò dalla corte paterna per intraprendere un lungo viaggio transappenninico. Scortata da gentiluomini sabaudi e protetta dai salvacondotti del duca Filippo Maria Visconti, la carovana doganale discese lungo l’asse toscano godendo delle esenzioni daziarie concesse dalla Repubblica di Firenze, per poi immettersi lungo le vie interne della Basilicata e del Sannio.
L’arrivo nella valle del Crati e l’ingresso trionfale a Cosenza, capitale effettiva del ducato calabrese, videro il patriziato locale e i giurati comunali accogliere la duchessa bambina offrendo chiavi d’oro e doni di sottomissione.
Nel biennio successivo, la corte cosentina sul colle Pancrazio si trasformò in un polo di attrazione culturale e amministrativa. Nonostante la giovane età e le frequenti assenze del marito Luigi III impegnato sui fronti di guerra pugliesi, Margherita partecipò attivamente alla vita di palazzo, assistita da dignitari locali quali il consigliere Tommaso Parisio e il cavaliere Vincardino Beccuti, elevato alla prestigiosa carica di castellano di Cosenza.
Sotto la direzione della duchessa, la fortezza bruzia mutuò i raffinati cerimoniali delle corti settentrionali. Le cronache patrie e i diari d’epoca registrano l’introduzione di un lusso quotidiano e di fastosi tornei cavallereschi allietati da musiche pubbliche e private in cui pifferi, trombe, chitarrini e liuti accompagnavano le sfilate militari e i ricevimenti formali dei baroni.
Al contempo, la cancelleria ducale cosentina produceva una fitta mole di diplomi e lettere patenti per regolare le immunità ecclesiastiche e il controllo fiscale sui casali della Calabria Citra.L’esperienza meridionale si interruppe drammaticamente nel novembre del 1434, quando le febbri malariche endemiche della valle del Crati consumarono la vita di Luigi III d’Angiò. In punto di morte, il sovrano dettò un testamento in latino curiale in cui, oltre a nominare il fratello Renato come erede universale dei regni, ordinò espressamente al castellano Beccuti di proteggere Margherita, restituirle interamente i beni dotali e scortarla in sicurezza verso i domini paterni.
Nel lasciare Cosenza agli inizi del 1435, dopo aver tributato l’ultimo omaggio alla tomba del consorte nella Cattedrale metropolitana, la quattordicenne duchessa compì un atto di straordinaria lungimiranza storiografica: prese in consegna l’intero patrimonio documentario della cancelleria del marito, noto come Registrum Ludovicii Tertii.
Questo trasferimento d’archivio verso la Savoia rappresentò l’unico fattore che salvò i preziosi faldoni quattrocenteschi dalle successive distruzioni che avrebbero colpito i depositi documentari napoletani e meridionali nei secoli a venire.Il viaggio di ritorno, tracciato giorno per giorno dalle note di spese della tesoreria itinerante sabauda, condusse Margherita nuovamente a Chambéry nel maggio del 1435. Reinsediata negli appartamenti d’origine, la principessa visse una parentesi di quiete intellettuale, mentre il padre Amedeo VIII compiva la sua ascesa spirituale venendo eletto antipapa Felice V al Concilio di Basilea. La vedova di Cosenza rimase tuttavia al centro della diplomazia europea: nel ottobre del 1445 celebrò a Heidelberg le sue seconde nozze con Ludovico IV, elettore del Palatinato, e, dopo la prematura scomparsa di quest’ultimo nel 1449, si unì in terze nozze nel 1453 con Ulrico V, conte di Württemberg.
L’ultima parte della sua esistenza, trascorsa nelle residenze germaniche di Stoccarda e Urach, consacrò la fortuna storica delle carte e dei beni che Margherita aveva riportato dall’Italia.
La contessa costituì una monumentale biblioteca personale composta da codici miniati e manoscritti in lingua italiana e gallica, finanziando umanisti e traduttori d’oltrealpe e convertendo la sua collezione itinerante nel fulcro del mecenatismo sabaudo-germanico.
