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RICAPITOLAZIONE

Allo scadere del suo terzo mandato da governatore del Regno di Napoli, per conto del Re Filippo III di stanza a Madrid, il Generale e Viceré Don Pietro d’Ossuna si diede a fidelizzare il popolo, nella speranza di essere riconfermato nell’incarico.
Quella, in realtà, fu un’occasione irripetibile per Napoli, che l’8 gennaio, due giorni dopo l’Epifania, rischiò di diventare la prima città europea a ribellarsi alla monarchia spagnola. L’occasione si presentò alla visita dei figlioli alla sala del tesoro di San Gennaro. Si conservava allora il tesoro reale degli antichi Re di Napoli in maggior stima di quella è al presente perché da quel tempo in poi, e particolarmente dal tempo di Masanello in poi, è stato quasi dal tutto distrutto, sia rispetto a’ bisogni grandi della Corona, sia per essere stato manomesso da’ Viceré, e quel poco che resta transportato ne’ Castelli.
Dunque, il Viceré, quell’otto di Gennaio, diede un superbo banchetto, nel corso del quale si trattenne a pranzo con trenta nobili, fra prencipi, duchi, e conti, risultati fra i principali signori del Regno, fatti tutti suoi «compadri», scelti fra quelli risultati più confidenti e benemeriti. Terminata l’ultima portata Don Pietro condusse il figlio e la nuora a scoprire la bellezza di questo tesoro, che fino a quel giorno non avevano visto, con al seguito tutti i grandi di Napoli che erano stati invitati a pranzo.
Nella stanza di questo tesoro vi era un gran balcone, che all’uso d’Italia spargeva fuori, in una gran Piazza, che per esser giorno di domenica, e per le altre ragioni che si diranno, vi era un numero infinito di popolo. Rientrato poi di dentro spasseggiò alquanto dicendo facetie come al suo solito, poi presa la corona del Rè Alfonso, con il scettro, ch’erano ambidue molto ricchi di gemme, postasi in capo la corona, e tenendo in mano lo scettro, mentre s’avvicinava al Balcone, voltatosi verso quei titolati che l’andavano seguendo gli disse «Eh bene Signori, come trovate che mi stà questa corona sul Capo?».
Ma non furono dello stesso avviso i nobili di Napoli
COME DISTRUGGERE IL VICERE’ D’OSSUNA
IN 23 CAPI DA INVIARE DAL RE DI NAPOLI
[B inserisce arbitrariamente una sorta di denuncia in 23 capitoli: è l’informativa che sarebbe stata inviata al Re, titolata «Miserabile e pericoloso termine al qual si trova ridotta la Città e il Regno di Napoli», ma non è chiaro chi fosse la spia.]
I. Si è perduto il rispetto a Dio, e alla Religione: con aver introdotto nuove sette, si vive con libertà di coscienza: si procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case principali, e anco violare i monasterii di monache: si va lasciando la frequentaziane dei Sacramenti: nella cappella reale non si sente più messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.
II. Si pratica in parecchie case il crescite, e anche in pubblico, con scandolo universale: essendo che in mezzo del mare e sopra li cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’ incontra, la notte, l’ infame e infelice Dorotea, facendo cose per rispetto delle quali tutti quanti hanno paura che s’apri la terra.
III. Ier mattina, sopra il mostaccio de’ titolati e ministri, per il quarto dell’ audienza, entrorno due careghe con quattro donne, e li portatori publicamente le serrarono nel portico, con complicità e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa unagrotta sotto terra, per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli i quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come se avessero commesso il crimen lesae maiestatis.
IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al Re nostro; così per la tirannide di chi governa, come per quello che si dice in dispregio del suo nome reale, in pubblico e tra i ministri. In particolare, un giorno ragunandosi il Collaterale e la Sommaria, e trattandosi della rovina e distruzione di questo Regno, per rispetto della libertà che si dà ai soldati, che non v’ era riparo nè mezzo alcuno per remediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e ogni di va crescendo più); rispose: che importava più a lui acquistarsi la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli averebbe fatto tremare il Re, e costretto far al suo modo, che non toccava a lui la conservazione del Regno di Napoli, il quale suo figlio non avea da ereditare.
V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e commodi; acció con testimoni falsi se li levi la robba: come si vede ogni dì con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie, per opprimer quelli i quali non voglion consentire a si fatte scelleraggini.
VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati contrarii a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo del conte di Lemos un alfiere spagnolo qual venne di Sicilia a Napoli: e questi giorni passati s’è trovato segato, e spartito per mezzo un putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come se egli avesse combattuto con il gran Turco in uno steccato, per l’onore di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento; e mostra ch’ egli può levare la vita e la roba impune.
VII. Tiene il Regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di Conca visitatore generale delle milizie e del Regno di Napoli, e il marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acció, col sangue di tanti orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del Regno, remunerarli e resarcir l’onta e vergogna che patiscono, concedendo a ciascuni di questi, cento ducati di piatto ogni giorno. E quello, che è peggio assai, è che hanno messo imposizioni e dazi generali di tanto aggravio, come se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il Re non consenti per suo servizio, senza il consenso espresso delli stessi popoli, ragunati in parlamento, e assemblea generale: sicchè non si vede nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.
VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese d’Arena, con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più, della contribuzione di altri millecinquecento il mese: ed è poco tempo ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico li disse, che sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quaranta mila ducati, e che per certi buon rispetti era restato di gastigarlo.
IX. Tutti li governi del Regno sono spartiti tra scavezzacolli, ruffiani, e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni di si va trovando nuovi carichi, e nuove patenti; e se le università e comuni vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.
X. Il patrimonio del Re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla camera reale; e ogni di più si va rovinando e distruggendo, senza sorte nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio : non considerando che il patrimonio che possiede Sua Maestà in questo Regno non lo cava di miniere d’oro o d’ argento, nè manco della pescaria delle perle, come quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si ‘concede al Re per sostegno della sua monarchia e del Regno stesso, e non perchè si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio, e di Sua Maestà.
XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti vanno ritirando i suoi effetti e mercanzie; e escono del Regno per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo sequestro fatto alle nazioni forestiere.
XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo, imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e questo, per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto, senza che se ne possa avvedere; e così vengono violate le leggi e le prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che son fatte subito, alle quali con la violenza o ingiustizia si dà esecuzione, senza il parer del Collaterale, o di nissun altro; e a nissuno fa grazia, meno che alla richiesta di sue favorite, e altri tristi e scellerati; e non si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel Regno; ogni cosa resta estinta e confusa.
XIII. Li tribunali della giustizia se posson chiamar d’ingiustizia e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine di roba, di vita, e d’onore; ella si dà e si nega, conforme a quello che esigono gl’ interessi. Si vede venir fuora della cancellaria o notaria i più stravaganti ordini che possono immaginarsi; e come egli vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo spasseggiando, e camminando, quando esce per la sala da basso fino al quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissuno uomo onorato e qualificato ardisce parlar con lui.
XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del palazzo, con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di tutti, stimando poco ognuno: gl’ infami e interessati lo comportano per suoi interessi; ma li signori onorati son costretti di ricorrere al palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che quell’uomo faccia a essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno pigliare la lor protezione?
XV. È uscito dalla città la maggior parte della nobiltà parendo ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici et mercanti o tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza, senza mai pagar nissuno: e l’istesso vien anche praticato nelle cose del mangiare.
XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore, nel tumulto che occorse alli 3 Ottobre. E di più, vedendosi levar impune la roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce, che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo, per arristiar il restante: che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita non voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il Re), per l’obbligo di difendere il suo capitano generale.
XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del Regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia; e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poca di burasca e fortuna può andar con malora, c cosi restare estinta la difesa e conservazione del Regno. Si vede la gente per le strade col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la reputazione persa; chè per tutto il mondo non si tratta d’altro che di Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.
XVIII. Si vede la nazione Spagnuola gettata in un cantone alla peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che lei è adesso tanto vilipesa: e l’altre volte era in bando la francese, ma ora quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche delitto.
XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno discorrendo, che disarmandosi il Regno d’artigliaria, e la nazione spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione; occorrendo che si sollevino li stranieri e sediziosi del Regno e gli antichi devoti della corona di Francia, e lui parlando ad ogn’ora di quello, e fuora di proposito, mostra che non aspiri egli stesso a farsi re del Regno; ma però quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso immaginare ch’ egli se la pensi, non solamente per rispetto che non tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il Regno lo seppellirebbe sotto i sassi; e anche per la gran fedeltà che ha al suo Re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso; ma con tutto ciò, è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e discorrere, e anco sospettar di tal cose.
XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il Re, e procurare l’ultima rovina di questo Regno: il qual se lagna, e dice isbigottito e spaventato di sè stesso: Che cosa abbia fatto al suo Re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia tralasciato di far vedere al suo Re il suo amore e la sua fedeltà? se ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo Re, che non l’abbia concessa? Non è egli stato sempre col petto aperto, per difendere tutto quello che gli avanzava di sangue e di roba, nel solo nome del Re nostro signore ?
XXI. Si legge veramente nell’ antiche storie le tirannide e casi spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio, e altri si fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia di Dio, o superiorità alcuna nella terra; ma nel tempo d’ adesso, che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’ utile de’ suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere si sfrenatamente contro il suo Dio, e suo Re, distruggendo il più florido regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna; gran miseria, gran calamità, grand’ infelicità, e caso lamentevole !
XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercare il rimedio da Sua Maestà, per paura che quello venghi all’ orecchio di questo tiranno, e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano d’ Iddio s’ aspetta che ispiri a Sua Maestà, che con la sua mano poderosa e reale vi apporti presto rimedio.
XXIII. Questo rappresento per compire con Vostra Maestà quello che deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene; non stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapessi. Mandi Sua Maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non appassionato, e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione; che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagattelle, rispetto a quello ogni momento si va commettendo e agumentando in disservizio di Dio e di Sua Maestà.
[Da A.Bascetta ABE Napoli 2025]







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