2. Almanacco della Canzone Napoletana: 1923-1980 – II Parte

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Copertina posteriore

UN VOLUME ESCLUSIVO DI QUASI 500 PAGINE
RICCO DI FATTI, NOMI, NOTIZIE INEDITE E SPUNTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I.
Piedigrotta 1923
Dall’America Antonio De Martino dà origine alla casa editrice Santa Lucia
La stampa non gradisce un americano a capo della canzone napoletana
E. A. Mario scrive altri canti d’emigranti
Morte nel Cinematografo
Nasce la casa editrice Cerie a New York
L’ultima Piedigrotta della casa editrice La Canzonetta organizzata da Libero

II.
Piedigrotta 1924
Musica napoletana per Sacco e Vanzetti
Per la prima volta appare il gobbo piedigrottesco

III.
Piedigrotta 1925
Incredibile successo di Bovio con Lacreme napulitane
L’audizione di Piedigrotta di Raffaele Viviani
Ernesto Murolo scrive Piscatore ‘e Pusilleco

IV.
Piedigrotta 1926
Ernesto Murolo presenta la canzone di protesta Tarantella internazionale
Armando Gill presenta E allora? e Palomma

V.
Piedigrotta 1927
Arriva da New York ‘A cartulina ‘e Napule
Il tentativo in musica di salvare Sacco e Vanzetti dalla sedia elettrica
Il ritorno alle scene di Elvira Donnarumma

VI.
Piedigrotta 1928
Tarantella scugnizza alla Piedigrotta Santa Lucia
Titina De Filippo canta alla Piedigrotta E. A. Mario
Gennaro Pasquariello canta ‘A casciaforte

VII.
Piedigrotta 1929
Libero Bovio sfida Ernesto Murolo nella Piedigrotta Unificata
Il clamoroso successo di Zappatore
Anche Eduardo e Peppino De Filippo diventano artisti piedigrotteschi
Eduardo De Filippo macchiettista

VIII.
Piedigrotta 1930
La Piedigrotta Unificata Gennarelli-Bixio
Lo sciopero di Libero Bovio
La Piedigrotta di Raffaele Viviani
L’affermazione di Vittorio Parisi con Dicitencello vuie e Tutta pe’ mme
La morte di Ferdinando Bideri e la rinascita della storica casa editrice
IX.
Piedigrotta 1931
Eduardo De Filippo canta macchiette alla Piedigrotta Santa Lucia
Gilda Mignonette canta Paraviso e fuoco eterno

X.
Piedigrotta 1932
Il Festival Napoletano di Sanremo
Pioggia di successi all’audizione di Piedigrotta E. A. Mario
La Canzone Napoletana nelle altre audizioni di Piedigrotta

XI.
Piedigrotta 1933-1934
Libero Bovio e Murolo insieme per un unico spettacolo di Piedigrotta
La fuga di Libero Bovio e la fine della casa editrice Santa Lucia
Nasce la Bottega dei Quattro

XII.
Piedigrotta 1935
Pioggia di successi alla II edizione della Piedigrotta Bottega dei Quattro
Raffaele Viviani omaggia Ferdinando Russo
Ernesto Murolo lascia Emilio Gennarelli
La morte di Peppino Santojanni

XIII.
Piedigrotta 1936
L’ultima tarantella di Ria Rosa

XIV.
Piedigrotta 1937
La morte di Emilio Gennarelli e la fine della storica casa editrice
Il trionfo di Ria Rosa
Agata batte le macchiette femminili

XV.
Piedigrotta 1938
La crisi della canzone risollevata dal trionfo di ‘Na sera ‘e maggio

XVI.
Piedigrotta 1939
Tante macchiette di successo lanciate da Taranto e Tina Castigliana

XVII.
Piedigrotta 1940
Nino Taranto diventa Ciccio Formaggio
L’audizione inquadrata nella rivista
L’ultima edizione della Bottega dei Quattro

XVIII.
Piedigrotta 1941
Nasce la casa editrice La Canzone di Gigi Pisano e Giuseppe Cioffi

XIX.
Piedigrotta 1942
Enzo Di Gianni inaugura una sua casa editrice

XX.
Piedigrotta 1943-1944

Tra le macerie della guerra nasce la casa editrice Cioffi
Il trionfo di Eva Nova con Ammore busciardo
Il successo di Aldo Tarantino con Dove sta Zazà
La Tammurriata nera di Eduardo Nicolardi
Vera Nandi canta Simmo ‘e Napule paisà

XXI.
Piedigrotta 1945
La morte di Francesco Feola
Il trionfo di Munasterio ‘e Santa Chiara

XXII.
Piedigrotta 1946
Il trionfo di Bbona furtuna e il ritorno alla ribalta di Vittorio Parisi
Il primo successo nazionale di Tito Manlio: Addio mia bella Napoli

XXIII.
Festival 1947
Eduardo De Filippo vince la I edizione del Festival con I’ faccio scemo ‘o core.

XXIV.
Festival 1948
Il rinnovamento innescato da Scalinatella e da Roberto Murolo
Nasce il Festival in diretta radio abbinato alla Lotteria Italia
Il dominio discografico della Vis Radio

XXV.
Festival 1949
Festival di Piedigrotta in diretta radiofonica
Il successo dell’Orchestra Anepeta e i motivi della crisi della canzone

XXVI.
Festival 1950
Il Festival di Piedigrotta in diretta radio
La definitiva trasformazione dell’audizione di Piedigrotta in rivista
Il trionfo di Anema e Core
Luna Rossa un successo internazionale
Il Festival di Capri lancia il genere moderno

XXVII.
Festival 1951
Il Festival di Piedigrotta in diretta radio con l’America
Nu quarto ‘e luna vince il Festival di Capri
La Malafemmena di Totò

XXVIII.
Festival 1952
La Rai organizza il 1° Festival della Canzone Napoletana
Roberto Murolo e Scarola al Festival di Capri

XXIX.
Festival 1953
Festival di Capri con Luna caprese fuori gara
Carla Boni canta Giuramento

XXX.
Festival 1954
2° Festival della Canzone Napoletana
Il trionfo di Accarezzame e Scapricciatiello

XXXI.
Festival 1955
3° Festival della Canzone Napoletana
Primo premio Capri della Canzone Napoletana

XXXII.
Festival 1956
4° Festival della Canzone Napoletana
Un doppio Festival a Capri
Tu vuò fà l’americano diventa un successo mondiale

XXXIII.
Festival 1957
5° Festival della Canzone Napoletana
Aurelio Fierro canta ‘A sunnambula
La Rai organizza la prima edizione della Piedigrottissima
Il successo internazionale di Torero

