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TORRE E SAN NICOLA DELLA TRINITA’ NELLE MANI DELL’ORDINE DI MALTA

— La chiesa benedettina di Forenza con la Domus, la Torre e i magazzini
Nei regesti dell’Abbazia di Venosa e nelle conferme papali (come quella di Alessandro III del 1175), San Nicola di Forenza non è una semplice parrocchia, ma una Grancia benedictina.
Si parla di un complesso fortificato (Domus murata) con una torre di avvistamento, magazzini per le sementi e grandi stalle per i muli che facevano la spola con Venosa.
A Forenza risiedeva il Rettore, monaco di fiducia dell’Abate della Trinità, insieme a un manipolo di conversi (fratelli laici) che coordinavano i “vassalli” locali.
La Pergamena di “confine e conflitto” del 1240-1250 è un documento di lite clamoroso tra l’Abate di Venosa e l’Universitas di Forenza per il possesso delle Selve di San Nicola, in cui la Trinità rivendica il diritto di glandatico (far mangiare le ghiande ai maiali nei boschi) e di legnataggio.
Il venosino vince la causa esibendo il diploma di Ruggero II, dimostrando che quei boschi erano stati donati dagli Altavilla “in perpetuo”. Questo legname era fondamentale: senza le querce di Forenza, l’Abate non avrebbe avuto le doghe per le botti dove invecchiava il vino di Carmignano.
C’è anche l’Inventario “Vera Carne” del 1297, riferito al passaggio dei beni ai Cavalieri di Malta, i quali, quando arrivano a San Nicola, il notaio registra una ricchezza impressionante di materie prime.
Vengono censiti sacchi di lana “gentile” (di alta qualità). Questa lana non restava in Basilicata: tramite l’itinerario che abbiamo tracciato, arrivava ai mercati della Toscana (vicino a Carmignano, Prato e Pistoia), dove veniva scambiata con panni finiti e moneta sonante.
Si contano centinaia di capi di pecore e capre che svernano nei pascoli bassi di Venosa e salgono a Forenza in estate. È la transumanza della Trinità.
Almeno due i nomi dei vassalli di Forenza, sotto i Templari del 1200, che compaiono negli atti, Guglielmo de Forentia e Nicolaus de Abbatia, uomini che appartenevano giuridicamente alla chiesa e non al signore laico locale.
È affascinante notare come San Nicola di Forenza e San Giovanni di Carmignano fossero i due polmoni di un unico organismo.
Forenza forniva la materia prima grezza (lana e legno) e Carmignano forniva il prodotto agricolo di lusso (vino e olio) per le mense della Curia e dell’Abbazia.
L’Abate Roberto (XII sec) usava i proventi delle decime di San Nicola per finanziare le spese di manutenzione dell’Ospedale dei pellegrini di Carmignano.
Anche se oggi Forenza è nota per l’Aglianico, nei documenti del 1297 si parla di una vigna sperimentale di proprietà di San Nicola, gestita con tecniche che i monaci avevano “importato” o confrontato con quelle toscane di Carmignano. Un vero scambio di know-how agricolo medievale.49
— La lana del Mastro dei Templari
in partenza per Prato
San Nicola era il polmone industriale dell’Abbazia. Forenza era il punto di raccolta della lana gentile. I registri del 1297 parlano di quintali di lana stoccati nei magazzini che partiva sui muli, faceva la tappa a Cimitile per arrivare ai mercati della Toscana (vicino a Carmignano) per essere scambiata con tessuti finiti. I boschi di querce e faggi di Forenza fornivano il legno per le botti di Venosa e Carmignano. L’Abate Roberto (XII sec) spediva boscaioli esperti da Forenza in Toscana per insegnare a costruire i contenitori per il vino della Serra.
Quando i Cavalieri di Malta prendono possesso di Forenza, il notaio registra ogni centimetro. Parla anche dei luoghi, della Ecclesia Sancti Nicolai con la sua Torre di Guardia (perché i signori di Rapolla erano vicini e pericolosi).
La Selva de la Macchia è il bosco sacro dell’Abate, e Pascua de li Greci è la zona di pascolo altissimo verso il Vulture.
Fra’ Ruggero è l’ultimo rettore benedettino di Forenza, quando Guglielmo de Forentia è il capo-vassallo che guidava i boscaioli, e Nicolaus de Abbatia è l’amministratore che teneva i conti della lana.
C’è un filo rosso (anzi, vermiglio come il vino) che unisce le due sedi, toscana e lucana: i monaci che venivano mandati a gestire la Magione di Carmignano spesso facevano prima il “tirocinio” a San Nicola di Forenza. Se sapevi gestire i pastori e i boscaioli lucani, potevi gestire chiunque.
Le rendite delle ghiande e della lana di Forenza servivano a pagare i restauri dell’ospedale di Carmignano quando il raccolto dell’uva andava male.50
— La grancia ottomessa
ai verginiani con la maledizione
Un’altra pergamena di fondamentale importanza, conservata sempre nell’Archivio dell’Abbazia di Montevergine (Fondo Pergamene, n. 473), è quella del marzo 1152.
