20. CERVINARA NEL 1753: mestieri, abitanti, chiese, preti e vergini e genealogia

20. CERVINARA NEL 1753: mestieri, abitanti, chiese, preti e vergini e genealogia

CERVINARA FRA 1700 E 1800

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’arrivo dei Francesi significò l’abolizione della feudalità, delle Università e la nascita del Municipio, con degli Eletti ed un sindaco alla guida dell’amministrazione. Non mancarono le liti presso la Commissione feudale tra ex feudatario, Comune e privati cittadini per il pagamento di tasse e diritti spesso finiti in disuso.
Ritornati i Borboni, anche i cittadini di Cervinara si sentirono in dovere di partecipare ai moti del 1820-21 e a quelli del 1848, dando un valido contributo all’Unità d’Italia. Un servizio alla giusta causa offerto anche dopo, per la cattura delle più tremende bande guidate dai briganti Cipriano La Gala, Andrea Masi e Tommaso Romano che per molti anni avevano saccheggiato e depredato l’intera Valle Caudina.
Il paese era cresciuto, culturalmente e praticamente, divenendo capoluogo di Circondario della provincia di Avellino e arrivando a contare, a metà del 1800, oltre 7500 abitanti, fino a raggiungere numero 9.000 verso la fine del secolo scorso. Che cosa abbiano fatto i Consiglieri Provinciali del Mandamento di Cervinara, del quale Cervinara faceva parte, che si sono succeduti dal 1861 al 1901, è difficile dirlo. Sappiamo però che anche Cervinara era tenuto in considerazione dall’avvocato Giovanni Finelli (1861-62), da Alessandro Campanile Cocozza (1862-67), dal cavalier Francesco Del Balzo (1867-71) e dal barone Girolamo Del Balzo (1871-1901).
Molte le mini industrie artigianali di fine ottocento, come quelle rappresentata da Salvatore Cioffi di Pasquale e da altri negozianti vari. Ma vediamo nei particolari gli abitanti di Cervinara che esercitavano arti e professioni. Negozianti di cereali erano Pietrantonio e Raffaele Cioffi fu Sigismondo, Onofrio Cioffi fu Lorenzo, Andrea Caporaso fu Saverio, Raffaele Cioffi fu Domenico, Isidoro e Giuseppe Cioffi di Onofrio, Michele de Dona fu Orazio, Marco de Dona fu Giovanni, Francesco Lanzillo fu Antonio, Antonio Lanzillo fu Francesco e Pasquale Pitaniello fu Carmine.
Facevano parte della categoria dei negozianti di stoffe Antonio e Giacomo Cincotti fu Giuseppe. Negozianti di vino (venduto anche nella cantina di Antonio Cantone fu Pietro) erano Raffaele Milanese fu Angelandrea e Saverio Marro fu Pietro; la neve, pigiata a ghiaccio nelle fosse montane, era invece una specialità di Pasquale Clemente fu Domenico che, dopo averla nascosta sotto le foglie per tutto l’inverno, aspettava i giorni più caldi per rivenderla ai caffè e alle gelaterie del napoletano, oltre che a quelle della Valle Caudina e alla caffetteria cervinarese di Felice Cincotti fu Giuseppe; il sensale autorizzato per situazioni varie era Giuseppe Cioffi fu Domenico.
Diversi i negozianti di legnami, come Filippo Ceccarelli fu Michele e Fortunato Ceccarelli fu Felice che, dopo aver disboscato le montagne lavoravano il legno in maniera artigianale; ricordiamo anche altri venditori come Pasquale Cioffi fu Gregorio, Luciano De Maria fu Felice, Pasquale Fierro fu Giuseppe, francesco Iglio fu Angelo, Pasquale Miele fu Carmine, Giovanni Pagnozzi fu Antonio e Luigi Ricci fu Arcangelo.
Tanti volti, tante storie, tanti mestieri, come l’appaltatore di opere di fabbrica Antonio Bianco fu Stefano, il negozio di formaggi di Andrea Taddeo fu Domenico e l’industria agraria di Nicola Tangredi di Giuseppe. Altre aziende agricole erano quelle di Giovanni de Gregorio fu Vincenzo, Luigi Lengua fu Nicola, Luigi, Nicola e Pasquale Marchese fu Gennaro, Luigi Iacchetta fu Giuseppe, Orazio e Gennaro d’Onofrio fu Giovanni, Stefano Casale di Giuseppe, Raffaele Niro fu Domenico.
Mugnaio del paese era Alessandro Cioffi fu Pasquale; Michele Schettini fu Domenico, il farmacista. Vi erano inoltre Antonio de Maria fu Felice col negozio di coloniali, Pasquale Iacchetta fu Nicola col negozio di spiriti, Francesco Mignuolo fu Pasquale, negoziante di frutti, e Giuseppe Pitaniello di Pasquale, col magazzino di cuoiami.
Di Cervinara conosciamo i nomi degli esercenti l’arte salutare che, nel 1880, risultano essere medici cerusici originari del posto: Gaspare Cecere fu Francesco, Luigi Girardi fu Vincenzo, Clemente Mercaldo fu Francesco, Giambattista De Bellis fu Bernardo, Vincenzo Cecere fu Gaspare, quest’ultimo laureatosi presso la Real Università di Napoli, tra il 1830 e il 1877.
Vi erano poi i quattro farmacisti locali con la cedola: Scipione Madonna fu Domenico, Luigi Cecere fu Gaspare, Paolo Barionovi fu Pietro, Michele Schettini fu Domenico, e la levatrice, sempre col certificato, Anna Ragalzi fu Giambattista, che aveva acquisito cedola universitaria il 27 febbraio 1871.
A quei tempi, diciamo nella seconda metà del 1800, Cervinara, compresi i villaggi di Trescine, Salamoni, Mainolfi, Mizii, Cioffi, Pie’ di Casale, Ferrari, Pantanari, San Paolino, Ioffredo, Castello, Valle e Pirozza contava 7147 abitanti.
Il paese era abbastanza grande e commerciava in vini, mele, pere, ortaggi, canape e pioppi, lungo la provinciale Irpina e la San Martino Valle Caudina propriamente detta, oltre che durante il mercato settimanale del mercoledi.
Siamo venuti a conoscenza che, nel gennaio del 1873, la pretura era retta da Teodoro Del Grosso e dal vice Gennaro Baccalone e che cancelliere e vicecancelliere erano rispettivamente Filippo Martini e Francesco De Feo. Alle liti ci pensava invece il giudice conciliatore Pasquale Simeone, assistito dal cancellerie Girolamo Piccolo.
Notizie più approfondite ne abbiamo però solo sugli ultimi anni di fine secolo, a partire dal 1889, allorquando primo cittadino del paese, nonché presidente del Circolo dell’Indipendenza, era Giovanni Barionovi, coadiuvato da Errico Pepicelli nella qualità di segretario e da Luigi De Maria che faceva l’esattore. Gli assessori erano invece Alessandro Pagnozzi, Giacinto Barionovi, Girolamo De Nicolais e Pasquale Simeone. Addirittura sei i parroci: Giuseppe Pisanelli della parrocchia di San Marciano, Pasquale De Dona della parrocchia di San Potito, Vincenzo Barionovi della parrocchia di Sant’Adiutore, Vincenzo Marro della parrocchia di San Gennaro, Angelo Ragucci della parrocchia di San Nicola e Giuseppe Clemente della parrocchia di Santa Maria alla Valle. Giuseppe De Maria era il presidente della Congrega di Carità; ben diciotto, i componenti della famiglia clericale: Mariano, Pietro e Antonio Valente, Pasquale Cecere, Giuseppe De Maria, Michele Dorio, Andrea, Giuseppe, Pasquale e Luigi Bove, Francesco Barionovi, Francesco Bianco, Zaccheria Clemente, Francesco De Nicolais, Antonio Cioffi, Nicola Simenone, Raffaele e Vincenzo Cioffi.
Pare che gli oltre 7.000 cervinaresi dell’epoca mandassero fra i banchi quasi 800 alunni, dislocati nelle 8 scuole elementari, sotto la guida degli insegnanti Nicola Simeone, Antonio Valente, Francesco Mainolfi, Francesco Bianco, Carmela ed Elisabetta Cavaccini, Blandina Cioffi e Teresa Iuliano. Erano i tempi in cui ai vecchi medici andò ad aggiungersi il chirurgo condottato Pietro De Nicolais e una nuova levatrice nella persona di Filomena Viggiano.
Nella schiera dei professionisti laureati figuravano – oltre gli ingegneri Saverio Rossi e Luigi De Nicolais, il medico chirurgo condottato Giuseppe Ferrannini e la levatrice condottata Coletta Palma – gli avvocati Francesco Cecere, Giovanni Bruno, Nicola Mendozza, Gennaro Boccalone e Angelo Maietta; i farmacisti Luigi Cecere, Giuseppe Boccalone, Scipione Madonna; gli altri medici-chirurghi Clemente Mercaldo, Luigi Girardi e Vincenzo Cecere.
Giovanna Mignuolo e Antonio Iuliano erano gli albergatori del paese che offrivano un posto per pernottare. Gennaro Sorice, Giuseppe Crispino e Marco Marro si davano da fare con le armi, nella vendita e negli aggiusti. Francesco, Giuseppe e Domenico Cioffi, Girolamo Marro, Michele Villacci e Antonio Mauriello costruivano botti. Giuseppe Cioffi, Francesco, Giovanni e Ferdinando Pitaniello, Luigi Cappabianca e Francesco Fuccio facevano i barbieri. Nei loro saloni, qualche volta, si presentavano a perdicchiare tempo i tanti artigiani, dopo un buon caffè gustato da Mariantonio Cincotti oppure nelle altre caffetterie, cioè da Raffaele De Notaris, Lucia De Girolamo e Felice Cincotti. Di fama, non solo locale, erano i proprietari di cave di pietra Giuseppe Visconti, Francesco Ricci, Nicola Visconti e Vincenzo Simeone; questi ultimi due, insieme a Domenico Simeone, andavano alla ricerca delle venature più estrose per lavorare la pietra e il marmo secondo antica tradizione.
Dicevamo degli artigiani. Possiamo ricordare i capimastri muratori (Antonio Bianco, Antuono, Gaspare e Giambattista Mercaldo, Angelantonio e Pasquale Gervasi), la schiera dei calzolai (Domenico D’Agostino, Domenico Cioffi, Arcangelo Moscatiello, Berardino Iuliano, Michele e Giuseppe Pitaniello, Alfonso e Orazio Miele), i cappellai (Raffaele Ippolito, Luigi Cappabianca e Francesco Ricci), i commercianti in genere di moda Emilia Candela, Concetta Brevetti, Mariantonia Mercaldo, Nicola Caniello, Luigi Cappabianca, Giacomo e Antonio Cincotti; del commissionario Girolamo Piccolo e i droghieri Pasquale e Luigi Cioffi. Non possiamo qui dimenticare i fabbricatori di stoffe e di tele Marianna De Simone e Carmela D’Onofrio, Filomena Valente e Maria Cioffi; di cera, come Pasquale Telaro, e quelli di mobili Angelantonio Marro, Giuseppe Fierro, Pasquale e Luigi Perrotta, e Domenico Cioffi. Vendevano mattoni e stoviglie Giovanni e Raffaele Niro; Matteo De Dona, Lorenzo Cioffi, Saverio e Andrea Caporaso erano negozianti in olii; da non dimenticare quelli di tessuti Antonio e Giacomo Cincotti, Nicola Caniello, Concetta Brevetti, Emilia Candela e quelli di legnami, Pasquale e Luigi Perrotta, Domenico Mercaldo e Girolamo Marro. Due i fabbricanti di sedie, Agostino Miele e Pasquale Ricci, e uno quello di gassose, Antonio De Maria.
Anche se quasi ogni famiglia allevava in casa il maiale o degli agnelli, vi erano comunque i beccai Antonio Iuliano, Pasquale, Giovanni e Raffaele Cappabianca, Andrea Iuliano e Francesco Fucci che “sfasciavano” la carne, oltre i mugnai Angelantonio e Pasquale Mastone, Alessandro Cioffi, Pasquale Moscatiello, Giovanni e Vincenzo Befi, i panettieri, Onofrio Cioffi, Raffaele De Dona, Giuseppe e Raffaele Cioffi, e i negozianti in grani e farine Pietrantonio Cioffi, Luigi Lanzilli e Giuseppe e Raffaele Cioffi; ai vini ci pensava invece Raffaele Milanese. La frutta toccava a Pasquale Moscatiello e Pasquale Taddeo; e tre erano le fruttaiuole: Rosa Pitaniello, Angelamaria D’Agostino e Carmela D’Onofrio.
Ancora i fabbri-ferrai Giovanni e Diodato Ricci, e Lorenzo, Pasquale e Gregorio Brevetti, al pari dei falegnami Raffaele Cincotti, Raffaele Mauriello, Antonio Cioffi, Carlo e Stefano Bianco, Antonio Mauriello e Giuseppe Villacci. E i sensali: Nicola e Giuseppe Cioffi, Giuseppe Esposito, Luigi Celentano, Ferdinando Villacci, Giuseppe Simeone, Pietro Stellato, Carminantonio Finelli e Antonio Lanzilli.
E che dire degli orologiai Giuseppe e Francesco Cioffi, del pittore di stanze Nicola Esposito, dei fuochisti pirotecnici Carmine Leone e Francesco Starace; dei sarti Luigi Ricci, Giuseppe Russo, Carlo e Francesco Ricci e Vincenzo Vassallo; gli speziali manuali Giuseppe Tagliaferri e Antonio De Maria. Vi erano poi i venditori di generi diveri Giacomo e Antonio Cincotti; quelli di cuoiami Lorenzo Cioffi e Vincenzo Pitaliello. Nomi e cognomi che ricorrono tutt’oggi.
