03. Santa Maria Capua Vetere nel 1754 (1 parte senza San Pietro in Corpo)

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L’antica città di Casertavecchia, ovvero Caserta Vetere e il nuovo quartiere della Torre, con tutti i nomi degli abitanti, i mestieri, le strade e le chiese, con abbondanti cenni sul periodo normanno.

Description

La struttura feudale della Corte Regia fra Seicento e Settecento


Come abbiamo già visto per lo Stato di Caserta (insieme dei feudi casertani rappresentati dai quartieri e dai casali), una Corte baronale locale, è retta dal Capitano della Terra, coadiuvato da un Consultore (avvocato), che si serve di Baglivi e Mastrodatti, differenziandosi dalle Corti nundinali, che presuppongono servigi ed atti di sottomissione religiosa. Secondo lo studioso Guido Pescosolido, già prima del 1600, pur nelle variegate situazioni locali, la sfera dei poteri giurisdizionali del barone continuò ad essere estesa: prime cause civili, criminali e miste; secondo e in qualche caso anche terzo grado di giudizio; potestà discrezionale di remissione dei delitti, acquisizione dei proventi delle pene comminate e dei beni confiscati senza obbligo di rendiconto; forgiudica, ossia diritto di condanna, quasi sempre con diritto di confisca dei beni, nei riguardi di persone bandite e di latitanti ancora dopo un anno; nomina di giudici e ufficiali; concessione delle cosiddette quattro lettere arbitrarie, ossia della possibilità per il feudatario di trasformare pene corporali in pene pecuniarie. A suo dire, ai poteri giurisdizionali, si aggiungevano quelli specificatamente economici, parte cospicua dei quali derivava dallo stesso esercizio dei diritti giurisdizionali con Bagliva, Portolania, Mastrodattia, Adoa, Catapania. Redditi a cui si aggiungevano quelli ricavati dallo sfruttamento diretto delle terre feudali, dalla percezione di terraggi, erbaggi, canoni per le concessioni enfiteutiche. V’era poi una terza componente della rendita feudale, derivante dall’affitto dei fabbricati e della gestione diretta o dalla concessione in affitto di impianti di prima trasformazione di prodotti agricoli (mulini, gualcherie, trappeti) la cui attività spettava in privativa al barone. Di queste tre fonti di entrata, conclude Pescosolido, la più importante rimase sempre e quasi ovunque quella derivante dalla gestione diretta o indiretta delle terre. Altra descrizione, per esempio di come funzionava il Ducato di Sora, ai confini con la Terra di Lavoro, viene da Angelo Nicosia, secondo il quale, a capo dell’amministrazione del piccolo feudo, come rappresentante del Duca, doveva esservi un Capitano – probabilmente di provenienza esterna e forse a durata annuale – dipendente in via diretta dal Governatore generale ivi residente; di sicuro vi era un Luogotenente, come rappresentante e sostituto del Capitano in caso di assenza. Nicosia sostiene che il Capitano ed il Luogotenente si avvalevano del lavoro di un Mastrodatti, che praticamente fungeva da segretario scrivano per tutti gli atti pubblici ed era scelto tra i notai del paese, che forse si avvicendavano nell’incarico annualmente. L’opera di questi Ufficiali doveva svolgersi nel rispetto di uno Statuto accordato dal feudatario ai cittadini ed era sottoposta a sindacato, ovvero al giudizio dei rappresentanti civici locali. Formule e patti riunuiti spesso in una sorta di Magna carta feudale. Una Corte baronale si poteva permettere di liberalizzare la vendita del vino e lo sport della caccia (tranne che in territorio baronale), dichiarare gratis l’alloggio per i forestieri, abolire il carcere preventivo per le pene soggette al risarcimento economico, oppure impegnarsi a costruire trappeti.33 In alcuni paesi del Principato Ultra l’organizzazione feudale era una struttura creata dal barone della quale facevano parte un Governatore facente funzione del feudatario per l’esercizio della giurisdizione delle cause, un Consultore ordinario della Corte, il Coadiuvatore e Consultore fiscale o Agente generale, l’Erario loco feudi, gli Esattori, l’Armiggero, il Guardiano della Terra e il Guardiano del palazzo, il Custode.34
