02. EBOLI NEL 1755 (02 Onciari Principato Citeriore – XX.Catasti Onciari del Regno di Napoli)

02. EBOLI NEL 1755 (02 Onciari Principato Citeriore – XX.Catasti Onciari del Regno di Napoli)

MIGLIAIA DI NOMI PER LE RICERCHE GENEALOGICHE

A chiudere la lista sono gli ecclesiastici, cioè primiceri, sacerdoti e canonici in quanto il loro nome è preceduto da un Prim°, un Sace i da un Can°. Si tratta degli ecclesiastici del paese col titolo di Don, che, ovviamente, si dava anche ai Magnifici, ai Dottori e al possessore che viveva del suo (Speziali, Notai, etc.). 56Si tengono lontano da Eboli i ricchi forestieri, non mancano gli abili maestri di particolari arti, come il tintore di panni, per tingere le stoffe dei lanieri, come accadeva a Palena, in Abruzzo, descritto nella cronaca del Bindi, dove si obbligavano i vassalli a tingere i panni nella tintoria del Duca.57
Lì il livello non era neppure competitivo con l’Europa in quanto necessitava acquistare per la migliorazione delle tinturiere, qualche ottimo tintore, straniero onde sulle di costui istruzioni ed insegnamenti d’intelligenza co’ migliori de’ nostri chimici si possa stabilire e distendere nelle fabriche tutte del Regno il buon gusto, la delicatezza e la perfezione delle tinte.58 Resta inteso che, anche in comuni non lontani, come Piedimonte d’Alife, esisteva una tintoria privata, con 13 tintori, e la Tinta grande, dietro il Mercato.59 Diciamo che il paese è molto legato alle tradizioni popolari. Siamo in pieno periodo di scoperta del corpo umano, grazie agli speziali per gli unguenti medicamentosi, e ai ricercatori di cosmetici, ciarlatani e non, che propongono prodotti di bellezza tratti da piante naturali. La rosa di Gerico si apre tra le undici e mezzanotte, si espone alla rugiada e si mette sui capelli: il tal modo si è liberi dal mal di testa e crescono i capelli. Si va quindi alla ricerca del rimedio naturale, della cura per forza, del prodotto che liberi da piccoli fastidi e da dolori tormentosi. Addirittura si utilizzano gli stessi medicamenti nella magia popolare, volendo anche per tenere lontani i fulmini e altre calamità dalla casa in cui essa è custodita.60
E’ un secolo in cui ci si impone il rimedio attraverso libri, vademecum e consigli. Decine di manoscritti diffusi in tutta europa, fra cui il più antico del 1200, oggi ad Oxford alla Bodeleian Library, poi riuniti nel Thesaurus Pauperum, una raccolta di ricette per ogni specie di malattia o di disturbo, ordinate a capite usque ad pedas secondo la visione della scuola salernitana nella quale confluivano la tradizione medica greca, latina, araba e giudaica. Il Thesaurus rappresenta un significativo manuale di medicina medievale scritto soprattutto per beneficio degli studenti poveri che non potevano permettersi molti libri. Si tratta di raccolte di ricette, fra il Viaticus di Costantino l’Africano e il Thesaurus del 1250 circa, secondo l’ordine della medicina salernitana, dalla caduta dei capelli, de casu capillorum, alle malattie dei piedi, de gutta arthetica et podagra, rinvenute nell’edizione siciliana.61
Forse sono quelli letti dai nostri speziali, o anche dal fioraio, che proviene da Benevento. Ad Eboli v’è il prattico nell’officio di Speziale di medicina, cioè il praticante farmacista come lo speziale di medicina vero e proprio: gli speziali spadroneggiano un po’ ovunque. I nobili hanno per abitudine quella di mandare i loro figli a divenire speziali manuali in una delle tante botteghe, fra le piazze e le viuzze, quasi fosse un praticantato come per gli scolari per diventare studenti.62
Medicina popolare che si incontra con il folclore, sebbene le annotazioni demo-antropologiche sono spesso dimenticate da storici locali animati da vuoto campanilismo, in Campania come in Terra di Lavoro.63 Aspetti di cultura agro-pastorale spesso impossibili da ricostruire per quella maledetta voglia, per dirla con Lutzenkirchen, di rimuovere, di proposito e in tempi molto brevi, quanto potesse ricordare una epoca pur non lontanissima di disagi, di difficoltà e di miseria. Così, al tempo stesso, si è inteso (soprattutto dall’alto) cancellare la coscienza delle proprie origini, nella prospettiva di una vita soltanto economicamente migliore.64
La crescita di grandi paesi è dovuta anche alla presenza di uno stampatore, cioè una stamperia nei capoluoghi,65 purtroppo assenti in provincia, nè è difficile incorrere in sviste ed episodi di omonimia…..

Continua
PRO ROGITUM BENEVENTI. Duchi, Marchesi e Cardinali nei documenti degli Archivi

PRO ROGITUM BENEVENTI. Duchi, Marchesi e Cardinali nei documenti degli Archivi

CONTI, DUCHI E MARCHESI SEMPRE PIU’ POVERI

DA BENEVENTO ALLA MONTAGNA DI MONTEFUSCO

Molti nobili dei paesi della Montagna di Montefusco si erano trasferiti quasi tutti a Napoli per vivere la vita della capitale nominando i fidati agenti per la riscossione dei censi, solitamente da pagarsi entro la Vigilia di Natale e, in altri casi, specie per affitti di masserie o frutteti, o terziaria sul raccolto, durante il mese di luglio. Una pressione fiscale che aumentava sempre di più e, laddove i feudi rendevano poco, i titolari lievitavano indiscriminatamente il valore del bene, come accade oggi agli speculatori in borsa, per effettuarne infinite compravendite.
E’ quello che accadde a Chianche dopo la vendita indiscriminata del feudo passato da Giovanbattista Manso (1593) a Beatrice de Guevara (1607), moglie di Enrico de Loffredo, Marchese di Sant’Agata. Il feudo dell’antica Planca, unito a Bagnara nella prima metà del 1700, appartenne al Duca della Castellina Giovanni Battista Zunica, l’ultimo della famiglia a possederlo.
Ritroviamo proprietario del feudo di Chianca nel 1627, Ottavio Zunica. Con questa famiglia Chianca, sebbene tartassata dalle tasse, ebbe un assestamento restando agli Zunica il feudo per oltre un secolo, passando in successione a Carlo (1634), a Francesco (1644), ad un altro Carlo (1690), a Giovanna nel 1714, ad Orazio nel 1724, a Giovanni Battista Zunica nel 1765.
Planca era un feudo che veniva comprato e venduto con tutti i suoi vassalli da tempo immemore. Zunica vendette il feudo per 40.000 ducati a Domenico Perrelli, conosciuto col nome di Duca di Montis Storacis.
La vendita a Perrelli avvenne il 4 maggio del 1778 per gli atti di Notar Aniello Rajola di Napoli, tenendo presente anche i censui annui da riscuotere dai vassalli. Per la precisione, il Duca Perrelli di Montis Storacis comprò dal duca della Castellina don Giovanni Battista Zunica il feudo di Pianca per ducati 39.480, e grana 6, e fra i corpi nell’acquisto descritti, vi furono compresi dei censi che vennero indicati nel modo seguente:
Li censi che si pagano dai vassalli sopra i fondi di detto feudo, secondo vengono descritti nella relazione d’apprezzo.
Tra Bagnara e Planca, insomma, i contadini, secondo gli antichi strumenti, dovevano pagare o la quarta o la quinta parte, quale censo annuo per il feudatario.
I terreni erano stati affidati sicuramente ai cittadini di Pianca e Bagnara a censo enfiteutico, esigendone, già il Duca della Castellina, gli annui canoni, la quartinia, o la quinquagesima, a seconda dei casi in cui, gli stessi enfiteutici, alienavano i fondi censiti.74
Un tiro mancino di Zunica a Perrelli, il quale, da nuovo proprietario dei feudi della zona, neppure immaginava la difficoltà della riscossione.
Planca fu ufficialmente ceduta il 3 ottobre del 1780, con atto pubblico per mano dello stesso notaio Aniello Rajola di Napoli, nonostante le proteste di tutti gli enfiteuti dei feudi, cioè di Pianca, Bagnara, Pianchetella, Petruro, Toccanisi, e Monterocchetto, che avanzarono la nullità dello strumento del 2 febbraio del 1778, stipulato dal venditore Zunica, col quale aveva confermato le “concessioni enfiteutiche dei stabili formanti la maggior parte di quel territorio, e rilevate d’antica platea come che fatte contro la costituzione del Regno”.
Da qui il pubblico parlamento del 6 dicembre del 1780 contro l’azione del Duca da parte dei cittadini delle università comunali di Pianca e Bagnara che professarono la legittimità del possesso, che ab immemorabili avea goduto, sono parole dei cittadini di Pianca, e Bagnara, di quei piacevoli tenuissimi poderi, che ad essi trovavansi dai loro maggiori tramandati con giustissimo titolo, ed acquisto solenne, e canonico, e per concessione dei predecessori possessori di quel picciolo feudo autentico, e di ogni solennità munita….

Continua
MANUALE di Genealogia. Come ricostruire il proprio albero genealogico

MANUALE di Genealogia. Come ricostruire il proprio albero genealogico

INDICE DEL VOLUME

Come effettuare una ricerca genealogica…………………………p. 7
Prima fase: recupero dati in casa…………………………..p. 8
Seconda fase: richiesta di documenti all’Ufficio Anagrafe..p. 10
Terza fase: tracciare un primo stralcio di genealogia………p. 12
Quarta fase: consultazione dello Stato Civile…………………p. 16
Quinta fase: cercare documenti con più informazioni……..p. 34
Sesta fase: studio di altri documenti per procedere a ritroso nel tempo…………………………………………………..p. 44
a. I Catasti……………………………………………………p. 44
b. I protocolli notarili………………………………………p. 60
c. I ruoli e i fogli matricolari………………..……………..p. 79
d. Gli antichi processi: le corti baronali …………….…..p. 83
e. I documenti sull’emigrazione …..……………..….…p. 85
f. Recupero materiale da parenti e archivi privati…..…p. 90
g. I contatti con famiglie omonime ………………….…..p. 90
h. Le fonti bibliografiche …………………………….….p. 90
i. I documenti ecclesiastici …………………….…………p. 9

Casi particolari in documenti d’epoca ………………………..….p. 113
Alcune genealogie ricostruite……………………………………p. 209
Metodo di descrizione delle genealogie…………………………p. 215
Approfondimento sulle fonti ecclesiastiche……………………..p. 217
Accenni alla Guida generale degli archivi di Stato e ai siti genealogici consultabili online…………………………………………………p. 245
Conclusioni. Riepilogo delle fasi di ricerca genealogica…………p. 255
Fotografie storiche familiari……………………………………..p. 257
Bibliografia e Sitografia……………………..……………………p. 277

 

 

Continua
LA ROCCA DELLE STREGHE. Racconti e novelle dei vecchi beneventani

LA ROCCA DELLE STREGHE. Racconti e novelle dei vecchi beneventani

NINNA NONNA NUNNARELLA

E LA REGINA DI BENEVENTO

(NINNA NANNA DI NONNA SANNITA)

 

Bartolo e la moglie Assuntina vivono in una modesta casa di campagna con i figli Michele di vent’anni e Angioletto di due. Con essi c’è nonna Santina rimasta vedova di Zi Giuvanniello U Nziste, un brigante ucciso dai piemontesi nel ’61.
Nonna Santina, dopo la morte del marito, non ha mai smesso di pensare alla di lui anima, in ogni momento della giornata. La casa dove abitano, un tempo granaio della masseria, è stata riscattata a Don Vincenzo, il possidente, dopo anni di duro lavoro. Comincia così il nostro racconto, nella buia cucina di un casino di campagna. Siamo alla fine del secolo scorso quando i contadini più fortunati già possedevano una casa, strappata al massaro in cambio di tanto sudore, insieme al piccolo pezzo di terra coltivato per anni a colonia parziaria.
Davanti al focolare è seduta nonna Santina. Canta una ninna nanna al piccolo nipotino che non vuole prender sonno.
Nonna nonna, nunnarella,
nonna, ca lu litte è bello,
nonna nonna, nunnarella,
u lupo s’è mangiato a pecorella,
pecorella mia, come faciste
quanne mmocca a lu lupo te veristi,
pecorella mia, come farrai
quanne mmocca a lu lupo te verrai.
Chiama a nu sante e ne venene dui
ce vene la Maronna e santu Luca,
chiama a nu sante e ne venene tre
ce vene la maronna e santu Andrè,
chiama a nu sante e ne venene quatto
ce vene la Maronna e santu Marco,
chiama a nu sante e ne venene cinche
ce vene la Maronna e santu Giacinte
chiama a nu sante e ne venene sei
ce vene la Maronna e santu Michele,
chiama a nu sante e ne venene sette,
ce vene la Maronna e santu Giuseppe,
chiama a nu sante e ne venene otto
ce vene la Maronna e santu Rocco,
chiama a nu sante e ne venene nove
ce vene la Maronna e santu Nicola,
santu Nicola nu vuleva a menna
ma sulamente calamaro e penna.

Nonna nonna, nunnarella,
viene a cavallo e nu venire a piedi,
viene a cavallo e nu cavallo bianco
ca sella d’oro e a breglia a lu musso.
Nonna nonna, nunnarella,
fammi lu ppane e nu lo fare tostarello,
io so piccirillo e nu tengo li rienti,
tengo li rienti de na criatura.
Nonna nonna, nonna rica,
te benerico lu llatte e lu mmele
quanne te nfascio io te benerico,
te benerico la fascia e li panni
te benerico se mbraccio te tengo.

