10. PERTOSA NEL REGNO DI NAPOLI: PROFILO STORICO

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Copertina posteriore

Vedove e vergini del Casale di Pertosa

1. Caterina Coronato di 40 anni, vedova del fu Giuseppe Altilio, abita in casa propria a La Piazza e possiede territorio a Li Stilli………………………..2.18
2. Carmosina Manzione di 50 anni, vedova del fu Fabio Isoldi, abita in casa propria a Lo Casale di Sopra coi figli: Diomede di 13 anni e Rosa di 15 anni……………………………………………………………..5
3. Elisabetta Coronato di 40 anni, vedova del fu Carmine di Paola, abita in casa propria a Casale di Sopra e possiede territorio agli Annaci, S.Lonardo, le Massarie. Vive con la figlia Lucrezia di 18 anni………………………………………………………..9.26
4. Giulia Morrone di 50 anni, vedova del fu Andrea Panzella, abita in casa propria a Casale di Sotto con le figlie Rosa e Lucrezia di 30 e 25 anni…………………………………………………………..2.4
5. Lucrezia Caggiano di 40 anni, vedova del fu Vito di Paola, abita in casa propria a Tempa Tornese con territorio a Macchia d’Acqua e l’Ospedale. Vive con il figlio Giovanni di 12 anni…………………..3
6. Lucrezia Morrone di 40 anni, vedova del fu Alfonso di Paola, abita in casa propria a Tempa Cornese………………………………………………………../
7. Margarita Macrini di 60 anni, vedova del fu Giacomo Morrone, abita in casa propria a Il Casale di Sopra e possiede territori a lo Sgarrone dei Gianleuteri, Vallone delli Stilli. Vive con la figlia Elisabetta di 24 anni e la figlia Caterina di 18 anni…………………………………………………………..2.5
8. Orsola Panzella di 36 anni, vedova del fu Angelo Mastrangelo, abita in casa propria a Casale di Sotto e possiede territorio a il Ponte dell’Auletta………………………………………………1.10
9. Petronilla Morrone di 54 anni, figlia del fu Michele Morrone, abita in casa propria a La Torre e possiede vigna a Scola seu Pietragrossa………1.10
10. Prudenzia Cafaro di 40 anni, vedova del fu Andrea Cafaro, abita in casa propria a Casale di Sopra e possiede territori a Le Coste dello Rugno seu Macchia d’Acqua. Vive coi figli: Nicola di 8 anni, Giovanna di 18 anni e Emmanuela di 12 anni……………………………………………………………../

