17. ANGELA LUCE La dea dello spettacolo

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ANGELA LUCE, L’INIMITABILE

RINGRAZIAMENTI DI ANTONIO SCIOTTI

A fatica terminata voglio ringraziare quanti hanno collaborato alla realizzazione di questo lavoro di recupero della memoria musicale partenopea di cui il presente volume è solo una parte, anche se notevole. Si ringraziano Giovanna Castellano, Maria Rosaria Vassallo, Gianfranco Gallo, Pietro Catauro, Mariolina Cozzi-Scarpetta, Anna Sciotti, Ciro Burzo, Salvatore Avolio, Maria Tommasina La Rocca, Assunta Coccorese, Laura Bourellis, Vincenzo D’Anna, Attilio Laviano, Anna Venuso, Salvo Domina, Domenico Livigni e l’editore Arturo Bascetta.
Ringrazio principalmente mio padre, Alberto Sciotti, il suo prezioso archivio si è rivelato, ancora una volta, una fonte inesauribile e imprescindibile per la realizzazione di questo libro.

ANGELA LUCE, LA DEA DELLO SPETTACOLO

i parte

UNA PREGEVOLE E GLORIOSA CARRIERA
Prologo di Antonio Sciotti

capitolo i
ZI’ CARMILI’ ALL’AUDIZIONE DI PIEDIGROTTA BIDERI

capitolo iI
IL DEBUTTO CON EDUARDO DE FILIPPO

capitolo iII
I TRE ANNI CON NINO TARANTO/L’ESORDIO IN TELEVISIONE

capitolo iV
IL TRIONFO DI EUSEBIA OLTRE OCEANO

capitolo V
ANGELA LUCE DIVENTA BAMMENELLA

capitolo VI
I VENTI ZECCHINI D’ORO DI FRANCO ZEFFIRELLI

capitolo VII
UN DIVORZIO BURRASCOSO

capitolo VIII
UN NUDO PER PIER PAOLO PASOLINI

capitolo Ix
L’ULTIMA TARANTELLA DI BAMMENELLA

capitolo x
DIVA DELLA CANZONE NAPOLETANA

capitolo xI
DIVA DEL CINEMA E DELLA TELEVISIONE

capitolo xII
L’IPOCRISIA DI SANREMO

capitolo xIII
IL RITORNO CON GIUSEPPE PATRONI GRIFFI

capitolo xIV
UN CONTRATTO CON EDUARDO DE FILIPPO

capitolo xV
PROTAGONISTA ASSOLUTA AL CINEMA

capitolo xVI
IL CINEMA E LA TELEVISIONE IN PRIMIS

capitolo xVII
IL RITORNO A TEATRO E ALLA DISCOGRAFIA
IL DAVID DI DONATELLO E IL FESTIVAL DI NAPOLI

capitolo xviii
LA NOMINATION NASTRO D’ARGENTO
PER LA SECONDA NOTTE DI NOZZE

DISCOGRAFIA ANGELA LUCE
(33g, 45g, 78g, Cd)

Ii parte

I MIEI ANNI CON ANGELA LUCE
di Giovanna Castellano

I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X

RINGRAZIAMENTI DI GIOVANNA CASTELLANO

Ringrazio Antonio Sciotti per avermi voluto quale co-autrice per questo libro; Arturo Bascetta per aver inserito il mio nome tra gli autori della sua Casa Editrice; i lettori dei quali sarei ben felice di conoscere l’opinione. In particolare ringrazio Angela Luce per il suo affetto, per la sua amicizia, per il suo essere artista anche nella vita.

* * *

Giovanna Castellano è scrittrice e autrice di testi teatrali.
Pubblica dal 1984, quando è uscito il suo primo libro: “Ma veramente un fiore t’ispira tenerezza…”, un romanzo breve intervallato da poesie e riflessioni “fuori campo”. Per la poesia, nel ’96 e nel ’99 escono “50 momenti” e “Pensieri in volo”. Nel ’99 pubblica il libro “Caro Dio,” che ha avuto 3 edizioni e una riduzione drammaturgica spesso rappresentata nei teatri di tutt’Italia. Nel 2002 ha vinto il 2° premio al concorso di poesia “Lo stormo bianco”. Nel 2004 è stata finalista al Premio dell’Ente Teatro Miseno con i testi “Caro Dio,” e “Giulia”, classificandosi al 1° e al 2° posto; nel 2005 con la commedia “Benvenuta in famiglia!” ha ricevuto la menzione di merito per la stesura del testo più innovativo. Nel 2008 ha scritto il racconto “Un soffio tra i capelli” da cui, insieme ad Angela Matassa ha tratto l’omonimo spettacolo teatrale che ha vinto il Premio Miseno. Nel 2009, ancora in collaborazione con Angela Matassa, ha scritto “Festa di compleanno”, al testo è stato assegnato il Premio Nike per Drammaturgia. Nel 2011 ha pubblicato una raccolta di racconti in un libro dal titolo “Compito in classe – pensierini di bimba e racconti di donna”. Il libro è stato inserito come testo d’esame nel corso di Psicologia Generale dell’Università di Genova.
Nel 2015, in collaborazione con Eduardo Paola, ha pubblicato la biografia di Milly, grandissima artista del Novecento; il libro, dal titolo “Milly – la vita e la carriera di Carla Mignone”, ha riscosso notevole interesse nel mondo dell’arte ed è stato presentato, tra l’altro, al Piccolo Teatro di Milano. Nel 2017 ha pubblicato il libro “…a Napoli invece è così!”, anche da questo libro è stato tratto uno spettacolo teatrale che per la prima messinscena l’ha vista esibirsi come protagonista vincendo il Premio Miseno come migliore attrice. Ha collaborato per anni con alcuni teatri cittadini (Galleria Toledo, Teatro Totò, Teatro Orazio) curando alternativamente l’ufficio stampa, la direzione organizzativa, la direzione artistica. Ha avuto lunghe collaborazioni con i periodici Sussurri&Grida, Albatros Magazine e L’espresso napoletano. Attualmente gestisce LaVirgola.org, un blog che si occupa di costume e società fondato con altre persone che condividono i suoi interessi (giovannacastellano@libero.it; info@lavirgola.org).

– Almanacco della Canzone Napoletana 1923-1980 Vol. 2 di Antonio Sciotti (Ed. Bascetta 2021, Napoli).
– L’Enciclopedia del Festival della Canzone Napoletana 1952-1981 di Antonio Sciotti (Ed. Luca Torre, 2012)
– Nuova Enciclopedia Illustrata della Canzone Napoletana di Pietro Gargano (Ed. Magmata, Napoli, 2005).
– Le dive del Fonografo 1900-2000 di Antonio Sciotti (Ed. Bascetta 2021, Napoli).
– Dizionario della Canzone Italiana di Gino Castaldo (Ed. Armando Curcio 1990, Milano).
– Eduardo di Fiorenza Di Franco (Ed. Gremese, 1980, Roma).
– Dizionario del Cinema Italiano di Enrico Lancia e Roberto Poppi (Ed. Gremese, 2003, Roma).
– Enciclopedia del Festival di Sanremo di Adriano Aragozzini (Ed. Rusconi, Milano, 1990)
– C’era una volta il disco di Maurizio Carpinelli (Ed. Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa, 2001).
– La canzone italiana 1861-2011 di Leonardo Colombati (Ed. Mondadori, Milano, 2011).

PERIODICI: Musica e Dischi, Tv Sorrisi e Canzoni, Radio Corriere Tv, Il Mattino Illustrato, Musica Leggera, Settimana Radio, Telesette, Il Mattino Illustrato, Telecorriere, 7SereTv,. RaroPiù, Raro, Piedigrotta Bideri, Piedigrotta Rendine, Segnalazioni Cinematografiche.
QUOTIDIANI: Avvenire del Mezzogiorno, Corriere della Sera, Corriere di Napoli, La Stampa, Il Mattino, Il Mattino d’Italia, L’Unità, Roma, Il Fatto, La Repubblica.
CATALOGHI DISCOGRAFICI: Fonit, Hello, Sirio, Phonotype, Ricordi, Rca, Polosud.

