06. RICORDI. Racconti Minimi di San Mango sul Calore

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REPPUCCI SI RACCONTA CON CENTINAIA DI PERSONAGGI SCOMPARSI

Io e Mimì
Durante questo periodo, io e Mimì, mio cugino, eravamo i custodi della casa, leggevamo romanzi prelevati tra i tanti di zio Tommaso e dormivamo profondamente.
Il giorno seguente eravamo svegliati da mamma o da qualche altro che ci cercava, perché dovevamo andare a fare la spesa da Norma, da Alberto, da Francesco De Blasi, da Tommaso Moccia, da Lisetta Virtuoso, da Maria Coppola o aspettare l’arrivo di Lorenzo da Grottaminarda per prendere il pane.
Spesso in queste faccende ci sostituiva zio Pasqualino, Giuseppina, zia Filomena e Ciccillo.
Mio cugino Gioso, nell’esecuzione dei compiti si faceva seguire da zio Tommaso e non intendeva perdere tempo per tentarne la soluzione.
Io mi divertivo. Ogni volta che doveva fare un tema o una versione di latino, mi dava dieci lire, gliele dettavo in un baleno con somma gioia di Gioso e con grande ammirazione dello zio, che notava la bravura dello studente.
Gli anni scorrevano ed io cominciavo ad avvertire forti sentimenti. Cominciavano a sbocciare le prime simpatie ed i primi amori, che venivano custoditi gelosamente per evitare concorrenze e delusioni. Avvertivo l’ AMORE… mi innamorai, perdutamente, di EMME.
Vivevo un amore ricambiato ma contrastato. Per Emme soffrii tantissimo quando si allontanò da S. Mango. Nei momenti di scoraggiamento trovavo rifugio presso zia Siliuccia; con Carmelina spesso andavamo da Liberina a comprare settimanalmente il “Corriere dei Piccoli” per seguire “l’avventura di Bonaventura”. Leggevamo al tepore di un braciere sempre ricolmo di fuoco, in compagnia di zia Iolanda.
Di estate andavamo al fiume o al campo sportivo a giocare, questi erano i nostri passatempi. Di sera, durante il periodo natalizio, accanto al camino giocavamo a tombola. Un ricordo particolare è legato a “staccatessera”, Teodoro Giannitti, il quale macinava il caffè e prelevava il fuoco per il braciere, caricava e scaricava le bibite, il ghiaccio, il vino ecc. Era un ospite in più a casa a pranzo e a cena. Frequentavo spesso la casa di Tommaso Coppola. Qui con Guido, Ugo, Ezio, Antonio, poverino, morì in un incidente stradale in Germania, giocavamo, studiavamo e ci divertivamo nel sentire suonare la fisarmonica, che spesso emetteva motivi di una certa sensibilità, il cui ritornello, lento, flebile e triste, ancora oggi, riecheggia nella mente. Questo motivo, pur procurandomi tanta malinconia, mi dava forza ed entusiasmo. Tommasino accarezzava la fisarmonica con bravura e rispetto, trovando in essa il rifugio della sua tristezza. La moglie, poverina, Assuntina, aveva sempre il mal di testa. Ermenegildo, il geometra Coppola e Giovannina, zia Carmela, Teodora, Amalia, Emma, Assunta, le davano coraggio e la prendevano in giro. Ermenegildo, pur essendo un ottimo tecnico ed una persona operosa, emigrò in Usa. Tommasino aveva una macchina targata AV 9418, si improvvisava noleggiatore, col quale raggiungevamo Avellino. I compagni di viaggio erano: Tonino Marena, Antonio Giannitti (o napolitano), Lidia ed Ezio, qualche volta il farmacista Giovanni Marena, il quale ci dava lezioni di chimica organica. A S. Mango, dato lo spirito aggregativo e patriottico, fu fondata l’associazione dei combattenti e reduci, con la sede in piazza Carbonari. I soci affidarono la custodia e l’organizzazione a Rosario Coppola ed a Crescenzo Vecchi. La dotarono di televisione, di tavoli e sedie e tutte le sere frequentavamo questo luogo per seguire i programmi televisivi, ma maggiormente per incontrare le ragazze, di cui eravamo innamorati.
In questa sede organizzavamo le recite teatrali, rappresentate durante la festività di S. Teodoro, motivo di aggregazione e di cultura.
Il ritrovo abitudinario, per pochi di noi, era la bottega di Gerardo Coppola, un bravo sarto. Qui si parlava di politica nazionale e locale, qui Salvatore Lionetti “o comunista” trovava spazio, propagandando le sue idee marxiste. Vi erano anche altre attività artigianali: Paoletto, Gino, Lorenzo, Eligio, Catello, Nicola Catino, Alessandro, Valentino Boccuzzi, Sibilia Alfonso, Gennaro Marena, Salvatore Marena, Antonio Villani, Coppola Rodolfo, Faugno Raffaele e figli, Gammarino Domenico, Carmine Catino, Uva Teodoro, Villani Antonio, Ermelindo Catino, Saverio Leopoldo, Ermenegildo.
Spesso frequentavamo l’abitazione di Concetta e Romeo Giannitti, falegname, ritenuta il covo della politica locale e quella di Peppina Catino, sita in un vicolo di via Roma, quivi Orsolina preparava sempre il caffè per tutti, con l’aiuto di Dolores e Rosanna. Di sera, ci intrattenevamo nella bottega di Sarni Raffaele (Cafarelli), il barbiere dei diseredati e dei non paganti, dei fumatori di qualsiasi tabacco, preparato dallo stesso o da masto Peppo.
Il periodo più suggestivo era quello natalizio, con Ermenegildo, con Leopoldo, con Tommaso Giannitti, con Raffaele Martino, con Giovanni Borea, con Vincenzo Giannitti, trascorrevamo il Natale in casa Simonelli, con lo sguardo vigile ed accondiscendente di Letizia.

