3. RE RUGGIERO II E IL CALICE DI FORENTIA. Cronotassi di Forenza (Pz)

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IL SINDACO FRANCESCO MASTRANDREA:

UN ALTRO TASSELLO ALLA STORIA DI FORENZA

Cresce la collana dei paesi che hanno fatto grande il Regno di Napoli.

1. Apice sull’Appia Antica
2. Torrioni di Benevento
3. Pietradefusi del Calore
4. Mercogliano sul Partenio
5. Statuti di Avella e Baiano
6. Casali della Montagna di Montefusco
7. Guardia nella Valle Telesina
8. Cassano dell’Alto Calore
9. L’Arcidiocesi di Conza della Campania
10. Pertosa del Cilento
11. Marzano di Nola
12. Cervinara in Valle Caudina
13. Carovigno in Terra d’Otranto
14. Maschito e il Vulture
15. Pannarano sul Partenio (in pubblicazione)
16. Durazzano nella Valle
17. Forenza in Basilicata

Nei momenti di grave crisi, come quelli che stiamo vivendo per la pandemia generata dal covid-19, si è portati a riscoprire le proprie origini, i luoghi dove si è nati e dove si vive. Con il passare degli anni si rischia di perdere la memoria storica e con essa le proprie origini. Il tempo sbiadisce i ricordi, il venir meno degli anziani svuota sempre di più il serbatoio delle nostre tradizioni.
Ecco allora che, volgere lo sguardo indietro serve a riappropriarsi di immagini e documenti da fissare su carta per rendere vivi i percorsi storici che hanno segnato la vita di un popolo. La riscoperta dei borghi come Forenza passa attraverso la riscoperta delle proprie origini, è questo il senso della presente pubblicazione che affidiamo a cittadini e visitatori. Nomi, luoghi, toponimi rappresentano un filo conduttore che dà quel senso di appartenenza ad una comunità a cui tutti a vario titolo siamo legati.
Avvertiamo l’esigenza, proprio quando tutto sembra che stia per finire, come a causa della pandemia, di ripescare pezzi del nostro passato raccogliendoli dalla nostra memoria. Se per i casi strani della vita dovessimo perdere “la memoria”, verrebbero meno le condizioni che giustificano perché viviamo in forme di vita associata.
Colui o colei che nasce in un luogo, in un tempo, si ritrova immesso o immessa, immediatamente, in una storia, in un ambiente che influenzano ciò che ciascuno o ciascuna di noi è. Non bisogna pensare all’identità, la natura della persona, come unicità, non bisogna pensarla come qualche cosa che possa essere astratta dalla vita reale che è sempre in un tempo e in un luogo, cioè non va considerata alla stregua di una specie di destino inesorabile.
E’ cresciuta in questi anni, la consapevolezza degli scambi e degli influssi che collegano tra loro le persone, i popoli, i beni prodotti, le idee, che sebbene distanti nello spazio, sembrano diventare così vicini. fino a parlare di ecumene globale. Le tecnologie mediatiche e i mezzi di trasporto sempre più rapidi, permettono scambi e relazioni con una facilità sconosciuta prima, anche se con modalità diseguali.
E’ un processo che sta annullando i tradizionali confini e che va sempre più modificando l’idea di vicino e lontano. Quello che noi definiamo “locale”, se mai lo è stato, non può più essere pensato come spazio definito e autonomo, relazione organica tra un territorio e la sua gente, ma va considerato come incrocio mutevole di influssi e condizionamenti che provengono anche da molto lontano, anche da persone con storie e culture diverse. Con questa prospettiva si può evitare la chiusura nel localismo, mantenendo ciò che del locale è il bene prezioso: la possibilità di farne esperienza diretta, di avere rapporti faccia a faccia con le persone che lo abitano, di osservare la vita quotidianità di essi, di osservare il territorio che è lo scenario e l’oggetto dello svolgimento delle storie, che si sono svolte nelle case, nei vicoli e nelle piazze.
È bello sentirsi parte di una storia che ci appartiene, che si respira ad ogni angolo del paese. Le nostre vie che riprendono forma e sostanza. La storia locale non è storia minore, è storia e costituisce il cammino di una comunità e di un luogo ben definito, il luogo che ci vede oggi protagonisti. Auspichiamo di contribuire a dare un impulso all’approfondimento delle nostre origini e del nostro splendido borgo.