Diverso il discorso per la Camera riservata. Era infatti la Sommaria che decretava ad una Università tale privilegio quando mancava il consenso del Barone, come accaduto per Cassano, nell’Alta Valle del Calore,35 fermo restando le rendite feudali.36 La Camera baronale riservata non era più di un solo feudatario, ma era la Camera riservata ai Magnifici omnibus, cioè a pochi uomini ricchi che si erano distinti fra i cittadini, in genere amministratori comunali che finivano con l’arricchirsi, diventando possidenti e facendo prendere forma ad un nuovo ceto sociale privato.37 E i naturali di una Terra, per avere qualche privilegio, erano costretti a pagare tasse specifiche in base al reddito-raccolto che incameravano o alla casa che possedevano, facendo sentire spesso la propria voce.38 A Carovigno, nel brindisino, i terrazzani chiedevano sempre nuovi privilegi, dalla nascita dei primi negozi ai divertimenti (sebbene a pagamento), in quanto, in quel 1580, erano considerati giochi leciti quelli di cocole, casu, palle, maglio et etiam de carte da 1 duc. a bascio il giorno. Nella Capitolazione redatta dagli amministratori comunali, l’Università, precisa quanto sia necessario l’alloggiare ed albergare amici forestieri. Ma il fine non era l’ospitalità intesa come tale, quanto il lucrare su di essa, in modo che ognuno liberamente possa alloggiare forestieri, dargli da mangiare, bere, e dormire.39 A Cervinara, in Valle Caudina, già erano nate le prime apoteche per vendersi caso, oglio et vino et altra roba comestibile circolava moneta più frequentemente.40 La merce (grano romano, grano mostrata, grano mesia, meschiglia, mazurca, orzo, fave, grano d’India) aveva dei prezzi fissi per ogni tomolo da pagarsi con la moneta corrente, ovvero in carlini, ducati e grana, direttamente al feudatario che ne possedeva a tomoli nei suoi magazzini.41 Corpi feudali primari sono Mastrodattia, Zecca e Portolania, oltre i balzelli minori su taverna e cazzatora, per la monta degli animali, del molino, del magazzino, della postura da mettere l’olio (in genere applicata alle masserie), del fiume, della difesa colla fida di animali, della macchia per giuoco de’ tordi, della fida e vendita di legna, del monte di formaggio.42 Tasse che certo non piacevano alle popolazioni e che, già nel 1600, avevano portato la stessa Napoli alla rivolta di Masaniello che ebbe ripercussioni fino in Calabria. Nell’anno mille seicento quarantasei per cagione di alcune gabelle imposte sopra le goflie, e simili generi di cose la plebe di Napoli sotto la guida di un pescivendolo chiamato Masaniello si ribellò, ed il male si comunicò nelle Provincie, ed ancora in Grimaldo seguendo lo esempio di Cosenza.43
La Terra di Lavoro fu aizzata da Papone. Scrive il Riccardo che toccò ad Ugo Boncompagni di Roccasecca, cognato del Duca di Bagnara, fronteggiare ai confini con il Lazio, nel 1647, quella grave insidia conosciuta come sollevazione paponiana. Una rivolta che per parecchi mesi gettò lo scompiglio nel territorio del Lazio meridionale e del casertano. L’avventura di Domenico Colessa, soprannominato Papone, nato a Caprile nel 1607, pastore di capre, poi birro ed infine scorridore di campagna, iniziò il 7 luglio del 1647, quando in seguito alla rivolta di Masaniello, vennero liberati a Napoli tutti i detenuti: fra coloro che giovarono di questo provvedimento vi fu anche Papone, il quale, già da qualche tempo, si trovava rinchiuso nelle carceri di S. Maria di Agnone.Tornato in libertà e radunata una turba di 2000 fuoriusciti, iniziò a tormentare i feudi sul confine della Terra di Lavoro con il basso Lazio.
Il De Santis narra che Papone il 28 novembre 1647 entrò di bel mezzodì in Sora, liberò indifferentemente tutti i prigioni, tagliò a pezzi quelli che gli si opponevano armati, e tra di essi due creati del padrone di detto luogo; e fè gridar Viva il popolo e il Duca di Guisa. Appresa la notizia dell’occupazione di Sora il Duca Boncompagni, che si trovava a Napoli, accorse prontamente a capo di un esercito, per tentare di ristabilire la normalità della situazione. Però, intercettata la turba paponiana nei pressi del Garigliano per trovarsi con forze minori non stimò assalirlo. La vicenda si risolverà soltanto nell’agosto del 1648 quando, catturato a Rieti, Papone fu condotto a Napoli, sottoposto a processo e condannato a morte mediante arrotamento e squartamento. La sentenza fu eseguita nella piazza del Mercato il 26 di agosto alla presenza di una folla ragguardevole e silenziosa. Il cadavere di Papone rimase esposto al pubblico per due giorni interi; successivamente il corpo fu deposto e sottoposto alla operazione dello squarto. E così il capo fu condotto nella città di Sora, luogo delle sue prime scorribande, mentre le restanti membra furono appese a Caprile e nei paesi vicini e lì restarono per parecchio tempo a