02. Mugnano nel 1754

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S.Pietro a Cesarano sui ruderi della grangia di S.Pietro in Aram

La Casa della Congregazione della Solitudine (1697) fu stabilita in una chiesina sita sopra di un colle detto Cesarano, non molto distante dalle Terre di Mognano, e Quadrelle, nella medesima diocesi di Nola, dedicato ad honore del Principe de gli Apostoli S.Pietro, volgarmente detta à Cesarano. Chiesetta che era di proprietà dell’Università di Mugnano in quanto la trattativa avvenne con l’Università della Terra di Mugnano; concessione avuta nel 1641 con istrumento pubblico fra padre Trabucco e gli Ufficiali dell’Università, registrato dal notaio Pietro Paolo di Gennaro, con assenso del vescovo di Nola, l’illustrissimo monsignor Giovanni Battista Lancellotti, col placet del parroco di Mugnano, don Tomaso di Gennaro, in quanto la chiesetta era grangia della parrocchia, il quale gli concesse ogni jus, diritto e privilegi che spettavano alla stessa. Da l’avvio dei lavori di fabbrica della sede della Casa, costruita lateralmente alla Chiesa, per farvi nascere la Congregazione, che venne ufficializzata dal vescovo di Nola il 16 luglio del 1650 (D’Ipolito, Vita). Questi padri furono noti anche per l’opera svolta nei confronti dei moribondi delle Terre di Mugnano, Quadrelle e Sirignano, nel contagio del 1656, quando morirono padre Don Antonio Canonico (2 agosto) e il padre Diacono padre Giovanni Battista Bianco (agosto).
E’ fuori dubbio che nella Terra di Mugnano esistè soprattutto l’antica Cappella di San Pietro sul colle di Cesarano, grangia di San Pietro ad Aram di Napoli, ricostruita con la nascita della Congregazione dei preti missionari (1653), fondata secondo alcuni nel 545, come si vedeva dai segni di croce, e pitture antichissime, che si veggono nelle pareti della Chiesa antica, e dell’iscrizione dell’anno 545, posta sotto l’immagini de’ SS.Pietro, e Paolo dietro l’Altare Maggiore.
Secondo altri nacque allo stesso tempo della consacrazione della Chiesa di Montevergine in occasione del passaggio dei vescovi consacratori, per poi essere consacrata, come vuole la tradizione, quale grangia della chiesa di S.Pietro in Aram di Napoli, come attestava di averlo letto in un pubblico istrumento padre Don Tomaso Teodoro Bianco (D’Ipolito, Vita).
Secondo la tradizione, il luogo del colle di Cesarano, come la stessa chiesa, prendevano nome proprio da un Principe grande, o Regolo, che fusse, il quale edificò in questo luogo una sua Villa, che poi crescendo gli habitatori si cangiò in un popolatissimo castello, & in tempo che il Preside Marciano stava in Nola perseguitando i Cristiani, e faceva la sua dimora fuori di detta Città, nel luogo hora chiamato Casa Marciano. Questi intratteneva corrispondenza con il Principe, suo familiare, il che fù nel tempo medesimo, che il nostro glorioso S.Felice primo Vescovo di Nola, ricevè l’aureola del Martirio circa l’anni del Signore 300., hora conforme Marciano diede il nome al sito dove abitava così il Principe Cesarano denominò il Castello sudetto con il suo proprio nome: e perchè da quì egli si portava à visitare il sudetto Preside; quindi la strada fuora della Terra di Quadrelle fin’hora chiamasi la via, ò cupa di Cesarano. Comprovano quella tradizione molte antiche muraglie, pietre lavorate, e statue di marmo bianco, mattoni grandi, vasi di creta, urna, e sepolcri antichissimi de’ defunti, che alla giornata si cavano da’ fatigatori nel coltivare il terreno d’attorno.
Fra l’altro, a San Pietro ad Aram di Napoli, i fedeli della chiesetta di Mugnano restarono legati anche dopo la nascita e l’affermazione della congregazione, in quanto, a dire degli antichi, vi erano dei giorni delle indulgenze plenarie in cui si recavano quelli della grangia mugnaese, benchè si fossero dispersi i diplomi dei papi, per poca accuratezza de’ maestri e governatori laici, che prima erano in detta chiesa.
Quella dei mugnanesi era una antica devozione professata da tempo immemorabile da parte dei devoti dell’uno e dell’altro sesso nei giorni di venerdì di marzo e della Quaresima, baciando le Pareti della chiesa e toccandovi le corone, come si suole fare con le reliquie dei santi, e come ancora si vedeva fare dalla moltitudine de’ popoli, che nove giorni prima della festività di San Marco Evangelista, nelli giorni festivi di detto Santo, della Invenzione, & esaltazione della Santa Croce, & in altre solennità più cospicue dell’Anno, concorrono nella Santa Basilica antica di detto Santo nell’Afragola, Diocedi di Napoli, dove similmente si dice per antichissima tradizione, che vi siano sepolti molti Corpi di Martiri quivi nascosti da Fedeli, in tempo della persecuzione de’ Cristiani, mossa da Timoteo Preside della città di Nola, e d’altri luoghi adiacenti, nella quale Chiesa di San Marco si veggono alcune Croci di marmo affisse alle pareti esterne, che si baciano da’ devoti fedeli.