Francesco Mastrandrea
Sindaco di Forenza (Pz)


LA FORTUNA DI ESSERE CITATA DA ORAZIO

di V.Iandiorio

Se Orazio non l’avesse citata nel lib. III delle Odi (4,16) non si sarebbe discusso di Forenza/Forentum come si è fatto per duemila anni. E’ una fortuna! In latino, però, il sostantivo fortuna può valere sia come sorte favorevole sia come avversa. Nel caso dei toponimi, conservare un nome antico vale prestigio e indice di nobiltà, si fa per dire; ma quando l’origine non è certa, si finisce col rischiare di essere accusati di appropriazione indebita.

texere, mirum quod foret omnibus
quicumque celsae nidum Aceruntiae
saltusque Bantinos et aruum
pingue tenent humilis Forenti,

Questo il verso del poeta di Venosa , che voleva raccontare come, quando era fanciullo, stanco nei boschi del Vulture si addormentò tranquillo protetto dalla mano celeste:

Me ancor fanciullo sul Vulture appulo,
Della nutrice Puglia oltre il termine,
Me stracco da’ giochi nel sonno
Portentose colombe covriro
Di nova fronde: tutti stupirono
Color che il lido sublime tengono
D’Acheronzia e i prati bantini
E il pian grasso dell’umil Forento.