Il legame intimo con la sua giovinezza calabrese emerse in tutta la sua forza giuridica e spirituale nel testamento definitivo dettato il 24 maggio 1479. Pochi mesi prima di morire, Margherita dispose non solo la divisione dei suoi libri tra i figli e la propria sepoltura nella Collegiata della Santa Croce a Stoccarda, ma ordinò espressamente ai suoi esecutori di versare cospicui legati pii ai canonici della Cattedrale di Cosenza per la celebrazione di messe perpetue in suffragio dell’anima di Luigi III d’Anjou.
A distanza di quarantacinque anni dal lutto sul colle Pancrazio, la principessa sabauda riaffermava la Calabria come il fulcro sacro della propria legittimità dinastica e della propria memoria storica.
L’Autore
premessa storica
L’EREDE luigi IIi DI OTTO ANNI
ORFANO DELL’antire’ ANGIOINO
1. Il successore del defunto Re Luigi II
Il figlio di Luigi d’Angiò, intanto, intitolato Luigi III Duca, fu confermato II Re di Sicilia Citra solo il 12 ottobre 1384 e investito ufficialmente a primavera, il 21 maggio 1385, forse perchè Luigi morì solo il 10 ottobre, permettendogli l’ufficialità della corona.
Di questo si avrebbe certezza perché accadde quando Papa Urbano ingrossava i beni del nipote Butillo a danno di Carlo III, il quale, lasciati il Conte Alberico e i capitani a presidiare Barletta, decise di tornare a Napoli. Lasciare indifesa Bisceglie, ne provocò la presa, tale che fu saccheggiata, sebbene poi salvaguardata da Re Luigi, ormai in fin di vita, visto che morì lo stesso giorno in cui Carlo rientrò in Napoli. Era il 10 ottobre 1384: tre anni dopo la sua venuta per la presa in carico dell’adozione del Regno di Giovanna che non riconquistò mai.
Moriva Luigi II dei tre duchi d’Angiò, il primo di questa casa, che non fu inserito dagli storici napoletani nel catalogo dei reali come figlio adottivo della Regina, tantomeno come marito, perché non lo fu nei di lei 39 anni di regno, alla stregua di Luigi I di Taranto, Andreasso, Ottone e Giacomo d’Aragona. All’appello dei cronisti napoletani manca quindi Luigi III Duca d’Angiò ché divenne Luigi II Re di Napoli fu Luigi II Duca d’Angiò e successore di Luigi di Taranto I Re di Napoli.1
2. Raimondello chiamato a liberare il Papa
Morto Luigi d’Angiò, restarono a fronteggiarsi sul campo i durazzeschi, orfani degli Orsini, sfidati dai del Balzo, capeggiati dal golfaloniere Raimondo del Balzo (1361-1384).
Idem per l’annessione di Matera da parte del Duca Francesco del Balzo d’Andria, che sembra tornato col partito del papa, avvenuta dopo la morte del figlio Giacomo del Balzo Principe di Taranto (1383), rimasto senza eredi e detronizzato dagli Orsini, che lo fanno rientrare in regime ecclesiastica, come Vicaria, affidata al Principe Charles.
Da qui la fretta dell’antipapa a far sposare Raimondo Orsini del Balzo con la nipote Maria d’Enghien, Contessa erede di Lecce, quando tutti i filo provenzali passarono dalla parte del Papa, volendo Charles d’Angiò, a sua volta erede della parte del Regno di Puglia accontentatosi per ora della vicaria materana tolta ai del Balzo, restare contro Re Carlo III e tenersi stretta Tricarico del fu Luigi, che venne quindi assorbita dal Principato di Taranto del fratello ed erede Raimondo Duce di Venosa, al quale viene assegnato il titolo di Principe di Taranto in nome del papa beneventano, cioè dell’antipapa.