* * *

Antonio Sciotti, napoletano, classe 1967, figlio e nipote d’arte, ha ereditato dal padre una mirabile collezione di cimeli legati al teatro e alla canzone napoletana.
Saggista, scrittore e storico del teatro e della canzone partenopea, si occupa attivamente di tutto il movimento relativo al recupero della memoria storica del mondo di Cantanapoli. Cura gli archivi musicali della casa editrice La Canzonetta e collabora con diversi periodici di collezionismo musicale. Direttore artistico del teatro Cortese di Napoli.
Ha scritto: Gilda Mignonette: Napoli New York solo andata (Ed. Magmata, 2008), Ada Bruges, l’ultima sciantosa di Cantanapoli (Ed. Rabò, 2010), Alcuni successi de La Canzonetta: Da Tu ca nun chiagne a Indifferentemente (Ed. La Canzonetta, 2011), Cantanapoli: L’Enciclopedia del Festival della Canzone Napoletana 1952-1981 (Ed. Luca Torre, 2012), Almanacco della Canzone Napoletana Vol. 1° 1880-1922 (Ed. Bascetta, 2020), Almanacco della Canzone Napoletana Vol. 2° 1923-1980 (Ed. Bascetta, 2020), Le Dive del Fonografo (Ed. Bascetta, 2021), I Divi della Canzone Comica (Ed. Bascetta, 2021), Isa Danieli e la dinastia teatrale dell’800 (Ed. Bascetta, 2021), La Storia della Bottega dei 4 di Libero Bovio (Ed. Bascetta, 2022), Le dive dalla vita spezzata (Ed. Bascetta, 2022), Storia delle canzoni dedicate a Ischia (Ed. Bascetta, 2023), Storia delle canzoni di Pulcinella (Ed. Bascetta, 2023), La canzone napoletana d’America (Ed. Bascetta, 2023), Storia del Festival di Piedigrotta (Ed. Bascetta, 2023), Storia della Sceneggiata Guappi di cartone dal teatro alla tv (Ed. Bascetta, 2024), Capri cent’anni di canzoni e festival dedicati all’isola delle sirene (Ed. Bascetta, 2024).

