27. Colpo di stato a palazzo reale il Viceré di napoli sequestra il tesoro di San Gennaro e si incorona sul balcone della Reggia nel 1620 ISBN 9788872973899

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UN VICERE’ SUPER AMATO

«In Napoli, tra uomini ed elementi diversi, l’attività dell’Ossuna cominciò ad agitarsi irrequieta, senza mire ben decise e ben chiare. Trovò una nobiltà che della servile ubbidienza alla Spagna, rifacevasi colla pettoruta arroganza e colla oppressione esercitata sul popolo, il quale, a sua volta, la ricambiava d’inefficaci rancori; e si diede a proteggere e favorire quest’ultimo.
La severità coi malandrini e coi bravi, le clamorose condanne, la sollecitudine continua agli affari, i motti arguti e pungenti furono come in Sicilia: così anche i balzelli ed i pesi moltiplicati e cresciuti; pur l’arbitrio viceregio imponevali, e l’Ossuna fu lontano dal serbare per sé quella temperanza coi danari del pubblico di che il lodarono giustamente in Sicilia.
Le rapine spagnuole erano tradizionali colà, e continuavale per suo conto egli stesso. Le mormorazioni sorgevano da un lato, mentre dall’altro dovea benedirsi e ammirarsi l’animosa franchezza colla quale respingeva il Sant’Ufficio, a cui le cardinalizie ambizioni del Duca di Lerma intendevano dischiudere le porte del regno.
Le pretese curiali di Roma, i preti ed i frati, singolarmente i Gesuiti, trovarono in lui chi volesse e sapesse loro por freno; ma facea troppo scandalo quel sogghigno beffardo che derideva al fanatismo ignorante e alla pietà spigolistra.
L’umor bellicoso esercitavasi, al solito, chiamando soldati, venturieri d’ogni qualità e d’ogni gente ai propri servizi, procurando avere un naviglio poderoso nel mare. Segui’ a mandare in caccia dei Turchi e ad arricchirsi di prede; ai Cristiani non guardò più che ai Turchi, e tolse a molestare Venezia nelle navigazioni e nei traffici. Non sapeva darsi tregua: voleva che il mondo parlasse e s’occupasse di lui.
Venezia gli stava sopratutto negli occhi. Detestava Venezia, che aveva sempre osservato gelosa la potenza navale da lui ambita e procacciata in Italia: inimicando, distruggendo Venezia, tenevasi certo di andare ai versi della corte e della nazione Spagnuola, a cui era sempre incresciuto quel vecchio baluardo d’Italia, quel primato marittimo dai Veneziani esercitato o preteso; ed a cui si aggiungevano ora nuove cause di sdegno per la guerra fatta da loro dall’Arciduca Ferdinando d’Austria che favoriva gli Uscocchi, e per l’appoggio prestato più o meno al Duca di Savoia nelle recenti vertenze.
Al suo genio, a quell’istinto d’intrighi e aggiramenti politici, arrideva infine il pensiero d’una subitanea catastrofe, che avrebbe scosso da un capo all’altro l’Europa e, a fronte di più astute e consumate malizie, mostrato la inanità d’un governo, il quale, nel comune concetto, era riputato il più abile ed avveduto di tutti.
Due uomini congiuravano seco per l’intento medesimo: don Pietro di Toledo governator di Milano, don Alfonso della Queva marchese di Bedmar, ambasciatore residente in Venezia per la corte di Spagna. Questi due, per servire e giovare al padrone; l’Ossuna per impulso, per gusto, per capriccio suo proprio.
Il 1618 fu memorabile anno all’antica repubblica, che scampava al pericolo.
Affrettiamoci a dirlo: in mezzo alle fila della perfida trama non si scorge, pur di lontano, mescolato il nome di Ottavio d’Aragona; i cospiratori stranieri non trovarono, contro quella famosa e veneranda sede della libertà e della gloria italiana, che stranieri complici e stranieri satelliti: principale fra tutti il noto Iacopo Pierre, che vi perdeva la vita.
Ottavio, a proposta del Viceré, dotato di una nuova e lauta pensione sul napoletano tesoro, rimaneva in quella città, consultato e adoperato nelle cose di mare, alieno dalle diplomatiche brighe.
(Diploma del re Filippo III dato in Madrid al 21 marzo 1617, esistente fra le pergamene dell’Archivio dei duchi di Terranova in Palermo. Esecutoria data al detto diploma dal Duca d’Ossuna Viceré di Napoli al 31 agosto 1618, esistente tra le pergamene del citato archivio. La pensione accordata fu di 2000 Ducati annui.)
Aggiungiamo più ancora: nel piratesco corseggiar dell’Ossuna contro il veneziano commercio lungo le acque e le coste dell’Adriatico, non si vede alcuna parte ed ingerenza di lui, che lasciava ad altri la vergogna e il profitto di quelle poco degne intraprese.
In aprile del 1619 usciva numerosa dal golfo l’armata di Napoli: Ottavio comandava i galeoni e i vascelli, il marchese di Santa Cruz le galee, un certo Rivera i legni particolari del Duca di Ossuna. Era cominciata la guerra dei trentianni in Boemia, e, attesa la lega fra i due rami della casa Austriaca che regnavano in Germania e in Ispagna, eransi a Napoli raccolte soldatesche da tragittarsi su quelle navi in soccorso dell’Imperatore a Trieste; i Veneziani, provocati e osteggiati da Spagna, senza tuttavia trovarsi in guerra dichiarata ed aperta, temevasi volessero opporsi al passaggio: Ottavio deludeva la flotta capitanata dal Veniero, e compiva tranquillamente lo sbarco nelle rive di Vado (Gregorio Leti, Vita di Don Pietro Giron Duca d’Ossuna Viceré di Napoli, t.III).
Poco dopo, l’Ossuna faceva gran rumore di una nuova confederazione contro la Porta Ottomana: aveavi attirato il Papa, il Granduca di Toscana, i cavalieri di Malta; comandante supremo era, in nome di Spagna, il principe Filiberto Emanuele di Savoia. Proponevasi un assalto contro Susa nell’Arcipelago; ma i Turchi ebbero avviso opportuno, e ne cadde il sospetto sull’Ossuna medesimo, che forse meditava nell’animo altri occulti raggiri: il solo trofeo conseguito da sì grandi apparecchi fu la presa di una galea del Bey di Santa Maura, incontrata al ritorno dalla squadra di Ottavio (lo stesso, t.VI).
Gli sdegni accumulati dei baroni e dei chierici, le lagnanze di Roma, quelle più fondate de’ Veneziani, che battevano e gridavano alla corte in Madrid, non mancavano intanto di suscitare all’Ossuna una fiera burrasca.