Questo documento è storicamente precedente a quelli della “lite” con Rapolla e rappresenta l’atto con cui la chiesa di San Nicola fu ufficialmente sottomessa all’ordine verginiano.
In nomine sancte et individue Trinitatis. Anno ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi millesimo centesimo quinquagesimo secundo, mense martii, quintadecima indictione.
Ego Rogerius, divina gratia Rapollanus Episcopus, una cum consilio et assensu canonicorum nostrorum, ad honorem Dei et beate Marie semper Virginis, concedo et in perpetuum confirmo Monasterio Montis Virginis et Tibi, Venerabili Alberto Abbati, eiusque successoribus, Ecclesiam Sancti Nicolai sitam in castro Forentie, cum omnibus iuribus, decimis, oblationibus e pertinentiis suis, sicut in privilegiis regis Rogerii continetur.
Volumus etiam ut predicta Ecclesia libera sit et absoluta ab omni iurisdictione et exactione nostra et successorum nostrorum, preter debitam reverentiam, salva in omnibus apostolice sedis auctoritate.
Ut autem haec nostra concessio et confirmatio rata e stabilis permaneat, presentem paginam sigilli nostri impressione iussimus roborari.
Testes sunt: Robertus, Archidiaconus Rapollanus; Guarinus, Cantor; Iohannes, Presbyter de Forentia; et alii multi.51
È l’atto con cui il Vescovo di Rapolla (Ruggero) rinuncia formalmente al controllo su San Nicola di Forenza a favore dell’Abate Alberto di Montevergine.
Viene citato esplicitamente il privilegio di Re Ruggero II, confermando che la chiesa era sotto la protezione della corona normanna.
Questo documento del 1152 è proprio quello che i monaci di Montevergine useranno come prova legale cinquant’anni dopo, durante la famosa lite del 1209, per dimostrare che Rapolla aveva già ceduto ogni diritto.
La pergamena del 1197 è un atto di epoca sveva che riconferma alla chiesa di San Nicola di Forenza il possesso del mulino e di alcune vigne nel territorio circostante che segna il passaggio dall’epoca normanna a quella sveva.
Siamo nel pieno del regno di Costanza d’Altavilla (moglie di Enrico VI e madre di Federico II). In questo periodo, la Corona cercava di stabilizzare i possedimenti ecclesiastici per garantirsi la fedeltà del clero locale. La riconferma dei beni alla Chiesa di San Nicola di Forenza serviva a proteggere l’istituzione dalle pretese dei signorotti vicini (i milites) che approfittavano dei cambi di dinastia per usurpare terre.
Il documento descrive con precisione i beni confermati, che costituivano la base economica della chiesa. E’ il mulino, spesso situato lungo i corsi d’acqua vicini al borgo (come il torrente Bradano o i suoi affluenti): una rendita certa poiché i contadini erano obbligati a usarlo pagando una quota in farina.
Situate nelle zone più fertili e soleggiate del territorio di Forenza, c’erano i vigneti che servivano sia per il culto che per il sostentamento del clero.
Anche in questo atto del 1197 è presente la solita formula di maledizione. La pergamena è censita e trascritta nel Regesto di Giovanni Mongelli che elenca i fondo di Montevergine. I monaci verginiani, infatti, ereditarono o acquisirono i diritti su San Nicola di Forenza e conservarono gelosamente i titoli di proprietà (i privilegia) per secoli.52
A differenza delle pergamene normanne (spesso scritte in una minuscola diplomatica molto ariosa), quelle del 1197 iniziano a mostrare i tratti della scrittura gotica cancelleresca, più serrata e angolosa, tipica dell’amministrazione sveva che stava diventando sempre più burocratizzata.
Ricostruzione del Privilegio del 1197
In nomine sancte et individue Trinitatis. Amen.
Nos [Auctoritas], divina propitiante clementia, attendentes devotionem et puritatem fidei Ecclesie Sancti Nicolai de Forentia, eiusque rectoribus, confirmamus et in perpetuum donamus eidem Ecclesie molendinum unum situm in flumine quod dicitur [Bradanus], cum omnibus appendiciis suis, et vineas quas iuste possidet in territorio eiusdem castri.
Volumus etiam et firmiter precipimus ut nullus de cetero audeat predictam Ecclesiam vel eius rectores de predictis possessionibus molestare o inquietare.
Si quis autem, quod non credimus, hanc nostram constitutionem et donationem violare presumpserit, sciat se iram Dei Omnipotentis incursurum, et a liminibus Sancte Matris Ecclesie sequestratum, atque cum Iuda traditore et Dathan et Abiron in inferno inferiori vivus absorptus, ubi ignis eorum non extinguitur et vermis eorum non moritur, cruciandus in eternum.