XXXIV.
Festival 1958
6° Festival della Canzone Napoletana
La 2^ edizione della Piedigrottissima
Il successo di ‘O sarracino e la fondazione della Stereo

XXXV.
Festival 1959
7° Festival della Canzone Napoletana
La terza edizione della Piedigrottissima
Il triste addio alle scene di Renato Carosone

XXXVI.
Festival 1960
8° Festival della Canzone Napoletana.
La stampa annuncia il definitivo addio dell’audizione di Piedigrotta

XXXVII.
Festival 1961
9° Festival della Canzone Napoletana
Milva e Nunzio Gallo vincono il Giugno della Canzone Napoletana

XXXVIII
Festival 1962
10° Festival della Canzone Napoletana
Renato Carosone si racconta
Mario Trevi vince il Gran Festival di Piedigrotta

XXXIX.
Festival 1963
11° Festival della Canzone Napoletana
So’ nnato carcerato: il primo trionfo di Mario Merola

XL.
Festival 1964
12° Festival della Canzone Napoletana
L’Anti-Festival della Vis Radio

XLI.
Festival 1965
13° Festival della Canzone Napoletana

XLII.
Festival 1966
14° Festival della Canzone Napoletana

XLIII.
Festival 1967
15° Festival della Canzone Napoletana

XLIV.
Festival 1968-1970
La grande crisi e la fine del Festival della Canzone Napoletana

XLV.
Festival 1971-1975
L’impegno della televisione
Il boom dei programmi televisivi dedicati alla canzone classica

XLVI.
Festival 1975-1980
III Rinnovamento: affermazione del folk-revival, sceneggiata e Telenapoli
Il nuovo boom della canzone-sceneggiata
Il fenomeno dei bambini-prodigio e dello Star-System della Galleria
I nuovi divi dello Star-System: Zappulla, Cipriani e Nino D’Angelo
Un famoso caschetto biondo canta le canzoni per le ragazzine
Il fenomeno del Trivial Sound
Il rilancio della canzone classica con Giulietta Sacco e Nino Fiore
Il nuovo Pop-Melodico napoletano ai primi posti della hit parade:
Alan Sorrenti, Alunni del Sole, Giardino dei Semplici e Ciro Sebastianelli
Il boom di Mario Musella, James Senese e Franco Del Prete:
i tre Nero a Metà che anticipano il Neapolitan Power
Con Pino Daniele si afferma il Neapolitan Power
Altri protagonisti: De Sio e Tullio De PiscopoNapoli in televisione
Il quarto rinnovamento della canzone napoletana

Description

UN LAVORO IMMANE ARRICCHITO FINO AL 1980

Nella seconda metà degli anni ’70, nonostante questo gigantesco movimento intorno alla musica partenopea, l’indiscusso leader della canzone napoletana è Pino Daniele che tra il 1976 e il 1980 porta ai primi posti della hit parade la musica partenopea, lanciando un nuovo movimento soprannominato Neapolitan Power (anche Napule’s Power).
La Neapolitan Power è una commistione esplosiva tra rhythm & blues, melodia napoletana e jazz elettrico, con un tocco pure di tarantella e rock’n’roll. In termini tecnici, la Neapolitan Power è una fusion.
Questo nuovo sound, almeno per Pino Daniele, nasce in casa, poiché, quando era piccolo il padre ascoltava Glenn Miller, il boogie-woogie e la musica napoletana, mentre lui consumava i dischi di Elvis Presley. Il vicino di casa ascoltava Zappatore e Lacreme napulitane di Mario Merola, cosicché tra tutto questo miscuglio di musica, le sue orecchie si sono fuse e ne è venuto fuori il Neapolitan Power, ossia una nuova musica partenopea fortemente contaminata.
Pino Daniele inizia giovanissimo a suonare il basso con la band Napoli Cen­trale di James Senese e quest’ultimo ricambia il favore suonando il sax negli al­bum Pino Daniele (1979), Nero a metà (1980) e Vai mò (1981), ossia nella mitica trilogia in cui nasce il soul-blues partenopeo.
Con Pino Daniele si apre una fase nuova, con il blues che mantiene un forte legame con la lingua d’origine. Ben oltre il potere evocativo della parola simbolo, l’inglese ritorna con grande frequenza nei testi, nei quali le frasi si completano con parole dialettali e inglesi e, in un gioco altalenante, la frase inglese si completa con quella in napoletano, recuperata da Daniele per le sue potenzialità ritmiche (a partire dalla ricchezza delle parole tronche) e soprattutto caratterizzata da un contesto lontanissimo da quello della canzone tradizionale, ossia lontano dalla stereotipata immagine tutta melodia e sentimento.
Così, nella Napoli a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quella presa nella morsa della nuova camorra organizzata, sconvolta dalle epidemie di colera e brutalizzata dalla speculazione edilizia e che i giornali esteri definiscono la Calcutta d’Europa, Pino Daniele autoproclamandosi il nuovo Masaniello risponde con poche parole, per niente banali: Nun ce scassate ‘o cazzo!.