Resta il fatto che San Pietro a Cesarano era sosta obbligata dei fedeli, all’andata e al ritorno da Montevergine nel corso delle due feste che si celebravano ogni anno a Montevergine, a Pentecoste e nell’Ottava della natività. La chiesa di Cesarano e l’adiacente Taverna, aperta per la festività di Pentecoste e in altri giorni, confinavano con le terre di Giovanni Laurenti, Nicola de Januario, Angelo Felicis e Bartolomeo Masucci, la Via Pubblica, Tommaso Guerriero e i beni demaniali dell’Università.
Dopo la ricostruzione della Chiesa di San Pietro ad opera della Congregazione, nacque la nuova Chiesa della Solitudine di San Pietro con ben tre cappelle e tre altari fra cui il maggiore con l’immagine di San Pietro, l’altro della Beatissima Vergine degli Angeli e nell’altra le immagini di San Niccolò di Bari, San Gregorio Papa e Beatissima Vergine del Carmine. Sull’altro lato della chiesa vi era l’immagine di S.Maria Maddalena con l’Angelo, e San Francesco di Sales. Molte le reliquie: un osso di S.Tranquillino, Santa Veneranda V.M., San Costanza M., San Vincenzo M., San Felice M., San Valentino M., S.Perpetua, San Deodato, S.Fermo, S.Peregrino, S.Cristina, S.Donato M, e un pezzo della sacra mitra di S.Francesco di Sales Vescovo, principe di Genova, ricevuto dal canonico Don Antonio San Falice fondatore dell’ordine delle monache della Visitazione introdotto nel 1691 nel più bel sito di Napoli, detto sopra la Cesarea, dove era stato fabbricato il monastero e la chiesa, diffondendosi la fama, oltre che nel Regno di Napoli, in Spagna e nel Regno di Sicilia.
L’antica Cappella di San Pietro era stata rinnovata nel 1653, quando nel mezzo dell’antico altare si ritrovò una cassetta di marmo con dentrovi un vasello di creta vestito di fuori di verde patina, in cui erano riposte otto scheggiule di osso; ed accanto ad essa nel corno dell’Evangelio fu ritrovata una cassetta simile con altro picciol vasello di vetro pieno di licor limpidissimo come acqua, contenente nel fondo piccol ossicciuole, che ancor serbiamo insiem co’ i vasi vuoti: essendosi dopo quattro anni disseccata quell’acqua, perchè nello scavarsi si ruppe quel vetro un poco. Nel luogo poi dell’immagine vi erano i due Santi Apostoli dipinti a fresco con sotto l’iscrizione die xii mensis julii icxlv e nelle mura eranvi le croci; cose che fan riputare al chiarissimo P.D. Gianstefano Remondini nel primo tomo della sua nobil’Opera della Storia Ecclesiastica Nolana, essere stata quella Chiesa non solo antica, ma una delle più illustri (Guerriero, Don Luca). Da qui il ritrovamento nel giardino di tre pietre di marmo simmetriche che si spezzarono (1690), un vitello scolpito di marmo bianco (1692) che si disse raffigurare un idolo che qui si adorava, oltre una gran quantità di canali, e canne vuote di piombo, che si suppone fussero acquedotti per le fontane, che anticamente erano in questo luogo, che venduti, furono applicati per servizio della chiesa, come pure una gran quantità di piccole tavolette di pietre gentilissime e polite rinvenute da Don Tribucco (D’Ipolito, Vita).
Tutti pezzi che formeranno un piccolo museo direttamente nella ampliata chiesetta dove furono conservate anche monete etrusche, romane e una lapide: silvano sacrum / m.vicirius rufus v. s. / quod licut iunianos reparare / penates quode tibi vovi / de marmore signum, rinvenuta nel territorio di S.Angelo a Scala, una rinvenuta a Cesarano: c.kadio c. l. gal. cimbro / c. kadio c. f. gal. rufo / m. kadius c.f. ga. celer. / patri. sibique vivos fecit. Un’altra rinvenuta a Lauro: hic requiescit in pace / …inus lictor qui vixit / annus pl. m. xii d. p. iii cal. sep. / tembris xvii p. c. basili / ante ivi diciim vos coivrune / in quis sepulturam ea violet (manoscritto anonimo, Vita del P.d.p. Bianco). E anche altre come: c. popilio p.f. / cor. secundo q. iii vir. / iure dicundo / mariae sex. f. proculae / uxori (Remondini, Nol. Eccl. Storia, Tom.3, lib.iii, cap.17 – Aram Lupoli, Iter Venusinum, Napoli 1797).
Era sempre la Casa dell’Annunziata che permetteva e obbligava anche la celebrazione delle feste solenni di Santa Maria delle Grazie, Santo Sebastiano, lo SS.Sacramento, la Concezione della Beata Vergine, lo SS.Rosario, San Lorenzo, l’Ascensione del Signore, comprese le indulgenze plenarie che si concedevano ogni venerdì di marzo nella chiesa di San Pietro a Cesarano, dove accorrevano tutti i fedeli.
La concessione di San Pietro a Cesarano, avvenne col patto che nel giro di quattro anni si vedessero almeno due, tre sacerdoti, ai quali si sarebbe dato dall’Università un mensile di 25 ducati appena al fondatore si fosse aggiunto un altro sacerdote, altrimenti la donazione si sarebbe invalidata e chiesa, giardino, territori, taverna, mobili e suppellettili sarebbero tornati di nuovo in beneficio dell’Università che aveva fatto la concessione della chiesa il 9 aprile 1636, mediante publico colloquio, con assenso del domino vicerè, per concordato scritto dai reggenti, regens, Rossi, Brancia, Sofia, Sanfelicis, Anastasius, con beneplacito, a nome dei padroni dell’Annunziata, da parte del Principe di Montemiletto il 18 luglio del 1641, e di Don Tomaso di Gennaro, parroco dell’Ascensione del Signore. Gli atti furono quindi rimessi alla Reale Consulta di Stato dei Domini di qua del Faro (Di Gennaro, Istrumento).