Porgevano appicco gli arbitri e i soprusi di cui, più o meno, si poteva accusarlo; la eccessiva compiacenza alla plebe, i licenziosi costumi (nei quali pare trascorresse più che prima in Sicilia), le frequenti estorsioni a solo fine di impinguare sé stesso e sparnazzarne il profitto in dannose e vane imprese di guerra, il riposo perturbato di continuo in Italia, le vere o supposte intelligenze coi Turchi.
L’oro profuso tra cortigiani e personaggi influenti accompagnava le brighe dirette a rovesciare il Viceré.
Il Lerma e l’Uzeda, con cui l’Ossuna aveva ristretto i legami dando in moglie una figliuola di quest’ultimo al suo unico figlio, ne sosteneano la causa, ma non sì che non ne provassero impaccio: diede il tracollo un cappuccino spedito di soppiatto colà, il quale, essendo in termine della propria sua vita, scrisse a Filippo III per attestare innanzi a Dio che l’Ossuna gli mandava a male il reame.
La parola d’un moribondo e d’un frate poté vincere e determinare il monarca: allora ebbe a trattarsi davvero di rimuovere il Duca da Napoli, dargli successore il cardinale Borgia, ch’era in Roma ambasciatore di Spagna; e allora appunto, per la necessità del suo stato, l’Ossuna ripigliava in Napoli il progetto nutrito forse e carezzato in Sicilia.
Accenneremo i fatti quanto portano i limiti del presente lavoro.
Cominciò dal tentare di pigliar tempo alla corte, ottenendo che gli fosse, almeno di alcuni mesi, prorogata la carica; però deputava a Madrid Ottavio d’Aragona che mitigasse a suo riguardo il conte di Benavente, il quale presedeva il Consiglio d’Italia, ed a cui dicesi mandasse offerendo trecento migliaia di scudi (Leti, doc. cit.).
All’Imperatore Ferdinando ne inviò seicentomila, colla promessa di fornirlo di ventimila fanti, duemila cavalli, due milioni d’oro, se la richiesta proroga gli venisse accordata.
Tastò i ministri in Parigi, il principe di Orange in Olanda: più dirette e più esplicita pratiche aprì con Carlo Emmanuele in Torino, col maresciallo di Lesdiguieres, che pe il re Cristianissimo governava in Delfinato e in Provenza: egli, il nemico e insidiator di Venezia, lasciò anche intendersi al doge ed a’ suoi consiglieri, mettendo in conto alla Spagna tutto il danno che avea fatto alla repubblica o tramato egli stesso: ed ebbe da Francia, da Savoia, da Olanda sottomano speranze e conforti; da Venezia, come doveva aspettarsi, fredde risposte o diffidente silenzio.
Al di dentro ingrossava i soldati, massimamente Italiani, Francesi, Valloni, allontanando e internando gli Spagnuoli, di cui dubitava; alla plebe raddoppiava le consuete larghezze; i nobili e il clero cercava cattivarsi, o addolcir per lo meno, con insolita benignità di sembianti: egli, l’implacabile persecutor de’misfatti, volle anche gradire a chi usava commetterne, allentando d’improvviso le briglie. Aveva il figliuolo e la nuora in Ispagna, ostaggi pericolosi che pensò di levare: richiamolli con simulati pretesti; ed Ottavio d’Aragona scioglieva a prenderli in Genova con otto galere, e scortavali a Napoli, ove il Duca preparava loro quasi regie accoglienze (Leti, op. cit.).
Il resto fu precipizio e ruina. La bieca avversione dei nobili tarpava le ali a quell’immaginare superbo.
Un giorno che, quasi per giuoco, ponendosi un diadema sul capo, domandò a’ circostanti se paresse adattarglisi, udì replicarsi ad un primario magnate: «quella corona sta bene, ma sulla fronte del re».
Crescevano nella corte i sospetti; fallivano le lusinghe Francesi; era scarso e malsicuro fondamento la plebe: poi quel Borgia, mosso da Roma in onta agli sforzi con cui si cercò d’impedirglielo, entrato nel regno, entrato a sorpresa nella città stessa di Napoli per occuparne i castelli, poté vantarsi di aver vinto in desterità ed in astuzia un Ossuna.
Partiva l’Ossuna il 14 giugno 1620, colla propria famiglia, e, nella stessa disgrazia, con corredo e magnificenza da principe.
Ottavio d’Aragona accompagnavalo sino a Marsiglia (lo stesso, ivi); e doveano colà separarsi per sempre questi due uomini diversi molto fra loro, ma i cui nomi ebbero insieme a figurare accoppiati in Sicilia e in Italia.
Ardiva l’Ossuna ricomparire alia corte; e la debolezza di Filippo III, la condiscendenza dell’Uzeda e del Lerma lo lasciavano per allora impunito.
In marzo del 1621, asceso Filippo IV sul trono, il conte d’Olivares succedeva in iscambio dei due favoriti.
Indi il fulmine trattenuto scoppiava.
Arrestato, processato, confinato nel castello di Almeda, l’Ossuna poco dopo vi morìa di cordoglio e d’impotente dispetto.
Ottavio si restituiva in Sicilia. Fedele nella prospera e nell’avversa fortuna, non dimenticava il protettore e l’amico caduto, e poté serbarne più indulgente concetto che non portassero i giudizi del mondo.
Né su quel punto era solo in mezzo ai suoi conterranei.
Il gabinetto di Spagna, compilando il processo, cercava testimoni ed accuse in Napoli e in Sicilia ugualmente.
In Napoli ne trovò di leggieri: nell’isola, per quanta usasse diligenza ed industria, sortì effetti pienamente contrari.
A Milazzo fu per essere malmenato dal popolo un commissario regio, il quale veniva spacciando aver l’Ossuna, per farsi signore di Napoli, trattato di dare la Sicilia al Turco (Leti, op. cit.).
I municipi dichiararono in suono concorde che avendo al passato Viceré offerto attestati della soddisfazione e contentezza comune nell’epoca ch’ei teneva la carica, se ne riferivano a quelli.
Parecchie terre marittime, delle più esposte alle correrie de’ Barbereschi, osarono porgere un memoriale in Madrid, con cui, narrando i benefici dovuti all’Ossuna, si facevano a chiedere non solo là liberazione di lui, ma che fosse nuovamente preposto al reggimento dell’isola (lo stesso, ivi).
prologo
IL «DON PIETRO» DI ISIDORO LA LUMIA
SPIEGATO 250 ANNI DOPO A FIRENZE
di isidoro la lumia