Description

UNA VITA INSIEME

di Giovanna Castellano

Nel 2007 facevo l’addetto stampa del Teatro Totò di Napoli.
Un giorno, durante la definizione del cartellone della stagione da presentare ufficialmente alla stampa, mi fu confermato dal direttore artistico una notizia che allo stesso tempo auspicavo e temevo: Angela Luce, il mito di Napoli nel mondo (sulle sue pagine social le scrivono da oltre duecento paesi toccando i cinque continenti), sarebbe stata in scena con lo spettacolo “Totò, 110 e lode”, spettacolo col quale si commemorava il grandissimo attore in occasione dei centodieci anni dalla nascita; lo spettacolo avrebbe debuttato il 31 gennaio del 2008 e sarebbe rimasto in cartellone per tre settimane, in modo da includere anche il 15 febbraio, giorno della sua nascita avvenuta nel 1898.
Auspicavo questa partecipazione perché Angela Luce è un’artista che ammiro da sempre, ero andata ad assistere ad un suo concerto al Circolo Sottufficiali della Nato e, soprattutto, ero stata spettatrice sugli spalti del Maschio Angioino quando, dopo aver cantato trenta canzoni davanti a un pubblico in visibilio e osannante, concluse la serata cantando ‘A cartulina ‘e Napule senza microfono: un evento indimenticabile e indimenticato! E quindi, per me, incontrare un’artista di tale livello era veramente eccitante; nello stesso tempo lo temevo perché, mi dicevo, “un’artista di questa caratura, una vera numero uno, chissà cosa pretenderà dalla stampa”!
E mi immaginavo nei giorni della rappresentazione molto impegnata nel mio lavoro. Non avevo assolutamente previsto ciò che poi sarebbe effettivamente successo: mentre di solito ero costretta a chiedere ai giornalisti la cortesia di una qualche citazione, con lei in scena era la stampa che cercava me per avere un’intervista, un ingresso per la recensione, una ripresa televisiva e, ovviamente, fui contattata anche dalla Rai e da Mediaset.
Bene, dopo mesi di attesa, venne il giorno della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo che si tenne nella sala della Loggia al Maschio Angioino: erano presenti tutte le “prime firme” e tanti cameramen.
Quando mi avvertirono che lei era arrivata in taxi, io andai a riceverla; per fare il lavoro di pubbliche relazioni con personaggi dello spettacolo, per definizione vanitosi e autoreferenziali, è necessario essere sempre un po’ ruffiani, fingere ammirazioni che non si provano affatto, esagerare con i complimenti senza farlo notare e questo, lo confesso, anch’io lo facevo.
In quel caso non dovetti inventare nulla: appena uscì dall’auto mi venne spontaneo dirle una frase che mi sembrò originale e che invece, nel corso degli anni che sto vivendo con lei, ho sentito migliaia di altre volte detta da altri: “Signora, ma lei è sempre bella!”
“Grazie” lei mi rispose sorridendo, “ma ci difendiamo solamente: gli anni passano”.
“Beh, noi non è che ci difendiamo tanto bene; sa, gli anni che sono passati su di me si vedono, ma lei è fantastica”, e sorrisi a mia volta.
Poi, mentre le davo il rituale benvenuto e la ringraziavo per la sua presenza, l’accompagnai al tavolo della conferenza e mi allontanai.
Mi misi in disparte, in fondo alla sala e guardavo la folla presente, per un attimo mi sentii compiaciuta del lavoro svolto, ma poi, con molto realismo, mi resi conto che il merito della buona riuscita non era da ascrivere al mio lavoro, ma solo ed esclusivamente alla sua presenza.
A quel tavolo c’erano anche Gaetano Liguori, Direttore Artistico del Teatro Totò, qualcun altro dei partecipanti allo spettacolo e, se non ricordo male, qualche rappresentante dell’Associazione che aveva allestito negli spazi del teatro la mostra “Il baule di Totò”, mostra che sarebbe rimasta aperta al pubblico, fin dalla mattina, per tutta la durata della rappresentazione. Ognuno diceva la lezioncina che aveva imparato a memoria e prendeva la sua parte di applausi, ma era evidente che gli occhi di tutti erano puntati su di lei: bella e affascinante, comunicava attraverso quegli splendidi occhi che non sanno fingere, tutte le sue emozioni.
Ad un certo punto, Liguori comunicò: “Ma voi ci pensate? Questa signora ha conosciuto Totò!”
E lei, col puntiglio di chi vuole precisare e che, poi avrei scoperto, è una prerogativa del suo carattere, intervenne diretta: “Veramente non è che l’ho solo conosciuto, con lui ho fatto tre film: “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, “Letto a tre piazze”, “Signori si nasce”.
E su quest’ultimo, immediatamente qualcuno ricordò il famoso bacio sui seni che Totò le diede in una scena del film. Risate, commenti, applausi dei presenti; ma lei, che quando decide di dire o di fare qualcosa non si ferma di fronte a nulla, si alzò in piedi e spiegò: “Scusate, ma a me piace dire le cose come stanno, quindi lasciatemi dire. Dunque, in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, avevo un ruolo molto piccolo: facevo la cassiera nel bar di Totò; in “Letto a tre piazze” avevo il ruolo di un’entraîneuse: ballavo e cantavo in un locale; e di “Signori si nasce” ora vi racconto la scena del bacio sul decolleté”.
Qualcuno tra i presenti chiese a gran voce: “Ma c’era nel copione?”
E lei, palesemente infastidita: “Un momento, sto parlando! Ho detto “vi racconto”, cosa significa “vi racconto”? Aspetti che racconto!”, poi riprese il tono cortese, colloquiale e disponibile e si dispose a spiegare come si fosse svolta la scena. Immediatamente i suoi occhi diventarono quelli del personaggio: si trasformò in Fedele, la ragazza ingenua, ignorante, distratta e un po’ annoiata che faceva la fantesca in casa di Pio degli Ulivi, interpretato da Peppino De Filippo e recitò: “Suonano alla porta, io vado ad aprire ed entra Totò (il cui personaggio era Ottone degli Ulivi, fratello di Pio – n.d.r.) tutto vestito a lutto, aveva persino il fazzoletto con cui si asciugava le lacrime bordato di nero, e disse che era morta la moglie. Allora io mi avvicinai, feci un inchino (e mimò l’inchino) e gli dissi “Condoglianze, signo’” e lui (e qui ridiventò Angela Luce), che con la faccia mi arrivava proprio all’altezza della scollatura, mi disse (e qui tornò ad interpretare) “Grazie figlia mia, pure a te” e (ritornando Angela Luce) muà-muà, mi azzeccò due baci proprio sul decolleté”.
Applausi e complimenti vennero spontanei, ma lei fermò tutti dicendo: “Un attimo, non ho finito. Io, quei baci non me li aspettavo perché nel copione la scena prevedeva i baci sulle guance” poi, sempre rivolta verso il pubblico, aggiunse “e così ho risposto anche al signore che mi ha fatto la domanda prima, (e sorrise) e io, per non ridere, mi dovetti dare un pizzicotto sulla coscia. Allora andai dal regista, Mario Mattòli, e gli chiesi timidamente, sì, timidamente perché ero molto giovane e poi mi trovavo di fronte a dei mostri sacri del cinema, di rifare la scena perché “il Principe aveva sbagliato”. Non l’avessi mai detto, Mattòli mi disse: “Ma tu sei pazza? Quella scena rimarrà nella storia del cinema italiano!” E aveva ragione perché così è stato.
Mi divertii molto al suo racconto e mai avrei immaginato che nel corso degli anni che seguirono l’avrei ascoltato centinaia, forse migliaia di volte raccontato, sempre con grande disponibilità, a chiunque chiedesse conto di quella mitica scena.
Finita la conferenza stampa, rimasi ancora un po’ con lei insieme ad alcuni giornalisti con i quali, in maniera informale, ci trattenemmo a discutere di teatro, cinema, canzone e tutte le forme di spettacolo che lei ha incontrato nel corso della sua vita. Fu così che impattai per la prima volta in un altro racconto che sarebbe diventato ricorrente in ogni intervista, in ogni incontro, in ogni occasione in cui si parlava di teatro e le si chiedeva di Eduardo De Filippo. Fu un giornalista a chiederle: “Angela, ci racconti il tuo incontro con Eduardo?”