Un Natale a San Mango
Trascorrere un Natale a S. Mango era romantico. Molti emigrati rientravano, varie automobili attraversavano le vie anguste del paese; si sentiva la voce del pescivendolo Renato.
I bar erano affollati, si consumavano ginn e wishj, che facevano cantare la pastorale, in un modo balordo da far innervosire il caro buon pastore, Don Virgilio, reduce da una laringite acuta, causata da ignoti ladri, che avevano tentato di rubare nella chiesa e messi in fuga dall’ugola schiamazzante dell’arciprete, facendo accorrere molti parrocchiani ed il sempre solerte sagrestano.
Le comitive si organizzavano per trascorrere insieme la notte santa, ballando al ritmo del fox trot, di cha cha cha o di un tango argentino, che diventava argentato per le varie luci allo iodio, al neon o a lume. . . spento dalla ragazza che adocchiavi.
Non mancavano i raministi ed i pocheristi, che, andando sempre a caccia di un Jollj della situazione, tra una bibita ed un’altra facevano il punto della situazione politica locale.
I giocatori, attratti da questi discorsi, si vedevano soffiare il “piatto” da qualche pivello, che aveva seguito le carte e, barando, aveva pescato qualche Jollj per completare la sua scala… reale.
Ecco un piatto di Letizia… prosciutto… soppressata, salame… salsiccia…
Povero amico, non voleva accettare il compromesso storico!
A questo punto il dilemma di Amleto occupava la sostanza grigia del politicante… non politico, che rappresentava un residuo di una antica baronìa.
Scoccava la mezzanotte, le campane suonavano a distesa. Nasceva il Salvatore del mondo.
Ci scambiavamo gli auguri, brindavamo con bottiglie di champagne appartenenti alla riserva francese…. Si faceva l’alba, il sole cresceva ad oriente…Speravamo che fosse un nuovo giorno e che la storia potesse essere fatta non soltanto da pochi uomini.
Decidemmo di prelevare un pollo, tra i tanti che allevava Mariuccia Sibilia e consumarlo con amici. Durante la cena ci divertimmo tantissimo, ma il giorno dopo ci impressionammo nel sentire le imprecazioni che dicevano: “a chi s’è pigliato o pollasto le pozzeno ascì ‘e penne nfacci”. Ognuno di noi si guardava allo specchio!…
L’anno in cui i divertimenti aumentarono fu il 1961, durante l’anno scolastico stetti ad Avellino, con zia Palmira, Ennio ed Ubaldina, in un appartamento di via C. Colombo. Con i miei compagni di corso, Mario D’Amore, Lidio Minichiello, Gennaro Cindolo, Vito Nardiello, Salvatore Gambone, Pizza Gerardo, Gramaglia Amedeo e varie ragazze, organizzammo il MAK P100. Fummo impegnati per tre mesi per preparare i testi dello spettacolo, che avvenne nella sala del cinema Partenio di Avellino.
Una giornata densa di emozioni perché divenimmo tutti attori ed imitatori dei nostri professori. Fu presente mio paadre, recitai “Addio. . scuola” e “Fra Costantino”:

Io ti rivedo col tuo lungo saio
nella serena pace francescana:
mordace, spensierato e sempre gaio
nel chiostro del convento a Quisisana.
Qui deponesti il nome Costantino
e ti chiamaron poi…”fra’ Valentino.
Ben presto capisti ch’eri nato non per le esequie e le litanìe….
Sentisti ch’era…duro…il celibato
tra fredde celle chiese e sagrestìe…
Scemando così la vocazione,
all’ortiche gettasti il saio, ma non il cordone
Ora ch’assiso sei in alto loco e sei sempre audace e galoppino,
ti prego, non scherzar con frate foco
o non sempre costante… Costantino…
nella finalissima sentenza non sciogliere il cordon…di penitenza.

Dopo vicende alterne e dopo tante crisi di coscienza e di sbandamenti, per facili amori e cotte quotidiane, riuscii a riscattarmi.
Seguivo l’insegnamento di zio Tommaso: nella vita bisogna migliorare, cercando tutto e senza aver paura, si deve temere solo dell’arrivo del vento che, trovandoti impalato senza far niente, ti spazza via.

L’Azione Cattolica
Creammo, dietro insistenza di Don Virgilio, l’Azione Cattolica. Fui eletto presidente del gruppo maschile, Maria Marena, “Nennella”, presidente del gruppo femminile. Di tanto in tanto, di domenica, i due gruppi avevano incontri spirituali e culturali. Che incontri! Si concludevano sempre con un gran ballo. Carmelina Romano ci ospitava spesso, a casa sua erano Lucrezia, Rosetta, Giovanna, Geppina, Fiorenza. Frequentavamo la chiesa madre, di mattina e di sera e con gli amici ci divertivamo ad ascoltare le battute ironiche che enunciava zio Alfonso Giannitti.
Partecipavamo alle funzioni religiose, durante il periodo della preparazione pasquale, ogni venerdì sera, puntualmente, partecipavamo alla via crucis, alla benedizione serale intonavamo il “Tantum ergo”, tra l’espressione di un latino classico scandita da Don Virgilio e quella di un latino deteriorato nella forma di zio Alfonso e di tutte le vecchiette presenti: zia Virginia, zia Giovannina, zia Alberinda, nonna Felicella, zia Fortuna, zia Menechella, zia Concetta, zia Mariuccia, zia Rosa, zia Ernesta.
Aspettavamo con ansia la preparazione delle “pagnotte” da parte di Nannina, moglie di masto Peppo e di Lisetta, che avveniva durante la settimana santa, quando masto Peppo allestiva i “Misteri”. Assistevamo alla predica del giovedì santo sera in chiesa, partecipavamo alla processione e vegliavamo tutta la notte, accanto al gruppo statuario, che l’indomani portavamo a spalla.
Il lunedì in albis ci portavamo nella frazione Carpignano (abbascio ‘o Carmine) per la festa in onore della Madonna del Carmine e, poi, il martedì, giornata del “Pascone”, scampagnata e grande abboffata.
Durante la settimana della missione, furono nostri ospiti Padre Beniamino, padre Venanzio e padre Cesare e tutte le sere la chiesa era affollatissima. Durante il periodo natalizio ci divertivamo nei frantoi a fare “a cecatella”(mosca cieca) ed ad infastidire l’asino che tirava la macina.
Partecipavamo alle novene mattutine e ci cimentevamo nel preparare i presepi nelle famiglie dei nostri amici, dei parenti e nelle nostre abitazioni.
La vita scorreva dolcemente, si viveva di amicizia e di affetti, in un borgo storico in cui si avvertivano i colpi sull’incudine, inferti da Nino Marena, che lavorava il ferro senza saldature, ma con i chiodi preparati dallo stesso, sempre impegnato fino a quando non veniva chiamato per la cena.

