12. CERVINARA NEL REGNO DI NAPOLI

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Da Campobasso a Pietrastornina, tutti feudi ‘della Leonessa’

Nel quinquennio dal 1316 al 1320, Cervinara fu tassata per 31 once, 26 tarì e 2 grana. Se si considera che con una grana si potevano acquistare una quindicina di cavalli, ne risulta che era uno dei paesi più ricchi della provincia, in quanto pochi altri erano soggetti a pagare una somma così elevata. Evidentemente i De La Gonesse vi costruirono un palazzo cinto di mura con delle porte per entrarvi, una delle quali era detta “porta Sancti Angeli”, perché dava sul confine della chiesa di Sanctum Angelum ad Carros.
Carlo II della Leonessa fu il primogenito di Errico, e possedé i feudi paterni nel 1325, lasciandoli poi in eredità, nel 1350, al fratello Roberto che sposò Caterina d’Aquino, dalla quale ebbe Errico, marito di Sveva Sanseverino.
Guglielmo Leonessa, figlio di Errico, ereditati tutti beni nel 1386, sposò Isabella Stendardo ed ebbe il famoso Marino, che li incamerò nel 1400, a cui successe Giovanni nel 1446 e, nel 1474, Francesco.
La famiglia Della Leonessa, una delle più illustri del Regno, aveva addirittura coniato moneta, sostenendo i più alti incarichi del Regno, finendo con l’abitare in Napoli, alla via SS. Apostoli, quella stessa casa che era stata di San Tommaso d’Aquino.
Alfonso della Leonessa, nipote e successore di costui, mettendosi fra i ribelli al Re Ferrante d’Aragona, fallita la congiura, passò con tutti gli altri paesi della Valle Caudina dalla parte del duca Giovanni, figlio di Renato d’Angiò, mentre era in guerra con gli Aragonesi, proprio nel Sannio. Persa la guerra, fu privato di tutti i beni che, nel 1461, furono affidati al fedelissimo Fabrizio della Leonessa, cugino di Alfonso, che nel 1488 aveva già venduto Cervinara a Carlo Carafa, marchese di Montesarchio e conte di Airola, ai quali, nel 1500, si aggiunse anche Rotondi. Il Carafa sposò Eleonora della Leonessa, figlia di Alfonso, permettendo una certa continuità nella successione per tutto il dominio aragonese e spagnolo che declassava il Regno di Napoli, già senza Sicilia, a Viceregno.
Una volta morto Carlo Carafa, i feudi furono rilevati presso la Regia Corte, nel 1515, dal figlio Giovan Vincenzo, il quale, fu incaricato dall’imperatore di avere cura delle fortezze di Napoli. Ritiratosi a Montesarchio con l’arrivo dei Francesi, Vincenzo non ci pensò su due volte e passò dalla loro parte nell’invasione del regno e nella spedizione francese del Lautrec Odet de Foix. Dichiarato ribelle dagli spagnoli, gli furono confiscati i beni; morì durante l’assedio di Napoli nel 1528. Avuta la meglio gli Aragonesi, in quell’anno, Cervinara, acquisita dal Vicerè Principe D’Orange passò alla Corte di Napoli. Nel 1532 il re di Spagna Carlo V la donò, insieme ai suoi 11 Casali e alle 240 famiglie, ad Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, Gran Camerario del Regno e capitano generale di fanteria, come ricompensa dei servizi resi durante l’assedio di Napoli. A quei tempi Cervinara possedeva boschi e selvaggina e produceva vino in quantità e granaglie a sufficienza: era sempre uno dei Comuni più grandi del Principato Ultra. In più, nel 1590, fra le proprietà ecclesiastiche beneventane, abbiamo notizia certa di beni anche presso un altro Casale detto delli Rutundi (Rotondi). Si tratta di ben 13 chiese.
Altri d’Avalos che tennero Cervinara furono il figlio di Alfonso, Ferrante (1546), e il nipote Alfonso II (1571) che nel 1573 vendé il feudo, unitamente a quello di Rotondi e Campora per 17.000 ducati a Giovan Felice Scanalone (o Scalaleone) di Teano, illustre giureconsulto e professore dell’Università di Napoli, al quale seguì il figlio Giulio. Vale la pena di ricordare che in questo periodo Cervinara visse un momento culturale abbastanza alto per la presenza, nel campo ecclesiastico, di fervidi studiosi.
Il 29 maggio del 1597 ritroviamo il feudo di Cervinara nelle mani di Berardino Barionovi, segretario del Regno, cui fanno menzione tutti gli scrittori fra cui Toppi e Campanile, in favore del quale, Giulio, lo aveva alienato per 30.000 ducati; l’ufficialità sarebbe però avvenuta solo nel 1602, allorquando l’ebbe Barionovi (Barrionuevo), Consigliere del Re Filippo III di Spagna e Reggente del Supremo Consiglio d’Italia.
Questo nobile uomo donò Cervinara al figlio Francesco che aveva ottenuto da re di Spagna Filippo III il titolo di marchese di Cervinara ma, passato a miglior vita nel contempo, titolo e feudo ricaddero sul padre Bernardino che, nel 1606, ottenne dal re la possibilità di mutare il titolo con quello di marchese di Cusano, fino a vendere l’antico feudo (1607) a Beatrice Caracciolo, marchesa di Volturara Appula, per 40.000 ducati. Nel 1608, alla marchesa successe il figlio Giuseppe Caracciolo che, l’anno dopo, vendé all’Università di Cervinara diverse concessioni, rendendo esenti i cittadini da alcuni obblighi feudali.
L’Università si riuniva una volta all’anno, alla fine di agosto, per eleggere almeno tre cittadini modello tra magnifici (viventi del proprio), massari, commercianti ed artigiani proposti dalla stessa amministrazione uscente. Il pubblico parlamento eleggeva i nuovi, “per voce” e con alzata di mano, per l’amministrazione annuale dei beni comuni, o della Comune, della Terra di Cervinara appunto, detti eletti (assessori), insieme ad un cancelliere del regno, che li aiutava nell’amministrazione delle tasse. Eppure ci sarebbe stato un caso, nel 1777, in cui il parlamento si rifiutò di votare la formazione, provocando la reazione dei benestanti.
