06. Prata Sannita nel 1754

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L’Università comune di Pratella

Le abbazie di Santa Maria di Ferraria in Vairano, Santo Stefano in Bosco, Santo Stefano in Coro e Santo Stefano di Varvicciano in Carpineto sono comunque appartenute a Fossa Nova della Diocesi Tarracinense. Quella in Ferraria, con le mura fra Pastoreccia, Rio Petruso, Volturno e Monte Colle Santa Lucia, verrà fondata solo nel 1171 su un terreno del Comite Riccardo de Sangro che vide il primo abate, Guglielmo, nel 1184 in quel di Fossanova in Ferrariam terre Laboris. Si sa poco dell’architettura romanica con le vele complesse di Santa Maria della Ferraria e del suo eremo di S.Maria de Intus da dove veniva incanalata l’acqua. L’acqua raccolta a Ferraria nella cisterna dell’abbazia elevata a tale rango il 21.11.1184, due giorni dopo l’ esenzione cistercense emanata, il 21 Novembre 1184, da papa Lucio III. L’abbazia di Ferraria fu quindi esclusa dall’ingerenza del vescovo, dipendendo solo dall’abbazia madre e dal pontefice.
Per permuta fatta con l’arcivescovo capuano Matteo presero le chiese confinanti di San Martino e Santa Lucia e la chiesa di S.Angelo.
Guglielmo II d’Altavilla che, nell’Ottobre del 1189, prendeva sotto la protezione regale la badìa, confermandola nel possesso di tutti i beni già da essa posseduti grazie alle oblazioni dei locali feudatari e aggiungendo Egli stesso altre terre in donazione, sia nei dintorni che altrove.64
Hugo Falcando, come afferma Riccardo notaio di S.Germano, cronista del periodo svevo, è attento osservatore della Civitatem Aliphie quando scrive che post hec venit Alifam, ut videret eam; qua visa, de ipsius amenitate loci, lympharumque circumcurrentium magna abuntantia fertur valde sibi complacuisse. Quarum videlicet limpharum tanta erat obsecundationis facilitas, ut quandocumque prius vellet, rivum ex eis productum in hortum suum, ubicumque esset, posset transducere, eiusque ad irrigandum olera pro velle suo famularetur. Si citano la cappella della Curtis alifani Castelli e, nel 1241-46, l’imperatore che dispone la manutenzione dei castelli: Castrum Alifie reparari potest per homines ipsius terre, Pedemontis et Baye. Nel 1197 Giovanni di Ravecanina è detto Iohannes comes Alifie.65
La verità resta nei registri angioini,66 e in quel documento che afferma Alifia usque Beneventum.67

Anche Pratelle cresce. E’ diventata Universitas hominum Pratelle, vassallum Roberti de Fossaceca. Quindi Pratella è stata abitata da uomini che erano vassalli di Roberto di Fossaceca ha degli uomini, mentre Radulfo detto Normanno, che ha consegnato nelle mani della Curie regia il Castrum Castanu, riceve in concessione la Terra di Rocce de Pratella de Comitato Molisii. E’ ancora più evidente, da questa ultima annotazione, che la terra conquistata in Molise da Radulfo Normanno, vassallo di Roberto di Fossaceca, prende nome dal luogo di origine di Radulfo che, stando così le cose, appare essere Pratella. Ecco perchè, conquistata la nuova terra, innalza una torre che chiama Torre di Petrella.68

Description

Ruggiero Altavilla Re di Sicilia: Nasce la Baronia angioina della piccola Prata con 18 famiglie