Un fiaschetto di vino lo si poteva trovare nelle trattorie, da Clemente Taddeo e Giovanni Mignuolo, o dai bettolieri, Fortunato Cappabianca, Giovanni Telaro, Luigi, Gabriele e Clemente Taddeo, accompagnato o meno da un nostrano piatto caldo. Per chiudere poi il pranzetto, più o meno leggero, bastava un buon sigaro da comprare in uno dei vari tabacchini. Giuseppe Cioffi, donna Carmela Vele, Nicola Moscatiello, Giuseppe Ricci, Giovannantonio D’Onofrio o Francesco Ruggiero conoscevano bene “tabacchi” e “pacchetti”.
Al progresso civile ed economico di Cervinara contribuirono, nei primi anni del 1900, la costruzione della ferrovia Benevento-Cancello, la realizzazione di un acquedotto locale e la nascita di una centrale elettrica.
Il nuovo secolo si era aperto senza grandi cambiamenti nella vita politica e amministrativa di Cervinara: i possidenti mantenevano le loro proprietà; i contadini, servendosi delle proprie braccia, si affacciavano al mondo con la speranza di sempre. Continuavano a dividere il raccolto con i proprietari, a portargli i capponi nelle ricorrenze civili e religiose, riuscendo a stento a mettere da parte i pochi risparmi che certo non sarebbero bastati ad acquistare terreni, ma a dare vita a quel triste fenomeno che è l’emigrazione. Pur tuttavia, qualcuno, spostatosi verso il borgo, riuscì a mettere in piedi un’attività artigianale. Il rimanente basso ceto, i figli dei braccianti, dei giornalieri, degli artigiani, nonché qualche sporadico possidente, scelsero però nell’emigrazione la soluzione più giusta ai propri problemi.
Alcuni avevano preferito abbandonare la vita rurale già alla fine del secolo scorso, in vista di più facili e immediati guadagni oltreoceano. Chi c’era stato, e aveva fatto “fortuna”, anche come scaricatore di porto o come minatore, era ritornato diffondendo tra il popolo l’immagine di un’America ricca e florida. Seguendo le orme di quegli “avventurieri” imbarcatisi al porto di Napoli, si partì sempre più spesso, sperando nella stessa fortuna. Ma l’imminente scoppio della Prima Guerra Mondiale richiese quelle braccia al fronte: la grande emigrazione era rimandata. Molti cervinaresi non fecero più ritorno. Poveri soldati come Amatiello, Befi, Bizzarro, Bove, Buccieri, Campana, Calabrese, Garofalo, Ceccarelli, Cerasuolo ed un altro centinaio, come risulta dall’elenco ufficiale dell’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, non fecero più ritorno. I reduci si ritrovarono nuovamente nei campi, stavolta incolti. Anche i vecchi capivano: la campagna non poteva continuare a dare, ai loro figli, ciò di cui essi si erano accontentati. L’indelebile marchio del “servo della terra” doveva scomparire; la guerra aveva riaperto le speranze: gli stenti erano abrogati. Si sentiva il bisogno di una vita diversa, in direzione di Napoli, oppure, della cara vecchia America. Più di 4 milioni di italiani entrarono negli Stati Uniti nei decenni a cavallo del secolo. Sono contadini del Mezzogiorno, inseriti d’impatto nel processo di sviluppo industriale americano di quegli anni.
Quasi un terzo di essi si stabilirono a New York, diventa quasi una grande città “italiana”. E’ un’altra piccola Italia, la Little Italy. Fu questo uno dei motivi che spinsero il governo degli Usa ad emanare delle leggi restrittive, impedendo l’ingresso agli analfabeti di razza bianca, riducendo gli italiani ammessi ogni anno a 3.845 unità contro i 409.239 che si erano recati in America nel 1920 procurando un dissesto nell’equilibrio demografico della regione Campania.
Avellino era l’unico centro della provincia a superare i 10.000 abitanti tra il ’21 ed il ’31. Anche Cervinara diede il suo contributo. Ma quanti degli oltre 200 cervinaresi che nel 1930 ancora restavano in contatto col paese natio fecero fortuna? Potremmo parlare di Gaetano e Antonio Clemente, Antonio e Pasquale Sorge, Antonio Martone, Onorio Ruotolo, del dottor Salvatore Brevetti, di Antonio Mercaldi, Antonio Leparulo, Ferdinando De Dona, Carmine Russo, Nicola Villacci, Alberto Milanese, Carmine Clemente, degli Onor Prisco e Nicola Vecchione. Ma gli altri fecero veramente fortuna? Addirittura c’è chi sottoscrisse somme per il monumento da erigersi nella piazza di Cervinara e mai pagò, forse per miseria, forse per errore, forse per dispetto. Gente come Carmine Buccieri, Salvatore Brevetti, Angelo Cillo, Emilio, Raffaele e Giuseppe Cioffi, Domenico Cappabianca, Pasquale del Balzo, Francesco D’Agostino, Giovanni Finelli, Francesco Formato, Luigi e Andrea Iuliano, Francesco Lippoli, Domenico e Francesco Mercaldo, Giuseppe Madonna, Pasquale Taddeo, Orazio Vaccarelli, Antonio Zucale, la signora e la signorina Villacci. Con quest’ultima famiglia dovette accadere qualche diverbio di cui nulla sappiamo se è vero che Nicola Villacci, tempo addietro, aveva offerto ben 900 dollari (verdoni americani del 1930) che mai sborsò alla giusta causa. “Molti in Italia o in Europa”, scriveva il Cavaliere Gaetano Clemente, “hanno la convinzione che l’America è la terra dell’oro; è la terra dove si inciampa contro la ricchezza e che per divenire ricco basta semplicemente volerlo-sogni chimerici!”. Chissà quanti cervinaresi, intrepresa una carriera e gettatisi negli affari, fecero marcia indietro, “ritirandosi scoraggiati dopo averci rimesso del tempo prezioso per lanciare la loro impresa e soprattutto dopo avere assorbito fino all’ultimo soldo che avevano messo da parte a furia di stenti e privazioni”. Il Cavaliere Clemente scrisse che i suoi primi affari furono di una meschinità unica. Lui non pensava classicamente “Quello che non guadagno finanziariamente adesso lo guadagno in cognizioni che domani mi daranno quello che rimetto oggi”. Che tradotto in dollaroni, pardon, in soldoni, significa che o guadagni da subito o cambi mestiere. Nato a Cervinara nel 1865, si può dire che Gateno Clemente, alla stregua dei fratelli Palermo, fu il cervinarese più fortunato d’America. Emigrato nel 1902, dopo aver sperimentato le proprie capacità con i primi lavori stradali in Valle Caudina, cercò subito qualcosa da fare a più ampio respiro, fino a farsi un nome nell’ambiente edilizio e arrivando a fondare la Clemente Contracting Company del Bronx, una ditta che, prima di espandersi, si occupava appena di escavazioni e di costruzioni, realizzando tunnels e fondamenta sull’isola di Manhattan. Fra le opere più importanti ricordiamo gli edifici che formarono il più grande Medical Centre del mondo a Washington Height dove sventolò alto il tricolore, oltre alcune strade newyorkesi alle quali furono dati i nomi dei due illustri connazionali Casanova e Barretto. Il Cavaliere impiegava solo mano d’opera italiana. Un uomo che si fece da sé: un vero ed autentico “self-made man”. Altre opere del suo ingegno furono il Polyclinic Hospital, alcuni edifici della Fordham University ed altri edifici importanti, contribuendo anche all’erezione e al mantenimento della Casa Italiana di Cultura presso la Columbia University, elargendo inoltre somme per ospedali e chiese. Ed a lui si deve anche l’erezione del monumento ai 100 caduti della Grande Guerra, per esclusiva contribuzione dei cervinaresi d’America, ricevendo medaglia d’Oro alla esposizione e Fiera Campionaria di Tripoli, sotto l’alto patronato di Benito Mussolini.
Egli si recherà a Cervinara per inaugurare personalmente il monumento ai caduti eroici, opera di grande valore ideata e scolpita da un mago dell’arte, anch’egli cervinarese, popolarissimo all’epoca, Onofrio Ruotolo. Clemente, insomma si circondò sempre di cervinaresi, come nel caso di Carmine Clemente, presidente della Clemente Brothers, e Antonio Mercaldi, che raccolse i fondi per il monumento nel banchetto del giugno 1927, nella Lotteria, nel Concerto e Ballo del 1928, alla festa di San Clemente, nella pubblicazione di un “souvenir”. Il monumento che ancora vediamo nella piazza di Cervinara fu inaugurato il 17 agosto 1930, con un solo pensiero “clemen-tiano” rivolto agli orfani: “Vivere pericolosamente – abbiate fede in quello che fate ed il successo sarà vostro”. Fra quegli eroi ricordiamo: il maggiore di fanteria Michele De Dona, ch’ebbe medaglia d’argento l’11 aprile del 1918 per aver dato l’assalto ad una posizione avversaria difesa da mitragliatrici e fucilieri il 25 agosto del 1927 a Tolmino; il sottotenente Giuseppe De Maria, medaglia di bronzo alla memoria; e i soldati Pietro Ferraro e Giovanni Girardi, anch’essi medagliati col bronzo.
I cervinaresi d’America, a dire il vero, sono stati sempre uniti. Fin dal 1915 avevano scritto un’altra pagina di patriottismo e di fratellanza, organizzando la Loggia Cervinara Valle Caudina del grande Ordine Figli d’Italia in America, grazie ad Antonio Mercaldi, Michele Battuello e Luigi Moscatiello che aggregarono consensi nel Circolo Educativo Cervinara, dove i compaesani si riunivano quotidianamente. Un circolo con a presidente Mercaldi, a vice Arcangelo Ricci, Pasquale Moscatiello a segretario; Domenico Cappabianca era il cassiere, Antonio Martone il provveditore (detto Zì Totonno), Giuseppe Moscatiello e Giuseppe Cioffi, i curatori. Una Loggia di tutto rispetto con il venerabile Vincenzo Baldini, l’assistente Silvio Rosati, l’ex venerabile Pellegrino Moscatiello, l’oratore Luigi Moscatiello, i segretari Andrea Bello e Otello Rapini, i curatori Michele Battuello, Raffaele e Daniele Ricci, Francesco Formato e Antonio Fogliani, i cerimonieri Luigi Battuello e Florio Stumpo, la sentinella Felice Cataldo e il medico sociale Salvatore Brevetti.
Chiudiamo questa parentesi ricordando che lo stemma del Comune di Cervinara è costituito da un cervo su tre cime ed una stella cometa all’interno di una cornice di papiro, con sottostanti rametti di alloro e di quercia legati da un nastro con sopra una corona costituita da cinque torri unite.
Il gonfalone del Comune è di colore blu e reca al centro lo stemma ed in alto la scritta “Comune di Cervinara”, completandosi con un nastro tricolore annodato al di sotto del puntale.
Il Comune ha beni demaniali e beni patrimoniali come da apposito inventario, regolando gli usi civici da apposite leggi speciali.
Il Comune fonda la propria azione sui principi di libertà, di uguaglianza, di solidarietà e di giustizia e concorre a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ne limitano la realizzazione. Negli ultimi due articoli dell’atto municipale è detto che Cervinara “concorre a promuovere e conseguire il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione politica, economica, sociale, e culturale del paese all’organizzazione politica, economica, sociale e culturale” e che inoltre il comune “garantisce la partecipazione delle formazioni sociali nelle quali si realizza la personalità umana, sostiene il libero svolgimento della vita sociale dei gruppi, delle istituzioni della comunità locale e favorisce lo sviluppo delle associazioni democratiche”.
In una descrizione dell’anno 1532 già si leggeva che “la Terra di Cervinara si trova situata a lato del monte Pizzone”, che ha piena giurisdizione su tutti i Casali,che sono undici, disposti a mo’ di triangolo. Si tratta, come abbiamo visto, dei Casali di Pirozza, Curielli, Scalamoni, Ferrari, Joffredo e Castello a monte; Salamoni, San Marciano, Trìscine, Pantanari e Valle, verso la pianura.
Ma è tempo di lasciarvi solo a nomi, cognomi, età, degli abitanti del 1700, dei mestieri, delle strade e delle chiese, tratte direttamente dai dati ufficiali e quindi senza manipolazioni di alcuni.
Questa è verità storica, non le chiacchiere da bar.
Buona lettura.

