Editorial Review
UN LIBRO CON TANTISSIMI RACCONTI POPOLARI

Petrosinella
C’era una volta... una vispa bambina, orfana della mamma, doveva eseguire gli ordini sempre più esigenti della matrigna, che, per un motivo o per un altro, affidava sempre commissioni impensate alla malcapitata. Un giorno, Petrosinella, ignara di ogni cosa, fu mandata a raccogliere il prezzemolo in un grande giardino: “il giardino dell’orco. ”
La bambina ubbidiva, aspettando gli elogi della matrigna, invano. L’orco, accortosi che mancava il prezzemolo coltivato con tanta cura, decise di mettere dei guardiani. Il primo giorno capitò il cane. Petrusinella, avendo scoperto il tranello, portò del pane al cane affamato, che, intento a mangiare, abbandonava la guardia del prezzemolo e Petrusinella lo raccoglieva e… rientrava a casa.
Il secondo giorno di guardia fu l’asino, al quale Petrusinella portò del fieno… mentre l’asino consumava il fieno, Petrusinella raccoglieva il prezzemolo e. . . ritornava a casa.
Il terzo giorno l’orco assunse le funzioni di guardiano…si nascose per scoprire il…ladro. Petrosinella arrivò nel giardino e, proprio quando stava per staccare le piantine, da un buco predisposto nella terra, venne fuori l’orco.
Mamma, mamma, aiutami, gridò Petrosinella.
L’orco infuriato: non gridare, vieni con me… dimmi chi sei… chi sono i tuoi genitori…dovranno pagare i danni…
Petrosinella non parlò, si ammutolì. L’orco decise che la ladruncola , per un periodo di tempo, doveva restare al suo servizio per ricompensare il “danno”.
Petrosinella serviva con passione, preparava il pranzo, lavava e stirava la biancheria, puliva la casa e scopriva che anche l’orco aveva un cuore.
Un bel giorno l’orco morì. La povera Petrosinella, dal dolore, versò tante lacrime da creare un fiume. Da queste acque venne fuori un giovane bellissimo… L’orco rinacque con sembianze diverse. I due giovani si sposarono e vissero felici e contenti.

Ricciulillo e Ricciulella
C’era una volta... una alunna che confidava alla propria maestra la severità della mamma. Era dispiaciuta. Ben volentieri l’avrebbe cambiata.
Dietro consiglio della insegnante, innamorata del padre, uccise la mamma... pensando di ottenere grandi e belle cose...
La maestra, realizzato il sogno d’amore e dopo aver sposato l’uomo che desiderava, impose al marito di disfarsi dei figli ed in modo particolare della figlia. Il povero genitore, per ovviare alle continue minacce della moglie, decise di portare nel bosco i figli.
Ricciulillo e Ricciulella, avendo compreso il progetto della matrigna, prima di avviarsi nel bosco col padre, si munirono di tanti sassolini che, di tanto in tanto, lasciarono sulla strada per rintracciarla per il ritorno...
Il padre era mortificato, pensava ai propri figli abbandonati; nel vedere il cibo che veniva buttato, preso dal rimorso, disse: “peccato, se i miei figli stavano qui”.
Ricciulillo e Ricciulella improvvisamente ricomparvero, consumarono la cena ed il padre fu contentissimo.
Ritornò la matrigna, si ripetettero le scenate, rimproverò il marito, minacciandolo nuovamente.
Il giorno dopo ritentò di riportare i figli nel bosco. Lungo la strada i due bambini seminavano la crusca che doveva indicare il ritorno, ma questa veniva leccata da un cinghiale e così le tracce furono distrutte.
Scese la sera, i due bambini, essendo soli nel bosco, avevano paura, invocavano aiuto, piangevano e si abbracciavano stretti stretti. I lamenti furono avvertiti dal cinghiale, che li guidò a ritrovare la strada. Ritornati a casa, riferirono tutto al papà, che, senza indugiare, prese la moglie e la portò nel bosco.
Ancora oggi sta là!
Cicco e Cola
Una volta c’erano… due fratelli, Cicco e Cola, commercianti di ovini, uno curava le pecore l’altro le capre.
Si recarono un bel giorno alla fiera ed acquistarono molte bestie.