Nonna nonna, nunnarella…

SEGUE

Continua
ABECEDARIO DEGLI AVELLINESI 1. EAN 9788872974438 FAMIGLIE, QUARTIERI E GENEALOGIA DEL 1700

ABECEDARIO DEGLI AVELLINESI 1. EAN 9788872974438 FAMIGLIE, QUARTIERI E GENEALOGIA DEL 1700

IN ESCLUSIVA ELEMENTI DI MODA SULLA GONNELLA SCARLATTA DI SAIA IMPERIALE

VESTE DELLA SPOSA E ALTRE CHICCHE SU AVELLINO E I PAESI DEL PARTENIO

TRATTI DAI ROGITI DELL’ARCHIVIO DI STATO DI AVELLINO E NAPOLI

Risalire ai vestiti femminili per antonomasia che le donne della Valle Beneventana si tramandavano di madre in figlia attraverso la dote non è impresa facile. Possiamo però dire, alla luce delle ricerche effettuate presso hli Archivi di Stato di Napoli e di Avellino, di aver reperito, fra i volumi notarili conservati, sebbene spesso illegibili, la raccolta di alcuni atti che si sono rivelati utili per il paragone fra i paesi della Montagna di Montefusco e del Partenio, prendendo a campione la centralità di Torrioni e di Pietrastornina, sedi di primari notai del Principato Ultra.36
Ricerca che potrebbe risultare non vana in un confronto fra i paesi di sopra e di sotto le due Montagne che dividono Avellino da Benevento e che frenano un’idea iniziale di similitudini storiche che non accompagnano le due valli. Stando a questi pochi, ma preziosi fogli, è stato quindi possibile capire come fossero fatti gli abiti, quelli che oggi chiameremmo costumi tradizionali, che le donne da marito, quelle definite vergini in capillis dopo i dodici anni, poi chiamate “zite” se i tempi si allungavano, portavano in dote nel giorno del matrimonio.
Fin dal 1674 si conosceva il secreto del Signor Principe della Pietra Sturnina acciò partorisca subito una donna, svelato e ramandato dal notaio Gaita di Montefusco alle popolazioni della Montagna. Egli stesso suggerisce: se scrive il seguente; et potendosile la donna inghiuttire sarebbe meglio, ò vero si la lega così la donna, et vi la ponghi sopra del ventre che partorirà; et a Deus.
Questa la filastrocca da recitare al momento opportuno:
Anna peperit Mariam, Maria peperit
Salvearem creature exi foras, quia
Christy te vocat, Christy veghat,
Christy venit, Christi imperat,
Christi xe ab omni molo defendat.
Amem.
Ma il notaio aveva sperimentato anche un rimedio contro il freddo, quello che stavolta chiama secreto per la quartena Deus. Bastava bere un ottimo bicchiere di vino greco con della polvere di ventricello di gallina essiccato. Se l’esperimento falliva una prima e seconda volta lo si poteva ripetere una terza volta che sicuramente sarebbe riuscito. Garantito dal notaio Giordano di Montefusco: Dal ventre della gallina la pelle di dentro lo ventricello si secca, et si ne fà polve pestata, et poi se ne dà quanto copre un’ tre cavalli al patiente dentro d’un bicchiero di greco perfetto, et si la dà all’hora quando il patiente sa conosce che sta per venire il freddo seu patere; et sì conoscendo che habbia colpito alla prima; seguiti per tre volte, è exeperimentato.37
Però non tutti i notai della Montagna furono così creduloni. Anzi, dagli rogiti dei notai della famiglia Leo stanziati in Torrioni, non traspare nessun commento, solo atti. Ma andiamo per ordine e vediamo, al di là del parto, quali fossero le condizioni per prender moglie e come vestiva la sposa nel distretto della Valle Beneventana e della Montagna di Montefusco.
C’è da dire, aprendo una parentesi, che è stato possibile decifrare qualche pagina anche alla fine del 1400, ma è evidente che i vestiti sono di gran lunga precedenti, in quanto si ripetono ugualmete da donna in donna, da madre in figlia, sebbene solo gli ornamenti siano di diversa fattura in base al ceto sociale. Seguiamo, a titolo di esempio, qualche passo dei Capitoli Matrimoniali del notaio di Apice, paese di confine, dove la provincia di Principato Ultra e lo stesso Regno lasciavano il confine allo Stato della Chiesa di Benevento.
Il primo è del 1741 e si riferisce alla zita in capillis Teresa Verucci figlia legittima di Biaso Verucci e Barbara Galiarde, i quali, si abbiano di dotare à Andonio Cociniello, della altra parte, [in quanto prossimo marito e] figlio di Cirijaco Cociniello è Cecilia Laurito; e il predetto Andonio si contenta di pigliarsi per sua cara e ligittima sposa alla detta Teresa seconno comanna il rito della Santa Madre Chiesa Cattolica, che si sono convenuti, dalla una è dalla altra parte, cioè detta Teresa, di pigliarsi al predetto detto Andonijo per sua cara e legittima sposa alla predetta Teresa, e dalla aldra parte il detto Bijaso e Barbara, i quali, si obbligano di dotare sua figlia seconno Iddio li spira e non facenno crede che sia detta robba di detto Biaso: in primis promette di darli di contanti Docati 40,0 con annui cinque di tempo, con pagarne ogni anni Docati 8 e Carlini spari; item anna tre di panni di tutte sorte; item [per] rama e ferro, Carlini 3.2.10; più un letto fornito solamente il materazzo mangante; più una gonnella di saia imperjale con maniche di saia scarlatina; più cassa di noce di tomola 3.
Dal citato documento veniamo a sapere che ad Apice, quando si maritava una vergine, i genitori avevano diversi anni di tempo per pagare la dote al marito. Soldi che serviranno alla famiglia (danaro, asciugamani, lenzuola, rame e ferro per il letto). Mentre fin da subito avviene la dotazione del materasso, regali vari ma, principalmente la veste. Essa è rappresentata da una gonnella di saia imperjale con maniche di saia scarlatina. A Valle di Mercogliano si parla sempre di una gonna con goverdina di seta semplice verde. E’ un atto del 1790 del notaio Zigarelli in cui si tratta della concessione a causa di matrimonio di Gennaro della Pia in causa con gli eredi della futura sua sposa Angiola, figlia di Raimondo, avendo avuto questa due scotonazze di lana con veste, quattro coscine di lana anco con veste, una cosolina di rame, una gonna con goverdona di seta semplice verde, dodici libbre di seta, una croce d’oro per uso di donna consistente in pietre rosse, ed verdi, un paio di fioccagli d’oro, e tutti gli altri mobili esistenti in detta sua casa tanto di rame, biancherie, un sumarro c r e tutto quanto acquista esso Gennaro s’intende donato alla detta Angiola sua futura sposa. I mercoglianesi Paolo dello Russo, nel 1746, accompagnato dal padre Angelo, dovendo sposare Rachele Vecchiarelli, figlia della vedova Teresa di Ruggiero, si reca dal notaio Salvatore de Leo, per dare seguito ai Capitoli Matrimoniali contratti, secondo cui la promessa la dote del valore di 35 ducati, cioè la robba s’avesse da consegnare a padre e figlio dello Russo prima della consagrazione del matrimonio. Si trattava di 15 ducati, già ricavati dalla vendita del legname, e di altri 20 riferiti al valore della sua robba consistente in una gonna di drappo di colore di feccia con fiori d’oro e d’argento apprezzata, estimata e valutata per il prezzo di ducati 16, una filza di sennacoli d’oro al numero di 54, apprizzata, stimata e valutata per il prezzo di ducati 9, tre lenzaola nuove di tela di casa per carlini 30, due camicie di donna, una tovaglia e mocaturo di donna con pezzilli attorno per carlini 30, ed un mantesino di tela di cassetta nuovo, un saccone di tela per carlini 15, e 25 braccia di tela nova per carlini 24, che in tutta fanno la somma di ducati 34 e carlini 9. Nel confronto con l’area prettamente avellinese, a Valle di Mercogliano, si parla invece di una gonna con goverdina di seta semplice verde. E’ un atto del 1790 del notaio Zigarelli sulla concessione a causa di matrimonio di Gennaro della Pia in causa con gli eredi della futura sua sposa Angiola, figlia di Raimondo, avendo avuto questa due scotonazze di lana con veste, quattro coscine di lana anco con veste, una cosolina di rame, una gonna con goverdona di seta semplice verde, dodici libbre di seta, una croce d’oro per uso di donna consistente in pietre rosse, ed verdi, un paio di fioccagli d’oro, e tutti gli altri mobili esistenti in detta sua casa tanto di rame, biancherie, un sumarro c r e tutto quanto acquista esso Gennaro s’intende donato alla detta Angiola sua futura sposa.38
Il mercoglianese Paolo dello Russo, nel 1746, accompagnato dal padre Angelo, dovendo sposare Rachele Vecchiarelli, figlia della vedova Teresa di Ruggiero, si reca dal notaio Salvatore de Leo, per dare seguito ai capitoli matrimoniali contratti, secondo cui la promessa la dote del valore di 35 ducati, cioè la robba s’avesse da consegnare a padre e figlio dello Russo prima della consagrazione del matrimonio. Si trattava di 15 ducati, già ricavati dalla vendita del legname, e di altri 20 riferiti al valore della sua robba consistente in una gonna di drappo di colore di feccia con fiori d’oro e d’argento apprezzata, estimata e valutata per il prezzo di ducati 16, una filza di sennacoli d’oro al numero di 54, apprizzata, stimata e valutata per il prezzo di ducati 9, tre lenzuola nuove di tela di casa per carlini 30, due camicie di donna, una tovaglia e mocaturo di donna con pezzilli attorno per carlini 30, ed un mantesino di tela di cassetta nuovo, un saccone di tela per carlini 15, e 25 braccia di tela nova per carlini 24, che in tutta fanno la somma di ducati 34 e carlini 9.
In un altro documento preso in esame, quello del matrimonio fra Rosaria Paragone e Domenico Altiero di Apice, fra i beni dotali, vi sono il letto fornito, consistente in un saccone, un materazzo con rotoli venti di lana, con due coscine, una manta di lana di libre venti, una co[pe]rtina di straccia in pezzi 24 con pontilli in mezzo, due lenzuola di panno… In questo caso il genitore ha quattro anni di panni secondo l’uso e consuetudine di questa Terra [all’in]fuori delle due lenzole. Item Docati cinque di rame e ferro. L’atto notarile non facilemente decifrabile e non ci viene incontro nella ricerca. Ma la curiosità è subito soddisfatta da un capitolo successivo, del 1742, relativo al matrimonio fra Vittoria di Sunno e Gennaro Vetere. In questo caso il genitore per parte femminile deve soddisfare tre anni di pannamenti secondo l’uso di questa Terra fra il termine di anni 3. Item carlini 30 di rame e ferro per il termine di anni 2. Si citano quindi altri beni: il solito materazzo con rotole di lana, il saccone [di foglie di pannocchia altrove dette preglie], una manta cardata di lana di Ducati 4,50. Finalmente ricompare, fra le cose dotali, una gonnella di sai[a] imperiale con maniche guarnita con trame [o trene=lacci?] di seta. Questo tipo di gonna, quindi, è un elemento preciso, sempre presente, che si tramanda di madre in figlia, insieme alle lenzuola e al materasso.
E’ come se le doti fossero un bene delle moglie che però era amministrato dai mariti, come risulta da un atto del 1801. Un paio di fioccagli d’oro da 6 ducati, quattro cuscini di lana, una manta di lana, un telaio di legno da 3 ducati per far tele, un covertino di bambace, quattro lenzole di canapa e stoppa, una guancia di borattino, un sacconte di tela di stoppa e una veste di matarazzo di finiello e altro ancora sono la dote che Aniello Napolitano della Terra di Summonte attesta come marito ed amministratore legittimo di Saveria di Grezia di Ospedaletto.39
Un altro documento, sempre del 1742, riguarda il matrimonio fra Teresa Pagliuso e Bartolomeo Carchietta di Apice. Teresa porta in dote un saccone, un materazzo con rotoli di lana [che] è proprio quello tale e quale che fu di detta quondam sua moglie con le cuscine, una manta cardata di Ducati 4, una co[pe]rtina di braccia 24, un tornaletto. Ma eccoci, come tradizione (ormai appare scontato) al vestito della festa: una gonnella di saia con maniche di saia scarlattina. E’ proprio simile alla dote precedente, ma appare più signorile, quella che Rosa Pagliuso porta allo sposo Giovanni Chiucchiuso, nel 1742: una gonna di saia imperiale di saia scarlatta guarnita però le maniche con trame di seta.
Altri due documenti del 1742, quello relativo al matrimonio fra Vittoria Pagano e Alessandro Barrasso, e fra Vittoria Cacciatora e Angelo Capone, sempre di Apice, ci danno altri elementi. Il primo, quasi indecifrabile, fra le altre cose, annovera sicuramente quattro camicie a ccannatora di tela e pizzilli, due mesali di bambacie fine, due sarvietti in tela a coppetiello e due mesali pure a coppetiello. La Cacciatora, invece, ben più ricca, porterà in dote una gonnella di saia imperiale con maniche anche di saia, guarnite solamente le maniche e il busto di trame d’argento da darola in die sposalitij.
Ed è proprio quest’ultimo documento la vera ciliegina sulla torta: quella che sancisce il giorno del matrimonio come il momento in cui, come da prassi e come da rito in molte Terre della Provincia di Principato Ultra, viene consegnata la gonna che rappresenta una sorta di testimone. Ma non solo. In questo caso particolare, la gonna lunga, nella parte del busto e delle maniche, si impreziosisce di trame d’argento. Abbiamo quindi rinvenuto in ben cinque casi su sette una dote che si caratterizza dalla donazione, nel giorno del matrimonio, di una gonna scarlatta con fregi diversi a seconda dello stato sociale delle donne: gonnella scarlatta di saio imperiale con maniche in saio; gonnella scarlatta di saio imperiale con maniche in frene di seta; gonnella scarlatta di saio [imperiale] con maniche in saio; una gonn[ell]a scarlatta di saio imperiale con maniche in frene di seta; una gonnella [scarlatta] di saio imperiale con maniche maniche e busto in trame d’argento. I costumi ufficiali maschili sono rappresentati dall’uomo in pantalone e camicia bianca e dalla donna in abito lungo scarlatto con fregi ai polsi dello stesso tessuto, seta o anche d’argento. Presumibilmente si tratta quindi di una gonnella di panno scarlatto tagliato a guisa di toga o stola fino al tallone e lavorata a mano. E’ ornata nel lembo da varie fasce sempre di scarlatto o vellutino in seta uguale o diverso da quello della toga. Le cuciture delle maniche sarebbero quindi ornate di liste di scarlattino o vellutino forse ad interlaccio che può ornare anche il busto.
Il caso dell’argento è forse propriamente della chiusura della pettina, così come in alcuni usi, con bottoni d’argento o lacci di seta. L’abito a gonnella si completerebbe quindi, nella parte sottostante, con la vera tunica senza maniche, una sorta di casacca, mentre le gambe, a questo punto, sarebbero coperte da calzette ricamate in seta con ai piedi i classici pianelli ma anch’essi ricamati. Non resta che rovistare nelle soffitte alla ricerca della veste scarlatta.40
Abbiamo quindi rinvenuto in ben cinque casi su sette una dote che si caratterizza dalla donazione, nel giorno del matrimonio, di una gonna scarlatta con fregi diversi a seconda dello stato sociale delle donne di Apice:
1. gonnella scarlatta di saio imperiale con maniche in saio.
2. gonnella scarlatta di saio imperiale con maniche in frene di seta.
3. gonnella scarlatta di saio [imperiale] con maniche in saio.
4. una gonn[ell]a scarlatta di saio imperiale con maniche in frene di seta.
5. una gonnella [scarlatta] di saio imperiale con maniche maniche e busto in trame d’argento.
I costumi ufficiali di Apice sono rappresentati dall’uomo in pantalone e camicia bianca e dalla donna in abito lungo scarlatto con fregi ai polsi dello stesso tessuto, seta o anche d’argento. Presumibilmente si tratta quindi di una gonnella di panno scarlatto tagliato a guisa di toga o stola fino al tallone e lavorata a mano. E’ ornata nel lembo da varie fasce sempre di scarlatto o vellutino in seta uguale o diverso da quello della toga. Le cuciture delle maniche sarebbero quindi ornate di liste di scarlattino o vellutino forse ad interlaccio che può ornare anche il busto. Il caso dell’argento è forse propriamente della chiusura della pettina, così come in alcuni usi, con bottoni d’argento o lacci di seta. L’abito a gonnella si completerebbe quindi, nella parte sottostante, con la vera tunica senza maniche, una sorta di casacca, mentre le gambe, a questo punto, sarebbero coperte da calzette ricamate in seta con ai piedi i classici pianelli ma anch’essi ricamati.
Consuetudine ancora diversa per Altavilla Irpina, secondo i dettami dell’antica consuetudine che pare richiamarsi ai governatore feudali locali. Vale la pena citare la ricca dote che il notaio Antonio Cajfassi annuncia nel 1576 e stipula nel 1579, portatosi dal notaio Crescitiello di Altavilla, in favore della figlia damigella. Si tratta della domicella Angelella Criscitello citata in presenza del governatore del feudo di Altavilla, cioé dell’agente generale Francesco Bruno. Il notaio Cafasso redige quindi l’impegno della dote da farsi dall’onorabilis Berardino de Criscitello alla figlia Angelella il 12 luglio 1579, in un capitolo matrimoniale che ricorda la bona mobilia del valore di 27 ducati da restituire in caso di morte della sposa, secundum istrumento, e antiqua consuetudinem G[overnator]i Terre Altaville, cioè il detto G.i Altaville.
Questa la nota della sposa:
– 1 saccone novo ad braccia venti, Ducati 1.0.0.
– 1 coltra nova di braccia 20 co lo piomazzo, 4.2.0.
– 20 tomola di penne, 4
– 1 paro di lenzola co’ Lenole torchine de 24 braccia nove, 4
– 1 altro paro di lenzola nove, uno di essi co Lenole torchine e l’altro bianco, 4
[Subtotale D.17.20]
– 1 lenzuolo nuovo braccia 12 molence di raso, 2.0
– 1 coperta nova bianca, 3.1.10
– 1 paro di cammise con riticella bianche di filo bianco n(u)ove, 2
– 1 altro paro di cammise non lavorate de intagliato ma alle maniche e l’altra scheotta increspata alle maniche, 2.1.0
– 1 mesale novo calabrese di una canda e mezza, 0.4
– 3 tovaglie intocchi lavorate tutte de intaglio, 1.4.10
– 1 torclo di tovagli braccia dieci, 1.1.0
– 1 coscino lavorato a sete carmosino, 0.2.10
– 1 altro coscino lavorato di seta negra, 0.1.10
– 1 tovaglia lavorata di seta carmosina e reticelle del medesimo, 0.4.0
– 1 vantesino lavorato de intaglio bianco ed reticelle del medesimo, 0.4.0
Anche in questo caso, dunque, quell’antica consuetudine, diremmo del feudo altavillese della famiglia Di Capua, cambia completamente, senza gonnella e fornitura annuale di biancheria, se non unatantum. Insomma la consuetudine è diversa da luogo a luogo, per non parlare delle influenze che ancora pervengono dalla Puglia nel 1587, quando è ancora stretto il legame di Monte Rotario di Foggia con Casalbore. Per questo confronto abbiamo scelto come sempio il notaio Ferdinando Lombardo, sive Terre Montis Rotari, et Casalis Novi, et eorum castro, habitat ione fortellitio dominus vassallis, mediante istrumento rogato in Curia del Magnifico Anelli de Martino de Neapoli. Qui si costituiscono il magnifico Angelo de Ruvio o Ruccio della Terre Casearboris, cioè Casalbore, e l’Illustrissima Donna Lucretia Pignatella de Neapoli juere romano rum utilis padrona Terre Montis Rotari, et Casalis Novi. In dicta Terra Montis Rotari, et Casali Novo proprio di statiaj loci. Ciliegina sulla torta spetta a Benevento, dove, come si ricava dall’atto della Magnifica Cassandra Schinosa di Benevento chità per il matrimonio con Giacomo Masone, si dice che questi, per le nozze, guadagna et s’intende guadagnare la quarta seguendo l’uso di Terra ipsa, cioè 40 ducati, in qualità di sposo…….

Fonti, Bibliografia, Giornali, Riviste e Internet

Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Avellino – 1745/1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Torrioni – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Caserta – 1749
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Santa Maria Maggiore (S.M.C.V.) – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Capua – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Mugnano – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Martina – 1755
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Avigliano – 1743
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Crotone – 1783
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Mercogliano – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Cardito – 1755
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Vico Equense – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Pietrastornina – 1749
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Camposano – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Roccasecca
Archivio di Stato di Sondrio, Querela di Remigio… Anno 1725, segnatura B, Decreti, n. 94.
Archivio di Stato di Avellino, Catasto Onciario di Torrioni – 1742 [fotocopia anastatica]
Archivio di Stato di Avellino, Atti notarili
Archivio di Stato di Salerno, Atti notarili
Biblioteca Comunale di Torrioni
Biblioteca Comunale di Piedimonte d’Alife
Biblioteca Nazionale di Napoli
Biblioteca Provinciale di Caserta
Biblioteca Provinciale di Avellino
Biblioteca Nazionale di Loreto di Montevergine

Aa.Vv., Geografia d’Italia ossia Gran Dizionario storico-geografico-statistico, Vol.II, Milano, Pagnoni, 1854.
Alfano G.M., Istorica Descrizione del Regno di Napoli, Napoli 1775.
Ambrasi D., Riformatori e ribelli a Napoli nella seconda metà del Settecento.
Ambrosino G., La fabbrica di San Leucio, in: AA.VV. Viaggio in Campania, itinerari e informazioni, Napoli.
Andrisani G., Diario Casertano.
Assemani G.S., Italicae Historiae scriptores, I, Roma 1751.
Battaglini M., Il monitore napoletano (a cura di), ristampa di Alfredo Guida Editore, Napoli 1999.
Bascetta A., Storia di S.Agata Irpina- Fra gli antichi Castaldati, Abedizioni, Avellino 2001.
Bascetta A., Mugnano nel 1754. 1°- La Terra di Lavoro, Abedizioni, Avellino 2003.
Bascetta A., Camposano nel 1742, Abedizioni, Avellino 2003.
Bascetta A., Il Tesoro del Marchese Amoretti di Capriglia e Piano d’Ardine, Abedizioni, Avellino 1999.
Bascetta A., La fine del Regno delle Due Sicilie, Abedizioni, Avellino 2002.
Bascetta A., Re Bomba voleva bene a S.Filomena, Abedizioni, Avellino 2002.
Bascetta A., Il principe di Avellino, F.Marino II Caracciolo Abedizioni, Avellino 2002.
Bascetta A., 800 aC, Mugnano del Cardinale nel Lazio Antico, Abedizioni, Avellino 2001.
Bascetta A., Comune di Quadrelle, Abedizioni, Avellino 1998.
Bascetta A., Comune di Marzano di Nola, Abedizioni, Avellino 1999.
Bascetta A., L’esercito di Franceschiello, Abedizioni, Avellino 2001.
Bascetta A., Venticano e le fiere, Abedizioni, Avellino 2001.
Bascetta A., S.Angelo a Scala, Edizioni Opinioni, Avellino 1996.
Bascetta A., Comune di Cassano Irpino, Abedizioni, Avellino 2000.
Bascetta A., Uomini e Terre di Torrioni nel 1700, Abedizioni, Avellino 1995.
Bascetta A., Comune di Capriglia Irpino, Abedizioni, Avellino 1996.
Bascetta A., Carolineo dei Franchi, Carovigno dei Normanni, Abedizioni.
Bascetta A., Comune di Cervinara, Abedizioni, Avellino 1999.
Bianchini L., Della storia delle finanze del regno di napoli, Napoli 1835, III.
Bianchini L., Storia delle finanze nel regno di Napoli, Napoli 1859.
Bindi V., Biblioteca degli Abruzzi e v. M.Como, Palena nel corso dei secoli.
Bovini G., Mosaici paleocristiani scomparsi di S.Maria C.V., in Univ. di Bologna, Ed.Longo, Ravenna 1967.
Bovini G., Mosaici paleocristiani scomparsi di S.Prisco, in Univ. di Bologna, Ed. Longo, Ravenna 1967.
Camilli F.S., l’utilità della costruzione delle pubbliche strada per tutto il Regno di Napoli, Napoli 1793.
Capolongo D., La Commenda Gerosolimitana di Cicciano nel 1515, Comune di Cicciano, 1991.
Cedrone in Riccardi F., I Boncompagni e Roccasecca (1583-1796)
Celano C., Del bello, dell’antico e del curioso della Città di Napoli.
Cicala C., Casali Novo Intus Arcora, excursus storico, Edizioni Manna, 2002.
Cilento N., La Cronaca dei Conti e dei Principi Longobardi di Capua.
Ciuppa G., Il Marzala di Nelson, Lettera di Casimiro Schepis a Lord G.Keith, Palermo, 20.3.1798.
Colletta P., Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825, I, Parigi 1835.
Codechot J., La grande Nation, in: Annales historiques de la Révolution farncaises, Paris 1957.
Coniglio G., I Borboni di Napoli, Varese 1981.
Corniola D., Mezzogiorno borbonico, Abedizioni, Avellino 1998.
Corniola D., Il Novantanove come epilogo.
Croce B., La rivoluzione napoletana del 1799, Napoli 1992.
Croce B., Uomini e cose della vecchia Italia, XIII. Sentenze e giudizi di Bernardo Tanucci, S.II, Bari 1943.
Cuoco V., Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, Ediz.Rizzoli, 1999.
D’Andrea D., Mugnano del Cardinale nella Repubblica Napoletana del 1799, Napoli, 1999.
Decaens J., L’architettura militare, in Aa.Vv., I Normanni popolo d’Europa, mxxx-mcc, Marsilio, Padova 1984.
De Renzi S., Topografia e statistica della città di Napoli.
De Riggi L., L’approvvigionamento dell’acqua del Serino, da: Il Meridiano, Anno V n. 5 del 31.5.1998.
De Riggi L., Il Quartiere Limerenda…, da: Il Meridiano, Anno V n.6 del 30 giugno 1998.
De Rosa G., Vescovi, popolo e magia nel Sud, Guida, Napoli 1983.
De’ Sivo G., Storia Pugliese dei tempi di Manfredi, Tipografia Carluccio, Napoli 1846.
Di Iosa R., Carlantino, 1926.
D’Onofri P., Elogio estemporaneo per la gloriosa memoria di Carlo III, Napoli 1789.
Dumas A., I Borboni di Napoli, I, Napoli 1862-1863.
Esperti C., Memorie Istoriche della Città di Caserta Villa Reale, Stamperia Avelliana, Napoli 1773.
Esperti C., Memorie ecclesiastiche della Città di Caserta Villa Reale, Stamperia Avelliana, Napoli 1775.
Figliuolo B., Longobardi e Normanni, in: Storia e civiltà della Campania.
Il Medioevo (a cura di), G.Pugliese Carratelli, Napoli 1992.
Florio V., Annali Napolitani in: Archivio Storico delle Province Napoletane, XXXI.
Galanti G.M, Nuova Descrizione storica e geografica delle Sicilie, Napoli 1790, IV.
Galasso G., Torri e castelli in Irpinia, W.M. Edizioni, Atripalda 1991.
Gandolfo F., La cattedra papale in età federiciana, in Federico II e l’arte del Duecento italiano, Atti III settimana di studi di storia dell’arte medievale dell’Università di Roma, (a cura di) Romanini A.M., II, Galatina 1980.
Gentile A., Frammenti di storia medioevale nella tradizione linguistica di S.M.C.V.: Berelais-Virilassi-Vurlasci, in: Arc.Stor.Terra di Lavoro, VII (a cura di), Società Storia Patria di Terra di Lavoro, Caserta 1981.
Ghirelli A., Storia di Napoli, Torino 1992.
Gleijeses V., La Regione Campania, storia e arte, Napoli 1979.
Gleijeses V., Castelli in Campania, La Botteguccia, Napoli 1993.
Giustiniani L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, VI-IX, Napoli 1797-1805.
Granata F., Storia sacra della chiesa metropolitana di Capua, Napoli 1766.
Guadagni C., Nola Sagra, 1688.
Hazard P., La crisi della coscienza europea, Torino 1964, p.489.
Iamalio A., Su e giù per il Sannio Antico, Benevento, 1911.
Leone A., De Nola Patria, Venezia 1514.
Lepre A., Terra di Lavoro, in: Storia del Mezzogiorno.
Longano F., Viaggio dell’Abate Longano per lo contado di Molise, 1788.
Lutzenkirchen G., La ‘Rosa di Gerico’ nella tradizione popolare europea, in: Storia e Medicina Popolare, Atti del Convegno, Ferentino, 14-16.11.1991, n.2-3, 1991.
Lutzenkirchen G., Il Thesaurus Pauperum, in: Storia e Medicina Popolare, Atti del Convegno, Ferentino, 14-16.11.1991, n.1, 1992.
Lutzenkirchen G., presentazione, in: Storia e Medicina Popolare, Tradizioni Popolari di Ciociaria, saggio bibl., n.2, 1989.
Lutzenkirchen G., Questo convegno, in: Storia e Medicina Popolare, Studi e ricerche sulle tradizioni popolari nel Lazio meridionale, n.2-3, 1992.
Lutzenkirchen G., Gli Ebrei a Ferentino e nel Lazio Meridionale, in: Storia e Medicina Popolare, Quaderni di Storia-15, Ferentino 2001.
Mandesi, Libro di Memorie…
Manfredi, Note storiche.
Mazzarese Fardella E., Aspetti dell’organizzazione amministrativa nello stato normanno e svevo, Milano 1966.
Mazochii A.S., Commentarii in vetus marmoreum sanctae neapolitanae ecclesiae kalendarium volumen alterum, Neapoli 1744.
Monaco M., Sanctuarium Capuanum, Neapoli 1630.
Mousnier R.-Zambrousse E., Il secolo XVIII, Firenze 1955.
Moranti C., Il concetto della politica di equilibrio nell’Europa moderna, Firenze 1940.
Napolillo V., Nusco e i problemi storici, ABedizioni 1999.
Natale V., Considerazione sopra gli Atti di S.Matrona, Napoli 1775.
Noviello G., Cicciano nel 1746 attraverso il Catasto Onciario, n.18/20, Dicembre 1994.
Noviello G., Atti del Circolo Culturale B.G. Duns Scoto di Roccarainola, n.18/20, Dicembre 1994.
Pacichelli G.B.,Il Regno di Napoli in Prospettiva diviso in Dodeci Provincie, ed.postuma, Napoli 1703.
Paliotti V., Paliotti in Campania, Sorrento-Napoli 1992.
Patturelli F., Caserta e San Leucio, Napoli 1826.
Pecchio G., Storia dell’economia pubblica in Italia, Lugeno 1829.
Perillo D., ragguaglio delle Ville e Luoghi prescelti per uso delle Caccie, Pesche, e simili…, Napoli 1737.
Pontieri E., Il tramonto del baronaggio siciliano, Firenze 1943.
Pratilli F.M., Della via Appia, Stamperia Simoniana, Napoli 1745.
Riccardi F., I Boncompagni e Roccasecca (1583-1796)
Ricciardi R., Piedimonte d’Alife nel 1754.Ricordi e notizie.
Romeo R., Il Risorgimento in Sicilia, Bari 1950.
Romano R., La situazione finanziaria del regno di Napoli attraverso il bilancio generale del 1734, in: Archivio Storico delle Province Napoletane, LXIX (1944-1946).
Sacco F., Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, t.III, Napoli 1796, p.341.
Saitta A., Il cammino umano, II, Firenze 1967.
Salzano A., Vocabolario, Napoli 1979.
Scognamiglio G., La canzone del guarracino (a cura di), Editore Colombo, ed. fuori commercio, Roma 1963.
Schipa M., Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, Milano-Roma, Napoli 1923, I.
Schipa M., Reali Delizie Borboniche, in: Napoli Nobilissima, n.s.III, 1920.
Simioni A., Le origini del Risorgimento politico dell’Italia Meridionale, VI.
Simioni A., Il Regno di Napoli alla vigilia della Rivoluzione Francese.
Sthamer E., Dokumente zur Geschichte der Kastellbauten. Kaiser Friedrichs II und Karls I von Anjoux, II. Apulien und Basilicata, Leipzing 1926.
Tivaroni C., L’Italia prima della Rivoluzione Francese, Napoli 1888.
Trevisani G., Lineamenti di una storia del movimento operaio italiano, I, Milano-Roma 1958.
Turchi M., Sulle acque e sulle cloache della città di Napoli.
U.R.P. Comune di S.M.C.V. (a cura di), Toponomastica della Città di S. Maria Capua Vetere, S.M.C.V. 1997.
Venturi F., Illuminismo italiano e illuminismo delle idee, in: Cultura illuministica in Italia, Torino 1957.
Winkelmann E., Acta imperii inedita saeculi XIII et XIV, Aalem 1964.