Le festività
L’entusiasmo maggiore l’avevamo in occasione delle feste di S. Antonio, in Contrada Borea (per questa occasione l’ins. Paolo Bruno preparava le rappresentazioni teatrali tra cui: I figli di Nessuno, S. Antonio, Nel segno della Croce) della Madonna delle Grazie, di S. Anna, di S. Teodoro, di S. Michele Arcangelo. Nella settimana precedente le festività, fervevano i preparativi per innalzare il “Tosello”, opera di Masto Peppo o dei Fratelli Di Nardo, che erano anche bravi nel montare la cassa armonica e la illuminazione con luci colorate; per ricercare i cavalli per la cavalcata di S. Anna.
Crescenzo Vecchi si prodigava e dirigeva l’organizzazione, architettata da Simplicio, divenuto un grande fedele.

Anche quest’anno, Don Simplicio,
ovvero il don Chisciotte della DESTRA… dura
con fede …pura,
a S. Anna prepara i festeggiamenti
con nobili sentimenti,
con messe e canti gregoriani,
con la presenza dei …francescani.
Pellicole, musica e colpi tuonanti
terranno i cuori esultanti.
Il 24 il triduo comincerà,
il 25 alle ore 17,00 nella cappella di S. Anna la messa si celebrerà,
il 26 ore 10,00 tradizionale cavalcata
in costume d’epoca organizzata,
per le vie del paese sfilerà
e confetti…lancerà.
Ore 18,00: la Santa sarà portata in processione,
dando a tutti la benedizione,
ore 20,00 Padre Luigi Batticaglia il pergamo terrà
e le doti della Santa tesserà.
Alle ore 21,00 del 24, in via C. Battisti la ditta Luongo con gran baldoria
proietterà “Il pistolero dell’Ave Maria “ e “il segreto di Santa Vittoria”
Il giorno 25, alle ore 16,00 Sancho Pancia i giochi allestirà
e… di risate… creperà…
corse campestri, corse nei sacchi e rottura di pignate.
Fanciulli, donzelle, in piazza Carbonari andate.
Il giorno 26 in piazza del Santuario
Don Chisciotte col suo vicario,
contro i mulini a vento andando,
qualcosa ruminando
qualche sorpresà farà
e con “la moglie più bella” si sollazzerà,
“Dio perdona…io no, il suo motto sarà.
Il giorno 26 alle ore otto il concerto bandistico
“Tura di Bari”vi sarà, in giro turistico;
la sera, in piazza, un vasto repertorio suonerà.
Alle ore 24,00, a chiusura della festività,
don Chisciotte un…proclama leggerà,
dopo aver chiesto con l’aculea lancia
oboli, ricompense e grossa …mancia.

L’esperienza di suggeritore
In questo periodo feci l’esperienza di suggeritore della compagnia “ALERE FLAMMAM” di Vittorio Iannino, a S. Mango, in occasione della festività di S. Anna rappresentammo “LA NEMICA” e “GUGLIELMO OBERDAN”, precedentemente eravamo stati a Camposano per rappresentare “LA MADONNA DELL’ARCO”, sei episodi rielaborati con la collaborazione dell’impresario Vittorio Iannino.
Fra i partecipanti: Gaetano Nutile, Antonio Costanza, Guido Moccia, Antonio Indaco, Antonio Famiglietti, Italia Giasullo, Iannino Filograzia, Iannino Marchina, Vittorio Iannino, Iovine Salvatore, Zarrella Lena.
I festeggiamenti in onore di S. Michele erano preparati da Nicola Catino, da Eligio Di Nardo con la partecipazione di Carmine Cella, che aveva eretto una cappella all’Arcangelo in contrada Serroni, le quarant’ore e il venerdi santo da Masto Peppo, che aveva la collaborazione di Andrea Cella che andava questuando a Stamford ed altri amici che inviavano l’obolo dai paesi europei.
Varie volte, con i giovani di S. Mango, mi sono cimentato a preparare rappresentazioni teatrali:
“Amleto, il Fornaretto di Venezia, S. Teodoro, O tuono e marzo”, utilizzando anche i vecchi attori: Vittorio Martino, Romeo Giannitti, Cesare Palermo, Valentino Vecchi, Antonio Festa, Egidio Uva, Gerardo Giannitti, Gerardo Palermo, Gerardo Di Nardo, Martino Antonietta, Cristian D’Angelis, Gaetano Simonelli, Gaetano Vecchi, Carinna Martino, Vittorio Napolitano, Domenica Martino, Teresa Sibilia, Vittorio Coppola, Ciriaco Pierni, Villani Domenico, Teodoro Coppola, Franca Buono, Liliana Reppucci, Aldo Lionetti e Domenico, De Blasi Umberto, Melchionno Teodoro, Catino Maria.
I collaboratori erano mio cugino il prof. Domenico Milone e Maria Giannitti.
Dalla compagnia teatrale del 1993 derivò la confraternita di S. Teodoro e la confraternita di Misericordia.
Iniziai a dare lezioni di italiano, latino, filosofia e pedagogia, gli alunni erano tanti:
Dolores Coppola, Gianni Villani, Teodoro Prizio, Coppola Vittorio, Giuseppe Lionetti, Rino Coppola, Antonio Marena, Carmelina Ferrara, Buono Franca, Maria Maruotto, Melchionno, Prizio Irma ecc.
Un giorno fui invitato dal mio vecchio maestro Don Felice a partecipare ad una partita a carte nel bar di Egidio Ferrara, abbasso la terra. Cominciai a giocare con emozione ed orgoglio, facevo parte di un gruppo, che da piccolo ammiravo. Mentre giocavamo il mio maestro, in un attimo di nervosismo disse: “pozza venì o terremoto, è possibile che non prendo mai il sette di danaro?”.
Con la vittoria concludemmo la partita ed uscimmo dal bar euforici.
All’improvviso un boato, la terra tremò era il 21 agosto 1962.
Tutti scappammo nelle nostre abitazioni per unirci ai nostri familiari e trovare scampo nelle campagne. Organizzammo una specie di tendopoli, nell’aia del farmacista Marena, qui trascorremmo varie notti.
In me si sviluppavano tanti desideri e divampava l’amore, come tempesta del piacere ed incanto di dolcezza.
Acquistai una seicento targata AV 23941, questo numero mi era particolarmente caro, ricordava la mia età, ero nato nel 1941 , avevo ventitrè anni.
Dopo un pò di tempo si guastò, doveva essere rifatto il motore. Zio Leonardo, una grande intelligenza in meccanica e nell’arte di fondere i metalli, insieme a Domenico Lionetti, rifece il motore nel giro di una diecina di giorni. Fu un lavoro magnifico e duraturo.
Il tredici agosto 1964 alle ore ventiquattro, partimmo per un campeggio, dovevamo raggiungere Scalea.
Ezio Coppola, Antonio D’Elia, Antonio Coppola erano nella mia seicento, Tonino Marena, Guido Marena, Antonio Milone nella seicento di Ennio Reppucci.
Ci attrezzammo di tende e di tutto il necessario per trascorrere il ferragosto in Calabria. Ci avviammo per la vecchia strada che da Salerno conduce ad Olevano, Mormanno, Castrovillari, Maratea. Arrivammo a mezzogiorno a Scalea. Salutammo Maria ed Ugo. Sulla spiaggia montammo le tende, stabilendo il nostro quartiere. Era un deserto: qualche persona e raramente qualche bagnante…
La zona era ottima per riposare e non peccare. Durante la notte un temporale ci fece svegliare e ci costrinse a riparare nelle auto. Raggiungemmo Praia a mare, che delusione! Addio sogni.
La sfortuna sembrava perseguitarci: il 15 agosto, si ruppe un giunto della seicento di Ennio; non era facile trovare un’officina aperta. Si verificò il miracolo, un meccanico ci sistemò la macchina! Mentre eravamo assorti in tanti pensieri, sfilò per la strada principale una banda musicale: era la banda di Lapio.
Riconobbi: Matteo Caruso, Antonio e Vittorio Caracciolo, Gennaro Caprio, Guerrino Carbone, Luigi Carbone e tanti altri, che si misero a nostra disposizione. Ringraziammo tutti e ci avviammo sulla spiaggia.
E le ragazze? Sfilavano per le strade in modo frettoloso ed impaurito. Cristo era ancora fermo ad Eboli!
Decidemmo di rientrare e ci fermammo nei pressi del cimitero di Auletta. Montammo la nostra cucina e Guido preparò dei bucatini dal sapore squisito. Avevamo fame e mangiavamo senza renderci conto del posto…
Arrivammo a Polla, passammo per Pertosa a salutare Francesco De Blasi, (zio Ciccillo), ci offrì tanti dolci e biscotti.