Ut autem haec nostra confirmatio stabilis et inconvulsa permaneat, presentem paginam sigilli nostri impressione iussimus communiri.53
In questo atto (e in quelli correlati del fondo di Montevergine), compaiono spesso i nomi della classe dirigente locale di Forenza. Tra i firmatari e i testimoni di quel periodo (fine XII secolo) troviamo:
– Iudex Johannes, il giudice Giovanni spesso presente negli atti notarili di Forenza per dare valore legale al documento.
– Milites, i cavalieri esponenti delle famiglie nobili locali (come i de Forentia) che agivano come garanti del possesso.
– Presbiter Nicolaus, il probabile rettore o rappresentante della chiesa di San Nicola al momento della riconferma.
– Baiuli e Catapani, che sono gli ufficiali amministrativi che soprintendevano alla riscossione dei diritti sul mulino e sulle vigne.
Questa pergamena è la prova che alla fine del 1100 la Chiesa di San Nicola era una potenza economica locale, possedendo infrastrutture (il mulino) e terre agricole pregiate (le vigne), protette direttamente dall’autorità dello Stato.
— La lite dei nuovi padroni
di Montevergine con Rapolla
La sentenza arbitrale del maggio 1209, tratta dal Regesto di Mongelli, risolve la controversia sulla chiesa di San Nicola di Forenza tra l’Abate di Montevergine e il clero di Rapolla. Il testo latino originale, conservato nel Fondo Pergamene di Montevergine al numero 1157, stabilisce il pagamento di due bisanti annui per la pace, confermando l’esenzione dalle pretese del vescovo.
La “lite” riguardava la giurisdizione e le decime. La Chiesa di San Nicola di Forenza era estremamente ricca (proprietaria di mulini e vigne). Il Vescovo di Rapolla rivendicava il diritto di “visita” e di riscossione delle tasse ecclesiastiche, mentre l’Abate di Montevergine sosteneva che la chiesa fosse “esente” (soggetta solo al Papa o all’Abbazia) grazie ai privilegi dei Re Normanni.
Nella pergamena della sentenza, documento del 1197-1200, conservato nel Fondo Pergamene di Montevergine, si legge la risoluzione della disputa, circa la pretesa del clero di Rapolla. Esso sosteneva che Forenza facesse parte della propria diocesi e che San Nicola dovesse ubbidienza a quel Vescovo e non a Montevegine.
Per la difesa di Forenza e Montevergine vennero esibiti i diplomi di Ruggero II (quelli con la “maledizione” che abbiamo analizzato) per dimostrare che la chiesa era stata donata “libera e sciolta” da ogni altro potere.
L’esito fu a favore della chiesa di San Nicola che rimase sotto il controllo dei monaci di Montevergine, ma fu stabilito un accordo sui confini delle proprietà per evitare che i coloni di Rapolla e quelli di Forenza si scontrassero per l’uso dei pascoli.
Il documento del maggio 1209, conservato nel Codice Diplomatico Verginiano, attesta quindi la risoluzione della controversia tra il monastero di Montevergine e il vescovo di Rapolla riguardo alla chiesa di San Nicola di Forenza. La sentenza, emanata da Guido de Montfort, confermò l’indipendenza di San Nicola, imponendo un censo annuale di due bisantio d’oro come segno di autonomia.
Sentenza del maggio 1209
In nomine Domini. Anno dominice Incarnationis millesimo ducentesimo nono, mense madii, secunda indictione.
Cum controversia verteretur inter Venerabilem Abbatem Montis Virginis ex una parte, et Episcopum Rapollanum ex altera, super subiectione et iuribus Ecclesie Sancti Nicolai de Forentia, tandem per arbitros electos talis inter eos est compositio ordinata:
Quod dicta Ecclesia Sancti Nicolai de Forentia cum omnibus pertinentiis suis libera et quieta permaneat in perpetuum sub regimine et potestate Abbatis et Conventus Montis Virginis, ita quod nullam subiectionem vel obedientiam Episcopo Rapollano prestare teneatur.
Pro bono autem pacis et in recognitionem libertatis, prenominatus Abbas et eius successores solvere debent annuatim dicto Episcopo Rapollano duos bisantios bonos, in festo Assumptionis Beate Marie Virginis.
Si quis autem hanc compositionem infringere temptaverit, poena centum aureorum mulctetur, et nihilominus compositio ista firma et illibata permaneat.54
“Libera et quieta” è la formula che sancisce l’indipendenza di San Nicola di Forenza dal controllo del Vescovo di Rapolla.
“Duos bisantios boni” è il prezzo della pace. Per chiudere la lite, Forenza doveva pagare due monete d’oro (bisanti) ogni 15 agosto (Festa dell’Assunta).
“Poena centum aureorum” è la sanzione economica (100 monete d’oro) per chiunque avesse osato riaprire la causa.
Un’altra pergamena del Dicembre 1222, conferma la pace fra Forenza e Rapolla. Questo atto è una riconferma della sentenza del 1209. Dopo alcuni anni di nuove tensioni, le parti si riunirono per ribadire i patti.
