FEBBRAIO 1991 

IL NOSTRO GIORNALE

La storia si ripete, non v’è dubbio. Anche le idee. E così accade per noi di ritornare su una vecchia idea, quella di scrivere un giornale, un quindicinale per il momento, che possa essere espressione sincera di chi ancora crede nella libertà di pensiero.

Nasce così il nostro “Opinioni”, con tanta voglia di parlare, in una provincia dove le possibilità sembrano le uniche certezze. Noi, non siamo settari, siamo uomini liberi e questo giornale ne è limpida certezza. Sua sola ambizione, la non ambizione.

Dicono tutti così, ma stavolta, davvero è così. La voglia che ci spinge è quella di chi crede ancora di poter fare.

E la linea che vogliamo portare avanti è quella della gente comune alla ricerca di valori che molti vogliono tramontati. E’ più facile avere successo da ciarlatani che da medici. Noi non siamo né medici, né ciarlatani, ma sani pazienti. La cura è il voler capire.

Così oggi, insieme a tanti amici che hanno deciso di collaborare a questo quindicinale, ci proviamo da soli, come dice Antonio Pascotto, che ha voluto accettare la direzione responsabile.

Non a caso, non abbiamo una proprietà, ma solo un editore, quale lo Studio De Lisa sas nella persona del suo rappresentante Biagio De Lisa, che da sempre condivide la nostra tesi. Pretese non ve ne sono. Vogliamo solo offrirvi lo spaccato di una realtà vista con gli occhi, udita con le orecchie. Uno spazio per “Opinioni” crediamo ci possa essere non nel senso di intaccare i gruppi che da sempre detengono il potere politico-economico nella nostra Irpinia, anzi nel senso di dare una mano con le nostre opinioni per accrescere il proprio senso critico rendendo sempre più ristretti gli spazi di esercizio del potere fasullo. Nessuna presunzione, però tanta buona volontà, per dire anche la nostra su questa provincia dalle nobili origini, ma dalle mille insidie spesso di carattere partitocratico e di giustizia. Una battaglia coi mulini a vento? No, una lotta all’ignoranza, anche alla nostra. Essere in guerra con se stessi, insegna a stare in pace con gli altri e a lottare con la forza delle idee per la conquista del proprio ruolo. Non è poi così difficile cercarsi una verità fra mille cose verosimili. E questo giornale è aperto a tutti. Ecco in tal modo potremmo dire di voler veramente portare avanti una nostra linea editoriale, di tendere sempre più alla verità vera, per una informazione corretta, semplice, comune, ma di certo non qualunquista. Dobbiamo dare un taglio diverso, essere la molla delle idee. Ecco il nostro sforzo. E se le righe di questo giornale serviranno soltanto a farvi sentire partecipi alla nostra idea di libertà e giustizia morale, sarà la conferma che la storia si ripete per buoni e cattivi.

 

MARZO 1991 

L’ULTIMO DEI ROMANTICI

Più conosco gli uomini e più amo gli animali. Frase fatta. Più amo gli animali, più mi accorgo della somiglianza con gli uomini. Frase nuova. Vi è mai capitato di restare soli, la sera, davanti al “focolare”, sotto la neve di quest’inverno? Forse si, forse no. Certe volte la solitudine dell’essere umano è importante al punto da farlo riflettere abbastanza, oltre al normale. Spesso lo stress giornaliero dovuto ai ritmi del progresso, il lavoro, il traffico, la fretta, ci portano ad esasperare questa nostra esperienza terrena tanto da allontanarci da quelli che sono i veri valori umani. Poca famiglia, poche amicizie, poco amore. Cade la fede, crolla la chiesa, chiudono i circoli, muore la vita.

Un “focolare” può far riflettere nuovamente. Può far riacquistare la voglia di vivere con semplicità, fuori dal mondo che ci circonda. Alla prossima nevicata, provate a sedervi davanti ad una fiamma ardente, vi riscalderete, vi piacerà. E dopo poco, un pò per colpa della sonnolenza, un pò per la solitudine, la vostra memoria comincerà ad andare indietro nel tempo, a riscoprire momenti del passato, quando eravate fanciulli. Beata gioventù. Oggi, noi giovani, siamo già “stanchi”. Ed è vero. Stanchi di quello che ci circonda, del lavoro che facciamo, e pochi sono gli stimoli che ci riportano alla semplicità, al calore umano, ai valori.