Continua
49. CETARA DI CAVA NEL 1754: cognomi, mestieri, case e chiese degli antichi pescatori

49. CETARA DI CAVA NEL 1754: cognomi, mestieri, case e chiese degli antichi pescatori

Le famiglie del paese che nel 1700 era inserito nella provincia del Principato Citra.

 

I cognomi registrati a Cetara nella metà del Settecento sono, in ordine di diffusione: Giordano (34 famiglie), Pappalardo (29), Crescenzo / Crescienzo / Di Crescenzo (27), Liguori (27), D’Acunto (15), Gatta / Gatto (11), Ferrigno (9), Landi (8), Autuori (7), Galano (7), Anastasio (6), Annarummo / Annarumma (5), Falcone (5), Imparato (5), Montesanto (5), Punzo (5), Avallone (4), Caravano (4), Perriello (4), Prencipe (Principe, 4), Romano (4), Apicella (3), Benincasa (3), Esposito (3), Masullo (3), Sarno (3), Scannapieco (3), Bianco (2), Coceniello (2), Della Noce (2), Di Caro (2), Fiorillo (2), Mandiello (2), Vuolo (2), Alfano (1), Calabria (1), Cesarino (1), Cona (1), Criscuolo (1), De Federici (1), Della Monica (1), Di Cesare (1), Di Fazio (1), Di Filippo (1), Di Mauro (1), Di Nicola (1), Di Vito (1), Fedele (1), Ferrajuolo (Ferraioli, 1), Figliuolo (1), Forcellini (1), Gargano (1), Gaudiano (1), Magliano (1), Paladino (1), Pasante (1), Pica (1), Prudente (1), Ruocco (1), Tata (1), Testa (1), Troise (1) e Tuniero (1)16.
Tali cognomi sono riconducibili, tutti, a famiglie di modesti pescatori, marinari ed artigiani registrate nel Catasto Onciario, ma non mancano ceppi familiari che nella storia di Cetara e delle aree limitrofe si sono contraddistinti per censo, nobiltà o personaggi illustri, come ad esempio i de Federici o Federici. Matteo Camera, nella sua opera Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, afferma che tralle famiglie antiche ed agiate del paese andavan distinti i casati di Aulisio, Pappalardo, de Liguoro, Cioffi, Campanile, de Lando e altri17. Di queste, le famiglie Aulisio, Cioffi e Campanile non sono registrate nel Catasto Onciario e va menzionato Grandinetto d’Aulisio, commemorato in una lapide della chiesa di San Pietro Apostolo per aver portato in salvo il principe Federico d’Aragona facendolo scampare alla congiura dei baroni, nel XV secolo18.
Procediamo, quindi, con un excursus storico ed etimologico su tutti i cognomi delle famiglie di Cetara nel 1754, trattandole in ordine alfabetico:
ALFANO – Tipico salernitano, dove è attestato fin dall’epoca medievale, ma largamente diffuso in tutto il territorio campano e specialmente in area partenopea, deriva dalla cognominizzazione in senso patronimico del personale tardolatino Alfanus, a sua volta originato dal germanico halfer (“aiutante”), oppure dall’arabo al fannon (“asino selvatico”)19. A Cetara, nel Catasto Onciario, è presente solo la famiglia del piscivinolo Paolo Alfano di 45 anni.
ANASTASIO – Cognominizzazione in senso patronimico del nome Anastasio, dal greco Anastasios, composto da ana (“su”, “di nuovo”) e stasis, (“che sta”), col significato originario di “risorto”. Il nome di persona Anastasio ed il suo aferetico Stasio si diffusero grazie al Cristianesimo per il culto dei santi Anastasio di Camerino, dove fu martire nel 251 insieme alla moglie Teopista ed i figli Aradio, Evodio (Ebodi), Callisto, Felice, Eufemia e Primitiva, Anastasio vescovo di Antiochia, giustiziato sotto l’imperatore bizantino Foca (602-610), e Anastasio il Persiano, monaco martire a Resafa in Siria nel 62820.
ANNARUMMO / ANNARUMMA – Tipico campano, attualmente registrato nella forma Annarummo solo a Cetara e maggiormente diffuso nella variante Annarumma principalmente ad Angri, Scafati, Salerno, Cava de’ Tirreni e Pagani nel Salernitano, deriverebbe dalla cognominizzazione dei nomi di persona Anna e Rumma, quest’ultimo originato dalla dialettizzazione del personale Domenica (Rummeneca, da cui Rumma).
APICELLA – Deriverebbe dal termine latino apex, apicis, che può essere tradotto con i significati di “apice, punta, sommità”, “cresta, ciuffo di penne sul berretto o sull’elmo”, “ornamento, sommo decoro, grado”, come soprannome legato all’attività svolta o ad una specifica connotazione fisica del capostipite, oppure da apica, termine che designava un particolare tipo di pecora che non ha lana al ventre, in relazione all’attività di pastore, allevatore, tosatore o produttore di formaggi e latte di pecora. Come ipotesi più plausibile, Apicella potrebbe derivare dalla cognominizzazione del personale Apicio, nome di un ghiotto gastronomo romano vissuto sotto Tiberio, autore del De re coquinaria, in cui trattava dei piaceri della tavola e dei modi di stimolare l’appetito: tale nome, al femminile Apicia, si sarebbe tramutato in termini domestici e affettivi nelle forme Apicillula e Apicellula, da cui il matronimico Apicella21.
AUTUORI – Tipico del Salernitano, e maggiormente diffuso a Salerno, Pontecagnano, Cetara e Vietri sul Mare, deriverebbe dalla cognominizzazione in senso patronimico del nome di persona medievale Autore, Adiutore o Auditore, diffusosi con il culto di Sant’Adiutore, secondo la tradizione primo evangelizzatore di Cava de’ Tirreni.
AVALLONE (4) – Tipico della costiera, in particolare di Raito, frazione di Vietri sul Mare e antico Casale della Città della Cava, dal punto di vista etimologico deriverebbe da uno dei tanti toponimi Vallone che hanno dato luogo alle espressioni “da Vallone” e “d’Avallone”. Meno probabile appare invece l’ipotesi che ne attribuisce l’origine da “Vallone” inteso come oriundo della Vallonia in Belgio, il cui etimo deriva dal termine Vallia, dal latino Gallia – con alla base gallus con il significato originario di “celtico”, “straniero”22. Nel 1754 sono residenti a Cetara quattro famiglie Avallone, rappresentate da un marinaro, un pescatore, un industriante di salzume ed un clerico coniugato.
BENINCASA – Diffuso in molteplici ceppi in tutto il territorio nazionale, con picchi d’intensità in Calabria, Campania costiera, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte, trae origine dal personale medievale di carattere gratulatorio Beneincasa, Benincasa o Benencasa (documentato nelle tre forme, in diverse aree italiane, già a partire dall’XI secolo), derivato a sua volta dall’espressione augurale “colui che porta il bene in casa” oppure “colui che è entrato ed è accolto bene in casa”23. Massima esponente della famiglia è stata Suor Orsola Benincasa, nata a Cetara nel 1547 e deceduta in Napoli nel 1618, fondatrice delle romite e delle oblate dell’Immacolata Concezione, oggi suore teatine24. Nella metà del Settecento il ceppo cetarese è costituito da tre nuclei familiari, i cui capifamiglia sono due boscajoli e un sartore.
BIANCO – Largamente diffuso e molto frequente in tutto il territorio nazionale, è originato dal soprannome, poi divenuto nome, Bianco, epiteto attribuito in relazione al colore dei capelli e della barba, o della pelle25. Dal punto di vista etimologico, la parola “bianco” deriverebbe dall’alto tedesco antico blanch, modificato in blank, con il significato di “splendente”26.
CALABRIA – Diffuso in Campania maggiormente nel Napoletano a Marigliano ed Acerra, e nel Salernitano a Montesano sulla Marcellana e Casalbuono, trae origine dal luogo di provenienza della famiglia, appunto una località della Calabria. Nel 1754 a Cetara vi è solo la famiglia del marinaro Antonio Calabria di 55 anni, sposato con Antonia Anastasio e con tre figli.
CARAVANO – Tipico di Salerno, potrebbe derivare dai termini caravan, in persiano, o kervan, in turco, con il significato di “carovana” o usato per indicare un luogo di ricovero delle carovane con cortile intorno al quale vi erano alloggi e stalle. Il carovano era, appunto, il mercante, viaggiatore o pellegrino che si spostava in carovane. È possibile anche la derivazione del cognome dall’antica città denominata Kairovan, italianizzata in Carovano, nei pressi di Cirene, che pure prese quel nome perché fondata a comodo delle carovane mercantili che vi confluivano.
CESARINO – Cognome napoletano, è originato dalla cognominizzazione in senso patronimico del nome del capostipite, appunto, Cesarino. L’unica famiglia con questo cognome nella Cetara della metà del Settecento è quella che fa capo al pescatore Francesco Cesarino.
CONA – Registrato attualmente in Campania solo a Sant’Angelo dei Lombardi nell’Avellinese e a Casal Velio e Stella Cilento nel Salernitano ed aree limitrofe, potrebbe trarre origine dal personale medievale Cono, nome diffusosi per il culto di San Cono da Teggiano, vissuto tra la fine del XII secolo e la prima metà del XIII.
CRESCENZO / CRESCIENZO / DI CRESCENZO – Tra i più diffusi a Cetara nella metà del Settecento, deriva dalla cognominizzazione del nome del capostipite Crescenzo, da cui il patronimico di Crescenzo (oggi Di Crescenzo e De Crescenzo), Crescenzo e la variante dialettizzata Crescienzo. Dal punto di vista etimologico, è evidente la derivazione dal nome latino Crescentius, dal participio crescens, impartito alla nascita con significato augurale (“crescente”, “che cresce bene”).
CRISCUOLO – Tipico della Costiera Amalfitana e di Salerno, si ha menzione di un casato Criscuolo amalfitano che godette di nobiltà. È, più precisamente, quello dei Crisconio, che donò alla storia personaggi di spicco quali Giovann’Angelo Crisconio, o Criscuolo, pittore e notaio a Napoli dal 1536 al 1560, fratello minore probabilmente del celebre pittore Giovan Filippo27. A Cetara nel 1754 il casato è rappresentato dai nuclei familiari del marinaro Antonio Criscuolo di 40 anni e della vedova Vittoria Apicella madre di Gennaro e Domenica Criscuolo.
COCENIELLO – Sopravvissuto nelle forme Cuciniello e Cucciniello, deriverebbe dall’ipocoristico aferetico28 di nomi come Enrico, Federico, Teodorico, da cui, appunto, soprannomi come ad esempio Enricuccio ed Enricucciniello. Un masto de campo Coceniello è menzionato nelle Opere in lingua Napoletana di Giulio Cesare Cortese del 166429.
D’ACUNTO – Cognome diffuso in Campania principalmente nel Salernitano ed in area partenopea, deriva dall’antico patronimico nato dalle due forme cognominali interscambiabili di Cunto e de Cunto, trasformatosi verso la metà del Seicento in D’Acunto e in seguito nelle varianti locali D’Acunzo, D’Acunzi, e D’Acunti. Il ceppo dei D’Acunto del Salernitano presenta come nuclei originari le antiche famiglie di Vietri e di Cetara, in origine Casali della città di Cava de’ Tirreni30. A Cetara esiste ancora la località Casa d’Acunto, individuata già all’epoca del Catasto Onciario e probabilmente antico luogo da dove si è irradiata la famiglia. Tra le quindici famiglie D’Acunto individuate a Cetara nel 1754, tutte composte da marinari e pescatori ad eccezione del calzolajo Gennaro, si distingue quella del benestante Francesco che vive del suo, ovvero delle sue sostanze.
DE FEDERICI – FEDERICI – Cognome che appartiene all’unica famiglia nobile residente in Cetara nella metà del XVIII secolo, trae origine dalla cognominizzazione del nome del capostipite Federico. È di origine genovese e fu investita dagli Angioini del feudo di Pietrastornina. Di questo casato si distinse il generale Francesco Federici, nato nel 1739 dal marchese Emanuele e da Gelsomina Minucci di Pietrastornina, che fu martire della Repubblica Partenopea del 179931.
DELLA MONICA – Tipico campano, maggiormente diffuso a Cava de’ Tirreni, Napoli, Salerno, Vietri sul Mare, Pontecagnano e Castellammare di Stabia, deriva dal nome comune e soprannome Monica – dal titolo religioso di “monaca” – originato dal termine greco mónos-monachós, “solo e unico”, e quindi dal latino monachus, “colui che vive da solo” 32. A Cava il cognome è attestato già nel XIV secolo33 e nel 1460 un Petrillo de Monica, insieme ad altri Cavesi, ricevette un’epistola dal sovrano Ferrante I d’Aragona contenente privilegi e concessioni alla Fedelissima Città della Cava34. A Cetara nel 1754 è presente solo la famiglia del bracciale – bracciante agricolo – Andrea della Monica di 50 anni.
DELLA NOCE – Attualmente tipico di Napoli, è documentato a Cetara per due famiglie nel 1754: quella dello storpio Bartolomeo di 60 anni, padre del barbiero Giuseppe, e l’altra del marinaro Pascale figlio del fu Andrea di 27 anni. Il cognome deriva da un toponimo legato al termine “noce”, e quindi dal luogo di provenienza della famiglia.
DI CARO – Diffuso anche nella forma De Caro, deriva dalla cognominizzazione del personale Caro, dal termine latino carus, col significato di “amato, dolce, affettuoso o affezionato”, divenuto in epoca medievale nome proprio di persona in senso augurale, per invocare la nascita di un figlio “caro e prezioso”35.
DI CESARE – Patronimico, è originato dalla cognominizzazione in senso patronimico del nome del capostipite Cesare. Nel Catasto Onciario è registrato solo un clerico Giovanni di Cesare di 19 anni, che possiede una montagna sterile a Frontone.
DI FAZIO – Deriva dal nome del capostipite Fazio, cognominizzato in senso patronimico. L’unica famiglia residente a Cetara nel 1754 è quella del bracciale Marco di Fazio di 33 anni, coniugato con Angela Avagliano.
DI FILIPPO – Patronimico, ovvero originato dal nome del capostipite Filippo, è attestato con la famiglia del bracciale quarantenne Giovanni di Filippo sposato con Barbara d’Acunto.
DI MAURO – Tipico di Vietri e Cetara, Casali della Città della Cava, è originato dalla cognominizzazione in senso patronimico del nome del capostipite Mauro. Tale cognome ha dato origine anche al ceppo familiare dei Mauri, come testimoniato dalla rivela del 1754 del cetarese Antonio di Mauro di 74 anni che fa’ industria di salar pesce, nella cui casa vive la cognata Marina Palladino, vedova di Tomaso Mauri36.
DI NICOLA – È la cognominizzazione del personale Nicola, nome del capostipite della casata37. A Cetara nel 1754 vive il panettiero Saverio di Nicola di 48 anni, che abita in un proprio comprensorio di case con la sua famiglia.
DI VITO – Cognominizzazione in senso patronimico del nome del capostipite Vito, si ritrova attualmente pure nella forma De Vito38. A Cetara nel 1754 vive il pescatore Antonio di Vito di 30 anni con la sua famiglia, mentre un altro nucleo familiare con lo stesso cognome è individuabile nella rivela del pescatore Francesco Liguori.