A Cervinara come a Rotondi vi dimorò per lungo tempo la nobile famiglia dei Caracciolo di Sant’Eramo, prima della vendita della Casa Palazziata cervinarese al conte Del Balzo di Presenzano, ai discendenti del quale è rimasto quello che fu detto Palazzo Marchesale che ancora vediamo a Ferrari.
Successo nel 1623 al fratello Giuseppe, il 7 aprile 1629, Francesco sposò Porzia Caracciolo e ottenne il privilegio di mutare nuovamente il titolo con quello di marchese di Cervinara, per sé e per i suoi discendenti Giovanbattista, Marino, Pasquale I, Antonio, Pasquale II, Carlo, Onorato, Marino IX marchese di Volturara e marchese di Sant’Eramo, Onorato e Marino, che mantennero le cariche per tutto il regno dei Borboni, fino all’abolizione della feudalità da parte dei Francesi con la legge del 1806….

Description

Gli abitatori dei primi Casali cervinaresi

Il Di Meo riferisce che nel 1132 Matilde de Hauteville venne in rottura con Rainulfo, rifugiandosi dal fratello a Salerno, con il quale si lagnò e protestò in quanto non voleva più unirsi al marito, dal quale rivoleva indietro la dote. La già nota contesa fra Re Ruggieri ed il conte di Avellino a questo punto si inasprì e il conte, con un esercito di 3.000 cavalieri e 40.000 fanti, si recò nei suoi Castelli della Hauteville in una Valle Caudina (non è detto Cervinara), dove aspettò l’assalto del cognato. Guerreggiò per ben tre anni, fino al 1135, quando fu sconfitto e tutte le terre e gli oppida della Valle.
Con il sopraggiungere degli Svevi, con Federico II sul trono del Regno di Sicilia, non volendosi arrendere, la Valle Caudina fu nuovamente distrutta e messa a fuoco al passaggio delle truppe del re, che ridussero in briciole Cervinara, già ricostruito per la seconda volta da Rainulfo II. Subito dopo il re ordinò, siamo nel 1240, che il Castello di Montesarchio fosse elevato a dignità imperiale, come nel caso di Pietrastornina, Avellino ed altri, e quindi ad avere giurisdizione sull’intera sotto-provincia foggiana della Valle Caudina, per essere stati, gli altri Castelli rasi completamente al suolo, ma anche per darsi un’immagine, un tono, adesso che c’era un potere diverso, c’era uno stato nuovo: il Regno di Sicilia.
Nel 1240 appunto, Cervinara, unitamente a San Martino, era tenuta alla riparazione, alla guardia e alla custodia del Castello imperiale di Montesarchio, ove c’era un fidato giureconsulto dell’imperatore, ivi insediatosi per l’amministrazione dei feudi e il controllo degli stessi signori, oramai tutti fedeli di Casa sveva. Nel 1250, milite (sempre dell’ex Castello di Cervinara) era il suffeudatario Soaldo Cappello; nel 1270, Cunsio de Morello e, nel 1273, Bartolomeo De Luciano.
A Cervinara però, anche se non c’era più una sede politica nel Castello, era nato un primo palazzo, esistente nel 1251, detto “Palazzo della Chiesa di San Matteo”, ferma restante la proprietà del monastero di San Gabriele di Airola, quantizzabile in ben 120 casalia hominun, costituiti dalle case e dai naturali di quell’ex Castello addetti a coltivare la terra della fondazione ecclesiastica di Airola. Si tratta di case sparse, come confermato in un documento del 1273 in cui si parla di usurpazione di 15 casate di coloni, ai danni del monastero di San Gabriele, che nella zona già possedeva anche le tre chiese di San Celestino in Monte Virgilii, San Vitaliano e San Felice “ubi dicitur ad Collina” (probabilmente si tratta di San Felice a Cancello). Del monastero di San Gabriele erano anche la Chiesa di San Festo, in località Marmora, forse alle Campizze di Rotondi, presso la strada regia.
La Chiesa di San Gennaro ai Ferrari, sita di fronte al palazzo marchesale, è un’arcipretura esistente nel 1280 e forse anche anteriore al 1250, essendo già menzionato un arciprete, incarico che, nel 1343, poteva permettersi di eleggere parroci, conferire ordini e sospendere sacerdoti.
Nel 1367 comparirà Santa Maria della Valle; nel 1350 San Pietro; di un Campo San Pietro si parlerà nel 1318: i Casali erano già nati.
I Pantanari dovettero essere zona di Montevergine, il monastero che ivi possedeva il priorato di Santa Maria delle Grazie fin dagli inizi del 1334, allorquando abbiamo il primo priore. Il materiale col quale fu ricostruita, però, dovette appartenere ad una Chiesa precedente, in quanto, gli elementi lapidei ritrovati sono del 1150 circa e alcuni capitelli fanno preciso riferimento al Chiostro di Santa Sofia di Benevento. Sappiamo poi della donazione di una Cappella e di una riedificazione della Chiesa e campanile nel 1526. (Soppressa nel 1653, fu annessa al Seminario di Benevento e il convento e l’annesso giardino affittati, mentre la Chiesa andò in rovina. Ricostruita fu riconsacrata nel 1700.)
Nel 1133 era di Santa Sofia anche la Chiesa di Sant’Angelo, sita fuori la Porta delle mura del Castello, detta appunto di Sant’Angelo, come da un documento del 1390 e dalla successiva specificazione di Castro, dopo il 1590.
San Biagio alla Collina, anticamente di monte Tolino, esisteva invece fin dal 1127.