Nel 1540 nobili come il montellese Giovanni Cianciulli risulteranno addirittura immuni da fiscali e gabelle per cui Melchiorre Palatucci pensò bene di vendergli un territorio feudale in Cassano, pagando solo l’adoa alla contessa (PS, vol.204, f.23).
Il sindaco e gli eletti ci proveranno, ma furono costretti a restituirgli quanto pagato nel 1541 perchè il territorio era in feudo come da plano e da tabella e perciò pagava un paio di guanti ed essendo subfeudatario della contessa, per i prodotti feudali, doveva essere esente nella sua università dalle gabelle della Cartella (Catasto) e della Macina (PS, vol.220, f.38 t).
La tenuta del feudo di Cassano in potere di Rosata Carafaera stata poi riscattata dalla Contessa Giustiniana che l’aveva ceduta a Guevara de Guevara che, a sua volta, l’aveva affittata per cinque anni a Maria Cavaniglia con istrumento del 14 agosto del 1543. I corpi dati in fitto erano Bosco delle Vallicelle, selva castagnale a Li Tauri, i 18 ducati dovuti all’Università ed i 10 della mastrodattia (Scandone, l’Alta Valle III, pag.37, n.5).
Poteva anche succedere di compilare un apprezzo o catasto dei beni degli abitanti in maniera errata, come accadaduto al sindaco Tancredi de Stella e all’eletto Domenico De Sena che furono incarcerati dal Reggente Commissario di P.U., Giovanni de Palma, che li aveva accusato di aver redatto un atto falso perchè non conteneva tutti gli abitanti. Ma si ordinava al De Palma di non tartassare l’Università che non ha altro catasto, se non questo della II Indizione (1544-45) e di liberare gli arrestati previa cauzione (PS, vol. 252, f.58 t).
Da qui in avanti l’Università sarà più rigida nella riscossione della gabella sul catasto, per i beni posseduti, e sul fuoco, per i fiscali, con immunità a chi aveva oltre 60 anni e solo agli ecclesiastici per evitare contestazioni a proposito dei beni acquistati per donazione, o per compera, per i quali è obbligatorio il pagamento dei fiscali (PS, 308, f.18).
Nel 1545 la Contessa Giustiniana ed il figlio Conte Troiano II cedono per sette anni, col patto di ricompra, le rendide di 150 ducati relative a Cassano a Giacomo De Bucchis mentre il Conte Troiano II, concessionario della zia Nicolìa Cavaniglia, ricorre al Sacro rergio Consiglio per il riscatto di beni che erano stati di suo padre Diego II e suo nonno Troiano I, come il castagneto alla Fontana di Messer Roberto e il Pesco dell’Isca del Saleconito con un altro territorio alla Longa (Scandone, L’Alta Valle, op.cit, doc.93-94-95, pag.112-13) sempre nel perimetro di Cassano (in Scandone, op.cit.)…
Certo è che il barone Francesco Giaquinto non dovette piacere all’Università di Cassano e viceversa. Nel 1676 l’Università riferiva al Collaterale che il barone, con una comitiva di 5 armati, fra cui Antonio Mazzeo, andava effettuando furti di pecore e quindi era considerato una persona facinorosa temuta dalla gente (Collat. Curiae, vol. 145, f.120). E fu egli stesso oggetto di un’archibugiata mentre era con una donna in casa sua; da qui l’ulteriore accusa di Orazio Mancini di essere protettore di banditi e autore di azioni criminose. Il barone fu quindi incarcerato a Montefusco dopo un’istanza del vescovo di Nusco verso cui aveva anche attentato, ricevendo la confisca dei beni per contrabbando di tabacco, mentre si procedeva all’accertamento dell’accusa in quel 1681 (Viglietti Vicereali, Principato Ultra, vol.3171). Nel 1682 ancora si trovava nel Carcere della Vicaria per contrabbando di tabacco, dopo averne acquistato 150 libbre dai padri del monastero di San Severino in Napoli nella quaresima del 1681, nascondendole in uno stanzino della sacrestia di Santa Maria delle Grazie in Cassano. Se la cavò con una transazione da 150 ducati, disponendosi il dissequestro dei beni (Cons. della Summ., vol. 78, f.114).