L’uccisione del dottor De Blasi
Nel mese di febbraio del 1965, una notizia tragica e luttuosa sconvolse S. Mango: il dottor Claudio De Blasi era stato ammazzato a Roma.
Il dieci maggio 1965, mentre mi trovavo ad Avellino, fui raggiunto da altri amici che mi dissero di rientrare a S. Mango. Trovai la casa invasa dai parenti e dagli amici, mamma, piangendo, mi disse che papà era morto, improvvisamente, colpito da infarto.
Nulla potè fare il dottor Cesare Carbone, che conobbi dopo vari anni, era medico condotto a Caposele e si portò al capezzale di mio padre solo per costatarne il decesso.

Poche volte ho parlato da uomo ad uomo
con mio padre, prima che morisse.
Mi voleva bene: ero l’unico maschio.
C’era, poi, mia sorella.
E proprio di lei parlammo,
del suo matrimonio….
“adesso guadagni-mi disse-qualcosa farai per lei. ”
Io annuii e continuammo a parlare.
Arrivò un amico, troncammo…
Mio padre partì…
Ritornò cadavere,
colpito da infarto.
Il discorso non continuammo…
Per lui vi fu un altro futuro…
Noi, quaggiù, ci arrangiammo.
Spesso ho voluto continuare
Il dialogo, era rimasto a metà…
Non ci sono mai riuscito.
Mi sforzo oggi, ma non so come cominciare….
E’ preferibile lasciarlo così come fu…
Tanto mio padre non risponderà.

Description

UN LIBRO CON LE FOTO PRECEDENTI AL TERREMOTO DEL 1980

Introduzione
Questi stati d’animo, vissuti nel tempo e originati nei momenti di demoralizzazione, fanno parte del “mio passato”; li ho rivissuti, nel ricordo, per distendermi e per sognare. Pura illusione!
Il passato, pur ripresentandosi alla mente, è passato.
Quando i ricordi affollano la mente, riviverli non è nostalgia, essi rappresentano un cantuccio in cui si rifugia l’animo attanagliato, che, riproponendo attimi di smarrimento, di indecisione, di peccato, di delusione, di programmi non realizzati, sopporta il peso delle tribolazioni giornaliere.
Il ricordo delle persone care, della vita trascorsa nella propria famiglia o con gli amici, rappresenta una benefica terapia alle tempeste dell’animo.
Se, poi, nella mente ritornano i canti, gli inni o le litanie innalzati nella vecchia chiesa madre, si ripresentano i vecchi volti, si riaccendono i sentimenti sbiaditi. La storia, sintesi di fatti e date, spesso, trasmettendo ai posteri gli eventi con interpretazioni soggettive, non sempre è riuscita a dare al lettore un quadro obiettivo. Ha affascinato l’immaginario collettivo, trascurando, spesso, gli elementi, che hanno ispirato la convivenza e la sopravvivenza di tante generazioni. Gli studi dovrebbero basarsi sulla ricerca di quelle aspirazioni familiari, sociali, economiche, politiche e religiose, che hanno sviluppato azioni e caratterizzato le civiltà, divenendo fonti a cui, quotidianamente, ci riferiamo: il folclore, le tradizioni, la religiosità delle nostre comunità.
Ubaldo Reppucci