(La Chiesa di Sant’Angelo a Pitigliano faceva parte del distretto della parrocchia di Sant’Adiutore poco prima del 1600, ma probabilmente sita nel territorio di Rotondi, luogo ov’era anche la Chiesa di Sant’Andrea a Pitigliano che, nel 1700 apparteneva all’Università di Rotondi. Chiese minori come quella di San Paolino della parrocchia di San Nicolò e Santa Marina del Fondo appaiono più in veste di Cappelle nate per contraddistinguere la proprietà dei fondi.).
In origine, gli abitanti dei Salamuni, non erano altro che dei coloni, forse inviati da Santa Sofia sui possedimenti contrassegnati dalla Chiesa di Sant’Adiutore apud Montem Virginem già nel 1120, ma difficile stabilire se si tratti di questo luogo e soprattutto la veridicità del documento. Nel 1108, però, stranamente, il possesso è confermato, quasi fosse apocrifo, al monastero di San Gabriele di Airola. Comunque sia, Sant’Adiutore divenne parrocchia prima del 1333. Molti beni di Santa Sofia erano passati – evidentemente – da Benevento ad Airola. I monaci di San Gabriele si trovarono così a gestire un’enorme forza di uomini e terre.
Il Casale di Valle, per esempio, esisteva nel 1273, come confermato nel 1339. Dei Pantanari si ha notizia a partire dal 1370; dei Ferrari invece si parla nel 1300, con l’annessa Chiesa esistente già nel gennaio del 1280.
Durante la lotta tra Re Manfredi di Svevia ed il papa, l’esercito pontificio, comandato dal cardinale Ubaldini, si era accampato da queste parti, ritrovando ristoro fra le varie dipendenze della Chiesa. Nelle succesive lotte con Re Carlo d’Angiò, vi si accampò poi il regio esecito angioino, poco prima di uccidere Manfredi nel 1266.
Quasi certamente, con l’arrivo degli Angioini nel regno, insieme al feudo, nacque l’Università dei Cittadini di Cervinara, la Terra di Cervinara. Non sappiamo però la data certa in cui l’Università degli abitanti aventi in comune il patrimonio, gli oneri e i debiti, si scelse anche il simbolo, uno scudo ovale in cui sono raffigurati un cerbiatto e una stella su un monte roccioso a tre punte, rappresentante l’appartenenza del Principato Ultra di Montefusco, sede dov’era il giustiziere e il capitano a guerra con i suoi servienti per la difesa della provincia. La Comune si scelse anche un protettore, San Gennaro, da venerarsi nell’abbazia della Terra ad esso intitolata. Il feudatario, comprati tutti i beni possibili della Terra che erano stati incamerati dal re, permise così, volontariamente o involontariamente, l’unità politica e territoriale.
Non un cervo dunque nello stemma, ma un cerbiatto o un capriolo. L’Università di tutti i cittadini che abitavano i Casali sotto la giurisdizione del feudatario, oltre il diritto di eleggere dei sindaci (come nel caso del 1272 quando erano primi cittadini Ruggiero de Landolfo, Simone di Sasso e Ursone di Blasio) e di nominare un mastrogiurato per l’ordine pubblico una volta l’anno, aveva il dovere di pagare le tasse, da quella sui fuochi a quella sulla generale sovvenzione, sulla nuova moneta, sulla difesa della provincia, sulla custodia delle spiagge del mare, come risulta dai Registri della Cancelleria Angioina.
Erano i tempi in cui a Cervinara abbiamo notizia di un dottore-fisico, il maestro Giovanni, e dell’avvocato Marziano. Un po’ sfortunata fu però questa comunità che, già dopo la prima grande distruzione del 1135, tardò sempre la ripresa.
Dalle carte dell’archivio di Montevergine esistenti nel grande archivio di Napoli, si ricava che Giovanni Sasso, arciprete di Cervinara, il 5 novembre 1399 donò a Montevergine una cappella che aveva fabbricato sotto il titolo di Santa Maria, sita accanto alla sua abitazione, nel Casale Pantanari, oltre a due case quali dimore di due padri da inviare al servizio della Cappella. Col tempo l’eremo fu ampliato ed elevato a priorato da papa Paolo V il 19 maggio 1611.
Da una visita pastorale del 1526 veniamo a conoscenza che fu Fra Simone da Cervinara a dare inizio all’attuale Chiesa, sorta su quella precedente, portata a compimento dal monaco successore, Fra Minichiello di Cervinara, fino a giungere a noi come ruderi appartenenti alla famiglia Verna.
L’arcipretura fu istituita prima del 1499, anno in cui abbiamo notizia di un arciprete, esistente in verità già da prima, nella Chiesa di San Gennaro del Casale Ferrari. Questa antichissima Chiesa, edificata nel corso del 1400, fu ampliata nel 1627 sotto don Cesare Ragucci, finché l’arciprete Pio Piccolo, sul finire del 1700, si elevò il titolo in quello di abate curato, con giurisdizione su più di un paese. Morto costui, seppellito nella stessa Chiesa, ci resta da ricorare un altro arciprete famoso, Giovanni Ghirardi, vicario apostolico e poi vescovo di Montemarano. Ghirardi, nato nel 1656 nel Casale di Scalamoni, fu conosciuto per la pubblicazione di due sinodi, della Vita di San Giovanni e Del modo di governare e di un altro libro sul vivere civile: Ragguagli per ben vivere nella vita civile. Passato a miglior vita nel 1745, fu seppellito nella Chiesa di San Giovanni a Cervinara.
La facciata della Collegiata di San Gennaro, attigua ad un campanile a finestroni ad arco, è del tipo a capanna con due ali laterali posteriori ed un portale di pietra del 1581, con il frontone spezzato da una nicchia in cui è custodita una piccola statua di San Gennaro, due finestre archivolate e due portoni laterali che danno verso l’interno a tre navate. E’ ritenuto il più antico luogo di culto, dove è possibile ammirare un coro ligneo del 1500, l’ex cappella privata dei marchesi Caracciolo, il sepolcro marmoreo del vescovo Giovanni Ghirardi, la tomba dell’abate Ragucci e l’altare maggiore in marmi policromi.