Nel 1683 Mancini insiste nell’accusare il barone che lo avrebbe bastonato con gravi ferite, come accaduto ad altri cittadini, ma in qualità di sindaco, perchè difendeva i diritti dell’Università. Altri erano gli omicidi commesi, ma la Regia Corte decidette di non procedere asserendo che il Mancini era stato solo istigato da Nunziante Maiorana (Viglietti Vicereali, Principato Ultra, vol.3171 e vol.3173). Fu quindi liberato dal carcere il barone di Cassano il 27 giugno 1686.
Sentendosi però perseguitato dal vescovo di Nusco, protettore del sacerdote Geronimo Maiorana che insieme ad un suo fratello e alla complicità di Michele Sangermano, fratello del vescovo, gli avevano tirato delle archibugiate, continuò a ricorrere contro le minacce di Nunziante Maiorana e altri chierici e laici di famiglia, protetti dal vescovo, al punto che dovette rifugiarsi a Montoro inviando le prove contro Nunziante, Giuseppe ed altri Maiorana, istigati dal suo nemico ecclesiastico. Lettera inviata al Preside provinciale che si invitava ad accertare solo se gli inquisiti non fossero ecclesiastici, respingendola di fatto.
La lettera fu inviata unitamente ad un memoriale di Giovanni Carfagno contro i fratelli Maiorana, accusati di aver ucciso suo padre Giuseppe Carfagno tentando di uccidere anche lui che era scappato maltrattando Lorenzo Carrozza che non gli aveva rivelato il luogo dove si nascondeva beccandosi solo il colpo del calcio di una scoppetta (VV, vol.3171 e vol.3172).
Il vicerè nel settembre del 1686 invia poi al Preside un’altra lettera del Barone che denunzia le vessazioni dei mastrodatti, scrivani e caporali della Regia Udienza che avevano incarcerato un suo vassallo perchè andava armato di scoppetta, sebbene non fosse uscito dal feudo, chiedendo di inviare a Cassano un Regio Governatore che fu nominato nella persona del dottor Tommaso Procaccini il 18 gennaio 1687. Nell’agosto del 1687 insiste anche Giovanni Carfagno contro Giuseppe Maiorana che si dice rifugiato a Chiusano. Ne seguirono due anni dopo dei disordini a causa della recita in pubblico di una commedia, alla presenza dei marchesi di Bonito e Mirabella che non avevano richiesto licenza al Preside, finiti a discussione con i soldati di campagna che facevano la scorta armata al fiscale con alcuni spettatori montellesi insofferenti dei loro soprusi perchè il fiscale favoriva alcuni della sua provincia. Nel 1693 sono i cittadini ad inviare un reclamo al Vicerè contro il Barone (Viglietti Vicereali, Principato Ultra, vol.3174, vol.3175 e vol.3177).
Nel novembre dello stesso anno è il Vicerè che comunica al vescovo di essere stato informato della temerarietà del suo vicario foraneo Catalano e delle sue impertinenze commesse da lui e dai congiunti, in specie da Don Tommaso de Aurilia contro il Barone ed alcuni suoi vassalli costretti a consegnare loro della roba senza pagamento, eredità di Don Francesco Caposele, sopreso da morte repentina. Appena deceduto, infatti, il vicario era entrato in casa insieme insieme con il notaio G.Battista Catalano ed aveva fatto redigere l’inventario degli effetti esistenti distribuendoli a suo arbitrio mancando il de Aurilia di rispetto verso il Barone e il vescovo lo aveva punito mandandolo per tre giorni a Bagnoli Il vescovo veniva quindi invitato a dargli dovuta mortificazione, altrimenti il Vicerè si vedeva costretto a servirsi de’ mezzi suggeriti dalla suprema ragione di Stato. Nel 1695 il vescovo aveva riferito in un suo memoriale che il Barone Francesco Giaquinto non solo proteggeva il chierico Nicola Mongelli processato nella Curia Vescovile per omicidio, ma gli permetteva di passeggiare liberamente in Cassano dove il padre del Mongelli, anch’egli nuscano, era Governatore, aggiungendo che il Barone ed i due Mongelli lo minacciavano della vita. Dal canto suo il Giaquinto accusava Michele Sangermano, barne di Monteverde e fratello del vescovo di attentati vari per mezzo di congiunti e sudditi di lui. Nel 1696 seguì un altro memoriale, stavolta del Giaquinto, in cui si denunziava la mala qualidad del vescovo, che continuava ad asserire che egli proteggeva i banditi, oltre che del fratello, mentre era noto che proprio grazie a lui ne avevano arrestato uno a Salerno (Viglietti Vicereali, Principato Ultra, vol 3178).