Un “focolare” può farci rinnovare. Provare per credere. Anche questa è una frase fatta. Filosofia spicciola.

Pensate allora a come gli uomini davvero si assomiglino agli animali, e come è ancora lontano il giorno della loro separazione completa. Oggi non ci si ferma al semaforo, non ci si saluta nei negozi, non si parcheggia nella striscia, non si è tolleranti. Vai a comprare un vestito e lo scopri difettoso, un paia di scarpe, due mesi e le butti, il pane ha gli additivi, la pasta non si mantiene, il caffè puzza e l’acqua è colorata. Tecnologia anche questa. Pensieri da animali.

Pensate allora all’inquinamento, alle discariche, al taglio boschivo, alle frane, alla cementificazione, al verde che se ne va, al pericolo amianto, al latte che non sa più di latte, alla carne che non sa più di carne, all’insalata che non sa più di niente. Poveri vegetariani, neppure loro più stanno tranquilli. Pensieri da animali anche questi.

Eppure è cosi. Il mondo che viviamo, lasciamo stare che si parla di inquinamento a destra e a manca, è malato davvero. Lasciamo stare pure che ormai il peggio è fatto, ma mettiamoci un pò di buona volontà per tornare ad essere almeno semplici come una volta. Questo non richiede un grosso sacrificio, e non colpevolizza nessuno.

Che ci costa a dire buongiorno, a dare la precedenza con l’auto, sul bus, a sorridere ad un vecchietto, a valorizzare la famiglia. Parole. La verità è che noi non vogliamo essere più buoni, non vogliamo dare la precedenza, non vogliamo la pace. Perchè sono cose che abbiamo già avuto. Vogliamo invece “sperimentare” ad essere cattivi, e poi ci piace, vogliamo la guerra perchè la pace ci annoia, vogliamo il brivido perchè il normale stanca. Trasferiamo nel quotidiano gli atteggiamenti animaleschi. Ecco il ritorno alla legge della giungla. E’ così è. Ma una serata davanti al focolare, da soli, non costa nulla, provatela a trascorrere davvero. Chissà. Forse tornerete a sognare, come me in questo momento.
P.S.: Se il camino non lo avete, dimenticate questo articolo e “accendete” il televisore.

 

APRILE 1991 

LE VIE DEL SIGNORE SONO… FINITE

Essere o non essere questo era il problema. Quando le cose andavano ancora bene. Oggi, che tutto sembra avere uno svolgersi diverso, più difficile, rispetto ai temi dell’Amleto di Shakespeare, il problema si centuplica, assume proporzioni maggiori ai danni della conoscenza e della voglia di sapere dell’uomo. Al tempo di Gesù Cristo forse per i suoi seguaci poteva esserci una spiegazione anche se non logica, almeno credibile. Al presente invece che le vie del Signore sembrano finire non c’è più rispetto nemmeno per la religione. Dico questo non per fare retorica nè per miscredenza, ma per apprezzare ancora di più chi con perseveranza, con quel poco di esperienza che si ritrova, continua a professare fede in un mondo che appare sempre più cattivo e che con sempre meno facilità si avvicina alla parola divina. Uno di questo uomini duri che (alla faccia della scienza e degli agnostici come me) invece ancora esistono si chiama Don Matteo Notari che con i suoi 25 anni di sacerdozio è profondamente impegnato in problemi sociali quali la droga, la camorra, l’emarginazione, la solitudine, le discriminazioni politiche. E, per questo ultimo punto, ancora di più va la nostra ammirazione all’uomo che, nonostante i vari seri problemi in cui si trova oggi la chiesa con polso e determinazione affronta a muso duro chi gli tocca le anime della sua chiesa di San Giuliano in tenimento di Solofra. Don Matteo è uno di quei preti a cui non si può dire né si, né no. E’ uno che vuole dire la sua. E vuole essere ascoltato perchè quando parla sa quello che dice.

Qui sopra c’è una foto che lo ritrae insieme a monsignor Andrea Muggione vescovo di Cassano Ionio in occasione di una recente visita d’ufficio al Papa. Don Matteo è uno che si muove e quindi sa anche quello che fa. Questo per ricordare a chi non lo conosce bene i suoi pregi e i suoi difetti. Chi poi non lo conosce proprio può farsi un’idea leggendo l’articolo che ci ha inviato e che noi abbiamo pubblicato qui a destra. In questo spaccato di vita solofrana sono raccolti dei pensieri, delle considerazioni, delle accuse, delle opinioni. Era pur giusto che noi facessimo parlare pure un prete, nel caso specifico, il prete. Per questo, dopo aver letto l’articolo, interpretando alla lettera il contenuto ci siamo resi conto che Don Matteo non è un prete comune, ma uno di quelli di una volta, che davano le bacchettate, la carezza e bisticciavano col Sindaco (Peppone e Don Camillo ne erano una fedele “riproduzione”).