La chiesetta di San Pietro a Cesarano fu abbellita, mentre alcuni abitanti dei paesi convicini si rivoltavano contro Trabucco, gelosi della fabbrica della Casa per la fondazione della Congregazione, lagnandosi direttamente con la Sacra Congregazione dei Vescovi, e Regolari di Roma, che vietò al vescovo di Nola la costruzione, sebbene successivamente la revocò. Al suo fianco si ritrovò invece i Religiosissimi Padri Eremiti Camaldolesi degl’Eremi di Napoli, e Diocesi convicine che lo andavano a trovare spesso, specie padre Giovanni Battista Loffredo e padre Bonaventura di Caiazza, nonchè padre Scalzo dei Padri riformati della provincia di San Pietro d’Alcantara che nel 1684, superiore nel suo convento di San Giovanni di Atripalda, dette la sua ultima benedizione al signor Bernaldino Mandesi, medico fisico e nonchè chirurgo del Casale di Sirignano, valente in ambedue le professioni, autore del manoscritto Libro di Memorie, nipote di Francesco Mandese trasferitosi da Napoli e Roma nel Casale di Sirignano nella sua sontuosa abitazione con giardini, parente del parroco di Sirignano, Don Pompeo Mandese, morto durante la peste del 1656 (Picariello, La Valle).
Prima di morire, Trabucco, si confessò con padre Don Tomaso Teodoro Bianco, rivecendo Gesù Sacramentato che era nel Santissimo Viatico il 15 gennaio 1677, venerato dopo la morte specie dal Molto Illustre Signor Don Sebastiano Ceppaluni, primicerio e protonotario apostolico della Terra di Lauro autore dell’elogio funebre (D’Ipolito, Vita).
Padre Don Paolo d’Ipolito racconta che fa gli illustri della sua patria di Mognano vi erano il giureconsulto Don Giovanni Giacomo Bianco, l’abate Don Simeone Bianco, il Diacono Giovanni Battista Bianco, Don Tomaso Teodoro Bianco, padre Giovanni Crisostomo di Lucia, l’abate Don Marcantonio Canonico, padre Don Antonio Canonico, padre Don Gennaro de Gennaro dei Di Gennaro di Cordadauro, Don Gennaro Guerriero, Don Vincenzo Di Paula, Felice Candece, Tomaso Pecchia, il sacerdote secolare Don Antonio De Serio servitore dell’arcivescovo di Napoli tutto dedito a San Gennaro, il prete Don Fabrizio Masucci, Suor Laura Masucci (D’Ipolito, Vita).
I padri di San Pietro a Cesarano furono in qualche modo quasi tutti discendenti dei vassalli di Cardito stabilitisi a Mugnano, la cui terra era soggetta nella giurisdizione spirituale del vescovo di Nola, e nella temporale alla Casa della Santissima Annunziata di Napoli.
Al Trabucco successe Don Giuseppe Pecchia, ritornato da Napoli e divenuto venti volte rettore sicuramente prima del 1682, quando fu ricevuto nella congregazione dal diacono Paolo d’Ipolito e dai padri Don Gaetano Reale e Don Vincenzo di Paula, originario di Mugnano, figlio di Salvatore di Paula e Catarina Bianco, ammesso nella congregazione l’8 settembre 1679, morto fra Mirabella e Manocalciati, nella Diocesi di Avellino, il 19 febbraio 1695 (D’Ipolito, Vita).
A lui seguì, dieci anni dopo, il rettore Don Luca di Gennaro (1751), uno dei nuovi preti della Congregazione fondata da Trabucco, la cui vita fu raccontata da Giovanni Guerriero (1751), di nota fama a cui il Cardinale Pignatelli baciava sempre la mano (Iamalio, Mugnano).
Per quanto riguarda la Congregazione di San Pietro a Cesarano, come si evince dalla dedica del libello in onore dei governatori dell’Annunziata, i padri che la compongono sono per lo più parte vostri Vassalli per ragion di nascita, e tutta spendono la loro vita a pro delle anime delle vostre Terre. Il Padre Don Luca poi in che altro mai s’è segnalato, piucchè nel procurarsi un Vassallaggio docile, disciplinato e santo? E qual altra maggior gloria potreste aggiungere all’altre molte, di cui va distinta la Santa Casa della Santissima Annunziata, che questa di aver avuto un Vassallo, che forse abbiasi a venerar sugli Altari? Perseguendo i preti il disegno: se ci daste un Uomo, di restituirvelo un Santo (Guerriero, Don Luca).
Dopo aver studiato a Napoli in compagnia del congiunto Cesare Franchi, cominciò la carriera delle scienze e delle virtù nel 1679, prima di fuggire verso San Pietro a Cesarano, proprio quando ritornava padre Don Giuseppe Pecchia, dove, nonostante la ripugnanza e le minacce del genitore, prese il noviziato. Qui studiò teologia svolgendo le prime missioni, dopo che il rettore lo fece indottrinare da Don Giambattista Bianchi, dottore di sacra teologia, celebrando la prima messa a Cesarano nel 1689, prendendo sotto la guida spirituale l’illibatissima Giuditta d’Ipolito, morta nel 1699 (Guerriero, Don Luca).
Don Luca divenne rettore di San Pietro a Cesarano a 27 anni, nel 1692, proprio quando il monastero s’impoveriva per l’assenza di preti. Pare che con soli 30 scudi cominciò la nuova fabbrica (1694), aiutato dall’ingresso del medico Vincenzo Canonico di Mugnano, rinfrancato solo dalle donazioni di Giuseppe Buonopane di Napoli (1698).