La Chiesa parrocchiale è quella di Sant’Adiutore ai Salomoni, già esistente nel 1688, come nel caso della Chiesa di San Potito agli Scalomoni, degli Ioffredo, di Valle e di San Marciano. Vi è poi il monastero dei Carmelitani con la Chiesa, a Trescine, e il monastero di Santa Maria delle Grazie ai Pantanari, di cui resta una cappella in rovina. Fra i Carmelitani si ritirò, nel 1693, Fra’ Elia Astorini, filosofo e medico, nipote del celebre Tommaso Cornelio, primo matematico napoletano che, a Cervinara, aveva fondato una scuola di matematica per giovani, come ben leggiamo nelle ricerche del Barionovi.
Nel 1270, la Regia Corte di Napoli possedeva diversi beni, in quel di Cervinara, affidati a Cunsio de Morello, poi al figlio Errico e, ancora, a Bartolomeo de Luciano che, nel 1273, era stato citato in giudizio dal monastero di San Gabriele di Airola per esseresi impossessato di 15 casate di coloni nel Casale de La Valle, precedentemente tenuti da un Cunsio di Airola. In reatà i beni non erano proprietà né dell’uno, né dell’altro, ma della Regia Corte alla quale ritornarono, prima di entrare in possesso dei feudatari francesi scelti dalla Corte per l’affidamento, da Ferrerio de Charalt prima, ad Isabella de Chauville poi.
Carlo I d’Angiò, passato alla storia come un re prepotente e crudele, possessore indiscusso del Regno, nel 1279, aveva concesso l’intero feudo di Cervinara ad Isabella de Chauville, dalla quale, nel 1288, l’ebbe un altro nobile francese, Giovanni della Leonessa, che si ritrovò molte terre incamerate dalla Regia Corte durante la conquista fra le quali quella di Cervinara.
Giovanni era maresciallo del Regno ed aveva sposato Filippa Gianvilla, imparentata con i reali di Francia.
Nel 1283 anche il Casale di Valle venne dato in feudo a Giovanni di Lagonessa, il quale, due anni prima, aveva già comprato da Ruggiero de Molinis, forse un diretto discendente del signore normanno de Molinis, altri beni feudali, ottenendo la licenza per esigere la sovvenzione dei vassalli in quanto aveva servito il re per tre mesi quando era a Viterbo.
Nel 1284 Guglielmo de l’Etendart voleva il riconoscimento, come feudatario del milite Riccardo Cappelli (forse discendente di Soaldo che nel 1256 era miles ex Castello di Cervinara), per i beni posseduti in Arienzo e Cervinara. A Cappelli successe il filglio Pandolfo, come suffeudatario de l’Etendart (detti degli Stendardo) che, nel 1303, concedeva ai fratelli Giovanni e Francesco de Gregoriio due pezzi di terra sulla Croce. Morto nel 1295, il figlio Carlo, generale dei presidii e quindi Gran Siniscalco del Regno, ne ereditò i beni e sposò la figlia del conte di Ariano Caterina di Valdimonte (de Vaudemont) dei reali di Francia, con il titolo di maresciallo del Regno.
I discendenti della famiglia francese di Guglielmo de la Gonesse, milite di Carlo d’Angiò al quale era stato concesso il Castello di Airola, si ritrovarono così a dividere la proprietà: Airola a Giovannuccio e Cervinara a Carlo. Nel 1296 Carlo aveva prestato servizio militare per il possesso dei Casali di Pandarano, Leoncelli, Campora e Valle, facendo la “soccia di Ruggiero de Molinis”. Carlo aveva generato Giovanni ed Errico, che, nel 1314, successe nel possesso del feudo alla morte dei familiari. Errico era tenuto assai in considerazione dalla Regina Giovanna, al punto che in molti diplomi è chiamato “affine”…

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

Cervinara a ritroso nel tempo: il 1800

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'arrivo dei Francesi significò l'abolizione della feudalità, delle Università e la nascita del Municipio, con degli Eletti ed un sindaco alla guida dell'amministrazione. Non mancarono le liti presso la Commissione feudale tra ex feudatario, Comune e privati cittadini per il pagamento di tasse e diritti spesso finiti in disuso.
Ritornati i Borboni, anche i cittadini di Cervinara si sentirono in dovere di partecipare ai moti del 1820-21 e a quelli del 1848, dando un valido contributo all'Unità d'Italia. Un servizio alla giusta causa offerto anche dopo, per la cattura delle più tremende bande guidate dai briganti Cipriano La Gala, Andrea Masi e Tommaso Romano che per molti anni avevano saccheggiato e depredato l'intera Valle Caudina.
Il paese era cresciuto, culturalmente e praticamente, divenendo capoluogo di Circondario della provincia di Avellino e arrivando a contare, a metà del 1800, oltre 7500 abitanti, fino a raggiungere numero 9.000 verso la fine del secolo scorso. Che cosa abbiano fatto i Consiglieri Provinciali del Mandamento di Cervinara, del quale Cervinara faceva parte, che si sono succeduti dal 1861 al 1901, è difficile dirlo. Sappiamo però che anche Cervinara era tenuto in considerazione dall'avvocato Giovanni Finelli (1861-62), da Alessandro Campanile Cocozza (1862-67), dal cavalier Francesco Del Balzo (1867-71) e dal barone Girolamo Del Balzo (1871-1901).
Molte le mini industrie artigianali di fine ottocento, come quelle rappresentata da Salvatore Cioffi di Pasquale e da altri negozianti vari. Ma vediamo nei particolari gli abitanti di Cervinara che esercitavano arti e professioni. Negozianti di cereali erano Pietrantonio e Raffaele Cioffi fu Sigismondo, Onofrio Cioffi fu Lorenzo, Andrea Caporaso fu Saverio, Raffaele Cioffi fu Domenico, Isidoro e Giuseppe Cioffi di Onofrio, Michele de Dona fu Orazio, Marco de Dona fu Giovanni, Francesco Lanzillo fu Antonio, Antonio Lanzillo fu Francesco e Pasquale Pitaniello fu Carmine.