Description

QUALCHE CENNO SU PERTOSA TRATTO DAL LIBRO

Pertosa, staccata da Caggiano, contrariamente ad altri paesi legati all’ignoranza e allo strapotere dei feudatari, non ebbe frenato lo sviluppo. Piccoli centri come il Casale di Pertosa, restavano arenati a pochi abitanti.
L’Unione delle once è l’ultima sezione del Catasto chiamata anche Collettiva generale delle once, cioè ai vari redditi sui beni si unisce il reddito imponibile dei contribuenti industriosi.17
Elenchi di nomi e numeri concentrati nel librone del Catasto Onciario di Caggiano: centinaia di pagine che abbiamo riassunto fedelmente in questa pubblicazione dopo averle lette, interpretate e trascritte al solo scopo di renderle fruibili a tutti.18
Indicato sul frontespizio con il titolo di Caggiano, inizia la lettura del Catasto Onciario, con le dichiarazioni dei singoli capifamiglia. Segue l’elencazione dei fuochi in ordine alfabetico per nome del capofamiglia, con relativo cognome, età di ogni componente della famiglia e mestiere per chi supera i 16 anni. Contrariamente che altrove, la scrittura dei compilatori del Catasto appare chiara in quasi tutte le pagine, almeno sull’originale dell’Archivio di Salerno. Come nei volumi precedenti, il lettore troverà, per ogni famiglia, la sintesi fedele del singolo nucleo e, laddove è stato possibile, un accenno ai beni di maggiore entità e dell’effettiva tassa da pagare calcolata in once.
Il numero che precede i nuclei abitativi è solo indicativo, per meglio individuare, nella ricerca, i capifamiglia che qui si riportano elencati in ordine alfabetico di nome, come nell’originale. Il lettore troverà riportati alcuni nomi o frasi dialettali dovuti all’uso errato della lingua italiana che non è mai riuscita a sostituirsi al napoletano, altrimenti detto volgare pugliese fin dai tempi degli Angioini.
Spesso si ritrovano toponimi come masto o mastro anzichè maestro, bracciale, come detto, al posto di bracciante, vidua per vedova. Fratello, suocera e sorella vengono invece semplicemente indicati come f.llo, socera e s.lla, come la nonna e il nonno con ava e avo, i due braccianti non sposati chiamati ziti, da ‘zitelle’ al maschile. Le bizzoche, cioè le monache o suore che dir si voglia, o solo novizie anche pronte a spogliarsi, sono state lasciate così come rinvenute, idem per le vergini in capillis, definite anche solo vergini o solo in capillis dalla mano del compilatore.
I fuochi familiari riportano l’età di ogni singolo componente che permetterà, a chi volesse approfondire notizie relative alla propria casata, di individuare nell’immediato tutti coloro che portavano il proprio cognome (senza trascurare di visionare la lettera “d” per gli apostrofati avulsi) e di risalire subito alla data di nascita di ogni abitante. Si ripropone sempre l’elenco per nome, come nella versione originale, dopo aver già effettuato un riscontro interno tendente alla fedeltà dei cognomi riportati in elenco a tergo del Catasto orgininale, perchè i compilatori, aggiornavano, nel corso della compilazione durata diversi mesi, luoghi di residenza, nati, morti e alle tasse da pagare (cifre espresse in once), riparando essi stessi anche a piccoli errori di trascrizione. Da questo confronto fatto a monte, il lettore leggerà fati più fedeli (sebbene in alcuni casi sia la stessa mano del compilatore a trascrivere i medesimi cognomi in maniera diversa), da noi recuperati dalla sezione catastale denominata Collettiva o Unione d’once, a cui si è fatto riferimento in maniera scientifica.

La presenza del procuratore del Castello Imperiale di Giffoni indica la gestione delle terre dell’Università di Cassano con l’esazione di un tributo da versare alle casse statali.
L’Università, già da allora, pagava infatti alla Casa Sveva una tassa in base alle famiglie, la tassa sui fuochi, numerata in 24 unità, come risulta ai tempi di Corradino di Svevia nel 1268.
Ma la dichiarazione pare non corrispose al vero in quanto l’Università dovette pagare la multa di 1 augustale, pari a 15 carlini per ogni fuoco, la nuova moneta introdotta dagli Angiaini, relativamente ai mesi di settembre ed ottobre. Somma versata nel 1272 al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana dai primi sindaci di cui si ha notizia, Giovanni Mangiacervo e Pietro De Giovanni. Anche se nel 1275 il Giustiziere pretendeva altri 360 carlini, cioè 24 augustali contabilizzati in 6 once, ma l’Università mostrò ricevuta di avvenuto pagamento da un triennio (In Scandone, op.cit., Docc.4, 8, 12).
E’ cioè una tassa incamerata dall’Università che colpiva le famiglie soggette a lavorare le terre della chiesa di San Giovanni de Gualdo tenuta al pagamento. Conteggi dai quali i contadini, servi della chiesa, probabilmente erano anche esclusi, essendo servi, quindi bene della chiesa a cui toccava praticamente rendere conto al Procuratore.