memoria
LA DIFESA DEL DUCA
ALLA CONDANNA DEL RE
di pietro d’ossuna

Capitolo 1.
LA cena con plebe, gesuiti e 35 compari:
REGGIA IN FESTA PER LO SBARCO DELL’EREDE

— Duca e Duchessa a banchetto: nacque l’uso del compare
— Esenzioni e un palazzo con fontate agli odiosi Gesuiti
— Il viaggio del figlio a Napoli insospettisce la Corte
— La rotta da Genova sul «Galeone reale del Duca»
— Arriva l’erede: principi in festa per 6 giorni fino a Ischia

Capitolo 2.
La grande beffa sul balcone reale
l’incoronazione col tesoro di s.gennaro

— Il tentato Golpe con la banda di Genoino in Piazza
— Espone il tesoro di S.Gennaro e s’incorona sul balcone
— L’inverno del 1620 descritto dall’Anonimo
— Quella volta che il Viceré salvò un povero cieco

Capitolo 3.
Il Viceré viene deposto dall’incarico
il cardinale designato lasciato a gaeta

— In carcere i potecari di Forcella, spunta il Cardinale
— I nobili sollecitano il Re a inviare l’altro Viceré
— Il Cardinale-Viceré parte da Roma a fine Aprile
— Bloccato un mese a Gaeta, la spiaggia di Carlo di Borbone

Capitolo 4.
IL DUCA SI PROLUNGA E DISPENSA GRAZIE
IN ATTESA DELLA PROROGA FINO A OTTOBRE

— Il nemico veneziano sospetta il Golpe del Duca
— Il Duca si trasforma in mecenate
— Da Madrid ritarda la proroga, e si cambiano gli ufficiali

Capitolo 5.
GENOVINO, L’ELETTO DI POPOLO E DUCA
E I BRAVI DI FORCELLA CONTRO I NOBILI

— L’Eletto del popolo sostituito da un uomo fidato
— I nobili pro De Cardines? E Genoino si presenta armato
— Ossuna sfida i nobili: per lui l’Eletto resta Genovino

Capitolo 6.
IL VICERE’ PER LE STRADE DEL MERCATO
PER EVITARE LA RIVOLTA CONTRO I NOBILI

— Pronta la sommossa: il Duca acclamanto dalla plebe
— Il Viceré fra i banchi del Mercato per evitare il peggio
— Longo, il tipografo che rifiutò il Manifesto del Popolo
— I nobili non vanno dal Viceré e avvisano il Cardinale