Il documento è custodito nel Fondo Montevergine, pone fine alla disputa tra il Vescovo di Rapolla e il Priore di San Nicola di Forenza, confermando la libertà dell’istituzione monastica e stabilendo un canone annuo di due bisanti. L’atto, sottoscritto a Rapolla con l’intervento di testimoni locali come il Giudice Giovanni e il Presbitero Nicola, risolve le controversie su decime e diritti parrocchiali.
enuntiatio (rinuncia) e confirmatio (conferma)
In nomine Domini. Anno dominice Incarnationis millesimo ducentesimo vigesimo secundo, mense decembris, undecima indictione.
Cum lis esset et controversia diu agitata inter Venerabilem Episcopum Rapollanum et Priorem Sancti Nicolai de Forentia, pro parte Abbatis et Conventus Montis Virginis, super subiectione ipsius Ecclesie et parochialibus iuribus ac decimis hominum in castro Forentie commorantium, tandem mediantibus bonis et discretis viris, ad pristinam concordiam redierunt in hunc modum:
Videlicet quod dictus Episcopus Rapollanus, habito consilio cum canonicis suis, attendens iustitiam et privilegia prefate Ecclesie, renuntiavit omni liti e petizioni quam faciebat adversus eandem Ecclesiam Sancti Nicolai, confitens eam liberam esse debere ab omni iurisdictione et subiectione episcopali, sicut in transactione pridem facta continetur.
Statutum est etiam ut annuatim, in festo Assumptionis Beate Marie, duo bisantii bone monete dicto Episcopo in recognitionem libertatis persolvantur. Priores vero prefate Ecclesie non teneantur ire ad synodum, nec procurationem aliquam Episcopo prestare, sed sint ab omni onere episcopali penitus absoluti.
Ad huius autem rei perpetuam firmitatem, presens scriptum sigilli episcopalis munimine roboratum est.
Testes interfuerunt: Iudex Iohannes de Forentia, Presbyter Nicolaus, Robertus miles, et alii quamplures.55
“Ad pristinam concordiam” significa che le parti tornano alla “concordia originale” del 1209, segno che tra il 1209 e il 1222 c’erano stati nuovi scontri.
“Non teneantur ire ad synodum” è un dettaglio giuridico pesantissimo. Il Priore di San Nicola di Forenza viene esentato dall’obbligo di partecipare al sinodo diocesano a Rapolla. Era il massimo grado di autonomia possibile.
“Absoluti” è la parola finale che libera San Nicola da ogni “onere episcopale” (tasse, vitto e alloggio per il vescovo in visita).
— L’inventario gerosolomitano
redatto per la consegna del 1297
Il verbale operativo che segue la bolla di Bonifacio VIII è uno “strumento di immissione” (atto notarile di presa di possesso) in cui il procuratore dell’Ordine di San Giovanni (Cavalieri di Malta) prende materialmente in carico i beni che erano stati dell’Abate di Venosa a Carmignano e Cimitile.
La ricostruzione analitica dei contenuti dell’inventario di consegna del 1297 è fondamentale per capire la consistenza economica anche dell’enclave toscana alla fine del XIII secolo.
A Carmignano, l’atto si svolgeva solitamente presso la Chiesa di San Giovanni. Il delegato papale o il rettore uscente consegnava al Commendatore dell’Ordine le chiavi della chiesa e degli edifici annessi. Il notaio registrava l’ingresso fisico nei locali come prova del nuovo dominio.
L’inventario del 1297 descrive minuziosamente ciò che la Magione produceva e possedeva. Vengono citati i vigneti situati “in loco dicto la Serra” e vicino al borgo. Si registrano nelle cantine della Magione diverse botti e caratelli di vino nuovo e vecchio (spesso il pregiato vino rosso che già allora rendeva celebre la zona).
L’inventario elenca gli alberi di olivo nelle pendici del Montalbano e la presenza di un frantoio per la spremitura, a conferma che l’olio era la seconda rendita principale della commenda.
Si fa menzione del mulino situato verso il fiume Ombrone (Sandoris), con le macine in buono stato e i diritti di chiusa (palata).
Venivano contati i capi di bestiame (buoi per l’aratura) e le quantità di grano, orzo e legumi stoccati nei granai per la semina successiva.
Una parte consistente del documento era dedicata all’elenco nominativo dei contadini che lavoravano le terre. Questi nomi (spesso preceduti da “Puccio di…”, “Bindo di…”) rappresentano la prima vera anagrafe rurale di Carmignano. Essi dovevano giurare fedeltà al nuovo padrone, impegnandosi a versare le decime e i canoni in natura (vino, olio e grano) secondo le vecchie consuetudini stabilite dall’Abate di Venosa.
Nello stesso periodo, un inventario simile veniva redatto per la chiesa di San Felice a Cimitile.