Dopo queste iniziali avversioni, anche perchè San Pietro non mancò di patire le agitazioni del 1701, quando si presentarono a Cesarano un centinaio di armati facendo temere un tumulto fra ribelli e leali, Don Luca si decise a dare grande prestigio alla congregazione, stipendiando nel 1710 un prete forestiero, valente nelle Lettere, Filosofia e Teologia, mentre si avvicinavavo in tutto il Regno anche i tempi della carestia del 1738, dando ai poveri il pane dei preti e, ai preti orzo macinato e lupini ammorbiditi. Addirittura, senza possedere l’acqua, in quel luogo pietroso e solitario, fu additato di voler costruire fusare, cioè aiuole che in diritta ringhiera si fabbricano per maturarvi il canape, benchè cinque anni dopo rialzò le mura per realizzare stanze e corridoio, una cappella per la vergine (dove fu dipinta una immagine della Madonna Maria del Carmine, fuori la cui balaustra sarà seppellito il rettore Don Luca di Gennaro il 10 maggio 1741, a tre palmi da terra, sotto una pietra di gesso), una stanza col camino e, con l’aiuto di fratel Giuseppe, un altro corridoio che finiva con una spaziosa loggia, fino alla celebre lapide del dottor Giuseppe Monaco nel 1700: aedificiun hoc a fundamentis excitatum / soli deo solitudinis amatori solitarii di….
1. I vassalli di Cardito avevano rifondato Mugnano in un luogo diverso
L’Università di Mugnano aveva appena stilato l’ultimo aggiornamento per la riscossione delle tasse del fuocatico, imponendo il pagamento della tassa catastale, quella sopra le teste dei suoi cittadini ed habitanti, loro beni stabili, animali ed industrie, per intenderci, ovvero su ogni naturale che avesse un lavoro manuale, così come richiesto in tutto il Regno. Una Università fu mandata in tassa per tot fuochi, che fanno ragione di tot carlini da pagare per ogni fuoco.
Questo sistema, però, aveva permesso anche una forte evasione, specie per i forestieri, che dichiaravano di non abitare nè in un posto nè nell’altro, e per gli ecclesiastici. Da qui la necessità di riorganizzare il sistema con un Catasto dove comparissero chiaramente anche i forastieri bonatenenti non abitanti laici, quelli non abitanti ecclesiastici secolari e chiese, monasteri e benefici forastieri.
Nel feudo di Mugnano si ritrovarono anzitutto i possedimenti del Reverendo Capitolo, meglio definito come Mensa vescovile di Nola, ma chi davvero lucrava era la Congregazione de’ Missionary de’ sacerdoti Monty laici di San Pietro a Cesarano, sebbene molte altre erano le chiese e i luoghi pii di Mugnano.
Alcuni hanno già diviso la popolazione in tre ceti: civile, ecclesiastico e plebeo. Il civile, fatto di nobili e professionisti o mercanti di ragione, formava il Parlamento per la elezione degli ufficiali nel mese di settembre, nel giorno di San Michele, a cui aderivano le primarie famiglie dei Russo, Bianco, Gennaro e Di Gennaro, Franchi, Masucci e Masuccio, Piumelli, Guerriero, Serio, Pecchia, Canonico, Barbato, Lucia e De Lucia, De Paola, Chiola, Rega, Mugnano, Fiorilli, D’Andrea, Majuli, Montuori e Montuojri, prima dell’ingresso dei marchiesi Ippolito e Serio, del medico Sirignano di Visciano, di Lopez, Speltra e Vasta.
Accanto al sindaco, alla presenza del soprintendente, erano sempre due eletti che si riunivano in consiglio con il Decurionato.
Vale la pena di ricordare che Mugnano, con le sue scarse 400 famiglie, come vedremo, fu di poco inferiore, per numero di abitanti, alla stessa Avella che, con 462 fuochi, eleggeva 40 decurioni.
Il consesso della Casa dell’Annunziata, presieduto dal marchese Don Antonio Guindazzi, fu sempre in buon rapporto con i figli dei vassalli di Cardito riuniti nelle loro “case” in luoghi diversi dal nucleo antico.
Alla morte di Don Luca, padre Giovanni Guerriero, nuovo rettore di San Pietro a Cesarano, intese far conoscere al mondo le memorie del santuomo scomparso, dando alle stampe il suo libro nel 1741.
A quel tempo, al governo dell’Annunziata dei degnissimi avvocati governadori, illustrissimi ed eccellentissimi signori che compongono il consesso, erano il giovane rampollo, il marchese Don Antonio Guindazzi, Don Ferdinando Latilla, Don Vincenzo Palomba, Don Girolamo Palumbo e Don Pietro Lignola, ai quali viene dedicata l’opera. Sono i governatori del feudo di Mugnano di proprietà dell’Annunziata.
Erano questi i veri possessori, figli o successori dei precedenti governatori, che avevano stabilito a Mugnano i vassalli provenienti di Cardito nelle loro Case dove erano nati i primi professionisti del ceto benestante locale.
In questo periodo andavano infatti distinguendosi solo i figli di quei vassalli che avevano il beneficio della libertà, permettendo a pochi altri cittadini dell’Università di uscire dalla condizione di miseria in cui versava il paese, o per la presenza nell’amministrazione della Cosa pubblica, o perchè altri professionisti forestieri si erano intanto stanziati in loco, benchè compaia solo un notaio di nome Simone Rega, o Reya, abitante a Piedi Mugnano. Il notaio Sebastiano Bianco dei vassalli di Cardito era passato a miglior vita lasciando i beni de Le Corticelle, già posti in vendita dagli eredi, e forse un Guglielmo Bianco, anch’egli notaio abitante a Casa Piumello. Anzi, diversi vassalli di Cardito, restarono sempre forestieri, come si evice dal Catasto onciario, possedendo diversi beni acquistati in Mugnano, ma senza risiedervi.1
In questo periodo sono circa una ventina i forestieri giunti in paese dal circondario e ivi stanziatisi, risultando residenti.2