Al ritorno, calata la notte, non volendo proseguire per la paura dei ladri, vedendo una luce opaca, si avvicinarono. Era un convento.
Bussarono. Aprì il padre guardiano che dette ospitalità non solo ai due fratelli, ma anche alle bestie.
Dalla stanchezza i due commercianti caddero in un profondo letargo. I monaci pensarono di fare la festa a qualche agnellino per soddisfare le esigenze dello stomaco. In un batter d’occhio ammazzarono un agnellino, lo arrostirono e lo... divorarono.
Al risveglio, i due fratelli si trovarono digiuni e senza un agnello… Cola si adirò, avrebbe preferito partecipare alla mensa. Insieme al fratello decise di vendicarsi.
Prese le sembianze di una ragazza, succinta e provocante e si recò al convento. Bussò, il guardiano fu gentilissimo nel riceverla. Dopo la cena, decise di farla dormire nella sua cella, per proteggerla dalle tentazioni del diavolo e, avvertì i frati che se avessero sentito rumori o grida non sarebbero dovuti intervenire.
Appena furono nella cella, la ragazza aveva timore di svestirsi e pregò prima il padre guardiano di spogliarsi; il monaco così fece. Come fu nudo, la ragazza, cioè Cola, con una verga gli dette tante botte da fargli passare i desideri carnali, prese dei soldi e si allontanò dal convento.
Ritornò il giorno seguente travestito da medico. Fu accettato nel convento per curare il padre guardiano.
Visitò l’ammalato e gli prescrisse dei medicamenti, che i monaci andarono a prendere in paese.
Cola, con una verga, dette tante botte al malcapitato, prese dei soldi ed andò via.
Il giorno dopo ritornò sotto le sembianze di un prete, fu accolto perché potesse confessare e comunicare il padre guardiano…sofferente a letto.
Quando i monaci si recarono in chiesa per prendere l’eucarestia, Cola usò, di nuovo, la verga e dette tante botte al povero frate, prese dei soldi ed andò via.
Ormai aveva recuperato vari soldi, il valore dell’agnello e poteva essere soddisfatto. Invece pensava sempre di non aver partecipato al pranzo dell’agnellino. Mentre i due fratelli stavano a pascolare le bestie in un fondo dei frati, questi arrivarono con l’intenzione di coltivarlo. Cola e Cicco dovettero liberare il campo: il desiderio della vendetta aumentò.
I monaci, convinti di aver provocato dissapori negli animi dei due fratelli, per tenerli buoni, caricarono sei muli di ogni ben di Dio e si recarono in casa di Cicco e Cola. Costoro furono gentilissimi ed offrirono il pranzo, non a base di agnello.
In alto sotto il soffitto essiccavano i cagli. I monaci chiesero cosa fossero. Cola rispose che quelli che mangiavano e dormivano in quella casa facevano la fine dei cagli. Dopo aver consumato la cena e dopo aver bevuto vino grazioso ed abbondante, crollarono dal sonno.
Mentre i monaci dormivano, Cola mise nel letto dei frati tanto sterco preso dal letamaio.
I frati, svegliandosi, notarono quella situazione incresciosa, tentarono di scappare, lanciandosi dalla finestra.
Cola si appostò, si lanciò il primo, che, toccato terra, morì. Il secondo voleva conoscere l’esito della fuga, Cola rispose che era andato bene e così fu per tutti i monaci.
Cola, fu contento, ma aveva il problema dei cadaveri, doveva disfarsene. Li mise nei sacchi e, con l’aiuto del fratello, li buttò nelle acque del fiume….
Un giorno, mentre stava a guardare il gregge, vide che un asino, avendo in groppa un monaco, attraversava il fiume. A tale vista, pensando che erano i monaci, dal fucile che aveva con sé, fece partire un colpo, che ammazzò quello sventurato provinciale, che si portava ad ispezionare il convento. I confratelli, visto che il provinciale non rientrava, denunciarono il caso ai gendarmi.
Questi si recarono al convento e, cosa strana, non trovarono né i monaci, né il provinciale. Cominciarono una battuta per rendersi conto dell’accaduto. Si imbatterono in Cola, che, con uno zifolo, si divertiva a suonare. Fu interrogato più volte, prima disse di non sapere alcunché ed alla fine raccontò tutta la verità. Fu arrestato ed imprigionato insieme al fratello.