Scappato a Villa San Lorenzo, Riccardo II Drengot, si dichiarò Principe dei Capuani, in nome del padre Giordano e del nonno Riccardo, donando tutti i beni posseduti, compresa la San Lorenzo in Capua, alla nuova fortificazione fatta nascere a San Lorenzo presso le mura della città Aversana. Fu allora che il papa, riconoscendo Drengot e non Loritello, concesse la sede episcopale metropolitana aversana all’Episcopio del Castello di San Leonardo, futura San Leonardo in Castelvetere.XXVIII
Ma neppure ad Atella il Loritello li lasciò in pace e, nel 1117, li rimise in fuga, spalleggiato dal Duca Guglielmo, verso Avella.XXIX
Episodi simili, ma inconfondibilmente diversi perchè citano la Villa San Lorenzo Abellainense, ricordata nelle pergamene di Montevergine, riconquistata e donata all’episcopio di Santa Maria, quello chiamato S.Maria di Civitare Troiana, che apparteneva quindi ad un diverso Principato, quello del Comite Guglielmo Marchisio figlio di Ugone fu Boemondo, cioè nipote di Tancredi fratello del padre, della razza soprannominata ‘Malerba’, padre dell’ultimo Boemondo titolari, all’epoca del Catalogo dei Baroni, prima di tutto il territorio fra Riardo-Calvi e poi solo di Summonte-Avellino.XXVII
I tempi infatti si restringono dall’una e dall’altra parte e la storia è tiranna per il Principe Roberto Loritello II che si è piegato agli Altavilla e a danno dei ‘Malerba’. Pur ricevendo Capua, però, non avrà mai il titolo di Re di Sicilia che spetta a Ruggiero. Ma le cose non sembrano andare bene neanche al Duca Guglielmo [Marchisio] Malerba, che ha perso il titolo di Principe e si ritrova relegato a Domino di Civitate Campi Marini, e al cugino Imperatore d’Oriente, Romano Magno, ristretto a Domino di Avellino, col Pontifex e San Guglielmo che si spostano, fra Tras e Sub monti vergini, in attesa di notizie migliori che, comunque, arriveranno da Panormi-Palermo-Salerno.XXXII
L’elezione di Ruggiero a Re di Sicilia, intanto, lo vede risalire le Calabrie da Panormi, dove ha ricostruito il castello di Salerno, annettendo uno dopo l’altro i territori che furono di Goffredo e Boemondo, fino ad arrivare al cuore di un Principato mancato, che si restringe sempre più, dall’Avellinese all’Alifano, restando da piegare solo i castelli compresi nella fetta di territorio che è nelle mani di Rainulfo d’Alife.XXXIII

Sotto i conti Rainulfo (circa 1066-87), Roberto (1087-1115) e Rainulfo II (1115-39) l’assetto politico è sempre in evoluzione. Bisogna stare attenti ai termini di civitate e urbe, che possono designare cose diverse. L’ex guastaldato sul fiume Alife è quello di Raynulfus in finibus Alifanis secessit; qui continuo civitatem illam, et munitonem castelli comprehendit et suae obtinuit potestati, scrive Falcone Beneventano. L’Urbe Alifa è invece quella del passo di Alessandro Telesino, Veniente itaque Cancellario [Guarinum] ad urbem, que dicitur Alifa. Nel 1226 si dirà di Torano come un loco vecchio di Alifie, infra fines dicte civitatis Alifie, in loco ubi Toranus vezu dicitur, che dà nome al ramo che s’immette nel Volturno, prope flumen Torani, si specifica, ubi dicitur Torano vecchio. Infatti, mentre la viam publicam è sempre detta via publica que vocatur Strata, verso Telese si parla di Stradra ab Alifia usque Beneventum. Così nel registro angioino per l’atto di Re Carlo I d’Angiò del 1266: mandata pro custodia stratarum in riferimento all’ordine di manutenzione pro stradra ab Alifia usque Beneventum. Ruggero Re di Sicilia giunse ad Alife, per vederla. Si compiacque molto della sua amenità e della grande abbondanza delle acque che vi scorrono nel 1135, come trascrive l’abate Alessandro di Telese, nella sua Ystoria Rogerii. Nel 1138 Re Ruggero sosteneva che atterrando Alife avrebbe piegato le resistenze del suo principale nemico, il conte Rainulfo, e la fece saccheggiare ed incendiare. Un fatto gravissimo per Falcone Beneventano che grida per un crimine compiuto contro l’umanità: La diede alle fiamme, mentre gli avanzi di galera del re, la soldataglia che lo seguiva, prendevano tutto ciò che gli capitava e rapinavano tutti gli averi dei cittadini e gli ornamenti delle chiese, dividendosi il bottino tra loro. Oh lettore, se fossi stato presente ad una tale e tanta strage e confusione della città avresti perso i sensi! Ed avresti affermato che mai, dopo l’epoca dei greci e dei pagani, era avvenuta tra i cristiani una così grande devastazione ed incendio. Dopo aver bruciato la città d’Alife, tolto di lì l’esercito si avviò alla volta di Venafro. L’abate Wibaldo di Montecassino si affretta a segnalare all’imperatore che le città di Pozzuoli, Alife e Telese, nient’altro mostrano se non di essere un tempo esistite.XXXIII