E Don Matteo ci pare uno che ha fegato davvero e guai a chi gli dice le bugie su cose serie, diventa intoccabile. Come è capitato stavolta. Niente commenti all’articolo. Vorrei solo che Don Matteo, dopo questo “pezzo di presentazione”, ci inviasse più spesso qualche articoletto da Solofra, anche se politico naturalmente, “Opinioni” è anche questo. Forse, le vie del Signore non sono poi finite del tutto e il diavolo non è così nero come lo si dipinge.

 

MAGGIO 1991 

DALL’EMIGRAZIONE ALL’AGRITURISMO

L’Irpinia è cresciuta. E’ cresciuta economicamente, intellettualmente, moralmente. E questa crescita, legata al dopoterrenomoto, alla ricostruzione alla rifondazione di una nuova mentalità, di un nuovo livello di vita, ha innescato un diverso processo, reale, autentico, di lavoro. Non è vero che i nostri piccolo paesi dell’entroterra dalla ricostruzione hanno assorbito solo il fatto meramente materiale. No, questo nuovo flusso che oserei definire storico, ci ha letteralmente mutati. E da questa metamorfosi, come succede dopo i cambiamenti radicali, ne è venuta fuori una coscienza diversa. Questo processo ha portato sì più soldi ai tecnici, più lavoro agli imprenditori edili, al fabbro, all’elettricista, al commerciante, all’operaio. Ma ha portato soprattutto una ventata culturale che ha modificato a livello ancestrale il nostro modo di pensare: ha portato il blocco dell’emigrazione. Chi prima del 1980 era intenzionato a lasciare la nostra terra perchè improduttiva, perchè povera, perchè non aveva una casa, perchè era disoccupato, dopo quel triste evento del terremoto, grazie al flusso economico giunto nelle nostre terre (e diciamo grazie malvolentieri), ci ha ripensato. E i dati parlano chiaro. Se il terremoto ha avuto un seguito positivo vero, reale, concreto, è quello del blocco dell’emigrazione che non ci ha lasciati nella staticità delle cose, spingendoci ad affrontare con maggiore vigore la vita e ad aprire le porte per uscire dalla miseria. E’ nata così, anzi, è rinata così la voglia di crescere, affrontare i problemi. Questo mutamento, ha permesso a tutti di rifarsi una vita, di ricominciare a muoversi, di scrollarsi di quel vecchiume medievale che continuavamo a portarci dietro.

Ma la colpa non era nostra, la colpa era della povertà. Oggi, che l’emigrazione è bloccata perchè si lavora di più, comincia il processo inversi: la rinascita. Certo è un processo lento. Ma l’importante è cominciare a muoversi. A noi non servono le grandi industrie, le grandi manovre economiche. A noi, serve solo un sistema diverso, un sistema, che rispetti la partitocrazia, ma che soprattutto garantisca il lavoratore in quanto realtà. E a questo ci stiamo arrivando, con i nuovi processi produttivi, le nuove realtà tecnologiche che si presentano. Questo non significa per forza industrie, o per forza fabbriche, questo può, anzi deve significare soprattutto agriturismo e agricoltura controllata, che possano dare il massimo prodotto in tempi brevi, in situazioni migliori, e che possano inoltre fruttare lavoro, vero lavoro per le nostre genti. Sta per finire l’epoca del posto, o della raccomandazione per averlo, sta per cominciare e forse già è iniziata l’epoca della intelligenza, quella vera, che sposi l’economia giusta al territorio giusto. E a noi sta bene l’industria dell’agricoltura se fatta in maniera scientifica e direzionata verso quei prodotti che può dare la nostra terra, a noi sta bene anche per rivalutare il nostro verde, per rispettare l’ambiente, per dare lavoro e vivere bene. Questo, e solo questo, può offrire la nostra terra. Più terziario dunque, nel segno dell’onestà con noi stessi, nel segno del vero futuro e non delle chiacchiere. Di chiacchiere se ne possono fare tante, di proposte ne bastano poche, purchè siano incentrate sullo sviluppo vero, in sintonia con la realtà montana e collinare in cui viviamo. Ecco, se davvero riuscissimo in tutto questo, e ci dovremmo almeno provare fino in fondo, la fiducia aumenterà nei riguardi delle istituzioni e della burocrazia.