ESPOSITO – Di derivazione dal latino expositus, a, um, con il significato di “esposto, abbandonato”, dal verbo exponere (“esporre”), era attribuito agli infanti “figli della colpa o del peccato” abbandonati (quindi expositi, ovvero “esposti”) presso brefotrofi, strutture religiose o sugli usci di case private. Usata per quasi ottocento anni da istituti di carità, la cosiddetta “ruota degli esposti” era il più comune sistema di accoglimento di neonati abbandonati, escogitato per salvare loro la vita. Dal 1811 a Napoli si propose di assegnare ai neonati abbandonati un cognome d’ufficio, eliminando lo storico Esposito, che fu però ancora attribuito a molti “infanti proietti” fino alla metà del XX secolo39. Altra forma cognominale adoperata per gli esposti era la sigla A.G.P., con il significato di Ave Gratia Plena: nel Catasto Onciario di Cetara compare Rosa A.G.P., moglie del pescatore Pascale Imparato.
FALCONE – Patronimico, deriva dalla cognominizzazione del nome di persona medievale Falcone. Un esempio illustre dell’antica pratica di attribuire questo personale in area campana è offerto dal famoso Falcone Beneventano (1070 circa – 1144 circa), storico longobardo, notaio e giudice, autore del Chronicon Beneventanum.
FEDELE – Cognominizzazione del nome medievale Fedele, dal termine latino fidelis (“fedele”), è maggiormente diffuso nel Napoletano e nel Casertano.
FERRAJUOLO (FFERRAIOLI) – Registrato attualmente nella forma cognominale Ferraioli, deriva dall’attività artigianale del fabbro o del lavorante all’estrazione o ancora alla fusione del ferro (dal latino faber ferrarius, in dialetto campano ferraro o ferraiolo/ferraiuolo)40.
FERRIGNO – Principalmente diffuso in Campania a Napoli, Salerno, Pozzuoli, Marano di Napoli, Cetara, Nocera Inferiore, Cava de’ Tirreni, Maiori e San Marzano sul Sarno, deriverebbe dal nome medievale Ferrigno, avente alla base il termine “ferro” ad indicare le qualità di questo metallo come la durezza, la compattezza e la solidità.
FIGLIUOLO – Cognome originario di Montella in provincia di Avellino, deriva dal soprannome figliuolo, divenuto anche nome di persona in epoca medievale. Il Catasto Onciario di Cetara del 1754 registra l’artigliero o bombardiere Gennaro Figliuolo di 60 anni di Montella, che vive nella reggia torre di questo Casale della città di Cava.
FIORILLO – Tipico campano, principalmente diffuso nei Comuni di Napoli, Salerno, Caserta, Gricignano di Aversa, Sant’Antimo, Vietri sul Mare, Orta di Atella, Casavatore, e Cava de’ Tirreni, è un cognome derivato dal soprannome fitonimico “Fiore”. Dal punto di vista etimologico, è chiara la derivazione dal termine latino flos, floris, col significato di “fiore”, divenuto nome proprio in senso augurale allo scopo di propiziare la nascita di un figlio “bello come un fiore”, e infine cognominizzato nella forma base Fiore e nelle varianti Fiorucci, Fioretti, Fiorillo e Fiorilli41.
FORCELLINI (FORCELLINO) – Attualmente registrato nella variante pluralizzata Forcellini solo a Salerno e a San Giorgio a Cremano, la forma base singolare Forcellino è oggi tipica di Cetara, con propaggini di diffusione anche a Salerno, Vietri sul Mare, Angri, Bellizzi, Cava de’ Tirreni e Pompei. L’origine è da ricondurre ad un toponimo legato al termine “forcella”, dal latino furcilla, per la presenza di un tratto stradale che ne ricordava la forma. Infatti, la forcella è, in genere, qualsiasi legno, ferro o altro oggetto che a un certo punto si allarga biforcandosi. A Cetara l’unica famiglia registrata con questo cognome nel 1754 è quella del fallegname Francesco Forcellini di 63: da costui discendono tutti i Forcellino cetaresi attuali.
GALANO – Tipico della Costiera Amalfitana e di quella Sorrentina, deriva dalla cognominizzazione in senso patronimico del nome di persona Galano, già diffuso in epoca medievale. Nella metà del Settecento a Cetara i Galano sono tutti pescatori e marinari, così come pure le molteplici famiglie omonime di Praiano e Vettica Maggiore42.
GARGANO – Cognome dell’Italia meridionale, è diffuso maggiormente a Napoli, nel Salernitano a Salerno, Angri, Pagani, Sant’Egidio del Monte Albino, Amalfi e Altavilla Silentina, e nell’Avellinese a Bisaccia, Bagnoli Irpino e Sant’Angelo dei Lombardi. Deriva dall’area di origine del ceppo familiare, appunto il Gargano in Puglia. Nel Catasto Onciario del 1754 è presente la rivela di Giuseppe Gargano di Amalfi, che risiedeva nel Casale di Cetara.
GATTA / GATTO – Ancora presente a Cetara solo nella variante Gatto, è registrato in tutta la Campania nelle forme Gatta e Gatto. Tali forme cognominali sono originate dal nome del capostipite Gatto, zoonimo43. A Cetara è registrata anche la forma pluralizzata Gatti, soltanto nella rivela del sacerdote Reverendo Don Angelo Gatti.
GAUDIANO – Tipico campano delle aree costiere e diffuso anche in Basilicata, potrebbe derivare dal toponimo Gaudiano di Lavello in Lucania oppure dalla cognominizzazione del nome del capostipite Gaudiano, originato dal latino Gaudius. Un Gaudiano servo quondam Guillelmi de Limata de Caserta è documentato nel 123144.
GIORDANO – Cognome più diffuso a Cetara nella metà del Settecento, è largamente diffuso in tutta Italia e deriva dal personale medievale Giordanus, già documentato in iscrizioni latine cristiane del II e III secolo come Iordanus e Iordanes: il nome, dall’aramaico Yurdenah ed ebraico Yarden (col significato di “fiume a due bracci”) si diffuse in Europa nell’XI secolo per effetto delle crociate in Terrasanta, essendo il nome del fiume Giordano della Palestina dove fu battezzato Cristo45. Vi fu pure un Perosino de Giordano tra i cavesi che, il 22 settembre 1460, furono destinatari della missiva di re Ferrante I d’Aragona contenente privilegi e concessioni alla Fedelissima Città della Cava.
IMPARATO – Diffuso in tutta la Campania nella duplice forma Imparato e Imperato, è originato dalla cognominizzazione in senso patronimico del nome del capostipite Imperatore, personale nei secoli scorsi impartito agli infanti sulla scia di una tradizione augurale di nomi derivati da titoli nobiliari (Barone, Nobile, Marchesella, Principessa, etc.).
LANDI – Di origine medievale, deriva dal personale Lando, ipocoristico di nomi come Orlando, Rolando, Landolfo, Lamberto, etc.; alla base vi è il germanico landa, ovvero “territorio, paese”. Tipico della città di Salerno, è ampiamente diffuso anche a Fisciano, Baronissi, Pontecagnano Faiano, Battipaglia e Mercato Sanseverino, con propaggini a Napoli e nel Casertano, area quest’ultima dove è presente anche la variante locale Lendi46. Mentre a Cetara i Landi registrati sono tutti di ceto borghese, si individua nella città di Cava un ceppo nobile nel Quattrocento47.
LIGUORI – Tra i più diffusi nella Cetara settecentesca, è la cognominizzazione in senso patronimico del nome medievale Ligorius. Tale appellativo deriva dal personale Lidorius, diffusosi in Occidente per effetto del Cristianesimo grazie al culto di San Ligorio o Lidorio, vescovo di Tours, morto nel 371. Lidorius, la cui variante nell’accezione comune divenne Ligorius, significava letteralmente “colui che colpisce”, derivando dal verbo latino laedo, is, laesi, laesum, ere48.
MAGLIANO – Tipico del Salernitano, dove è diffuso principalmente a Campagna, Cava de’ Tirreni, San Giovanni a Piro ed Eboli, deriva da un toponimo Magliano o dalla cognominizzazione in senso patronimico del personale Magnano, a sua volta originato dal supernomen latino Magnus (da magnus, “grande”).
MANDIELLO – Registrato nel Catasto Onciario di Cetara di Cava anche nella forma corrotta Manniello, ha alla base il nome Mando, da Armando, oppure Manno, già documentato nell’VIII secolo nella forma latinizzata Mannus, ipocoristico aferetico di nomi medievali come Alemanno, Ermanno, Russomanno o Riccomanno49.
MASULLO – Cognome campano, principalmente diffuso a Cava de’ Tirreni, Napoli, Salerno, Casalnuovo di Napoli, Casalbuono, Vietri sul Mare, Sacco, Pozzuoli e Nola, deriva dal nome del capostipite Maso, o Masullo, ipocoristico aferetico del nome Tommaso o Tomaso (da cui Tomasullo e Masullo).
MONTESANTO – Cognome napoletano, ma discretamente diffuso pure in Costiera Amalfitana a Maiori e Cetara, deriverebbe dalla cognominizzazione di un toponimo Montesanto, luogo di origine del ceppo familiare. A Cetara nel 1754 sono registrate cinque famiglie Montesanto, una delle quali, rappresentata da Benedetto Montesanto, è originaria di Majuri, dunque di Maiori50.
PALADINO (PALLADINO) – Diffuso in tutta Italia, con più alta frequenza al Sud per Palladino, ha alla base il nome Paladino, già documentato nel XII secolo (Genova 1163 e Bari 1273, Palladinus; Bari 1270, Paladinus), formato da paladino, denominazione – irradiatasi in Italia a partire dal XII secolo con l’epica francese carolingica – di ognuno dei dodici cavalieri che vivevano e combattevano accanto a Carlo Magno51. A Cetara vive nella metà del Settecento la famiglia del bracciale Luca Paladino.
PAPPALARDO – Tipico campano e diffuso in tutta l’Italia meridionale, deriva da un soprannome legato al termine pappa, dal verbo pappare (“mangiare”), e lardo (“grasso animale”). Proprio a Cava, il cognome è già documentato nell’anno 1060 con un Marius qui dictus est Pappalardo52. A Cetara è tra i cognomi più diffusi nella metà del Settecento e si distinguono alcuni esponenti del ceppo come veri e propri imprenditori, industrianti di salzume e negozianti d’alice salate.
PASANTE – Rimasto solo nella forma Passante, deriverebbe dal soprannome “passante”, inteso come “viandante”. A Cetara nel 1754 è il cognome di una sola famiglia, il cui paterfamilias è il bracciale Bernardo Pasante spostato con Anna Scapolatiello, il quale è probabilmente originario dell’area del Napoletano.
PERRIELLO – Documentato nel Catasto Onciario del Casale di Cetara di Cava solo per quattro famiglie di pescatori e marinari, deriva da Petriello, dal nome latino Petrus, affermatosi sin dal primo Cristianesimo per il prestigio e il culto di San Pietro, il Principe degli Apostoli martire a Roma sotto Nerone53.
PICA – Diffuso maggiormente nell’area tra Abruzzo, Lazio, Campania e Puglia, può derivare da un soprannome legato al termine latino pica (“gazza”) oppure dalla cognominizzazione in senso matronimico del personale femminile Pica.
PRENCIPE (PRINCIPE) – Registrato nel Catasto Onciario di Cetara nella forma corrotta Prencipe, è attualmente presente soltanto nella versione italianizzata Principe. Deriva dalla cognominizzazione del nome di persona Principe o da un epiteto attribuito al capostipite, detto appunto “prencipe”.
PRUDENTE – Attestato a Cetara nel 1754 solo per la famiglia del marinaro Lorenzo Prudente, coniugato con Antonia Gatto, deriva dalla cognominizzazione del personale Prudente. Dal nucleo familiare individuato nel Catasto Onciario del Casale di Cetara discese l’illustre clinico Francesco Prudente (Cetara, 1804 – Napoli, 1867), figlio di Luigi e Maria Liguori, che fu direttore e professore della “Prima Clinica Medica dell’Università degli Studi di Napoli” e senatore del Regno d’Italia.
PUNZO – Meridionale, diffuso anche nella variante pluralizzata Punzi, ha origine dal nome Ponzio o Ponziano, a sua volta derivato dal nomen latino Pontius54. Nella Cetara della metà del Settecento i Punzo sono tutti pescatori e marinari, ma va menzionato a Cava un ceppo familiare con questo cognome che si distinse particolarmente nel XIV secolo con un Giacomo Punzo che fu auditore della Provincia di Bari sotto re Roberto nel 131655.
ROMANO – Panitaliano, ossia diffuso in tutto il territorio nazionale, si trova registrato anche nelle varianti locali Romani, Romanelli, Romanello e Romaniello. Deriva dal nome di origine slava Roman, o dal nome latino Romanus o da uno dei vari toponimi contenenti il termine “romano”56.
RUOCCO – Forma dialettale del nome cognominizzato in senso patronimico Rocco, si ritrova diffuso in tutta la Costiera Amalfitana: nel 1562 un Serio de Rocco de Plagiano è sindaco dell’Università di Praiano e Vettica Maggiore e da una cronaca tramandataci dal Camera, del 1645, abbiamo notizia di un Costanzo Ruocco padrone di un legno da pesca57. A Cetara nel 1754 è residente una sola famiglia Ruocco, rappresentata dal pescatore Gennaro di 20 anni.
SARNO – Cognome campano, diffuso maggiormente a Napoli, Avellino, Volturara Irpina, Salerno, Bracigliano, Nocera Inferiore, Atripalda, Portici e Parolise, deriva dal toponimo Sarno, luogo di provenienza del ceppo familiare.
SCANNAPIECO – Tipico del Salernitano, dove è registrato con picchi di maggiore diffusione a Salerno, Maiori, Campagna, Nocera Inferiore e Cava de’ Tirreni, deriva dal soprannome “Scannapieco”, da scanna (“scannare”, “sgozzare”) e pieco (da piecoro, “pecora” o “agnello”). Nel 1460 era sindaco della Città della Cava un messere Onofrio Scannapieco.
TATA – Attualmente poco diffuso in Campania, e registrato solo a Napoli, Agropoli, Cancello ed Arnone, Pozzuoli, Valva e Falciano del Massico, deriva dall’appellativo tata, con il significato di “padre”. A Cetara nel 1754 risiede la famiglia dei fratelli fornari Fabrizio e Carlo Tata.
TESTA – Secondo lo storico Vannozzi, è un soprannome fisico-anatomico che deriva dal latino testa, col significato di “guscio” o “conchiglia” e dopo di “vaso di terracotta” e quindi, per estensione analogica, “capo” sia dell’animale che dell’uomo. L’analogia risale forse all’uso barbarico di versare acqua, vino o sangue da bere nel cranio, ma anche ai comici del basso impero. In analogia con Capo e Caputo, il cognome si attesta a partire dal medioevo palesemente traendo linfa dal linguaggio colorito dei comici nel tardo impero romano (ripreso poi dalle commedie dell’arte, le varie maschere tipiche regionali ancor oggi insistono sulla caricatura che fa dei personaggi rappresentati dei “tuttotesta”). Viene, infatti, determinato e attribuito per le caratteristiche fisiche o figurate della testa58.
TROISE – Diffuso sia nella forma originaria Troise che nella variante pluralizzata Troisi, ha alla base il nome di persona Troise o Troisio. Un Domenico Troise è documentato a Cava come capitano nel Principato per re Carlo nel 1291 e un cavalier Toisio de Troise fu barone in Terra di Lavoro e maestro della Real Maresciallia nel 1294. Ancora, Federico Troise nel 1345 fu cameriero familiare della regina Giovanna I e un Annibale nel 1347 fu avvocato ed apprezzato autore di opere giuridiche59. A Cetara nel 1754 è registrata una sola famiglia Troise, con a capo il marinaro Martino di 31 anni.
TUNIERO – Cognome estinto in Campania, attestato per una sola famiglia nella Cetara della metà del Settecento, deriva dalla cognominizzazione in senso patronimico del nome di persona Fortuniero.
VUOLO – Tipico campano, è originato dal nome di persona Paolo, cognominizzato in senso patronimico nella forma Pavuolo, divenuta poi Vuolo per aferesi60.