Perciò i del Balzo fecero guerra ai Durazzo e persero tutte le terre che erano state degli avi, affidate ai Sanseverineschi, con Tommaso Sanseverino, già Viceré di Napoli, per aver liberato l’antico trono di Puglia di Tricarico e il trono che fu di Giovanna I, cacciando i Durazzo.
Accadrà poi che il Principato di Taranto resterà a Raimondo Orsini, ufficializzato a Principe anche dal Papa di Roma, Urbano, essendo ritornati i del Balzo dalla sua parte con il tradimento di Carlo III che lo fece prigionero, cioè dopo che corse a liberarlo in quel di Nocera e ottenne la nomina a generale gonfaloniere.
Questo perché Urbano VI prese le distanze da Carlo III e si scagliò contro il ramo ungherese emanando un breve con cui intese eliminare le pretese dei contendenti ingiungendo al suo fidato Raimondello di battersi contro l’assassino della Regina Giovanna, costretto a prendere la strada dell’Ungheria, per ricevere almeno quella Corona. Nominò dunque Raimondello a protettore dell’antico feudo della Chiesa beneventana, chiamato Regno di Puglia, che presto avrebbe ufficializzato ai tarantini, facendolo insediare a Partenope e non a Napoli.
Benché ammalatosi per strada d’una infermità che si scorticò tutto, Carlo III, raggiunta Napoli in un primo momento, e seguito da altri nobili che caddero della medesima malattia debilitante, come nel caso del gran Contestabile Giannotto Protoiodice Conte di Acerra che morì e fu sepolto in s.Domenico Maggiore, sostituito da Alberico. Alla notizia del ritorno del Re, Papa Urbano, pensò bene di non farsi ritrovare in cattività a Napoli, scappando nella sua rocca a Castel di Nocera dei Pagani, insieme al collegio dei cardinali che lo aveva eletto e ad alcuni suoi parenti.2
Fu la ritirata finale di Papa Urbano, strappato al seggio di Roma e insediato a Napoli, ora in agro nocerino, dove restò in cattività, essendo finito in contrasto serio con Carlo III.3
Non riuscendo nei suoi intenti di ottenere la nomina del nipote Batillo ad erede del Durazzo, il pontefice, si pentì delle investiture fatte a Carlo III e si ritirò nella Rocca dell’acquisito stato di Nocera, forse già dal 26 maggio 1384. Carlo lo tenne prigioniero per 6 mesi (fino al 1385) perchè il Papa rispose togliendogli la potestà del Regno di Sicilia, feudo della Chiesa, e nominando Raimondello Orsini a protettore.
3. L’enclave di Calabria è Ducato angioino
Carlo III Durazzo gli mandò a dire che si meravigliava di questo repentino abbandono della sede della signoria napoletana, pregandolo di tornare al posto stabilito. Ma la risposta fu che solitamente erano i Re ad andare dal Papa e non il contrario, come pretendeva chi invece tiranneggiava a Napoli. Anzi, aggiunse il pontefice, nel caso in cui il Re davvero avesse ancora preteso il reame, di togliere le gabelle al popolo. Carlo III rispose che il Regno era suo e faceva ciò che doveva, mentre il Papa poteva comandare solo i preti. Venne così meno alla subordinazione feudale verso la Chiesa, perdendo ogni titolo.
L’ex Regina di Sicilia, intanto, la vedova angioina Maria di Bretagna, aveva chiesto all’antipapa la concessione del baliato della sua parte del Regno di Napoli in potestà del figlio minorenne Luigi II, in modo da riprendere la guerra in suo nome.