Capitolo 7.
IL CARDINALE RATIFICATO DAI NOBILI
SBARCA A PROCIDA, MA POI SBUCA A NAPOLI

— Borgia s’avvicina e dice al Duca di incontrarsi a Procida
— Il 24 Maggio giunge l’ordine del Re: Ossuna deve tornare
— Gli amministratori vanno a Procida dal Cardinale
— Il Viceré fa venire il figlio: vuole preparare la rivolta?
— Chi sarà il Viceré: si temono scontri fra Duca e Cardinale
— Il Duca aveva ignorato Don Ottavio sull’inviato del Re

Capitolo 8.
ARRIVA LA LETTERA DEL RE MA E’ TROPPO TARDI
A OSSUNA NON RESTANO CHE GLI ULTIMI SCHERZI

— Ora il Re è per il Duca, ma il Consiglio ha già ratificato
— Ossuna dice che vuole salpare, ma blocca il Cardinale
— Il Duca non s’arrende e prende la strada di Francia
— Madrid dà l’Ok a restare, ma i nobili lo hanno già sostituito

Capitolo 9.
I NOBILI RAGGIRANO IL VICERé
CAMPANE A FESTA PER IL CARDINALE

— Il Reggente dal Duca: è troppo tardi per bloccare Borgia
— L’atto inviato a Procida, ma il Cardinale è già a Bagnoli
— Ossuna beffato: Borgia è già giunto travestito al Castello
— Il Duca tornerà in Spagna: giustiziati i suoi compari

Capitolo 10.
il Viceré riparte e ci riprova in francia
l’arresto in spagna e gli ultimi giorni

— Il Re aveva firmato la proroga, ma la Città sta col Cardinale
— Della Marra teme la vita e fugge con il Duca
— La lunga sosta da Pietro de’ Medici, diniego del Principe
— Don Ottavio fiuta il tradimento e lascia il Porto francese
— Le navi vanno in Spagna e lasciano il Duca a Marsiglia
— Il Duca finisce ai ferri, ma la Duchessa ottiene la grazia

postfazione
la «setta genovino» e i «moti di fronda»
il seme della rivolta PRIMA DI MASANIELLO
di Anna Barbato

1. La fronda costituzionale contro il Viceré d’Arcos
2. Il partito frondista napoletano: nasce la «Setta Genoino»
3.Tommaso, un marinaio chiamato Masaniello
4. Tre giorni da guappo per la testa degli esattori
5. L’attentato dopo la rivolta e la Costituzione promessa
6. Pesce alla Duchessa per una crinolina e la gita in barca
7. L’ordine di uccidere il Capitano “assassino”
8. L’ultimo discorso del Masaniello martoriato
9. La rivolta di La Pelosa e D’Alessi, masanielli siciliani
10. Il mito dei moti da Napoli a Palermo

Note Bibliografiche

Appendice Documentaria
LA BUFFONEGGIANTE VITA DI DON PIETRO,
E IL SUO PRODIGIO GOVERNO NAPOLETANO
di Gregorio Leti*