Il paese era nelle mani di pochi ricchi non professionisti, che vivono del proprio, i Magnifici Cristofano Guerriero di Archi, Domenico Canonico di Sotto La Fontana, il dottor Giovanni Barbato di Casa Bianco, il dottor Pio Batta Senò che possiede e fitta molte case a Cardinale, il cavaliere Nicola D’Jyico di Casa Canonico, il professiere di Legge Onofrio Canonico di Piedimugnano (futuro notaio) il giudice a contratto (braccianti) Paolo Di Gennaro di Casa Di Gennaro, Sebastiano Stincone di San Giacomo.
Ma oltre alle nuove Case dei vassalli sui singoli appezzamenti di terreno, nascono anche altre abitazioni in nuovi e vecchi luoghi di Mugnano. Le zone abitate dai vassalli continuano ad essere indicate con il nome di “case”, ricordandosi ancora che erano di proprietà dei vassalli di Cardito, Casa Masuccio, vassallo di Cardito, le Case del magnifico Lattanzio Bianco della giurisdizione di Cardito.3
Resta per fortuna anche qualche nome più antico, fra i tanti nuovi assegnati dai vassalli di Cardito alle località del paese, riconoscibili con toponimi più “classici” e in uso anche in altre comunità della zona. Grazie ad essi si scopre un vero borgo esistente chiamato Mugnano, con caseggiati distribuiti sopra e sotto di esso, Sopra Mugnano e Piedi Mugnano, borgo inframmezzato dal Luogo della Fontana, nelle varianti di Sotto La Fontana e Avanti La Fontana, che familiarizza con Sotto lo Gradone e Ponte di Basso, e con Bagnuolo e Lo Fiume e Carpineto, ma tutti sensibilmente lontani da Lo Cardinale, come gli altri luoghi che ricordano la presenza di chiese, da San Giacomo, San Michele a San Vaccarino. Ma suonano come luoghi della Terra, fra originarie casette ed orti secolari coltivati, nomi come Lo Cardinale del Duca Caracciolo, Le Casaline, La Limmata, Martora. Mentre si avverte a naso l’antichità di località che sembrano quartieri, anche distanti, come se fossero stati degli antichi feudi, inizialmente distaccati dallo stesso centro Mugnano, in parte riscontrabile anche oggi, come nel caso di Arciano (l’Arciano o d’Arciano), Occiano (Ucciano o P’Ucciano o P’Occiano, cioè lungo la via per Ucciano), Camuliano, Cammigliano, Calabricito (Calapricito o Calapriceto), Ajello (Chiana Ajello, Chianajello).
E’ chiaro il toponimo di Le Strade, almeno due, ricordano invece una pietra miliare Terciano, il fatidico toponimo delle forche caudine i luoghi di Gaudo e Chiana Porca e L’Arco di Tregano o L’Archi(co) che suona proprio come l’arco della Porta della Terra, cioè l’ingresso dell’antico feudo murato, mentre resta inspiegabile la Cordadauro e il Litto non diventa che solo il luogo delle Vigne del Litto.
Appaiono più da cornice di una campagna appena abitata Lo Pratone, La Pietra di San Guglielmo, Lo Campo, La Chiara, Acqua Palumbo, Le Cerquelle, La Fratta Arbustato, Lo Sarro, La Consercia, L’Olivastro.
Molti figli dei vassalli di Cardito sono considerati ancora forestieri divenuti residenti, fra cui un sarto di Avellino ed un impiegato in negozio di compere di Napoli, e quattro non residenti.
Siamo in presenza, sul territorio di Mugnano, di 7 congregazioni e 3 cappelle, 5 chiese, 2 diaconi e 40 sacerdoti fra cui il futuro vescovo di Carinola De Lucia, fratello Bartolomeo, l’altro futuro vescovo di Calvi e Teano.
Detto della Parrocchia dell’Ascensione, di San Pietro a Cesarano, delle altre chiese, quella di San Michele Arcangelo nel luogo di San Michele Arcangelo e quelle di San Liberatore e San Mitta a Lo Chiajo, c’è da aggiungere che sul territorio di Mugnano aveva possedimenti anche la Mensa Vescovile di Nola.
C’è da dire che a Mugnano abitavano 44 ecclesiastici residenti. Essi vengono indicati con il titolo di don seguito dalla specifica di sacerdoti secolari. Si distinguono solo il Diacono Don Pasquale di Vasta che abita a La Consercia e il Diacono Don Tomaso Guerriero che abita Sotto Lo Cordinale, accanto al sacerdoti Don Pasquale Montuosi, Don Sebastiano Rega e Don Francesco Dello Litto, questi ultimi due descritti proprio a Cardinale. In particolare, Don Andrea De Lucia sarà il futuro vescovo di Carinola, professore di Teologia a Nola e tesoriere del Capitolo nolano insignito dell’Ordine Cavalleresco delle Due Sicilie, morto nel 1814 e sepolto nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che accoglierà anche le spoglie del fratello Bartolomeo Di Lucia, vescovo di Calvi e Teano, commendatario dell’Ordine delle Due Sicilie. Non c’è luogo preciso per Don Giovanni Bianco, l’eremita scalzo di S.Agostino noto con il nome di padre Fabio dell’Annunziata, a dire del Picariello, dotto e fecondo scrittore di opere ascetiche il quale scrisse che al suo tempo esistevano non pochi ruderi del Castello del Litto.4
L’Università di Mugnano, dal canto suo, possedeva anche delle spese fisse da sostenere, come si leggeva nel volume degli atti preliminari, dov’era allegato la fede, cioè l’impegno scritto, giusta la fede puntata nel volume degli atti preliminari. Erano i Ducati dovuti al sagrestano di Santa Maria delle Grazie, per lo jus patronato, cioè per il patronato spettante all’Università che ne aveva comprato il diritto sulla chiesa (12 once), al Sagro Ospedale della S.Casa A.G.P. di Napoli udile (leggi: utile signore, utile feudatario) di questa terra, per lo jus spettante (60) su Zecca e Portolania, alla vente Congregazione di S.Pietro a Cesarano dei L.L. Missionary eretta in Terra giust.za liristro (36) al Goro ingresso e bavini gretory (152), per l’affitto alla Casa del Cardinale della Via Regia per la Squadra di Campagna (9).5
Menzione a parte meritano i 4 chierici laici, entrati a far parte di congregazioni religiose, e i 2 studenti, probabilmente a lezione sempre presso monaci o preti, oppure nelle scuole di Napoli come accadeva in altre Università comunali del Regno. Risultano chierici, cioè laici di chiesa, Giuseppe Ippolito di Casa Mugnano, Saverio Lopez di Chianajello, Saverio di Lucia di Sotto Calabricito e Nicola de Lucia di Le Strade. Gli studenti sono invece Marco Montuosi di Piedi Mugnano e Romualdo Pecchia di Sopra Mugnano.