Lì, l’enfasi era posta sulle “apothecis” (botteghe) e sulle rendite dei terreni campani, che integravano l’economia della Magione toscana, creando un flusso di risorse che ora confluiva nelle casse dell’Ordine di Malta.
Questi inventari sono preziosissimi perché descrivono un paesaggio agrario che è rimasto quasi immutato per secoli. Molti dei nomi di poderi citati nel 1297 sono rintracciabili ancora oggi nella toponomastica carmignanese.56
— La consistenza
economica delle tre sedi
Nel dettaglio, l’Inventario di Riconsegna del 1297, è lo strumento notarile che fotografa lo stato dei beni nel momento del passaggio dai monaci di Venosa ai Cavalieri di Malta. In questo atto, la consistenza economica delle tre sedi viene misurata con precisione chirurgica.
Carmignano è il polo Produttivo della Tuscia. L’inventario descrive la Magione di San Giovanni come un centro agricolo specializzato. Si registra la presenza di 30 botti di vino (il “rosso” del Montalbano) e diverse giare d’olio stoccate nella tinaia della magione. I vigneti sono descritti “in buono stato di coltura”.
Viene censito un mulino con due macine funzionanti, con rendita annua calcolata in moggia di grano versate dai contadini locali.
L’elenco nomina circa 20 capifamiglia (coloni livellari) che detengono le terre “dell’Abate”. Tra i nomi spiccano toponimi ancora esistenti come La Serra e Verghereto. Il canone è misto: una parte in denaro (denari pistoiesi) e una parte in natura (polli, uova e quote di vino).
Cimitile è il centro commerciale della Campania. A San Felice in Pincis, l’inventario del 1297 mostra una realtà più urbana e commerciale rispetto a quella toscana.
Vengono censite 12 botteghe (apothecis) situate intorno alla basilica di San Felice, affittate a mercanti locali. Questo indica che Cimitile era un nodo di scambio monetario fondamentale.
Oltre ai vigneti (per il vino campano), si registrano ampie estensioni di frutteti e noccioleti, tipici dell’agro nolano, le cui rendite venivano in parte vendute sui mercati di Napoli e Salerno.
Si descrive il “palatium” (la residenza del rettore) e i magazzini per lo stoccaggio del grano destinato all’esportazione verso la casa madre.
Venosa resta la casa madre della Trinità. L’inventario della sede centrale è un elenco di gloria decaduta.
Si registrano i grandi magazzini interni all’abbazia, ormai semivuoti, e i vigneti urbani e suburbani (l’Aglianico) che rifornivano la mensa monastica.
Vengono contati i mulini situati nei pressi della città e le proprietà nel Castrum Rapollae, descritte come fortificazioni bisognose di restauro.
L’inventario cita il forziere delle scritture, contenente tutte le pergamene riferite (Ratulo, Altavilla, Papi), che viene consegnato fisicamente al nuovo Commendatore dell’Ordine di Malta.
Idem per le misure. Per il vino si usa il cogno (a Carmignano) e la salma (a Venosa e Cimitile). Per il grano si usa il moggio pistoiese e il tomolo napoletano/pugliese. Per il denaro si opera con una conversione tra Libre Pistoiesi, Ducati e Once d’oro del Regno di Sicilia.
Questo inventario è la prova che, nonostante la “crisi” citata da Bonifacio VIII, l’asse Venosa-Cimitile-Carmignano restava una delle macchine economiche più potenti d’Italia, capace di integrare i prodotti del Sud con quelli del Centro.57
— Nomi e toponimi nei verbali
di Fra’ Leonardo di Napoli
Il documento del 1297, in cui fra’ Leonardo di Napoli prende possesso delle terre dai benedettini, elenca nomi e luoghi specifici per le tre sedi. A Carmignano, si citano la Magione di San Giovanni, la Serra, Verghereto e il mulino dell’Ombrone, con coloni come Puccio di Benintendi e Bindo di Guccio. Per Cimitile, spiccano il complesso di San Felice in Pincis, le apothecae a Nola, l’Ortus Magnus e figure quali l’abate Bartolomeo e Nicolaus de Cimitilo. Infine, a Venosa sono menzionati il monastero della Trinità, il Castrum Rapollae, Forentia e la Porta de Suso, con figure chiave tra cui fra’ Ruggero, Guglielmo di Rapolla e Filippo de Messina.
Il dettaglio dei nomi, dei luoghi e delle persone citati nello strumento di consegna e nell’inventario del 1297 rende l’idea di quanto esso sia da considerare la pietra miliare del commercio angioino.
Questi dati provengono dai verbali di immissione in possesso redatti dal notaio apostolico incaricato da Bonifacio VIII per il passaggio ai Cavalieri di Malta (rappresentati da Fra’ Leonardo di Napoli).
L’inventario del 1297 non è solo una lista, ma un vero e proprio fermo-immagine di un mondo che cambia padrone: il passaggio dai monaci benedettini di Venosa, ormai stanchi e in crisi, ai Cavalieri Ospitalieri, una potenza internazionale militare e burocratica.