Un altro cognome è registrato nel Catasto Onciario del Casale di Cetara, ed è quello del Privilegiato Napoletano – ovvero nativo di Napoli e quindi privilegiato per essere esente dal pagamento della tassa in once – Ignazio de Sanctis. Tale cognome deriva dal nome del capostipite Santo, latinizzato nella forma patronimica latina de Sanctis.
Attualmente i cognomi più diffusi a Cetara sono, nell’ordine: Pappalardo, Giordano, Ferrigno, Di Crescenzo e Benincasa, tutti già registrati nel Catasto Onciario della metà del Settecento.
Oltre a quelli già registrati nel Catasto Onciario del 1754, i cognomi oggi presenti a Cetara sono: Abbate, Alari, Alboretti, Arcella, Argento, Arpino, Attanasio, Attomana, Basile, Battista, Bertella, Bertini, Bettarini, Biondini, Bisogno, Bosco, Caiazzo, Cammarota, Capo, Capozzi, Carobene, Casaburi, Casizzone, Caso, Castaldo, Castelgrande, Castiello, Cauciello, Cioffi, Colaps, Cretella, Crisconio, Curcio, Curia, D’Alessandro, Dalia, D’Amato, D’Arienzo, De Bonis, De Chiara, Del Balzo, Dell’Acqua, Della Mura, Del Pizzo, D’Emma, Di Bianco, Di Lieto, Di Martino, D’Uva, Ferrara, Fertitta, Figliola, Finiguerra, Foresti, Forte, Francese, Gallo, Giacinto, Giorgio, Grassi, Iannicelli, Iannone, Karantes, Luisi, Mammato, Mandara, Marano, Marchiaro, Marone, Massimo, Milano, Minutolo, Mocerino, Monetti, Nasta, Nicolao, Nicoletti, Nobile, Ottomana, Palazza, Paradiso, Parente, Parodi, Pavone, Peluso, Pennino, Pino, Pirozzi, Pisacane, Piscino, Pizzulli, Porcelli, Rizio, Romeo, Rondini, Rosalba, Roseti, Rubini, Sagginella, Santelia, Santini, Saporiti, Saturnino, Savastano, Saviello, Savino, Senatore, Settembrino, Sperandeo, Speranza, Spinace, Squizzato, Staffa, Tafuri, Torre, Torrente, Venosino, Vigorita, Vitale, Vitolo, Zuppardi e Zuriello….