Il poeta di Venosa era un poco zuzzurellone, e sembra proprio che si sia divertito a trovare rompicapo per i posteri. Lo fa nell’Iter Brundisinum (1), la narrazione del viaggio fatto nella primavera del 37 a.C. accompagnando Mecenate e Cocceio Nerva a Brindisi, in missione diplomatica presso Antonio, quando cita l’ostello di Trivicum e “l’innominato” paese che per essere nome un poco troppo lungo non si adatta bene alla metrica. Voi pensate che in questi duemila anni, si è stabilito con certezza dove si trovasse Trivicum e come si chiamasse l’oppidulm “quod versu dicere non est”? Nemmeno per sogno! Ancora oggi gli studiosi non concordano, e ognuno tira l’acqua al mulino delle sue convinzioni filologiche, per non parlare di quelli in passato come al presente vorrebbero far coincidere questi luoghi con i propri, quelli di origine e di appartenenza.
Mi sa proprio che il poeta si sia divertito un sacco a creare dei rebus per le generazioni future.
Se Forentum è in basso non può essere il paese che oggi si chiama Forenza, perché questo è sulla collina. Ma nell’ Ode su riferita non è il poeta che vede le città di Acerenza (Acheruntia), Banzia (Bantia) e Forenza (Forentum), ma sono queste, o meglio gli abitanti di esse, che osservano lui bambino addormentato e si meravigliano come sia protetto dai pericoli del bosco del Vulture. Non solo, ma il bambino addormentato stringeva mirto e alloro, quasi a presagire la sua predestinazione ad essere grande poeta.
Stupirono quelli che tengono “Il pian grasso dell’umile Forento (et arvum/ pingue tenent humilis Forenti)” nel vedere il poeta tranquillamente addormentato. Per niente concordano gli studiosi nel far combaciare Forentum con l’attuale Forenza.
Marcella Chelotti (2) nel fare il punto sull’evergetismo degli amministratori locali, cioè le pratiche di beneficenza nei confronti della comunità cittadina, nel I sec. A. C., e anche nella metà del seguente, si sofferma in particolare su alcune cittadine:” I centri urbani presi in esame sono: Rubi, Ausculum, Canusium, Herdonia, Luceria, Teanum Apulum; inoltre l’iscrizione relativa ai coloni Firmani, come sopra ricordato. Dubbia l’identificazione del centro cui appartiene un magistrato duoviro iscritto alla tribu Galeria (Vibinum?).
Ancora, sono considerati: il centro dell’attuale Lavello, che, secondo un’ipotesi, è identificabile con l’antica Forentum (Torelli 1969, 15-16), Sipontum, Vibinum.- Russi 1992: RUSSI (A.), Alla ricerca di Forentum (in margine ad Hor. Carm. III, 4, 13-16). In: Miscellanea greca e romana, XVII. Roma. 1992, 145-157. Ipotesi comunemente accettata, ma cfr. Grelle 1993, 24 e nota 28 per alcune perplessità; anche Russi 1992 (3), che, riprendendo una ipotesi di Alvisi 1970, 105, identifica Forentum con l’attuale borgo di Gaudiano”.
Lucia Colangelo (4) trattando della romanizzazione dell’area venosina e del Vulture, scrive: ”La fase di romanizzazione significò per molte delle comunità indigene una progressiva contrazione a vantaggio di nuove forme di popolamento. Queste videro nei romani i nuovi colonizzatori con la deduzione coloniale della vicina Venosa (291 a.C.). Al 90 a.C., invece, risale la nomina a Municipium romano di Lavello, in cui oggi si identifica l’antica Forentum”. E più avanti la studiosa sottolinea:” Osservazioni sulla topografia di Forentum-Lavello alla luce dei più recenti rinvenimenti. Negli anni 2003-2005 la sempre crescente attività di trasformazione dei centri abitati e del territorio ha subito un particolare incremento a Lavello, importante centro posto alla confluenza tra le vallate del Bradano e dell’Ofanto e sede del noto centro antico di Forentum”.