Ci sarà un rispetto maggiore soprattutto per i partiti, e per la classe dirigente, se questo non dovesse avvenire, vuol dire che siamo davvero alla fine di un epoca dalla quale ancora non sappiamo uscire. Se invece questa forza la dimostreremo con i fatti, vedremo crescere le nostre conquiste.

Non tutte le colpe si possono addossare ai partiti, non tutte le manchevolezze agli uomini politici. Gli errori ci sono e ci sono stati. Ma anche le conquiste ci sono state.

 

OTTOBRE 1991

Cari lettori,
come avrete notato, anche questo numero esce formato “speciale”. E, come accade in tutte le buone famiglie, per rafforzare il nostro nuovo disegno editoriale, abbiamo bisogno di un pò di tempo.

Questo processo prevede la ristrutturazione interna dell’organico del giornale, la diffusione nella provincia di Benevento (con una apposita redazione), la cadenza settimanale. Inoltre, il formato “speciale” che stiamo lanciando, non è altro che una prova per conoscere la “redazione” del lettore che, nel caso specifico di periodici pronvinciali, non è “abituato” a sfogliare giornali formato “rivista”.

Per far questo, per capire cosa dobbiamo modificare, per aumentare i contenuti dello stesso giornale (i colori, le foto, il numero di pagine), dobbiamo solo crescere insieme. Lo sforzo, profuso nel lanciare una nuova testata in soli dieci mesi, viene da voi ripagato con grande attenzione verso chi, come noi -controcorrente e a discapito dei problemi che affligono il settore- vuole continuare ad essere una voce libera e indipendente.

Ecco perchè ci impegniamo -fin d’ora- ad offrirvi un prodotto migliore, sempre più vicino alle vostre esigenze e in sintonia con le nostre idee.

 

MARZO 1993

AI LETTORI

Eccoci qua, ci risiamo, “OPINIONI” è tornato in tutte le edicole della provincia. Ci resteremo a lungo, almeno per un anno. L’obiettivo è quello di sempre: contribuire alla crescita della nostra terra. Il mezzo è lo stesso: questo giornale. Dunque si riparte, con tanti collaboratori, per una battaglia comune. Si ricomincia dal terremoto, dalla ricostruzione, con un nuovo assunto: Tangentopoli. E’ una rivoluzione che non ci riguarda direttamente, ma che comunque ha innescato una lettura diversa dei processi storici: quelli passati e quelli presenti.

Tangentopoli, che lo si voglia o no, ha cambiato il volto della bella Italia. Ci sta trasformando tutti. Anche l’Irpinia, patria di una nutrita schiera di parlamentari, vive ore di tensione. Il nuovo è sempre un pò incerto. E tutto ciò che è nuovo è un rischio. Ogni qualvolta cioè si attraversa un momento storico diverso bisogna superare il punto critico. La crisi di questo sistema è al punto critico. Colpa dei partiti che la crearono. Poi il giudice Di Pietro ha scoperto le tangenti e… Addio Luigi. Anzi, addio partiti. Il 12 agosto 1992, su un quotidiano diretto da un giornalista notissimo al grande pubblico (è pensabile principalmente per gli scoop dell’Irpinia-Gate), da pochi giorni passato da fondista de Il Giornale a direttore de Il Giorno, un parlamentare dichiarava: «Quello che all’esterno viene descritto come un imbroglio è la regola della vita quando è legata alla politica».

E così. Oggi ne siamo tutti convinti. Noi di OPINIONI siamo tornati non per raccontarvi come è cambiata questa provincia dall’estate scorsa ad oggi, ma per far riflettere chi ancora crede nella forza delle idee. A cominciare da noi stessi, convinti, come siamo, che, nonostante la crisi (supereremo anche questa), sta per scriversi la più bella storia per questa nostra Irpinia. Una storia che farà chiarezza su tutto: sul terremoto, sulla ricostruzione, sugli imprenditori del Nord, sulle ruberie, e perfino sugli scandali: un pezzo di storia che, noi, con voi, vogliamo vivere da protagonisti. Nessuno, stavolta, si lascerà cogliere impreparato. Guai ai vinti! Ma non se la passerà liscia neppure chi, domani, scoperto in trincea, si giustificherà dicendo “Io non c’ero”.