Facevano parte della categoria dei negozianti di stoffe Antonio e Giacomo Cincotti fu Giuseppe. Negozianti di vino (venduto anche nella cantina di Antonio Cantone fu Pietro) erano Raffaele Milanese fu Angelandrea e Saverio Marro fu Pietro; la neve, pigiata a ghiaccio nelle fosse montane, era invece una specialità di Pasquale Clemente fu Domenico che, dopo averla nascosta sotto le foglie per tutto l'inverno, aspettava i giorni più caldi per rivenderla ai caffè e alle gelaterie del napoletano, oltre che a quelle della Valle Caudina e alla caffetteria cervinarese di Felice Cincotti fu Giuseppe; il sensale autorizzato per situazioni varie era Giuseppe Cioffi fu Domenico.
Diversi i negozianti di legnami, come Filippo Ceccarelli fu Michele e Fortunato Ceccarelli fu Felice che, dopo aver disboscato le montagne lavoravano il legno in maniera artigianale; ricordiamo anche altri venditori come Pasquale Cioffi fu Gregorio, Luciano De Maria fu Felice, Pasquale Fierro fu Giuseppe, francesco Iglio fu Angelo, Pasquale Miele fu Carmine, Giovanni Pagnozzi fu Antonio e Luigi Ricci fu Arcangelo.
Tanti volti, tante storie, tanti mestieri, come l'appaltatore di opere di fabbrica Antonio Bianco fu Stefano, il negozio di formaggi di Andrea Taddeo fu Domenico e l'industria agraria di Nicola Tangredi di Giuseppe. Altre aziende agricole erano quelle di Giovanni de Gregorio fu Vincenzo, Luigi Lengua fu Nicola, Luigi, Nicola e Pasquale Marchese fu Gennaro, Luigi Iacchetta fu Giuseppe, Orazio e Gennaro d'Onofrio fu Giovanni, Stefano Casale di Giuseppe, Raffaele Niro fu Domenico.
Mugnaio del paese era Alessandro Cioffi fu Pasquale; Michele Schettini fu Domenico, il farmacista. Vi erano inoltre Antonio de Maria fu Felice col negozio di coloniali, Pasquale Iacchetta fu Nicola col negozio di spiriti, Francesco Mignuolo fu Pasquale, negoziante di frutti, e Giuseppe Pitaniello di Pasquale, col magazzino di cuoiami.
Di Cervinara conosciamo i nomi degli esercenti l'arte salutare che, nel 1880, risultano essere medici cerusici originari del posto: Gaspare Cecere fu Francesco, Luigi Girardi fu Vincenzo, Clemente Mercaldo fu Francesco, Giambattista De Bellis fu Bernardo, Vincenzo Cecere fu Gaspare, quest'ultimo laureatosi presso la Real Università di Napoli, tra il 1830 e il 1877.
Vi erano poi i quattro farmacisti locali con la cedola: Scipione Madonna fu Domenico, Luigi Cecere fu Gaspare, Paolo Barionovi fu Pietro, Michele Schettini fu Domenico, e la levatrice, sempre col certificato, Anna Ragalzi fu Giambattista, che aveva acquisito cedola universitaria il 27 febbraio 1871.
A quei tempi, diciamo nella seconda metà del 1800, Cervinara, compresi i villaggi di Trescine, Salamoni, Mainolfi, Mizii, Cioffi, Pie' di Casale, Ferrari, Pantanari, San Paolino, Ioffredo, Castello, Valle e Pirozza contava 7147 abitanti.
Il paese era abbastanza grande e commerciava in vini, mele, pere, ortaggi, canape e pioppi, lungo la provinciale Irpina e la San Martino Valle Caudina propriamente detta, oltre che durante il mercato settimanale del mercoledi.
Siamo venuti a conoscenza che, nel gennaio del 1873, la pretura era retta da Teodoro Del Grosso e dal vice Gennaro Baccalone e che cancelliere e vicecancelliere erano rispettivamente Filippo Martini e Francesco De Feo. Alle liti ci pensava invece il giudice conciliatore Pasquale Simeone, assistito dal cancellerie Girolamo Piccolo.
Notizie più approfondite ne abbiamo però solo sugli ultimi anni di fine secolo, a partire dal 1889, allorquando primo cittadino del paese, nonché presidente del Circolo dell'Indipendenza, era Giovanni Barionovi, coadiuvato da Errico Pepicelli nella qualità di segretario e da Luigi De Maria che faceva l'esattore. Gli assessori erano invece Alessandro Pagnozzi, Giacinto Barionovi, Girolamo De Nicolais e Pasquale Simeone. Addirittura sei i parroci: Giuseppe Pisanelli della parrocchia di San Marciano, Pasquale De Dona della parrocchia di San Potito, Vincenzo Barionovi della parrocchia di Sant'Adiutore, Vincenzo Marro della parrocchia di San Gennaro, Angelo Ragucci della parrocchia di San Nicola e Giuseppe Clemente della parrocchia di Santa Maria alla Valle. Giuseppe De Maria era il presidente della Congrega di Carità; ben diciotto, i componenti della famiglia clericale: Mariano, Pietro e Antonio Valente, Pasquale Cecere, Giuseppe De Maria, Michele Dorio, Andrea, Giuseppe, Pasquale e Luigi Bove, Francesco Barionovi, Francesco Bianco, Zaccheria Clemente, Francesco De Nicolais, Antonio Cioffi, Nicola Simenone, Raffaele e Vincenzo Cioffi.
Pare che gli oltre 7.000 cervinaresi dell'epoca mandassero fra i banchi quasi 800 alunni, dislocati nelle 8 scuole elementari, sotto la guida degli insegnanti Nicola Simeone, Antonio Valente, Francesco Mainolfi, Francesco Bianco, Carmela ed Elisabetta Cavaccini, Blandina Cioffi e Teresa Iuliano. Erano i tempi in cui ai vecchi medici andò ad aggiungersi il chirurgo condottato Pietro De Nicolais e una nuova levatrice nella persona di Filomena Viggiano.