Primo di sei figli di un lavoratore portuale, Pino Daniele nasce a Napoli nel 1955, in un vicolo a ridosso del monastero di Santa Chiara. Dopo un breve corso di lingue straniere, preferisce lo studio della chitarra: prima come autodidatta, poi a scuola. La prima esperienza di rilievo è col gruppo jazz-rock Batracomiomachia. Nel 1976, avviene l’incontro con James Senese, il sassofonista dei Napoli Centrale, che lo arruola nel gruppo come bassista. Di poco successivo è l’incontro con il batterista e percussionista Rosario Jermano, la cui collaborazione contribuisce ad affinare la ricerca di quel nuovo sound na­poletano, a cavallo tra il blues e la tradizione, di cui è testimonianza il 45 giri uscito poco dopo per l’etichetta discografica Emi: Che calore/Furtunato.
I due brani anticipano la pubblicazione di Terra mia, l’album d’esordio del 1977 in cui Daniele prova a riassumere, come ricorda lui stesso, le speranze e le amarezze d’una stagione irripetibile di sogni e di impegno sociale, ossia quella del ’68 con i suoi i movimenti giovanili di protesta contro l’autoritarismo e la nuova coscienza di tanti settori della società fin’ora silenziosi. In Terra mia, Napoli viene ritratta con un sorriso beffardo565, ma più spesso con un’amarezza che impallidisce nel furore iconoclasta566. La canzone Napule è rappresenta la rinascita della canzone partenopea: un inno moderno, con una melodia senza tempo, di una città da amare visceralmente fino a dolersi della sua condizione sporcata dal degrado.
Con il successivo album del 1979, dal titolo Pino Daniele, l’artista crea il primissimo ponte tra la tradizione napoletana e quella americana, con i soliti spunti melodici che raccontano sia l’amore come nella canzone Je sto vicino a te, che la rabbia che si trasforma in viscerali sfoghi come nella canzone Je so’ pazzo.
Un anno dopo arriva il 33 giri Nero a metà che diventa il capolavoro, la punta di diamante del cosiddetto Neapolitan Power: un irresistibile meticciato musicale in cui vengono fusi rock blues, ritmi latini e melodia, con testi costruiti da Daniele con una lingua originalissima, partendo da quella napoletana e mescolandola con l’italiano e un inglese vagamente alla Carosone.
In Nero a metà i brani di matrice tradizionale sono arrangiati con una tale classe e perizia da sembrare gli episodi più moderni del disco: Appocundria è sostenuta da un elegantissimo intreccio di spagnoleggianti chitarre classiche; Alleria è un malinconico jazz pianistico che sembra navigare da Mergellina ad Ellis Island; Quanno chiove è un gioiello incastonato tra arpeggi brasiliani, un tappeto fluido di tastiere e il limpido sassofono di James Senese.
Nel 1981, l’album Vai mò completa il discorso, col picco di Yes I know my way e altri indovinatissimi motivi, quali Che te ne fotte, Viento ‘e terra e Nun ce sta piacere. Daniele, impareggiabile chitarrista blues, si circonda di fenomeni (James Senese, Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo) e raccoglie i frutti di questa fusion che lui chiama taramblù, per significare la mescolanza di tarantella, rumba e blues; il grande pubblico, infatti, si lascia conquistare dal Neapolitan Power e il 19 settembre 1981 ben duecentomila persone accorrono al concerto gratuito che tiene in piazza Plebiscito. Coi suoi testi, il cantautore provoca un processo di immedesimazione totale in quel pubblico alternativo che con gli anni Ottanta diventava sempre meno politicamente rivoluzionario e sempre più privo di punti di riferimento solidi, a parte forse la cannabis e Diego Maradona. Inoltre, si concretizza il rinnovamento del linguaggio attuato con le parole della strada: un linguaggio che deriva da una fusione tra il napoletano, l’italiano e una specie di inglese da bancarella.
Bella ‘mbriana del 1982 inaugura una nuova fase della carriera del cantautore, più decisamente spesa ad arrivare a una sorta di world music in cui il rhythm & blues e il funky sono sempre più contaminati da ritmi africani, mediterranei e modernamente jazz: addirittura in Maggio se ne va c’è l’importante intervento di Wayne Shorter alla tromba.
Dalla seconda metà degli anni ’80, dopo la pubblicazione degli album Musicante e Ferry boat, si verifica il passaggio dal napoletano all’idioma nazionale che giova alle vendite dei dischi di Pino Daniele, anche se negli album c’è sempre almeno una canzone napoletana e ‘O scarrafone è tra quelle di maggior successo. Probabilmente la vera novità è che il cantautore si è messo a scrivere in italiano e lo fa pure molto bene come nel 1992 quando firma Quando, una delle sue ballate più riuscite.