 

APRILE 1993 

DUE PAROLE

Pasquale Minucci è un uomo comune, ha fatto il barista per una vita. E prima di lui c’era il padre. Conosce vita, morte e miracoli di tutti. E’ un lavoratore. Da qualche anno, da quando ha ceduto il bar, si dedica alla campagna. Nel suo orticello ritrova quella serenità lontano dal centro, dove, invece, a causa dell’inasprirsi degli animi, per una notoria guerra di beghe politiche sociali, più non sembra esistere quella caratteristica armonia. Eppure qualcosa negli ultimi tempi sembra rincuorare i sensibili, quello che per quarant’anni si sono opposti al regime; quelli che avrebbero voluto dare di più, molto di più, per una comunità che però, a proprie spese, non ha mai preferito il cambiamento, il rinnovamento. Oggi, quei quattro gatti che erano rimasti a miagolare alla luna, cominciano ad avvertire qualcosa, a capire. Ed ecco che, come d’incanto, rinasce la voglia di fare, di scuotersi di dosso quel vecchiume medievale che i Rizzo, da padre in figlio, da feudatario a vassallo, da valvassore a valvassino, ci hanno regalato. Un dono bello fuori e vuoto dentro, un omaggio di servitù che i futuristi non volevano, ma che fedeli e fedelissimi, pur di farsi belli agli occhi del padrone, imposero a tutti. Ora quei gatti non piangono più. Si leccano le ferite, vogliono guarire. E’ giusto così. Guarite voi e guarirete gli altri. Ma, esultate, sapendo di chi non si è mai ferito ed è più sano di voi. Pensate ai vostri figli, alla loro attesa di vedere realizzato quel sogno che da un po’ di tempo vi sveglia al mattino. I vostri figli non siete voi e, a breve, vi giudicheranno. Perciò, fate presto.

Ridateci il paese usurpato dal tiranno. Fateci sentire radici di questa terra; onorati di essere nati qui, anche se in epoca di una pace non vera. Una pace che i nostri avi già a voi lasciarono da godere e da scolpire sul marmo bianco, proprio mentre qualcuno vi imponeva di dimenticare. Che beffa. E si permisero di cominciare dalla piazza, all’ombra dei tigli. Già, sotto quegli alberi della libertà piantati quando la storia era storia e poi recisi dagli stessi tiranni di turno. Proprio allora l’orologio della Casa comunale si è fermato.

Oggi, che quelle lancette vogliono nuovamente scandire il tempo, pare che tutti si diano da fare a piantare tigli. Forse è così. E’ giunto il momento che qualcuno ci restituisca i nostri valori, ciò che, inconsciamente, voi o altri sprecaste, affidando al Rizzo un carisma che, in verità, non ha mai meritato.

 

SETTEMBRE 1994 

CI SIAMO

Rieccoci qua. Siamo quelli di “OPINIONI”. Certo, forse nell’area flegrea non tutti ci conoscono, non tutti sanno che con la nostra rivista della Campania, già da dicembre scorso, stiamo dando voce ai deboli e pane per i loro denti ai politici corrotti. Sicuramente però qualcuno avrà già sentito parlare delle nostre inchieste, dei nostri libri, dei manifesti murali dedicati agli amministratori incapaci. A chi proprio non ci sa, diciamo subito che la testata regionale “OPINIONI”, nata ad Avellino nel 1990 e sbarcata a Napoli nel 1993, dopo aver fatto parlare giornali e televisioni, oggi vuole conquistare lettori anche a Bacoli. Pozzuoli, Monte di Procida, Quarto… Come? Nel modo più vecchio del mondo: denunciando gli abusi dei potenti, che per anni si sono arricchiti alle spalle del popolino, e offrendo la possibilità di dialogare, politico, culturale, sociale, a chi veramente vuole comunicare.

“OPINIONI” è la casa di tutti, ma in primo luogo sarà la dimora di chi vuole contribuire allo sviluppo dei Campo Flegrei.

Non abbiate timore dei nostri ardui progetti. Li conoscerete in meno del tempo che possiate pensare. L’idea di far uscire queste iniziali otto pagine settimanali deve spaventare solo chi ha rubato, e ruba, quotidianamente, un pezzo di storia, di vita, e di civiltà, a chi, invece, ce la vuole mettere tutta per far rinascere le speranze e le attese in nome delle quali è stato ingannato.