4. Una quindicina di nobili, ossia i magnifi uomini che vivono del proprio
Il ceto dei nobili che vivono del proprio e quindi scritti senza un lavoro è formato da 5 magnifici uomini, fra cui due dottori, un cavaliere, un notaio e un avvocato, seguiti dagli altrettanti 5 vire homini (oltre il giudice dei braccianti). Non v’è dubbio che il cittadino più ricco di Mugnano fosse un non meglio identificato magnifico Nicola, in quanto defintito Cavaliere e abitante in Casa Canonico. Lo seguono due dottori, fra cui uno che possiede molte case che dà in fitto, un Professiere di legge ed il notaro Rega. Oltre il giudice a contratto braccianti.6
Commercianti di ottimo respiro sono l’unico negoziante presente in lizza, Masuccio, il negoziatore Canonico, i 3 macellai De Lucia e Piumello. Con uno dei due, risultando impiegato in negozio di compere, lavora un forestiero giunto apposta da Napoli. A questi ci pare giusto affiancare il notaio Bianco, e gli speziali, cioè i farmacisti e il maestro di posta, ai quali aggiungeremmo il lavoro del Pecchia, sebbene risulti indecifrabile, come pure il baroliere Barbato, forse da barola, cioè castagnaro. Vi aggiungiamo il capitano sicuramente da indentificarsi come capitano della Terra, cioè la persona di fiducia del feudatario, nel caso dei governatori dell’AGP.7
Nessuno di loro, comunque, si fregia del titolo di patrizio capuano, nè viene definito con la qualifica di deputato dell’Università comune, come nell’Unità di Santa Maria, dove, per lettere e imbasciate, non ci si reca di persona dal destinatario, ma si utilizza uno dei due corrieri, servendosi di cocchieri e galessieri per spostarsi col calesse scoperto oppure coperto, se è inverno.8
E’ un mezzo utilizzato anche per lunghi viaggi, fino a Palermo, avendo l’accortenza di attaccare al calesso una pariglia di cavalli domati, altrimenti, dopo poche leghe diventano irrequieti e ingovernabili e finiscono per rotolare nella polvere trascinandosi dietro passeggeri e bauli col rischio non remoto di essere strangolati dai finimenti. A quel punto non resta che andare alla ricerca della stazione di posta più vicina per la riparazione. Ma basta che la pioggia infanghi la strada per bloccare la corsa dei cavalli, nonostante le frustate, come quelle che presero le povere bestie che trasportavano il marsala siciliano per l’ammiraglio Nelson alla guida di un calessiere troppo furbo. Al di là del singolo cocchiero c’è da dire che questo mestiere ha preso veramente piede solo a Santa Maria Capua Vetere,9 insieme alla maggior parte dei servitori salariati.10
Del resto si avvicina il tempo dei malandrini e bisogna guardarsi da tutti, specie da quegli alguzzini di briganti.11
In città si mandano avanti le famiglie anche se si hanno solo dieci anni,12 ma dipende dai soldi. Alla figura del benestante, che tutto può, si contrappone quella dell’impossibilitato a muoversi definito inabile, ricco o povero che sia. Il genero dell’esattore mariano non era certo povero, pur essendo inabile.13
Non è per nulla esistente una schiera dei cortigiani, di quei magnifici cioè che ruotano intorno al re per aver avuto in affidamento feudi e suffeudi capuani divenuti non solo comuni a sè, ma anche Terre Règie non più dipendenti da Corti baronali. Una scelta positiva per elevare la popolazione, ma che nel concreto attesta pochi cambiamenti, se si considera che gli uomini della Regia Corte di Capua, molti dei quali abitano a Santa Maria, o della Corte della Bagliva, sono sempre gli stessi. Ed ecco che solo sull’ex capoluogo di provincia compare l’assistente di sua maestà, lo scud[iero] fiscale responsabile per le entrate delle tasse regie che affitta a terzi la riscossione su gabelle e corpi feudali. Quando si sposta è accompagnato da una decina di armiggeri. Ma fra i cortigiani vi sono diversi incarichi: gli scrivani della Regia Corte, il mastro d’atti con uno stuolo di piccoli scrivani al seguito, il nobile giovine di Curia e il povero paggio. Mancano solo i nobili cortigiani che si fregiano di titoli altisonanti per essere servitori del re (dignitari di corte ai quali veniva conferito il titolo di camariere di Sua Maestà Cesarea), ben lungi dal normale servo di famiglia e del servidore o cameriere salariato che dir si voglia, alle dipendenze signorili.14
Ma queste sono cose da città. Nel piccolo paesino di Mugnano, come a Prata, la vita mena diversamente e non risiedono i rappresentanti di ben tre tipi di scrivani, che poi sono quelli di Capua: scrivani della Corte, scrivani della Torre e scrivani della Bagliva. Quasi a dire: quello del re, del feudatario e dell’Università. A Palena, in Sicilia, lo scrivano annuale è anche il giudice giurato che si presenta al cospetto del dottor di Letto, notaro pubblico di tutto il Regno citra faro, sotto il faro, cioè al di qua dallo Stretto di Messina, per regia autorità. Anzi, il giurato, è un cancelliere che viene elevato a giudice. A Carlantino di Foggia, l’arciprete Di Iosa ricordava che in quel paese per catasto, fanno un Sindaco, due eletti et un cancelliere e si governano e procedono nella nomina del medesimo modo e forma del Governo di Celenza, eleggono il Giurato et il Barone l’Erario, al quale si dà provisione….