A Carmignano l’atto di consegna si svolge in un clima autunnale. Il delegato papale e il procuratore dell’Ordine, Fra’ Leonardo di Napoli, salgono verso la Magione di San Giovanni. Qui non trovano un monastero di clausura, ma un’azienda agricola fortificata. Il rettore uscente, Giovanni di Mastro Stefano, consegna le chiavi di una cantina che ribolle: l’inventario registra 30 botti colme di vino rosso. Tra i filari compaiono figure come Puccio di Benintendi e Bindo di Guccio. Non sono semplici contadini, ma “vassalli” che possiedono una dignità giuridica; giurano fedeltà ai Cavalieri toccando il Vangelo.
Il notaio scende poi verso il fiume Sandoris (l’Ombrone) per verificare lo stato del mulino. Il paesaggio descritto è quello della Serra e di Verghereto, un anfiteatro di olivi e vigne che da quel momento smette di inviare decime all’Abate di Venosa per finanziare le crociate dell’Ordine di Malta.
A Cimitile, presso la Basilica di San Felice in Pincis, l’atmosfera è urbana e mercantile. Qui l’inventario si sofferma sul prestigio e sull’affitto. L’ultimo abate benedettino, Bartolomeo, mostra ai Cavalieri le dodici apothecae (botteghe) che circondano il complesso. È un centro commerciale ante-litteram dove si vendono noci, olio e tessuti. Il notaio Nicolaus de Cimitilo stila l’elenco dei canoni pagati dai mercanti di Nola. Si cita l’Ortus Magnus, un immenso giardino recintato che è il cuore produttivo dell’enclave.
I Cavalieri di Malta sono entusiasti di Cimitile: per loro è una base logistica perfetta per accumulare derrate alimentari (grano e frutta secca della Liburia) da spedire verso i porti di Puglia e poi a Rodi o Gerusalemme.
Nella sede centrale di Venosa, l’inventario ha un tono quasi malinconico. La SS. Trinità, il mausoleo degli Altavilla, è il cuore di un impero che sta cedendo il passo.
Si cammina tra le navate dell’abbazia “incompiuta”. Si contano i tesori, ma anche i debiti. Si controlla la Porta de Suso, il quartiere cittadino dove l’abbazia possiede palazzi e forni.
Entra in scena la forza militare. Guglielmo di Rapolla, il castellano, consegna la Rocca di Rapolla con i suoi armamenti. Il procuratore regio Filippo de Messina osserva che tutto sia regolare: il Re di Napoli vuole che l’Ordine di Malta sia forte per difendere il Regno.
Il momento più alto è la consegna del forziere delle scritture. Le pergamene di Ratulo, di Ruggero II e di Alessandro III passano di mano. È in questo momento che la memoria storica di Carmignano e Cimitile viene salvata: i Cavalieri le catalogano come “titoli di possesso”, preservandole per i secoli a venire.
Questo inventario trasforma un diritto astratto (la bolla di Bonifacio VIII) in una realtà di terre, uomini e pietre. È l’atto con cui Carmignano entra definitivamente nel grande scacchiere del Mediterraneo.58
— Lo scontro col vescovo di Rapolla:
sulla «Domus con turri» di San Nicola
Le ultime novità giunsero quando si scoperchiò il “forziere delle scritture” (capsa scripturarum) che i monaci consegnarono ai Cavalieri di Malta a Venosa nel 1297. Fra’ Leonardo di Napoli, insieme al notaio, rompe i sigilli di cera e inizia a inventariare le pergamene che abbiamo analizzato finora.Ecco cosa trovarono e come descrissero i confini e la consistenza di Carmignano e Cimitile in quel momento di passaggio.
Nel forziere, i Cavalieri trovarono le pergamene che partivano dall’804 del Ratulo e arrivavano al 1145 dell’Atto. L’inventario del 1297 annota con precisione la “Memoria del Separone”. I nuovi padroni (i Giovanniti) rileggono i confini di Ratulo. Confermano che la proprietà della Magione non è un’isola, ma un sistema che “abbraccia” la collina. Notano che il confine scende dal Montalbano seguendo la via pubblica e si ferma al Vincio, per poi “correre” lungo l’Arno.
L’inventario descrive le vigne di La Serra non come semplici campi, ma come “vineis bene laboratis” (vigne ben lavorate). I nomi che abbiamo visto (Puccio e Bindo) vengono iscritti nel Libro dei Censi dell’Ordine. Da quel momento, ogni barile di vino prodotto tra Verghereto e la Magione ha un prezzo fissato in denari pistoiesi che finirà nei forzieri dei Cavalieri.
Il fascicolo Campania cita la Basilica e l’Annona. Per Cimitile, il forziere conteneva i due diplomi degli Altavilla (1116 e 1131). Le Apothecae e il Censo sono la cosa principale. I Cavalieri registrano che la chiesa di San Felice in Pincis è circondata da botteghe che rendono un affitto fisso. Questo è il “tesoro liquido” dell’enclave campana. L’inventario annota che il controllo sulle decime dei noccioleti è vitale per le scorte alimentari dell’Ordine.