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Editorial Review

UN LIBRO CON TANTISSIMI RACCONTI POPOLARI

Petrosinella
C’era una volta... una vispa bambina, orfana della mamma, doveva eseguire gli ordini sempre più esigenti della matrigna, che, per un motivo o per un altro, affidava sempre commissioni impensate alla malcapitata. Un giorno, Petrosinella, ignara di ogni cosa, fu mandata a raccogliere il prezzemolo in un grande giardino: “il giardino dell’orco. ”
La bambina ubbidiva, aspettando gli elogi della matrigna, invano. L’orco, accortosi che mancava il prezzemolo coltivato con tanta cura, decise di mettere dei guardiani. Il primo giorno capitò il cane. Petrusinella, avendo scoperto il tranello, portò del pane al cane affamato, che, intento a mangiare, abbandonava la guardia del prezzemolo e Petrusinella lo raccoglieva e… rientrava a casa.
Il secondo giorno di guardia fu l’asino, al quale Petrusinella portò del fieno… mentre l’asino consumava il fieno, Petrusinella raccoglieva il prezzemolo e. . . ritornava a casa.
Il terzo giorno l’orco assunse le funzioni di guardiano…si nascose per scoprire il…ladro. Petrosinella arrivò nel giardino e, proprio quando stava per staccare le piantine, da un buco predisposto nella terra, venne fuori l’orco.
Mamma, mamma, aiutami, gridò Petrosinella.
L’orco infuriato: non gridare, vieni con me… dimmi chi sei… chi sono i tuoi genitori…dovranno pagare i danni…
Petrosinella non parlò, si ammutolì. L’orco decise che la ladruncola , per un periodo di tempo, doveva restare al suo servizio per ricompensare il “danno”.
Petrosinella serviva con passione, preparava il pranzo, lavava e stirava la biancheria, puliva la casa e scopriva che anche l’orco aveva un cuore.
Un bel giorno l’orco morì. La povera Petrosinella, dal dolore, versò tante lacrime da creare un fiume. Da queste acque venne fuori un giovane bellissimo… L’orco rinacque con sembianze diverse. I due giovani si sposarono e vissero felici e contenti.


Ricciulillo e Ricciulella
C’era una volta... una alunna che confidava alla propria maestra la severità della mamma. Era dispiaciuta. Ben volentieri l’avrebbe cambiata.
Dietro consiglio della insegnante, innamorata del padre, uccise la mamma... pensando di ottenere grandi e belle cose...
La maestra, realizzato il sogno d’amore e dopo aver sposato l’uomo che desiderava, impose al marito di disfarsi dei figli ed in modo particolare della figlia. Il povero genitore, per ovviare alle continue minacce della moglie, decise di portare nel bosco i figli.
Ricciulillo e Ricciulella, avendo compreso il progetto della matrigna, prima di avviarsi nel bosco col padre, si munirono di tanti sassolini che, di tanto in tanto, lasciarono sulla strada per rintracciarla per il ritorno...
Il padre era mortificato, pensava ai propri figli abbandonati; nel vedere il cibo che veniva buttato, preso dal rimorso, disse: “peccato, se i miei figli stavano qui”.
Ricciulillo e Ricciulella improvvisamente ricomparvero, consumarono la cena ed il padre fu contentissimo.
Ritornò la matrigna, si ripetettero le scenate, rimproverò il marito, minacciandolo nuovamente.
Il giorno dopo ritentò di riportare i figli nel bosco. Lungo la strada i due bambini seminavano la crusca che doveva indicare il ritorno, ma questa veniva leccata da un cinghiale e così le tracce furono distrutte.
Scese la sera, i due bambini, essendo soli nel bosco, avevano paura, invocavano aiuto, piangevano e si abbracciavano stretti stretti. I lamenti furono avvertiti dal cinghiale, che li guidò a ritrovare la strada. Ritornati a casa, riferirono tutto al papà, che, senza indugiare, prese la moglie e la portò nel bosco.
Ancora oggi sta là!

Cicco e Cola
Una volta c’erano… due fratelli, Cicco e Cola, commercianti di ovini, uno curava le pecore l’altro le capre.
Si recarono un bel giorno alla fiera ed acquistarono molte bestie.
Al ritorno, calata la notte, non volendo proseguire per la paura dei ladri, vedendo una luce opaca, si avvicinarono. Era un convento.
Bussarono. Aprì il padre guardiano che dette ospitalità non solo ai due fratelli, ma anche alle bestie.
Dalla stanchezza i due commercianti caddero in un profondo letargo. I monaci pensarono di fare la festa a qualche agnellino per soddisfare le esigenze dello stomaco. In un batter d’occhio ammazzarono un agnellino, lo arrostirono e lo... divorarono.
Al risveglio, i due fratelli si trovarono digiuni e senza un agnello… Cola si adirò, avrebbe preferito partecipare alla mensa. Insieme al fratello decise di vendicarsi.
Prese le sembianze di una ragazza, succinta e provocante e si recò al convento. Bussò, il guardiano fu gentilissimo nel riceverla. Dopo la cena, decise di farla dormire nella sua cella, per proteggerla dalle tentazioni del diavolo e, avvertì i frati che se avessero sentito rumori o grida non sarebbero dovuti intervenire.
Appena furono nella cella, la ragazza aveva timore di svestirsi e pregò prima il padre guardiano di spogliarsi; il monaco così fece. Come fu nudo, la ragazza, cioè Cola, con una verga gli dette tante botte da fargli passare i desideri carnali, prese dei soldi e si allontanò dal convento.
Ritornò il giorno seguente travestito da medico. Fu accettato nel convento per curare il padre guardiano.
Visitò l’ammalato e gli prescrisse dei medicamenti, che i monaci andarono a prendere in paese.
Cola, con una verga, dette tante botte al malcapitato, prese dei soldi ed andò via.
Il giorno dopo ritornò sotto le sembianze di un prete, fu accolto perché potesse confessare e comunicare il padre guardiano…sofferente a letto.
Quando i monaci si recarono in chiesa per prendere l’eucarestia, Cola usò, di nuovo, la verga e dette tante botte al povero frate, prese dei soldi ed andò via.
Ormai aveva recuperato vari soldi, il valore dell’agnello e poteva essere soddisfatto. Invece pensava sempre di non aver partecipato al pranzo dell’agnellino. Mentre i due fratelli stavano a pascolare le bestie in un fondo dei frati, questi arrivarono con l’intenzione di coltivarlo. Cola e Cicco dovettero liberare il campo: il desiderio della vendetta aumentò.
I monaci, convinti di aver provocato dissapori negli animi dei due fratelli, per tenerli buoni, caricarono sei muli di ogni ben di Dio e si recarono in casa di Cicco e Cola. Costoro furono gentilissimi ed offrirono il pranzo, non a base di agnello.
In alto sotto il soffitto essiccavano i cagli. I monaci chiesero cosa fossero. Cola rispose che quelli che mangiavano e dormivano in quella casa facevano la fine dei cagli. Dopo aver consumato la cena e dopo aver bevuto vino grazioso ed abbondante, crollarono dal sonno.
Mentre i monaci dormivano, Cola mise nel letto dei frati tanto sterco preso dal letamaio.
I frati, svegliandosi, notarono quella situazione incresciosa, tentarono di scappare, lanciandosi dalla finestra.
Cola si appostò, si lanciò il primo, che, toccato terra, morì. Il secondo voleva conoscere l’esito della fuga, Cola rispose che era andato bene e così fu per tutti i monaci.
Cola, fu contento, ma aveva il problema dei cadaveri, doveva disfarsene. Li mise nei sacchi e, con l’aiuto del fratello, li buttò nelle acque del fiume….
Un giorno, mentre stava a guardare il gregge, vide che un asino, avendo in groppa un monaco, attraversava il fiume. A tale vista, pensando che erano i monaci, dal fucile che aveva con sé, fece partire un colpo, che ammazzò quello sventurato provinciale, che si portava ad ispezionare il convento. I confratelli, visto che il provinciale non rientrava, denunciarono il caso ai gendarmi.
Questi si recarono al convento e, cosa strana, non trovarono né i monaci, né il provinciale. Cominciarono una battuta per rendersi conto dell’accaduto. Si imbatterono in Cola, che, con uno zifolo, si divertiva a suonare. Fu interrogato più volte, prima disse di non sapere alcunché ed alla fine raccontò tutta la verità. Fu arrestato ed imprigionato insieme al fratello.