Calendario e Notiziario della Corte per l’anno 1793, Nella Stamperia Reale, Napoli 1790.
Notiziario, Nella Stamperia Reale, Napoli 1790.
Assessorato Cultura della Città di Caserta (a cura di), Caserta: I casali st

per i testi non compresi nella bibliografia si rimanda alle note bibliografiche
Note Bibliograficheto di Avellino, Notai di Apice, anno 1742. Per la dote di Altavilla Irpina v. ASAV, Notai di Avellino, Altavilla, Busta 7718, fascicolo anno 1576. Per l’esempio col feudatario di Casalbore, v. notaio Busta 4999, fascicolo 16388, f.146, datato 23 marzo, alla 15esima indizione, nel 1587, in Napoli. Per il matrimonio di Benevento, v.Busta 4999, fascio 16388, f.184, anno 1587.
42. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3226, Regio Notaio Antonio Zigarelli del Casale di Valle, anno 1789.
43. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3218, Notaio Rossi di Mercogliano, anno 1780.
44. ASAV, Notai del Distretto di Avellino, Notai di Pietrastornina, Notaio Ragucci, Busta 5200, pag.298.
45. ASAV, Notai del Distretto di Avellino, Notai di Pietrastornina, Notaio Ragucci, Busta 5200, pag.298.
46. Ivi, Busta 5201, pag.42.
47. Ivi, Busta 5204, pag.8.
48. Ivi, Busta 5204, pag.253.
49. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3219, Notaio Rossi di Mercogliano, anno 1785.
50. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3218, Notaio Salvatore Jacenna di Mercogliano, anno 1807.
51. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3257, Notaio Salvatore Jacenna di Mercogliano, anno 1786/87.
52. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3257, Notaio Salvatore Jacenda o Jacenna di Mercogliano, anno 1789.
53. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3257, Notaio Salvatore Jacenda o Jacenna di Mercogliano, anno 1789.
54. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3257, Notaio Salvatore Jacenda o Jacenna di Mercogliano, anno 1789.
55. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3257, Notaio Jacenda o Jacenna di Mercogliano, anno 1789.
56. ASAV, Catasti Onciari, Fotocopia dell’originale in 4 tomi, come da Archivio della Regia Camera della Sommaria, Serie Catasti Onciari, Provincia di Principato Ulteriore, [Distretto di Avellino], Mercogliano, pag.590 e segg. dell’originale, Rubrica Stato dell’Università. ASAV, Notai di Avellino, anno 1788, Torrioni, notaio Donato Leo, Busta 7389. f.116.
57. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7869, f.22, anno 1794.
58. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7869, anno 1794. ASAV, Notai di Avellino, Busta 7372, fascio 6679, Notaio Pasquale Leo di Torrioni, anno 1798. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7869, f.22, anno 1794.
61. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7894, anno 1796.
62. ASAV, Protocolli Notarili di Avellino, Vol.7379, Busta 4069, Anno 1829. Atti del Notaio Pasquale Leo di Torrioni, atto n.54.
63. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., fascicolo 3562, anno 1841, il matrimonio è al f.22.
64. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., fascicolo 1842, anno 1842. ASAV, Notai di Avellino, Busta 3257, Notaio Salvatore Jacenda o Jacenna di Mercogliano, anno 1789.
65. ASAV, Notai del Distretto di Avellino, Notai di Pietrastornina, Notaio Ragucci, Busta 5200, pag.298.
66. ASAV, Notai del Distretto di Avellino, Notai di Apice, anno 1742.
67. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., fascicolo 3562, anno 1841, il matrimonio è al f.22.
68. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., cit.
69. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., cit.
70. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., cit.
71. ASAV, Notai di Avellino, notaio Carlo Ciampi di Santa Paolina, anno 1740, riguardante l’impegno di matrimonio. Per l’atto sui territori v.ASAV, Notai di Avellino, Notaio Carlo Ciampi di Santa Paolina, B.5972, fascio relativo all’anno 1739, inserto al f.216.
72. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7894, anno 1797.
73. Ibidem.
74. Ibidem.
75. Ibidem.
76. Per il feudatario di Pagliara v. ASAV, Protocolli Notarili di Avellino, vol.7374, anno 1806, fol.64; per l’atto della Marchesa v. vol.7379, Busta 4050. Atti del Notaio Pasquale Leo fu Donato di Torrioni, atto n.63, 1831.
77. ASAV, Protocolli Notarili di Avellino, Vol.7379, Busta 4050, f.64. Atti del Notaio Pasquale Leo fu Donato di Torrioni, anno 1831.
78. ASAV, Protocolli Notarili di Avellino, Busta 7371, fascicolo 7869, anno 1794.
79. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7869, anno 1794. Cfr. ASAV, Protocolli notarili di Avellino, Notai di Prata, anno 1760, pag.38. Nei suoi rogiti si trovano soprattutto documenti riguardanti il bosco di San Martino feodo A.G.P. (f.22), della contrada di San Giovanni a Morcopio, jurisditione Pheudi A.G.P.; et proprie in Aure Francesco Soricelli dicti Feudi A.G.P. (f.43), o materiale di notevole interesse sulla Chiesa Arcipretale di S.Agnesa e Margherita della Terra di S.Agnesa e Calvi con riferimento anche ad antichi Istrumenti di Montevergine, nonchè sul Casale di San Giacomo detto A.G.P. (f.83). Cfr. ASAV, Protocolli notarili di Avellino, Volume 7361, Notaio Donato Leo, pag.3. Cfr. ASAV, Protocolli notarili di Avellino, B.223, fasc.7993; in seguito cfr.B.227-228, anni 1706/1714, notai di Apice, notaio Onofrio Pappone. Cfr. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7894, anno 1797, f.105; ivi, Busta 7351, fascicolo 7894; ivi, B.7377, fasc.8491, notaio Pasquale Leo fu Donato di Torrioni, anno 1821, f.63 et altri. L’atto del Duca Sambiasi e arciprete Majatico è il n.30 al f.14. Cfr. ASAV, Notai Avellino, notaio Girolamo Pappone di Apice, Busta 227, anni 1750-52; Ivi, busta 1761, Notai di Pietrelcina, f.51v.
80. ASAV, Fondo Notai di Avellino, Busta 226, Notaio Onofrio Pappone di Anno 1723.
81. Ibidem.
82. Ibidem.
83. ASAV, Fondo Notai di Avellino, Busta 226, f.7, Notaio Onofrio Pappone di Anno 1737.
84. Ibidem.
85. Ibidem.
86. Ibidem.
87. Ibidem.
88. ASAV, Notai di Avellino, notaio Carlo Ciampi di Santa Paolina, anno 1740, riguardante l’impegno di matrimonio. Per l’atto sui territori v.ASAV, Notai di Avellino, Notaio Carlo Ciampi di Santa Paolina, B.5972, fascio relativo all’anno 1739, inserto al f.216.
89. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7894, anno 1797.
90. Per il feudatario di Pagliara v. ASAV, Protocolli Notarili di Avellino, vol.7374, anno 1806, fol.64; per l’atto della Marchesa v. vol.7379, Busta 4050. Atti del Notaio Pasquale Leo fu Donato di Torrioni, atto n.63, 1831.
91. ASAV, Protocolli Notarili di Avellino, Vol.7379, Busta 4050, f.64. Atti del Notaio Pasquale Leo fu Donato di Torrioni, anno 1831.
92. Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7869, anno 1794.
93. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7869, anno 1794.
94. ASAV, Protocolli Notarili di Avellino, Vol.7360, Busta 7829, Anno 1757. Atti del Notaio Domenico Leo di Torrioni. Per l’albero genealogico della famiglia di Vito e di altre famiglie di Torrioni si rimanda al testo A.Bascetta, Torrioni nel Regno di Napoli, ABEdizioni, Avellino.
95. ASAV, Notai di Avellino, Altavilla, Busta 7718, fascicolo anno 1734, f.286.
96. Ivi.
97. Ivi.
98. Ivi.
99. ASAV, Notai di Avellino, Busta 7363, fascicolo 7872 anno 1763, f.94.
100. Ivi.
101. ASAV, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Anno 1742 (sic!). Capifamiglia per nome: lettera A [primi 20].
102. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettera B.
103. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettera C.
104. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettera D – E.
105. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettera F.
106. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettera G.
107. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettere I-L.
108. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettere M.
109. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettere N.
110. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettere O-P-Q-R-S.
111. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Capifamiglia per nome: lettere T/V.
112. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Vedove e vergini, pag.917.
113. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Fuochi assenti, pag.972.
114. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Cittadini assenti per i quali v’è in padria chi sopporta il peso de’ fuochi e non sono fuochi aquistati altrove, pag.987.
115. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Forastieri Abitanti Ecclesiastici, pag.1285 [ASAV, Nell’indice collettivo sono detti Ecclesiastici Secolari Forestieri Abitanti].
116. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Ecclesiastici Secolari Cittadini.
117. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Forastieri bonatenenti, pag.1987 [Nella Collettiva sono detti Forastieri non abitanti laici].
118. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Forestieri Bonatententi, ultima voce n.322, pag.1468-71.
119. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Collettiva Generale dell’Oncie, pag.1564.
120. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Forastieri abitanti laici.
121. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Chiese, Monisteri, Luoghi Pij cittadini, pag.1051 [nell’indice le once dichiarate verranno tagliate della metà, come per legge, ma solo nella somma finale della Collettiva].
122. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Chiese, Monisteri, Luoghi Pij di diversi luoghi pag.1486.
123. ASNA, Principato Ultra, Distretto di Avellino, Avellino, Onciario, Vol. n.4542, Anno 1745. Forastieri Non Abitanti Ecclesiastici Secolari, pag. 1754.

Continua
Potere e nobiltà nella città dei papi. Eresie romane di Niccolò Franco da Benevento (1515-1570)

Potere e nobiltà nella città dei papi. Eresie romane di Niccolò Franco da Benevento (1515-1570)

L’uomo di lettere del Rinascimento beneventano

 

Vengono qui raccolte in un unico volume due momenti dell’attività di scrittore e di poeta di Nicolò Franco. Il primo capitolo è dedicato al soggiorno del Poeta Beneventano a Casale Monferrato, a contatto con un ambiente culturalmente vivace e interessante.
In questo primo capitolo, in particolare, ci si sofferma su una delle opere che il Franco scrisse durante il suo soggiorno a Casale Monferrato. Il soggiorno monferrino, durato alcuni anni, consentì al nostro autore di dedicarsi alla stesura del romanzo intitolato Philena, un nome greco attribuito alla donna amata, come, prima di lui, aveva fatto Giovanni Boccaccio, chiamando con nomi greci i protagonisti di alcune sue opere. Con questo romanzo, Philena, il Franco si cimenta con gli autori che avevano trattato, in prosa e in versi, il tema dell’amore, che da passione diventa motivo di riscatto sociale e culturale.
Il poeta sembra dirci che la metafora della vita come un sogno, non deve distrarci dalla speranza e dalla ricerca continua del bene, anche quando tutto sembra lasciarci in balia delle onde del mare in tempesta:
— Noi siamo veramente sembianze d’onde marine, le quali mentre sospinte sono hora da prosperi, e hora da venti avversi, quando avanti si traggono, e quando indietro si chinano. La qual cosa fa, che durar non può sempre il rigor dei contrari fiati. E perciò veggiamo i mari hora con ispumose montagne alzati, e pur’ hora ridutti ne le pianezze piacevolissime, cosi come e rapidi torrenti non sempre torbidissimi correre, e danneggiare i confini loro, ma solere a la limpidezza dei lor christalli, e a la lentezza dei corsi in breve spatio ritornare. Il nimico, e guazzoso Verno non è sempre intera parte de la stagione: e veggiamo similmente l’Autunno suto già spogliato de suoi honori, rinvigorirsi tantosto nel verde suo. Mal fa chi d’e vostri pari si trova nel male, e non spera il bene.
I dodici libri in cui è suddiviso il romanzo Filena sono scritti in una prosa scorrevole e, oserei dire, moderna. Essi ritroviamo il pensiero del nostro autore su temi a lui cari: l’amore per la sua donna, il legame forte con la sua patria, Benevento.
Il secondo capitolo è dedicato all’Epistolario, dove il nostro Beneventano fa riferimenti a luoghi e a personaggi della sua città e della provincia di Principato Ultra. Qui preme sottolineare la valenza formativa che l’epistolario ha per la ricostruzione della Storia, con particolare attenzione alla dimensione locale di essa.
I cambiamenti avvenuti in questi ultimi decenni nella scuola hanno contribuito a rendere il campo di ricerca sulla storia locale, un terreno ambiguo e di scontro, perché non sono mancate rappresentazioni del passato legate anche ad esigenze politiche attuali. Sono emerse anche proposte politiche che hanno trasformato a loro uso il passato regionale e locale, mitizzando le “piccole patrie”, e costruendo identità chiuse in sé stesse, col risultato di produrre contrapposizioni ed esclusioni, anche stravolgendo le vicende storiche per idealizzare il passato.
Valorizzando il patrimonio culturale locale come testimonianza e rappresentazione del passato e la presenza in esso di diversificate storie di uomini e di donne, si rende significativo il legame tra il presente e il passato in tutte le sue sfaccettature. Perciò l’insegnamento, lo studio e la ricerca delle storie locali può predisporre alla comprensione delle differenze tra le varie “patrie”, come ricchezze per la società tutta. Occorre rendere produttiva la familiarità col luogo dove si vive, proprio in questi anni in cui si assiste a un progressivo spopolamento delle zone interne del Mezzogiorno. Più importante è aiutare gli allievi a pensarsi come soggetti di storie non a una dimensione, cioè quella dell’esaltazione del proprio territorio, ma artefici di una memoria della comunità che nasce dal molteplice. In questo modo si contribuisce veramente alla formazione dei cittadini futuri.
L’idea di un “controllo politico” sui testi di storia che si adottano nelle scuole, in particolare quelli per gli ultimi anni dei cicli, non può trovare accoglienza. Ma nei paesi in cui vigono regimi totalitari e dittatoriali questo accade.
La storia non è mai univoca, perché ogni azione dell’uomo ha in sé il germe dell’ambiguità. “Le cose –scriveva Agostino nelle Confessioni- in quanto esistono, sono tutte vere; né si ha falsità se non quando si crede che esista ciò che non esiste…E le cose non solo s’accordano ciascuna con il proprio luogo, ma anche con il proprio tempo”.
Non saranno certamente i decreti ministeriali a stabilire “la verità storica”, caso mai essi concorreranno a determinare fatti e atteggiamenti. Che non venga in mente a qualcuno di introdurre, come per la riservatezza delle persone, un’autorità che vigili sulle battaglie e sulle guerre riportate nei testi di storia, comminando pene e multe per gli autori, gli storici, che risultassero parchi o eccessivamente abbondanti nel riferire vittorie, fasti e trionfi ma anche morti, stragi e purghe.
La percezione del “locale”, così come viene inteso , cioè una dimensione che va dalla storia municipale a quella regionale, a quella nazionale ed europea, dipende quasi del tutto dall’ esigenza di isolare fenomeni e percorsi che hanno spesso proprie peculiarità per quanto riguarda le fonti e i quadri generali di riferimento. Vale a dire che anche se volessimo ancorare il nostro oggetto di studio ad un piccolo spazio geografico, scopriremmo lo stesso che questo è mutevole nel tempo, nello spazio e nei suoi riferimenti generali.
Siamo partiti dalla scuola e alla scuola facciamo ritorno; perché anche lì si gioca il ruolo che deve avere la storia nella nostra civiltà, che sembra perdere la cognizione del tempo passato e non sa intravedere quella del tempo futuro.
Una corretta nozione del rapporto tra storia locale, regionale, nazionale, europea, e possiamo aggiungere globale, diventa determinante per acquisire la consapevolezza che l’identità sociale è fatta certamente di differenze e di dissonanze, ma anche e molto spesso di somiglianze e di percorsi condivisi

V.I.