Un altro studioso, Luigi Finocchietti (5), sostiene: ”L’identificazione dell’antica Forento è stata fatta in un primo momento con Forenza (bibliografia in Russi 1992, p. 149, nota 15) e poi con l’attuale centro di Lavello (entrambi in Basilicata), ipotesi quest’ultima che ha avuto molta fortuna grazie alla pubblicazione da parte di Mario Torelli di un’epigrafe, ritrovata a Lavello, contenente la menzione di un personaggio ‘Augustale’ a Forento: cfr. Torelli 1969, pp. 15-16, n 9, tav. III, 1; A.É. 1969-70,p. 43, n. 148… A proposito della posizione del centro antico in pianura, però, se da un lato esclude Forenza, dall’altro pone difficoltà anche ad un’eventuale identificazione con Lavello, in quanto posizionata su di una collina isolata (cfr. Russi 1992, p. 152)… non accettando per mancanza di prove la proposta di localizzazione di Forentum con l’area di Gaudiano, viene riproposta l’identificazione tradizionale con la valle prospiciente il centro di Forenza, considerando la posizione di altura del centro attuale come il frutto di uno spostamento in età medievale (castrum medievale documentato dall’XI secolo) in seguito all’abbandono della città in età antica, cfr. Silvestrini 2005, pp. 94-95″.
Come sempre accade in questi casi, diventa difficile stabilire con certezza la corrispondenza dell’antico centro di Ferentum con paesi dei nostri tempi. Sia l’ipotesi che Forenza attuale sia la discendente diretta dell’antica cittadina di Forentum, sia che questa vada posta nel territorio dell’attuale comune di Lavello, si prestano ad obiezioni che hanno una loro validità.
Vediamo come in ambito di ricerca non italiano, sia stata affrontata la questione. Il Dizionario inglese di geografia greco romana (6) così riporta il lemma Ferentum:
FERENTUM or FORENTUM (Diod.: Eth. Forentanus), a town of Apulia, about 10 miles S. of Venusia. The name is written Ferentum in most editions of Horace, though Orelli has substituted Forentum, which is the form found in Livy and Pliny; but the first form is supported by Diodorus. It is still called Forenzea; but from the expressions of Horace ( “arvum pingue humilis Ferenti,” Carm. 3.4, 16), to whom it was familiar from its proximity to Venusia, the ancient town appears to have been situated in a valley, while the modern one stands on the summit of a hill; and according to local writers, some remains of the ancient Ferentum may be found in a small plain 2 miles nearer Venosa. (Romanelli, vol. ii. p. 236.) Livy terms it a strong town, so that it was one of the few places in Apulia which offered any considerable resistance to the Roman arms, and was one of the last subdued. (Liv. 9.16, 20, but in the former of these passages it is probable that the true reading is “Frentani,” not “Forentani;” Diod. 19.65.) The Forentani are mentioned by Pliny (3.11. s. 16) among the municipal towns of Apulia; but we meet with no subsequent mention of it in any ancient author.
Nella traduzione italiana: ”FERENTUM o FORENTUM (Diod.: Eth. Forentanus), cittadina della Puglia, a circa 10 miglia a sud di Venosa. Il nome è scritto Ferentum nella maggior parte delle edizioni di Orazio, sebbene Orelli abbia sostituito con Forentum, che è la forma che si trova in Livio e Plinio; ma la prima forma è sostenuta da Diodoro. Si chiama ancora Forenza; ma dai versi di Orazio (“arvum pingue humilis Ferenti”, Carm. III, 4, 16), al quale era familiare per la sua vicinanza a Venosa, l’antico paese sembra essere situato in una valle, mentre quello moderno sorge su la sommità di una collina; e secondo gli scrittori locali, alcuni resti dell’antica Forentum possono essere trovati in una piccola pianura, 2 miglia più vicino a Venosa. (Romanelli, vol. II. P. 236.) Livio la definisce una città forte, così che fu uno dei pochi luoghi in Puglia che offrì una notevole resistenza alle armi romane, e fu uno degli ultimi ad essere sottomessi. (Liv. 9.16, 20, ma nel primo di questi passaggi è probabile che la vera lettura sia “Frentani”, non “Forentani;” Dio. 19.65.) I Forentani sono menzionati da Plinio (3.11. S. 16) tra i comuni della Puglia; ma non ne troviamo menzione successiva in nessun autore antico.
A complicare le cose venne poi Tito Livio, che parlando della seconda guerra sannitica (326-304 a.C.), fa menzione di Forentum (7): Lib IX “M. Folius Flaccina inde et L. Plautius Venox consules facti. Eo anno ab frequentibus Samnitium populis de foedere renovando legati cum senatum humi strati movissent, reiecti ad populum haudquaquam tam efficaces habebant preces. Itaque de foedere negatum; indutiae biennii, cum per aliquot dies fatigassent singulos precibus, impetratae. Et ex Apulia Teanenses Canusinique populationibus fessi obsidibus L. Plautio consuli datis in deditionem venerunt. Eodem anno primum praefecti Capuam creari coepti legibus ab L. Furio praetore datis, cum utrumque ipsi pro remedio aegris rebus discordia intestina petissent; et duae Romae additae tribus, Ufentina ac Falerna.