 

Continua
29. S.AGNESE NEL 1754: PRINCIPATO ULTRA BENEVENTO. 69° Catasto Onciario del Regno di Napoli (REGALO DI NATALE)

29. S.AGNESE NEL 1754: PRINCIPATO ULTRA BENEVENTO. 69° Catasto Onciario del Regno di Napoli (REGALO DI NATALE)

Breve parentesi storica su Sant’Agnese

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Il casale di Sant’Agnese, oggi frazione di San Giorgio del Sannio, in passato fu uno dei molti casali di Montefusco <>40 , apprendiamo dal Ricca41 che già in epoca angioina era presente il casale di Sant’Agnese <> che viene definito feudo il cui possesso è antico <>.
Sempre dal Ricca veniamo a conoscenza che nel Cedolario del 1500 si tassò Marino di Sant’Agnese per detto casale di S. Agnese, da Marino il feudo passò al figlio Ferdinando, la cui madre Maria de Mari come tutrice pagò il rilevio alla Regia Corte. Ferdinando trapassò senza eredi e la sorella Ippolita ereditò il feudo di Sant’Agnese sui cui pagò il rilevio al fisco nel 1529.
Ippolita Sant’ Agnese portò in dote il feudo a Pietro Sellaroli , patrizio beneventano e così il feudo passò alla famiglia Sellaroli di generazione in generazione pagandone ogni volta il rilevio da Giovan Camillo, poi al figlio Tommaso fino a Fabrizio Sellaroli che ne pagò il rilevio nel 1609, successivamente per istanza dei creditori, il Tribunale del Sacro Regio Consiglio vendette il feudo di Sant’ Agnese a Camilla Griffo della città di Benevento, alla morte di quest’ultima nel 22 ottobre del 1656, il feudo passò a suo figlio primogenito Giovan Battista Sellaroli che soddisfece il rilevio del castello di Sant’Agnese. Il 1656 sarà ricordato come l’anno in cui si verificò una grave epidemia di peste che ebbe conseguenze devastanti sulla demografia e sull’economia, non solo nel Regno di Napoli ma anche in gran parte dell’Europa. Concentrandoci sul Principato Ultra, si registrò un significativo calo demografico stimato intorno al 40%. Sant’Agnese, ad esempio, vide una diminuzione dei fuochi da 24 a 17, mentre altri comuni più grandi come Apice subirono una riduzione del numero dei fuochi da 450 a 20942.
Ritornando alla storia del feudo di Sant’Agnese, Don Giovan Battista Sellaroli sposò Donna Giovanna Ventimiglia e dalla loro unione nacque Tommaso che ereditò il feudo nel 1658 ed aggiunse al suo cognome quello materno Ventimiglia. Il suddetto Tommaso acquistò da Giovan Battista Ludovisi Principe di Piombino erede dei Gesualdo antichi feudatari, i diritti di giurisdizione, lo scannaggio e la bagliva del casale di Sant’Agnese, l’atto di cessione fu stipulato dal notaio napoletano Domenico de Vivo, nel documento si menzionava la generosa donazione effettuata dal re Ferdinando il Cattolico al grande Capitano Consalvo di Cordova, comprendente Montefusco e i suoi casali, tra cui quello di Sant’Agnese. Con questa donazione, furono trasferiti anche tutti i diritti di giurisdizione pervenuti poi al principe Ludovisi.
Il figlio di Tommaso, Carlo Ventimiglia Sellaroli divenne primo barone di Sant’Agnese in forza di un decreto della Gran Corte della Vicaria del 22 ottobre del 1691, dopo di lui il feudo passò al primogenito Cesare nel 1723 e poi a Carlo II nel 1752 fino alla figlia Livia nel 1787 <>.
Dopo l’eversione della feudalità fu incorporata a Calvi fino al 1811, successivamente come ci dice il Meomartini43 <>.
PICCOLO DIZIONARIO DELL’ONCIARIO

Vengono qui chiariti alcuni termini che vengono citati nel libro, ovviamente per approfondimenti si rimanda alla letteratura specialistica di cui ho inserito qualche riferimento bibliografico.

Bagliva, Mastrodattia: con tutti questi termini si indicano dei corpi feudali ben precisi
relativi i diritti amministrativi del feudatario.
La “Bagliva” è un istituto feudale destinato all’amministrazione dei diritti del signore, comprendendo la riscossione di svariati tributi come quelli legati al macello, alla molitura e alla tintoria. Inizialmente, la gestione della Bagliva era affidata alla Regia Corte, ma successivamente fu concessa alle Università e ai feudatari. Secondo quanto afferma Raccioppi44 nei primi anni del XVII secolo, “quasi tutte le baglive sono già cedute o alle Università o ai baroni; i quali a libito loro concedono o affittano l’ufficio della bagliva ad uno o più affittatori”.
Nelle terre demaniali, la Bagliva era sotto il controllo dell’Università, mentre nelle terre infeudate veniva assegnata al barone. Quest’ultimo aveva la facoltà di appaltare la Bagliva, dietro compenso, sia all’Università che a terzi.
All’interno della Bagliva, troviamo l’istituto della mastrodattia, che consisteva nell’ufficio del mastrodatti o maestro di atti. Questa figura svolgeva il ruolo di funzionario responsabile della registrazione degli atti sia dell’Università che dei cittadini.

Adoa: L’imposta di carattere feudale, nota come “adohamentum”, rappresentava un tributo pagato al sovrano per gli aiuti militari, fissato come una percentuale fissa del reddito dell’Università. Nel caso specifico di Sant’Agnese, questa tassa era versata a Montefusco. In origine, il termine “adohamentum” indicava il pagamento in denaro richiesto al sovrano come alternativa all’invio di militi, offrendo quindi un’opzione per sottrarsi dall’obbligo di fornire soldati.

Censo enfiteutico: Molti istituti religiosi, come Chiese e Monasteri, detenevano estesi possedimenti che, essendo difficili da gestire direttamente, venivano concessi a privati in cambio di un affitto annuo. Approfittando dei vantaggi fiscali di cui godevano, questi istituti religiosi erano in grado di stabilire canoni molto favorevoli per i beneficiari che decidevano di prendere a censo tali terreni. Inoltre, grazie alla considerevole liquidità derivante dagli affitti, la Chiesa poteva offrire prestiti a tassi contenuti, consentendo ai censuari di investire in attrezzature, bestiame e attività commerciali45.

Prammatica: decreto con cui il sovrano di suo moto proprio o sentito il parere di un’adunanza di ministri regola l’amministrazione

Zita in capillis: ragazza in età da marito, probabilmente il termine era legato al modo con cui queste ragazze portavano i capelli

Rilevio: Il “rilevio feudale” è un termine che si riferisce al pagamento periodico che un vassallo o un feudatario doveva effettuare al signore feudale in cambio dell’uso e della protezione della terra o di altri privilegi concessi dal signore. In questo contesto si riferisce l’imposta pagata al Fisco per il subentro nel feudo.

Continua
12. RAVELLO NEL 1755 (edizione cartonata) EAN 9788872971635

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Dalla Post-Prefazione del Prof. Luigi Buonocore