Finalmente, con gli Angioini, abbiamo le prime certezze definitive. La prima Prata riportata nei registri appare quella dell’Abruzzo. E’ piccolissima, come se fosse appena nata, in quanto non possiede abitati. Paga infatti solo 20 tarì ed è nominata insieme a Civitella per un’oncia, a Rampino con 1, San Vito con 1, Celano, Sulmona ed altre. Già solo questo potrebbe dimostrare che la Prata aquilana e tutte le altre cittadelle abruzzesi sono il clone di quele campane, e che la Prata in Terra di Lavoro, in ogni caso, è già consolidata. Sono quindi sono le cittadelle della Terra di Lavoro ad aver dato nome a quelle dell’ex Molise e non viceversa, sebbene di difficile affermazione in quanto le due province sono fuse in una sola.
Prata [Sannita] esiste eccome, come confermato negli anni immediatamente successivi, rientrando in quella che si intende essere una magistratura di Terra di Lavoro e Comitato del Molise, retta dal magistrato Bonifacio de Giliberto. Viene nominata insieme ad altri luoghi della zona in quanto abitata da 18 famiglie, seguita da Alifie, centro militare dove risiede il giudice, con 29 nuclei, Caiazzo con 21, Villa Curtinum con 40, Limata con 17 ed altre. C’è da aggiungere che, nello stesso documento che assegna a Prata una tassa da 4 once e 15 tarì, essendo abitata da 18 fuochi, Thenum ha 117 nuclei, Gallecium 58, Aylanum 6, Pentema 21, Sextum 4, Mastrale 4 seguita da Marzanello, Presenzano ed altri. Da questo atto è chiara la consistenza abitativa di Teano con 117 nuclei e della stessa Pentema con 21, mentre scarseggiano presenze in Ailano con sole 6 famiglie. Questo per dire la difficoltà che lo studioso incontra nel voler attribuire un minore o maggiore spessore storico ai luoghi. Di certo, in questi anni, Prata è la sede della Baronia Prata di Filippo Villa Cublana, riconosciuta anche ai suoi eredi i cui nuclei familiari cominciano ad aumentare. L’intera Baronia ne conta una ottantina: 20 in Prata, 30 in Capriata, 10 in Tino e 20 in Pratella.
Quando Re Ruggiero conquisterà l’Alifano nascerà infatti la nuova Baronia della Prata, con l’insediamento stabile delle prime 18 famiglie documentate, qui consolidate, fra gli antichi luoghi fra S.Arcangelo e Cupolo, dei cui toponimi si ha ancora memoria nel Catasto Onciario del 1754, oggetto di questo studio.XXX

Dettagli

EAN

9788872970492

ISBN

8872970490

Pagine

112

Autore

Bascetta,

Del Bufalo

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

 Il Casale in Diocesi d’Alife: S.Pancrazio a Prata, S.Giovanni a Letino

 