Ancora nello stesso periodo, oltre Pino Daniele, altri due artisti emergono in maniera esplosiva: Teresa De Sio e Tullio De Piscopo. Anche questi cantanti, inventandosi contaminazioni e nuovi modi di interpretazioni, caratterizzano la canzone napoletana, svecchiandola dagli antichi canoni e la riportano, dopo tanti anni, ai primi posti della hit parade.
Teresa De Sio, dopo alcuni trascorsi con i Musicanova, inizia la carriera da solista nel 1980 con il 33 giri Sulla terra sulla luna con brani in lingua e in dialetto napoletano che presentano combinazioni folk, rock e jazz. Il brano di punta è ‘O sole se ne va di De Sio e Gigi Di Rienzo che diventa la sigla del programma televisivo del sabato sera Fantastico. Poi, nel 1982, vende mezzo milione di copie con Voglia ‘e turnà567 di De Sio e Francesco Bruno. La novità della canzone sta nell’uso delle voci armonizzate, una caratteristica che la cantante usa, poi, anche per altri brani. Dal 33 giri sono tratti altri motivi che ripetono lo stesso successo, in particolare Aumm aumm di De Sio e Gigi Di Rienzo, canzone dal ritmo moderno che presenta contaminazioni provenienti dall’antica tarantella. Per nulla turbata dalla responsabilità di bissare il risultato, la cantante prosegue la sua personale ricerca e ripete lo stesso trionfo nel 1983 con il 33 giri Tre che vende quattrocentomila copie e lancia altre nove canzoni, tutte in dialetto napoletano. Solo il motivo ‘E pazzielle presenta le voci armonizzate come per Voglia ‘e turnà. Tra i brani di punta: Oilloco, Dindimbò e Terra ‘e nisciuno.
Nel 1985, il disco Africana è pubblicato anche per il mercato estero: Francia, Germania e Inghilterra. Le canzoni diventano più rock e solo alcune sono in dialetto, tra cui le delicate Veneno e vanno di De Sio e Brian Eno e Sotto ‘o cielo di De Sio.
Nel 1986, l’artista dimostra tutta la sua conoscenza, lo studio e soprattutto la passione nei confronti della canzone antica napoletana, pubblicando il 33 giri Toledo e Regina che contiene delle raffinatissime riletture di dieci brani datati: Passione, Palomma ‘e notte, Piscatore ‘e Pusilleco, I’ te vurria vasà, Santa Lucia luntana, Maggio si tu, Era de maggio, Voice ‘e notte, Marzo e Serenata napolitana. Le canzoni sono rivisitate con delicatezza e partecipazione e si avvalgono della scrittura degli archi di Paul Buckmaster e degli arrangiamenti di Enzo Vitolo e Buckmaster. La caratteristica di questo album è che è cantato e suonato interamente dal vivo, con registrazioni in diretta. Per tutti gli anni ’90, la De Sio propone molti altri dischi, ma quasi tutti di matrice italiana. Fa un ritorno al passato negli anni duemila con i dischi A sud a sud e Sacco e fuoco, ma ormai la sua stella è tramontata.
Tullio De Piscopo, batterista, cantante e compositore, dopo diversi trascorsi, nel 1975 intraprende la carriera da solista registrando il 33 giri Sotto e ‘ncoppa con brani di Sante Palumbo, Giorgio Baiocco, Sergio Farina, Gigi Cappellotto e dello stesso De Piscopo. Tra le canzoni di punta ‘A cozzoca, ‘O sipario, ‘O miracolo addà venì. L’anno successivo, ancora brani in dialetto nel secondo 33 giri: ‘O stadio, ‘O munno gira e Funiculì funiculà.
Ma è nel 1983, con Acqua e viento, il suo terzo album da solista, che si afferma a livello nazionale ed anche europeo. Il disco è trainato dalla canzone di Pino Daniele Stop bajon (sottotitolata Primavera). Nel 33 giri, oltre Daniele, anche brani di Joe Amoruso e Peppe Lanzetta. Si conferma nel 1985 con l’album Passaggio ad Oriente che contiene i brani E fatte e sorde! E?, Luna nova e Radio Africa. In particolare, la prima canzone firmata da De Piscopo diventa un grande successo radiofonico. Nella seconda metà degli anni ’80, la carriera dell’artista continua a decollare con importanti partecipazioni al festival di Sanremo, al festivalbar e a Vota la Voce, ma il suo percorso, su imitazione di Pino Daniele e di Teresa De Sio continua con la canzone in lingua, su ritmi jazz-pop.
Terminato il nostro studio sui cento anni della canzone napoletana, c’è da dire che al di fuori del secolo esaminato avviene un nuovo rilancio, precisamente il quarto, che si verifica all’inizio degli anni ’90.
Succede che dalla seconda metà degli anni ’80 scoppia una nuova crisi della canzone napoletana: i vari Pino Daniele, Teresa De Sio, Tullio De Piscopo, Eduardo De Crescenzo, Enzo Avitabile e altri leader passano alla canzone italiana; la sceneggiata perde interesse e con essa pure i suoi protagonisti. Anche Nino D’Angelo che ha sempre cantato in napoletano, si presenta per la prima volta al Festival di Sanremo nel 1986 con un brano in lingua. Solo pochissimi artisti, tra cui Enzo Gragnaniello, Valentina Stella e Lina Sastri, riescono in qualche modo a svincolarsi da questa nuova ondata di crisi.
Poi, ancora una volta la musica napoletana si rigenera e dalle imbrattate cantine dei centri sociali universitari e dalle televisioni private campane più becere, esplodono due fenomeni destinati a riportare ai primi posti della hit parade la canzone napoletana: la musica politica-sociale Vesuwave e la musica neomelodica.
Entrambi i fenomeni si affermano all’inizio degli anni ’90. La musica Vesuwave è una nuova forma di canzone napoletana in chiave dub e raggamuffin con testi dai forti contenuti sociali, mentre la musica neomelodica è una nuova forma di canzone napoletana dove i testi abbandonano definitivamente i valori morali della famiglia, dell’amore e dell’amicizia, per affondare la lama nei tradimenti d’amore, nelle cattive compagnie, nel sesso facile, nelle malevolenze e nelle inimicizie.
Ognuno di questi due movimenti si differenzia anche nel modo con cui s’interpreta il brano: nel primo caso il canto è quasi parlato e spesso arrabbiato e presentato in forma rap; nel secondo caso il canto è frequentemente nasale e i ritornelli sono eseguiti con degli stop e dei cambi di registro nel vibrato.
Anche i look contraddistinguono fortemente i cantanti dei due gruppi: nel primo caso regnano tatuaggi, capelli colorati attaccati con una varietà di elastici e bandane e abbigliamento essenziale e trasandato (spesso jeans e semplice t-shirt bianca); nel secondo caso l’estetica è fondamentale: dominano forti trucchi e gelatine, importanti acconciature e vestiti assai appariscenti, spesso luccicanti, abbronzature da centri estetici e fisici palestrati.
I leader della musica Vesuwave sono gli Almamegretta, i 99 Posse e i 24 Grana che riportano la canzone napoletana ai primi posti della hit parade. Con loro anche i Balaperdida, i Polina e gli A 67. Con queste band, la canzone napoletana è ritmicamente contaminata dal reggae e dalla ritmica afroamericana: si mischia la tradizione mediterranea con i sofisticati suoni elettronici della dance più ricercata e soprattutto del dub, ossia della manipolazione elettronica del reggae giamaicano.
I leader della musica neomelodica sono riscontrabili in Gigi D’Alessio, Maria Nazionale e Gigi Finizio che portano la musica dialettale alla popolarità nazionale. Altri leader sono Ida Rendano, Ciro Ricci, Antoine, Tommy Riccio, Luciano Caldore, Antonio Ottaiano, Gino Da Vinci, Enzo Caradonna, Sergio Donati, Franco Ricciardi, Brunella Gori, Rosy Viola e molti altri.
Per circa dieci anni, cantando sempre in napoletano, tutti questi artisti invadono i festival, la televisione e le radio. Da un lato si canta Sanghe e anema, ‘O bbuono e ‘o malamente, Curre curre guagliò, Sanacore, ‘O cardillo, Stai-mai-ccà, Kevlar, Introdub, Fattallà, Figli di Annibale, Kanzone doce, Cerco tiempo e altre.
Dall’altro lato si canta ‘O latitante, Toccami toccami dai, Annarè, Cient’anne, Ciao mamma, Chillo va pazzo pe’ te, Pazzo d’amore, Ragione e sentimento, Notte senza luna, Lascia stare mio marito, 167, Sto venenno addù te, Che succiese stasera e altre.
Grazie a questa nuova onda, anche la tradizionale canzone napoletana torna alla ribalta: Enzo Gragnaniello canta Alberi con Ornella Vanoni e il capolavoro Cu mme con Mia Martini e Roberto Murolo; Valentina Stella esplode con Mentecuore e ‘A città ‘e Pulecenella; Pietra Montecorvino si afferma con Murì. Addirittura il Festival di Sanremo torna ad accogliere la canzone napoletana, cosicché nell’edizione del 1992 Lina Sastri e la Nuova Compagnia di Canto Popolare presentano Femmene ‘e mare e Pe’ dispietto e Roberto Murolo e Ninè nell’edizione del 1993 eseguono rispettivamente L’Italia è bbella e Femmene.
Infine, anche l’antica canzone partenopea si rinverdisce con il rilancio nazionale e internazionale di capolavori quali ‘A casciaforte, Reginella, Maruzzella, Anema e core, Luna rossa e molte altre, ad opera di Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana.