Così il cronista: — Morto il predicto dugha, quelli che prima lui aveano electosi ritennero nomando il figluolo del Duga d’Angiò re Luyzo suo figluolo, il quale ancora la corona non à presa, et sempre combactendo colli amici de Re Vincilao e col Papa Urbano, chome cordiali nimici, intanto che tucto i reame di Napoli è guasto e disfacto.4
Secondo alcuni la Regina provenzale non solo ebbe il baliato, ma anche la concessione dello stendardo, siglato dalla bolla del maggio 1385, con l’incoronazione del giovanetto alla presenza del Re di Francia, quando anche l’ex vicario, Tommaso Sanseverino, fu riconosciuto a Contestabile del Regno, e tutti i provenzali e i pugliesi di Bari furono pronti a guerreggiare contro Margherita, che deteneva la Signoria di Napoli, la cui potestà locale era l’unica cosa che gli veniva riconosciuta dalla Chiesa e da Raimondo, gonfaloniere nominato da Urbano VI in quel di Venosa.
indice
frontespizio
la duchessa di cosenza nell’enclave della chiesa
premessa storica
l’erede luigi iii di 8 anni orfano dell’antiré angioino
1. Il successore del defunto Re Luigi II
2. Raimondello chiamato a liberare il Papa
3. L’enclave di Calabria è Ducato angioino
note
Capitolo I
DALL’ENIGMA DEL RAMO SABAUDO
LA NASCITA SUL LAGO DI GINEVRA
—La stirpe imperiale del manoscritto inedito
—La linea savoiarda dell’asse visconteo
—L’atto di nascita e la Corte sul lago Lemano
—I registri di battesimo e la dote del 1424
—Il memoriale delle spese per l’educazione
—Le prime lezioni nel Ducato paterno
Capitolo II
IL CONTRATTO DOTALE
DELLA SPOSA BAMBINA
—La convenzione diplomatica di Chambéry
—La tutela della piccola nei dispacci viscontei
—I registri finanziari del ‘Banco Medici’
—La svolta e i preparativi legali per le nozze
— Il contratto di matrimonio a 12 anni
Capitolo III
NEL DUCATO DI CALABRIA CITRA
ENCLAVE CALABRESE DEL PAPA
—Il distacco dalla famiglia della sposa bambina
—Nella Milano viscontea, poi a Firenze
—Da Roma al mezzo reame calabrese
—Il primo incontro con Luigi III d’Angiò
—I festeggiamenti e la tradizione musicale
Capitolo IV
LA DUCHESSA AL GOVERNO
DELLO STATO DI CALABRIA
— Il Castello di Cosenza come centro di potere
— Il carteggio paterno con Chambéry
Lettera I, Lettera II
— La gestione amministrativa del Ducato
— La reazione dei Casali al disastro sanitario
Capitolo V
LA CORTE DELLA DUCHESSA
PIANGE LA MORTE DI LUIGI III
— Le cronache patrie sui giochi di corte
— La lettera diplomatica della Duchessa
— Il contagio e le febbri malariche a Cosenza
— Il testamento e la morte di Luigi III d’Angiò
Capitolo VI
L’ADDIO SULLA TOMBA DEL DUCA
NELLA CATTEDRALE DI COSENZA
— La reazione di Margherita: lettera al padre
— Il ritorno a Chambéry dopo la tragedia
— Il recupero del testamento in latino curiale
— Addio nella Cattedrale sulla tomba di Luigi
— Il salvataggio dei registri riportati a casa
Capitolo VII
MARGHERITA DI SAVOIA LASCIA:
IL RITORNO ALLE NOZZE DI POTERE
— In viaggio verso i domini sabaudi
— Il secondo destino europeo della Duchessa
— Il rientro a casa e la nuova giovinezza
— Il nuovo matrimonio e il Palatinato
— Il sigillo vaticano sul suo testamento
Capitolo VIII
L’ULTIMO TESTAMENTO
DELLA VEDOVA INFELICE
— Terze nozze e mecenatismo in Germania
— Il testamento: anello a Filippo, vesti a Elena
— Biblioteca da viaggio e mecenatismo tedesco
— Il legame perpetuo con Cosenza e il suffragio
— La fine del sogno calabrese
appendice documentaria
gabella a porta mare
la dogana di belvedere
L’avamposto dell’Enclave prima dei Duchi
Documenti dell’Archivio di Stato di Cosenza
— Mandato ducale di esenzione fiscale
e protezione delle merci di Belvedere
— Lettera patente per la conferma
del controllo doganale a Porta di Mare
— Nota di riscossione straordinaria
Al confine della Giurisdizione dei Casali
— Frammento d’atto
— Privilegio di Reintegrazione
— Registro Curia
Indice delle Fonti d’Archivio
Note Bibliografiche
Indice dei Nomi
Indice dei Luoghi
Al confine della Giurisdizione dei Casali
La linea di frontiera a Nord-Ovest, lungo la costa tirrenica, partiva dalle pertinenze di Belvedere Marittimo e si estendeva fino al baluardo costiero di Scalea. Verso l’interno, il confine settentrionale del ducato che bloccava gli accessi dal Principato Citra era presidiato dalle fortificazioni di Castrovillari e Morano, snodi fondamentali controllati per via dei salvacondotti militari e doganali.