La cicala ed il grillo
E’ il periodo estivo...
Una cicala per l’intera giornata canta, infastidendo tutti gli animali della natura. Al calar della sera è stanca e vuol riposare. All’improvviso nell’aria un canto modulato e frequente…cri…cri…. cri….
Tra il dormiveglia la cicala: -chi è che a quest’ora dà fastidio?
-Sono il grillo…non pensavo di ….
Intervennero gli altri animali: -cicala, cosa vuoi dal grillo?
Tu hai cantato per una giornata intera disturbandoci e nessuno di noi ha parlato.
La cicala risponde: -dovete aver pazienza!
Lezioni di catechismo
Durante il mese di ottobre e novembre andavamo a raccogliere le castagne in montagna e le cuocevamo (varole) con i rami delle felci.
Zia Alberinda, moglie di zio Tommaso e nonna Felicella, mi esortavano sempre a studiare, mi accontentavano in qualsiasi cosa chiedessi, purchè andassi in chiesa ad ascoltare le lezioni di catechismo.
Erano molto interessanti per quel tempo, specialmente quando il buon parroco ci dava le caramelle o i biscotti della POA, dopo aver risposto alle domande con tempestività e con precisione.
Chi ci ha creato?
Dio
Chi è Dio
E’ l’Essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra.
Dove si trova Dio?
In cielo, in terra ed in ogni luogo. Egli è l’Essere Onnipotente ed Onnipresente.
Bei tempi allora! Ed oggi? Siamo pensosi.
Chi è veramente Dio?
L’Inconcepibile, l’Assurdo.
Chi siamo noi?
Un atomo di intelligenza divina che manifesta il reale, il possibile, il contingente, la metamorfosi, il bene, il male, l’intelligente, l’ignorante, il disonesto, il delinquente, il profano, il finito.
Dove si trova Dio?
In noi, nelle cose del mondo, nella natura.
Dove siamo noi?
In noi stessi.
Che cosa è la vita?
Un passaggio, un divenire, un’illusione.
Che cosa è la morte?
Un divenire, una metamorfosi del nostro essere.
Dio è un’intelligenza perfetta, un Pensiero che si temporalizza e si spazializza.
L’anima è un’intelligenza, proveniente da Dio, che, momentaneamente, trova la sede in un corpo umano.
L’uomo va sempre alla ricerca di epifenomeni: arte, utile, interessi ecc.
Che cosa è la religione.
La religione è il credo dell’essere. E l’essere in che cosa crede?
Negli epifenomeni.
E Dio?
E’ l’intelligenza a se stante che è invocata dagli uomini, quando questi hanno bisogno.
Nessuno si sforza di vivere cristianamente e di seguire i comandamenti.
E come può, l’uomo-materia, colloquiare con l’Intelligenza?
Con l’anima, senza fragore.
Perché l’uomo non chiede aiuto ai suoi simili?
Ogni uomo ha sempre cercato il dominio sugli altri.
L’odio è sempre esistito.
Non parliamo poi della politica.
Che cosa è la politica?
Il significato semantico è trascurato. Essa è considerata la barca su cui tutti vorrebbero salire.
Si ignora la giustizia, la bontà, l’umanità, la solidarietà.
Queste non sono altro che parole, che suonano, oscenamente, all’orecchio dei saggi.
Chi sono i saggi?
Sono quelli che osservano i comandamenti e si sacrificano per la società.
Sono quelli che si considerano “ ignoranti e che intendono costruire un mondo in cui la pseudo cultura non sarà tutto. ”
Le lotte esistono solo per annullare gli avversari. Non esiste il confronto o il dialogo ideologico.
Che cosa è l’ideologia?
E’ confusa con l’opportunismo ed è adeguata al proprio tornaconto, dal quale far scaturire un bene pratico, cozzando col bene morale. Che cosa è il male morale?
E’ l’annullamento dell’io individuale, il prologo di quello sociale, dando origine al male.
Che cosa è il male?
E’ ciò che rende triste l’uomo.