Viene ritrovata la specifica dei diritti di pascolo (pascuis) concessi da Ruggero II. I confratelli, che sono anche guerrieri, guardano con interesse a queste terre per il mantenimento dei cavalli durante i transiti verso i porti della Puglia.
Fra’ Leonardo di Napoli, chiudendo il forziere, capisce una cosa fondamentale che l’Abate di Venosa non riusciva più a gestire.
Parte la strategia del Commendatore, l’asse economico per rilanciare il commercio, quello che farà viaggiare insieme il grano di Cimitile e l’olio/vino di Carmignano.
L’Ordine di Malta trasforma queste terre in una rete logistica internazionale. Quello che era un patrimonio monastico per la preghiera diventa una macchina da guerra economica per sostenere le guarnigioni in Terra Santa e a Rodi.
Nell’inventario del 1297 si fa menzione di un “sigillum plumbeum” (sigillo di piombo) appartenuto all’Abate di Venosa e ritrovato tra le carte di Carmignano.
È il segno tangibile che l’autorità lucana era presente fisicamente nel Montalbano ogni volta che un contratto veniva firmato.59
Il verbale di consegna, l’Instrumentum Immissionis del 1297, è una miniera d’oro perché il notaio, per evitare contestazioni future tra i benedettini uscenti e i Cavalieri di Malta entranti, registra ogni singolo toponimo e ogni confine dei possedimenti della “Magione”.
A Carmignano, la consegna non riguarda solo l’edificio, ma un intero sistema agrario parcellizzato. Il documento cita la Mansio Sancti Johannis de Carmignano, definita come “domus murata” con chiostrino e tinaia per il vino.
Le Vineis in loco La Serra: il cuore della produzione vinicola. Pederium de Verghereto viene descritto come oliveto esteso verso il crinale, mentre Terra in loco Castelloncelli come appezzamenti vicini all’antica fortificazione. Il Pratum de Santomato (o Santomoro) è la zona di pascolo e fienagione e il Campus de Valenzatico, quello delle terre basse verso la piana.
Il molendinum ad Vincio è un mulino situato presso la confluenza del torrente. Gurgum et Palata in flumine Sandoris (Ombrone) sono la chiusa d’acqua, fondamentale per la macinazione.
Si citano la Via Publica que pergit ad Mons Albanum e il Passum de Artimino.
La consegna nell’enclave di Nola, la pianura Campana della Terra di Lavoro, è tutta dedicata a Cimitile. Essa assume quasi un carattere urbano, tale è la densità di edifici e botteghe intorno al santuario che si riscontra.
Il complesso sacro è costituito dalla Basilica Sancti Felicis in Pincis e dal Claustrum Monachorum (il monastero), con un proprio patrimonio immobiliare.
Si tratta di apothecae circa plateam, le dodici botteghe che generavano censo liquido in piazza, e delle domus in Civitate Nolae, le residenze urbane di proprietà dell’Abate.
Seguono i fondi agricoli: l’Ortus Magnus de Pincis, lo storico giardino cintato con sistema di irrigazione proprio, e i vasti appezzamenti nella zona di Acerra e Marigliano, quali Terris in Liburia:
Seguono i nucelletum in loco Avella, noccioleti che integravano le rendite con la frutta secca, e una piccola dipendenza rurale nel casertano, denominata Ecclesia Sanctae Mariae de Curticellis.
Non restavano che i beni di Venosa e Rapolla, il cuore del patrimonio lucano. Qui l’inventario descrive le proprietà feudali più massicce:
L’abbatia Sanctae Trinitatis, fra Ecclesia Nova (incompiuta) e Ecclesia Vetus, il Castrum Rapollae con l’intera rocca, le sue torri e il mastio, e il tenimentum de Forentia (Forenza), con le terre da pascolo e il bosco per il legname.
Al Palazzo sito alla Porta superiore, cioè la Domus ad Portam de Suso, al Balneum et Molendina in Vulture, site alle pendici del monte, fu unita anche la vinea de Aglianico, citata specificamente per la riconosciuta qualità del vitigno.
Per dare valore legale a questi luoghi, il notaio registra chi “consegna” e chi “riceve”.
Con Fra’ Leonardo di Napoli, il “conquistatore” amministrativo, Priore dell’Ordine di Malta, c’è Bartolomeo de Venusiis, l’ultimo procuratore dei monaci benedettini. Nicolaus de Cimitilo è il testimone chiave per i beni campani. Johannes Mastro Stefano è il rettore di Carmignano che consegna materialmente le chiavi della Magione. Qui risultano anche Lapo di Banchi e Gaddo di Puccio, testimoni carmignanesi che garantiscono i confini della Serra.60
Questa rete di nomi prova che l’Abbazia di Venosa aveva creato una mappa mentale e giuridica che univa il grano della Liburia, l’olio del Montalbano e il ferro di Rapolla.