1. Gregorio Leti, Vita di Don Pietro Giron Duca d’Ossuna,Viceré di Sicilia, e di Napoli, che fù un Prodigio di buon Governo buffoneggiando, vol. 3, appresso Georgio Gallet, in Amsterdam 1699, pag.272 e segg. Questo è l’elenco dei Viceré Spagnoli di Napoli sotto Filippo III:
1. Don Enrico di Guzman, Conte di Olivares (1595-1599)
2. Ferdinando Ruiz de Castro, Conte di Lemos (1599-1601)
– Luogotenenza Don Francisco de Castro (1601-1603)
3. Juan Alonso Pimentel, Conte di Benavente (1603-1610)
4. Pedro Fernandez de Castro, Conte di Lemos (1610-1616)
5. Cardinale Gaspare Borgia (1620)
6. Cardinale Antonio Zapata (1622).
2. Ivi, pag.273. Cfr. Domenico Antonio Parrino,Teatro eroico, e politico de’ governi de’ Viceré del regno di Napoli, Nuova Stampa del Parrino, e del Mutii, Napoli 1692, Volume 2, parte I, pagg.25 e segg.. Cfr. Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, Volume 10.
3. Ivi. Cfr. Isabel Enciso Alonso-Muñumer, da: https://dbe.rah.es/biografias/9379/pedro-fernandez-de-castro.
4. Ivi. Cfr. Parrino, cit.
5. Ivi.
6. Ivi.
7. Ivi.
8. Anonimo, Manoscritto inedito di ignoto. Estratti in copia di autore ignoto, fedeli all’originale e pubblicati per la prima volta a stampa. Stesura c.a. anno 1580. D’ora in avanti: Anonimo, Manoscritto inedito. Esso è simile, ma più completo, rispetto alla copia letta da Gravier e firmata da Antonino Castaldo, Avvenimenti più memorabili succeduti nel Regno di Napoli sotto il Governo del Viceré D.Pietro di Toledo, in: G.Gravier, Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli, Napoli 1769, VI.
L’inedito non è stato scritto dalla stessa persona, perché il linguaggio da diurnale dell’Ignoto appare antecedente a quello del copista Castaldo di circa 50 anni, seppure manomesso e storicizzato da Gravier. Pertanto, allo stato, risulta non esatto dire che Ignoto e Castaldo siano state la stessa persona. Ragione per cui, il MSS inedito, da noi consultato in copia originale, certamente differisce per terminologia e orientamento politico (chi è filofrancese, chi filospagnolo) e pertanto si resta dell’opinione che il testo dell’Ignoto, precedente e più genuino, non possa essere stato scritto dal Castaldo, il quale, sicuramente da esso attinge fino a buona parte del III Libro.
Cfr. Manoscritto custodito dalla Yale University Library, parte della Collections Library Yale, è collocato in: Ms. in Italian. 995 pages. Thick 4to. Contemporary limp vellum. Table of contents at the beginning. Italy (Naples?), 17th century. La versione on line è consultabile al sito: https://edu/catalog/32492480. Cfr. Biblioteca Nazionale di Madrid, MS Anonimo, Mss. 8768, Historia di Antonio Castaldo Nap[olitano] principale notare del Regno, delle cose occorse in Nap[oli] dal tempo che vi fù Viceré D.Pietro de Toledo, Mar[che]se di Villafrancha, e[t] di alcuni part[icola]ri di molti an[n]i prima insino alla ribbellione di Ferrante Sanseveríno, Principe de Salerno, et di altre occorrenze di poi seguite, S.XVII, papel, 195 x 140 mm., 1 h.+ 177 ff., enc. pergamino. Olim: X, 48. Bib: SÁNCHEZ ALONSO, II, p. 146, n. 5584.
9. Gregorio Leti, Vita, cit.
10. Anonimo, cit.
11. Leti, ivi. pag.320.
12. Ivi.
13. Vittorio Siri, Memorie recondite dall’anno 1601 fino al 1640, Vol.5, appresso Anisson e Posuel, Lione 1679.
Di Vittorio Siri cit.
14. Gregorio Leti, cit.
15. Ivi. Cfr. Nani, cit.
16. Anonimo, cit. Cfr. Gaetano Nobile, Un mese a Napoli: descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze divisa in XXX giornate, a cura di, Vol.2, Stabilimento tipografico del Cav. Gaetano Nobile, Napoli 1863. Giornata Settima, San Carlo all’Arena.
17. Batista Nani, Dell’istoria della repubblica veneta di Batista Nani, vol.viii, appresso Lovisa, Venezia 1720.
Di
18. Siri, cit.
19. Anonimo, cit.
20. Ivi.
21. Gregorio Leti, cit.Cfr. Domenico Antonio Parrino, Moderna distintissima descrizione di Napoli: citt`a nobilissima, antica, Napoli 1703.Domenico Antonio Parrino, Moderna, cit. Cfr. Guide Parrino, da: http://www.memofonte.it/home/files/pdf/guide_parrino_1.pdf.
22. Anonimo, cit.
23. Siri, cit.
24. Anonimo, cit.
25. Ivi.
26. Ivi.
27. ivi.
28. Ivi.
29. Ivi. Cfr. Giuseppe Sigismondo, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi, Tomo III, presso i fratelli Terres, Napoli 1789 (a cura di Maria Pia Lauro), Fondazione Memofonte, Studio Per l’Elaborazione Informatica delle Fonti Storico-Artistiche, Napoli- Firenze 2011.
30. Gregorio Leti, cit.
31. Anonimo, cit.
32. Ivi.
33. Siri, cit.
34. Gregorio Leti, cit.
35. Anonimo, cit.
36. Ivi.
37. Ivi.
38. Gregorio Leti, cit.
39. Ivi.
40. Nani, cit.
41. Vittorio Siri, In: Memorie recondite, vol.V, pagg.156-160.
42. Ivi.
43. Anonimo, cit.
44. Siri, cit.
45. Anonimo, cit.
46. Ivi.
47. Ivi.
48. Siri, cit
49. Gregorio Leti, cit.
50. Anonimo, cit.
51. Ivi.
52. Ivi.
53. Ivi.
54. Gregorio Leti, cit.
55. I Viceré dopo il Cardinale. Segue l’elenco completo dei Viceré sotto Re Filippo IV di Spagna:
1. Don Antonio Alvarez de Toledo, Duca d’Alba (1622-1629)
2. Fernando Afan de Rivera, Duca d’Alcalà (1629-1631)
3. Manuel de Zuniga j Fonseca, Conte di Monterrej (1631-1637)
4. Ramiro Nunez de Guzman, Duca di Medina (1637-1644)
5. Juan Alfonso Enriquez, Ammiraglio di Castiglia (1644-1646)
6. Rodrigo Ponce de Leon, Duca d’Arcos (1646-1648)
7. Don Giovanni d’Austria (1648)
8. Inigo Velez de Guevara, Conte di Ognate (1648-1653)
9. Garcia de Havellaneda j Haro, Conte di Castrillo (1653-1658)
10. Gaspar de Bracamonte j Guzman, Conte di Penaranda (1658-1664)