«Ludovicus et Margarita etc. Mandantes castellanis nostris de Bellovedere, Scalia et Castrovillari, ut custodiant passagia et colles septentrionales, exigendo iura nostri ducatus a transeuntenissero reintegrati sotto la giurisdizione della Regia Udienza. Questo atto definisce lo spazio dei Casali di Cosenza (come Rende, Aprigliano, Pedace, Fagnano) e i confini della Sila. I confini interni erano segnati dal corso del Fiume Arento fino alla Serra di Piro e alla Serra di Bibulo (sopra Colosimi), che marcavano la divisione amministrativa tra la Calabria Citra e la Calabria Ultra.56
«Concedimus et declaramus quod omnes terre, loca et habitacula sita intra tenimentum et fines de Cusencia, videlicet a flumine Arentis usque ad Serram de Bibulo, sint reintegrata in Iurisdictione de li Casali, prohibendo quibusvis comitibus aut baronibus exactiones iniustas facere intra dictos terminos».57
Per stabilire l’ultimo lembo di territorio controllato dalla guarnigione angioina della Calabria Citra, i registri d’archivio indicano lo Stato di Cariati (con le sue motte e casali di Terravecchia e Scala) come l’estremo confine orientale affacciato sul Mar Jonio.
Spingendosi verso il confine meridionale, laddove il ducato sfumava nelle terre dei Ruffo di Calabria, gli ordini ducali di riscossione straordinaria arrivavano a comandare le terre di Cropani e Tavers curie pro supplemento gentium d’armorum…».58
Attraverso questa rete documentaria, si definisce l’esatto spazio geopolitico comandato: un rettangolo fortificato che univa il Tirreno (Belvedere) allo Jonio (Cariati), avendo come cuore amministrativo e militare la Valle del Crati e il Castello Svevo di Cosenza.
L’asse geografico fondamentale che delimitava la giurisdizione effettiva del ducato andava da Belvedere Marittimo a Cariati.
Questo tracciato rappresentava la linea ideale che univa la costa tirrenica a quella jonica, racchiudendo l’intera provincia della Calabria Citra sotto il comando della cancelleria ducale di Cosenza.
Per comprendere appieno l’estensione dello Stato di Calabria presieduto da Luigi III d’Angiò e Margherita di Savoia, lo spazio geopolitico comandato si articolava secondo coordinate precise, lungo il corrid(cathalorium) e le gabelle commerciali.
A Nord di questa linea, il territorio ducale si estendeva fino alle rocche montane di Scalea, Castrovillari e Morano, che sbarravano i passi appenninici a chiunque provenisse dal Principato Citra.
Verso Sud, la giurisdizione della cancelleria cosentina si spingeva lungo la Sila fino alla Serra di Bibulo (zona Colosimi) e ai presidi di Taverna e Cropani, i quali fungevano da ultimi avamposti militari prima del confine amministrativo con la Calabria Ultra, dominata dal marchesato dei Ruffo.
Confermando questo perimetro, la formula «a terra Bellovedere in littore tirreno usque ad extremam terram Cariati in littore ionico» descriveva l’intero scacchiere territoriale in cui i mandati e le lettere patenti dei duchi, protetti dalle armate angioine, possedevano pieno valore es………..








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