Quando i Cavalieri di Malta subentrano, ereditano una “multinazionale” perfettamente funzionante.
La chiesa di San Nicola di Forenza, nel XII secolo, non era un semplice edificio sacro, ma il centro nevralgico di una Grancia (un’azienda agricola monastica fortificata) che fungeva da polmone economico per l’Abbazia della SS. Trinità di Venosa.
In un’epoca di scorrerie e confini instabili, la chiesa non poteva essere solo un luogo di preghiera.
I documenti la descrivono come una “Domus cum turri”. La torre non serviva per le campane, ma per l’avvistamento e la difesa dei magazzini e del bestiame contro le mire dei baroni vicini e dei briganti.
Stile: Immaginala come una struttura in pietra massiccia, in stile romanico-normanno, con poche e strette aperture, molto simile alle fortificazioni che i Normanni stavano costruendo in tutto il Vulture.
San Nicola era il terminale della transumanza e della produzione primaria. Era qui che veniva raccolta la “Lana Gentile” delle greggi abbaziali. Forenza fungeva da centro di stoccaggio prima che le ballre di lana venissero spedite lungo l’itinerario verso la Toscana.
L’Abate di Venosa rivendicava su San Nicola il diritto di “glandatico” (pascolo dei maiali nei boschi di querce) e di “Legnataggio”. Questo legname era fondamentale per la flotta normanna e per le botti di Carmignano.
A capo di San Nicola c’era un monaco amministratore che rispondeva direttamente all’Abate di Venosa, gestendo un manipolo di conversi (laici) e decine di vassalli locali.
Grazie ai diplomi di Ruggero II (1131-1133), la chiesa godeva di immunità straordinarie.61
I coloni che vivevano e lavoravano per San Nicola erano esenti dalle tasse regie. Questo rendeva la chiesa di Forenza un polo d’attrazione per la manodopera, sottraendo braccia ai feudi laici circostanti.
La chiesa aveva il diritto di riscuotere la “decima” (la decima parte dei raccolti) su tutto il distretto di Forenza, garantendo un flusso costante di grano e orzo verso i magazzini di Venosa.
In quegli anni, San Nicola di Forenza era il primo anello di una catena internazionale: Forenza produceva la materia prima (lana e legno); Cimitile (Nola) fungeva da snodo commerciale e mercato; Carmignano (Toscana) trasformava queste rendite in prodotti d’eccellenza (vino e olio) e moneta sonante per l’Abbazia.
San Nicola era, in sintesi, la cassaforte delle materie prime dell’Abate Roberto, difesa con la spada dei Normanni e con le terribili maledizioni spirituali che abbiamo letto.
— I Registri del censo:
i libri dei conti della Lucania
Oltre alle pergamene solenni, esistevano i Plateari. In questi registri si annotava chi pagava cosa.
A Forenza potremmo cercare (tra i regesti di Houben o negli archivi di Potenza) i canoni in lana grezza e formaggio pecora.
A Carmignano: il censo era spesso in staia di grano e barili di vino rosso.
Ma possiamo ricostruire cosa mangiavano i rettori di San Nicola e della Magione.
Sappiamo che l’olio toscano era considerato un bene di lusso. Veniva spedito a Venosa e Forenza non solo per le lampade votive, ma per la mensa dell’Abate.
Le noci di Cimitile e le castagne di Forenza erano prodotti complementari che viaggiavano verso la Toscana.
Questo permetteva la viabilità, ma oltre alla Francigena c’erano altre strade percorse dai messi di Venosa in Basilicata usavano le “Vie Erculanee” e i “Tratturi”.
Il percorso da Forenza a Venosa seguiva antichi tracciati romani riadattati, con i fontanili di proprietà dell’Abbazia lungo il percorso.62
Oltre ai grandi diplomi, ci sono le sentenze dei tribunali locali. Le liti con i pastori per lo sconfinamento nelle “difese” (aree recintate) dell’Abbazia, tanto a Forenza, quanto a Carmignano, dove non mancavano le dispute sui confini tra la Magione di San Giovanni e i terreni dei nobili pistoiesi. Questi atti citano spesso nomi di testimoni laici (contadini, artigiani) che non appaiono nelle bolle papali.
Non tutti erano monaci sacerdoti. Molti erano fratres conversi: uomini d’affari in abito monastico. Questi “fratelli gestori” che facevano la spola tra Forenza, Cimitile e Carmignano erano i veri artefici della fortuna della Trinità.
Cimitile era lo snodo commerciale e il mercato del grano e Carmignano divenne la vetrina dei prodotti di lusso (vino e olio), punto di osservazione verso i mercati del Nord. Ma Forenza fu il grande magazzino delle materie prime (lana, legno, carne) che alimentò la Tuscia dal tempo dei Normanni a quello dei Cavalieri di Malta.







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