 

La cicala ed il grillo
E’ il periodo estivo...
Una cicala per l’intera giornata canta, infastidendo tutti gli animali della natura. Al calar della sera è stanca e vuol riposare. All’improvviso nell’aria un canto modulato e frequente…cri…cri…. cri….
Tra il dormiveglia la cicala: -chi è che a quest’ora dà fastidio?
-Sono il grillo…non pensavo di ….
Intervennero gli altri animali: -cicala, cosa vuoi dal grillo?
Tu hai cantato per una giornata intera disturbandoci e nessuno di noi ha parlato.
La cicala risponde: -dovete aver pazienza!

Lezioni di catechismo
Durante il mese di ottobre e novembre andavamo a raccogliere le castagne in montagna e le cuocevamo (varole) con i rami delle felci.
Zia Alberinda, moglie di zio Tommaso e nonna Felicella, mi esortavano sempre a studiare, mi accontentavano in qualsiasi cosa chiedessi, purchè andassi in chiesa ad ascoltare le lezioni di catechismo.
Erano molto interessanti per quel tempo, specialmente quando il buon parroco ci dava le caramelle o i biscotti della POA, dopo aver risposto alle domande con tempestività e con precisione.
Chi ci ha creato?
Dio
Chi è Dio
E’ l’Essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra.
Dove si trova Dio?
In cielo, in terra ed in ogni luogo. Egli è l’Essere Onnipotente ed Onnipresente.
Bei tempi allora! Ed oggi? Siamo pensosi.
Chi è veramente Dio?
L’Inconcepibile, l’Assurdo.
Chi siamo noi?
Un atomo di intelligenza divina che manifesta il reale, il possibile, il contingente, la metamorfosi, il bene, il male, l’intelligente, l’ignorante, il disonesto, il delinquente, il profano, il finito.
Dove si trova Dio?
In noi, nelle cose del mondo, nella natura.
Dove siamo noi?
In noi stessi.
Che cosa è la vita?
Un passaggio, un divenire, un’illusione.
Che cosa è la morte?
Un divenire, una metamorfosi del nostro essere.
Dio è un’intelligenza perfetta, un Pensiero che si temporalizza e si spazializza.
L’anima è un’intelligenza, proveniente da Dio, che, momentaneamente, trova la sede in un corpo umano.
L’uomo va sempre alla ricerca di epifenomeni: arte, utile, interessi ecc.
Che cosa è la religione.
La religione è il credo dell’essere. E l’essere in che cosa crede?
Negli epifenomeni.
E Dio?
E’ l’intelligenza a se stante che è invocata dagli uomini, quando questi hanno bisogno.
Nessuno si sforza di vivere cristianamente e di seguire i comandamenti.
E come può, l’uomo-materia, colloquiare con l’Intelligenza?
Con l’anima, senza fragore.
Perché l’uomo non chiede aiuto ai suoi simili?
Ogni uomo ha sempre cercato il dominio sugli altri.
L’odio è sempre esistito.
Non parliamo poi della politica.
Che cosa è la politica?
Il significato semantico è trascurato. Essa è considerata la barca su cui tutti vorrebbero salire.
Si ignora la giustizia, la bontà, l’umanità, la solidarietà.
Queste non sono altro che parole, che suonano, oscenamente, all’orecchio dei saggi.
Chi sono i saggi?
Sono quelli che osservano i comandamenti e si sacrificano per la società.
Sono quelli che si considerano “ ignoranti e che intendono costruire un mondo in cui la pseudo cultura non sarà tutto. ”
Le lotte esistono solo per annullare gli avversari. Non esiste il confronto o il dialogo ideologico.
Che cosa è l’ideologia?
E’ confusa con l’opportunismo ed è adeguata al proprio tornaconto, dal quale far scaturire un bene pratico, cozzando col bene morale. Che cosa è il male morale?
E’ l’annullamento dell’io individuale, il prologo di quello sociale, dando origine al male.
Che cosa è il male?
E’ ciò che rende triste l’uomo.
Esiste il male morale ed il male fisico. Quest’ultimo si sopporta, il primo ammazza.
Il male morale offende la dignità individuale e, nello stesso tempo, il “noi” sociale.
Il male fisico colpisce l’individuo che ha tentato di avvilire e di prostrare l’umanità.
E il male che colpisce i bambini?
Col bambino, ossia col neonato, comincia la vita di un’anima, che staccata, precocemente, non avendo avuto il tempo di espiare la sofferenza, ha il dolore fisico affinchè, diventando adulta, e ricordando i dolori infantili, abbandoni l’egoismo, le passioni e sia di esempio di una vita morale teoricamente e praticamente vissuta.
Chi ci potrà essere di esempio nella vita?
Cristo, nella sua umanità.
Cristo diviene simbolo di poesia e di storia.
Che cosa è la poesia?
E’ una intuizione, un sentimento storicamente vissuti.