Con la conquista di Re Carlo d’Angiò il primo provvedimento fu quello di confermare la tassa sui fuochi, che si disse tassa per la Spesa di Generale Sovvenzione dello Stato, e pagata da ogni provincia che la ripartiva in base alle università, che, a loro volta, la facevano ricadere sulle famiglie. Soldi che servivano anche per la repressione del brigantaggio, per la coniazione e la distribuzione dei carlini d’argento fatti coniare da Re Carlo I, che andarono a sostituirsi agli augustali coniati da Federico Augusto Imperatore, per la costruzione delle navi necessarie contro l’insurrezione dei Vespri. Il De Fucularibus, così si chiamò, era pari ad 1 augustale al mese. Cassano ne doveva pagare per armare 6 uomini, Avellino per 20. La tassa sarà stabilita definitavamente in occasione dell’assedio di Lucera da parte di Re Carlo che aveva obbligato le Università a fornire soldati in proporzione al numero dei fuochi oppure a versare la somma in danaro se non possedeva, come nel caso di Cassano, uomini adatti.
Nel 1270, con un altro provvedimento, Re Carlo I ordinava al Principato Ultra di pagare un’altra tassa, il Baiulo, a Roberto Malerba, addetto alla vigilanza delle strade, compreso il bivio fra la Via Antiqua Campanina e la Via Saba Major. Nei documenti angioni si parla solo della Strata, quella lastricata proveniente dall’Avellano, perchè è scritto da Montis Fortis propre Cimiterium, usque Atripaldum strata Atripaldi per viam qua itur Guardiam Longombardorum per frontem S.Lucia, cioè Strata Atripualdi, qua itur Guardia Lombardorum per Pontem S.Lucia; et a Ponte de Nusco, usque Guardiam et a Guardia per viam S.Leonardi usque Ufidum et Melfiam, citata anche come la Saba Maioris a Sereno usque ad Pontem Nuski, che passava per la Valle del Dragone in direzione di Ponteromito, facendo infatti intedere che Sereno, Guardia e Ponte Santa Lucia erano proprio nello stesso circondario del Ponte di Nusco.
La strada insomma che si sarebbe chiamata Via Cupa, cioè Via Romana, proveniente da Atripalda, passante per il Dragone di Volturara, saliva a Bolofano e scendeva al Ponte di Cassano (Riziero Roberto Di Meo, Storia di Volturara Irpina, pag.245, Avellino 1987), proseguendo per Santa Lucia di Sereno.
Nel libro delle Platee angioine, quindi ancora nel 1200, questo tratto di strada collegava in sequenza Melfiam, Ofidum, Oppido, Nuski, Pontem usque Bolifanum, Saba Maiors, accertando quindi che provenisse dalla Cività Sabatrai (o Sabazia) sita sui monti del Turminio, ricadente nel perimetro di Serino.
E’ proprio la strada che collegava Sabazia con la Piana del Dragone che sarebbe passato per lo Vuccolo, salendo per Fontana, alle spalle della frazione Guanni, “nelle carte del Catasto Angioino descritta come strada di Annibale” (Ottaviano De Biase, Serino antica e medioevale, a cura del Comune di Serino, pag.20, nota 18 Libro delle Platee, Archivio Registri Angioini).