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Editorial Review

UN LIBRO CHE RIPERCORRE TUTTE LE TAPPE DELLA MUSICA NAPOLETANA

DA PIEDIGROTTA AL FENOMENO DEL TRIVIAL SOUND, AI NEOMELODICI

 

 

Un altro fenomeno della canzone napoletana che nasce nella seconda metà degli anni ’70 è quello del turpiloquio nei testi. Volgarità, parolacce, oscenità sessuali e quant’altro sono le caratteristiche principali di molte canzoni che addirittura oltrepassano i confini regionali per raggiungere i primi posti della hit parade. I capisaldi di questo fenomeno sono l’Anonimo Napoletano e le Lucciole, seguiti a ruota dagli Squallor.
Dietro il nome d’arte dell’Anonimo Napoletano si nasconde il maestro Augusto Visco che, nel 1976, ha l’idea di incidere per l’etichetta Europlay555 un 33 giri di macchiette cantate senz’arte, praticamente ironizzando sulla sua stessa vocalità, assai limitata. Questo primo esperimento si ferma soltanto su questa caratteristica, scegliendo un repertorio antico fatto di doppi sensi, ma senza nulla di esplicito. Visco ripete l’operazione nel 1977, aggiungendo, però, alle selezionate canzoni antiche a doppio senso anche due nuovi brani molto spinti: Gelsomina e ‘O nguacchio, la prima firmata da Alberto Sciotti e Tony Iglio e la seconda da Sciotti e dallo stesso Visco. I due brani lavorano sul doppio senso e usano un linguaggio poco poetico, anche se non esageratamente scollacciato. Le buone vendite dei 33 giri invogliano Augusto Visco a seguire l’insolito percorso artistico e anche il terzo album del 1978 è simile a quello precedente con vecchie e nuove canzoni, tra cui ‘O ‘nguacchiato di Nino Castiglia e Visco, Nel tukul di Sciotti e Visco e Donna Letizia di Enzo Riccio e Tony Iglio.
Più sfacciato nei testi è il quarto album Bentornato Anonimo Napoletano del 1979 nel quale si penetra sicuramente nel Trivial-Sound con l’utilizzo di un idioma molto volgare, anche se le parolacce non sono associate al sesso ma al linguaggio parlato, tipico dei napoletani. Tra i brani ‘Na strunzata di Antonio Moxedano e Gennaro Ricci, Cessa di far così di Nino Castiglia e Carmine Lafortezza, Arbitro cornuto di Vincenzo Velotti e Lafortezza.
Senza freni inibitori è il gruppo Le Lucciole, formato da quattro travestiti nell’arte e nella vita che, sulla scia del successo dell’Anonimo Napoletano, iniziano, partendo dal 1977, una discografia dove le volgarità e le parolacce sono parte inscindibile di tutti i testi delle canzoni, anche quelle parodiate, quali ‘Na sera ‘e maggio, Napule bello, Te lasso, Scusate ‘na preghiera, ‘E ppentite, ecc. ecc..
Il gruppo Le Lucciole è formato da Alberto detto ‘A russulella ‘e ‘ncopp’’e Quartiere; Leopoldo detto La Leopoldiana; Antonio detto ‘A schiavuttella, Arturo detto La Veranda e Vincenzo detto ‘A pullera. Quest’ultimo, in conflitto per il ruolo di prima donna con ‘A schiavuttella, abbandona dopo i primissimi successi il gruppo per formarne un altro, chiamato Le Coccinelle, con Tonino e Gennaro delle Coccinelle.
Le Lucciole inizialmente registrano solo delle scenette comiche dove la musica fa da sottofondo e trovano mirabile successo con il 45 giri pubblicato dall’etichetta Vagabondo ‘O rusario/’A tumbulella. In quest’arco di tempo fanno il verso alle più popolari Sorelle Bandiera, dopodiché si orientano sulle figure delle sciantose peccaminose per la produzione dei successivi 33 giri. Nei testi di questi dischi, oltre cinque album pubblicati a cadenza annuale, regnano gli organi genitali maschili e femminili, affiancati da languidi sospiri di sesso e da una serie di parolacce, tra le più volgari e spietate. Le canzoni e le scenette si presentano firmate da Anderson o da R. Marano, probabili pseudonimi mai svelati. Indiscutibile il successo delle Lucciole che registrano trionfali tournèe nei teatro Biondo di Palermo, Alfieri di Torino, Smeraldo di Milano, Petruzzelli di Bari e Salone Margherita di Napoli. Siccome nei loro richiestissimi spettacoli serve anche una figura maschile, questa è impersonata da Arturo detto La Veranda, l’unico elemento del gruppo che non veste mai i ruoli femminili se non eccezionalmente. Insolitamente, nella vita privata nessuno degli elementi del gruppo si prostituisce, come da consuetudine napoletana del periodo. Infatti, Arturo vende sigarette di contrabbando nel quartiere della Duchesca, Leopoldo è cameriera in case nobiliari di Posillipo, Alberto è rammariello, ossia vende porta a porta corredi per spose, Antonio lavora come lavandaia e stiratrice.
Sull’esempio dell’Anonimo Napoletano ma soprattutto su quello delle Lucciole, il gruppo degli Squallor556, a partire dal 1979, va oltre l’impossibile e porta il turpiloquio napoletano ai primi posti della hit parade. L’arma vincente del gruppo è la creazione di una gradevole musica, assai orecchiabile, che rende i testi meno pesanti di quelli che realmente sono. In effetti, il successo di canzoni quali Curnutone, Mia cara miss, ‘O tiempo se ne va, Damm’’e denare, Iammoncenne, Chi cazzo m’o fa fa, ‘O ricuttaro ‘nnammurato, E’ a murì Carmela, ‘O camionista sta nel mestiere degli autori che, pur ironizzando, prendono sul serio i brani e li costruiscono come se fossero delle canzoni da presentare al Festival di Sanremo. In altre parole, rispetto ad un brano dell’Anonimo Napoletano o delle Lucciole, c’è tanta alta qualità in tutto, dagli arrangiamenti ai cori, dalle orchestrazioni ai testi, ecc. ecc. Ciò non toglie che le canzoni raccontano solo di tradimenti, di atti sessuali singoli e di coppia, di organi genitali e di una serie infinita di parolacce.