Inclinatis semel in Apulia rebus Teates quoque Apuli ad novos consules, C. Iunium Bubulcum Q. Aemilium Barbulam, foedus petitum venerunt, pacis per omnem Apuliam praestandae populo Romano auctores. Id audacter spondendo impetravere ut foedus daretur neque ut aequo tamen foedere sed ut in dicione populi Romani essent. Apulia perdomita—nam Forento quoque, valido oppido, Iunius potitus erat—in Lucanos perrectum; inde repentino adventu Aemili consulis Nerulum vi captum. Et postquam res Capuae stabilitas Romana disciplina fama per socios volgavit, Antiatibus quoque, qui se sine legibus certis, sine magistratibus agere querebantur, dati ab senatu ad iura statuenda ipsius coloniae patroni; nec arma modo sed iura etiam Romana late pollebant”
[Traduzione: Furono fatti consoli M. Folio Flaccina e L. Plauzio Venoce. In quell’anno essendo venuti in Senato ambasciatori, che si prostrano a terra, mandati da parte di numerosi popoli dei Sanniti per rinnovare il trattato di alleanza, rinviati davanti al popolo le loro preghiere non risultarono molto efficaci. Perciò venne posto diniego al trattato. Avendo supplicato i singoli cittadini con preghiere per alcuni giorni, ottennero la tregua per due anni. E dalla Puglia i Teanesi e i Canusini stremati dalle devastazioni si arresero al console Lucio Plauzio dandogli ostaggi. Nello stesso anno per la prima volta si cominciò a nominare dei prefetti secondo quanto stabilito dal pretore Lucio Furio, avendolo chiesto entrambi per porre fine alle discordie interne. A Roma vennero aggiunte altre due tribù la Ufentina e la Falerna.
Decisa una volta per tutte la situazione in Apulia, anche i Teatini e gli Apuli vennero a chiedere un’alleanza ai nuovi consoli Caio Giunio Bubulco e Quanto Emilio Barbulo, fautori per tutta l’Apulia della pace col popolo Romano. Garantendo ciò spontaneamente ottennero che venisse concesso il trattato non con un’equa alleanza ma come in sovranità del popolo romano. Sottomessa l’Apulia, Giunio impadronitosi anche della stessa Forento oppido ben fortificato, si diresse verso i Lucani; lì per il repentino arrivo del console Emilio fu presa con la forza Nerulo. E dopo che si diffuse la notizia che a Capua le cose erano ritornate alla normalità grazie alla disciplina romana, anche gli Anziati, che si lamentavano che si governavano senza leggi sicure e senza magistrati, vennero loro dati dal Senato dei patroni per dare delle leggi alla stessa colonia Così si affermavano largamente non solo le armi ma anche le leggi romane].
“Livio dice che Roma conquistò Teano Apulo e Canosa nel 318 e Teate, Forento e la lucana Nerulo nel 317”(8). “La coincidenza cronologica con la data della conquista di Forentum da parte delle truppe romane è particolarmente suggestiva ma necessiterebbe, ovviamente, di ulteriori riscontri in altre zone del pianoro. L’area in questione, comunque, non viene successivamente più occupata. Il validum oppidum di Forentum avvenne, secondo Livio (9, 20), nel 318-7 a.C. ad opera di C. Iunius Bubulcus; secondo Diodoro (19, 65, 7) il sito fu strappato ai Sanniti nel 315-4 a.C.” (9)
Allora? Forenza è l’antica Forentum, o almeno ne conserva il toponimo? Sono questioni che difficilmente troveranno una soluzione, che metta tutti d’accordo. Fatto sta che in diverse parti del Mezzogiorno i nomi di luogo si conservano e si moltiplicano. Per quale motivo? Anche a questa domanda non è facile rispondere. Non vorrei che la disputa per Forentum possa generare contrasti accesi, come quelli avvenuti nei secoli passati tra città contermini che vantavano di derivare da una stessa antica città e di avere diritto a portarne il nome. Oggi Forenza si fregia del nome antico e anche se in futuro dovesse accertarsi che la città antica sorgeva da qualche altra parte, vicino o lontano dal paese attuale, non cambia i termini della questione. Perché i Forenzesi che vollero chiamarsi con il nome della città antica, lo fecero per custodire il ricordo di una cittadina che aveva avuto la fortuna di essere citata da Orazio. E questo non è poco. Perché chi ha voluto conservare il ricordo del passato merita tutto il nostro rispetto.