Esiste il male morale ed il male fisico. Quest’ultimo si sopporta, il primo ammazza.
Il male morale offende la dignità individuale e, nello stesso tempo, il “noi” sociale.
Il male fisico colpisce l’individuo che ha tentato di avvilire e di prostrare l’umanità.
E il male che colpisce i bambini?
Col bambino, ossia col neonato, comincia la vita di un’anima, che staccata, precocemente, non avendo avuto il tempo di espiare la sofferenza, ha il dolore fisico affinchè, diventando adulta, e ricordando i dolori infantili, abbandoni l’egoismo, le passioni e sia di esempio di una vita morale teoricamente e praticamente vissuta.
Chi ci potrà essere di esempio nella vita?
Cristo, nella sua umanità.
Cristo diviene simbolo di poesia e di storia.
Che cosa è la poesia?
E’ una intuizione, un sentimento storicamente vissuti.
Zio Nicola De Blasi
Frequentavo l’abitazione di zio Nicola De Blasi, in particolar modo quando arrivavano, da Pagani, Nicola, Marianna, Elena…accompagnati da zio Carmine, sempre affettuoso e premuroso.
Nel grande ingresso giocavamo “trentuno”, ci nascondevamo, ma gridavamo e davamo fastidio a zio Mario, avvocato, che leggeva il giornale o commentava con gli amici gli avvenimenti politici ed a zio Vittorio, medico otorinolaringoiatra, che visitava i pazienti sammanghesi.
Zia Mariannina attendeva alle faccende domestiche, zio Nicola ci istruiva ad essere accorti e diligenti, di pomeriggio, allestita la carrozza, trainata da un puledro di colore marrone scuro, ci portava in montagna per farci respirare l’aria salubre, quell’aria che doveva proteggere i nostri polmoni contro gli attacchi della bronchite e della tosse. Spesso dal sacchetto, riservato al cavallo, prelevavamo le “scioscelle” e, invece di darle al cavallo, le mangiavamo noi, di fretta e di nascosto.
Mio padre attrezzò un bar “ADUA”, in un locale di sua proprietà, sito in via A.Diaz; era un ottimo pasticciere. In occasione della prima messa celebrata a S. Mango da Padre Isidoro Ferrante, divenuto sacerdote, preparò tanti dolci lavorando per una settimana, in casa del neo frate fu una grande festa con tanti ospiti.
Il bar era frequentato da giovani locali amanti dello sport ed in preda all’entusiasmo, nel terreno di proprietà della Chiesa Madre di S. Mango, con l’autorizzazione di Don Virgilio, parroco del paese, fu costruito il campo sportivo intestato a Valentin Mazzola.
Fu creata un’associazione sportiva ed una squadra di calcio.
I giocatori indossavano magliette di lana bianca, al centro una banda azzurra, confezionate dalla maglista locale Teresa Martino, aiutata da Filomena Martino; lo scudetto era un galletto con la scritta “Risveglio”, ricamato dalle giovani di S. Mango.
Partecipavano alla squadra: Traiano Marena, Battista Carmine, Marena Salvatore, Coppola Gerardo, Carlo Ferrara, Mino De Blasi, Cataldo Teodoro, Tonino Nazzaro, Benedetto De Napoli, un certo Mimì, questi ultimi di Chiusano, in un secondo momento subentrarono Antonio Coppola, Antonio Potito, Mercurio Ferrara, Palermo Cesarino, Marcello Martino,
Il 19 marzo 1955 avvenne il ratto della ragazza di Lapio, la famosa “Fujuta”, che tanto costò a molte famiglie di S. Mango.
Mio padre amava i suoi fratelli ed in particolare zio Gaetano e zia Maria, non perchè a zia Armida, (sposò Taddio Silvestro e dimorò nella frazione Villa S. Nicola di Cesinali, spesso andavamo a trovarla e restavamo per più giorni, qui vedevo come i miei cugini preparavano i latticini, come curavano le bestie e come partecipavano all’attività commerciale), a zia Giovanna, (viveva dietro la terrata in un’abitazione accogliente ed ospitale, espatriò con le figlie Filomena, Generosa e Gerardina per l’America per ricongiungersi a zio Emilio; la nave su cui viaggiavano, “Andrea Doria”, fu speronata e si inabissò. Mia zia e le mie cugine, fortunatamente, si salvarono) a zia Clorinda, (sposò Carmine Moccia, un buon sarto, che espatriò prima in Venezuela e poi in America), a zio Antonio (che sposò Palmira Morsa) ed a zio Leonardo (che sposò Generosa Coppola, che aveva una mamma molto forte, coraggiosa e lavoratrice, Maria Faugno) ne volesse di meno.