Nella schiera dei professionisti laureati figuravano - oltre gli ingegneri Saverio Rossi e Luigi De Nicolais, il medico chirurgo condottato Giuseppe Ferrannini e la levatrice condottata Coletta Palma - gli avvocati Francesco Cecere, Giovanni Bruno, Nicola Mendozza, Gennaro Boccalone e Angelo Maietta; i farmacisti Luigi Cecere, Giuseppe Boccalone, Scipione Madonna; gli altri medici-chirurghi Clemente Mercaldo, Luigi Girardi e Vincenzo Cecere.
Giovanna Mignuolo e Antonio Iuliano erano gli albergatori del paese che offrivano un posto per pernottare. Gennaro Sorice, Giuseppe Crispino e Marco Marro si davano da fare con le armi, nella vendita e negli aggiusti. Francesco, Giuseppe e Domenico Cioffi, Girolamo Marro, Michele Villacci e Antonio Mauriello costruivano botti. Giuseppe Cioffi, Francesco, Giovanni e Ferdinando Pitaniello, Luigi Cappabianca e Francesco Fuccio facevano i barbieri. Nei loro saloni, qualche volta, si presentavano a perdicchiare tempo i tanti artigiani, dopo un buon caffè gustato da Mariantonio Cincotti oppure nelle altre caffetterie, cioè da Raffaele De Notaris, Lucia De Girolamo e Felice Cincotti. Di fama, non solo locale, erano i proprietari di cave di pietra Giuseppe Visconti, Francesco Ricci, Nicola Visconti e Vincenzo Simeone; questi ultimi due, insieme a Domenico Simeone, andavano alla ricerca delle venature più estrose per lavorare la pietra e il marmo secondo antica tradizione.
Dicevamo degli artigiani. Possiamo ricordare i capimastri muratori (Antonio Bianco, Antuono, Gaspare e Giambattista Mercaldo, Angelantonio e Pasquale Gervasi), la schiera dei calzolai (Domenico D'Agostino, Domenico Cioffi, Arcangelo Moscatiello, Berardino Iuliano, Michele e Giuseppe Pitaniello, Alfonso e Orazio Miele), i cappellai (Raffaele Ippolito, Luigi Cappabianca e Francesco Ricci), i commercianti in genere di moda Emilia Candela, Concetta Brevetti, Mariantonia Mercaldo, Nicola Caniello, Luigi Cappabianca, Giacomo e Antonio Cincotti; del commissionario Girolamo Piccolo e i droghieri Pasquale e Luigi Cioffi. Non possiamo qui dimenticare i fabbricatori di stoffe e di tele Marianna De Simone e Carmela D'Onofrio, Filomena Valente e Maria Cioffi; di cera, come Pasquale Telaro, e quelli di mobili Angelantonio Marro, Giuseppe Fierro, Pasquale e Luigi Perrotta, e Domenico Cioffi. Vendevano mattoni e stoviglie Giovanni e Raffaele Niro; Matteo De Dona, Lorenzo Cioffi, Saverio e Andrea Caporaso erano negozianti in olii; da non dimenticare quelli di tessuti Antonio e Giacomo Cincotti, Nicola Caniello, Concetta Brevetti, Emilia Candela e quelli di legnami, Pasquale e Luigi Perrotta, Domenico Mercaldo e Girolamo Marro. Due i fabbricanti di sedie, Agostino Miele e Pasquale Ricci, e uno quello di gassose, Antonio De Maria.
Anche se quasi ogni famiglia allevava in casa il maiale o degli agnelli, vi erano comunque i beccai Antonio Iuliano, Pasquale, Giovanni e Raffaele Cappabianca, Andrea Iuliano e Francesco Fucci che "sfasciavano" la carne, oltre i mugnai Angelantonio e Pasquale Mastone, Alessandro Cioffi, Pasquale Moscatiello, Giovanni e Vincenzo Befi, i panettieri, Onofrio Cioffi, Raffaele De Dona, Giuseppe e Raffaele Cioffi, e i negozianti in grani e farine Pietrantonio Cioffi, Luigi Lanzilli e Giuseppe e Raffaele Cioffi; ai vini ci pensava invece Raffaele Milanese. La frutta toccava a Pasquale Moscatiello e Pasquale Taddeo; e tre erano le fruttaiuole: Rosa Pitaniello, Angelamaria D'Agostino e Carmela D'Onofrio.
Ancora i fabbri-ferrai Giovanni e Diodato Ricci, e Lorenzo, Pasquale e Gregorio Brevetti, al pari dei falegnami Raffaele Cincotti, Raffaele Mauriello, Antonio Cioffi, Carlo e Stefano Bianco, Antonio Mauriello e Giuseppe Villacci. E i sensali: Nicola e Giuseppe Cioffi, Giuseppe Esposito, Luigi Celentano, Ferdinando Villacci, Giuseppe Simeone, Pietro Stellato, Carminantonio Finelli e Antonio Lanzilli.
E che dire degli orologiai Giuseppe e Francesco Cioffi, del pittore di stanze Nicola Esposito, dei fuochisti pirotecnici Carmine Leone e Francesco Starace; dei sarti Luigi Ricci, Giuseppe Russo, Carlo e Francesco Ricci e Vincenzo Vassallo; gli speziali manuali Giuseppe Tagliaferri e Antonio De Maria. Vi erano poi i venditori di generi diveri Giacomo e Antonio Cincotti; quelli di cuoiami Lorenzo Cioffi e Vincenzo Pitaliello. Nomi e cognomi che ricorrono tutt'oggi.
Un fiaschetto di vino lo si poteva trovare nelle trattorie, da Clemente Taddeo e Giovanni Mignuolo, o dai bettolieri, Fortunato Cappabianca, Giovanni Telaro, Luigi, Gabriele e Clemente Taddeo, accompagnato o meno da un nostrano piatto caldo. Per chiudere poi il pranzetto, più o meno leggero, bastava un buon sigaro da comprare in uno dei vari tabacchini. Giuseppe Cioffi, donna Carmela Vele, Nicola Moscatiello, Giuseppe Ricci, Giovannantonio D'Onofrio o Francesco Ruggiero conoscevano bene "tabacchi" e "pacchetti".