Chi non vive queste cose non le può immaginare: quando lei racconta un episodio che ha una precisa collocazione temporale, si cala talmente nel tempo e nel luogo che le sue movenze ridiventano quelle del personaggio per cui, come raccontando l’episodio del bacio sui seni di Totò era ridiventata la fantesca Fedele, ecco la giovanissima Angela Luce che si presentava a Eduardo.
E i suoi anni (in quel momento erano 70, ma è ancora così) sparirono dal suo corpo; in quel caso, i suoi occhi, ancorché sempre bellissimi e comunicativi, riacquistarono la luminosità, l’entusiasmo, lo stupore di una giovane donna; la sua espressione le disegnò sul volto (per la verità, ancora vittorioso contro il tempo) una vitalità che solo gli anni giovanili possono dare. Fatta, in pochi secondi e, ne sono certa, in maniera del tutto inconsapevole, la trasformazione, si alzò in piedi e raccontò:
“C’era un attore della compagnia di Eduardo che era cliente di mio padre. Mio padre era un artigiano: faceva scarpe su misura e fu insignito di medaglia d’oro da un’associazione di categoria per la sua straordinaria capacità di lavorare le pelli esotiche. Io avevo letto sul giornale che Eduardo cercava nuove reclute per la sua compagnia e ogni volta che questo attore, lo straordinario Ugo D’Alessio, veniva nel negozio di mio padre, io gli chiedevo di presentarmi al Direttore (sapevo che tutti lo chiamavano così) perché, dopo aver debuttato come cantante, volevo fare l’attrice. Fui talmente insistente che D’Alessio cedette e mi accompagnò al Teatro San Ferdinando. Ero bellissima, ed ero doppiamente bella perché, oltre ad essere bella di mio, avevo la bellezza dell’asino: la gioventù.
Arrivammo in teatro proprio mentre Eduardo dava i dieci minuti di pausa durante le prove e quindi, mentre noi attraversavamo il corridoio di accesso al palcoscenico, lui scostò una quinta e ce lo trovammo di fronte.
“Uè” disse sorpreso, “D’Ale’, e voi che ci fate qua?”
“Buongiorno Diretto’, eh… sapete…, sono venuto perché questa ragazza, la figlia di un mio amico, si è messa in testa che vuole fare l’attrice”.
Immediatamente mi presentai: “Piacere Direttore, mi chiamo Angela Luce”.
Eduardo mi guardò: “Ah, volete fare l’attrice? E avete preparato qualcosa?”
“Sì Direttore, ho preparato due poesie, una di Salvatore Di Giacomo e una di Garcia Lorca” e, rivivendo quei momenti, pronunciò, com’era giusto che facesse, Garcia dando alla “c” il suono bleso. Tutti ridemmo, e lei:
“Ecco, come avete riso voi, rise anche lui e disse: caro D’Alessio, questa non ha bisogno di provino! Andate da Cardillo (l’Amministratore del teatro – n.d.r.), dite che vi mando io e fatele fare il contratto”.
Fui scritturata quel giorno stesso per 1.500 lire al giorno. Aprii l’anno teatrale con una piccola particina nella commedia “Na Santarella” e chiusi l’esperienza nella “Scarpettiana” facendo la protagonista in due commedie: “Era zetella, ma…” e “’O tuono ’e marzo”. E poi…, poi tanto altro ancora.”
Si era ormai fatta ora di pranzo e con due mie amiche giornaliste, Angela Matassa e Gioconda Marinelli, avevamo deciso di mangiare qualcosa insieme; a quel punto, mi avvicinai a lei, la ringraziai ancora per la sua presenza e la sua disponibilità e la salutai dicendole: “Allora ci vediamo domani sera a teatro, verrò nel camerino e le porterò la rassegna stampa della conferenza”.
“Grazie” mi rispose sorridendo, “lei è veramente molto gentile. E complimenti per come ha organizzato il tutto”.
Durante il pranzo con le mie amiche non si parlò d’altro che di lei: eravamo rimaste tutt’e tre affascinate dal suo essere artista perfetta, dal suo comunicare al di là delle parole, dal suo sguardo inconsapevolmente penetrante; poi discutemmo dei rispettivi impegni che ci attendevano nel pomeriggio: loro, di come avrebbero impostato gli articoli che avrebbero scritto e io, di tutti i contatti da curare per assegnare posti alla stampa e gli omaggi di rito.
Rientrai a casa abbastanza stanca e, per prima cosa, mi stesi sul divano e dormii un po’; dopo un’ora circa mi alzai, mi preparai un caffè e cominciò la danza delle telefonate e delle mail. Il giorno dopo andai in edicola, presi tutti i giornali e ritagliai gli articoli che riguardavano la conferenza; in tarda mattinata andai in teatro e consegnai al botteghino l’elenco degli accrediti per l’assegnazione dei posti, sistemai sul tabellone che fungeva da bacheca i ritagli degli articoli, poi me ne ritornai a casa.
Ritornai in teatro la sera, un’ora prima dello spettacolo per andare a salutare in camerino la signora Luce e, come le avevo promesso, consegnarle la rassegna stampa della conferenza.
Quella sera, in quel camerino, ebbi il primo impatto con la vera Angela Luce, con la donna straordinaria che è, con la sua inattaccabile sincerità, col suo essere sé stessa sempre e comunque. Nacque lì, quella sera stessa, la nostra amicizia, e nacque così: chiesi in teatro se fosse già arrivata e mi dissero che era venuta molto per tempo (avrei scoperto dopo, nel corso degli anni, che era un suo principio: quando si ha un impegno, meglio arrivare un’ora prima che un minuto dopo), decisi quindi che potevo andare a salutarla. Andai verso il camerino e sorrisi guardando il suo nome attaccato alla porta: pensai a quanti usurpatori del titolo di “artista” vedono il loro nome attaccato alla porta dei camerini principali; comunque, bussai alla porta e subito il suo “Avanti” mi invitò ad entrare. Era già pronta, bellissima con il suo luccicante abito di scena, carismatica nello sguardo e nella postura; era in piedi e con lei c’era lo scenografo, Romeo Liccardo, seduto accanto allo specchio intorno al quale erano accese tutte le luci per il trucco.
Entrai e salutai con un generico “Buonasera”, ma ebbi la sensazione che qualcosa non andasse bene, le vedevo il volto rannuvolato e quindi, rivolgendomi a lei, chiesi: “Allora signora, è pronta? Tutto a posto? Forse mi sbaglio, ma mi sembra di vederla un po’ turbata”.
Lei mi guardò e cominciai a vedere nei suoi occhi quelle scintille che avrei visto in futuro in tante altre occasioni: “Lei ha visto giusto” mi rispose, “sono effettivamente turbata”.
Ah, pensai, e adesso che faccio? Ma poi, turbata perché? Ci sarà qualche problema in Compagnia, perché nel teatro è tutto perfetto. E decisi di chiedere direttamente a lei:
“Mi dispiace, c’è qualche problema? Posso aiutarla a risolverlo? Dipende dal teatro?”
Lei, sempre in piedi, incrociò i palmi delle mani all’altezza della vita, poi mi presentò lo scenografo e, dopo la presentazione gli chiese: “Ci lasci per favore? Vorrei parlare privatamente con la signora”.
Cavolo, proprio come una diva!, pensai. E sorrisi pensando all’abisso che c’era tra lei e coloro che l’avevano preceduta e che l’avrebbero seguita occupando quel camerino. E intanto, mentre lo scenografo usciva, mi predisposi all’ascolto, ma già sapendo che, qualunque fosse stato il problema, in mezz’ora o poco più non avrei certo potuto risolverlo. E mi guardai intorno alla ricerca di qualche dettaglio fastidioso, ma il camerino era pieno di fiori, messaggi accumulati, l’elegante service del teatro Totò composto da cioccolatini, biscotti, caramelle, acqua, fiori di benvenuto e le tendine alla finestra, nuove apposta per l’occasione: non riuscivo ad individuare il problema.
Una volta rimaste sole, lei mi invitò a sedermi e si sedette a sua volta.
“Allora” chiesi, “cosa è successo?”
Lei mi sorrise, ma dai suoi occhi continuavano ad uscire lingue di fuoco: “Sa, mi avevano detto che il camerino era un po’ angusto, che sarei stata un po’ scomoda, che purtroppo un malfunzionamento temporaneo mi avrebbe privata dell’acqua calda, che avrei avuto difficoltà a ricevere più di due persone per volta, ma non mi avevano detto che era ancora peggio di quanto descritto”
Rimasi senza parole, non sapevo se ridere o dirle: ma veramente fai? Ma tu stai fuori!