Parallelamente ai cantanti pop e a quelli folk, emerge la categoria dei cantanti specializzati nel repertorio classico. Infatti, nella seconda metà degli anni ’70 si affermano come leader del settore due artisti che vendono, solo a livello regionale, un numero considerevole, inaspettato e inimmaginabile di copie dei loro album: Giulietta Sacco e Nino Fiore, due voci potenti e particolari che ben si sposano con il genere classico. I due artisti diventano le punte di diamante delle case discografiche Hello557 e Phonotype558. La particolarità della discografia di questi cantanti sta nel recupero storico di brani antichi dimenticati e addirittura di motivi inseriti nei fascicoli di Piedigrotta dei quali non esiste alcuna traccia sonora.
Giulietta Sacco, classe 1944, nativa di Maddaloni, diventa in breve la classica rappresentante del canto tradizionale, dotata di un forte temperamento drammatico e di una voce melodica di vastissima estensione, abile nel gorgheggio e con modulazioni virtuosistiche che, in principio, riecheggia Gilda Mignonette e che in seguito si ispira ai canti popolari e al fado di Amalia Rodriguez. Tra il 1970 e il 1972, con le particolari orchestrazioni di Tonino Esposito, registra quattro album che trovano grandissimo successo tra il pubblico estimatori e che oggi sono oggetti di culto, di studio e di collezionismo: Giulietta Sacco Volume 1 e Volume 2, Poeti e Musicisti dell’800/900 Napoletano, Poeti e Musicisti dell’800. Il trionfo continua con l’etichetta Zeus; la Sacco registra tra il 1973 e il 1976 ben nove album con le orchestrazioni di Augusto Visco: Amore passione e folklore, Stornellando con Giulietta Volume 1 e Volume 2, Nostalgia di mandolini, Canta Sorrento, Manname ‘e cunfiette, Profumo di ginestre, ‘Mbraccio a te, A Giulietta Sacco queste nostre canzoni.
Il successo di questi dischi lo si trova anche nel repertorio che l’artista propone: non solo canzoni classiche napoletane, ma anche stornelli e classici italiani, nonché diversi brani inediti che incredibilmente diventano delle evergreen, oggi recuperati e cantanti dalle nuove generazioni, quali: Dicitencelle e N’ora d’ammore di Alberto Sciotti e Augusto Visco, E te perdutamente di Enzo Di Domenico, Cara signora di Antonio Rispoli e Enzo Di Domenico, Profumo di ginestre di Gaetano Amendola e Augusto Visco.
Tra i brani classici rilanciati dalla Sacco ricordiamo Mast’Attore, Tre feneste, Tridece mise, Voglio a tte, Fantasia, Connola senza mamma, Pupazzetti, Napule d’’e ccanzone, ‘A casa d’’e rrose, Miss Pummarola, Mio carissimo Pasquale, Bellavista e altri.
Nino Fiore, classe 1936, soprannominato il gorgheggiatore della canzone partenopea per il suo personalissimo stile di canto, parallelamente alla sua attività, dal 1965, si dedica anche allo studio dei classici napoletani e, con l’etichetta KappaO559, inaugura ben due serie discografiche che ottengono un enorme successo: Napoli eterna melodia e Canta Napoli. Le due collane, ognuna formata da sei album, racchiudono tra le più belle canzoni partenopee dall’Ottocento e della prima metà del Novecento. Da precisare che i 33 giri che compongono le serie sono pubblicati in tempi diversi. Così il primo volume di Napoli eterna melodia è del 1965 mentre il sesto del 1985; il primo album di Canta Napoli è del 1965 mentre il sesto del 1974.
Anche Nino Fiore, parallelamente alla canzone classica, propone nuove canzoni napoletane e molte di queste ottengono un buon successo, in particolare quelle presentate a Un Disco per l’Estate e al Festival della Canzone Napoletana: Malacatena, Ricordo ‘e ‘nnammurate, Cara busciarda, Calamita nera, Accarezzame nun me vasà, ‘A malanova, Santa Lucia d’’e marenare560, ecc. ecc.
Tra i brani classici rilanciati da Fiore ricordiamo Napule è chino ‘e femmene, Qui fu Napoli, Campagnò, Ninuccia, Vommero e Margellina, Sunnanno a Pusilleco, Vommero mio, ‘A canzone d’’e marenare, Sole e altri.
Altri due artisti, anche se in minor misura rispetto alle strepitose vendite discografiche della Sacco e di Fiore, si posizionano ai primi posti del settore classico e sono Tony Bruni e Angela Luce che incidono per le etichette Phonotype e Hello.
Tony Bruni, classe 1931, siciliano di Palermo, ma trapiantato a Napoli, dopo i primi successi con canzoni nuove napoletane registrate per l’etichetta discografica Combo, comprese quelle festivaliere, tra il 1971 ed il 1980 batte un record storico, ossia quello di incidere in nove anni per la Phonotype ben sedici album, con una media di quasi uno ogni sei mesi. Il cantante, a livello regionale, vende moltissimo, tanto è vero che alcuni dischi, tra cui quello di gran successo del 1975, Carrettino siciliano, sono distribuiti dall’etichetta Ricordi. La strategia di Bruni è quella di registrare, per ogni 33 giri, un lato di sole canzoni classiche ed un altro di canzoni inedite. Grazie a lui, molte canzoni sono recuperate e riportate a memoria storica, tra cui ‘A cemmenera, Nun sposa cchiù, ‘A casa d’’e rrose.
Parallelamente alla canzone classica, Bruni propone nuove canzoni napoletane e molte di queste ottengono un buon successo, in particolare Carrettino siciliano, ‘A gnora mia, Vita ‘e notte, Lettere bruciate, ‘Na grande artista, Canzona ‘e carrettiere, Riggina ‘e marciapiede, Senza ‘na lacrema. Molte di esse diventano anche trionfanti sceneggiate.
Angela Luce, la cantante e attrice di teatro e di cinema, classe 1937, è penalizzata, rispetto agli altri artisti, dalla sua breve discografia, anche se assai valorizzata dalla qualità e dalla scelta dei brani. La Luce, nel biennio 1972-1973, registra per l’etichetta Phonotype ben quattro 33 giri: Angela Luce, Dedica a…, Dammi un bacio e ti dico…, Che vuò cchiù. In particolare il primo album ottiene un gran successo con la verace interpretazione di Bammenella e la sanguigna esecuzione di L’ultima tarantella per la quale vince la Maschera d’Argento. Nel 1974, passa all’etichetta Hello e in tre anni incide cinque album: Angela Luce, Cin cin con Sanremo, E a Napule ce sta, Poesie dette da Angela Luce, Cafè Chantant. Anche con la nuova etichetta, la Luce continua il percorso di rispolvero di antichi brani che, altrimenti, sarebbero stati velocemente dimenticati. E a Napule ce sta è il disco con più rilanci: Te ne vaie, Chitarra nera, L’urdemo ‘nnammurato, Tre ‘nnammurate, No tu mi ‘a fa ffà, Anema nera.
Anche Angela Luce, parallelamente alla canzone classica, propone nuove composizioni napoletane e molte di queste ottengono un buon successo, in particolare Che vuò cchiù, ‘O divorzio, ‘A primma ‘nnammurata, Pulecenella ‘e mò, Io rido pe’ nun chiagnere, N’ata nuttata, ‘Na preghiera napulitana e altri.
Grazie alla Luce, alla Sacco, a Fiore e a Bruni molte canzoni napoletane antiche sono diventate delle evergreen: il loro recupero è stato fondamentale ed essenziale.