Description

Prefazione

Nella foto la prima versione del testo, acquistabile in altra sezione

Anche questa pubblicazione del poliedrico Bascetta si inquadra nel programma di ricerca del nostro essere comunità a diffondere notizie certe non solo tra i contemporanei, ma a conservarne tracce indelebili per le nuove generazioni. Fino ad oggi questo lavoro ha riscosso vasti ed unanimi consensi di pubblico e di critica. La cultura esige responsabilità, tolleranza e buonsenso civile a conforto del ruolo istituzionale che ognuno ricopre nel tessuto sociale, non trascurando poi che in una piccola comunità ognuno occupa sempre un campo di riferimento in cui gli altri lo riconoscono.
Gli storici, gli scrittori della storia, rivestono una presenza molto delicata: la saggezza. E’ una qualità che matura in loro per la conoscenza millenaria della vita dei popoli, delle cose che contano e che la storia ha filtrato nello scorrere del tempo.I ricercatori di qualunque livello e spessore non devono solo togliere polvere dagli archivi per raccontare cronache di episodi lontani, hanno l’obbligo di partecipare alla costruzione di una società migliore: per ogni paese è indispensabile l’esistenza di veri uomini saggi.
Il rinvenimento del Catasto Onciario del Casale di Mugnano in provincia di Terra di Lavoro ordinato nel 1741 da Re Carlo III di Borbone e completato nel 1754 è l’occasione più importante per qualunque analisi sociale e storica che in futuro si vorrà fare nella nostra terra. Finalmente c’è una raccolta di dati certi che abbiamo rincorso da sempre e che solo la nostra determinazione ha portato alla luce. Dopo la prima edizione del Catasto nasce questo nuovo lavoro di Bascetta il quale rilegge ancora con maggiore precisione i dati che, nella pubblicazione percedente, si presentavano spesso illeggibili a causa dei dati catastali forniti su riproduzione. Stavolta Bascetta va a monte del problema rileggendo in forma diretta quanto trascritto dal proprio gruppo di lavoro che ha rispolverato il testo originale del Catasto Onciario di Mugnano conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli. Con questo nuovo testo riusciamo ad avere uno spaccato sociale formato di massari, vaccari, custodi, pastori, negozianti, speziali, soldati, chierici, studenti, tavernari. I più numerosi erano i vaticali, i pettinatori e i braccianti, sartori, sportellari, carbonari, fabbricatori: quanti miti di nobiltà antiche cadono sotto la spada del ricercatore.
Prof. Giovanni Colucci
Sindaco di Mugnano del Cardinale