Continua
ABECEDARIO di CASERTA. EAN 9788872974483

ABECEDARIO di CASERTA. EAN 9788872974483

BASCETTA ANALIZZA 1700 FAMIGLIE IN SEI QUARTIERI E 22 CASALI

Millesettecento famiglie divise in sei quartieri che riuniscono ventidue casali, per un totale complessivo, aggiungendo il numero di vergini, bizzoche, vedove, bonatenenti ed ecclesiastici, che non si dovrebbe discostare di molto dagli 8.625 residenti qui accertati e trascritti. Una cittadina piccola, tutto sommato, i cui abitanti erano sparsi più per le frazioni che nel centro capoluogo. Il Quartiero di Poccianello, con 358 capifamiglia effettivi, comprendeva infatti Poccianello, Briano, Alifreda e Ercole.
Il Quartiero della Città, con sole 233 famiglie, comprendeva la Città, Sommana, Casola e Pozzovetere. Il Quartiero di Toro era abitato da 297 famiglie, mentre quello di Santa Barbara da sole 66 sparse fra Toro, Garzano, Saturano, Piedimonte e Sala. Il Quartiero di S.Clemente aveva ben 467 famiglie divise fra S.Clemente, Centorano, Tredici, Falgiano e S.Benedetto. Nel Quartiero di Casolla c’erano 187 fuochi riferiti a Casolla e Mezzano. Il Quartiero della Torre con 188 famiglie comprendeva la sola Torre.33
I volumi catastali furono redatti da una commissione scelta dagli eletti dell’Università, i quali, per quanto super partes, erano sempre di nomina feudale.
In questo periodo andavano infatti distinguendosi solo i figli dei vassalli sotto il controllo feudale diretto.
Sono quelli che hanno il beneficio della libertà e che permettono a pochi altri cittadini dell’Università di uscire dalla condizione di miseria in cui versano.34
Il Catasto Onciario della Città di Caserta fu redatto da otto persone scelte, cioè deputati alla trascrizione delle rivele fatte dai cittadini, dopo aver accertato la veridicità del dichiarato, e perciò chiamati deputati et estimatori. Si tratta di un nobile che vive civilmente, Gioseppe Ricciardo, l’unico degli otto a possedere il titolo di Don, il quale dichiara per primo di possedere un edificio insieme al fratello e un altro al Portico di Capua, oltre una giomenta per galesso. Questo fa presupporre che ci sia anche il calesse, ma nella dichiarazione non se parla.35 Idem per Giacomo Pastore, visto che anch’egli vive civilmente, il quale dichiara di possedere le case costruite nel Casale di Tredici e nel Casale di San Clemente e quelle dove abita con la famiglie e i servi.36
Il civile Donato Ricciardo possiede una casa, cento pecore e mezzo uliveto censuato dalla Menza Vescovile di Caserta.37
A seguire vi sono due braccianti, forse perchè in grado di conoscere i più piccoli appezzamenti: Angelo Mandato, che abita alla Torre di Caserta in casa di sua moglie, Andrea Centore che possiede un edificio di case sue e Domenico Centore, anch’egli con casa propria.38
Chiudono la lista dei deputati della Commissione catastale due massari benestanti. Premesso che gli ultrassessantenni non pagano tasse, vale la pena di ricordare che gli introiti di Don Gioseppe, ammontanti a 273 once, sono ampiamente superati da Giacomo Pastore che dichiara 619 once accertate.39

I nomi dei luoghi abitati di Caserta sono giunti fino ai nostri giorni pressochè invariati, fatta qualche eccezione. Riconoscibili da toponimi “classici” furono raggruppati in zone: il Quartiero della Città, il Quartiero della Torre, conosciuto anche nella variante di La Torre, Quartiero di San Clemente, Quartiero di Toro o Tuoro, Quartiero di Casolla, Quartiero di Poccianello o Puccianello. L’originario borgo esistente è chiamato solo Città, ma ha pari dignità con gli altri antichi caseggiati distribuiti ai piedi dei monti, diremmo gli altri borghi, al punto di essere divenuti ufficialmente tutti rioni del territorio cittadino che, unitamente a casali, villaggi e qualche castello, rappresenta lo Stato di Caserta. L’Università amministrativa che ha sede nella Città, del resto, si è già trasferita di fatto a Torre e risulta formata dai rappresentanti dei sei quartieri convicini: Città, Torre, San Clemente, Toro, Casolla e Poccianello.
Ogni quartiere elegge un rappresentante che va a formare l’esecutivo dell’Università che, al pari di altri comuni della Provincia di Terra di Lavoro, possiede delle spese fisse da sostenere, come si legge per esempio nei volumi degli atti preliminari, dov’è allegato il singolo atto di fede di ogni cittadino, cioè l’impegno scritto, a cui spesso si rimanda, giusta la fede puntata nel volume degli atti preliminari. Ed è partendo da queste dichiarazioni, anzi dalle rivele effettuate dai cittadini (quasi sempre spontanee), che le commissioni poterono redigere i catasti in tempi brevi per l’epoca, benchè in alcuni casi furono consegnati dopo dieci anni. Seguendo gli indici analitici dei volumi catastali denominati Repertori, si può ufficializzare il raggruppamento delle frazioni intorno a nuclei principali, accertando quali casali appartengono a questo o a quel quartiere, sebbene il Catasto mostri delle incongruenze, atteso che sono stati riscontrati errori fra i nomi trascritti nei singoli volumi e quelli elencati nel Repertorio. Comunque sia, stando alla comparazione, si ha un quadro accettabile leggendo nel Repertorio i quartieri di:
– Poccianello che comprende Briano, Alifredo, Ercole;
– Città trascritta con Sommana, Casola, Pozzovetere;
– Toro che include Santa Barbara, Garzano, Saturano, Piedemonte, Sala;
– Santo Clemente con Centorano, Tredici, Falgiano, S.Benedetto;
– Casolla unita a Mezzano;
– Torre.

Diverse le storie esaminate, molti i fatti ricordati. Arturo Bascetta, in particolare in quest’opera storica più che nelle sue tante altre, vive fino in fondo, come pochi altri, taluni dei problemi più ardui della storia, prima fra tutti il rapporto tra storia locale e storia nazionale, tra storia particolare e storia generale, rifuggendo con onestà intellettuale e spirito libero dalla generalizzazione di fatti storici particolari che sono unici e irripetibili, come i tanti fatti, eventi ed episodi descritti con acume e perizia in questo suo libro a cui auguro una grande diffusione tra i giovani che, non per loro colpa, sanno pochissimo, se non proprio nulla, dei paesi dove sono nati e vivono. Lacuna che sarà certamente eliminata da questo lavoro che rappresenta un nuovo rapporto tra fatti, eventi, istituzioni, in cui però la nostalgia del passato non comporta il disperdersi della realtà, delle tradizioni molteplici nel tempo; non si fa promotrice di una nuova azione e di nuovi ideali possibili. A questo si associa la disciplina storica, che di quegli ideali e di quei principi si rende garante, senza cedimenti di sorta alle metamorfosi di revisionismo che accompagnano le forme deviate e devianti, spurie, del pensiero storico che a me piace chiamare pensiero critico. E tale è anche per Bascetta che con Omodeo è del parere che “la vera grandezza umana si afferma in discrimine rerum, nella possibilità di perdere e di trionfare, di fallire e di riuscire”.
E’ il motivo alla base di queste pagine. Al centro dell’attenzione del Nostro, come detto innanzi, resta Avellino, a cui Bascetta è molto legato e di cui a me sembra addirittura innamorato per il suo scovare documenti, diari, racconti autobiografici e nomi che riguardano questa blasonata e antica città dei Due Principati, della quale molti cittadini sono stati autori di cose nobili e non, di fatti eroici e di intraprese in una con intrighi, false testimonianze, tutte cose che, nel complesso, le fanno onore.
L’Autore in questa sua opera, come in tante altre ricostruzioni storiche, sa bene che il “processo compiuto”, tetelèsmonon, sfugge per principio alla diretta conoscenza del soggetto umano per il quale è possibile solo una “conoscenza congetturale”, dòkos. Del resto il primo frammento di Ecateo, il famoso storico di Mileto, recita: “Scrivo quanto segue conformamente alla mia ricostruzione congetturale della verità”. E Bascetta, come il primo celebre storico antico, può dire che non pretende di aver conosciuto direttamente la “verità”, ma semplicemente di averla ricostruita, a partire dai dati da lui pazientemente e sagacemente raccolti.
E’, questo, un ulteriore merito dell’Autore di un succoso libro, il quale, con la sua fecondità e creatività, rifiuta la storia semplicistica che si ferma alla superficie degli avvenimenti, una storia che fa dipendere tutto da un solo fattore, che si basa su analisi troppo eclettiche e che si smarrisce nella molteplicità delle circostanze: la narrazione sistematica che non distingue tra motivi e cause. Il Nostro ha una concezione profonda e diversa della storia, che spezza la crosta dell’interpretazione critica povera e sclerotica, quella che è stata giustamente definita pseudo-storia.
Bascetta, seguendo Marc Bloch, “di fronte all’immensa e confusa realtà”, fa la propria scelta basandosi non sull’arbitrio, bensì nell’analisi scientifica del documento che gli consente la ricostruzione e la spiegazione del passato. Esamina, analizza, scruta fatti ed eventi, ciascun individuo, noto o ignoto, che svolge la sua parte nella vicenda storica, anche con ipotesi e congetture, ma soprattutto con un lavoro delicato e appassionato, che, in sintesi, è il suo pregio maggiore.

Prof. A.Cillo † Critico letterario

Continua
ATTI DI NOTAI SANNITI. Palazzo d’Aquino sede del generale, Rione S.Eustachio a Vetere, il vaiolo di Telese, viri, siri, poeti e vicari

ATTI DI NOTAI SANNITI. Palazzo d’Aquino sede del generale, Rione S.Eustachio a Vetere, il vaiolo di Telese, viri, siri, poeti e vicari

indice del volume

INDICE

1. D’AQUINO A S.EUSTACHIO RIONE VETERE

2. Borgia Duca di Benevento: il Sannio BIS

3. ariano Vicaria di benevento

4. NOTAI PROVINCIALI DEL RINASCIMENTO

5. il cronista della Valle di Vitulano

6. il patto franco-spagnolo del 1501

7. LA PESTE DEI FRANCESI SU MONTEFUSCO

8. FEUDI OMONIMI SU VIE NUOVE DIVERSE

 

9. PAPA ORSINI E IL GOVERNATORE BOSCHETTO

Nel 1599, come da Concilio provinciale, l’arcivescovo di Benevento ottenne la facoltà di riconferire le insigne badiali mitrate dentro lo stesso Regno di Napoli.
La provincia ecclesiastica chiamata Nuovo Sannio aveva 18 vescovi su 25, sebbene fossero stati 32, perché in antico comprendeva tutta la Puglia ed era chiamata Metropoli Campania: latissima est ejus Provincia decem et octo Episcoporum, licet non multum sit temporis, cum viginti quinque esset, ut in valvis aereis ipsius Ecclesiae et nomina Episcoporum, et effigies monstrant. Olim vero triginta due habuise, et Metropolim Campaniae, totiusque Apuliae appellatam esse antiquissima ipsius documenta testantur.99
L’arcidiacono Nicastro confermò l’uso di mitra e pastorale alle 12 abbazie antiche recensite: usum Mitrae habent; nempe
[1.] S.Mariae de Strata (Matrice di Limosani),
[2.] S.Mariae de Fasolis (Faifolis di Montagano di Limosano – ma nel dubbio è Foglianise),
[3.] S.Mariae de Eremitorio (Campolieto di Limosani),
[4.] S.Petri de Planisio (S.Elia a Pianisi – Cb),
[5.] S.Laurentii de Apicio (Apice-Bn),
[6.] S.Maria a Guglieto (Vinchiaturo di Boiano),
in presentiarum Collegio beneventano Societatis Jesu unitae,
[6.bis S. Maria de Rocca prope Montem
Rotanum (Monterotaro, lungo il Fortore]
[7.] S.Mariae de Decorata (Riccia-Gildone),
[8.] S.Maria de Campobasso (di Boiano),
[9.] S.Maria de Ferraria prope [Oppidum] Sabinianum,
[10.] S.Mariae de Venticano Bibliothecae Vaticanae unitae, et /
[11.] S.Silvestri in Oppido S.Angeli ad Scalam.
[12.].100
V’erano altre 4 abbazie et S[anta] R[omana] E[cclesia] cardinalibus commendatur, cioè che risultavano commisariate perché sono finite in Commenda:
– S.Sophiae Beneventi,
-S.Joannis in luco Mazzocca,
-S.Maria de Cripta in Oppido Vitulani,
-et S.Fortunati in oppido Paulisiorum.
Erano poi le 3 Commende Equitum (prefettizie):
– S.Joannis Hierosolymitani Beneventi,
– Montisfusci,
– et in Oppido Montisherculis enumerantur.
E ve n’erano altresì 2 esistenti in Benevento:
– Collegiatas Ecclesias S.Bartolomae praecipui Patroni,
– et S.Spiritus.
Furono invece 6 quelle costruite o da costruire in Diocesi:
– nempe S.Joanuis in Balneo praefatae Civitatis Montifusci,
– SS.Annunciationis Altavillae,
– SS.Assumtionis Montiscalvi,
– S.Salvatoris Morconi,
– S.Bartholomei Padulii,
– et SS.Trinitatis in Oppido Vitulani anno 1716 eretta.
Nella nota seguono i dati sui 178 luoghi, compresi quelli con le grancìe ex dipendenze delle abbazie beneventane, così come descritto negli atti dei Concili. Si tratta di Terre, Casali e feudi compresi in due province del Regno:
– Montefusco (in Diocesi di Benevento dipendente dall’Arcidiocesi Metropolitana di Benevento)
– Lucera (Diocesi dipendente dalla Metropolia beneventana).101
In passato, il distretto diocesano del vescovo della Montagna, si chiamava Valle Beneventana. De Lellis ricorda di Guevara di Guevara Signor d’Arpaia che era stato Governatore della Valle Beneventana prima che nascesse la nuova provincia del Principato con confini e capoluogo più volte modificate.102
Con l’ultimo riassetto provinciale la Valle Beneventana e la Montagna ricaddero in diocesi di Benevento, cioè sotto un vicario dell’Arcivescovo e i paesi si ritrovarono con alcuni casali elevati ad Università comunali ed altri ancora in regime feudale coi vassalli schiavi dei loro baroni. Capitò quindi, come nel caso di Torrioni, che una parte dei Casali raggiungessero l’agognata meta della libertà, con l’istituzione amministrativa propria, e un’altra parte dei Casali restasse invece sotto la potestà feudale. Questo a prescindere che si costruissero oratori del Rosario e chiese di San Michele un po’ ovunque, nonchè si ricostruissero chiese badiali come da convezione Vescovo-Viceré del 1599.103
In un volumetto dato alle stampe dal Capaccio nel 1635 si elencano le parti del Regno con Napoli come Metropoli che rende felicissime le sue provincie che sono in numero di 12: Terra di Lavoro, Contado di Molisi, Apruzzo Citra o Sannio, Apruzzo Ultra, Principato citra che sono i Picentini, Principato ultra che sono gli Irpini, Capitanata o Daunia, Terra di Bari o Peucetia, Terra d’Otranto o Iapigia, Basilicata o Lucania, Calabria citra o Brutij, Calabria ultra o Magna Grecia. A suo dire le province sono contigue quasi tante membra rendono unito così bel corpo del Regno e ognuna dipende da un proprio Viceré, un’ex Capitano fatto Governatore, che non può essere paragonato agli ex Viceré di Napoli, paragonabili ad un Duca perché sono secondarij padroni per dipendenza avendo qualche preeminenza nell’esser Maestri di Soldati. I Duchi-Viceré centrali, quelli seduti al posto del Re a Napoli, differivano da questi Viceré provinciali nel titolo ma anche nella milizia: come il fantaccino sta ad un Capitano, se considerate un Viceré come Capitan Generale di Sua Maestà, come nel caso del Duca d’Alva che possedette la cavalleria e più di ventiduemilia pedoni, un terzo di tutta milizia del Regno.104
Pubblicato in Napoli nel 1614, e poi ripubblicato nel 1620, nel 1629 e nel 1671, con il quadro definitivo delle 12 province del Regno e l’aggiornamento sul censimento delle famiglie, c’è un volumetto che fa luce sull’ubicazione provinciale dei paesi. All’epoca a Napoli c’era il Re, ma esistevano anche 7 Vicarie con 7 Udienze rispettivamente rette da Viceré Vicari ed uditori in Principato Ultra (Montefusco), Calabria Ultra e Citra (Cosenza e Catanzaro), Terra d’Otranto (Lecce) e Terre di Bari (Trani), Abruzzi (Chieti) e Capitanata (Lucera), il cui Viceré governava anche il Contado di Molise.105
Nella provincia di Principato Ultra vi sono “undici Città, delle quali Benevento, e Consa sono Arcivescovadi, e li vescovadi sono Ariano, Avellino, Bisaccio, Sant’Angelo de’ Lombardi, Cedogna, Montemarano [nell’edizione del 1614 e del 1620 c’è anche Monteverde], Nusco, Voltorara, Vico della Baronia dai moderni detto Trivico, S.Agata delli Goti. Vi sono 140 [erano 160 nel 1614] tra Terre, e Castella che sono in tutto 171”.106
L’opuscolo segnala che “nel territorio di Prata di questa provincia sono le miniere dell’oro, e dell’argento. In questa provincia risiede la Regia Audientia nella Terra di Montefuscolo con il Viceré; con provisione di ducati seicento l’anno, con alcuni emolumenti; e Sua Eccellenza li ha due auditori, con provisione di ducati trecento e quaranta per ciascuno, con l’avvocato fiscale Trombetta, e quindici alabardieri tutti provisionati con trentasei ducati per uno l’anno”. Ricapitolando, Montefusco, non è una metropoli, perché le sedi metropolitane arcivescovili sono quelle di Benevento e Conza; ma non è neppure una città, perché non ha un vescovo, essendo la stessa Benevento anche sede del vescovo vicario della diocesi in cui ricade Montefusco. Nè c’entrano più le città di Avellino ed Ariano.
Però, pur essendo Benevento la sede ecclesiastica provinciale, la giustizia è invece amministrata dai delegati del Regno in cui ricade il territorio. Quindi Montefusco è sede dell’Udienza del tribunale provinciale e relativo carcere che è così composto:
– 1 viceré
– 2 giudici
– 1 avvocato del fisco per sequestrare i beni
– 15 soldati alabardieri.
Per tornare alla prima edizione del volumetto c’è da aggiungere che non manca di citazioni e, nel ricordare l’amicizia di Re Carlo d’Angiò con Simone Mascambruni di Benevento, ne attesta la discendenza in loco fino all’ultimo erede, Gasparro Mascambruni, diventato rivoltoso. Questi, “fu sì ardito, e bellicoso, che posta insieme una gran massa di gente forastiera, datali da alcuni Signori dei luoghi convicini suori parenti, tentò d’impadronirsi di Benevento; come si legge in un indulto di sua santità fatto a Gasparro Mascambruni, governando la Città il Conte Buschetto”………
Il Conte Roberto Boschetto di Modena era Signore di San Cesario sul Panaro. La figlia sposò Giovan Francesco della Mirandola,mentre la sorella impalmò Gherardo Rangoni per volere del padre Albertino Boschetti, famoso condottiero di ventura.
Ai tempi della scoperta dell’America viveva alla corte napoletana, inizialmente come paggio, indi come gentiluomo, affiancando poi il padre a San Giovanni Rotondo nel Gargano, caduto poi in disgrazia, quando lasciò il Regno. Tornato a Mantova, partecipò alla battaglia di Fornovo e combatté agli ordini del Marchese di Mantova, Francesco Gonzaga trattando la pace con Gian Giacomo da Trivulzio su Vercelli, facendo ufficialmente parte della corte gonzaghesca e partecipando a numerose giostre.
Nel 1500 fu a Roma, in occasione del giubileo, al seguito della duchessa di Urbino Elisabetta Gonzaga, difendendo poi Bologna per conto di Giovanni Bentivoglio, e ammalandosi a Mirandola.
Gli estensi, a causa del padre, gli confiscano tutti i suoi beni e gli tolgono San Cesario sul Panaro, ma nel 1510 è nominato governatore di Mirandola da Francesca da Trivulzio. Il papa Giulio II gli fa anche restituire il suo feudo.
L’anno dopo è «assediato in Mirandola dai pontifici; avvia trattative con Giovan Francesco della Mirandola per un’eventuale resa nelle mani di Marcantonio Colonna: i colloqui non hanno alcun esito a causa di Alessandro da Trivulzio. Fatto prigioniero quando il castello è espugnato, si riscatta e si offre al servizio del marchese di Mantova. Il pontefice gli impone di non ritornare più al servizio dei da Trivulzio; non obbedisce. Quando i francesi recuperano Mirandola viene nominato loro luogotenente. E’ segnalato nella sfilata delle truppe francesi che si svolge davanti al re Luigi XII».
Nel 1512 partecipa alla battaglia di Ravenna; viene armato cavaliere per il valore dimostrato nello scontro e l’anno dopo è inviato da Trivulzio «presso l’imperatore Massimiliano d’Austria al fine di ottenere il riconoscimento di Mirandola a loro favore. La signoria della città è, invece, assegnata a Giovan Francesco della Mirandola, mentre al pupillo di Roberto Boschetti, Galeotto della Mirandola, è assicurata quella di Concordia. Passa al servizio di Giuliano dei Medici. A Modena per fungere da paciere tra le fazioni dei Rangoni, dei Tassoni, dei Carandini e dei da Fogliano, divisi tra partigiani del pontefice e sostenitori dell’ imperatore e degli estensi. Sempre in Modena presenzia ad una cerimonia religiosa con il nuovo governatore pontificio Fabiano Lippo. Prende parte al successivo consiglio generale cittadino. Viene inviato dal luogotenente di Piacenza Goro Gheri presso Giuliano dei Medici. Alla morte di Giuliano dei Medici si trasferisce agli stipendi del papa Leone X, sempre di casa Medici».108
Nel 1516 ancora combatteva al fianco di Francesco Maria della Rovere nel ducato di Urbino al comando di 2000 fanti, di cui 800 fra corsi e spagnoli. Ottenuto per accordo Maiolo, assediò San Leo e si impadronì del monte sopra la rocca.
«Nel 1517 si porta ad Ancona come commissario pontificio. Ha il compito di provvedere all’ approvvigionamento di tutto l’esercito pontificio nella guerra provocata dal della Rovere……………..
E’ inviato a Roma dal cardinale di Bibbiena Bernardo Dovizi per perorare la causa dei Bentivoglio che desiderano rientrare in Bologna.
Gli viene concessa la cittadinanza di Ancona. Si sposta in Toscana e controlla nel Casentino i movimenti del della Rovere. Al termine del conflitto è scelto dal duca di Urbino Lorenzo dei Medici come viceduca e suo luogotenente nel ducato.
Nell’esercizio della sua carica si comporta in modo esoso; perseguita i simpatizzanti del della Rovere.
Alla morte di Lorenzo dei Medici viene confermato nel suo incarico dal papa. Si porta a Gubbio; a Cagli scopre una congiura ai suoi danni: i complici del complotto sono catturati e strangolati.
Si incontra a Perugia con Gentile Baglioni, dopo che questi è potuto rientrare nella città a seguito dell’ esecuzione in Roma di Giampaolo Baglioni.
Viene nominato dai pontifici conte di palazzo ed è confermato nel feudo di San Cesario sul Panaro.
Nel 1521 su ordine di Leone X confisca ai Fregoso i loro beni nei contadi di Urbino, di Senigallia e nel Montefeltro perché fautori della causa francese. Nello stesso anno delibera di migliorare le difese della cinta muraria di Pesaro.
Alla morte del pontefice è riconfermato nelle sue cariche dal collegio dei cardinali. Non è in grado di opporsi all’avanzata del della Rovere. Gli abitanti di Fano gli conferiscono la loro cittadinanza».109
Nel 1523 rimasto al servizio dei Medici (ora di Alessandro) e nominato viceduca e di governatore di Penne e di Campli, passò al servizio del papa Clemente VII (anch’egli di casa Medici). Convalidati gli incarichi di cui godeva negli Abruzzi, fu inviato nel pavese presso il viceré di Napoli Carlo di Lannoy al fine di persuaderlo a non venire a battaglia campale con i francesi.
Ammalatosi si ritirò a San Cesario sul Panaro, ma ritornò nei ducati di Penne e di Campli per riformarvi gli statuti. Gli furono concesse alcune entrate nel regno di Napoli per 1000 ducati l’anno……………………….