testimoniare, con la loro lugubre e macabra presenza, quale fosse la sorte riservata a tutti coloro che, come Papone, cullando sogni ambiziosi, si arrogano il diritto di comandare popoli e di sottomettere terre, sostituendosi alla legittima autorità ed incuranti della sua inevitabile reazione e repressione.44 Fra tasse, rivolte e peste la situazione era davvero critica. Ma non si era ancora spenta l’eco degli sconvolgimenti paponiani, scrive Riccardi, che, nel luglio del 1654, una violenta scossa di terremoto portò con sé la tragica scia di morte e di distruzione. Pochi anni dopo, fra il 1656 e il 1657, fu la volta della virulenta epidemia di peste i cui esiti furono disastrosi sulle popolazioni del luogo e dell’Italia centro-meridionale in genere: basti pensare che nell’intero Regno di Napoli morirono più di 1/5 degli abitanti e nella città di Napoli la metà dei cittadini, al punto che, come riferisce lo Scandone, nel 1660, piccole Università ottennero il regio assenso per una nuova gabella su pesi e misure perché la maggior parte dei cittadini se n’erano andati via.45
Quando il Principato di Caserta (mantenuto da Don Michelangelo Gaetani fino al 1750), veniva venduto direttamente a Re Carlo III di Borbone, S.Maria era già un feudo dello stato centrale, cioè Terra Regia divenuta autonoma dopo il distacco da Capua. Un ex suffeudo che restò in qualche modo legato alla Chiesa, ma con una autonomia comunale propria, possedendo il titolo di Università [abbreviato in Un.ità], in quanto amministrata da deputati al Consiglio, sebbene appartenenti solo alla classe più alta, come il Deputato all’Unità di Santa Maria, magnifico Francesco Santoro. In questo periodo i feudi perdono corpo e si assiste all’affermarsi delle Università con la crescita della popolazione in tre ceti: civile, ecclesiastico e plebeo, grazie alla ventata di rinnovamento che permetteva a tutti i ricchi di entrare nell’amministrazione della Cosa pubblica, lasciando che nascessero spontaneamente il ceto alto, mediano e ceto basso.46
Le Università del Regno riunivano il pubblico Parlamento una volta all’anno, per eleggere i cittadini modello tra viventi del proprio, massari, commercianti o artigiani proposti dallo stesso Consiglio uscente per l’amministrazione annuale dei beni comuni della Terra. Il Parlamento (=assemblea dei cittadini), che utilizzava il metodo per voce e con alzata di mano, eleggeva gli eletti (=consiglieri) per votare i decurioni (=assessori) che sceglievano il sindaco. Il primo cittadino, alla presenza del soprintendente, insieme ai due eletti, formava il Decurionato e riuniva il Consiglio. Sindaco e decurioni gestivano la Cosa pubblica coadiuvati da un cancelliere del Regno (=segretario comunale), che li aiutava e li controllava nell’amministrare le rendite. L’Università per l’amministrazione dei beni posseduti, per continuare ad essere un Comune, con capacità propria di sottrarsi al resto delle sanzioni del Regno, doveva versare una quota annuale nelle casse del Regio Fisco. Soldi che doveva recuperare facendo pagare le tasse a uomini e cittadini che utilizzavano i servizi pubblici. Ciò era possibile grazie agli istrumenti di concessione di benefici, per assenso del feudatario, o del Sovrano, se il feudo restava senza eredi e la Terra veniva incamerata nel Dominio Regio e i proventi incassati dal Regio Fisco di Napoli.
Nel caso di Santa Maria ci ritroviamo in presenza di uno dei feudi dell’ex Stato feudale di Capua, cioè nel Casale di Santa Maria Maggiore, di proprietà del Regno che l’ha reso autonomo. Una posizione di privilegio rispetto ai feudi privati in cui i feudatari si preoccupavano di lucrare più sulla compravendita delle Terre che sul commercio dei beni prodotti. Gli stati feudali sono infatti composti da più feudi che potevano anche alienarsi, come ricorda il Riccardi nel caso di Aquino e Arpino, fra Terra di Lavoro e Stato della Chiesa, venduti dal Marchese al Duca di Sora per 243.000 ducati; ma bisognerà attendere la fine del secolo per vedere costruita la nuova Via Consolare. Il Piano Pistilli prevedeva la realizzazione di una strada che congiungesse Sora a Ceprano (e quindi la Terra di Lavoro allo Stato Pontificio) a coronamento della cosiddetta Consolare che andava costruendosi per favorire i collegamenti fra Napoli e le zone limitrofe del Regno

Dettagli

EAN

9788872970492

ISBN

8872970490

Pagine

112

Autore

Bascetta,

Del Bufalo

Editore

ABE Napoli

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