Description

RUGGIERO II E IL CALICE DI FORENTIA: IL VIAGGIO DEL RE NELL’ABBAZIA LUCANA E LE PERGAMENE DI SAN NICOLA DI FORENZA

PROLOGO


con venosa per vendere la lana
e poi con re ruggiero ii e i cavalieri

Tutto ciò che è riportato in questo volume è storicamente documentato, a partire dal diploma forentano di Ruggero II del 1133. Esso rappresenta la pietra angolare di un sistema giunto fino in Toscana e che, ancora due secoli dopo, restava saldamente sotto la gestione amministrativa dell’Ordine di Malta. Come abbiamo osservato nel corso di questa analisi, nel vasto mosaico di possedimenti distribuiti tra Puglia, Molise e Campania, la Basilicata non figura come una terra di semplici dipendenze: essa è l’assenza apparente di chi è, in realtà, il cuore pulsante e il baricentro logistico dell’intero impero delle Trinità salernitane.
Questa apparente lacuna si spiega con la complessa stratificazione delle dipendenze monastiche, che vedeva tali territori legati indissolubilmente all’abbazia della Trinità di Cava de’ Tirreni e, in una fase cronologica antecedente, alla prestigiosa abbazia della Trinità della Cava in Militiano (identificabile con il sito di San Felice presso Cimitile di Nola), la quale a sua volta traeva la propria legittimazione e radice storica dal nucleo primigenio della Trinità di Venosa.
In questo scenario, un ruolo di assoluto rilievo spetta agli abati venosini. Come vedremo dettagliatamente nei volumi di questa collana, essi godettero di una posizione di straordinario privilegio durante l’epoca della «gloriosa» stirpe degli Altavilla: quei formidabili condottieri normanni che, partendo dalle nebbie del Nord, giunsero a regnare come Re di Sicilia dalla splendida corte di Palermo. Prima ancora del consolidamento regio, la loro ascesa fu segnata da una parabola politica incessante che li vide affermarsi come Principi, Duchi e Conti di Puglia, sebbene impegnati in una perenne e fratricida lotta intestina, oltre che in costanti conflitti con altre casate di origine franca, come i Drengot di Capua e i Blosseville di Gaeta, e con i rami collaterali giunti dai Duchi di Calabria e altri esponenti della nobiltà normanna più ortodossa.
In questa prima sezione della ricerca, l’attenzione si sposta verso una propaggine settentrionale di questo immenso patrimonio: la proprietà fondiaria dell’Abate di Venosa a Carmignano, nel cuore del Montalbano pratese, a brevissima distanza dall’influenza di Firenze. Questa presenza fondiaria ebbe inizio nel XII secolo, in una fase di eccezionale vigore istituzionale per l’Abbazia di San Nicola di Forenza, assorbita dalla Santissima Trinità di Venosa, che viveva allora la sua massima stagione di espansione territoriale e politica sotto la duplice e potente protezione della dinastia degli Altavilla e del soglio pontificio.
La penetrazione dell’ordine venosino nel tessuto rurale toscano risale precisamente alla metà del 1100. In quel frangente storico, l’Abbazia di Venosa riuscì a ottenere il controllo della Chiesa di San Giovanni a Carmignano, alla quale era annesso un fondamentale “ospedale” destinato al ricovero e all’assistenza dei pellegrini. È importante sottolineare come tale acquisizione non rivestisse un carattere meramente spirituale o caritatevole: essa portò con sé una dote patrimoniale di altissimo profilo, costituita da terreni agricoli, oliveti d’altura e vigneti specializzati, donati con munificenza dalla nobiltà locale. Questi atti di liberalità rispondevano alla duplice necessità dei donatori di assicurarsi le preghiere d’intercessione dei monaci e di garantire un presidio di assistenza per i viandanti lungo le direttrici viarie del tempo.
La storiografia consolidata, incrociando sapientemente le vicende degli ordini cavallereschi con i dati tecnici derivanti dall’estimo del territorio pratese, conferma la solidità della presenza della Magione (o Mansio) di San Giovanni di Carmignano e la sua diretta dipendenza gerarchica dall’Abbazia della SS. Trinità di Venosa e da San Nicola di Forenza. Tale struttura non era un semplice oratorio, bensì una vera e propria mansio, configurandosi come una stazione di sosta strutturata per la gestione economica e la logistica agricola.
I documenti medievali superstiti citano infatti con frequenza l’Abate di Venosa quale legittimo proprietario di fondi «posti nel distretto di Carmignano», la cui amministrazione quotidiana era delegata a un rettore o amministratore locale, figura di raccordo che rispondeva del proprio operato direttamente alla casa madre situata in Basilicata. Un momento di rottura e trasformazione istituzionale si verificò nel 1297. In quell’anno, Papa Bonifacio VIII, prendendo atto dell’irreversibile declino del monachesimo benedettino nel sito di Venosa, decretò il trasferimento dell’intera abbazia e di tutte le sue ramificazioni territoriali, a partire da Forenza — compresi i preziosi beni toscani di Carmignano — all’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, i futuri Cavalieri di Malta. Da quel passaggio epocale, le terre carmignanesi cessarono di essere gestite direttamente dall’abate benedettino per confluire nel patrimonio di una Commenda dell’Ordine Melitense. Tuttavia, nonostante il mutamento della governance, il vincolo identitario e giuridico con l’origine venosina rimase così radicato nella memoria amministrativa che, ancora nei catasti descrittivi del XV e XVI secolo, quegli stessi appezzamenti continuavano a essere identificati ufficialmente come pertinenze della Trinità di Venosa, ma quasi del tutto in territorio di Forenza.
Questa continuità proprietaria si rivelò un fattore di sviluppo e stabilità di inestimabile valore per il territorio di Carmignano. Per secoli, infatti, la protezione internazionale e l’immunità di cui godevano gli ordini religiosi cavallereschi misero al riparo le colture locali, specialmente le pregiate produzioni di vino e olio, dalle devastazioni tipiche delle guerre di confine tra le potenze di Firenze e Pistoia.
La “Via della Lana” di Forenza non va dunque interpretata come una suggestione storica o una leggenda locale, bensì come un’entità giuridica e fiscale concreta, documentata nei minimi dettagli archivistici, in particolare per quanto concerne l’articolato sistema di riscossione dei canoni enfiteutici che legava la popolazione rurale del Montalbano alla lontana terra lucana.
Prima di allora c’è una lunga parentesi di autonomia regia, voluta da Re Ruggiero II, per premiare la fedeltà di Venosa, capitale del Regno di Sicilia per un mese, nel giugno del 1133, allorquando il sovrano, di stanza in San Nicola, debellò la ribellione del cognato e dei baroni pugliesi, donando alla cittadella regia il calice della pace.1