Continua
ATTI DI NOTAI del PRINCIPATO ULTRA. Tufo, la Zita di Grotta, le cerze di S.Sofia, neve a Pietrastornina, nozze a S.Angelo e Chianche, il rettore papale di Torrioni, Buonalbergo e Apice

ATTI DI NOTAI del PRINCIPATO ULTRA. Tufo, la Zita di Grotta, le cerze di S.Sofia, neve a Pietrastornina, nozze a S.Angelo e Chianche, il rettore papale di Torrioni, Buonalbergo e Apice

ESTRATTO DALLA PRESENTAZIONE

1. ASAV, Protocolli Notarili di Avellino, Busta 7371, fascicolo 7869, anno 1794.
2. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7869, anno 1794. Cfr. ASAV, Protocolli notarili di Avellino, Notai di Prata, anno 1760, pag.38. Nei suoi rogiti si trovano soprattutto documenti riguardanti il bosco di San Martino feodo A.G.P. (f.22), della contrada di San Giovanni a Morcopio, jurisditione Pheudi A.G.P.; et proprie in Aure Francesco Soricelli dicti Feudi A.G.P. (f.43), o materiale di notevole interesse sulla Chiesa Arcipretale di S.Agnesa e Margherita della Terra di S.Agnesa e Calvi con riferimento anche ad antichi Istrumenti di Montevergine, nonchè sul Casale di San Giacomo detto A.G.P. (f.83). Cfr. ASAV, Protocolli notarili di Avellino, Volume 7361, Notaio Donato Leo, pag.3. Cfr. ASAV, Protocolli notarili di Avellino, B.223, fasc.7993; in seguito cfr.B.227-228, anni 1706/1714, notai di Apice, notaio Onofrio Pappone. Cfr. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7894, anno 1797, f.105; ivi, Busta 7351, fascicolo 7894; ivi, B.7377, fasc.8491, notaio Pasquale Leo fu Donato di Torrioni, anno 1821, f.63 et altri. L’atto del Duca Sambiasi e arciprete Majatico è il n.30 al f.14. Cfr. ASAV, Notai Avellino, notaio Girolamo Pappone di Apice, Busta 227, anni 1750-52; Ivi, busta 1761, Notai di Pietrelcina, f.51v.
3. ASAV, Fondo Notai di Avellino, Busta 226, Notaio Onofrio Pappone di Anno 1723.
4. ASAV, Fondo Notai di Avellino, Busta 226, f.7, Notaio Onofrio Pappone di Anno 1737.
5. Ibidem.
6. ASAV, Notai del Distretto di Avellino, Notai di Pietrastornina, Notaio Ragucci, Busta 5200, pag.298.
7. Ivi, Busta 5201, pag.42.
8. Ivi, Busta 5204, pag.8. Ivi, Busta 5204, pag.253.
9. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7873, anno 1795.
10. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7873, anno 1795.
11. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., fascicolo 1842, anno 1842, atto n.42.
12. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., fascicolo 1842, anno 1842, atto n.42.
13. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta 7371, fascicolo 7894, anno 1796.
14. ASAV, Notai di Avellino, Pasquale Leo notaio in Torrioni, Busta …., fascicolo 3562, anno 1841, il matrimonio è al f.22.
15. D.Pascucci, Pietradefusi. Paesi dell’ex Principato Ultra. N.35, ABE, Avellino 2011. Il barone dell’epoca era Don Leonardo VII de Tocco (1-1-1698 † 31-3-1776), 4° Principe di Montemiletto, Principe titolare d’Acaia, Marchese di Montefalcione, Manocalzate e Serra, Conte di Montaperto, Signore di Refrancore, Patrizio Napoletano e Patrizio Veneto, 3° Duca di Sicignano dal 1701, Duca d’Apice, Vicario Generale del Principato Ultra, Signore di Fontanarosa e Torre le Nocelle (investito nel 1727, 1734 e 1754). I discendenti assunsero il cognome di Tocco Cantelmo Stuart. Il 16 gennaio 1724 sposò Donna Camilla Cantelmo Stuart, 4° Principessa di Pettorano, 9° Duchessa di Popoli e Grande di Spagna di prima classe dal 1749, figlia ed erede del Principe e Duca Don Restaino e di Donna Beatrice Cantelmo Stuart dei Duchi di Popoli (1700 † 1752).
16. ASAV, Notai di Avellino, anno dei documenti. I notai trascrivono con frequenza atti di compravendita, specie quelli di matrimonio, da cui si evince il valore di una dote, con o meno allegate lettere di chiarimenti e suppliche: Olimpia Iacenna, moglie di Natale Matarazzo della Città di Avellino in Principato Ultra, umilmente serviente di Vostra Eccellenza, con supplica espone come in tempo fu collocata in matrimonio con detto Natale dalli sui genitori; vi furono promessi, e poi consegnati, docati centrotrenta di dote, cioè docati venti di panni di lino, lana, ed oro lavorato, e poi docati centodieci sine fu assegnata una casa di tre stanze, con orto e largo avanti nel Casale della Valle di Mercogliano.
17. ASAV, Notai del Distretto di Avellino, Notai di Apice, anno 1742; ASAV, Notai del Distretto di Avellino, Notai di Pietrastornina, Notaio Ragucci, Busta 5200, pag.298; Ivi, Busta 5201, pag.42; Ivi, Busta 5204, pag.8; Ivi, Busta 5204, pag.253; Ivi, Busta 5200, pag.191; Ivi, fasc.10686; Ivi, pag.399; Ivi, pag.198; Ivi, Busta 5201, pag.130; Ivi, Busta 5202, pag.289; Ivi, Notaio Raguccio, fasc.11059; Ivi, Busta 5198, pag.416; Ivi, pag.401; Ivi, Busta 5195, pag.293; Ivi, Busta 5198, pag.416; Ivi, Busta 5205, pag.88.
18. Ivi, Busta 5205, f.88.
19. ASAV, Archivio di Stato di Avellino, Notai di Avellino, I Versamento, Notaio di Pietrastornina, fasc.17290.
20. ASAV, Archivio di Stato di Avellino, Notai di Avellino, I Versamento, cit.
21. ASAV, Archivio di Stato di Avellino, Notai di Avellino, I Versamento, cit.
22. ASAV, Archivio di Stato di Avellino, Notai di Avellino, I Versamento, cit.
23. ASNA, Catasto Onciario di Tufo.
24. ASAV, Notai di Avellino, Notaio Leo di Torrioni, Busta 7867, Fascicolo 7867.
25. ASAV, Notai di Avellino, Notaio Leo di Torrioni, Busta 7867, Fascicolo 7867, pag.138.
26. ASAV, Notai di Avellino, Notaio Leo di Torrioni, Busta 7867, Fascicolo 7867, pag.138.
27. ASNA, Catasto Onciario di Pietrastornina, 1745.
28. Ivi.
29. Ivi.
30. Ivi.
31. Ivi.
32. AA.VV., Torrioni nel 1742, Abedizioni, 2001, V. Note da n.50 a n.58 relative al capitolo sulle chiese. Cfr. ASNA, Onciario di Torrioni.
33. ASNA, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. Die 19. m[es]e Maij 1661 / Super permutatione taxe 16.4.5. in quibus – 112 – taxabat Marius Antonius di Tufo pro Tufo et duobus Terrij Torrajuni ut notatur d.° d.112. / Essendosi per parte di D.[onna] Giulia del Tufo fatta instanza daverseli intestare la Terra del Tufo con il suo Casale chiamato Torrione del Tufo per reputa, e donatione fattali da D.Hipolita del Tufo sua sorella… in Prov.[inci]e di Principato Ultra con suoi feudi et sebfeudi raggione de Patronato de Chiesa, et de presentare in quello et con la potestà de’ reintegrare et intiero stato, et dell’istesso modo, et forma suì come essa D.Hipolita, et suoi Predecessori detta Terra, e Casale meglio et pienamente hanno havuto, tenuto, et posseduto in beneficio di D.Giulia del Tufo sua sorella prossima, et immediata succedettrice, non riservandoli cosa alcuna sopra detta Terra e Casale. Nel cedulatrio della Prov.[inci]a de’ Principato Ultra dell’anno 1639, per tutto l’anno 1660 et 1661 d.112 se nota tassato Marco Antonio del Tufo per Tufo et due terze parti di Terrajuni in docati 16.4.5.
Et per l’altra terza parte di Terrajuni appare per detti cedularij andarne tassato Vincenzo Conte per la terza parte di Toccanise et terza parte di Terrajuni in 10.2.10. per la successione se porta che per morte di detto Marco Antonio del Tufo l’Egidio del Tufo suo figlio, fù presentato nella R.[egi]a Cam.[er]a il Relevio, et fù significato à 17 di Di.[ce]mbre 1602, in 247.4 per la mettà dell’entrate pervenute in anno della morte di detto q.[uonda]m Marco Antonio del Tufo et Casale di terrajuni, ut significatoriorij Releviorij 37 per fede del M.[agnific]o Francesco Sergio R.[egi]o Conservatore delli n.43= R.[egistr]ij Quinternioni della R.[egi]a Camera delli 17 de’ feb[bra]ro 1661 appare che à 26 di gennaro 1607 fù per l’Ill.[ustr]e Conte di Benevento all’hora Vicerè del Regno, prestìto il R.[egi]o Assenzo alla liberatione e vendita fatienda per l?incantatore in nome del S.[acro] C.[onsigli]o ad iusta de’ creditori del q.[uonda]m Marc’Antonio del Tufo ad Oratio Marchese di detta Terra del Tufo e Casale di Terrajuni in Prov.[inci]a di Principato Ultra con suo Castello, sèu fortellezza e Banco della giustitia e cognitione de’ prime e seconde cause, civile, criminale, e miste ute in Quint.[ernionu]m 37 N 279=.
34. Ivi. Martino Morano (1720 circa), Don Luca (1707)
/
Crescenzo e Orsola Ferrara, Carmine e Mar. Centrella Angel. (1770)
/ /
Maria (1803-53), Teresa, Antonia Anna (1786-1842), Sabato(1784-1850)sposa(1820)Rosa Zoina,Cat.
/
Angiola (1824-25), Saverio (1826-26), Agata (1821-1865)

Sabato e Agata Cennerazzo
/
Domenico sposa (1843) Dom.Donnarumma, Marianna, Carmine sposa (1852) M.Em.Cennerazzo
/
Antonia(1845-48),Vinc.M.(1847-48),Luisa(1856-56),Luciano(1849),NunzioM.(1852),Giac.Fil.(1861)

35. AA.VV., Torrioni nel 1742, cit. V. Note dipl. Regina Giovanna.
36. P. Di Caterina, La Cappella di Torrioni, Abedizioni 1999.
37. Ivi.
38. ASAV, Catasto Provvisorio di Torrioni.
39. Questo il ramo dei Piatti di Fusine: Giovanni
/
Gaspare (1560 ca.)- Baldassarre (1650ca.)
/
Giovanni Domenico (1630 ca.)
/
Alessandro (ca.1670)
/
Antonio (ca.1690) detto Sandrinello di Foloppolo
/ /
Giovanni Batt. (ca.1680) detto Scadunine – Carlo Giovanni (ca.1720) –
/ /
Alessandro detto Sandrinoni di Foloppolo Giovanni Pietro (1660 ca.)
/ /
Pietro Maria Matteo di Fusine (1690ca.)
Dal sito: www.provincia.so.it/cultura/archiviStorici/testi/archivi/fusine/FUSEU8.htm
474. “Locazione concessa ad Antonio quondam Giovanni Piatto, Pietro Maria Piatti detti Sandrinelli ed Antonio Maria Cattaneo rogata dal sudetto signor Piatti”. “Dordona”. 1727 agosto 27, Fusine “in coquina aedium solitae habitationis meae”. Bernardo Frattini fu Giovanni Pietro, decano del comune di Fusine e i sindici delle quadre di Valmadre, del Monte e del Madrasco, concedono in locazione novennale ad Antonio Piatti fu Giovanni detto Sandrinelli di Foppolo il diritto di pascolo e di erbatico sulla metà del monte Dordona e a Pietro Maria Piatti fu Alessandro detto Sandrinoni di Foppolo, a Antonio Maria Cattaneus fu Giovanni Battista di Vallevi, il diritto di pascolo e di erbatico sulla restante metà del predetto monte. Notaio di Fusine Matteo Piatti fu Giovanni di Fusine.
495. “Locazione concessa ad Antonio Piatti Sandrinello e Bernardo Moretto rogata dal signor Matteo Francesco Baraglia”. “Dordona”. 1757 agosto 1, Fusine “in studio aedium solitae habitationis domini Mattei Platti filius…”. Giuseppe Scarinzi de Pezzabella fu Antonio Maria, decano del comune di Fusine, i sindici delle quadre di Valmadre e del Monte e i deputati del medesimo comune, concedono in locazione novennale a Carlo Giovanni Piatti, agente come amministratore di suo padre Antonio Piatti fu Giovanni detto Sandrinello, e a Bernardo Morettus fu Giovanni Domenico, tutti di Foppolo, il monte Dordona, per un canone annuo di 108 filippi d’argento. Notaio di Fusine Matteo Francesco Baraglia fu Carlo di Mello, abitante a Fusine.
501. “Locazione concessa a Gasparo quondam Giovanni Piatti per rogito del signor Vincenzo Quadrio”. “Dordona”. 1587 ottobre 2, Colorina “in contrada del pendullo”. Giuseppe del Pratello fu Alberto di Fusine, decano del comune di Fusine, i sindici e i deputati delle quadre del Monte, di Valmadre e “versus Madraschum “ e il sindico della quadra “versus Burgum”, concedono in locazione quinquennale a Gaspare Piatti fu Giovanni di Foppolo, il diritto di pascolo sul monte Dordona, al canone annuo di scudi 250 d’oro. Notaio di Fusine Pietro Antonio Valrossa di Fusine. Copia autentica, 1590 luglio 20, notaio di [Fusine] Giovanni Paolo de Paganis fu Giovanni Giorgio di Poschiavo.
502. “Locazione concessa a Giovanni Pietro e Giovanni Battista quondam Domenico Pizzino rogata dal signor Matteo Piatti”. “Vitalengo”. 1727 febbraio 3, Fusine “in hippocausto aedium habitationis meae”
Domenico Masottus fu Rocco, decano del comune di Fusine per il 1726 e i sindici delle quadre di Valmadre e del Monte, concedono in locazione novennale a Giovanni Pietro Pizzini fu Domenico di Fusine, agente anche a nome del fratello Giovanni Battista, il diritto di pascolo e di erbatico sul monte Vitalengo di Fusine, al canone annuo di 29 filippi d’argento, oppure di rilevare il debito del comune verso gli eredi del vicario di valle Antonio Saliceus de Solio, con la fideiussione di Pietro Vanini del Ruinale fu Antonio di Valmadre, contrada di Fusine. Notaio di Fusine Matteo Piatti fu Giovanni di Fusine.
503. “Locazione concessa a Pietro quondam Antonio Vanino del Ruinale sottoscritta da detto signor Piatti”. “Campremeri”. 1751 giugno 17, [Fusine]. Lorenzo Scarinzi fu Matteo, decano della comunità di Fusine, concede in locazione per anni sei a Pietro Vanino del Ruinale fu Antonio di Fusine, il monte di “Campremarii”, al canone annuo di lire 11 e soldi 4 imperiali. Notaio di Fusine Matteo Piatti, sottoscrittore.
512. “5 confessi fatti a nome della comunità alli montisti d’aver ricevuto dalli medesimi li confessi fatti a detti montisti per il buttiro da essi loro pagato alli compatroni del livello incombente sopra li monti sudetti”. 1716 settembre 13 – 1724 agosto 10. Confessi rilasciati dai decani della comunità di Fusine e dal cancelliere della comunità stessa, Giovanni Pietro Piatti, verso i montisti dei monti Campo e Valbona per aver ricevuto tutti i confessi del burro che i detti montisti pagano, a nome della comunità, a diversi.
513. “33 confessi fatti a nome della comunità alli montisti di Campo e Valbona a conto del fitto sopra detti monti”(1). 1700 settembre 7 – 1730 agosto 11. Confessi rilasciati dai decani della comunità di Fusine e dal notaio di Fusine Matteo Piatti, a nome della stessa comunità, verso i montisti dei monti Campo, Dordona e Valbona per il fitto annuo da essi pagato nelle locazioni dei monti.
519. “Instrumentum locationis”(1). 1652 luglio 15, Fusine “in lobio domorum predicti illustrissimi domini Antonii”. Giovanni Boscius de Pezzabella fu Giovanni, decano della comunità di Fusine, e i sindici delle quadre di Valmadre, Monte e Madrasco, concedono in locazione per sette anni a Gelmina Morettus fu Giovanni Pietro di Foppolo, agente a nome suo e del fratello, ed a Nicola Paghinus fu Giovanni di Foppolo, agente a nome suo e del fatello Antonio, l’alpeggio sul monte Dordona nel territorio di Fusine al canone annuo di lire 1105 imperiali. Notaio di Fusine Giovanni Domenico Piatti. Copia autentica, 1768 febbraio 24, notaio di Fusine Matteo Francesco Baraglia fu Carlo di Mello, abitante a Fusine.
527. “Instrumentum locationis”(1). 1675 settembre 23, Fusine “in platea publica”. Giovanni Pietro De Maestri fu Simone, decano della comunità di Fusine e i sindici delle quadre di Valmadre, del Monte e del Madrasco, concedono in locazione novennale a Giovanni Morettus fu Giovanni Pietro di Foppolo, il monte o alpe Vitalengo, al canone di lire 390 imperiali di moneta longa. Notaio di Fusine Baldassarre Piatti di Fusine. Copia autentica, 1765 gennaio 24, notaio di Fusine Matteo Francesco Baraglia fu Carlo di Mello, abitante a Fusine.
529. “Instrumentum locationis”(1). 1686 luglio 6, Fusine “in platea publica”. Giovanni Domenico Cressino fu Andrea, decano della comunità di Fusine, i sindici delle quadre di Valmadre, del Monte e del Madrasco, concedono in locazione novennale a Giacomo Mazzolettus fu Bernardo detto Bugada di Foppolo, stipulante anche a nome di suo fratello Pietro, il monte o alpe Campo, sito in Valmadre, al canone annuo di 1300 imperiali di moneta longa. Notaio di Fusine Giovanni Pietro Piatti di Fusine. Copia, 1770 agosto 3, notaio di Fusine Matteo Francesco Baraglia fu Carlo di Mello, abitante a Fusine.
530. Instrumentum locationis.1698 settembre 15, Fusine “in aula aedium habitationis meae” Cristoforo Vanini del Ruinale fu Pietro, decano del comune di Fusine e i sindici delle quadre di Valmadre, del Monte e del Madrasco, concedono in locazione novennale a Giovanni Scaravattus fu Carlo di Cambrembo, frazione di Valleve, agente anche a nome dei fratelli, le alpi o monti Forno e Vallecervia, del territorio di Fusine, al canone annuo di 1430 lire imperiali, con l’interesse del 5 per cento nel caso di ritardo dei pagamenti. Notaio di Fusine Giovanni Pietro Piatti di Fusine. Copia semplice, 1770 agosto 3, notaio di Fusine Matteo Francesco Baraglia fu Carlo di Mello, abitante a Fusine.
531. “Instrumentum locationis”(1). 1750 dicembre 12, Fusine “in hippocausto aedium solitae habitationis mee”. Lorenzo Scarinzi de Planis fu Matteo, decano della comunità di Fusine, i sindici delle quadre di Valmadre e del Monte e i deputati, concedono in locazione novennale, iniziando dall’anno 1752, a Giuseppe Baracchus fu Antonio di Fusine, stipulante a nome di Andrea Ambrosionus e Gaspare de Sancis, il diritto di pascolo sui monti o alpi Campo e Valbona, al canone annuo di lire 1520 imperiali. Notaio di Fusine Matteo Piatti di Fusine. Copia autentica, 1761 giugno 9, notaio di Fusine Matteo Francesco Baraglia fu Carlo di Mello, abitante a Fusine.
458. “Locazione concessa a Raimondo Frattino delle Fusine rogata dal signor Giovanni Domenico Piatti”. Vitalengo. 1659 aprile 17, Fusine “in stupha nova aedium habitationis mee”. Pietro Bardea fu Simone, sostituto di Giovanni de Pezzabella fu Domenico, decano del comune di Fusine, con i sindici delle quadre di Valmadre, del Monte e del Madrasco concedono in locazione novennale a Raimondino Frattini de Pezzabella fu Bernardo di Fusine, agente anche a nome dei suoi fratelli Bernardo e Matteo, il monte o alpe Vitalengo, sito nel territorio di Fusine in Valmadre, per un canone annuo di 50 monete longhe d’oro. Notaio Giovanni Domenico Piatti fu Baldassarre di Fusine.
460. Locazione concessa al signor Giovanni Battista Cattaneo de Convento Val Brambana rogata dal signor Baldassarre Piatti. Dordona non ha auto effetto. 1686 luglio 8, Fusine “in platte publica”. Giovanni Domenico Cressini fu Andrea, decano del comune di Fusine, e i sindici delle quadre di Valmadre, del Monte, del Madrasco, concedono in locazione novennale a Giovanni Battista Catthaneus fu Giacomo de Convento, agente anche a nome del fratello Giorgio, e a Giovanni Mazolettus fu Giovanni Pietro, ambo del territorio di Bergamo, il diritto di alpeggiare sul monte Dordona nel territorio di Fusine, al canone annuo di 1450 lire imperiali in monete longhe, col patto di locare ad altri nel caso di migliore offerta. Notaio di Fusine Baldassarre Piatti di Fusine. Copia autentica, 1726 febbraio 12, notaio di Fusine Matteo Piatti fu Giovanni di Fusine.
462. “Locazione concessa a Pietro Mazzoletto di Foppolo rogata dal signor Giovanni Pietro Piatti”. “Campo”. 1693 ottobre 5, Sondrio “in aula inferiori platii juris Sondrii”. Paolo Fogliatus fu Giovanni Battista, decano della comunità di Fusine, e i sindaci delle quadre del Monte, di Valmadre e del Madrasco, concedono in locazione novennale a Pietro Mazzolettus detto Bugada fu Bernardo di Foppolo, il diritto di pascolo sul monte Campo, in Valmadre nel territorio di Fusine al canone annuo di lire 1300 imperiali. Notaio di Fusine Giovanni Pietro Piatti di Fusine. Copia autentica, 1754 agosto 29, notaio di Fusine Matteo Plattus fu Giovanni di Fusine.
467. “Locazione concessa a Giovanni Battista figlio di Carlo Piatti ed Antonio Maria Moretti sottoscritta da detto signor Piatti come gius avente da Caiolo”. “Valcervia spettante a Caiolo”. 1708 agosto 11, [Fusine]. Giovanni Pietro Piatti, agente a nome del vicario di valle Antonio Salice di Solio, concede in locazione per quattro anni a Giovanni Battista Piatti detto Scadunine figlio di Carlo e ad Antonio Maria Moretti fu Giovanni Battista, ambedue di Foppolo, il diritto di pascolo di ragione della comunità di Caiolo, sul monte Forno e in Valcervia, nel territorio di Fusine, al canone annuale di filippi 30. Notaio di [Fusine] Giovanni Pietro Piatti, sottoscrittore.
468. “Locazione concessa a Giambattista ed Antonio Piatti detti Sandrinelli di Foppolo rogata dal signor Giovanni Pietro Piatti o sia copia della medesima fidemata”. “Dordona”. 1712 settembre 15, [Fusine] Domenico Pizzini fu Giovanni Battista, decano del comune di Fusine, e i sindici delle quadre di Valmadre, del Monte e del Madrasco, concede in locazione novennale a Giovanni Battista fu Antonio ed Antonio fu Alessandro Piatti detti Sandrinelli, ambo di Foppolo, il diritto di alpeggiare sul monte di Dordona del territorio di Fusine al canone annuo di 108 filippi, con la sigurtà di Cristoforo Rossi fu Giovanni Domenico abitante a Fusine. Notaio Giovanni Pietro Piatti di Fusine. Copia semplice, 1724 febbraio 11, notaio di Fusine Matteo Piatti.
469. “Locazione concessa a Giovanni Pietro, e fratello quondam Domenico Pizzino delle Fusine rogata dal sudetto signor Giovanni Pietro Piatti, seu copia della medesima fidemata”. “Vitalengo”(1). 1712 dicembre 29, [Fusine]. Domenico Pizzini fu Giovanni Battista, decano del comune di Fusine, e i sindici delle quadre di Valmadre, del Monte e del Madrasco, concedono in locazione novennale a Pietro Pizzini fu Domenico, agente anche a nome di suo fratello Giovanni Battista, il diritto di pascolo sul monte Vitalengo, al canone annuo di lire 16 e soldi 8 imperiali. Notaio Giovanni Pietro Piatti di Fusine. Copia semplice, 1724 febbraio 12, notaio di Fusine Matteo Piatti, sottoscrittore.
470. “Locazione concessa ad Antonio Maria Mazoletto ed Antonio Maria Moretto ambi di Foppolo rogata dal signor Matteo Piatti”. “Valcervo Forno”. 1717 agosto 11, Fusine “in portichettu superiori domorum solitae habitationis domini…”. Giovanni Battista Fogliato fu Giovanni Battista, decano della comunità di Fusine, i sindaci delle quadre del Monte, Madrasco e Valmadre, e i deputati della predetta comunità, concedono in locazione novennale ad Antonio Maria Mazzoletto detto Bugada fu Pietro e ad Antonio Maria Moretto fu Giovanni Battista, ambedue di Foppolo, il diritto di pascolare, di ragione della comunità di Caiolo, sul monte Forno e in Valcervia nel territorio di Fusine, al canone annuo di lire 1400 imperiali. Notaio di Fusine Matteo Piatti fu Giovanni di Fusine.