Ovviamente dovetti ritrovare la parola e, non potendo certo esprimere il mio disappunto come avrei voluto, mi limitai ad affermare, con molta calma e cercando di infonderle serenità: “Signora, le assicuro che il teatro Totò è tra i più accoglienti di Napoli, non capisco cosa ci sia di così grave nel camerino, sì, certo, non è grande come magari lei immaginava, ma deve convenire che l’accoglienza è stata perfetta”.
“Sì, ma c’è dell’altro”.
“Ancora?” chiesi sorpresa.
“Sì” lei continuò imperterrita, “vede, mi avevano promesso che nel camerino avrei trovato la moquette, la prego, guardi”.
Sapevo benissimo cosa ci fosse a terra, ma per non urtarla in quel momento, a pochi minuti dallo spettacolo, guardai verso il basso e vidi ciò che sapevo benissimo ci fosse: due strisce di tappeto guida di colore rosso, una accanto all’altra. Sollevai di nuovo lo sguardo verso di lei che mi chiese: “Ha visto? Dica la verità, le sembra una moquette questa pezza che sta a terra?”
“No, non è una moquette” confermai, e proseguii con calma, “ma le assicuro che qui, come in tutti i teatri del mondo dove lei ha recitato, c’è un grandissimo rispetto per lei e un’enorme ammirazione per la sua arte. Ed ora, la prego, si rilassi, il teatro è pieno, la gente non aspetta che di vederla e lei deve stare serena”.
Lei mi guardò e sorrise.
“Le posso dare un bacio?” chiesi.
“Sì, ma diamoci del tu”.
“Grazie, ne sono felice”.
Era cambiata totalmente: la Angela emozionata e tesa che, come avrei scoperto, emergeva prima di ogni esibizione, era stata messa a tacere da Angela Luce: l’artista padrona del palcoscenico, del pubblico e dei teatri, era pronta ad entrare in scena. Il suo volto era disteso e i suoi occhi splendevano, ma senza fiamme!
Si guardò allo specchio e mi chiese:
“Ti piace questa parrucca?”
“Sì” risposi, “ti sta benissimo. Ora vado, ci vediamo quando finisce lo spettacolo”.
“No” disse lei, “vieni durante l’intervallo: voglio il tuo parere”.
“Ok, a dopo”.
Quante volte, dopo di quella, avrei dovuto affrontare e gestire la sua tensione pre-esibizione; non si può capire: diventa un’altra persona. Per i più superficiali e i più stupidi, questo suo comportamento viene relegato nel ruolo del “divismo”, del complesso di superiorità, del capriccio. Tutt’altro: è un momento in cui vengono fuori tutte le sue fragilità umane che tentano di sconfiggere l’artista irritandola, facendola sembrare insopportabile, intrattabile, incomprensibile.
Non che sia una santa, per carità! Anche nel privato il suo carattere tumultuoso viene fuori ed è ben difficile tenerla a bada, ma la difficoltà che molti hanno avvertito e avvertono, nasce dall’equivoco che falsa ogni rapporto umano: se non si sopporta il carattere di una persona, bisogna non frequentarla e basta, non si può pretendere di cambiarlo. Purtroppo, molti tra coloro che l’hanno frequentata più o meno assiduamente, non hanno poi retto e sono arrivati alla rottura; il suo carattere ombroso, polemico, intransigente, puntiglioso, l’ha posta sempre in trincea, sempre pronta a difendersi, eppure mai ad attaccare. La sua sincerità è addirittura imbarazzante e spesso le ha procurato inimicizie facendo gioire coloro che la invidiano per il suo essere artista inarrivabile.
Comunque, come le avevo promesso, alla fine del primo tempo andai nel camerino, le dissi che gli spettatori erano entusiasti, che ascoltando i commenti fatti in sala a bassa voce si capiva che tutti le riconoscevano di essere la colonna portante dello spettacolo.
“Ma tu cosa ne pensi?” mi chiese.
“Che sei la Angela Luce di sempre, sei grande e inarrivabile. Ma ora ti lascio, preparati per il secondo tempo, ci vediamo alla fine”.
E alla fine dello spettacolo mi toccò gestire il flusso di persone, tra pubblico e addetti ai lavori, che desideravano salutarla e farle i complimenti. Infine, ci salutammo con l’impegno che sarei ritornata il giorno dopo.
A dire il vero, non era mia abitudine essere presente in teatro anche la seconda sera di programmazione perché, in effetti, potevo fare solo da spettatrice: la stampa è presente alla prima, di solito le recensioni si scrivono il giorno successivo e vengono pubblicate la mattina del terzo giorno di spettacolo, e al terzo giorno la mia prassi era preparare la rassegna stampa, andare in teatro nel pomeriggio, affiggerla in bacheca e poi andar via; a meno che non ci fossero ospiti di riguardo da ricevere, lo spettacolo lo vedevo solo la prima sera.
In quel caso derogai per due ragioni: la prima è che mi faceva piacere incontrarmi con lei e vivere con un’artista vera il “dietro le quinte”, la seconda è che ospiti di riguardo, interviste, radio e televisioni ci furono praticamente sempre. Per cui quello spettacolo lo vidi tutte le sere!
Proprio per questa ragione notai una particolarità che lo distingueva da altre messinscena: di solito, durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo, com’è logico che sia, gli spettatori si recavano al bar o facevano quattro chiacchiere tra loro fuori della sala, magari uscendo a fumare o a telefonare; per quello spettacolo, invece, c’era sempre un nutrito gruppo di persone che si portava all’ingresso della scala di accesso ai camerini che, coperta da velluto rosso, finiva praticamente in sala. Tutto ciò perché si sapeva che il secondo tempo cominciava con lei che, vestita da “pazzariello” scendeva da quelle scale, entrava in sala e poi saliva sul palcoscenico: era un modo per vederla più da vicino e, sulle note della musica, mentre lei cominciava ad interpretare il “pazzariello”, la gente la guardava rapita, i volti sorridenti e dicevano frasi del tipo: eccola, quant’è bella, come la vorrei abbracciare, è magnifica; poi, una volta che lei era salita sul palco, ognuno ritornava al suo posto.
Durante quelle tre settimane di programmazione, la nostra amicizia prese forma: spesso, nei giorni in cui non c’era spettacolo, facevamo delle lunghe chiacchierate al telefono discutendo delle recensioni, dei suoi compagni di scena, della grande stima che aveva per il regista, Vito Molinari, che l’aveva già diretta, anni prima, nell’operetta “Al Cavallino Bianco” trasmessa in televisione.
E proprio Vito Molinari un giorno mi disse che la volevano ospite in una trasmissione di RAI Uno che andava in onda di mattina e durante la quale avrebbero parlato dello spettacolo in scena al Totò: un’ottima promozione. Ovviamente il collegamento lo avrebbero fatto dagli studi di Napoli e quindi il teatro organizzò il tutto: andammo a prenderla a casa io e Ciro D’Afflitto, factotum del teatro Totò, e l’accompagnammo in RAI.
Dopo l’apparizione in TV, si concesse ai suoi ammiratori, sorrideva con tutti e salutava le sue conoscenze della sede RAI di Napoli; poi andammo a fare colazione e parlammo di tante cose, ma soprattutto di spettacolo.
L’ultima sera di programmazione in teatro ci salutammo e lei mi disse: “Sai, io ho scritto delle poesie, nei prossimi giorni ti inviterò a prendere un caffè a casa mia, voglio che tu le legga, anzi, te le leggo io. Sì, perché voglio sapere cosa ne pensi.”
“Va bene Angela, per me sarà un piacere. Comunque, ti chiamo domani.”
Finì così, con l’impegno di risentirci, quel periodo in cui credevo di aver conosciuto Angela Luce, ma era solo la minima parte di quello che poi avrei imparato di e da lei.
La nostra amicizia si è sempre più rinsaldata ed è diventata sempre più profonda.
Ciò non vuol dire che tra noi non ci siano scontri caratteriali, tutt’altro, però c’è soprattutto una profonda complicità e reciproca comprensione.
Da alcuni anni ormai vivo con lei, nella sua splendida casa il cui terrazzo si affaccia sul golfo di Napoli, quella Napoli che lei tanto ama e con la quale si identifica e, soprattutto, viene identificata perché sia la città, sia l’artista che la donna sono bellissime, dissacranti, accoglienti, violente, trasgressive, dolci, malinconiche, istrioniche, sincere.