La Terra di Lavoro è una delle quattro parti in cui si divide il Regno di Napoli, così chiamato dalla sua capitale, ch’è Napoli, oppure Sicilia di quà dal Faro: Terra di Lavoro, Abruzzo, Puglia e Calabria, a loro volta, si frazionano in dodici Province.1 Poichè la parte di Terra di Lavoro coincide con la Provincia di Campania è anche chiamata Campagna Felice, volgarmente detta Terra di Lavoro, ma non con capoluogo Caserta, come spesso si sente erroneamente ripetere, dovendo essere sede del Tribunale provinciale solo la metropoli.2 Quindi la provincia di Terra di Lavoro, altrimenti detta Campania o Campagna, ha per capoluogo la stessa capitale del Regno.3 Infatti la Terra di Lavoro ha Napoli per sua Capitale, città antichissima, residenza del Sovrano, e Metropoli del Regno dal tempo degli Angioini.4 Per quel che riguarda il Tribunale o Regia Udienza Provinciale si può aggiungere che è formato da un Preside Militare o Governatore dell’armi, un Caporuota e due Uditori, unitamente agli Avvocati del Regio Fisco, e de’ Poveri e vi lavorano un Segretario ed un Mastrodatti con i Subalterni per le informazioni, un Maestro di Camera o Esattore de’ Proventi Fiscali. Oltre il Tribunale, in ogni Provincia vi è il Percettore, o Tesoriere per gl’interessi del Regal Patrimonio. La Provincia di Terra di Lavoro tiene il solo Commessario togato detto della Campania, il quale giudica in tutta la provincia e ne regge il Tribunale militare in subordinazione all’Udienza Generale di Guerra, e Casa Reale. In Campania vi è altresì un Sovrintendente, il quale, da Caporuota del Sacro Regio Consiglio, rivede le cause qualora vengono richieste.5
Lasciata Caserta a Settentrione, pronta a divenire luogo di delizie della Real Corte, 6 per essere stata scelta pel Real Divertimento dal Monarca Carlo Borbone,7 si incontra Prata, appartenuta, dal punto di vista religioso alla Diocesi d’Alife e, da quello feudale, dalla Casa Invitti, ma non appartenne al Distretto o Ristretto capuano,8 e non dipendette neppure da Caserta i cui paeselli erano solo quelli situati sopra e sotto i Monti Tifata, dalla via S.Nicola alla Strada, e scorrendo fino alla fine di Morrone,9 da Aldifreda a Tredici.10
Non poche erano state, nel corso dei secoli, neppure le cause acclesiastiche per il regolamento dei conti fra gli avi, appena insediatisi su questi monti, e il vescovo di Alife, risalenti al 1024, specie per i terreni della Chiesa di San Giovanni Battista sul fiume L’Ete a Letino di Prata: Cesa [o Casa] Molina, la Corte Ortale del Vico Bonelle, la ‘copia’ dell’originario Vico Cupoli. Ciò prima che, nel 1093, cominciasse la contesa, ancora più forte, sui beni delle monache dell’Abbazia di Santa Maria in Cingla di Ailano, trasferitesi a Civitate Capuana di Teano, e San Benedetto di Montecassino. Questo non per giustificare l’accaparramento dei beni, ma per chiarire come le istituzioni religiose s’appropriassero di sana piante di mobilia et immobilia di una antica fondazione, come S.Maria in Cingla, ancora prima che scomparisse dalla storia: si tratta della mobilia et immobilia offerte da Lupichio prete il aveva offerto alla Chiesa di San Giovanni Battista di Letino presso il mulino sul fiume Ete, alla stregua di Airoldo e Bruncolo di Letino, i quali, avevano fatto altrettanto donando beni alla Chiesa di San Giovanni Battista.11 La stessa cosa era accaduta nelle contese fra i vescovi capuani e quelli casertani, specie per l’antico Demanio della Rocca di San Nicola (cioè la Rocca S.Agata costruita sui ruderi del Castellone del Montaureo storicamente confuso coi Montoro), conteso da feudatario e arcivescovo al punto di scomunicare i cittadini.12
E’ un peccato che l’Esperti, vissuto nel secolo delle notizie, nel suo viaggio settecentesco, disquisendo sull’acqua13 e sulle sorgenti,14 parli soltanto di vicende casertane, lasciando il Felici a citare il Convento dei pp. Dottrinarii, detto S.Pietro ad Montes, sbizzarrendosi più sulle origini della città,15 come pure ha fatto il De’ Sivo, nella sua Storia Pugliese.16
In verità non c’è la “Storia” di alcuna città senza conoscere la documentazione di tutti i tempi sul circondario e senza averla confrontata con territori che presentano toponimi che si ripetono almeno tre volte (es.: Prata a Barba Assano, Prata a Barba Acciano, Prata a Varva Anzano) solo nel territorio dei tre diversi Principati della Campania, prima della ennesima duplicazione dei Crociati di Boemondo, più che dei Normanni del Guiscardo, a Prata d’Ansidonia (Aq), per capire a quale località appartenga con certezza questo o quel documento. Sebbene nella realtà, come vediamo, la storia di paesi vicinissimi può presentare origini diverse: Prata col Castello di Alife, Capua con Santa Maria, Caserta con la Cattedrale17 di Casertavecchia, legata solo ai vescovi.18 Anche all’Esperti, in fondo, interessava più la politica locale dei sei quartieri tifatini che la “Storia” delle città,19 o delle famiglie.20