Al progresso civile ed economico di Cervinara contribuirono, nei primi anni del 1900, la costruzione della ferrovia Benevento-Cancello, la realizzazione di un acquedotto locale e la nascita di una centrale elettrica.
Il nuovo secolo si era aperto senza grandi cambiamenti nella vita politica e amministrativa di Cervinara: i possidenti mantenevano le loro proprietà; i contadini, servendosi delle proprie braccia, si affacciavano al mondo con la speranza di sempre. Continuavano a dividere il raccolto con i proprietari, a portargli i capponi nelle ricorrenze civili e religiose, riuscendo a stento a mettere da parte i pochi risparmi che certo non sarebbero bastati ad acquistare terreni, ma a dare vita a quel triste fenomeno che è l'emigrazione. Pur tuttavia, qualcuno, spostatosi verso il borgo, riuscì a mettere in piedi un'attività artigianale. Il rimanente basso ceto, i figli dei braccianti, dei giornalieri, degli artigiani, nonché qualche sporadico possidente, scelsero però nell'emigrazione la soluzione più giusta ai propri problemi.
Alcuni avevano preferito abbandonare la vita rurale già alla fine del secolo scorso, in vista di più facili e immediati guadagni oltreoceano. Chi c'era stato, e aveva fatto "fortuna", anche come scaricatore di porto o come minatore, era ritornato diffondendo tra il popolo l'immagine di un'America ricca e florida. Seguendo le orme di quegli "avventurieri" imbarcatisi al porto di Napoli, si partì sempre più spesso, sperando nella stessa fortuna. Ma l'imminente scoppio della Prima Guerra Mondiale richiese quelle braccia al fronte: la grande emigrazione era rimandata. Molti cervinaresi non fecero più ritorno. Poveri soldati come Amatiello, Befi, Bizzarro, Bove, Buccieri, Campana, Calabrese, Garofalo, Ceccarelli, Cerasuolo ed un altro centinaio, come risulta dall'elenco ufficiale dell'Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, non fecero più ritorno. I reduci si ritrovarono nuovamente nei campi, stavolta incolti. Anche i vecchi capivano: la campagna non poteva continuare a dare, ai loro figli, ciò di cui essi si erano accontentati. L'indelebile marchio del "servo della terra" doveva scomparire; la guerra aveva riaperto le speranze: gli stenti erano abrogati. Si sentiva il bisogno di una vita diversa, in direzione di Napoli, oppure, della cara vecchia America. Più di 4 milioni di italiani entrarono negli Stati Uniti nei decenni a cavallo del secolo. Sono contadini del Mezzogiorno, inseriti d'impatto nel processo di sviluppo industriale americano di quegli anni.
Quasi un terzo di essi si stabilirono a New York, diventa quasi una grande città "italiana". E' un'altra piccola Italia, la Little Italy. Fu questo uno dei motivi che spinsero il governo degli Usa ad emanare delle leggi restrittive, impedendo l'ingresso agli analfabeti di razza bianca, riducendo gli italiani ammessi ogni anno a 3.845 unità contro i 409.239 che si erano recati in America nel 1920 procurando un dissesto nell'equilibrio demografico della regione Campania.
Avellino era l'unico centro della provincia a superare i 10.000 abitanti tra il '21 ed il '31. Anche Cervinara diede il suo contributo. Ma quanti degli oltre 200 cervinaresi che nel 1930 ancora restavano in contatto col paese natio fecero fortuna? Potremmo parlare di Gaetano e Antonio Clemente, Antonio e Pasquale Sorge, Antonio Martone, Onorio Ruotolo, del dottor Salvatore Brevetti, di Antonio Mercaldi, Antonio Leparulo, Ferdinando De Dona, Carmine Russo, Nicola Villacci, Alberto Milanese, Carmine Clemente, degli Onor Prisco e Nicola Vecchione. Ma gli altri fecero veramente fortuna? Addirittura c'è chi sottoscrisse somme per il monumento da erigersi nella piazza di Cervinara e mai pagò, forse per miseria, forse per errore, forse per dispetto. Gente come Carmine Buccieri, Salvatore Brevetti, Angelo Cillo, Emilio, Raffaele e Giuseppe Cioffi, Domenico Cappabianca, Pasquale del Balzo, Francesco D'Agostino, Giovanni Finelli, Francesco Formato, Luigi e Andrea Iuliano, Francesco Lippoli, Domenico e Francesco Mercaldo, Giuseppe Madonna, Pasquale Taddeo, Orazio Vaccarelli, Antonio Zucale, la signora e la signorina Villacci. Con quest'ultima famiglia dovette accadere qualche diverbio di cui nulla sappiamo se è vero che Nicola Villacci, tempo addietro, aveva offerto ben 900 dollari (verdoni americani del 1930) che mai sborsò alla giusta causa. "Molti in Italia o in Europa", scriveva il Cavaliere Gaetano Clemente, "hanno la convinzione che l'America è la terra dell'oro; è la terra dove si inciampa contro la ricchezza e che per divenire ricco basta semplicemente volerlo-sogni chimerici!". Chissà quanti cervinaresi, intrepresa una carriera e gettatisi negli affari, fecero marcia indietro, "ritirandosi scoraggiati dopo averci rimesso del tempo prezioso per lanciare la loro impresa e soprattutto dopo avere assorbito fino all'ultimo soldo che avevano messo da parte a furia di stenti e privazioni". Il Cavaliere Clemente scrisse che i suoi primi affari furono di una meschinità unica. Lui non pensava classicamente "Quello che non guadagno finanziariamente adesso lo guadagno in cognizioni che domani mi daranno quello che rimetto oggi". Che tradotto in dollaroni, pardon, in soldoni, significa che o guadagni da subito o cambi mestiere. Nato a Cervinara nel 1865, si può dire che Gateno Clemente, alla stregua dei fratelli Palermo, fu il cervinarese più fortunato d'America. Emigrato nel 1902, dopo aver sperimentato le proprie capacità con i primi lavori stradali in Valle Caudina, cercò subito qualcosa da fare a più ampio respiro, fino a farsi un nome nell'ambiente edilizio e arrivando a fondare la Clemente Contracting Company del Bronx, una ditta che, prima di espandersi, si occupava appena di escavazioni e di costruzioni, realizzando tunnels e fondamenta sull'isola di Manhattan. Fra le opere più importanti ricordiamo gli edifici che formarono il più grande Medical Centre del mondo a Washington Height dove sventolò alto il tricolore, oltre alcune strade newyorkesi alle quali furono dati i nomi dei due illustri connazionali Casanova e Barretto. Il Cavaliere impiegava solo mano d'opera italiana. Un uomo che si fece da sé: un vero ed autentico "self-made man". Altre opere del suo ingegno furono il Polyclinic Hospital, alcuni edifici della Fordham University ed altri edifici importanti, contribuendo anche all'erezione e al mantenimento della Casa Italiana di Cultura presso la Columbia University, elargendo inoltre somme per ospedali e chiese. Ed a lui si deve anche l'erezione del monumento ai 100 caduti della Grande Guerra, per esclusiva contribuzione dei cervinaresi d'America, ricevendo medaglia d'Oro alla esposizione e Fiera Campionaria di Tripoli, sotto l'alto patronato di Benito Mussolini.