40. Il libro fu pubblicato nel 1602 e poi rieditato due secoli dopo.
41. Ramo dei Principi Piatti di Monteleone:
Gerolamo PIATTI, Patrizio Milanese sposa Antonia Vicemale
/
1.Girolamo Signore di Carpignano (in Val Sesia) dal 20-XI-1607 Patrizio Milanese
Ebbe il titolo di Conte sul feudo con privilegio di S.M. Cattolica dato in Madrid il 3-XI-1617, sposa Lucrezia Capece Galeota, figlia di Giovanni Battista Capece Galeota, 1° Marchese di Monteleone e Patrizio Napoletano, e di Diana Spinelli (*4-V-1609, +9-V-1665) (v.)
/
2. Francesco – 2.Mario diviene abate – 2.Ludvigio sposa (1667) Donna Diana Capece Galeotta
/
Don Carlo Antonio – Don Gerolamo, 1° Principe sposa Barbara Corio e poi (1717) Antonia Lucini
/
Don Ludovico, 2° Principe di Monteleone (*168…, +1-I-1740) sposa (1718) Maria Gerolama Calà
/
F1. Don Francesco, 3° Principe di Monteleone (*1730, +1745)
/
F2. Donna Barbara Marianna, 5° Principessa sposa a Napoli (1748) Don Luigi Erba Odescalchi.