Zio Nicola De Blasi
Frequentavo l’abitazione di zio Nicola De Blasi, in particolar modo quando arrivavano, da Pagani, Nicola, Marianna, Elena…accompagnati da zio Carmine, sempre affettuoso e premuroso.
Nel grande ingresso giocavamo “trentuno”, ci nascondevamo, ma gridavamo e davamo fastidio a zio Mario, avvocato, che leggeva il giornale o commentava con gli amici gli avvenimenti politici ed a zio Vittorio, medico otorinolaringoiatra, che visitava i pazienti sammanghesi.
Zia Mariannina attendeva alle faccende domestiche, zio Nicola ci istruiva ad essere accorti e diligenti, di pomeriggio, allestita la carrozza, trainata da un puledro di colore marrone scuro, ci portava in montagna per farci respirare l’aria salubre, quell’aria che doveva proteggere i nostri polmoni contro gli attacchi della bronchite e della tosse. Spesso dal sacchetto, riservato al cavallo, prelevavamo le “scioscelle” e, invece di darle al cavallo, le mangiavamo noi, di fretta e di nascosto.
Mio padre attrezzò un bar “ADUA”, in un locale di sua proprietà, sito in via A.Diaz; era un ottimo pasticciere. In occasione della prima messa celebrata a S. Mango da Padre Isidoro Ferrante, divenuto sacerdote, preparò tanti dolci lavorando per una settimana, in casa del neo frate fu una grande festa con tanti ospiti.
Il bar era frequentato da giovani locali amanti dello sport ed in preda all’entusiasmo, nel terreno di proprietà della Chiesa Madre di S. Mango, con l’autorizzazione di Don Virgilio, parroco del paese, fu costruito il campo sportivo intestato a Valentin Mazzola.
Fu creata un’associazione sportiva ed una squadra di calcio.
I giocatori indossavano magliette di lana bianca, al centro una banda azzurra, confezionate dalla maglista locale Teresa Martino, aiutata da Filomena Martino; lo scudetto era un galletto con la scritta “Risveglio”, ricamato dalle giovani di S. Mango.
Partecipavano alla squadra: Traiano Marena, Battista Carmine, Marena Salvatore, Coppola Gerardo, Carlo Ferrara, Mino De Blasi, Cataldo Teodoro, Tonino Nazzaro, Benedetto De Napoli, un certo Mimì, questi ultimi di Chiusano, in un secondo momento subentrarono Antonio Coppola, Antonio Potito, Mercurio Ferrara, Palermo Cesarino, Marcello Martino,
Il 19 marzo 1955 avvenne il ratto della ragazza di Lapio, la famosa “Fujuta”, che tanto costò a molte famiglie di S. Mango.
Mio padre amava i suoi fratelli ed in particolare zio Gaetano e zia Maria, non perchè a zia Armida, (sposò Taddio Silvestro e dimorò nella frazione Villa S. Nicola di Cesinali, spesso andavamo a trovarla e restavamo per più giorni, qui vedevo come i miei cugini preparavano i latticini, come curavano le bestie e come partecipavano all’attività commerciale), a zia Giovanna, (viveva dietro la terrata in un’abitazione accogliente ed ospitale, espatriò con le figlie Filomena, Generosa e Gerardina per l’America per ricongiungersi a zio Emilio; la nave su cui viaggiavano, “Andrea Doria”, fu speronata e si inabissò. Mia zia e le mie cugine, fortunatamente, si salvarono) a zia Clorinda, (sposò Carmine Moccia, un buon sarto, che espatriò prima in Venezuela e poi in America), a zio Antonio (che sposò Palmira Morsa) ed a zio Leonardo (che sposò Generosa Coppola, che aveva una mamma molto forte, coraggiosa e lavoratrice, Maria Faugno) ne volesse di meno.
Zio Antonio, avendo una grande intelligenza e fiuto, intraprese il commercio del vino col Belgio, creò uno stabilimento per l’imbottigliamento del gas liquido a Ponteromito, creò una succursale di biliardini di calcetto e di macchine per cucire.
Le cose non andarono bene.
Zio Leonardo espatriò per il Venezuela, mio padre andò a Materdomini a fare il cuoco, zio Antonio proseguì l’attività commerciale, ma ridimensionata.
A mano a mano, rimodernando il bar la situazione migliorò.
Mia sorella divenne una provetta preparatrice di gelati. Gli assidui frequentatori del bar erano: Andrea Cella, Vincenzo Di Fronzo (aprì a Napoli una rosticceria, mio padre ne diresse le sorti come choeuf e pasticciere), Pasquale Ottaviano, Villani Walter, Gino Villani, Prizio Simplicio, Borea Carmine, Cataldo Giuseppe, Ferdinando Uva, Coppola Rodolfo, D’Auria Pietro, Domenico Romano, giocatore di scopone, insieme all’insegnante Giuseppe Ferrara, Montefuscoli Giovanni, Antonio Uva, Antonio Boccuzzi, Beniamino, Genesio e Domenico Coppola, Paolo Maione, Bruno Maione, fornitore di vino e bibite, Donato Iannone, fruttivendolo, originario di Piazza di Pandola, Antonio Prizio, Palermo Cesare, Costantino Procella, Martino Gerardo, Giulio ed Edoardo Maruotto, Carmine Boccuzzi, Carlo Ferrara, Mino De Blasi, Walter Bruno, giocatori di biliardo, Fulvio e Livio Ottaviano, Salvatore Prizio, Carmine Giannitti, Coppola Egidio, Coppola Giovanni, Pasquale Villani, Tommaso Moccia, Maria Antonio, Pietro, Maria Raffaele, Coppola Enrico, Sarni Provino, Marco e Pacifico, Moccia Erminio, Moccia Giuseppe, Moccia Domenico, Moccia Alberto, Sabato Giannitti, Prizio Andrea, Martino Gerardo e Filippo, Prizio Guido, Cataldo Nicola, Vecchi Giuseppe, Nicola, Giovanni, Giuseppe e Gerardo Vozzella, Adelina, Melina e Nannina, Catino Giuseppe, Cosimo, Damiano, Luigi, Cesare, Mario, Costantino, Diuccio e Rosario Festa, Domenico, Antonio, Filippo Villacci, Benito De Blasi, De Balsi Amato, Francesco Sibilia, Angelo Boccuzzi, Giovannino, Giuseppe, Salvatore e Angelo Coppola, Giovanni e Teodoro Sibilia, Angelo, Boccuzzi Rocco, Catino Giuseppe, Sabino e Nicola, Michelangelo e Sabino Sibilia, Nino Giannitti, Catino Valente, Antonio Lionetti e Teodoro, Gaetano, Francesco e Pasquale De Blasi, Annibale Coppola, Arturo ed Augusto Villani, Boccuzzi Carmine, Silvio ed Antonio.
Dopo aver superato gli esami di ammissione, fui iscritto alle scuole medie di Fontanarosa e frequentai la prima stando a pensione presso Don Ciccio Penta, che abitava sulla strada che porta alla vecchia fontana di Fontanarosa.
Era mio compagno di pensione Antonio Coppola. Fu l’anno durante il quale crebbi intellettualmente e socialmente. Di sera, avvertivo la lontananza dei miei. Era una gioia ogni qualvolta rientravo a casa, tra le mura amiche, tra i miei libri, tra le mie cose care.
Divenni anche allievo di zio Silvio dal quale appresi il senso ginnico, il gusto letterario e poetico.
Cominciai a viaggiare col pullmann ed a Fontanarosa nel bar “Penta”compravo le torte ripiene di crema di sangue di maiale, di cui zio Tommaso era goloso.
Mi trasferii ad Avellino e, secondo zio Tommaso, non potevo rischiare in altre professioni, dovevo diventare un uomo di scuola. A malincuore accettai questo consiglio.
Durante il periodo estivo venivo istruito nella lingua latina da Mino De Blasi e dal compianto Claudio. Nel mese di agosto, per il latino, ero allievo di Eulalia Natale, nipote del canonico Don Domenico Gasparini, che trascorreva le ferie a S. Mango, del prof. Luigi De Blasi o della moglie Carmelina De Cunzo. Dovevo sempre essere impegnato nell’eseguire compiti scolastici, anche di estate. Una vera seccatura, non solo per me!
Durante l’anno scolastico, tutte le mattine, alle sei ed un quarto, zia Alberinda mi svegliava, preparava la colazione con pane e frittatina e, ripetendomi sempre di stare attento e di studiare, mi salutava mentre uscivo.
Nella villa comunale di Avellino, esistente nella zona ove oggi sorge la biblioteca provinciale, io e gli amici consumavamo la colazione e spesso decidevamo di marinare la scuola.
Tutte le mattine, per raggiungere la fermata dell’autobus, dovevo fare un bel tratto di strada a piedi. Lungo questo percorso, immancabilmente, incontravo zia Maria, una sorella di mio padre, nubile, che, aspettandomi sul pianerottolo della abitazione di zia Clorinda, acquistata dall’avvocato Chieffo, mi salutava con tanto affetto e mi dava tante raccomandazioni. Di mattina, il paese si svuotava e si ripopolava di pomeriggio e di sera, anche perché molti lavoravano fuori.
Marcuccio ed Osvaldo aprirono ad Avellino le attività artigianali, il primo di parrucchiere, il secondo di calzolaio. Questi due negozi erano il punto di appoggio e di riferimento per tutti noi giovani di S. Mango.