UNA CARRIERA FANTASTICA

La dea dello spettacolo vede la sua genesi in uno scherzo del destino che ha giocato la sua parte toccando le corde dell’anima. Una chiacchierata imprevista si è configurata come bozzetto ideale di un disegno che ho poi seguito senza indugio alcuno.
Un giorno al Teatro Cortese incontrai Giovanna Castellano, amica, confidente, addetto stampa e agente di Angela Luce, che già avevo conosciuto in precedenza. Chiacchierammo sulle scalette del teatro e, tra il dire e il fare, con Giovanna convenimmo che sarebbe stata necessaria la pubblicazione di una biografia che restituisse alla memoria storica del teatro e della canzone napoletana la pregevole, gloriosa e lunga carriera di Angela Luce.
Nello stesso tempo, Giovanna mi sottolineò come tale lavoro sarebbe stato decisamente faticoso, difficile e anche estremamente arduo da realizzare, poiché avrebbe richiesto una mole di lavoro in ben cinque settori artistici: cinema, teatro, musica, radio e televisione. Tra l’altro, avrebbe dovuto abbracciare un gigantesco arco di tempo di circa settant’anni a partire dal 1955, anno del debutto di Angela Luce.
Mi raccontò pure che già in passato ci furono alcuni tentativi che non ebbero seguito per le grosse difficoltà incontrate durante la ricerca.
La conversazione lasciò lo spazio ad un silenzio nel quale il suo sguardo mi attraversò letteralmente, come se mi valutasse, e che di lì a poco lei tradurrà in una riflessione ad alta voce: Antò, sulo tu ‘a può ffà!
Fui travolto da emozioni contrastanti che si aggrovigliarono ad un ricordo forte e chiaro, a me tanto caro. In un battibaleno ritornai piccolo quando a casa mia, mio padre Alberto raccontava di Angela Luce, questa bravissima artista, orgoglio di qualsiasi direttore artistico, che si calava completamente nel personaggio teatrale o canoro che doveva interpretare con una stupefacente bravura: un raro esempio di eclettismo. Ed ogni volta che si raccontava di lei, puntualmente rammentava, come chiusura, l’episodio sulla canzone L’ultima tarantella.
Nel 1972, durante il lavoro di ricerca per l’incisione di un 33 giri, papà scelse le canzoni da proporre alla Luce, che, dopo la selezione, parlando de L’ultima tarantella sottolineò la forza e la bellezza del testo. Fermo nella convinzione che la Luce ne avrebbe fatto un capolavoro d’interpretazione, papà le disse: Signurì, sulo vuje ‘a putite ffà!
Inutile soffermarmi sul fatto la Luce, poi, vinse la Maschera d’Argento per l’interpretazione. Per anni, come un disco a ripetizione, sentivo questo racconto fino a quando nel 1986 accompagnai papà al concerto di Angela Luce al teatro Mediterraneo.
Durante i saluti nel camerino fui testimone di quell’episodio che loro due riprodussero, quasi fosse un copione, riavvolgendo il nastro del ricordo. Quella scena della decisione di incidere L’ultima tarantella la conoscevo a memoria perché a casa aveva fatto storia. E riflettei su come una breve frase potesse acquistare una forza artistica senza precedenti.
Questo fu tutto quello che mi venne in mente quando Giovanna mi disse: Antò, sulo tu ‘a può ffà!
Sembrò un passaggio di testimone. Papà, come direttore artistico della Phonotype, le fu accanto per la realizzazione di dischi rimasti nella storia della musica napoletana ed io, ora, chiudo il cerchio dei ricordi con questo libro.
Sulle scalette del Teatro Cortese, senza alcuna indecisione, risposi a Giovanna: Ok!
Ed eccomi qua, orgoglioso di aver ricevuto un pezzo di un mosaico luccicante che onora la carriera di Angela Luce.