Non a caso, fu solo due secoli fa che, quasi tutti gli studiosi, cominciarono a convincersi dell’antichità di Santa Maria Maggiore, casale autonomo ma unito da secoli a Sant’Erasmo, S.Andrea e S.Pietro in Corpo, sostenendo che quì un tempo era la città di Capoa.21 Ma in quale tempo? Tutti sapevano, almeno fino a quel momento, che Santa Maria era stata solo il casale principale della nuova Capua, resosi da poco indipendente: oggi casale: diocesi, e pertinenza di detta città, d’aria buona, fa di popolazione 8.237 (anno 1798). Stessa regola vale per Prata Casale che, nella medesima Istorica Destrizione del Regno di Napoli, non viene affatto indicata in Pertinenza di una città, ma solo in Diocesi d’Alife, feudo della casa Invitti, d’aria buona, fa di popolazione 1337.22
Le incongruenze sono davanti ai nostri occhi, ripetute pedissequamente, di copia in copia, senza il necessario confronto con altre realtà. Ragione per cui dovremmo aggiungere che Prata Casale non appartiene alla Distretto di alcuna città perchè, in questo periodo, è parte integrante di un piccolo stato feudale chiamato Prata di Terra di Lavoro, pur ricadendo nella Diocesi d’Alife, contrariamente per esempio a Castelvolturno, definito Casale anch’esso in Diocesi, ma in Pertinenza di Capua, cioè nel Distretto capuano, sebbene d’aria pessima, e mediocre e con soli 384 abitanti. Del resto, raramente, prima di questo periodo, si scrivono diari o cronache se non durante le conquiste. Ecco perchè cominciarono a circolare soventemente un po’ di libri con tesi più rivoluzionarie sulla storia antica, come quello dato alle stampe da monsignor Assemani, il quale sarebbe stato il primo ad asserire ufficialmente che il territorio di Santa Maria era nell’Alto Medioevo parte integrante della città bizantina di Berelais,23 sul torrente Vasalaci che, nelle vecchie mappe in latino acquerellate fra il 1400 e il 1500, viene detto Baralasius Minor e, il fiume Torto, Baralasius Maior, avallando l’ipotesi che, distrutta Capua, fosse rinata Virilas sui suoi resti,24 per cui andrebbe approfondita anche l’origine castrametata dei mariani e dell’antico fiume Alesae confuso con Alife. Il toponimi di Berelais, ampiamente analizzati dal Gentile, permettendo poi a tutti di diffondere questa ulteriore e nuova storia del territorio di Capua prima dell’anno Mille, sebbene con mille sfumature, allontanandoli da quello che sembra l’originario toponimo del fiume Alese o Alise, lungo l’Alese, Per-alese, e continuando a tormentare gli studiosi, sia italiani che stranieri, dal 1700 ad oggi. Compreso lo stesso concittadino Mazzocchi quando scriveva alterim Campani amphitheatrum nome Berelais sive Berelasis, nel senso di città vecchia.25 Notizie rivoluzionarie, come quella del canonico capuano Monaco, il quale, nel 1630, pubblicò il Sanctuarium Capuanum, uno studio in cui si attestava l’esistenza di un mosaico che ornava l’abside confermando che S.Maria era la Cattedrale di Capua Nova, chiamata Santa Maria Suricorum o Santa Maria Gratiarum oppure S.Maria Maior, differenziandola involontariamente dall’attuale Capua.26
In definitiva S.Maria non appare ‘solo’ una città Vetere, ma l’unica città chiamata Vetere, cioè l’Urbe lungo il fiume Alise, definita già Vetere nel XII Secolo, come attestano le pergamene di Montevergine, accanto alla Capua Nuova della Torre di S.Erasmo.
Documenti poco famosi, ma che seguono il placito capuano del 960 e il placito sessano del 963 in nuova lingua italica: Kella terra per kelle fini qi bobe mostrai, Sancte Marie è, et trenta anni la posset parte Sancte Marie e, l’altro, più famoso di Sao ko kelle terre, per kelle fini qui tebe mostrai trenta anni le possette parte Sancte Marie.27
Comunque siano andate le cose la nostra Prata fu sempre legata a Capua e con essa rimase, pervenendo nella provincia di Caserta, sebbene sia giustamente piaciuto agli amministratori dell’epoca chiamarla anche Sannita: Prata Sannita.28
Ma questo avverrà dopo la redazione del Catasto Onciario del 1743, quando Prata è detta ancora solamente Prata di Terra di Lavoro.29