11. Cardinale Pasquale d’Aragona (1664-1665).
56. Il corsaro provenzale Paul (1597-1667) si era distinto per il suo valore in alcune escursioni nel mare Egeo, ottenendo il comando di una galea dei cavalieri di Malta. Divenuto commendatore dell’ordine gerosolomitano, armò a sue spese alcune navi corsare contro le galee ottomane. Nel 1637 il Cardinale di Richelieu gli affidò il comando di un vascello con il quale affrontò gli inglesi. L’anno dopo infestò le acque di Malta con una polacca a danno delle navi spagnole. Nel 1646 affianca il principe Tommaso di Savoia nello sbarco davanti al porto di Talamone, entrando nello stagno di Orbetello.
57. Nell’aprile del 1647 lascia Piombino e si porta in avanscoperta sulla costa napoletana con 6 vascelli e 2 brulotti per dare fuoco alla flotta spagnola. L’episodio provocò l’arrivo di 10 galee e 6 navi costringendolo a prendere il largo con la notte. Ritornato nel golfo di Napoli agli ordini del duca di Richelieu a bordo del “Grand-Anglais” con altri 5 vascelli aveva come obiettivo l’attacco alla flotta spagnola ancorata nel porto. Qui aggredì 13 vascelli nemici, protetti dal fuoco di 11 galee dei Doria.
58. Capasso, op.cit.
59. V. Antonio Ghirelli, Storia di Napoli. Egli scrive che i cavalieri medioevali “chiamavano lazare chi si era contagiato di lebbra durante le crociate; mentre, in ogni caso, per i napoletani il termine passò gradualmente ad indicare il ragazzaccio plebeo costretto a fare tutti i mestieri per tirare avanti, un tipo che le difficoltà della vita e la sua scioperatezza hanno conciato come un santo lazzaro”.
60. V. Bartolomeo Capasso. op.cit.
61. V. Bartolomeo Capasso. op.cit.
62. Il biografo Giuseppe Campolieti scrisse che “l’anima di Napoli da secoli si trascina dietro un cocente rimorso, qualcosa che ha scavato nel profondo e somiglia a una specie di complesso giudaico. Questa città, che per essere felice attendeva sempre l’arrivo del suo re da lontano, uccise in grembo l’unico figlio del popolo acclamato capo. E ora, a distanza di secoli, lo rimpiange e ne sogna assurdamente il ritorno”.
63. Antonio Ghirelli, Storia di Napoli. Scrive che Masaniello è “il primo personaggio storico che riassuma intensamente, anche se ad un livello istintivo e con tutti i condizionamenti possibili, l’essenza della napoletanità, ossia il primo napoletano che si presenti in un preciso contorno storico con una personalità fortemente caratterizzata da quello stesso ambiente di cui, sulle scene, Pulcinella è stato e sarà la maschera emblematica”.
64. Domenico Corniola, Mezzogiorno Borbonico, Arturo Bascetta Edizioni, Avellino.
65. Una lapide in Chianche di Gennaro Maria Sambiase, Duca di S.Donato, ricorda il gesto del Cardinale Ascanio Filomarino: La mattina del 16 luglio 1647 nella chiesa del Carmine, mentre il cardinale Filomarino celebrava la festa della Madonna, comparve Masaniello. Masaniello salì sul pulpito e invocò il popolo suo ricordando quanto aveva fatto ed in che modo era ridotto. Il cardinale lo fece prendere e trasportare, quasi incosciente, in una cella del dormitorio dei monaci dell’attiguo monastero per farlo riposare. Ma i congiurati riuscirono a raggiungerlo nella cella ed a ucciderlo. Gennaro Maria Sambiase, Duca di S.Donato, si distinse, per volontà e tenacia, nella lotta contro il colera, l’epidemia che colpì Napoli nel 1884, ai tempi del sindaco Nicola Amore, originario di Chianche. Le autorità centrali furono chiamate a risolvere la questione del risanamento di Napoli. La legge in merito fu approvata il 15 gennaio 1885, ma dovettero passare ancora quattro anni e mezzo per passare dalle parole ai fatti. La posa della prima pietra avvenne il 15 giugno 1889. Per ricordare l’avvenimento c’è un marmo a Piazza Borsa: Addì 15 giugno 1889 / Nicola Amore / sindaco di Napoli / pose la prima pietra / pel rinnovamento della città. Si sistemò la piazza antistante la stazione ferroviaria con l’installazione del monumento a Garibaldi (nel 1904). La Societa per il Risanamento di Napoli, appaltatrice dei lavori, costruì nuove aree per abitazioni; sorsero nuovi Rioni; si ripulì la parte orientale della città che era costituita da paludi. Per realizzare e portare a termine il risanamento della città ci fu una lotta continua degli amministratori locali contro l’ostilità e l’ostruzione burocratica del potere centrale.
Il Duca di S.Donato, che tra l’altro promosse la prima campagna di bonifica con la demolizione dei fondaci del Porto, e Nicola Amore, fu l’anima della realizzazione. Entrambi ricoprirono, a turno, la carica di sindaco, ma sempre, prima, durante e dopo il mandato, non cessarono di adoperarsi per superare difficoltà, contrasti ed opposizioni, affinché il risanamento di Napoli fosse portato a compimento. Per la rivolta calabrese V. Note su Grimaldo di Calabria (Cs), cit.
66. V. Capolieti, op.cit. Nel 1799 Re Ferdinando IV fece traslare i resti in luogo diverso nella speranza di soffocare la rivolta.
67. Sulle intitolazioni V. Antonio Ghirelli, Storia di Napoli, op.cit.
68. Antonia Fraser, Cromwell, our chief of men, Mandarin, Reading, Berkshire 1993. Antonia Fraser, King James VI of Scotland I of England, Weidenfeld & Nicolson, Londra 1994. Antonia Fraser, King Charles II, Random House, Londra 1997. Le testerotonde, seguaci di Cromwell, il 3 giugno 1647 fecero prigioniero Re Carlo I impadronendosi del Parlamento che lo accusò di alto tradimento, facendolo giustiziare il 30 gennaio 1649.