Sotto re Carlo la figura del Procuratore fu sostituita con quella di Sindaco, assoggettato al Re, ma tenuto a rendere l’omaggio della Università anche al feudatario prendendosi la responsabilità di pagare in solido gli oneri dovutigli, oltre che l’impegno di ascoltare i testimoni in tutte le inchieste, delle vertenze attinenti le multe, della riparazione del Castello.
Il 6 maggio del 1279 re Carlo I emanò l’ordinanza in cui si obbligavano le Università di Città, Terre e Casali, e di Castelli e Ville a restituire gli ex sigilli ufficiali al Giustiziere della provincia di Principato Ultra perchè dovevano essere distrutti, dichiarando che tutti gli atti pubblici e privati che non erano sottoscritti da giudici, notai e testimoni non erano considerati legali.
La carica del Sindaco non era permanente. Egli veniva eletto dal popolo nell’assemblea annuale convocata dal Giudice e dal Mastrogiurato in origine il 1 settembre di ogni anno, data in cui cominciava l’anno amministrativo fino al 31 agosto dell’anno dopo, il tutto registrato da un Notaro. Al Sindaco toccava poi sbrigare le questioni che regolavano il buon andamento del governo delle Università che quindi fu retta da funzionari locali.
I primi di cui si ha notizia sono il Giudice (per la giustizia) Roberto de Marini e il Mastro Giurato (per la polizia) Marco de Cassano del 1272, il cui Notaro era Ruggiero di MaestroNicola (per la redazione degli atti).
Il peso maggiore restava proprio la spesa per lo Stato.
Nel 1269 l’Università contribuisce per lo stipendio di un uomo a cavallo pari ad un’oncia d’oro e 15 tarì al mese (Reg.Ang. 6, f.54), nel 1272 sempre per la Generale Sovvenzione da pagarsi alla Regia Corte pari a 7 once e 18 tarì. (Reg.Ang. 207, f.69) nelle mani del giustiziere Gualtiero di Collepetrano da Giovanni Mangiacervo e Pietro de Giovanni (Reg.Ang. 21, f.245), i due sindaci di quell’anno (in Scandone, op.cit.).
Dopo il 1270 Cassano appartenne alla Contea Acerrara e contribuì a pagare le tasse statali, da quella sulla nuova moneta, sull’adoa del servizio militare, sui balestrieri in guerra. Mentre l’Università si dotava in proprio di altri piccoli servizi da caricare sui cittadini, come lo stipendio per il luparo.
Nel 1271 risulta ancora come feudo del Conte di Acerra, Adenolfo de Aquino, che riscuote la sovvenzione dai suoi vassalli di Montellae, Nusci, Balneoli, Cassani, etc (Reg.Ang. 42, f.25).
Nel 1276 bisognava contribuire alla tassa per la coniazione della nuova moneta di carlini d’argento con 2 once e 22 tarì e grana 17 (Reg.Ang. 29, f.255).
Nel 1278 l’Università assume i lupari per difendersi dai lupi (Reg.Ang. 1, f.70): Giacomo de Cassano e Guglielmo de Nusco, chiamati per uccidere con la polvere i lupi che infestavano le Regie Foreste.
Nel 1281 compare la tassa sull’adoha, il servizio militare dovuta dall’Università, col permesso del Giustiziere di P.U., al suffeudatario Gubitosa de Aquino, figlia del Conte Tommaso de Aquino, abitante nel Castello di Cassano, che a sua volta doveva renderla al fratello feudatario Adenolfo di Aquino Comite Acerrarum, e l’addizionale alla Generale Sovvenzione (Reg. Ang. 42, f. 35t e 25). Con l’arresto di Adenolfo, nel 1286, le rendite feudali risultano essere le 3 once dovute per il molino, le 4 once dalla bagliva, le 2 once dal battinderio che Scandone traduce in gualchiera (Fascicolo Angioino, XCII, f.192).
Nel 1292 Cassano e Bagnoli dovettero contribuire alla spesa per 8 balestrieri in quanto inserite nel largo raggio delle università che dovevano provvedere per lo stipendio degli uomini impegnati a respingere i Siculi-Aragonesi che avevano occupato e fortificato Castellabate (Reg.Ang.12, f.218-222).