Antonio Sciotti

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Editorial Review

Nel 2007 facevo l’addetto stampa del Teatro Totò di Napoli.
Un giorno, durante la definizione del cartellone della stagione da presentare ufficialmente alla stampa, mi fu confermato dal direttore artistico una notizia che allo stesso tempo auspicavo e temevo: Angela Luce, il mito di Napoli nel mondo (sulle sue pagine social le scrivono da oltre duecento paesi toccando i cinque continenti), sarebbe stata in scena con lo spettacolo “Totò, 110 e lode”, spettacolo col quale si commemorava il grandissimo attore in occasione dei centodieci anni dalla nascita; lo spettacolo avrebbe debuttato il 31 gennaio del 2008 e sarebbe rimasto in cartellone per tre settimane, in modo da includere anche il 15 febbraio, giorno della sua nascita avvenuta nel 1898.
Auspicavo questa partecipazione perché Angela Luce è un’artista che ammiro da sempre, ero andata ad assistere ad un suo concerto al Circolo Sottufficiali della Nato e, soprattutto, ero stata spettatrice sugli spalti del Maschio Angioino quando, dopo aver cantato trenta canzoni davanti a un pubblico in visibilio e osannante, concluse la serata cantando ‘A cartulina ‘e Napule senza microfono: un evento indimenticabile e indimenticato! E quindi, per me, incontrare un’artista di tale livello era veramente eccitante; nello stesso tempo lo temevo perché, mi dicevo, “un’artista di questa caratura, una vera numero uno, chissà cosa pretenderà dalla stampa”!
E mi immaginavo nei giorni della rappresentazione molto impegnata nel mio lavoro. Non avevo assolutamente previsto ciò che poi sarebbe effettivamente successo: mentre di solito ero costretta a chiedere ai giornalisti la cortesia di una qualche citazione, con lei in scena era la stampa che cercava me per avere un’intervista, un ingresso per la recensione, una ripresa televisiva e, ovviamente, fui contattata anche dalla Rai e da Mediaset.
Bene, dopo mesi di attesa, venne il giorno della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo che si tenne nella sala della Loggia al Maschio Angioino: erano presenti tutte le “prime firme” e tanti cameramen.
Quando mi avvertirono che lei era arrivata in taxi, io andai a riceverla; per fare il lavoro di pubbliche relazioni con personaggi dello spettacolo, per definizione vanitosi e autoreferenziali, è necessario essere sempre un po’ ruffiani, fingere ammirazioni che non si provano affatto, esagerare con i complimenti senza farlo notare e questo, lo confesso, anch’io lo facevo.
In quel caso non dovetti inventare nulla: appena uscì dall’auto mi venne spontaneo dirle una frase che mi sembrò originale e che invece, nel corso degli anni che sto vivendo con lei, ho sentito migliaia di altre volte detta da altri: “Signora, ma lei è sempre bella!”
“Grazie” lei mi rispose sorridendo, “ma ci difendiamo solamente: gli anni passano”.
“Beh, noi non è che ci difendiamo tanto bene; sa, gli anni che sono passati su di me si vedono, ma lei è fantastica”, e sorrisi a mia volta.
Poi, mentre le davo il rituale benvenuto e la ringraziavo per la sua presenza, l’accompagnai al tavolo della conferenza e mi allontanai.
Mi misi in disparte, in fondo alla sala e guardavo la folla presente, per un attimo mi sentii compiaciuta del lavoro svolto, ma poi, con molto realismo, mi resi conto che il merito della buona riuscita non era da ascrivere al mio lavoro, ma solo ed esclusivamente alla sua presenza.
A quel tavolo c’erano anche Gaetano Liguori, Direttore Artistico del Teatro Totò, qualcun altro dei partecipanti allo spettacolo e, se non ricordo male, qualche rappresentante dell’Associazione che aveva allestito negli spazi del teatro la mostra “Il baule di Totò”, mostra che sarebbe rimasta aperta al pubblico, fin dalla mattina, per tutta la durata della rappresentazione. Ognuno diceva la lezioncina che aveva imparato a memoria e prendeva la sua parte di applausi, ma era evidente che gli occhi di tutti erano puntati su di lei: bella e affascinante, comunicava attraverso quegli splendidi occhi che non sanno fingere, tutte le sue emozioni.
Ad un certo punto, Liguori comunicò: “Ma voi ci pensate? Questa signora ha conosciuto Totò!”
E lei, col puntiglio di chi vuole precisare e che, poi avrei scoperto, è una prerogativa del suo carattere, intervenne diretta: “Veramente non è che l’ho solo conosciuto, con lui ho fatto tre film: “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, “Letto a tre piazze”, “Signori si nasce”.
E su quest’ultimo, immediatamente qualcuno ricordò il famoso bacio sui seni che Totò le diede in una scena del film. Risate, commenti, applausi dei presenti; ma lei, che quando decide di dire o di fare qualcosa non si ferma di fronte a nulla, si alzò in piedi e spiegò: “Scusate, ma a me piace dire le cose come stanno, quindi lasciatemi dire. Dunque, in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”, avevo un ruolo molto piccolo: facevo la cassiera nel bar di Totò; in “Letto a tre piazze” avevo il ruolo di un’entraîneuse: ballavo e cantavo in un locale; e di “Signori si nasce” ora vi racconto la scena del bacio sul decolleté”.
Qualcuno tra i presenti chiese a gran voce: “Ma c’era nel copione?”
E lei, palesemente infastidita: “Un momento, sto parlando! Ho detto “vi racconto”, cosa significa “vi racconto”? Aspetti che racconto!”, poi riprese il tono cortese, colloquiale e disponibile e si dispose a spiegare come si fosse svolta la scena. Immediatamente i suoi occhi diventarono quelli del personaggio: si trasformò in Fedele, la ragazza ingenua, ignorante, distratta e un po’ annoiata che faceva la fantesca in casa di Pio degli Ulivi, interpretato da Peppino De Filippo e recitò: “Suonano alla porta, io vado ad aprire ed entra Totò (il cui personaggio era Ottone degli Ulivi, fratello di Pio – n.d.r.) tutto vestito a lutto, aveva persino il fazzoletto con cui si asciugava le lacrime bordato di nero, e disse che era morta la moglie. Allora io mi avvicinai, feci un inchino (e mimò l’inchino) e gli dissi “Condoglianze, signo’” e lui (e qui ridiventò Angela Luce), che con la faccia mi arrivava proprio all’altezza della scollatura, mi disse (e qui tornò ad interpretare) “Grazie figlia mia, pure a te” e (ritornando Angela Luce) muà-muà, mi azzeccò due baci proprio sul decolleté”.
Applausi e complimenti vennero spontanei, ma lei fermò tutti dicendo: “Un attimo, non ho finito. Io, quei baci non me li aspettavo perché nel copione la scena prevedeva i baci sulle guance” poi, sempre rivolta verso il pubblico, aggiunse “e così ho risposto anche al signore che mi ha fatto la domanda prima, (e sorrise) e io, per non ridere, mi dovetti dare un pizzicotto sulla coscia. Allora andai dal regista, Mario Mattòli, e gli chiesi timidamente, sì, timidamente perché ero molto giovane e poi mi trovavo di fronte a dei mostri sacri del cinema, di rifare la scena perché “il Principe aveva sbagliato”. Non l’avessi mai detto, Mattòli mi disse: “Ma tu sei pazza? Quella scena rimarrà nella storia del cinema italiano!” E aveva ragione perché così è stato.
Mi divertii molto al suo racconto e mai avrei immaginato che nel corso degli anni che seguirono l’avrei ascoltato centinaia, forse migliaia di volte raccontato, sempre con grande disponibilità, a chiunque chiedesse conto di quella mitica scena.
Finita la conferenza stampa, rimasi ancora un po’ con lei insieme ad alcuni giornalisti con i quali, in maniera informale, ci trattenemmo a discutere di teatro, cinema, canzone e tutte le forme di spettacolo che lei ha incontrato nel corso della sua vita. Fu così che impattai per la prima volta in un altro racconto che sarebbe diventato ricorrente in ogni intervista, in ogni incontro, in ogni occasione in cui si parlava di teatro e le si chiedeva di Eduardo De Filippo. Fu un giornalista a chiederle: “Angela, ci racconti il tuo incontro con Eduardo?”
Chi non vive queste cose non le può immaginare: quando lei racconta un episodio che ha una precisa collocazione temporale, si cala talmente nel tempo e nel luogo che le sue movenze ridiventano quelle del personaggio per cui, come raccontando l’episodio del bacio sui seni di Totò era ridiventata la fantesca Fedele, ecco la giovanissima Angela Luce che si presentava a Eduardo.
E i suoi anni (in quel momento erano 70, ma è ancora così) sparirono dal suo corpo; in quel caso, i suoi occhi, ancorché sempre bellissimi e comunicativi, riacquistarono la luminosità, l’entusiasmo, lo stupore di una giovane donna; la sua espressione le disegnò sul volto (per la verità, ancora vittorioso contro il tempo) una vitalità che solo gli anni giovanili possono dare. Fatta, in pochi secondi e, ne sono certa, in maniera del tutto inconsapevole, la trasformazione, si alzò in piedi e raccontò:
“C’era un attore della compagnia di Eduardo che era cliente di mio padre. Mio padre era un artigiano: faceva scarpe su misura e fu insignito di medaglia d’oro da un’associazione di categoria per la sua straordinaria capacità di lavorare le pelli esotiche. Io avevo letto sul giornale che Eduardo cercava nuove reclute per la sua compagnia e ogni volta che questo attore, lo straordinario Ugo D’Alessio, veniva nel negozio di mio padre, io gli chiedevo di presentarmi al Direttore (sapevo che tutti lo chiamavano così) perché, dopo aver debuttato come cantante, volevo fare l’attrice. Fui talmente insistente che D’Alessio cedette e mi accompagnò al Teatro San Ferdinando. Ero bellissima, ed ero doppiamente bella perché, oltre ad essere bella di mio, avevo la bellezza dell’asino: la gioventù.
Arrivammo in teatro proprio mentre Eduardo dava i dieci minuti di pausa durante le prove e quindi, mentre noi attraversavamo il corridoio di accesso al palcoscenico, lui scostò una quinta e ce lo trovammo di fronte.
“Uè” disse sorpreso, “D’Ale’, e voi che ci fate qua?”
“Buongiorno Diretto’, eh… sapete…, sono venuto perché questa ragazza, la figlia di un mio amico, si è messa in testa che vuole fare l’attrice”.
Immediatamente mi presentai: “Piacere Direttore, mi chiamo Angela Luce”.
Eduardo mi guardò: “Ah, volete fare l’attrice? E avete preparato qualcosa?”
“Sì Direttore, ho preparato due poesie, una di Salvatore Di Giacomo e una di Garcia Lorca” e, rivivendo quei momenti, pronunciò, com’era giusto che facesse, Garcia dando alla “c” il suono bleso. Tutti ridemmo, e lei:
“Ecco, come avete riso voi, rise anche lui e disse: caro D’Alessio, questa non ha bisogno di provino! Andate da Cardillo (l’Amministratore del teatro – n.d.r.), dite che vi mando io e fatele fare il contratto”.
Fui scritturata quel giorno stesso per 1.500 lire al giorno. Aprii l’anno teatrale con una piccola particina nella commedia “Na Santarella” e chiusi l’esperienza nella “Scarpettiana” facendo la protagonista in due commedie: “Era zetella, ma…” e “’O tuono ’e marzo”. E poi…, poi tanto altro ancora.”
Si era ormai fatta ora di pranzo e con due mie amiche giornaliste, Angela Matassa e Gioconda Marinelli, avevamo deciso di mangiare qualcosa insieme; a quel punto, mi avvicinai a lei, la ringraziai ancora per la sua presenza e la sua disponibilità e la salutai dicendole: “Allora ci vediamo domani sera a teatro, verrò nel camerino e le porterò la rassegna stampa della conferenza”.
“Grazie” mi rispose sorridendo, “lei è veramente molto gentile. E complimenti per come ha organizzato il tutto”.
Durante il pranzo con le mie amiche non si parlò d’altro che di lei: eravamo rimaste tutt’e tre affascinate dal suo essere artista perfetta, dal suo comunicare al di là delle parole, dal suo sguardo inconsapevolmente penetrante; poi discutemmo dei rispettivi impegni che ci attendevano nel pomeriggio: loro, di come avrebbero impostato gli articoli che avrebbero scritto e io, di tutti i contatti da curare per assegnare posti alla stampa e gli omaggi di rito.