Sabato Cuttrera
Storico

INDICE

Nota sull’Autore di Gianni Race †
Introduzione del Sindaco Francesco Mastrandrea
Prologo dello Storico
con venosa per vendere la lana
e poi con re ruggiero ii e i cavalieri

premessa storica

LE pergamene imperiali
di carmignano del monte albano
1. La prima citazione di Carmignano tra Arno, Ombrone e Montealbano
2. La donazione fondativa del 1145 del vescovo di Pistoia all’Abate
3. Carmignano della Tuscia dipendenza della Trinità lucana
4. La gestione agricola di S.Nicola di Forenza nel XII Secolo

capitolo i

le mani dell’abate della trinità
su montealbano e forenza

1. Il Diploma di Papa Alessandro III
2. La pergamena di Guglielmo Altavilla Duca di Calabria, Italia e Sicilia
3. Le analogie con Santa Maria Buffaniana nella pergamena di Pistoia
4. Il sigillo di piombo sui diplomi di Forenza: la firma di Re Ruggiero II

capitolo ii

SAN FELICE A CIMITILE E S.NICOLA DI FORENZA
DIPENDENZE DELLA TRINITà DI VENOSA

1.San Felice di Venosa, Cimitile e Tuscia
2. Cimitile era di Nola o di Venosa? Re Ruggiero II derime la contesa
3. La Reggia della Trinità ex capitale degli avi degli Altavilla di Sicilia
4. La maledizione di San Nicola di Forenza per i nemici della Corona

capitolo iii

IL VIAGGIO DELLA LANA PER LA TUSCIA
E IL RITORNO A FORENZA CON LE VITI

1. L’atto di Papa Bonifacio: S. Nicolai de Forentia
2. Il Commendatore di Malta subentra al rettore di S.Nicola
3. L’itinerario: Forenza – Venosa – Cimitile – Carmignano
capitolo iv