Description

RICAPITOLAZIONE

Allo scadere del suo terzo mandato da governatore del Regno di Napoli, per conto del Re Filippo III di stanza a Madrid, il Generale e Viceré Don Pietro d’Ossuna si diede a fidelizzare il popolo, nella speranza di essere riconfermato nell’incarico.
Quella, in realtà, fu un’occasione irripetibile per Napoli, che l’8 gennaio, due giorni dopo l’Epifania, rischiò di diventare la prima città europea a ribellarsi alla monarchia spagnola. L’occasione si presentò alla visita dei figlioli alla sala del tesoro di San Gennaro. Si conservava allora il tesoro reale degli antichi Re di Napoli in maggior stima di quella è al presente perché da quel tempo in poi, e particolarmente dal tempo di Masanello in poi, è stato quasi dal tutto distrutto, sia rispetto a’ bisogni grandi della Corona, sia per essere stato manomesso da’ Viceré, e quel poco che resta transportato ne’ Castelli.
Dunque, il Viceré, quell’otto di Gennaio, diede un superbo banchetto, nel corso del quale si trattenne a pranzo con trenta nobili, fra prencipi, duchi, e conti, risultati fra i principali signori del Regno, fatti tutti suoi «compadri», scelti fra quelli risultati più confidenti e benemeriti. Terminata l’ultima portata Don Pietro condusse il figlio e la nuora a scoprire la bellezza di questo tesoro, che fino a quel giorno non avevano visto, con al seguito tutti i grandi di Napoli che erano stati invitati a pranzo.
Nella stanza di questo tesoro vi era un gran balcone, che all’uso d’Italia spargeva fuori, in una gran Piazza, che per esser giorno di domenica, e per le altre ragioni che si diranno, vi era un numero infinito di popolo. Rientrato poi di dentro spasseggiò alquanto dicendo facetie come al suo solito, poi presa la corona del Rè Alfonso, con il scettro, ch’erano ambidue molto ricchi di gemme, postasi in capo la corona, e tenendo in mano lo scettro, mentre s’avvicinava al Balcone, voltatosi verso quei titolati che l’andavano seguendo gli disse «Eh bene Signori, come trovate che mi stà questa corona sul Capo?».
Ma non furono dello stesso avviso i nobili di Napoli
COME DISTRUGGERE IL VICERE’ D’OSSUNA
IN 23 CAPI DA INVIARE DAL RE DI NAPOLI

[B inserisce arbitrariamente una sorta di denuncia in 23 capitoli: è l’informativa che sarebbe stata inviata al Re, titolata «Miserabile e pericoloso termine al qual si trova ridotta la Città e il Regno di Napoli», ma non è chiaro chi fosse la spia.]