 

OTTOBRE 1994 

SVEGLIA GIOVANI!

Sono scomparsi tutti. Così, all’improvviso. Li abbiamo persi tutti. Senza accorgercene. Proprio quando si gridava al ’68, quando le donne divennero uomini e gli uomini più nulla; quando la chiesa veniva sconfitta dall’aborto dei radicali; quando la domenica si cominciarono a mangiare kiwi e non più arance.

Lo abbiamo voluto noi. Ed ora eccoci ridotti all’osso, dai partiti alla famiglia.

Ma dove sono i valori, le ideologie in cui gli uomini hanno creduto per dare ai posteri, a noi, un presente diverso? Non sono. Non c’è più nulla. Il trasformismo ha preso il sopravvento su tutto e su tutti. I politici sono rimasti avvinti dalle loro stesse pecche, le donne di casa dai fornelli spenti che hanno fatto largo ai micro-onde. E i ragazzi sono finiti lì, davanti al televisore. Magari si fosse chiusa qui la partita, il destino avrebbe vinto solo una battaglia. La storia invece ci tradisce. E primi ad essere perseguitati dal male del secolo, l’alienazione, sono proprio i giovani. Non c’è più nulla in cui credere. Nulla di nulla. «Sesso, droga e Rock ‘n Roll» hanno fallito. Neppure l’ultimo mito è rimasto in piedi. E’ così facile oggi sentirsi uomini a letto; fare uso di eccitanti, o seguire un concerto anche in capo al mondo. Fiorello e Fiorellino… Già, è l’epoca dei falsi miti. Delle stupidaggini. Del liberismo dei politicanti, delle mazzette. E’ l’epoca del vuoto. E via tutti ad inebriarsi. Chi nei movimenti, chi nella società, chi nella vita. Non c’è delusione più grande di un uomo che non impara a vivere, di un essere che non sa amare. Perfino le cose più piccole, le più semplici, le più piacevoli sono state messe al bando. Nessuno scrive più. E una telefonata resta di raccomandazione, un giro in Villa è per lo spaccio, una camminata in Piazza per il resto. No, grazie. Non è questo il mondo che vogliamo. Non abbiamo bisogno di droghe per tirare a campare. Nè una Piazza o una Villa possono interessarci se non per una passeggiata. E le siringhe, schiacciatele, come serpi, sotto i piedi. Nulla vi possono dare se non l’effimero. Ciò che non esiste, che non siete voi.

Dio, cosa vi perdite, fermi lì allo specchio! Uscite dalle vostre case, e godetevi il mare. Guardate una foglia staccarsi al vento. E con gli amici fatevi un bicchiere. Basterà. E più bello sarà l’umano consorzio, anche per chi, di fascismo o comunismo, ne ha le vene piene.

Beviamocela a gran sorsi questa vita: Bertolt Brecht diceva bene. Ma non basta scrivere sui muri, o raccogliere carte ad un convegno. Bisogna avere il coraggio di affrontarla, la vita. Con o senza ideologie.

Per recuperare i valori, quei valori così grandi, immensi, sublimi che il nulla non può sostituire.

 

DICEMBRE 1994 

BENSERVITI COMUNISTI!

Napoli scende in piazza. E con essa tutta la Campania. Non è uno sciopero. Forse per la prima volta in tutta la storia, la capitale Borbonica mostra di essere cresciuta. E non per fare un piacere a Berlusconi.

Napoli scende in piazza per urlare “No!” ai comunisti, “No!” agli insabbiatori delle inchieste sulle tangenti rosse, “No!” a chi della democrazia vuol farne un uso distorto.

Napoli scende in piazza per dire “No!”, stavolta non è così. E’ stata una vigliaccata quella frecciata al cuore sotto gli occhi del mondo. Ora basta criticare soltanto. Basta col dire che tutto non va, che è tutto da rifare. Non si può rifare qualcosa che già si sta rifacendo; non si può condannare la politica del nuovo se ancora quel “nuovo” non lo abbiamo vissuto. La logica che tutto muti, perché alla fine tutto resti uguale è crollata. Se muta la politica di Governo, deve mutare anche quella dell’opposizione, delle istituzioni che possono risentire dell’influenza dell’una o dell’altra parte.

Ci viene tanto in mente la strategia politico-mafiosa di qualche anno fa quando, distogliendo l’opinione pubblica dal “caso” nazionale, scoppiava qua e la qualche bomba firmata “falange”. A fare il resto ci pensava la stampa, i telegiornali di regime. E il giorno dopo il popolo, satollo di notizie fresche, parlava d’altro.