Il 23 dicembre del 1293, condannato a morte per tradimento, al conte Acerrano, Adenolfo de Aquino, fu confiscata l’antica Contea di Acerra con le dipendenze e concessa da Carlo II Angiò al quartogenito Filippo creato Principe di Tarento, esclusi i feudi di Montella, Nusco, Bagnoli e Volturara; Cassano restava infatti a Gubitosa de Aquino (Reg.Ang. 10, f.90) che tenne il suffeudo con tutte le giurisdizioni e pertinenze sotto la signoria di Filippo principe Tarentino, al punto da non essere molestata neppure dal Giustiziere di P.U. (Reg.Ang. 66, f.230).
Restituito alla Regia Corte dal Principe di Tarento, con riserva dell’Alta Signoria, il suffeudo di Casalis Cassani propre Montella fu affidato al milite o cavalier Tommaso di San Giorgio che ogni anno dovrà prestare il servizio militare pari a 20 once (Reg.Ang. 168, f.125), tenuta venduta a Filippo de Ioinville, Conte di Sant’Angelo dei Lombardi, con regio assenso del 18 maggio 1313 con il rituale giuramento di assicurazione da parte dell’Università (Reg.Ang.199, f.233), seguito da altro regio assenso del 18 ottobre 1315 per la vendita a Ventura de Napoli (reg.Ang. 205, f.15 t).
Cassano comunque finì come bene feudale dell’Alta Signoria nella dote della Contea d’Acerra portata dal Principe di Tarento alla seconda moglie Caterina di Valois (Reg. Ang. 228, f.82). Questo mentre il feudo restava nelle mani del Conte di Sant’Angelo e i benefici ecclesiastici di Santa Maria La Longa e San Pietro di Cassano della diocesi di Nusco nelle mani del chierico Angelo Nicolai di Montella (Reg. Ang. 252, f.444).
Nel 1332 il Principe di Tarento Filippo I conferma, a nome della consorte, il giustizierato e vicariato generale della Contea di Acerra, Sarni, Montelle, Cassani e Guardie Lombardorum (Pergamene dei monasteri soppressi, vol.37, n.3126, in Scandone, op.cit.). Illustrissimo principe Tarentino invitato nel 1338, come altri baroni, a prestare servizio militare anche per Montella e Cassano dal luogotenente di Ruggiero, Conte di Sangineto, Giustiziere di P.U. (In C.De Lellis, Notamenti, vol. XI, p. 844, ex arca K. (mazzo di pergamene) 32, n. 28).
Nel 1345, con l’ascesa della Regina Giovanna I viene concessa ai fratelli cugini Filippo II Principe di Tarento e Luigi, le somme dovute per la Generale Sovvenzione fra cui le 7 once, 23 tarì e 7 grane pagate dall’Università di Cassano. Territorio che nel 1042 Re Ladislao definisce in demaino, ma sempre soggetto a pagare la colletta statale come terra del Conte di Sant’Angelo Lombardi nonostante il beneficio regio della diminizione (Reg. Ang. 349, f.235; Ex Reg.Ang. 1404, f.25), come riportato dallo Scandone (in Scandone, op.cit.)
Bagnoli, Montella e Cassano furono poi sottratti al territorio regio verso la metà del 1441 e dati in dominio del Conte Francesco Sforza marito di Polissena Ruffo e, nel 1445, venduti dallo stesso re col patto di ricompra a Garsia Cavaniglia (Processi Antichi della Sommaria, vol.383, n.4532).
Alta signoria sui feudi riconosciuta poi dal Re in favore di Rinaldo Caracciolo, secondogenito del Conte di Sant’Angelo dei Lombardi (Cancelleria Aragonese, privilegiorum, vol.5, f.217).

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Cuttrera,

Del Bufalo

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Editorial Review

QUALCHE CAPOFAMIGLIA DI PERTOSA ESTRATTO DAL LIBRO

Città di Caggiano, Casale di Pertosa. Il Catasto della sezione relativa a Pertosa riguarda i soli cittadini residenti laici, mentre tutto il resto è parte integrante delle altre sezioni inserite nel Catasto della Città di Caggiano. La sezione riferita a Pertosa ha inizio con i capifamiglia in ordine alfabetico di nome con il mestiere e il luogo di abitazione, oltre la composizione del nucleo familiare e i maggiori beni posseduti con il relativo reddito imponibile espresso in once: lettere A-Z. Essa è così denominata: Cittadini laici del Casale di Pertosa.