I. Si è perduto il rispetto a Dio, e alla Religione: con aver introdotto nuove sette, si vive con libertà di coscienza: si procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case principali, e anco violare i monasterii di monache: si va lasciando la frequentaziane dei Sacramenti: nella cappella reale non si sente più messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.
II. Si pratica in parecchie case il crescite, e anche in pubblico, con scandolo universale: essendo che in mezzo del mare e sopra li cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’ incontra, la notte, l’ infame e infelice Dorotea, facendo cose per rispetto delle quali tutti quanti hanno paura che s’apri la terra.
III. Ier mattina, sopra il mostaccio de’ titolati e ministri, per il quarto dell’ audienza, entrorno due careghe con quattro donne, e li portatori publicamente le serrarono nel portico, con complicità e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa unagrotta sotto terra, per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli i quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come se avessero commesso il crimen lesae maiestatis.
IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al Re nostro; così per la tirannide di chi governa, come per quello che si dice in dispregio del suo nome reale, in pubblico e tra i ministri. In particolare, un giorno ragunandosi il Collaterale e la Sommaria, e trattandosi della rovina e distruzione di questo Regno, per rispetto della libertà che si dà ai soldati, che non v’ era riparo nè mezzo alcuno per remediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e ogni di va crescendo più); rispose: che importava più a lui acquistarsi la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli averebbe fatto tremare il Re, e costretto far al suo modo, che non toccava a lui la conservazione del Regno di Napoli, il quale suo figlio non avea da ereditare.
V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e commodi; acció con testimoni falsi se li levi la robba: come si vede ogni dì con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie, per opprimer quelli i quali non voglion consentire a si fatte scelleraggini.
VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati contrarii a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo del conte di Lemos un alfiere spagnolo qual venne di Sicilia a Napoli: e questi giorni passati s’è trovato segato, e spartito per mezzo un putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come se egli avesse combattuto con il gran Turco in uno steccato, per l’onore di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento; e mostra ch’ egli può levare la vita e la roba impune.
VII. Tiene il Regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di Conca visitatore generale delle milizie e del Regno di Napoli, e il marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acció, col sangue di tanti orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del Regno, remunerarli e resarcir l’onta e vergogna che patiscono, concedendo a ciascuni di questi, cento ducati di piatto ogni giorno. E quello, che è peggio assai, è che hanno messo imposizioni e dazi generali di tanto aggravio, come se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il Re non consenti per suo servizio, senza il consenso espresso delli stessi popoli, ragunati in parlamento, e assemblea generale: sicchè non si vede nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.
VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese d’Arena, con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più, della contribuzione di altri millecinquecento il mese: ed è poco tempo ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico li disse, che sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quaranta mila ducati, e che per certi buon rispetti era restato di gastigarlo.
IX. Tutti li governi del Regno sono spartiti tra scavezzacolli, ruffiani, e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni di si va trovando nuovi carichi, e nuove patenti; e se le università e comuni vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.
X. Il patrimonio del Re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla camera reale; e ogni di più si va rovinando e distruggendo, senza sorte nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio : non considerando che il patrimonio che possiede Sua Maestà in questo Regno non lo cava di miniere d’oro o d’ argento, nè manco della pescaria delle perle, come quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si ‘concede al Re per sostegno della sua monarchia e del Regno stesso, e non perchè si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio, e di Sua Maestà.
XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti vanno ritirando i suoi effetti e mercanzie; e escono del Regno per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo sequestro fatto alle nazioni forestiere.
XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo, imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e questo, per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto, senza che se ne possa avvedere; e così vengono violate le leggi e le prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che son fatte subito, alle quali con la violenza o ingiustizia si dà esecuzione, senza il parer del Collaterale, o di nissun altro; e a nissuno fa grazia, meno che alla richiesta di sue favorite, e altri tristi e scellerati; e non si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel Regno; ogni cosa resta estinta e confusa.
XIII. Li tribunali della giustizia se posson chiamar d’ingiustizia e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine di roba, di vita, e d’onore; ella si dà e si nega, conforme a quello che esigono gl’ interessi. Si vede venir fuora della cancellaria o notaria i più stravaganti ordini che possono immaginarsi; e come egli vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo spasseggiando, e camminando, quando esce per la sala da basso fino al quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissuno uomo onorato e qualificato ardisce parlar con lui.
XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del palazzo, con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di tutti, stimando poco ognuno: gl’ infami e interessati lo comportano per suoi interessi; ma li signori onorati son costretti di ricorrere al palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che quell’uomo faccia a essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno pigliare la lor protezione?
XV. È uscito dalla città la maggior parte della nobiltà parendo ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici et mercanti o tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza, senza mai pagar nissuno: e l’istesso vien anche praticato nelle cose del mangiare.
XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore, nel tumulto che occorse alli 3 Ottobre. E di più, vedendosi levar impune la roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce, che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo, per arristiar il restante: che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita non voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il Re), per l’obbligo di difendere il suo capitano generale.
XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del Regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia; e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poca di burasca e fortuna può andar con malora, c cosi restare estinta la difesa e conservazione del Regno. Si vede la gente per le strade col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la reputazione persa; chè per tutto il mondo non si tratta d’altro che di Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.
XVIII. Si vede la nazione Spagnuola gettata in un cantone alla peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che lei è adesso tanto vilipesa: e l’altre volte era in bando la francese, ma ora quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche delitto.
XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno discorrendo, che disarmandosi il Regno d’artigliaria, e la nazione spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione; occorrendo che si sollevino li stranieri e sediziosi del Regno e gli antichi devoti della corona di Francia, e lui parlando ad ogn’ora di quello, e fuora di proposito, mostra che non aspiri egli stesso a farsi re del Regno; ma però quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso immaginare ch’ egli se la pensi, non solamente per rispetto che non tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il Regno lo seppellirebbe sotto i sassi; e anche per la gran fedeltà che ha al suo Re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso; ma con tutto ciò, è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e discorrere, e anco sospettar di tal cose.
XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il Re, e procurare l’ultima rovina di questo Regno: il qual se lagna, e dice isbigottito e spaventato di sè stesso: Che cosa abbia fatto al suo Re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia tralasciato di far vedere al suo Re il suo amore e la sua fedeltà? se ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo Re, che non l’abbia concessa? Non è egli stato sempre col petto aperto, per difendere tutto quello che gli avanzava di sangue e di roba, nel solo nome del Re nostro signore ?
XXI. Si legge veramente nell’ antiche storie le tirannide e casi spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio, e altri si fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia di Dio, o superiorità alcuna nella terra; ma nel tempo d’ adesso, che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’ utile de’ suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere si sfrenatamente contro il suo Dio, e suo Re, distruggendo il più florido regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna; gran miseria, gran calamità, grand’ infelicità, e caso lamentevole !
XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercare il rimedio da Sua Maestà, per paura che quello venghi all’ orecchio di questo tiranno, e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano d’ Iddio s’ aspetta che ispiri a Sua Maestà, che con la sua mano poderosa e reale vi apporti presto rimedio.
XXIII. Questo rappresento per compire con Vostra Maestà quello che deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene; non stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapessi. Mandi Sua Maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non appassionato, e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione; che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagattelle, rispetto a quello ogni momento si va commettendo e agumentando in disservizio di Dio e di Sua Maestà.
[Da A.Bascetta ABE Napoli 2025]

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta

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