La Città di Ravello a metà del Settecento

A metà del Settecento Ravello doveva apparire un misterioso e solitario paese montano, emarginato e inaccessibile. Un processo di progressiva ruralizzazione aveva interessato l’antica Civitas che tuttavia conservava l’antica forma urbana, costituita da un nucleo centrale, contraddistinto da fabbriche religiose e domus aristocratiche, all’esterno del quale si estendevano una serie di casali. Oliveti di piccola pezzatura si distendevano sull’intero territorio ed in modo particolare nelle località del versante sud-orientale della città. Dal Petrito a Torello e da Civita e Marmorata, passando per località più vicine al mare come San Nicola a Bivaro, Sussiero e Casanova, gli ulivi verdeggianti dovevano disegnare i profili delle amene colline ravellesi. Negli stessi luoghi era praticata anche la coltivazione dei soscelleti (carrubi), spesso abbinati agli uliveti, la cui presenza è attestata soprattutto nelle zone prospicienti il mare come la Punta di Sant’Aniello e Castiglione. Un soscelleto era presente nella zona di Santa Catarinella a Civita, toponimo che rimanda all’antica chiesa di Santa Caterina già diruta nel 1577 e annessa alla parrocchia di Santa Maria del Lacco, così come era accaduto per le chiese di Sant’Agnello a Mare, San Giorgio alla Pendola, Santa Maria de Pumice, San Vito e SS. Salvatore di Sambuco. Ampie porzioni di territorio erano coperte da castagneti, a partire dallo sperone di Cimbrone, con le sottostanti grotte di Santa Barbara in cui si trovavano i resti della omonima chiesa, fino al monte su cui era stato edificato il castello di Fratta. Selve e boschi cedui cingevano il versante settentrionale nei siti di Monte Brusara, di San Pietro a Bucito, e Aqua di Scala o in altre località sul versante nord-orientale come Taversa e Sambuco, nota per la produzione di legname. Tra la vegetazione erano ancora visibili le torri e il tratto dell’antica cortina muraria del sistema difensivo settentrionale, ormai simbolico e privo di funzione. D’altra parte, agli inizi del secolo, la città era apparsa al vescovo Luigi Capuano priva di quelle mura di cinta che in passato avevano incarnato l’orgoglio di una città inespugnabile. Le Mura della Città sono menzionate nei pressi della località denominata Porta di Campo, verosimilmente riferita ad una cortina della fortificazione di Fratta. Il vigneto con frutti, spesso censito come vigna fruttata o vigna fruttata et vitata, dominava il paesaggio agrario. In alcuni casi viene annotata anche la presenza di case o vigne con bottaro e palmento a Torello o in località vicine come lo Pastino. I giardini dal carattere anche ornamentale, ad eccezione di quello vescovile, restavano una prerogativa dei personaggi più rappresentativi, come i nobili Girolamo D’Afflitto e Paolo Confalone nel rione Toro, o gli esponenti di un nuovo ceto borghese come il notaio Liborio Imperato nella Punta di Sant’Aniello e Nicola Pisacane a Sant’Agostino, che suggellavano la propria posizione sociale con l’elezione al Seggio dei Nobili o del Popolo. Senza tralasciare Matteo D’Afflitto, patrizio della Città di Scala ma nativo di questa Città di Ravello, che abitava in casa Rufolo con giardino sul quale pagava un censo perpetuo di dieci carlini annui alla Mensa Vescovile. A Marmorata, nella proprietà di Paolo Confalone, viene attestato l’unico esempio di giardino con frutti dolci che beneficiava di una irrigazione organizzata come si rileva dalla dicitura agri ad acquatorio, con peschiere alimentate dal canale dell’acqua proveniente dalla Pendola, riscontrabile anche nella platea vescovile risalente all’episcopato di Biagio Chiarelli. Poco distante era la zona di Bivàro, corrispondente all’attuale via per Zia Marta, nota in passato per la presenza di peschiere. Una sola volta sono menzionati i celsi piantati nel luogo di San Pietro alla Costa, e piedi di agrumi con fontana d’acqua sorgente dentro nel luogo detto Marmorata. E’ presumibile però che i gelsi e le piante di limone e cedrangolo, così come altre colture locali quali fichi, meli, peri e ciliegi, potessero essere comprese nella dicitura di giardino semplice o di vigna fruttata. Una parte del paesaggio agrario era pur sempre caratterizzata da zone sterili e pietrose. L’Università di Ravello, tra l’altro, possedeva la montagna demaniale in parte petrosa e sterile confinante con la montagna di Scala e denominata comunemente Demanio. Solo un’esigua porzione di terreni doveva essere adibita al pascolo, non meraviglia quindi che, tra gli abitanti, solo il bracciale Domenico Di Palma possedesse un gregge di pecore. Le proprietà agricole erano perlopiù parcellizzate in piccoli o medi possedimenti, misurati in giornate di zappa. Non mancavano fondi di grande estensione come due vigne fruttate a Cigliano e Sambuco o un terreno di soscelle, olive e fruttato a Civita pari a cinquanta giornate di lavoro. Le acque sorgenti sono attestate nelle località di Fontana Carosa, Marmorata e Sambuco. Tre cannelle delle sette dell’acqua Sabucana erano di Matteo D’Afflitto mentre non viene menzionato l’antico diritto di proprietà della mensa vescovile che in quegli anni, ad ore stabilite, concedeva l’acqua a diversi cittadini. Gli unici due molini sono attestati lungo i corsi d’acqua di Marmorata, ad est, e di Fiume, ad ovest. I frantoi, denominati trappeti, erano sette, uno dei quali si trovava nella diruta chiesa di Santa Maria a Lago sottostante Santo Cosimo. I nuclei familiari si distribuivano nei territori delle otto parrocchie cittadine. Oltre alla cattedrale erano chiese parrocchiali Santa Maria a Gradillo, San Giovanni del Toro, Santa Maria del Lacco, San Martino, San Pietro alla Costa, Sant’Andrea del Pendolo e San Michele Arcangelo a Torello. Nel luogo del Vescovado seu lo Seggio, in riferimento al Sedile dei Nobili che si riunivano in cattedrale presso la cappella del Santo Rosario, sono attestate perlopiù vigne con qualche casa e una bottega. Il Toro continuava ad essere il rione esclusivo della nobiltà dove si ergevano le aristocratiche magioni rivolte ad est verso i fondi di Gaimano e di San Bartolomeo. Nel catasto preonciario, redatto nel 1646, era stata documentata la presenza delle famiglie Bonito, Confalone, D’Afflitto, Frezza e De Fusco. Nel 1755 il censimento fiscale si è ridotto a soli tre capofuochi i magnifici Paolo Confalone, Girolamo D’Afflitto e Domenico Sasso, Patrizio di Scala che, tra l’altro, si era trasferito a Ravello solo nel 1747. Nel rione Toro sorgeva il palazzo vescovile in cui mons. Biagio Chiarelli aveva impiantato anche una celendra volta alla politura, alla manganatura e alla tintura dei panni di lana, attività già esercitata in città dal 1299 e interrotta con la peste del 1656. L’edificio era dotato di un giardino che consentiva un accesso diretto alla cattedrale, in quegli anni interessata dai lavori del rifacimento barocco non senza difficoltà se si considera che, nel 1755, le somme raccolte erano state integralmente spese senza che il sacro edificio potesse essere nuovamente officiabile. Alcune abitazioni con orti e vigne erano presenti anche nei pressi del Belvedere, l’antica roccaforte del sistema difensivo cittadino. Viene menzionata la sottostante Santa Margarita de’ Grisoni, il cui beneficiato era Don Domenico Romeo Napoletano, mentre non ci sono riferimenti alla vicina Porta Platee. Il luogo della Piazza Publica, l’attuale Piazza Fontana, sembrava aver conservato l’antica vocazione commerciale con la presenza di alcune botteghe di proprietà del magnifico Nicola Pisacane e del bottegaro Giuseppe Carrano, dimoranti in quella località che, per antica tradizione, accoglieva anche le adunanze dei Parlamenti Generali dell’Università. Il ricordo dell’antica chiesa di Sant’Adiutore era ancora presente se consideriamo che la casa di Don Giuseppe Giordano si trovava nella zona denominata Borgo di Sant’Adjutorio presso la Piazza publica. Nel Pianello, sotto l’antica porta de Grache, tra vigne e oliveti la chiesa di Sant’Angiolo dell’Ospedale seu li Frezzi conservava nella denominazione il ricordo dei fondatori. A poca distanza la località dove dicesi a la Marra mostrava un chiaro riferimento all’hospitium domorum Della Marra che già a partire dal Cinquecento appariva allo stato di rudere. A Santa Maria a Gradillo, Ponticeto e Pendolo si attestava il maggior numero di famiglie dell’antico centro urbano, all’interno del quale erano in funzione il Convento di San Francesco, cui erano passate le rendite del Convento di Sant’Agostino e del seminario, e i Monasteri di Santa Chiara e della SS. Trinità. All’estrema propaggine meridionale di Ravello il Cimbrone era abitato dalla Magnifica Isabella Sasso Del Verme, vedova del Patrizio di Ravello Pietro De Fusco. Sul versante orientale, al di fuori dell’antico perimetro urbano, i fuochi erano presenti a partire da lo Traglio, dove sorgeva la cappella di Sant’Agnello eretta da Gerolamo Manso, spesso richiamato in relazione al Monte per il maritaggio delle fanciulle bisognose. Lungo il declivio le abitazioni erano concentrate tra San Giovanni e San Pietro alla Costa in cui ritroviamo anche la località Cerasara, probabile riferimento alla presenza di giardini fruttati. Una sola abitazione è presente a Santo Cosimo, da cui si raggiungeva il vicino Petrito, e nella sottostante Santa Maria a Lago in cui si trovavano vigne e peschiere. A Torello, dove vengono menzionati i luoghi Sant’Angiolo, le Lenze e Masiello, viene censito il maggior numero di unità abitative, costituite da famiglie estese che potevano raggiungere i 17 componenti come nel caso del bracciale Aniello D’Amato. Alcune famiglie vivevano anche a Santa Croce e Santo Nicola al Càrpeno, ai confini di Minori, a lo Vallone e Sussiero sul versante di Marmorata. La vigna denominata lo Capitolo, ancora presente nella toponomastica del linguaggio comune, richiamava l’antica proprietà del Reverendo Capitolo della Cattedrale di Ravello. Proseguendo verso le zone interne sia a Casa Rossa che a Taversa viene censito un solo fuoco così come a Sambuco in cui erano le proprietà boschive del Venerabile Monistero di Santa Chiara a Sambuco piccolo e del forestiere non abitante Filippo Mezzacapo nelle località Riola, Sambuco Grande e Pontemena. Ai confini con Minori, nel territorio sovrastante la valle del torrente Reghinna Minor, tra boschi e castagneti, era presente la piccola chiesa di Santa Maria della Rotonda. Nella zona settentrionale i fuochi si distribuivano principalmente a San Martino e San Trifone con alcuni nuclei familiari a Monte Brusara. A San Trifone abitavano i fratelli Tommaso e Saverio Pisano, lavoranti di panettiere. L’attuale presenza in questa località di una via denominata Casa Pisani, riscontrabile almeno a partire dalla fine dell’Ottocento, potrebbe avere conservato la memoria dell’insediamento familiare. Lo Monte di Brusara, attraverso luoghi dai nomi suggestivi come Creta seu la Posa de lo Vescovo o il Passo de lo Lupo, si spingeva poi all’interno fino agli estremi confini settentrionali della città dove era l’Aqua di Scala. Gli indici demografici non sono particolarmente rilevanti per la zona prospiciente la Marina, ad eccezione della Ponta di Sant’Aniello dove abitava il notaio Liborio Imparato. Le uniche porte cittadine di cui si fa menzione, al fine di specificare le località delle proprietà censite, sono a nord Porta del Campo, Case Bianche seu Porta Penta, Porta del Lacco e ad est Portadonica, nei pressi della quale viveva il marinaio Mattia Palumbo con una famiglia estesa di 19 componenti. La vedova Teresa Fraulo viveva invece nella Torre della Santissima Annunciata che potrebbe verosimilmente essere una delle torri ancora oggi visibili lungo la cortina muraria orientale o una costruzione inglobata successivamente nelle abitazioni edificate nei pressi della porta di San Matteo del Pendolo. Le vie di comunicazione erano costituite da sentieri percorribili più agevolmente a dorso di mulo, un bene prezioso in considerazione della sua attitudine al trasporto. I numerosi toponimi ricordano anche chiese ormai dirute come Santa Maria a Lago (San Cosma), Santo Nicola a Càrpino (Torello), o famiglie che avevano avuto proprietà in determinate zone come Casa Pepe, (Torello), Casa Parere (San Pietro alla Costa) e Casa Fenice (Ponticeto). Scorriamo, pertanto, una lunga serie di denominazioni che ancora oggi identificano gran parte del territorio ravellese. Di alcune, purtroppo, si è perso l’uso comune o, peggio ancora, la memoria. L’analisi delle strutture abitative è solo descrittiva, senza alcuna rappresentazione grafica, e pertanto non può essere esaustiva. Le abitazioni vengono distinte in case proprie e case in affitto e sono descritte anche nelle strutture adiacenti come cortili e giardini. Gli immobili nella disponibilità del capofuoco potevano essere o meno gravati da censo, spesso dovuto a istituzioni religiosi o privati cittadini. Le abitazioni erano esenti da tasse mentre le rendite provenienti dalle case in affitto venivano tassate al netto delle spese di manutenzione o di riparazione, che in genere ammontavano ad un quarto del canone. A Ravello vengono censite solo cinque case palaziate, uniche testimoni dei fasti di una stirpe gentile che si erano poi dissolte nella generale decadenza delle periferie meridionali. Erano state edificate secondo i canoni della domus medievale ravellese, a più piani, con luoghi terranei, sale coperte a volta, accessibili attraverso un ambulacro e cucine. Queste ultime erano tradizionalmente poste nella zona superiore per consentire la dispersione dei fumi e degli odori ma potevano essere localizzate anche al pian terreno. Per quanto riguarda le abitazioni solo in alcuni casi si specifica la presenza di più stanze soprane o sottane. In genere, purtroppo, registriamo l’assenza di qualsiasi informazione in merito ai vani abitativi, a servizio non solo di famiglie formate da una coppia, con o senza figli, ma anche di famiglie estese ad altri membri del gruppo parentale. Questa circostanza però non deve indurci a credere che si potesse trattare di abitazioni di un solo vano, anche in considerazione del fatto che il fuoco poteva raggiungere un ragguardevole numero di componenti. Il cognome più diffuso è Manso, presente sull’intero territorio cittadino così come, in misura minore, Guerrasio, Coppola e Gambardella. Alcuni cognomi sono riconducibili a specifiche zone come di Palma, tra Costa e Torello, d’Amato, tra Pendolo e Torello mentre l’unico esponente della famiglia Cioffo, originario di Minori, viveva a San Martino. Numerosi sono i benefici ecclesiastici in capo a cappelle, chiese, congreghe ma anche a sacri edifici ormai diruti che tuttavia avevano conservato rendite e pesi. Piace addurre come esempio il beneficio della chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie e ai santi Gennaro e Michele nella località di Marmorata il cui beneficiato era il canonico tesoriere della cattedrale Don Lorenzo Risi. Eretta a spese del minorese Gennaro Manso e consacrata il 29 luglio 1751, come apprendiamo dall’atto notarile del Magnifico Notaro Luise D’Amato, la chiesa aveva una rendita costituita da una casa, oliveti e soscelleti con il peso di 25 carlini per le messe e 3 carlini per la visita del vescovo. Nel catasto sono elencati anche gli antichi diritti della mensa vescovile che a quei tempi fruttavano poco o nulla. L’episcopio possedeva lo jus della doganella, cioè il diritto su tutte le merci che si acquistavano e si vendevano, lo jus dello scannaggio, sul macello degli animali, lo jus fumatico sulle fornaci di calce della città che, stando ai dati, sarebbero a Sambuco, al Monte Brusara e a Lo Ietto nei pressi di Casa Rossa. Lo jus seu la decima sopra il pescato di Castiglione, dalla Marinella fino alle Fontanelle, rendeva poco e si era rivelato di difficile gestione alimentando una storia clamorosa di liti e scomuniche. C’è anche un riferimento al cattedratico, anticamente corrisposto al vescovo nel giorno della resurrezione e della nascita del Signore dal capitolo e dai parroci. Un tempo costituito da prosciutti a Pasqua e da capponi a Natale, veniva ricambiato con il “prandium de ipsis clericis”, offerto dal vescovo al capitolo e ai parroci della città il Giovedì Santo e nella solennità dell’Assunzione della Vergine Maria, titolare della cattedrale. Nel 1648, però, il capitolo aveva rinunciato al pranzo e da allora il cattedratico era stato pagato in denaro. Il catasto onciario di Ravello offre una serie di elementi utili alla ricostruzione del paesaggio e dell’urbanistica della Ravello settecentesca, riassunti in questa breve presentazione che potrà essere esplicitata in modo più analitico e integrata con le molteplici indicazioni di carattere socio-economico e demografico in esso contenute. Si tratta di una fonte preziosa da oggi accessibile ad un più vasto pubblico di studiosi e cultori della storia cittadina, con pagine inedite in cui ritrovare luoghi e persone dai nomi familiari e forse, non è da escludere, anche qualche frammento di storia personale.