Zio Antonio, avendo una grande intelligenza e fiuto, intraprese il commercio del vino col Belgio, creò uno stabilimento per l’imbottigliamento del gas liquido a Ponteromito, creò una succursale di biliardini di calcetto e di macchine per cucire.
Le cose non andarono bene.
Zio Leonardo espatriò per il Venezuela, mio padre andò a Materdomini a fare il cuoco, zio Antonio proseguì l’attività commerciale, ma ridimensionata.
A mano a mano, rimodernando il bar la situazione migliorò.
Mia sorella divenne una provetta preparatrice di gelati. Gli assidui frequentatori del bar erano: Andrea Cella, Vincenzo Di Fronzo (aprì a Napoli una rosticceria, mio padre ne diresse le sorti come choeuf e pasticciere), Pasquale Ottaviano, Villani Walter, Gino Villani, Prizio Simplicio, Borea Carmine, Cataldo Giuseppe, Ferdinando Uva, Coppola Rodolfo, D’Auria Pietro, Domenico Romano, giocatore di scopone, insieme all’insegnante Giuseppe Ferrara, Montefuscoli Giovanni, Antonio Uva, Antonio Boccuzzi, Beniamino, Genesio e Domenico Coppola, Paolo Maione, Bruno Maione, fornitore di vino e bibite, Donato Iannone, fruttivendolo, originario di Piazza di Pandola, Antonio Prizio, Palermo Cesare, Costantino Procella, Martino Gerardo, Giulio ed Edoardo Maruotto, Carmine Boccuzzi, Carlo Ferrara, Mino De Blasi, Walter Bruno, giocatori di biliardo, Fulvio e Livio Ottaviano, Salvatore Prizio, Carmine Giannitti, Coppola Egidio, Coppola Giovanni, Pasquale Villani, Tommaso Moccia, Maria Antonio, Pietro, Maria Raffaele, Coppola Enrico, Sarni Provino, Marco e Pacifico, Moccia Erminio, Moccia Giuseppe, Moccia Domenico, Moccia Alberto, Sabato Giannitti, Prizio Andrea, Martino Gerardo e Filippo, Prizio Guido, Cataldo Nicola, Vecchi Giuseppe, Nicola, Giovanni, Giuseppe e Gerardo Vozzella, Adelina, Melina e Nannina, Catino Giuseppe, Cosimo, Damiano, Luigi, Cesare, Mario, Costantino, Diuccio e Rosario Festa, Domenico, Antonio, Filippo Villacci, Benito De Blasi, De Balsi Amato, Francesco Sibilia, Angelo Boccuzzi, Giovannino, Giuseppe, Salvatore e Angelo Coppola, Giovanni e Teodoro Sibilia, Angelo, Boccuzzi Rocco, Catino Giuseppe, Sabino e Nicola, Michelangelo e Sabino Sibilia, Nino Giannitti, Catino Valente, Antonio Lionetti e Teodoro, Gaetano, Francesco e Pasquale De Blasi, Annibale Coppola, Arturo ed Augusto Villani, Boccuzzi Carmine, Silvio ed Antonio.
Dopo aver superato gli esami di ammissione, fui iscritto alle scuole medie di Fontanarosa e frequentai la prima stando a pensione presso Don Ciccio Penta, che abitava sulla strada che porta alla vecchia fontana di Fontanarosa.
Era mio compagno di pensione Antonio Coppola. Fu l’anno durante il quale crebbi intellettualmente e socialmente. Di sera, avvertivo la lontananza dei miei. Era una gioia ogni qualvolta rientravo a casa, tra le mura amiche, tra i miei libri, tra le mie cose care.
Divenni anche allievo di zio Silvio dal quale appresi il senso ginnico, il gusto letterario e poetico.