1. Il tavernaro Alessandro Manisera di 26 anni abita in casa propria a l’Arnaci con territorio e casa a Santa Maria. Possiede casa per uso di Taverna attaccata alla Strada Regia. Vive con la moglie Grazia Morrone di 20 anni, la figlia Margherita di 4 anni, la figlia Caterina di 12 anni, la sorella Rosaria di 12 anni..................................................................36.25
2. Il bracciale Alessio Morrone di 44 anni abita in casa propria a Casale di Sotto. Vive con la moglie Margherita di Lorenzo di 25 anni e i figli: Arcangelo e Nicola di 6 e 2 anni........................................26.28
3. Il massaro dei bovi Andrea Manisera fu Francesco di 44 anni abita in casa propria a il Casale di Basso e possiede vari territori. Vive con la moglie Angela di Fabio di 36 anni, i figli: Vittorio di 18 anni, Ferdinando di 13 anni, Giacomantonio di 1 anno, Fortunata di 8 anni e Perna di 6 anni...............................................................39.25
4. Il bracciale Andrea di Paola di 22 anni abita in casa del cognato con la moglie Lucia Coronato di 60 anni.................................................................12.20
5. Il soldato della Regia Udienza di Salerno, Andrea Sarlo di 44 anni, abita in casa propria a Tempa Tornese e possiede territorio a Acquaviva Macerata e altri. Vive con la moglie Carminella di Paola di 40 anni e i figli: Onofrio di 7 anni, Eugenia di 10 anni e Francesco di 4 anni.........................11.4
6. Il bracciale Angelo Romano di 34 anni abita in casa propria Sopra il Monistero con la moglie Eufrasia Morrone di 50 anni e i figli: il bracciale Leonardo di 15 anni e Giovanna di 13 anni....15.23
7. Il bracciale Aniello Caggiano di Giaquinto di 39 anni abita in casa affitto a Lo Casale di Sopra con la moglie Teresa Morrone di 40 anni e i figli: Paolo e Antonio di 7 e 2 anni.....................................12.5
8. Il bracciale Antonio Caggiano di Gerardo di 26 anni abita in casa affitto con la moglie Carmina Isoldi di 25 anni...............................................15.10
9. Il viaticale Antonio Coronato fu Marcandrea di 50 anni abita in casa affitto a Il Casale di Sopra con casa a la Torre. Vive con la moglie Anna Cafaro di 45 anni, i figli bracciali Paolo e Nicola di 18 e 16 anni, i figli: Vittorio di 5 anni, Carmina di 14 anni, Angela di 12 anni e Isabella di 8 anni. Possiede vari territori a S.Lionardo, Acquaviva seu Pietra Grossa e altri............................................................91.25
10. Il bracciale Antonio Isoldi di 20 anni abita in casa con Antonia Giachetti vedova di 60 anni..12
11. Il bracciale Antonio di Paola fu Alfonso di 63 anni abita in casa affitto a Tempa Tornese con la moglie Cecilia Soldovieri di 76 anni e i figli: i bracciali Paolo e Vittorio di 37 e 14 anni, Agnese di 18 anni, Fabrizia di 16 anni e Elisabetta di 10 anni.............30
12. Il bracciale Arcangelo Curcio fu Giovanni di 22 anni abita in casa propria a la Piazza e possiede territorio a Giacomo Negro e a il Casale di Mezzo..........................................................16.20
13. Il bracciale Bernardo Cafaro fu Andrea di 15 anni abita in casa della madre................................6
14. Il bracciale candeloro Isoldo fu Giuseppe di 29 anni abita in casa propria a Casale di Sora con la moglie Anna Morrone di 29 anni........................12
15. Il Bracciale Carlantonio Cafaro fu Giambatta di 52 anni abita in casa affitto a il Casale di Sotto e possiede territori a la Castagneta e altri. Vive con la moglie Carminella Lupo di 37 anni e i figli: Anna di 22 anni, Isabella di 17 anni, Rosa di 14 anni e Angiola di 2 anni........................................16
16. Il bracciale Carlo di Marco di 62 anni abita in casa propria a la Piazza con la moglie Francesca Morrone di 54 anni e i figli: il massro di bovi Domenico di 26 anni, il custode di bovi Felippo di 12 anni, Illuminato di 10 anni, Daniele di 28 anni bracciale vedovo con la figlia Agnese di 4 anni................................................................136.6
17. Il braciale Carmino di Flora fu Vincenzo di 53 anni abita in casa propria a la Piazza con la moglie Vittoria cafaro di 36 anni e la nipote Rosa Japone di 17 anni..............................................19.8
18. Il bracciale Celestino di Lupo fu Carmine di 26 anni abita in casa propria a lo Casale di Sotto con la madre Olimpia Presutto di 50 anni...............12.29
19. Il bracciale Costabile Panzella fu Andrea di 31 anni abita in casa affitto a la Piazza con la moglie Anna cafaro di 21 anni, il figlio Andrea di 2 anni e la figlia Giovanna di 4 anni.......................................12
20. Il bracciale Diego Altilio fu Biase di 71 anni abita in casa propria a lo Casale di Sotto con territorio a la Taverna Scarrozzata dell’Auletta e a l’Acqua del Molino e altri. Vive con i figli ciechi: Biase, Domenico e Crescenzio di 51, 48 e 45 anni...............................................................12.20