Oggi non è pensabile agire alla maniera del “vecchio”. Non c’è più il personaggio da attaccare, da demonizzare, da distruggere. Perché quei personaggi che rappresentano il nuovo li ha votati l’Italia in maniera plebiscitaria. Li ha scelti la gente, libera, forse per la prima volta, da pregiudizi.

Il comunismo è morto anche da noi. “Rosso” non va più di moda neppure a Bologna. Chi grida oggi “Al lupo! Al lupo!” dimostra solo di voler perdere tempo. L’unica cosa che sanno fare bene i figli del glorioso Pci.

 

GENNAIO 1995 

MA I SOGNI NON SI POSSONO RUBARE

L’Italia politica cambia nuovamente volto. E con essa mutano speranze e attese degli italiani. Chissà perché anche questo giornale, ad ogni sconvolgimento, sente in maniera netta che un altro pezzo di storia se ne va.

Forse perché noi crediamo realmente negli uomini, anche se la realtà continua a farci soffermare sulle cose; forse perché, esperienza e capelli bianchi a venire, i fatti ci ricordano che questo è pur sempre il Belpaese. E l’Italia va, come una barca, ora nel porto ora alle deriva. Rieccoli a ministri gli uomini in doppio petto, i tecnici dall’età avanzata osannati fino all’inverosimile dagli idealisti rossi senza principi. I più giovani hanno le rughe agli occhi, i più anziani la longa manus dell’esperienza in questo o in quel gabinetto politico.

E a noi cosa resta di noi? Nulla, più nulla. Solo la solita speranza di veder cambiare, un giorno, qualcosa; di immaginare un mondo diverso, fatto di essere umani e non di mostri.

Così si uccidono i sogni degli idealisti; così gli idealisti scompaiono e con essi gli ideali. Noi altri però, che niente possiamo nel grande, se non attendere nuove elezioni per nuove speranze, abbiamo una cosa che altri non sempre hanno, perché siamo semplici, siamo cresciuti con la voglia di “fare”, di “dare”, di “combattere” il marcio e il letame su cui questo Paese continua a volersi reggere.

Ecco, quella cosa che noi abbiamo si chiama “morale”. Non ha un calore politico ben definito, né può appartenere ad uno schieramento preordinato, perché non ha interesse a rubare i sogni di chi vuole sognare.

Solo chi ha senso morale, però, può percepire quel sottile velo che fa da ago tra bene e male, e può, senza scopo di lucro, recepire quel piccolo, piccolissimo senso del pudore che ci rende felici di credere ancora nell’etica. Ed è già molto.

 

MARZO 1996 

AI LETTORI

Da questa settimana OPINIONI riprende le pubblicazioni su Avellino. Un felice ritorno per me e per i miei collaboratori. Una nuova veste grafica e un nuovo formato ci accompagneranno in questo rinnovato progetto editoriale per l’anno giornalistico 1996/1997. Sarà l’occasione per mettere nuovamente alla prova le nostre forze.

L’esperienza oltre i confini provinciali che OPINIONI ha trascorso nel napoletano ci sarà di aiuto. A voi, come sempre, chiediamo di seguirci nel viaggio. Mentre altri risposano il potere, rinasce oggi ad Avellino un’informazione libera. La gestione autonoma che ci siamo dati con i colleghi sarà la vostra garanzia della nostra correttezza. OPINIONI si rinnova per stare al passo con i tempi, per ricordarvi ciò che gli altri dimenticano presto e per dare voce a chi voce non ha. Ma noi, del resto, ci conosciamo bene. E il solo invito che vorrei è di incoraggiamento per i giovani colleghi che un amico in gamba ha giustamente definito laboratorio di idee.

Grazie di cuore a colore che sostengono questa “collaudata” impresa.

 

NOVEMBRE 1998 

QUELLA VOGLIA MATTA DI POTERE

Si avvicina l’ora della verità. I candidati alle amministrative di Cervinara sono tesi. Si sentono ora urlare, ora sussurrare, ora bisbigliare. Chissà se ancora russano o fanno sogni brutti alzandosi di soprassalto durante la notte. Certo è che sono tesi. Sarà, questa, la prova del 9, anzi del 29. Novembre. La speranza è che non si tirino fuori false speranze. Le promesse mancate, i posti inesistenti. E’ uno dei tanti auspici della società civile alle soglie del 2000; ora che Cervinara è cambiata, ora che non è ne quella di Clemente, ai tempi dell’emigrazione transoceanica verso l’America, né quella del compianto barone De Bellis. Oggi Cervinara è un grande paese che soffre, ieri come oggi, dell’emarginazione delle zone interne e della consapevolezza dello stesso cambiamento. Venga esso da Destra o da Sinistra, con la ruspa o con la paletta e il secchiello.