Sempre nella seconda metà degli anni ’70, bisogna rilevare l’affermazione di cantanti napoletani che con la canzone partenopea hanno poco a che fare, anche se questa non manca nel loro curriculum: Alan Sorrenti, Alunni del Sole, Giardino dei Semplici, Ciro Sebastianelli. Il loro percorso artistico si identifica con la canzone in lingua, ma ognuno di loro, con una brevissima escursione, portano in hit parade la canzone napoletana. Tutti questi artisti lanciano brani partenopei quando già sono all’apice della popolarità.
Alan Sorrenti, musicista napoletano complesso che affida la sua comunicazione, oltre al testo, all’uso della voce-strumento e ad elaborazioni musicali a cavallo tra tradizione e sperimentalismo, si posiziona nel 1972 sulla scena della musica d’avanguardia che pone nuovi messaggi musicali. Fin dal suo primo disco acquista grande visibilità. Nel 1974, consolidato come il nuovo leader del rock progressive, porta in hit parade il 45 giri della canzone classica Dicitincello vuie, appositamente rivisitata in una versione allucinata e psichedelica che fa gridare allo scandalo, soprattutto dai puristi festivalieri. Due anni, dopo, Sorrenti porta un altro brano napoletano in hit parade: Sienteme, motivo dall’arrangiamento funky di David Kahne, di cui Sorrenti è autore sia del testo che della musica. Un ultimo brano, il cantante lo incide nel 1977 ed è nuovamente un classico napoletano, Passione, inserito nel fortunato disco Figli delle stelle. In questo caso, l’artista che è passato al pop-melodico, ne fa una versione moderna, ma lontana dalle sonorità progressive e allucinate dei pezzi precedenti. In seguito al gigantesco successo di Figli delle stelle, continua la sua discografia sul versante pop abbandonando definitivamente la canzone napoletana.
Anche gli Alunni del Sole usano la canzone napoletana in maniera diversa, rispetto ai vari Pino Daniele, Teresa De Sio, Tullio De Piscopo o Gigi D’Alessio561. Infatti, si dedicano al dialetto quando già sono all’apice della notorietà.
Il lancio del gruppo avviene nel 1968 nel programma televisivo Speciale per Voi condotto da Renzo Arbore. A capo degli Alunni del Sole è il napoletano Paolo Morelli, cantautore, musicista e leader, autore della maggior parte dei brani. Per tutta la prima metà degli anni ’70 il gruppo è diventato assai popolare per i successi ottenuti a Canzonissima, Un Disco per l’Estate ed al Cantagiro; i 45 giri si posizionano sempre ai primi posti della hit parade. Poi, nel 1977, Paolo Morelli decide di scrivere e cantare ‘A canzuncella, una canzone in dialetto napoletano che ottiene un successo incredibile. Presentata nella trasmissione televisiva Discoring, il relativo disco balza immediatamente al primo posto nella superclassifica e sfiora la vittoria al Festivalbar.
‘A canzuncella viene tradotta in altre lingue e ripete in Europa lo stesso successo italiano. In Francia è cantata da Joe Dassin con il titolo Quand on sera deux; in Olanda è interpretata da Willem Duyn col titolo Ik dacht niet te kunnen leven; in Spagna è cantata da Dyango col titolo Cancioncilla; in Germania è eseguita da Jurgens Marcus col titolo Davon stirbt man nicht.
Nel 1979, Paolo Morelli ci riprova e scrive e canta Tarantè, un altro brano in dialetto che sfiora la vittoria al Festivalbar, il cui disco balza ai primi posti della hit parade. Nel relativo 33 giri, oltre a Tarantè, gli Alunni del Sole incidono Canzone int’’o suonno e Carmè. Interessante il testo di quest’ultima canzone che inizia facendo il verso all’antica Lacreme napulitane. Altri brani napoletani saranno inseriti nei 33 giri dagli Alunni del Sole nella prima metà degli anni ’80562, ma questi non ripetono lo stesso successo dei precedenti.
Il Giardino dei Semplici è un gruppo con la maggior parte dei componenti che provengono dai gruppi Campanino e Alti e Bassi. Poi, nel 1975, cambiando il nome in Il Giardino dei Semplici563, la band capitanata da Gianni Averardi debutta al Festivalbar e ottiene un immediato successo con il brano M’innammorai. A ridosso di questa fortunata canzone estiva, il gruppo registra il 45 giri Tu ca nun chiagne, un rifacimento pop-rock dell’antico brano di Libero Bovio che viene utilizzato come sigla iniziale del ciclo televisivo di film dedicato a Francesco Rosi. Il disco si classifica al terzo posto in hit parade e vince il disco d’oro. Purtroppo, per la canzone napoletana è solo una brevissima parentesi, anche se fortunata, perché il gruppo prosegue la carriera dedicandosi esclusivamente alla canzone italiana, partecipando al Festival di Sanremo, a Saint Vincent e al Festivalbar. Poi, nel 1979, ritorna la musica partenopea nel disco B/N (Bianco e Nero) nel quale Gianni Averardi e Gianfranco Caliendo firmano ben cinque canzoni in dialetto: Tira a campà, Pulicenella và, Pe’ tte, ‘A festa a Sanità e Ricuordate. Inoltre, ripetendo il precedente rifacimento, sempre in una versione pop-rock è registrata l’antica Munasterio ‘e Santa Chiara che diventa anche il brano leader dell’intero disco. Un ultimo brano napoletano viene inserito nel 1982 nell’album E amiamoci ed è ‘Na sciocchezza di Gianfranco Caliendo e Andrea Arcella. Bisogna, però, precisare che le nuove canzoni napoletane del gruppo vanno in classifica perché incluse in album dove il brano trainante è in lingua. Molte canzone dialettali sono incluse, invece, nei dischi degli anni ’90 e a seguire, ma il gruppo non ha più la stessa popolarità di un tempo.
Ciro Sebastianelli, classe 1950, si mette in luce prima come autore per altri artisti e poi come cantante. Ottenuto un contratto con la Derby, nel 1975 incide Capelli di seta, brano che passa quasi inosservato. L’anno successivo ha l’idea di utilizzare il dialetto napoletano e, per la prima volta, scala la hit parade con il brano Vattene di Ermanno Capelli, Sebastianelli e Sergio Menegale. La canzone è scritta in italiano e solo in alcuni passaggi viene utilizzato il dialetto napoletano, strategia utilizzata nello stesso periodo anche da Franco Cipriani e, qualche tempo dopo, da Pino Daniele. Affermatosi nel 1977 con la canzone Laura, partecipa l’anno dopo nella sezione big del Festival di Sanremo con Il buio e tu, classificandosi al quarto posto. Anche questa canzone, scritta con Oscar Avogadro e Daniele Pace usa l’idioma italiano e nel ritornello il dialetto napoletano. Il successo della canzone trascina in hit parade anche il lato B del 45 giri Sì pazza di Sebastianelli che è un brano tutto in napoletano. Dotato di una robusta voce di vasta estensione, si orienta verso un rock melodico piuttosto grintoso che caratterizza tutto il suo percorso artistico. Nel relativo 33 giri anche la canzone di Totò Malafemmena rivisitata con arrangiamenti moderni. Nel 1980, torna nella hit parade con Marta Marta che rappresenta un po’ il suo canto del cigno. Il trionfo della canzone trascina in hit parade anche il lato B del 45 giri Cagnate ‘sta faccia di Sebastianelli e Sergio Pastore, che è un brano tutto in napoletano. La strategia di proporre una canzone napoletana sul secondo lato del 45 giri si ripete anche nel 1982, quando il cantante al Festival di Azzurro presenta il singolo Tenerezza. In quest’occasione, il 45 giri trascina in hit parade anche il lato B del disco: Dove vai Napoli? di Raffaele De Novellis, Sergio Pastore e Sebastianelli. La canzone riporta solo il titolo in italiano, ma il testo è tutto in dialetto. Nel 1983, durante la trasmissione televisiva Napoli prima o dopo dedicata a Libero Bovio nel centenario della sua nascita, propone una sconvolgente ma originalissima versione rock della celebre e languida canzone di Bovio e Nicola Valente Signorinella, dimostrando coraggio e professionalità. Nel 1987, trionfa al Festival Internazionale della Canzone in Olanda, presentando il brano Ischia fai sunnà di Sebastianelli che non riceve la stessa accoglienza in Italia.