Cominciai a viaggiare col pullmann ed a Fontanarosa nel bar “Penta”compravo le torte ripiene di crema di sangue di maiale, di cui zio Tommaso era goloso.
Mi trasferii ad Avellino e, secondo zio Tommaso, non potevo rischiare in altre professioni, dovevo diventare un uomo di scuola. A malincuore accettai questo consiglio.
Durante il periodo estivo venivo istruito nella lingua latina da Mino De Blasi e dal compianto Claudio. Nel mese di agosto, per il latino, ero allievo di Eulalia Natale, nipote del canonico Don Domenico Gasparini, che trascorreva le ferie a S. Mango, del prof. Luigi De Blasi o della moglie Carmelina De Cunzo. Dovevo sempre essere impegnato nell’eseguire compiti scolastici, anche di estate. Una vera seccatura, non solo per me!
Durante l’anno scolastico, tutte le mattine, alle sei ed un quarto, zia Alberinda mi svegliava, preparava la colazione con pane e frittatina e, ripetendomi sempre di stare attento e di studiare, mi salutava mentre uscivo.
Nella villa comunale di Avellino, esistente nella zona ove oggi sorge la biblioteca provinciale, io e gli amici consumavamo la colazione e spesso decidevamo di marinare la scuola.
Tutte le mattine, per raggiungere la fermata dell’autobus, dovevo fare un bel tratto di strada a piedi. Lungo questo percorso, immancabilmente, incontravo zia Maria, una sorella di mio padre, nubile, che, aspettandomi sul pianerottolo della abitazione di zia Clorinda, acquistata dall’avvocato Chieffo, mi salutava con tanto affetto e mi dava tante raccomandazioni. Di mattina, il paese si svuotava e si ripopolava di pomeriggio e di sera, anche perché molti lavoravano fuori.
Marcuccio ed Osvaldo aprirono ad Avellino le attività artigianali, il primo di parrucchiere, il secondo di calzolaio. Questi due negozi erano il punto di appoggio e di riferimento per tutti noi giovani di S. Mango.
Le marachelle
Quante marachelle durante questi anni: dalla rottura delle sagome di sapone preparate da zia Rosina, con mio cugino Antonio, alla consumazione delle fave, dei fichi, dei celsi, dell’uva di Filippo Marena.
Un pomeriggio, rientrando da una partita di pallone, assetato, bevvi un grosso bicchiere di alcol, che mio padre usava per la preparazione dei liquori. Dormii per due giorni, con grande preoccupazione dei miei. Partecipando agli incontri politici, notavo che in me c’era il virus della politica. Sul pullmann, qualche volta litigavo con i compagni o con i fattorini. Lungo il percorso si discuteva di politica locale, di calcio, di cronaca e di…amori.
I compagni di viaggio erano: Giovanni Melchionno, Vittorio Uva, Lionetti Gerardo, Aldo e Domenico Lionetti, Aldo Giannitti, Ugo Milone, Giovanni ed Alessandro Borea, Antonio D’Elia, Aldo De Luca, Giannitti Clemente, Antonio Marena, Guido Marena, Tonino Marena, Noemi Pierni, Maria Pia Di Marino, Fiorenza, Antonietta, Rosellina, Clara, Angelina, Geppina, Giovanni Villani, Giovanni Sibilia e tanti altri, dei quali mi sfugge il nome e con i quali mi scuso per la omissione.
Quanti dispetti facevamo a Don Virgilio, parroco di S. Mango, a zio Alfonso, sagrestano, a masto Peppo, organizzatore della festa delle quarant’ore e del Venerdì Santo. Quante feste danzanti organizzavamo, con amicizia, sincerità ed affetto.
Quanti compleanni abbiamo festeggiato con gli amici e con le amiche in casa della Professoressa Maria Marena. Quante torte abbiamo tagliato…. e quanto spumante…. stappato!
Durante il mese di luglio, zia Alberinda e zio Tommaso si recavano a Pozzuoli o a Castellammare di Stabia, ove fittavano sempre la stessa cameretta.
Per me era un periodo di libertà e di spensieratezza, senza borbottìi e rimproveri.
Recensioni
Non ci sono ancora recensioni.
Only logged in customers who have purchased this product may leave a review.