Dettagli

EAN

9788872970492

ISBN

8872970490

Pagine

112

Autore

Bascetta,

Del Bufalo

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

 Il Casale di Mugnano in Diocesi di Nola

La Terra di Lavoro è una delle quattro parti in cui si divide il Regno di Napoli, così chiamato dalla sua capitale, ch’è Napoli, oppure Sicilia di quà dal Faro: Terra di Lavoro, Abruzzo, Puglia e Calabria, a loro volta, si frazionano in dodici Province.1 Poichè la parte di Terra di Lavoro coincide con la Provincia di Campania è anche chiamata Campagna Felice, volgarmente detta Terra di Lavoro, ma non con capoluogo Caserta, come spesso si sente erroneamente ripetere, dovendo essere sede del Tribunale provinciale solo la metropoli.2 Quindi la provincia di Terra di Lavoro, altrimenti detta Campania o Campagna, ha per capoluogo la stessa capitale del Regno.3 Infatti la Terra di Lavoro ha Napoli per sua Capitale, città antichissima, residenza del Sovrano, e Metropoli del Regno dal tempo degli Angioini.4 Per quel che riguarda il Tribunale o Regia Udienza Provinciale si può aggiungere che è formato da un Preside Militare o Governatore dell’armi, un Caporuota e due Uditori, unitamente agli Avvocati del Regio Fisco, e de’ Poveri e vi lavorano un Segretario ed un Mastrodatti con i Subalterni per le informazioni, un Maestro di Camera o Esattore de’ Proventi Fiscali. Oltre il Tribunale, in ogni Provincia vi è il Percettore, o Tesoriere per gl’interessi del Regal Patrimonio. La Provincia di Terra di Lavoro tiene il solo Commessario togato detto della Campania, il quale giudica in tutta la provincia e ne regge il Tribunale militare in subordinazione all’Udienza Generale di Guerra, e Casa Reale. In Campania vi è altresì un Sovrintendente, il quale, da Caporuota del Sacro Regio Consiglio, rivede le cause qualora vengono richieste.5
Lasciata Caserta a Settentrione, pronta a divenire luogo di delizie della Real Corte, 6 per essere stata scelta pel Real Divertimento dal Monarca Carlo Borbone,7 si incontra Prata, appartenuta, dal punto di vista religioso alla Diocesi d’Alife e, da quello feudale, dalla Casa Invitti, ma non appartenne al Distretto o Ristretto capuano,8 e non dipendette neppure da Caserta i cui paeselli erano solo quelli situati sopra e sotto i Monti Tifata, dalla via S.Nicola alla Strada, e scorrendo fino alla fine di Morrone,9 da Aldifreda a Tredici.10
In Provincia di Terra di Lavoro era anche il Casale Mugnano conteso da non poche istituzioni religiose, come solitamente accadeva nel casertano,11 specie per le dispute fra i vescovi capuani e quelli casertani sull’antico Demanio della Rocca di San Nicola (cioè la Rocca S.Agata costruita sui ruderi del Castellone del Montaureo storicamente confuso coi Montoro), conteso da feudatario e arcivescovo al punto di scomunicare i cittadini.12
E’ un peccato che l’Esperti, vissuto nel secolo delle notizie, nel suo viaggio settecentesco, disquisendo sull’acqua13 e sulle sorgenti,14 parli soltanto di vicende casertane, lasciando il Felici a citare il Convento dei pp. Dottrinarii, detto S.Pietro ad Montes, sbizzarrendosi più sulle origini della città,15 come pure ha fatto il De’ Sivo, nella sua Storia Pugliese.16
In verità non c’è la “Storia” di alcuna città senza conoscere la documentazione di tutti i tempi sul circondario e senza averla confrontata con territori che presentano toponimi che si ripetono almeno tre volte nel corso della storia intorno ad un nucleo chiamato Mugnano (es.: presso Barba Assano, poi Barba Acciano, poi Varva Anzano) solo nel territorio dei tre diversi Principati della Campania, prima della ennesima duplicazione dei Crociati di Boemondo, più che dei Normanni del Guiscardo, a Mignano Montelungo (Ce), per capire a quale località appartenga con certezza questo o quel documento. Sebbene nella realtà, come vediamo, la storia di paesi vicinissimi può presentare origini diverse: Avella con Aversa, Prata col Castello di Alife, Capua con Santa Maria, Caserta con la Cattedrale di Casertavecchia,17 legata solo ai vescovi.18 Anche all’Esperti, in fondo, interessava più la politica locale dei sei quartieri tifatini che la “Storia” delle città,19 o delle famiglie.20
Non a caso, fu solo due secoli fa che, quasi tutti gli studiosi, cominciarono a convincersi dell’antichità di Santa Maria Maggiore, casale autonomo ma unito da secoli a Sant’Erasmo, S.Andrea e S.Pietro in Corpo, sostenendo che quì un tempo era la città di Capoa.21 Ma in quale tempo, atteso che, ancora oggi, si chiama Capua pure il Castello di Fellino sopra ai monti di Roccarainola o Capuacastello di Mercogliano!? Tutti sapevano, almeno fino a quel momento, che Santa Maria era stata solo il casale principale della nuova Capua, resosi da poco indipendente: oggi casale: diocesi, e pertinenza di detta città, d’aria buona, fa di popolazione 8.237 (anno 1798). Stessa regola vale per Mugnano che, nella medesima Istorica Destrizione del Regno di Napoli, non viene affatto indicata in Pertinenza di una città.22
Le incongruenze sono davanti ai nostri occhi, ripetute pedissequamente, di copia in copia, senza il necessario confronto con altre realtà. Ragione per cui dovremmo aggiungere che Mugnano non appartiene al Distretto di alcuna città, se non Napoli, perchè, in questo periodo, è parte integrante del grande Stato feudale chiamato A.G.P., Casa dell’Annunziata di Napoli, contrariamente per esempio a Castelvolturno, definito Casale anch’esso ma in Diocesi e Pertinenza di Capua, cioè nel Distretto capuano, sebbene d’aria pessima, e mediocre e con soli 384 abitanti. Del resto, raramente, prima di questo periodo, si scrivono diari o cronache se non durante le conquiste. Ecco perchè cominciarono a circolare soventemente un po’ di libri con tesi più rivoluzionarie sulla storia antica, come quello dato alle stampe da monsignor Assemani, il quale sarebbe stato il primo ad asserire ufficialmente che il territorio di Santa Maria era nell’Alto Medioevo parte integrante della città bizantina di Berelais,23 sul torrente Vasalaci che, nelle vecchie mappe in latino acquerellate fra il 1400 e il 1500, viene detto Baralasius Minor e, il fiume Torto, Baralasius Maior, avallando l’ipotesi che, distrutta Capua, fosse rinata Virilas sui suoi resti,24 per cui andrebbe approfondita anche l’origine castrametata dei mariani e dell’antico fiume Alesae confuso con Alife. Il toponimi di Berelais, ampiamente analizzati dal Gentile, permettendo poi a tutti di diffondere questa ulteriore e nuova storia del territorio di Capua prima dell’anno Mille, sebbene con mille sfumature, allontanandoli da quello che sembra l’originario toponimo del fiume Alese o Alise, lungo l’Alese, Per-alese, e continuando a tormentare gli studiosi, sia italiani che stranieri, dal 1700 ad oggi. Compreso lo stesso concittadino Mazzocchi quando scriveva alterim Campani amphitheatrum nome Berelais sive Berelasis, nel senso di città vecchia.25 Notizie rivoluzionarie, come quella del canonico capuano Monaco, il quale, nel 1630, pubblicò il Sanctuarium Capuanum, uno studio in cui si attestava l’esistenza di un mosaico che ornava l’abside confermando che S.Maria era la Cattedrale di Capua Nova, chiamata Santa Maria Suricorum o Santa Maria Gratiarum oppure S.Maria Maior, differenziandola involontariamente dall’attuale Capua.26
In definitiva S.Maria non appare ‘solo’ una città Vetere, ma l’unica città chiamata Vetere, cioè l’Urbe lungo il fiume Alise, definita già Vetere nel XII Secolo, come attestano le pergamene di Montevergine, accanto alla Capua Nuova della Torre di S.Erasmo. Documenti poco famosi, ma che seguono il placito capuano del 960 e il placito sessano del 963 in nuova lingua italica: Kella terra per kelle fini qi bobe mostrai, Sancte Marie è, et trenta anni la posset parte Sancte Marie e, l’altro, più famoso di Sao ko kelle terre, per kelle fini qui tebe mostrai trenta anni le possette parte Sancte Marie.27
Comunque siano andate le cose la nostra Mugnano fu sempre legata a Capua, Aversa o Napoli, a seconda dello spostamento del baricentro campano nelle diverse epoche storiche, e con esse rimase, pervenendo nella Provincia di Caserta e poi di Avellino.28
Ma questo avverrà molto dopo la redazione del Catasto Onciario del 1754, quando Mugnano è detta ancora solamente Casale di Mugnano in Terra di Lavoro.29