42. Actorum mercatorum. 1649 gennaio – 1649 dicembre. Atti dei consoli dei mercanti. Consoli: Giovanni Battista Pesenti, Alessandro Piatti e Giovanni Canova. Allegata rubrica alfabetica onomastica di cc. 49. Filza cart. num. orig. atti 456. Dal sito: www.bibliotecamai.org/cataloghi_inventari/archivi/archivio_comunale_bg/inventario_antico_regime/serie46.html.
43. Consoli dei Mercanti (1555-1804). Dal sito: www.bibliotecamai.org/cataloghi_inventari/archivi/archivio_comunale_bg/inventario_antico_regime/serie46.html. La serie consta di sentenze ed atti diversi prodotti dal consolato dei mercanti, organo dotato di poteri giurisdizionali creato dallo spirito corporativo dei mercanti, per lo più tessili, della città e del territorio di Bergamo. Le prime notizie riguardanti la collocazione e descrizione della serie risalgono al 1880. L’archivio storico, definito “archivio pretorio”, è descritto come costituito da varie “categorie” cioè serie in molti casi corrispondondenti alle magistrature cittadine del periodo della dominazione veneziana.
La serie è una delle fonti documentarie attinenti alla vita commerciale di Bergamo e del territorio; secondo la rilevazione operata da L.Chiodi(2), risultava essere formata da 672 unità, (filze e registri), ma in seguito al presente riordino la sua consistenza è stata incrementata da unità regerite nella sezione “miscellanea”.
Le notizie sulle competenze del consolato dei mercanti sono state ricavate principalmente dagli statuti dei consoli dei mercanti del 1457 e del 1780.
Gli “statuta mercatorum” del 1457 vengono compilati dai consoli e savi dei mercanti e approvati dal podestà, dal capitano e vicepodestà e da tre anziani. La loro validità giuridica è tale che per essi (come per quelli successivi del 1780) vige il principio secondo il quale “(…) questi statuti abbiano a essere osservati, come se fatti fossero dal Comune medesimo, ed i Rettori e Giudici della Città, ed i Consoli dei Mercanti siano tenuti osservarli e farli osservare (…)”. Lo statuto dei mercanti del 1457 stabilisce che ogni anno, nel mese di dicembre, una commissione di 12 membri del consiglio generale dei mercanti, debba eleggere 4 mercanti con la funzione di consoli. La carica di console dura dall’1 gennaio al 31 dicembre; i consoli devono giurare di esercitare la carica nella assoluta osservanza degli statuti del paratico, percepiscono un salario di “quatuor librettas candelarum cere” ed sono tenuti ad esercitare il loro ufficio esclusivamente in città. Nel caso di decesso o di rinuncia viene eletto un altro console, che non può rinunciare all’incarico o proporre altri candidati in sua vece. I consoli hanno giurisdizione ed autorità su ogni lite, causa, questione e controversia vertenti tra mercanti o contro di essi intentate, fossero questi iscritti o meno nel “libro mercantile”. Quest’ultimo è una sorta di albo professionale nel quale i notai dei consoli trascrivono i nomi e specificano l’attività dei mercanti che hanno ottenuto la licenza dai consoli stessi. Ogni mercante è così sottoposto al diretto controllo del consolato dei mercanti, tanto più che deve depositare il proprio “signum” distintivo (una sorta di marchio), che viene riportato dai notai accanto al suo nome. Le stesse disposizioni valgono anche per i sensali, i quali a loro volta devono iscriversi nel libro dei mercanti; mercanti e sensali sono tenuti a corrispondere una tassa al momento dell’iscrizione.
44. Tra le dispute di competenza dei consoli sono incluse quelle vertenti tra i mercanti e le categorie addette alla lavorazione dei tessuti: “fullatores”, “tintores”, “textores”, “orditores”, “cimatores” ed inoltre “revenditores et alios laboratores et mercenarios et contrahentes cum eis occasione dictarum mercantiarum et cuiusque earum vel alicuius earum”.
Le controversie possono riguardare negoziazioni, acquisti o vendite. Di gran lunga preponderante era il numero delle controversie sorte nell’ambito del settore tessile, elemento trainante dell’economia bergamasca(3).
I consoli intervengono in merito a complicazioni legali sorte in occasione dell’uso di lettere di cambio e di altri titoli di credito.
Essi hanno piena autonomia decisionale e potere esecutivo riguardo alle sentenze emesse. Ogni loro sentenza ha valore pari a quelle emesse dal podestà e dai suoi giudici e deve essere mandata ad esecuzione entro dieci giorni, “secundum formam iuris” e in conformità ai decreti della Serenissima e degli ordinamenti del comune di Bergamo.
Il loro modo di procedere deve essere più snello rispetto a quello dei giudici dei tribunali ordinari; i consoli, infatti, sono tenuti a: “(…) cum omni velocitate cognoscere, expedire, diffinire et terminare pro ut melius sciverint et poterunt omni mora postpositam sumarie etiam de plano sine strepitu et figura iudicii sine scriptis et sine libelli vel declarationis datione, et sine litis contestatione omni judiciorum et juris solemnitate omissa (…) ac si rigor iuris in eis foret solemniter observatus et quicquid terminatum, decisum et diffinitum fuerit per ipsos dominos Consules vel per aliquem eorum, valeat et teneat et plenum robur habeat, et esecutionis mandetur per dictos Dominos Consules, quemadmodum haberetur, et executioni mandaretur si deffinita, decisa et determinata esset per Magnificum Dominum Potestatem Pergami, vel per eius judices vel jusdicentes Pergami (…)”.
Le sentenze dei consoli sono dunque inappellabili e non possono essere annullate né modificate; in seguito la riforma dello stesso statuto stabilisce che le cause di valore superiore alle 16 lire imperiali possono essere appellate facendo ricorso ad altri magistrati del consolato dei mercanti, nell’ordine i tre sopraconsoli e i sette savi, tutti eletti con le stesse modalità dei consoli. La richiesta di appello deve essere inoltrata entro quattro giorni dall’emissione della sentenza dei consoli e i sopraconsoli devono giudicare entro un mese.
In caso di conferma della sentenza, essa non è ulteriormente appellabile; in caso di riforma può essere rivista dai savi e da loro mandata ad esecuzione.
45. Lo statuto contempla la possibilità di ovviare ad eventuali discordie tra i consoli ricorrendo ai savi, il cui parere è vincolante. I consoli decidono inoltre in merito a interdizioni, sequestri, pignoramenti e “detenzioni”, sommariamente e in forma extragiudiziale, in qualsiasi giorno della settimana; sono invece considerati utili per giudicare tutte le altre cause solo il lunedì, il mercoledì ed il venerdì. Uno o tre mercanti vengono anche nominati, di comune accordo tra le parti in causa, arbitri conciliatori. Nel caso in cui una delle due parti abbia rifiutato l’accordo da questi proposto, è costretta a pagare una penale di lire 25 imperiali. In caso di accettazione, invece, non è più possibile presentare nessuna forma di appello o querela. I consoli, nel corso di una causa, possano interrogare chiunque vi sia implicato, e devono pronunciare ugualmente la sentenza anche in assenza di testi. La procedura seguita dai consoli non presenta variazioni nei confronti dei mercanti stranieri.
L’operato dei consoli dei mercanti viene controllato da due “sindicatores” scelti dai dodici elettori membri del consiglio generale. La trascrizione degli atti, dei processi e dei verbali delle elezioni dei consoli è affidata a due notai eletti dagli stessi consoli e da loro retribuiti.
I notai tutelano inoltre l’osservanza degli statuti, segnalando quelle persone che non li rispettano; annotano anche “consilia et reformationes” atte a rafforzare le norme statutarie. La figura del notaio riveste anche un ruolo istituzionale, poiché uno di essi deve sempre attendere all’esercizio giuridico dei consoli; il suo compenso varia a seconda del tipo di atto ed è regolato da un apposito tariffario. Spetta ai sindaci penalizzare i notai nel caso percepiscano indebitamente più denaro del dovuto. L’operato del notaio viene controllato dagli stessi sindaci mensilmente e ogni qualvolta sia ritenuto necessario.
Oltre all’attività giuridica, un console deve assistere una commissione di dodici “onesti” mercanti nel controllo della qualità della merce e nella verifica di pesi e misure. Sempre ai consoli spetta assicurarsi che ogni mercante eserciti in conformità con le leggi statutarie.
I consoli, con l’aiuto dei savi, stabiliscono ed impongno le taglie necessarie per sostenere le spese del paratico.
“Gli Statuti e Privilegi del Paratico e foro dell’Università de Mercanti della città e distretto di Bergamo”(4), non modificano in modo significativo le competenze giuridiche del consolato dei mercanti, né l’ampiezza del loro ruolo regolatore nel commercio. Essi esprimono, semmai, la volontà di disciplinarne in modo più puntuale l’apparato organizzativo, sottolineandone l’accresciuta influenza sulla vita economica della città e del territorio.
Gli statuti del 1780 definiscono anche un’ampia normativa circa l’intervento dei consoli dei mercanti nel contenzioso tra debitori e creditori. Attribuiscono, infine una notevole importanza alle norme relative alle “piazze” delle lettere di cambio, alla loro circolazione e alle controversie in materia. In particolare gli statuti contengono una ducale di “confermazione del Privilegio de Cambi alla Piazza di Bergamo”, del doge Alvise Mocenigo IV, datata 1772 giugno 10, che riprende i capitoli stabiliti dalla ducale di Antonio Priuli, del 1621 ottobre 8(5).
I documenti esaminati costituiscono un insieme omogeneo e le unità si presentano sotto forma di filze e registri a scadenza annuale. Più precisamente la produzione annuale è costituita da una filza di atti diversi, una filza di sentenze e un registro di sentenze (in alcuni casi quest’ultimo è stato inserito successivamente nella filza); il registro contiene la trascrizione sintetica delle sentenze della filza corrispondente, operazione necessaria ai fini amministrativi, onde evitare la dispersione della documentazione e snellire l’iter giudiziario.
Ogni unità contiene i nomi dei consoli, sopraconsoli e savi eletti l’anno precedente e di quelli eletti nel mese di aprile per l’anno in corso; in genere sono stati segnalati i nomi dei secondi insieme a quelli dei primi nel caso non comparissero nella filza dell’anno della loro elezione.
Sono stati inoltre segnalati le lettere di cambio e i protesti cambiari su modulo a stampa, utili per un riscontro con la normativa statutaria. Sono stati anche annotati gli interrogatori inviati da autorità di altre città al di fuori del dominio della repubblica di Venezia.
Sono state poi ritrovate, solo nel ‘600 e in modesta quantità, sentenze dei giudici dei danni dati e dei consoli di giustizia; il contenuto dei documenti (danneggiamenti alla proprietà privata e altre controversie non inerenti la materia mercantile) non presenta affinità con quello del resto della serie.
Unità archivistiche: 697 (regg. 187, vol. 1, fascc. 2, fill. 507).
Sub-note: 1. G. O. Bravi, “Guida…”, cit., pp. 63 – 89. 2. L. Chiodi, “L’archivio del comune di Bergamo durante il periodo del dominio della Repubblica Veneta”, in “Bergomum”, LVIII, n. 2, 1964, pp. 119 – 126. 3. G. Da Lezze, “Descrizione di Bergamo e del suo Territorio”, cit. 4. “Statuti e Privilegi del Paratico e Foro della Università de Mercanti della città e distretto di Bergamo”, Bergamo, 1780, capp. XXIII, XXIV, XXV, XXVII, XXVIII, XXIX, XXXI, XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII, LXXXVII, LXXXVIII, LXXXIX, XC, XCI, XCII, XCIII, XCIV, XCVI, XCVII, CXXIII. 5. “Indice della raccolta di ducali, atti e terminazioni ecc., riguardante la città di Bergamo”, datt., sec. xx, in Biblioteca civica “A. Mai” di Bergamo, inv. 2.4.
46. Da un libro del 1881: “Li territori vicino Grumo sono tutti possessioni che vi sono arbori d’olive, amandole et altri frutti, che sono tutti dei particolari (i territori erano di proprietà del “Padrone” o demaniali dell’Università o delle Chiese, oppure dei “particolari”, cioè di proprietà dei normali cittadini), rinchiusi da pareti di pietra circum circa, poiché per la gran quantità di pietre bianche che produce la terra,essi annettando le possessioni delle medesime pietre, fanno le pareti d’esse, ovvero moricini attorno. Et altri territori… chiamano parcori, non essendoci che cerque, pirazzi et stingi, lentischi; et altri de vigne, nelle quali sogliono piantare pera, pruna, granate, mele et fico, et altre sorti di frutti, et sono tanto belle che invaghiscono l’intelletto umano; et tanto più paiono belli, perché il paese è piano, et in ogni parte ti poni un poco, altro non vedi che di queste possessioni, et la vista non ha termine perché non vi sono monti, et de più ivi l’inverno è piacevole, et non è freddo, quanto nelle altre parti dove vi sono monti, et in questo mese di Dicembre ci sono quantità di rose et altri fiori”.
47. Il prezzo base dell’asta fu di ducati 13.789 e i beni vennero aggiudicati per 18 mila ducati a Don Gennaro Frezza che comprò per altra persona, che poi risultò essere Don Diego Vitale di Cava dei Tirreni. Con decreto del 20 luglio 1692, il Regio Fisco assegnò a Don Diego il patrimonio feudale di Tortora.
48. Si nota come i confini della Giurisdizione del Tufo, sono l’infrascritti quattordici termini lapidei posti nell’anno 1716 dal R.[egi]o Tavolario Mag.[nifi]co Antonio Piatti coll’intervento del Regio Consigliero Andreasso Commissario in quel tempo, come appare dagli atti in Banca del Mastrodatti allora in Napoli, oggi Bova scrivano, comincia tal Giurisdizione [del Tufo] al Ponte delle Tavole di Prata sulla Tea, e sale per la strada pub.[bli]ca che divide la Giurisdizione del Tufo, e [la Giurisdizione di] Castel Muzzo, e tira via via sino alla Fontana di S.Lucia, ed ivi stà il p.[ri]mo termine lapideo distante da d.[ett]a fontana da sopra la strada palmi sessantaquattro in c.a che divide le Giurisdizioni del Tufo e Castel Muzzo; [/]
il secondo termine stà piantato in Fontana Tea, nel principio della viocciola, che sale sul Montetto, dove stà edificata la Massaria di Giacom’Aniello Zuzzolo, ed all’incontro di d.[ett]o termine, vi è la via che cala al Ponte di Zeza. [/]
Il terzo termine stà posto in puntone dove si incontrano due vie, e proprio nel punto dove si dice Cappella di Sette Grani, e quivi termina la Giurisdizione di Castel Muzzo, e comincia quella [detta Giuridizione] di M.[on]tefuscolo e S.Paolina; [/]
Il quarto termine stà posto nella Callina, dov’era la Cappella di S.Felice; [/]
Il quinto termine stà posto nell’angolo della strada che da Torrejoni va a M.[on]tefuscolo, distante dalla Fontana nominata Zirfa, passi quarantadue in c.a frà due termini si camina Serra serra acqua pendente; [/]
il sesto termine stà posto nel luogo detto Il Sambuco, che dal d.[ett]o quinto termine camina strada strada. [/]
Il settimo termine stà posto sopra il Vallone di Cincipaglia, e fra questo ed il sesto termine, vi è la linea retta, che cala per mezzo un concavo territorio, ed in questo punto termina la Giurisdizione di Montefuscolo e S.Paolina e comincia quello di Cucciano; [/]
l’ottavo termine stà posto sopra un Montetto d.[ett]o Le Canfore per linea retta di sud.[dett]o termine, e proprio nel territorio che fù d’Angiolo Lepere. [/]
Il nono termine sta posto sopra una collina, e proprio nel luogo d.[ett]o Francomero, nel quale punto si uniscono fra gli altri, due territorij, uno di Rocco Melone, e l’altro del q.[uonda]m Cesare Ferraro. [/]
Il decimo termine stà posto in un crucifero pub.[bli]co e proprio nel luogo d.[ett]o Lo Pezzaco sopra il Montetto in mezzo di essa via a costo della quale vi sono due tronchi di castagno. [/]
L’undicesimo termine stà posto sopra la selva di Orsola Ferraro, che vi sono due alberi di castagno giovine, nelli quali per migliore dimostrazione, vi sono incise croci, e da sopra vi stà la selva de q.[uonda]m Vincenzo Severino di Altavilla, che resta in giurisdizione del Tufo, da dove poi la linea retta si cala al basso. [/]
Il duodecimo termine stà posto sopra la Fontana delle Mandre, non essendosi potuto mettere nel luogo della Fontana per esservi vicino un vallone, e proprio dove si uniscono i territorij del q.[uonda]m Orazio Macchia da un lato versa il Tufo, due partite di territorij una d’Angiolo Bianco e l’altra di Giulio di Pasqua, che restano in Giurisdizione del Tufo, e da questo seguita la linea per li confini de’ territori di Giulio di Pasquale sino alla sommità del Monte [detto Varvazzano]; [/]
il decimo terzo termine stà posto in d.[ett]a sommità del Monte d.[ett]o Varvazzano, dal quale si cala la linea verso basso; [/]
il decimo quarto ed ultimo termine stà posto nel luogo d.[ett]o Lo Pezzaco di Mas[t].o Agnello, da sopra un piede di castagno vecchio, dove vi sta incisa una croce per maggiore evidenza, restando però d.[ett]o castagno in Giurisdizione di Toccanisi; come anche Il Pantano, che sta distante da d.[ett]o termine passi dieci in c.[ir]ca, e da questo ultimo punto descritto tira la linea retta, sino alla Fontana dell’Acqua Fresca, dove finisce la giurisdizione di Toccanisi e questa costantemente serve per termine e di là serro serro per quello era del fù Franc.[esc]o di Vito cala la via, che và a Petruro, e poi cala per sopra li Valli di Petruro, ed esce al Montetto, dove si dice il Termine Rotto, e di là cala sierro sierro sopra la via, che va a Petruro, che vi stà altro termine, e di sopra la linea esce al Vallone si chiama Recupo, da sopra il ter.[ritori]o di Giulio Capozzo e cala per d.o Vallone sino alla via pub.[blic]a, che và a Benevento, e sale per detta via sino a quello di D.[omeni]co Capozzo, che si piglia per la via vicinale, che stà da salto, ed esce dentro la vigna, che si chiama La Pera, seu La Pantana, ove sta posto altro termine, e di la esce alla via pub.[bli]ca che va al Ponte d’Arcone, e di la piglia serra serra del Boschetto, ed esce a Pietra Amara, che è avanti la Taverna di Altavilla d.[ett]a del Celso, dalla quale Giurisdizione [di Altavilla] l’Uni.[versit]à del Tufo s’incatasta dal Vallone detto Recupo, e viene via via sino al Montetto d.[ett]o Capanaro e cala per detta strada pub.[bli]ca sino a S.Stefano, e proprio dove stà il Parlamento dell’Eredi di Ferraro, e di là per linea retta al Parmiento delli Pasqua, e cala al Vallone, e poi sale li territorij di Gennaro di Vito, ed esce linea retta, e va sotto la Massaria di Paolino Aufiero, che resta in Giurisdizione del Tufo, e sale alla via pub.[bli]ca d.[ett]a di S.Paolo e per di là via via esce al Vallone d.[ett]o Salacino, sale per d.[ett]a via, d.[ett]a Le Profichi, ed esce al terzo termine dove si dice Cappella di Sette Grani, e da sotto resta la Giurisdizione del Tufo, e da sopra quella [detta Giurisdizione] di Torrejoni.
49. Quare auctoritate supradicti Consilii mandamus Vobis, et ita exequi faciatis. Datae in nostro Ducali Palatio die vigesima octava Junii indictione duodecima M.D.CC.IV – Francesco Savioni Secretario.
50. V. Ctatasto Onciario di Torrioni, op.cit.
51. ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69, pag.32. Questo il testo originale della lettera: Die 13 Ottobris 1732 / M.co D.Gio. de Tomaso Raz.le della R.a Cam.a della Sommaria per S.M., Dio Guardi… Nella Regia Camera della Sommaria compare il procuratore del Conte D.Giacomo Ant.° Piatti odierno Possessore della terra del Tufo e Casale di Torrioni in Prov.a di Princ.Ultra…
Fò fede io sotto Parroco di S.Liborio di Napoli, come perquisito il libro quarto de defonti, che da me si conserva ho trovato a fol.78 alla nota sg.te. A dì 27 Gen.ro 1732 il Conte D.Francesco Piatti marito di D.Giulia Ricupido dopo ricevuto li SS.mi Sacramenti morì in età d’anni 77 e fu sepolto nella Chiesa di S.Anna de’ Lombardi, et in fede.
52. ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.68. E’ invece del 1754, seguendo la bobina Serie Cedolari, dei Volumi 68 (da ff.662), 69 e 70 (fino ff.532), la citazione su Pasquale Piatti / Pro / Terra Tufi et duabus partibus Casalis Torrejuni. Cfr. Bascetta A., 23.Torrioni, cit.
53. ASA, Catasti Onciari, Torrioni (fotocopia anastatica). Cfr. Bascetta A., 23.Torrioni, cit. ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.70, Pag.367. Die 18 Feb.rij 1752. / Mag.[nifi]co Franc.[es]co Valente Raz.[ional]e per S.Ma. Dio g.[uard]i di questa R.[egi]a Camera della Summ.[ari]a con carico de’ libri del R.e Cedolario… de’ Baroni e Feudatarij del U.te Regno come sapete se ritrova da voi firmata Rlaz.[io]ne del tenor che siegue…: Essendosi per parte dell’Ill.[ustr]e Marchese del Tufo D.Pasquale Piatti fatt’ist.mo per l’intestaz.[io]ne libri del Cedolario della Terra del Tufo e suo Casale di Torrejone in Prov.[inci]a di Principato Ultra, stante la morte del q.[uonda]m Illustre Conte D.Giacomo Antonio Piatti ultimo Marchese del Tufo fu suo Padre, e pagamento del Relevio anticipato seguito in beneficio della R.[egi]a Corte in esecuzione degli ordini gentili degli anni 1743, 1746 e 1747, con decreto di S.M. de’ 10 Ott.[obr]e del corrente anno 1751 mi vien commesso che ricon.te le scritte necessarie e libri opportuni ne facessi Relaz.[io]ne, nella quale riferissi quell’occorre ad finem providenti, come da questi atti dell’Att.[uar]io Cesarano. Devo perciò riferirli che unendo ricon.to del Cedolario corrente della Prov.[inci]a di Principato Ultra che và dall’anno 1732 in avanti in quello del ‘32 si nota tassato l’infratto cioè: D.no Jacobus Antonius Piatti tenebat: / Pro / Terra Tufi et duabus partibus Casalis Terrejuni in 16.4.5. / Iurisd.[itio]ne secunda causa pete Terre et dua tertia una partium Casalis in 2.4.12 e 1/6 / 19.3.17 e 1/6 [la somma esatta risulta però 18.8.17 e 1/6!]
Quale intestazione seguì in Cedolario invictu di Certificatoria spedita da questa R.[egi]a Camera prec.[eden]te decreto della medesima in data de’ 6 Ott.[obr]e 1732.
Satò à Relaz.[ion]e dell’Ill.[ust]re Marchese di Chiuppeto D.Francesco del Tufo all’ora Pres.[idente] Conv. p. Att.[ua]rio Felicem de’ Ajello come dal Cedolario si ravvisa.
Il quale suddetto Ill.[ust]re Conte D.Giacom’Ant.[oni]o Piatti March.[es]e del Tufo essendosene morto à 30 Agosto corrente anno 1751, come dalla fede fattane dal R.[everend]o Paroco di S.Maria del Soccorso all’Arenella in pertinenza di Napoli N.2, di quello per decreto di preambolo intrposto per la G.[ran] Corte della Vic.[ari]a in data de’ 17 D.[ice]mbre corrente anno n’è stato il suddetto Ill.[ust]re Marchese del Tufo D.Pasquale Piatti dichiarato figlio et erede vule e particolare ex testamento in bonis feudalibus et titulatiij come dalla fade fattane dall’Att.[ua]rio di V.[icari]a Michel’Angelo de’ Vito N.3.
E per il Relevio alla R.[egi]a Corte debito per la morte del suddetto Ill.[ust]re Conte D.Giacomo Antonio Piatti Marchese del Tufo fu suo Padre per li feudali della suddetta Terra del Tufo e suo Casale di Torrejoni quello se ritrova anticipatam.[en]te pagato ad essa R.[egi]a Corte ad esecuzione dell’ordini del 1743, 1746 e 1747 in summa de D.199.2, come dalla fede, ò sia certificatoria del M.[agnifi]co D.Paolo Conti in questi atti N.4. Stante ciò circa la domandata intestazione della sudetta Terra del Tufo e suo Casale di Torrejoni in due 3e parti, colla giurisdizione delle 2de cause in essa Terra e Casale ne’ libri del Regio Cedolario a beneficio del sudetto Illustre D.Pasquale Piatti, non m’occorre di riferire altra cosa in contrario, per essersi anco pagato all’Ill.[ustr]re Gran Camerario del Regno, e per esso alla Regia Corte il deritto delli Tappeti in summa de’ D.30.5 per lo B.[anc]o del SS.mo Salv.[ato]re conp.[re]sa notata fede in testa dell’Ill.[ust]re March.[es]e D.Pasquale Piatti de’ 12 corrente come dalla ricevuta N.6.
E questo è quanto devo in tal particolare riferire all’I.[llustrissimo] a chi fò div.a Riv.a dalla R.[egi]a Camera della Summaria. / Lì 13 Ott.[ob]re 1751= Il Raz.[iona]le Francesco Valente.
Quale preinserita Relaz.[io]ne dall’Ill.[ust]re Marc.[es]e D.Carlo Ruoti Pres.te Conv. è statata rimessa à primo S.[ette]mbre 1751 all’Ill.[ust]re March.[es]e Ann.te fiscale Mauri, da chi è stata fatta la seguente istanza die 15 Feb.rij 1752= fiscus visa Relazione m.ci R.[eg]alij Com.[missa]rij remittit se solvis…
Certificandosi adunque dal pred.° li dicemo, che per esecuzione del preinserto decreto interposto per l’infratto Ill.[ust]re March.[es]e D.Saverio Garofalo Pres.te Comm. preced.te istanza fiscale, debbiate descrivere, e far descrivere la sudetta Terra del Tufo e due 3e parti del suo Casale di Torrejoni e loro giurisdiz.ione di 2e cause nel Cedolario corrente della Prov.a di Principato Ultra, e dovunque altro sarà necessario, in testa dell’Ill.[ust]re D.Pasquale Piatti colla medesima tassa che ne cedolarij stessi se ritrova giusta il contenuto nella preius.te Relazione Data Neap. ex R.a Cam.a Summaria die 18 Feb.[ra]rij 1752
D.Matheus de Ferrante M.C.L.=
D.Xaverius Garofalo=
Francesco Cesarano
Jo:Bruno= Et Sic pred.e D.Paschalis Piatti: / Prò / Terra Tufi et duabus Tertij partibus Casalis Torrejuni in….. 16.4.5. / Iurisd.[itio]ne 2da p’ete Terre, et dua tertia parti Casalis p’eti….2.4.12 e 1/6 / 19.3.17 e 1/6 [Il totale sarebbe 18.8.17 e 1/6!].
54. Cfr. Ricca E., Storia dei Feudi, cit., pag.470-594; cfr. V.Donnarumma, Torrioni-Avellino: Storia Antropologia Immagini Dialetto, (a cura di) ABEdizioni 1998.
55. ASN, Catasti Onciari, Caserta e Casali. Cfr. Bascetta, Venticano e le Fiere, Abedizioni 2001.
56. Cfr. Bascetta A., Venticano e le fiere; Bascetta A., S.Angelo a Scala, op. cit. Per il sistema feudale nel 1500 V. Pescosolido G.; per quello del Ducato di Sora: A.Nicosia in: Riccardi F., I Boncompagni e Roccasecca (1583-1796). V. anche Bascetta A., Carolineo dei Franchi, Carovigno dei Normanni, op.cit.
57. V. Catasto Onciario di Torrioni, op.cit.
58. ASNA, Catasti Onciari, Tufo, L’Ecc[ellentissi]mo Sig[no]r D[on] Pasquale Conte Piatti Marchese del Tufo Barone di Torrejoni, patrizio beneventano privileggiato napolitano Ill[ustr]e possessore di questa T[err]ra del Tufo, e Castello di Torrejoni… Censi seu annui redditi si esiggono da particolari di Torrejoni per concessione di territori in pertinenza del Tufo, come distintamente si descrivono ut infra, vol.4778:
Giuseppe Lepere, per un terr. sem. à alberi vitati in luogo detto in Piano, once 3.2 e 1/2
Giacchino Lepere, per un teritorio seminatorio arbustato in luogo detto in Piano, once 12.29
Angiolo Oliviero di Carlo, per un territorio seminatorio con vigna in Piano, once 3.18 e 2/3
Francesco dell’Abbate, seminatorio a S.Stefano, seu Vallo dell’Asino, once 7.13 e 2/3
Andrea dell’Abbate, per sem. con alberi a S.Stefano seu Vallo dell’Asino, once 13.11 e 5/8.
Domenico Lepere, per un territorio seminatorio ed arbustato a S.Stefano, once 18.20
Michele Di Vito, per seminatorio con piedi di Noci in un luogo detto Capanaro, once 0.20
Matteo di Vito, per un territorio seminatorio a Torre de Lento, once 0.4 e 1/2
Pietro di Vito, per un territorio seminatorio ed arbustato nel luogo detto S.Stefano, once 0.22
Giovanni di Vito, per un territorio seminatorio a Torre de Lenti, once 0.1/2
Nicolò di Vito per un territorio seminatorio a S.Stefano, once 1.10
Giuseppe Sarracino di S.Angiolo à Scala, per un 1 e 1/2 tom. di sem. a S.Stefano, once 0.25
Felice Barone di Ceppaloni, per 1 tomolo a S.Stefano, once 0.20
Crescenzo Zoina, per un territorio seminatorio ed arbustato a Capo Nero più un territorio seminatorio a Vallo dell’Asino, once 5 + once 1.15
Giovanni Centrella, per seminatorio co’ alberi vitati a Vallo dell’Asino, once 12.24
Francesco Zoina, per un territorio seminatorio ed arbustato a Vallo dell’Asino, once 0.16
Pietro Zoina di Monte Rocchetto, per seminatorio ed arbustato a S.Stefano, once 0.25
Pietro Oliviero, per un territorio seminatorio ed arbustato a La Pagana,
più un terr. seminatorio a La Pantana, once 1.2 e 1/2 e once 1.20
Sabbato Oliviero, per un territorio seminatorio a La Pantana,
più un sem. ed arbustato a La Pagana, once 1.20 e once 1.22 e 1/2
Crescenzo Oliviero, per un territorio seminatorio ed arbustato a La Pagana,
più un territorio arbustato a La Pantana, once 1.2 e 1/2 e once 1.20
Bernardino Avella, per 1 e 1/2 tomolo di sem. ed arbustato a La Pantana, once 0.22 e 1/2
Angelo Garofalo, per misure di territorio seminatorio a Li Marianielli,
più una vigna a S.Stefano, 2 territori seminatori a Capanaro,
sem. di 1/2 tomolo a Capanaro che confina da capo via Pub.[blica],
da piedi Angelo Zarrella, once 0.26 + 0.6 e 1/2 + 0.5 + 0.15 + 0.10
Antonio Cennerazzo, per un territorio seminatorio con viti a La Pagana, once 2.17
Donato Oliviero, per un territorio seminatorio ed arbustato a S.Stefano, once 8.23 e 1/2
Carmine Oliviero, per un territorio seminatorio ed arbustato a S.Stefano, once 8.23 e 1/3
Nicola Sabbato [Eredi di] per un territorio seminatorio ed arbustato a S.Stefano, once 16.20
Lorenzo Centrella, per un terr. seminatorio ed arbustato a Li Manganielli, once 1.22 e 1/2
Simone Iommazzo, per un territorio seminatorio a Capanaro, once 0.20
Nicola Oliviero, per un territorio seminatorio a La Pantana, once 1.21 e 1/2
Nicola Saracino, per un territorio seminatorio in Piano, once 0.10
Chiesa Parrocchiale di TorreJoni, per un terr. seminatorio a La Pagana, once 3.7 e 1/2
Lorenzo Lepere, per un territorio seminatorio a Li Pellegrini, once 0.20
[Sono in tutto] once 2140.11 e 5/12