Le marachelle
Quante marachelle durante questi anni: dalla rottura delle sagome di sapone preparate da zia Rosina, con mio cugino Antonio, alla consumazione delle fave, dei fichi, dei celsi, dell’uva di Filippo Marena.
Un pomeriggio, rientrando da una partita di pallone, assetato, bevvi un grosso bicchiere di alcol, che mio padre usava per la preparazione dei liquori. Dormii per due giorni, con grande preoccupazione dei miei. Partecipando agli incontri politici, notavo che in me c’era il virus della politica. Sul pullmann, qualche volta litigavo con i compagni o con i fattorini. Lungo il percorso si discuteva di politica locale, di calcio, di cronaca e di…amori.
I compagni di viaggio erano: Giovanni Melchionno, Vittorio Uva, Lionetti Gerardo, Aldo e Domenico Lionetti, Aldo Giannitti, Ugo Milone, Giovanni ed Alessandro Borea, Antonio D’Elia, Aldo De Luca, Giannitti Clemente, Antonio Marena, Guido Marena, Tonino Marena, Noemi Pierni, Maria Pia Di Marino, Fiorenza, Antonietta, Rosellina, Clara, Angelina, Geppina, Giovanni Villani, Giovanni Sibilia e tanti altri, dei quali mi sfugge il nome e con i quali mi scuso per la omissione.
Quanti dispetti facevamo a Don Virgilio, parroco di S. Mango, a zio Alfonso, sagrestano, a masto Peppo, organizzatore della festa delle quarant’ore e del Venerdì Santo. Quante feste danzanti organizzavamo, con amicizia, sincerità ed affetto.
Quanti compleanni abbiamo festeggiato con gli amici e con le amiche in casa della Professoressa Maria Marena. Quante torte abbiamo tagliato…. e quanto spumante…. stappato!
Durante il mese di luglio, zia Alberinda e zio Tommaso si recavano a Pozzuoli o a Castellammare di Stabia, ove fittavano sempre la stessa cameretta.
Per me era un periodo di libertà e di spensieratezza, senza borbottìi e rimproveri.