Egli si recherà a Cervinara per inaugurare personalmente il monumento ai caduti eroici, opera di grande valore ideata e scolpita da un mago dell'arte, anch'egli cervinarese, popolarissimo all'epoca, Onofrio Ruotolo. Clemente, insomma si circondò sempre di cervinaresi, come nel caso di Carmine Clemente, presidente della Clemente Brothers, e Antonio Mercaldi, che raccolse i fondi per il monumento nel banchetto del giugno 1927, nella Lotteria, nel Concerto e Ballo del 1928, alla festa di San Clemente, nella pubblicazione di un "souvenir". Il monumento che ancora vediamo nella piazza di Cervinara fu inaugurato il 17 agosto 1930, con un solo pensiero "clemen-tiano" rivolto agli orfani: "Vivere pericolosamente - abbiate fede in quello che fate ed il successo sarà vostro". Fra quegli eroi ricordiamo: il maggiore di fanteria Michele De Dona, ch'ebbe medaglia d'argento l'11 aprile del 1918 per aver dato l'assalto ad una posizione avversaria difesa da mitragliatrici e fucilieri il 25 agosto del 1927 a Tolmino; il sottotenente Giuseppe De Maria, medaglia di bronzo alla memoria; e i soldati Pietro Ferraro e Giovanni Girardi, anch'essi medagliati col bronzo.
I cervinaresi d'America, a dire il vero, sono stati sempre uniti. Fin dal 1915 avevano scritto un'altra pagina di patriottismo e di fratellanza, organizzando la Loggia Cervinara Valle Caudina del grande Ordine Figli d'Italia in America, grazie ad Antonio Mercaldi, Michele Battuello e Luigi Moscatiello che aggregarono consensi nel Circolo Educativo Cervinara, dove i compaesani si riunivano quotidianamente. Un circolo con a presidente Mercaldi, a vice Arcangelo Ricci, Pasquale Moscatiello a segretario; Domenico Cappabianca era il cassiere, Antonio Martone il provveditore (detto Zì Totonno), Giuseppe Moscatiello e Giuseppe Cioffi, i curatori. Una Loggia di tutto rispetto con il venerabile Vincenzo Baldini, l'assistente Silvio Rosati, l'ex venerabile Pellegrino Moscatiello, l'oratore Luigi Moscatiello, i segretari Andrea Bello e Otello Rapini, i curatori Michele Battuello, Raffaele e Daniele Ricci, Francesco Formato e Antonio Fogliani, i cerimonieri Luigi Battuello e Florio Stumpo, la sentinella Felice Cataldo e il medico sociale Salvatore Brevetti.
Chiudiamo questa parentesi ricordando che lo stemma del Comune di Cervinara è costituito da un cervo su tre cime ed una stella cometa all'interno di una cornice di papiro, con sottostanti rametti di alloro e di quercia legati da un nastro con sopra una corona costituita da cinque torri unite.
Il gonfalone del Comune è di colore blu e reca al centro lo stemma ed in alto la scritta "Comune di Cervinara", completandosi con un nastro tricolore annodato al di sotto del puntale.
Il Comune ha beni demaniali e beni patrimoniali come da apposito inventario, regolando gli usi civici da apposite leggi speciali.
Il Comune fonda la propria azione sui principi di libertà, di uguaglianza, di solidarietà e di giustizia e concorre a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ne limitano la realizzazione. Negli ultimi due articoli dell'atto municipale è detto che Cervinara "concorre a promuovere e conseguire il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione politica, economica, sociale, e culturale del paese all'organizzazione politica, economica, sociale e culturale" e che inoltre il comune "garantisce la partecipazione delle formazioni sociali nelle quali si realizza la personalità umana, sostiene il libero svolgimento della vita sociale dei gruppi, delle istituzioni della comunità locale e favorisce lo sviluppo delle associazioni democratiche".
In una descrizione dell'anno 1532 già si leggeva che "la Terra di Cervinara si trova situata a lato del monte Pizzone", che ha piena giurisdizione su tutti i Casali,che sono undici, disposti a mo' di triangolo. Si tratta, come abbiamo visto, dei Casali di Pirozza, Curielli, Scalamoni, Ferrari, Joffredo e Castello a monte; Salamoni, San Marciano, Trìscine, Pantanari e Valle, verso la pianura.
Ma è tempo di lasciarvi solo a nomi, cognomi, età, degli abitanti del 1700, dei mestieri, delle strade e delle chiese, tratte direttamente dai dati ufficiali e quindi senza manipolazioni di alcuni.