Si notano l’infrascritti Corpi Feudali, ch’esso Signor Conte D.Pasquale Piatti Marchese del Tufo, e Barone del Castello di Torrejoni, possiede in q[ue]sta sud[dett]a T[err]a, e sono, cioè:
– Il Molino
– Le Prime e seconde cause
– Il Jus Scannagi
– La Taverna con Passo in tutto il terr.[ritori]o, però in un sol luogo si deve pagare
– Il Forno
– La Mastrodattìa civile, criminale e bagliva
– Il Palazzo Marchesale, col suo rivellino, e giardino attorno, con magazzino, dove si ripongono le vittovaglie che si raccolgono nel feudo, che gli servono per uso proprio
– Il ter.[ritori]o nominato Li Limiti
– Il ter.[ritori]o d.[ett]o S.Lucia, e Bosco del Serrone
– Il ter.[ritori]o d.[ett]o La Mela, e S.Paolo
– La vigna d.[ett]a A Chiaviniano
– Il ter.[ritori]o d.[ett]o La Corte di Giovan Farina per uso del Molino
– Fida delle Capre e Pecore ed altri animali forastieri fiscali in d.a Terra
– Grani sei per ogni fuoco nella medesima Terra
– Il Giardino sopra La Taverna
– Il Cappone il giorno di Capo d’anno tenuto dare l’Uni.[versit]à all’Ill.[ustr]re Sig.[no]r Marchese p.[rese]nte
– Il Jus p.[atro]nato dell’Arcipretura
– Il Jus p.[atro]nato della Chiesa Arcipretale
– Il Jus di eligere [i sindaci] due delle quattro persone nominate in Pubblico Parlamento per Eletti, Sindaci dell’Uni.[versi]tà sud.[dett]a
– Il Jus proibendi [sul vino] nel mese di agosto à cittadini di vendere vino, avendo egli solo la facoltà di far vendere il vino a minuto nella sua cantina.
– Balchiera col pargo
– E’ tenuta l’Uni.[versi]tà del Tufo a far esigere li redditi ch’esso ecc.mo Sig. Marchese tiene in S.Paolina, che sono docati [ ] come dal relevo che da nel S.R.C.
– Esigge ogni anno da S.E. il Sig. Principe della Riccia per l’appoggio della Palata nel fiume Sabbato in giurisdizione dl’esso Ecc.mo Sig. Marchese annui docati trenta, come dallo strumento rogato dal Mag.[nifi]co N.[ota]r Salvatore Palombo a 8 luglio 1733.
59. ASNA, Catasti Onciari, Tufo, Frontespizio, vol.4778. Nel Catasto seu Onciario formato per l’Unità di q’esta Terra del Tufo, giusta le reali istruzioni, nel quale sono tassati cittadini, forestieri, eccl.[esiasti]ci, chiese, e luoghi pij, principato nell’anno del governo di Nicolò Florio Sind.[aco] e Biaggio Grosso eletto dal 1741 in 42 e terminato nell’anno del governo di Angelo Izzo Sind.[ac]o e Franc.[esc]o Vicario eletto dal 1752 in 53.
60. ASNA, Catasti Onciari, Tufo, Forastieri abitanti laici, vol.4778. Le famiglie di forestieri sono due: quella del bracciale Alessandro Oliviero di 27 anni, con la moglie Teresa Lucenno di 24 anni e la figlia Angela di 3 anni, proveniente da Terrajoni; quella del bracciale Giovanni di Pierro di 40 anni con la moglie Angela Barile di 40 anni e i figli Pasquale di 9, Fortunato di 4 e Teresa di 2 anni. La famiglia torrionese di Alessandro Oliviero abita in casa propria sita nel luogo di Tufo chiamato Monnez.[zaro] e possiede 3/4 di terreno seminato e un paio di giovenchi che tiene alla società con Luca Petrizzi, pagando 2,20 once. La famiglia di Pierro, invece, abita in casa di Michele Genovese di S.Paolina e non possiede altro, vivendo colle sue proprie fatighe, pertanto paga 1,2 once e 10, solo per lo jus habit.[atio]nes.
61. ASNA, Catasti Onciari, Tufo, Forastieri non abitanti laici, vol.4778. Sempre a Tufo sono decine i torrionesi ufficiali non residenti, quindi considerati forestieri, cioè non abitanti laici, in quanto possessori di beni per i quali debbono pagare le once che riportiamo in parentesi. Si tratta di: Angiolo Garofalo (once 2,27 e 1/2), Angiolo Oliviero (once 0,12), Antonio Sabbato figlio di Nicola (1,20), Andrea dell’Abbate (4,48 e 1/2), Antonio di Vito (3,10), Andrea Cennerazzo (3,28), Berardino Avella (6), Ciriaco di Vito con tre terreni a S.Stefano e uno a Ripafavale (once 23,20), Crescenzo Zoina (4,15 e 2/3), Carmine Oliviero (1,5 e 1/2), Crescenzo Oliviero con la madre Angiola de Lo Franco (3,28), Carlo Romano (2,15), Domenico Lepore (0,20), Domenico di Vito (1,8), Francesco dell’Abbate (1,6 e 1/3), Francesco Zoina (4,14), Gioacchino Lepore (42,13 e 1/2), Giuseppe Lepore con territorio seminato arbustato e vitato a Piano (3,17 e 1/2), Giovanni di Vito (2,28 e 1/2), Giovanni Centrella (3,17 e 1/2), Gennaio Cennerazzo col territorio parte seminatorio e parte vitato a Padube (2,5), Lorenzo Centrella (3,7 e 1/2), Michele di Vito (0,5), Nicola Saracino (1), Nicola Oliviero (2,18 e 1/2), Onofrio di Vito con un territorio seminatorio con poche viti a S.Stefano (0,20), Pietro Oliviero (2,20 e 5/6), Simone Iommazzo (0,15) e Sabbato Oliviero (8,10 e 5/6).
62. V.Catasto Onciario di Torrioni, op.cit.
63. Ivi.
64. Filza cart. num. orig. pratiche 121. 4549.0 . Atti dell’officio delle vittovaglie e paratici. 1778 gennaio – 1778 dicembre. Atti dell’ufficio e sentenze dei giudici delle vettovaglie. Giudici alle vettovaglie: Giovanni Battista Bresciani, Giovanni Antonio Zanchi de Mozzi, Giovanni Giacomo Aregoni, Pietro Prezati, Giuseppe Locatelli Lanzi, Alessandro Piatti, Alessandro Casotti, Alessandro Colleoni e Gianangelo Zineroni. Notai dei giudici delle vettovaglie: Ottavio Rivola e Antonio Maria Imberti notaio coadiutore. Allegati proclama a stampa del 1718 relativo alla bollatura di pesi e misure emesso dai giudici delle vettovaglie Giulio Medolago, Rodolfo Alessandri, Giovanni Battista Bailetti Salvagno (n. 100) e rubrica alfabetica onomastica degli atti di cc. 48. V. anche: Filza cart. pratiche 115; 1 – 112, num. orig., poi rec. 4550.0. Atti dell’officio delle vittovaglie e paratici. 1779 gennaio – 1779 dicembre. Atti dell’ufficio dei giudici delle vettovaglie. Accuse presentate dal cavaliere di comune ai giudici delle vettovaglie e relative sentenze. Giudici delle vettovaglie: Giusto Albani, Giacomo Mazzocchi, Giacomo Arigoni, Cesare Pietrasanta, Alessandro Barziza, Giuseppe Rivola, Giuseppe Locatelli Lanzi, Alessandro Piatti e Aurelio Carrara. Notai dei giudici delle vettovaglie Ottavio Rivola e Antonio Maria Imberti notaio coadiutore. Allegata rubrica alfabetica onomastica e degli atti di cc. 24.
65. Registro cart. mm.340×240; leg. in pelle; num. mista per cc. e pp. orig. 1 – 139; rec. 140 – 143. 4537.0. Atti dei giudici delle vettovaglie e del comitato alle vettovaglie. 1768 – 1805. Atti dei giudici delle vettovaglie: licenze, suppliche, calmieri, decreti, nomine conferme e destituzioni dalla carica di cavaliere di comune, fante e difensore fiscale. Atti analoghi del comitato delle vettovaglie. Lettera del giudice delle vettovaglie di Bergamo, Francesco Maria Quarenghi, al delegato regio alle vettovaglie di Milano, conte Ambrogio Cavernago, per informazioni sui prezzi delle varie qualità di formaggio in circolazione sul mercato, con annotazione dell’inoltro di copie simili al delegato regio alle vettovaglie di Cremona e di Lodi e ai giudici alle vettovaglie di Brescia e di Crema.
Giudici delle vettovaglie: Cesare Pietrasanta, Antonio Marenzi, Marco Tomini Roresti, Pietro Prezati, Alessandro Colleoni, Pietro Finardo, Giacomo Medolago, Giovanni Battista Bresciani, Francesco Adelasio, Amedeo Tassis, Giovanni Giacomo Arigoni, Giovanni Battista Galizioli, Pietro Zanchi, Tommaso Passi, Giovanni Angelo Zineroni, Andrea Moroni, Giuseppe Marchesi, Lelio Mangilli, Giuseppe Olmo, Giovanni Clemente Spini, Francesco Spini, Giuseppe Locatelli Lanzi, Alessandro Piatti, Gerolamo Macazzoli, Giovanni Antonio Zanchi de Mozzi, Francesco Farina, Giovanni Battista Mosconi, Giovanni Pezzoli, Zaccaria Albani, Filippo Antonio Franchetti, Franco Brembati, Pietro Giupponi conte, Paolo Mazzoleni, Gaetano Ginammi, Giovanni Battista Pesenti, Gerolamo Alessandri, Carlo Giuseppe Vitalbam, Francesco Colleoni, Giuseppe Pilis Corsetti, Luigi Grismondi, Marcantonio de’ conti di Calepio, Pietro Giuseppe Zanchi Locatelli, Giacomo Mazzocchi, Antonio Biffi, Benedetto Martinoni, Andrea Risllosi, Giovanni Paolo Sonzogni, Giovanni Battista Salvagni, Annibale Suardi, Ippolito Passi, Ottavio Bonifagio Agliardi, Giovanni Rovetta, Filippo della Torre, Giuseppe Mangili, Lorenzo Tiraboschi, Giulio conte di Calepio, Pietro Balestra, Filippo Vitalbam, Giovanni Francesco de Comenduno, Antonio Benaglia, Giovanni Giacomo Terzi, Decio Tasca, Giulio Carrara, Alessandro Casotti, Paolo Lupi, Giovanni Battista Sangalli, Pietro Giorgio Benaglio, Giovanni Francesco Medolago, Prospero Alessandri, Giovanni Maria Scotti, Nicolino de’ conti di Calepio, Antonio Fogaccia, Antonio Suardo, Giusto Albani, Pietro Giacomo Moroni conte, Carlo Fogaccia conte, Marcantonio Sozzi e Gerolamo Marenzi. Notai dei giudici delle vettovaglie: Ottavio Rivola, Cristoforo Biffi, Francesco Maironi, Giovanni Maria Manini, Giovanni Battista Locatelli.
66. Ivi, Atti D. Vincenzo Ghisleri Nod. di Bergamo.
67. La prima grande catastrofe che colpì i centri di quest’area fu il terremoto del 1688, al quale seguì quello del 1694, come ricorda Napolillo che cita una Relazione anonima, consultata da Salvatore Pescatori e conservata nella Biblioteca Provinciale di Avellino: Il maggior danno si sente accaduto nella provincia chiamata di Principato Ulteriore, ove la città di Ariano è stata tutta distrutta, a riserva di pochissimi edifici, i quali quantunque non siano affatto inutili e rovinati, sono però rimasti talmente aperti, che sono inabitabili (…). E sebbene il numero de’ morti in essa città, oltre de’ storpi, non ascendono secondo l’ultime notizie, che a centosettanta, ciò è stato perché, nel tempo che accadde il tremuoto, la gente si trovò uscita per le campagne, ove abitano presentemente, e anche nelle grotte, per la neve caduta ne’ giorni susseguenti al tremuoto, la disgrazia se le rende maggiormente sensibili. La Terra di Bonito anche è rovinata tutta, e centocinquanta morti, e trecento feriti; e sentendosi ivi di continuo scuotere la terra, la rimanente gente atterrita vive per la campagna oppressa dalla neve. La stessa disgrazia si sente accaduta alla terra detta Pietra delli Fusi con morte di circa cento persone. Carifi nella stessa forma, e fra morti si conta quel Marchese di casa Capobianco colla moglie e figli, oltre a due altri figli del Duca di Colle Corvino, Miro. Mirabella è anche rovinata, con molta mortalità.
68. Catasto Onciario di Apice.
69. Erasmo Ricca, ne “La nobiltà delle Due Sicilie, edita a Napoli nel 1869”, scrive che “La marchesa Rosa Piatti donò la terra di Tufo e due delle tre porzioni del casale di Torrioni al Marchese di Carife Giovanni Capobianco, figliolo primogenito di lei”, ai tempi del notaio Bernardo Capobianco di Napoli.
70. Ecco quindi il frammentario albero genealogico dei Marchesi Piatti Veneziani e Capobianco, Patrizi Beneventani e Patrizi Napoletani, Marchesi di Torrioni e Tufo:
Francesco (1716-1732) sposa Giulia Recupido
71. Monitore Napoletano, Napoli, 20. Fiorile anno 7. della Libertà. Manthone’ Ministro della Guerra, Marina, ed Affari Esteri: Al Cittadin Giuseppe Schipani Capo di Legione. Il vostro rapporto, e le ferite gloriose della maggior parte degli Uffiziali, e Patrioti che avete l’onore di comandare, mostrano la condotta militare della vostra Legione, ed i servigi che può promettersene la Patria nelle fasi della sua rivoluzione. lo non son rimasto insensibile a questa testimonianza; ed ho ottenuto dalla Commissione Esecutiva l’ordine di mostrar loro la sua riconoscenza. Prevenite in conseguenza gli Uffiziali e Patrioti feriti nel numero di quattordici, secondo la nota seguente, che dalla Commissione Esecutiva sono stati a voi liberati docati mille quattrocento contanti, per distribuire cento per ciascheduno di essi; potendo voi mandare dal Commissario della Tesoreria Nazionale Antonio Piatti a prendere la detta somma, essendosene passato l’ordine all’Intendenza.
Uffiziali e Patrioti feriti, a’quali si libera la somma di ducati cento in contanti per ciascheduno. Ignazio Ritucci Capitano della Legione Campana, Saverio Dupuy Tenente

Continua
20. EBOLI NEL 1755

20. EBOLI NEL 1755

L’UNICO LIBRO CON TUTTI I NOMI DEGLI ABITANTI, I MESTIERI, LE STRADE E LE CHIESE

Introduzione

Locum Eboli, Civitate Eboli e Castello Evoli: cenni sulle origini (869 d.C.)

Senza mescolare troppo fra loro i vari toponimi di luoghi diversi chiamati ‘Eboli’, onde evitare confusioni, volendo però tracciare un minimo di percorso storico come prologo alla descrizione dei luoghi citati ufficialmente nel 1700, abbiamo voluto riportare qualche riferimento relativo alle pergamente dell’Archivio di Cava e dell’Archivio di Montevergine, vere o false che siano. Pertanto, già nell’anno 869 dopo Cristo, si ha notizia negli atti della originaria Badia di Cava, quella sita in Loco Mitiliano, di un primo toponimo riferito ad Eboli, cioé de Locum qui Eboli nuncupatur (CDC, I, doc. LXVII, pag.88). Andato distrutto questo primario luogo abitato a causa delle continue guerriglie longo-normanne, sempre prendendo per veritiera la pergamena, i suoi abitanti si ritrovano trasferiti in un Castello, quindi in un luogo diverso. E’ la fortezza che nell’aprile del 1047 viene citata parlandosi di un ristretto ecclesiastico dipendente da Cava, plures rebus staviles foris Castello Evoli (CDC, VII, doc.MLXXV, pag.30) che comparirà anche come feudo, nel Catalogo dei Baroni, che, diversamente da altre interpretazioni, andrebbe datato 1092.
Passati i suoi signori feudali al seguito di Federico II di Svevia, nel 1219, Eboli fu accolto nel Demanio Regio. Quando giunsero sul posto i monaci di Montevergine, nell’anno 1221, lo fecero per costruire un proprio ospedale, obedientiam et hospitale Ebuli, dipendente dai verginiani per volere regio (AMV, perg. n.1457); potere che si rafforzerà anche per la nascita dell’ecclesias Sancti Martini et Sancti Blasii et hospitale pauperum cum domibus molendinis redditibus et possessionibus suis (AMV, perg. n.2131), tolti e poi reintegrati al monastero da Carlo I d’Angiò con Ecclesiam Sancti Georgi, l’orto presso Sancte Catherine (AMV, busta n.30, f.36), da cui la tassazione delle decime pontificie (Rationes Decimarum, Campania, n.5988, pag.404), quando si ritrovò nella nuova ripartizione territoriale del papa seguita al terremoto del 1348.
Ma la prima chiesa antica del Castello di cui si ha notizia nei documenti verginiani è sicuramente quella di San Lorenzo seguita da San Bartolomeo.
Tralasciando la storia antica, ci piace sottolineare come località ebolitane oggi apparentemente ininfluenti dal punto di vista geopolitico siano state nel passato considerate beni di scambio fra i primi possessori ai tempi dei re normanni. Luoghi come Gorgo e Gratalia sono infatti citati in una pergamena del luglio 1168 scritta proprio ad Eboli e poi, per diverse vicissitudini, finita nell’Archivio Storico del Monastero di Montevergine (AMV, pergamene diverse). Prima di allora, ad essere citata, quale prima chiesa nata presso i preesistenti possedimenti cavensi, è San Lorenzo. S.Lorenzo compare come per la prima volta in una cartula venditionis del giugno 1135 quando Alberada vende una casa sita intus muro de Castello Ebuli in Vico Sancti Laurentii (AC, arca XIII, n.97) che, nel 1163, sempre da fonte cavense, possiede sicuramente il titolo di Parrocchia, in parochia Sancti Laurentii (AC, arca XXXI, n.19) meglio precisato in una pergamena verginiana del 1168, mantenendolo fino al 1836 quando venne trasferito alla chiesa di San Francesco dei soppressi Padri Minori conventuali (Crisci-Campagna, Salerno sacra, pg.237). Quello del 1168 è un documento originale, il n.485, in scrittura beneventana. La pergamena fu scritta pro defensione monasterii di Montevergine riferita ad una domus, cioè una casa della Parrocchia di San Lorenzo.
Era, all’epoca, il primo anno di regno di Re Gugliemo, Domino di Sicilia e Italia, come annota il notaio Urso[ne] alla presenza del giudice Amfredo, redattore di altri sette documenti conservati presso l’Archivio Diocesano di Campagna trascritti nel regesto della Taviani (Les archivies, nn.25, 27, 29, 30, 34, 35, 47, pagg.38-46).
In essa si accenna ai fratelli Matteo e Nicola Fabbro che si dividono l’eredità paterna del fu Nicola de Perfecta. Matteo, che fece le due sorti, cioè due porzioni di vigneto a Loco Gratalia, cede al fratello la sorte dalla parte occidentale, così come divide la casa di fabbrica que est intus muro de Castello Evoli et in Parrochia Sancti Laurentiis. Da essa Matteo ne ricavò due porzioni cedendone una a Nicola.
Nicola a sua volta divise il vigneto, que est Loco ubi proprie Gurgum dicitur, cedendone una porzione a Matteo, così come fece dividendo in due porzioni la terra, que est Loco ubi proprie Gratalia dicitur, ed una casa in muratura que est foras muro de Castello Ebuli in Loco Francaville et in parrochia Sancthi Bartolomei, lasciando al fratello la libertà di scelta rilasciando al fratello garanzia per il possesso dell’eredità.
La Parrocchia di San Bartolomeo compare per la prima volta in questo documento verginiano, ma anche in quelli cavensi per possedimenti di case sempre fuori dal Castello, oltre l’antico muro di cinta, ma intus Civitatem Ebuli del 1179 (AC, arca XXXVI, n.81); città evidentemente esistente fuori dal perimetro del fortilizio. San Bartolomeo, che resisterà fino ai bombardamenti del 1943, venne ricostruita altrove, presso la stazione nel 1957, e quindi non può essere presa in considerazione circa il fulcro dell’antica Civitatem Ebuli.
C’è da dire che in passato, nella Terra di Eboli, sono stati sempre i religiosi, fra potere politico ed ecclesiastico, a possedere il vero scettro del comando. Del resto, i parroci, sono coloro che registravano tutto dei cittadini, fra libri di nati, morti, matrimoni, etc.
Questo assoggettamento è andato avanti per secoli, fino alla stessa redazione del Catasto Onciario quando, stavolta in collaborazione con i civili, ogni residente fu obbligato a dichiarare i beni posseduti, come si legge negli atti preliminari catastali, dov’è allegato il singolo atto di fede di ogni cittadino, cioè l’impegno scritto, a cui spesso si rimanda, giusta la fede, quella degli atti preliminari. Ed è partendo da queste dichiarazioni, cioè dalle rivele effettuate dai cittadini ai religiosi (quasi sempre spontanee), che le commissioni poterono redigere i Catasti in tempi brevi per l’epoca, benchè in alcuni casi furono terminati dopo molti anni.

La Redazione
Negli Onciari si possono scovare curiosità che accomunano perfino i centri abitati più lontani. Per esempio nel Catasto di Alessandria del Carretto del 1742, denominato Catasto Onciario di Alessandria di Calabria Citra, vi scopriamo il magnifico Pasquale Chidichimo che faceva il bandieraro, cioè l’alfiere del Battaglione a piedi della Città di Avellino.28
Eboli è nelle mani di pochi ricchi non sempre professionisti, mentre si affermano i primi mestieri divenuti man mano comuni in tutti i paesi del Regno, dai braccianti ai vaticali, oltre alle nuove case del possessore che vive del suo sui singoli appezzamenti di terreno, nascono anche altre dimore fra i luoghi dei paesi che vanno ad integrarsi o a sostituirsi alle Case dei precedenti vassalli, intese più come antiche domus, cioè ai Casali di intere famiglie divenuti veri e propri luoghi del paese. Così, mentre le zone abitate dalle famiglie dei precedenti vassalli continuano a raggrupparle e ad essere indicate con il nome di Case, le case dei nuovi ricchi vengono fabbricate sempre più vicine alla piazza e serviranno solo al singolo proprietario che si distingue con il nome di Magnifico che vive solo con la sua famiglia e servitù nella nuova Casa Palazziata (a volte citata come palazzo, per la grandezza della stessa casa divenuta complesso di “case” intese come singole stanze, membri o camere appartenenti ad un solo proprietario). Il raggruppamento delle nuove case popolari, cioè l’insieme delle camere dove abita il popolo, viene generalmente chiamato edificio oppure ospizio se viene dato un posto per dormire, per mangiare o per fare bottega, fino a formare i nuovi quartieri, i distretti parrocchiali, intorno a questa o a quella parrocchia: il ristretto della Parrocchia di S.Eustachio, il ristretto della Parrocchia di S.Nicola, etc.
Nel Catasto è quindi possibile riscontrare i nomi di tutti i cittadini dell’epoca, delle vedove e delle vergini in capillis (fanciulle da matrimonio), degli ecclesiastici, dei forestieri abitanti e non, e di tutte le altre presenze, oltre l’effettivo contributo in denaro pagato allo stato per il possesso dei beni e per i servizi (macellazioni, vendite al dettaglio, etc).29
Il Catasto di Eboli, come pochi altri del Principato Citra, è stato riprodotto su nastro fotografico e si conserva in maniera egregia presso l’Archivio di Stato di Salerno, mentre l’originale cartaceo è conservato all’Archivio di Stato di Napoli, benchè copia di esso doveva esistere anche presso il Comune. Gli originali delle Università finirono a Napoli perchè erano nel possesso della Regia Camera della Sommaria (da dove pervennero), ufficio del Regno incaricato a partire dal 1741 alla riscossione diretta delle tasse e quindi dei libri contabili.
Altre informazioni si ricavano sui componenti dei nuclei familiari, indicandosi il numero, la loro età, l’attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia. Curiosità che aiutano a capire la vita condotta a Lapio mentre veniva redatto questo grande inventario (che resterà in vita fino ad essere sostituito da quello napoleonico imposto con la dominazione francese dopo il 1806) consegnato 12 anni dopo l’entrata in vigore della legge. Per i grandi nuclei del Regno ci fu necessità di dividerli in quartieri in quanto le schede occupavano diversi volumi: il Catasto Generale della Città di Caserta diviso in sei Quartieri fu stilato in sette tomi e consegnato nel 1749, quello di Santa Maria C.V. nel 1754 risulta un migliaio di pagine. I nostri comuni sono invece ben più piccoli, a cominciare dalla stessa Avellino e per finire col Catasto di Torrioni che fu fatto in soli pochi mesi dall’emanazione della legge nel 1741. Quello di Eboli fu inglobato in un solo grande tomo e sarà consegnato solo nel 1755, come si legge sul frontespizio originale: [Principato Citeriore ] / Evoli / Onciario del 1755. Quello di una città, in genere, è enorme, perciò viene classificato a volumi divisi in sezioni uguali dal nome simile.
Le prime quattro sezioni riguardano i cittadini residenti, gli abitanti laici non residenti, le vedove di cittadini residenti, i residenti ecclesiastici: – Fuochi Residenti (stato di famiglia con beni del capofamiglia, moglie, figli e relativa età, beni, crediti, debiti, casa di proprietà o in affitto, animali, terre e relative rendite, etc.); Forestieri Benitenenti Abitanti Laici (nomi dei possessori di un altro paese meglio specificato); Vedove e zitelle (monache bizzoche e/o vergini in capillis), Ecclesiastici, Luoghi Pii, e Monasteri e Benefici Cittadini Residenti (beni di chiesa, nomi dei religiosi, cappelle, congregazioni e benefici di privati cittadini).
Le due sezioni successive riguardano i forastieri laici e i forestieri ecclesiastici abitanti ma non residenti: Forastieri Benitenenti non abitanti (in genere il feudatario ed altri), Forastieri Bonatenenti Ecclesiastici e Luoghi (ecclesiastici e chiese di altri paesi, cioè uomini di chiesa ed istituti religiosi forestieri che avevano beni in loco). Per Eboli bastò dividere i tomi in sezioni, sempre con lo stesso sistema, dagli Ecclesiastici ai Forestieri, a cura delle commissioni scelte dagli eletti dell’Università, cioè dei deputati alla trascrizione delle rivele fatte dai cittadini, dopo aver accertato la veridicità del dichiarato, in genere chiamati deputati et estimatori,30 così come accaduto in verità anche per città grandi come Caserta, dove i deputati erano otto, fra ricchi, possessori di pecore, braccianti, e massari benestanti, che danno il buon esempio stilando per primi le proprie dichiarazioni…

Continua