La storia comincia il 1° ottobre 1943, ventidue giorni dopo lo sbarco ame­ricano sulle spiagge di Salerno, quando l’Armata del generale Clark riesce a entra­re a Napoli, trovando macerie e disperazione. Dell’Armata fa parte anche la XCII Divisione composta dai cosiddetti Buffalo Soldiers: quindicimila soldati afroamericani che in tempi di segregazione razziale sono accorpati e destinati alle zone più a alto rischio del conflitto.
Tra i Buffalo Soldiers che entrano a Napoli regalando cioccolata, sigarette e qualche 78 giri di Glenn Miller, uno si chiama James Smith e viene dal North Carolina; s’innamora di Anna Senese, una giovane ragazza del quartiere popolare di Miano e dal loro amore il 6 gennaio 1945 nasce Gaetano, quello che per tutti diven­terà James Senese. Il soldato rimane con il figlio fino al 1947, dopodiché ritorna in America, abbandonandolo al suo destino.
A qualche centinaio di metri, nel quartiere di Piscinola, c’è un al­tro figlio della guerra, più precisamente figlio di un Buffalo Soldier indiano e di una ragazza napoletana; si chiama Mario Musella e pure lui è nato nel 1945, come James. A sedici anni i due neri a metà, come sarebbero stati entrambi chiamati in seguito, si conoscono e scoprono di avere una passione in comune: la musica. James suona il sassofono, Mario suona il basso e canta: formano un gruppo chiamato Gigi e i suoi Aster con Enrico Lugani alla batteria e Gigi al piano.
Il gruppo costruisce un repertorio di cover di successi americani, allora molto richiesti nei night clubs e la band, brevemente, diventa assai nota in città: tutti vogliono ascoltare la voce black del pellerossa di Piscinola e il sax dell’afro-napoletano di Miano.
Nel 1962, l’incontro con Vito Russo (voce e piano) e nasce la band Vito Russo e i Quattro Con, nome ispirato dall’imbarcazione nel canottaggio, formata oltre che da Russo, Senese e Musella, da Ino Galluccio alla batteria e Nicola Mormone alla chitarra. Il repertorio è inizialmente il beat e il pop, per poi dirigersi verso la musica americana blues, jazz e swing. Il nuovo sound fa scalpore e molti night sono impreparati ad ospitare una band del genere, perché non sono adeguati ed attrezzati per un tipo di musica più potente e, soprattutto più rumorosa564.
Qualche tempo dopo, al night club di Capri, il Gatto Bianco, Musella, oltre che come bassista, si presenta per la prima volta come cantante interpretando in maniera straordinaria Angustia, il brano dell’artista cileno Lucho Gatica, portato al successo da Mina. In questo modo il pubblico scopre una vocalità nuova: un nuovo modo di cantare e interpretare tipico dei bluesman americani. Da questo momento diventa conosciuto come il cantante dal vocione. La formazione, dopo la partecipazione al 14° Festival della Canzone Napoletana 1966 con il brano di Raffaele Paliotti e Annibale Palmieri Diciott’anne, si scioglie e Senese e Musella, con Franco Del Prete, Luciano Maglioccola, Elio D’Anna e Giuseppe Bot­ta formano il gruppo Showmen. Anche Franco Del Prete, proveniente da Frattamaggiore, è nato nel 1945 ed è un figlio della guerra: un terzo nero a metà che suona in maniera istintiva, arrabbiata il rhythm e bleus e proviene dai gruppi Rino e gli Adolescenti, e Rolando e i Delfini del Golfo.
Da questo momento nasce la favola della band Showmen che trova il momento di gloria quando nel 1968 vince la gara canora Cantagiro con una strabiliante versione soul di Un’ora sola ti vorrei, un pezzo lan­ciato nel lontano 1938 da Lidia Martorana con l’orchestra di Pippo Barzizza.
Non è la prima volta che dei musicisti napoletani vanno a pescare nella tradizione americana; ne sono esempio Renato Carosone e Peppino Di Capri. Stavolta, però, il blues arriva per filiazione diretta e si mescola ai moduli della musica napoletana che scorre nelle vene dei tre nero a metà: una nuova forma di contaminazione genetica e culturale tra la matrice popolare dell’area nord di Napoli e quella americana.
Per questo motivo, non mancano brani napoletani nel loro repertorio: una egregia Che m’hè fatto di Raffaele Paliotti e Domenico Pirozzi che gli Showmen presentano, fuori concorso, al 18° Festival della Canzone Napoletana 1970 o l’insolita Catarì, l’antico brano di Salvatore Di Giacomo e Mario Costa trasformato in suoni black.
Poi, dopo la partecipazione al Festival di Sanremo del 1971, gli Showmen si sciolgono con Elio D’Anna che forma il gruppo degli Osanna e Mario Musella che tenta la carriera solista.
Senese e Del Prete nel 1972 fondano la band Showmen 2 che ha vita breve, dopodichè nel 1974 il gruppo dei Napoli Centrale, grazie al quale prende luce il nuovo filone musicale del Neapolitan Power.

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