Rientrai a casa abbastanza stanca e, per prima cosa, mi stesi sul divano e dormii un po’; dopo un’ora circa mi alzai, mi preparai un caffè e cominciò la danza delle telefonate e delle mail. Il giorno dopo andai in edicola, presi tutti i giornali e ritagliai gli articoli che riguardavano la conferenza; in tarda mattinata andai in teatro e consegnai al botteghino l’elenco degli accrediti per l’assegnazione dei posti, sistemai sul tabellone che fungeva da bacheca i ritagli degli articoli, poi me ne ritornai a casa.
Ritornai in teatro la sera, un’ora prima dello spettacolo per andare a salutare in camerino la signora Luce e, come le avevo promesso, consegnarle la rassegna stampa della conferenza.
Quella sera, in quel camerino, ebbi il primo impatto con la vera Angela Luce, con la donna straordinaria che è, con la sua inattaccabile sincerità, col suo essere sé stessa sempre e comunque. Nacque lì, quella sera stessa, la nostra amicizia, e nacque così: chiesi in teatro se fosse già arrivata e mi dissero che era venuta molto per tempo (avrei scoperto dopo, nel corso degli anni, che era un suo principio: quando si ha un impegno, meglio arrivare un’ora prima che un minuto dopo), decisi quindi che potevo andare a salutarla. Andai verso il camerino e sorrisi guardando il suo nome attaccato alla porta: pensai a quanti usurpatori del titolo di “artista” vedono il loro nome attaccato alla porta dei camerini principali; comunque, bussai alla porta e subito il suo “Avanti” mi invitò ad entrare. Era già pronta, bellissima con il suo luccicante abito di scena, carismatica nello sguardo e nella postura; era in piedi e con lei c’era lo scenografo, Romeo Liccardo, seduto accanto allo specchio intorno al quale erano accese tutte le luci per il trucco.
Entrai e salutai con un generico “Buonasera”, ma ebbi la sensazione che qualcosa non andasse bene, le vedevo il volto rannuvolato e quindi, rivolgendomi a lei, chiesi: “Allora signora, è pronta? Tutto a posto? Forse mi sbaglio, ma mi sembra di vederla un po’ turbata”.
Lei mi guardò e cominciai a vedere nei suoi occhi quelle scintille che avrei visto in futuro in tante altre occasioni: “Lei ha visto giusto” mi rispose, “sono effettivamente turbata”.
Ah, pensai, e adesso che faccio? Ma poi, turbata perché? Ci sarà qualche problema in Compagnia, perché nel teatro è tutto perfetto. E decisi di chiedere direttamente a lei:
“Mi dispiace, c’è qualche problema? Posso aiutarla a risolverlo? Dipende dal teatro?”
Lei, sempre in piedi, incrociò i palmi delle mani all’altezza della vita, poi mi presentò lo scenografo e, dopo la presentazione gli chiese: “Ci lasci per favore? Vorrei parlare privatamente con la signora”.
Cavolo, proprio come una diva!, pensai. E sorrisi pensando all’abisso che c’era tra lei e coloro che l’avevano preceduta e che l’avrebbero seguita occupando quel camerino. E intanto, mentre lo scenografo usciva, mi predisposi all’ascolto, ma già sapendo che, qualunque fosse stato il problema, in mezz’ora o poco più non avrei certo potuto risolverlo. E mi guardai intorno alla ricerca di qualche dettaglio fastidioso, ma il camerino era pieno di fiori, messaggi accumulati, l’elegante service del teatro Totò composto da cioccolatini, biscotti, caramelle, acqua, fiori di benvenuto e le tendine alla finestra, nuove apposta per l’occasione: non riuscivo ad individuare il problema.
Una volta rimaste sole, lei mi invitò a sedermi e si sedette a sua volta.
“Allora” chiesi, “cosa è successo?”
Lei mi sorrise, ma dai suoi occhi continuavano ad uscire lingue di fuoco: “Sa, mi avevano detto che il camerino era un po’ angusto, che sarei stata un po’ scomoda, che purtroppo un malfunzionamento temporaneo mi avrebbe privata dell’acqua calda, che avrei avuto difficoltà a ricevere più di due persone per volta, ma non mi avevano detto che era ancora peggio di quanto descritto”
Rimasi senza parole, non sapevo se ridere o dirle: ma veramente fai? Ma tu stai fuori!
Ovviamente dovetti ritrovare la parola e, non potendo certo esprimere il mio disappunto come avrei voluto, mi limitai ad affermare, con molta calma e cercando di infonderle serenità: “Signora, le assicuro che il teatro Totò è tra i più accoglienti di Napoli, non capisco cosa ci sia di così grave nel camerino, sì, certo, non è grande come magari lei immaginava, ma deve convenire che l’accoglienza è stata perfetta”.
“Sì, ma c’è dell’altro”.
“Ancora?” chiesi sorpresa.
“Sì” lei continuò imperterrita, “vede, mi avevano promesso che nel camerino avrei trovato la moquette, la prego, guardi”.
Sapevo benissimo cosa ci fosse a terra, ma per non urtarla in quel momento, a pochi minuti dallo spettacolo, guardai verso il basso e vidi ciò che sapevo benissimo ci fosse: due strisce di tappeto guida di colore rosso, una accanto all’altra. Sollevai di nuovo lo sguardo verso di lei che mi chiese: “Ha visto? Dica la verità, le sembra una moquette questa pezza che sta a terra?”
“No, non è una moquette” confermai, e proseguii con calma, “ma le assicuro che qui, come in tutti i teatri del mondo dove lei ha recitato, c’è un grandissimo rispetto per lei e un’enorme ammirazione per la sua arte. Ed ora, la prego, si rilassi, il teatro è pieno, la gente non aspetta che di vederla e lei deve stare serena”.
Lei mi guardò e sorrise.
“Le posso dare un bacio?” chiesi.
“Sì, ma diamoci del tu”.
“Grazie, ne sono felice”.
Era cambiata totalmente: la Angela emozionata e tesa che, come avrei scoperto, emergeva prima di ogni esibizione, era stata messa a tacere da Angela Luce: l’artista padrona del palcoscenico, del pubblico e dei teatri, era pronta ad entrare in scena. Il suo volto era disteso e i suoi occhi splendevano, ma senza fiamme!
Si guardò allo specchio e mi chiese:
“Ti piace questa parrucca?”
“Sì” risposi, “ti sta benissimo. Ora vado, ci vediamo quando finisce lo spettacolo”.
“No” disse lei, “vieni durante l’intervallo: voglio il tuo parere”.
“Ok, a dopo”.
Quante volte, dopo di quella, avrei dovuto affrontare e gestire la sua tensione pre-esibizione; non si può capire: diventa un’altra persona. Per i più superficiali e i più stupidi, questo suo comportamento viene relegato nel ruolo del “divismo”, del complesso di superiorità, del capriccio. Tutt’altro: è un momento in cui vengono fuori tutte le sue fragilità umane che tentano di sconfiggere l’artista irritandola, facendola sembrare insopportabile, intrattabile, incomprensibile.
Non che sia una santa, per carità! Anche nel privato il suo carattere tumultuoso viene fuori ed è ben difficile tenerla a bada, ma la difficoltà che molti hanno avvertito e avvertono, nasce dall’equivoco che falsa ogni rapporto umano: se non si sopporta il carattere di una persona, bisogna non frequentarla e basta, non si può pretendere di cambiarlo. Purtroppo, molti tra coloro che l’hanno frequentata più o meno assiduamente, non hanno poi retto e sono arrivati alla rottura; il suo carattere ombroso, polemico, intransigente, puntiglioso, l’ha posta sempre in trincea, sempre pronta a difendersi, eppure mai ad attaccare. La sua sincerità è addirittura imbarazzante e spesso le ha procurato inimicizie facendo gioire coloro che la invidiano per il suo essere artista inarrivabile.
Comunque, come le avevo promesso, alla fine del primo tempo andai nel camerino, le dissi che gli spettatori erano entusiasti, che ascoltando i commenti fatti in sala a bassa voce si capiva che tutti le riconoscevano di essere la colonna portante dello spettacolo.
“Ma tu cosa ne pensi?” mi chiese.
“Che sei la Angela Luce di sempre, sei grande e inarrivabile. Ma ora ti lascio, preparati per il secondo tempo, ci vediamo alla fine”.
E alla fine dello spettacolo mi toccò gestire il flusso di persone, tra pubblico e addetti ai lavori, che desideravano salutarla e farle i complimenti. Infine, ci salutammo con l’impegno che sarei ritornata il giorno dopo.
A dire il vero, non era mia abitudine essere presente in teatro anche la seconda sera di programmazione perché, in effetti, potevo fare solo da spettatrice: la stampa è presente alla prima, di solito le recensioni si scrivono il giorno successivo e vengono pubblicate la mattina del terzo giorno di spettacolo, e al terzo giorno la mia prassi era preparare la rassegna stampa, andare in teatro nel pomeriggio, affiggerla in bacheca e poi andar via; a meno che non ci fossero ospiti di riguardo da ricevere, lo spettacolo lo vedevo solo la prima sera.
In quel caso derogai per due ragioni: la prima è che mi faceva piacere incontrarmi con lei e vivere con un’artista vera il “dietro le quinte”, la seconda è che ospiti di riguardo, interviste, radio e televisioni ci furono praticamente sempre. Per cui quello spettacolo lo vidi tutte le sere!
Proprio per questa ragione notai una particolarità che lo distingueva da altre messinscena: di solito, durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo, com’è logico che sia, gli spettatori si recavano al bar o facevano quattro chiacchiere tra loro fuori della sala, magari uscendo a fumare o a telefonare; per quello spettacolo, invece, c’era sempre un nutrito gruppo di persone che si portava all’ingresso della scala di accesso ai camerini che, coperta da velluto rosso, finiva praticamente in sala. Tutto ciò perché si sapeva che il secondo tempo cominciava con lei che, vestita da “pazzariello” scendeva da quelle scale, entrava in sala e poi saliva sul palcoscenico: era un modo per vederla più da vicino e, sulle note della musica, mentre lei cominciava ad interpretare il “pazzariello”, la gente la guardava rapita, i volti sorridenti e dicevano frasi del tipo: eccola, quant’è bella, come la vorrei abbracciare, è magnifica; poi, una volta che lei era salita sul palco, ognuno ritornava al suo posto.
Durante quelle tre settimane di programmazione, la nostra amicizia prese forma: spesso, nei giorni in cui non c’era spettacolo, facevamo delle lunghe chiacchierate al telefono discutendo delle recensioni, dei suoi compagni di scena, della grande stima che aveva per il regista, Vito Molinari, che l’aveva già diretta, anni prima, nell’operetta “Al Cavallino Bianco” trasmessa in televisione.
E proprio Vito Molinari un giorno mi disse che la volevano ospite in una trasmissione di RAI Uno che andava in onda di mattina e durante la quale avrebbero parlato dello spettacolo in scena al Totò: un’ottima promozione. Ovviamente il collegamento lo avrebbero fatto dagli studi di Napoli e quindi il teatro organizzò il tutto: andammo a prenderla a casa io e Ciro D’Afflitto, factotum del teatro Totò, e l’accompagnammo in RAI.
Dopo l’apparizione in TV, si concesse ai suoi ammiratori, sorrideva con tutti e salutava le sue conoscenze della sede RAI di Napoli; poi andammo a fare colazione e parlammo di tante cose, ma soprattutto di spettacolo.
L’ultima sera di programmazione in teatro ci salutammo e lei mi disse: “Sai, io ho scritto delle poesie, nei prossimi giorni ti inviterò a prendere un caffè a casa mia, voglio che tu le legga, anzi, te le leggo io. Sì, perché voglio sapere cosa ne pensi.”
“Va bene Angela, per me sarà un piacere. Comunque, ti chiamo domani.”
Finì così, con l’impegno di risentirci, quel periodo in cui credevo di aver conosciuto Angela Luce, ma era solo la minima parte di quello che poi avrei imparato di e da lei.
La nostra amicizia si è sempre più rinsaldata ed è diventata sempre più profonda.
Ciò non vuol dire che tra noi non ci siano scontri caratteriali, tutt’altro, però c’è soprattutto una profonda complicità e reciproca comprensione.
Da alcuni anni ormai vivo con lei, nella sua splendida casa il cui terrazzo si affaccia sul golfo di Napoli, quella Napoli che lei tanto ama e con la quale si identifica e, soprattutto, viene identificata perché sia la città, sia l’artista che la donna sono bellissime, dissacranti, accoglienti, violente, trasgressive, dolci, malinconiche, istrioniche, sincere.