Ecco cosa c’è in giro: da una parte la voglia di crescere e, dall’altra, la vecchia sete di potere. E’ la voglia matta del prestigio, della poltrona ad ogni posto, della necessità di dire: “Io c’ero”. Ma dov’erano quelli di oggi ieri e dove sono quelli di ieri oggi, la gente lo vede. Come già sa a chi votare. Noi abbiamo sempre pensato che il volto è l’espressione dell’anima. E chi è pulito dentro non deve avere timore di mostrare il suo vero volto. Soprattutto se ha le scarpe grosse e… il cervello fine.

 

DICEMBRE 2002 

MISERERE, MISERO ME

Sarà un Natale come gli altri. Non illudetevi. Non ci saranno regali costosi perché l’euro ci ha lasciato le tasche vuote. Forse non ci saranno neppure i regali in quanto potrebbero bastare uno e due baci. Quello di Giuda e quello di Rossella O’Hara. L’uno potrebbe essere un pensiero carino fra politici, l’altro il gesto affettuoso di due amanti, benché vecchi, stanchi e malaticci, ma aperti allo scambio di coppie.

Il mondo cambia e spuntano i capelli bianchi. Qualcuno cade, qualcun altro si rialza. Ma i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Paghiamo lo stesso scotto della rivoluzione mancata, delle scritture false e bugiarde, di uno stato che cade in rovina, della devoluzione che prende il sopravvento. Nuovi eroi, di cartapesta e di cartone, si sovrappongono ai falsi miti e ai sogni perduti. In fondo i deboli non possono diventare forti perché sarebbe un altro mondo. Né il Natale potrebbe portare la felicità a chi è triste. Di troppi Natali necessiterebbe il calendario, di molte rivoluzioni dovremmo essere protagonisti. Perciò Giuda rinnegò Cristo, amico intimi di Lazzaro, e Rossella riuscì a baciare un gay. Cose che accadono una sola volta, al massimo tre a chi, povero e con l’anima, spera nel salto di qualità e nel mutarsi degli eventi.

E’ di questi giorni la notizia che di recente il Parlamento ha votato all’unanimità, e senza astenuti, un aumento mensile per i parlamentari pari a circa 2 milioni e 200.000 delle vecchie lire, portando lo stipendio base da 19.325.690 fino a 37.086.079. Non sono esclusi portaborse (7.804.232 lire), spesso parenti e familiari degli stessi onorevoli, e rimborsi spese per l’affitto quantizzati in 3.261.690 lire. Inutile aggiungere che i romani, leghisti e comunisti compresi, posseggono gratis il cellulare, la tessera per il cinema, quella per il teatro, passi per autobus, metropolitana, ferrovie, aerei nazionali, autostrade, piscine, palestre, aereo di stato, ambasciate, cliniche, assicurazione infortuni e morte, indennità di carica da 630.000 a 12.500.000, oltre i 200 milioni per le spese elettorali. E ancora auto blu con autista a costo zero, ristorante, francobolli gratis, il giornale di partito e la pensione dopo 35 mesi in parlamento, al contrario dei cittadini che lo percepiscono dopo 35 anni. Se volete fare qualche conto sappiate che la sola Camera dei Deputati costa agli italiani 4.289.968 di ex lire al minuto. Diremmo fin’ oggi 2 milioni e mezzo di miliardi. Da qui l’idea di indire presto un referendum per abrogare gli eccessi dei politici.

Questo mentre i cani si mordono la coda e ballano sulla zampa di Kafka. I nostri non sono degli auguri, ma dei pensieri. Per le meretrici e le regine, per papponi e banchieri. Tutti i poveri lo sanno che i ricchi sono senz’anima. Perciò niente capponi di Natale da portare al sindaco o al commissario. Ma senza un Arsenio Lupin potremmo nutrire solo la speranza che i ricchi, per capire i problemi dei poveri, sudano presto in rovina.

Mannaggia la misera! Ecco il nostro augurio.