la lana della domus murata
esportata da forenza a pistoia

1. Da grancia della Trinità a Domus dei Templari
2. Re Ruggiero II a Forenza contro i baroni unitisi al cognato ribelle
3. La punizione dei ribelli e la «Pace di Forenza»
4. La donazione d’oro e il destino dei traditori
5. L’inventario segreto del tesoro confiscato
6. Il nemico «estirpato dalla terra dei viventi»
7. Il donativo dell’ultimo banchetto: il calice offerto a San Nicola

capitolo v

TORRE E SAN NICOLA patrimonio della trinità
TRASFERITI ALL’ORDINE DI MALTA

1. La chiesa benedettina di Forenza con la Domus, la Torre e i magazzini
2. La lana del Mastro dei Templari in partenza per Prato
3. San Nicola sottomessa ai verginiani con la solita maledizione
4. La lite dei nuovi padroni di Montevergine con Rapolla
5. L’inventario gerosolimitano redatto per la consegna del 1227
6. La consistenza economica delle tre sedi
7. Nomi e toponimi nei verbali di Fra’ Leonardo di Napoli

capitolo vi

lo scontro tra forenza e rapolla
e la «domus con turri» di san nicola

1. Il tenimento di Forenza nel forziere dei Cavalieri di Malta
2. La difesa forentana e lo scontro con Rapolla
3. I Registri del censo: i libri dei conti della Lucania

Note Bibliografiche

Dettagli

EAN

9788872970416

ISBN

8872970415

Pagine

112

Autore

Bascetta

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Editorial Review

IL SINDACO FRANCESCO MASTRANDREA:

UN ALTRO TASSELLO ALLA STORIA DI FORENZA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

introduzione

È con profondo orgoglio e un pizzico di emozione che mi accingo a presentare quest'opera, un lavoro che non è solo una ricerca storiografica rigorosa, ma un vero e proprio atto d’amore verso la nostra Forenza. Come amministratore, sono convinto che il futuro dei nostri borghi non possa prescindere dalla consapevolezza delle proprie radici; questo libro ci restituisce una visione preziosa: Forenza non è mai stata un’isola isolata tra i boschi del Vulture-Melfese, ma il cuore pulsante di una rete europea ante litteram.
Sin dall'inizio del mio mandato, ho creduto fermamente che la cultura e il turismo non siano accessori, ma i pilastri su cui fondare la "Restanza". Per noi, restare non è un atto passivo, ma una scelta coraggiosa.
Sfogliando queste pagine, scopriamo con stupore come il filo della lana, partendo dai nostri pascoli e passando per la protezione di San Nicola, arrivasse fino alle prestigiose botteghe di Firenze e Prato, intrecciando i destini della nostra comunità con quelli della Tuscia e della grande dinastia degli Altavilla. La "Pace di Forenza" e il sigillo di Re Ruggero II non sono semplici date o nomi su pergamene ingiallite, ma le prove di un’epoca in cui il nostro territorio sedeva al tavolo dei grandi poteri imperiali, tra la Trinità di Venosa e l’Ordine di Malta.
Questo volume ha il pregio di far luce su un patrimonio spesso invisibile agli occhi: la "Domus con turri", le grance, gli itinerari che collegavano la Lucania alla Toscana attraverso Cimitile. È un racconto di resistenza e di ingegno che parla direttamente al nostro presente.
Oggi, mentre investiamo risorse per rendere Forenza una destinazione turistica autentica e sostenibile, riscoprire che siamo stati un crocevia di economie e fedi ci dà la forza per immaginare un nuovo protagonismo.
Ringrazio l’Autore per aver saputo "estirpare dall'oblio" questi frammenti di storia, restituendo ai forentani e ai lettori tutti la dignità di un passato che è, a ben vedere, il miglior progetto per il nostro domani.
Buona lettura, con l’augurio che queste pagine possano far sentire ogni cittadino fiero custode di una storia millenaria e ogni visitatore un ospite d'onore nella nostra casa comune.

Francesco Mastrandrea
Sindaco di Forenza