Continua
12. RAVELLO NEL 1755

12. RAVELLO NEL 1755

Dalla Post-Prefazione del Prof. Luigi Buonocore

La Città di Ravello a metà del Settecento

A metà del Settecento Ravello doveva apparire un misterioso e solitario paese montano, emarginato e inaccessibile. Un processo di progressiva ruralizzazione aveva interessato l’antica Civitas che tuttavia conservava l’antica forma urbana, costituita da un nucleo centrale, contraddistinto da fabbriche religiose e domus aristocratiche, all’esterno del quale si estendevano una serie di casali. Oliveti di piccola pezzatura si distendevano sull’intero territorio ed in modo particolare nelle località del versante sud-orientale della città. Dal Petrito a Torello e da Civita e Marmorata, passando per località più vicine al mare come San Nicola a Bivaro, Sussiero e Casanova, gli ulivi verdeggianti dovevano disegnare i profili delle amene colline ravellesi. Negli stessi luoghi era praticata anche la coltivazione dei soscelleti (carrubi), spesso abbinati agli uliveti, la cui presenza è attestata soprattutto nelle zone prospicienti il mare come la Punta di Sant’Aniello e Castiglione. Un soscelleto era presente nella zona di Santa Catarinella a Civita, toponimo che rimanda all’antica chiesa di Santa Caterina già diruta nel 1577 e annessa alla parrocchia di Santa Maria del Lacco, così come era accaduto per le chiese di Sant’Agnello a Mare, San Giorgio alla Pendola, Santa Maria de Pumice, San Vito e SS. Salvatore di Sambuco. Ampie porzioni di territorio erano coperte da castagneti, a partire dallo sperone di Cimbrone, con le sottostanti grotte di Santa Barbara in cui si trovavano i resti della omonima chiesa, fino al monte su cui era stato edificato il castello di Fratta. Selve e boschi cedui cingevano il versante settentrionale nei siti di Monte Brusara, di San Pietro a Bucito, e Aqua di Scala o in altre località sul versante nord-orientale come Taversa e Sambuco, nota per la produzione di legname. Tra la vegetazione erano ancora visibili le torri e il tratto dell’antica cortina muraria del sistema difensivo settentrionale, ormai simbolico e privo di funzione. D’altra parte, agli inizi del secolo, la città era apparsa al vescovo Luigi Capuano priva di quelle mura di cinta che in passato avevano incarnato l’orgoglio di una città inespugnabile. Le Mura della Città sono menzionate nei pressi della località denominata Porta di Campo, verosimilmente riferita ad una cortina della fortificazione di Fratta. Il vigneto con frutti, spesso censito come vigna fruttata o vigna fruttata et vitata, dominava il paesaggio agrario. In alcuni casi viene annotata anche la presenza di case o vigne con bottaro e palmento a Torello o in località vicine come lo Pastino. I giardini dal carattere anche ornamentale, ad eccezione di quello vescovile, restavano una prerogativa dei personaggi più rappresentativi, come i nobili Girolamo D’Afflitto e Paolo Confalone nel rione Toro, o gli esponenti di un nuovo ceto borghese come il notaio Liborio Imperato nella Punta di Sant’Aniello e Nicola Pisacane a Sant’Agostino, che suggellavano la propria posizione sociale con l’elezione al Seggio dei Nobili o del Popolo. Senza tralasciare Matteo D’Afflitto, patrizio della Città di Scala ma nativo di questa Città di Ravello, che abitava in casa Rufolo con giardino sul quale pagava un censo perpetuo di dieci carlini annui alla Mensa Vescovile. A Marmorata, nella proprietà di Paolo Confalone, viene attestato l’unico esempio di giardino con frutti dolci che beneficiava di una irrigazione organizzata come si rileva dalla dicitura agri ad acquatorio, con peschiere alimentate dal canale dell’acqua proveniente dalla Pendola, riscontrabile anche nella platea vescovile risalente all’episcopato di Biagio Chiarelli. Poco distante era la zona di Bivàro, corrispondente all’attuale via per Zia Marta, nota in passato per la presenza di peschiere. Una sola volta sono menzionati i celsi piantati nel luogo di San Pietro alla Costa, e piedi di agrumi con fontana d’acqua sorgente dentro nel luogo detto Marmorata. E’ presumibile però che i gelsi e le piante di limone e cedrangolo, così come altre colture locali quali fichi, meli, peri e ciliegi, potessero essere comprese nella dicitura di giardino semplice o di vigna fruttata. Una parte del paesaggio agrario era pur sempre caratterizzata da zone sterili e pietrose. L’Università di Ravello, tra l’altro, possedeva la montagna demaniale in parte petrosa e sterile confinante con la montagna di Scala e denominata comunemente Demanio. Solo un’esigua porzione di terreni doveva essere adibita al pascolo, non meraviglia quindi che, tra gli abitanti, solo il bracciale Domenico Di Palma possedesse un gregge di pecore. Le proprietà agricole erano perlopiù parcellizzate in piccoli o medi possedimenti, misurati in giornate di zappa. Non mancavano fondi di grande estensione come due vigne fruttate a Cigliano e Sambuco o un terreno di soscelle, olive e fruttato a Civita pari a cinquanta giornate di lavoro. Le acque sorgenti sono attestate nelle località di Fontana Carosa, Marmorata e Sambuco. Tre cannelle delle sette dell’acqua Sabucana erano di Matteo D’Afflitto mentre non viene menzionato l’antico diritto di proprietà della mensa vescovile che in quegli anni, ad ore stabilite, concedeva l’acqua a diversi cittadini. Gli unici due molini sono attestati lungo i corsi d’acqua di Marmorata, ad est, e di Fiume, ad ovest. I frantoi, denominati trappeti, erano sette, uno dei quali si trovava nella diruta chiesa di Santa Maria a Lago sottostante Santo Cosimo. I nuclei familiari si distribuivano nei territori delle otto parrocchie cittadine. Oltre alla cattedrale erano chiese parrocchiali Santa Maria a Gradillo, San Giovanni del Toro, Santa Maria del Lacco, San Martino, San Pietro alla Costa, Sant’Andrea del Pendolo e San Michele Arcangelo a Torello. Nel luogo del Vescovado seu lo Seggio, in riferimento al Sedile dei Nobili che si riunivano in cattedrale presso la cappella del Santo Rosario, sono attestate perlopiù vigne con qualche casa e una bottega. Il Toro continuava ad essere il rione esclusivo della nobiltà dove si ergevano le aristocratiche magioni rivolte ad est verso i fondi di Gaimano e di San Bartolomeo. Nel catasto preonciario, redatto nel 1646, era stata documentata la presenza delle famiglie Bonito, Confalone, D’Afflitto, Frezza e De Fusco. Nel 1755 il censimento fiscale si è ridotto a soli tre capofuochi i magnifici Paolo Confalone, Girolamo D’Afflitto e Domenico Sasso, Patrizio di Scala che, tra l’altro, si era trasferito a Ravello solo nel 1747. Nel rione Toro sorgeva il palazzo vescovile in cui mons. Biagio Chiarelli aveva impiantato anche una celendra volta alla politura, alla manganatura e alla tintura dei panni di lana, attività già esercitata in città dal 1299 e interrotta con la peste del 1656. L’edificio era dotato di un giardino che consentiva un accesso diretto alla cattedrale, in quegli anni interessata dai lavori del rifacimento barocco non senza difficoltà se si considera che, nel 1755, le somme raccolte erano state integralmente spese senza che il sacro edificio potesse essere nuovamente officiabile. Alcune abitazioni con orti e vigne erano presenti anche nei pressi del Belvedere, l’antica roccaforte del sistema difensivo cittadino. Viene menzionata la sottostante Santa Margarita de’ Grisoni, il cui beneficiato era Don Domenico Romeo Napoletano, mentre non ci sono riferimenti alla vicina Porta Platee. Il luogo della Piazza Publica, l’attuale Piazza Fontana, sembrava aver conservato l’antica vocazione commerciale con la presenza di alcune botteghe di proprietà del magnifico Nicola Pisacane e del bottegaro Giuseppe Carrano, dimoranti in quella località che, per antica tradizione, accoglieva anche le adunanze dei Parlamenti Generali dell’Università. Il ricordo dell’antica chiesa di Sant’Adiutore era ancora presente se consideriamo che la casa di Don Giuseppe Giordano si trovava nella zona denominata Borgo di Sant’Adjutorio presso la Piazza publica. Nel Pianello, sotto l’antica porta de Grache, tra vigne e oliveti la chiesa di Sant’Angiolo dell’Ospedale seu li Frezzi conservava nella denominazione il ricordo dei fondatori. A poca distanza la località dove dicesi a la Marra mostrava un chiaro riferimento all’hospitium domorum Della Marra che già a partire dal Cinquecento appariva allo stato di rudere. A Santa Maria a Gradillo, Ponticeto e Pendolo si attestava il maggior numero di famiglie dell’antico centro urbano, all’interno del quale erano in funzione il Convento di San Francesco, cui erano passate le rendite del Convento di Sant’Agostino e del seminario, e i Monasteri di Santa Chiara e della SS. Trinità. All’estrema propaggine meridionale di Ravello il Cimbrone era abitato dalla Magnifica Isabella Sasso Del Verme, vedova del Patrizio di Ravello Pietro De Fusco. Sul versante orientale, al di fuori dell’antico perimetro urbano, i fuochi erano presenti a partire da lo Traglio, dove sorgeva la cappella di Sant’Agnello eretta da Gerolamo Manso, spesso richiamato in relazione al Monte per il maritaggio delle fanciulle bisognose. Lungo il declivio le abitazioni erano concentrate tra San Giovanni e San Pietro alla Costa in cui ritroviamo anche la località Cerasara, probabile riferimento alla presenza di giardini fruttati. Una sola abitazione è presente a Santo Cosimo, da cui si raggiungeva il vicino Petrito, e nella sottostante Santa Maria a Lago in cui si trovavano vigne e peschiere. A Torello, dove vengono menzionati i luoghi Sant’Angiolo, le Lenze e Masiello, viene censito il maggior numero di unità abitative, costituite da famiglie estese che potevano raggiungere i 17 componenti come nel caso del bracciale Aniello D’Amato. Alcune famiglie vivevano anche a Santa Croce e Santo Nicola al Càrpeno, ai confini di Minori, a lo Vallone e Sussiero sul versante di Marmorata. La vigna denominata lo Capitolo, ancora presente nella toponomastica del linguaggio comune, richiamava l’antica proprietà del Reverendo Capitolo della Cattedrale di Ravello. Proseguendo verso le zone interne sia a Casa Rossa che a Taversa viene censito un solo fuoco così come a Sambuco in cui erano le proprietà boschive del Venerabile Monistero di Santa Chiara a Sambuco piccolo e del forestiere non abitante Filippo Mezzacapo nelle località Riola, Sambuco Grande e Pontemena. Ai confini con Minori, nel territorio sovrastante la valle del torrente Reghinna Minor, tra boschi e castagneti, era presente la piccola chiesa di Santa Maria della Rotonda. Nella zona settentrionale i fuochi si distribuivano principalmente a San Martino e San Trifone con alcuni nuclei familiari a Monte Brusara. A San Trifone abitavano i fratelli Tommaso e Saverio Pisano, lavoranti di panettiere. L’attuale presenza in questa località di una via denominata Casa Pisani, riscontrabile almeno a partire dalla fine dell’Ottocento, potrebbe avere conservato la memoria dell’insediamento familiare. Lo Monte di Brusara, attraverso luoghi dai nomi suggestivi come Creta seu la Posa de lo Vescovo o il Passo de lo Lupo, si spingeva poi all’interno fino agli estremi confini settentrionali della città dove era l’Aqua di Scala. Gli indici demografici non sono particolarmente rilevanti per la zona prospiciente la Marina, ad eccezione della Ponta di Sant’Aniello dove abitava il notaio Liborio Imparato. Le uniche porte cittadine di cui si fa menzione, al fine di specificare le località delle proprietà censite, sono a nord Porta del Campo, Case Bianche seu Porta Penta, Porta del Lacco e ad est Portadonica, nei pressi della quale viveva il marinaio Mattia Palumbo con una famiglia estesa di 19 componenti. La vedova Teresa Fraulo viveva invece nella Torre della Santissima Annunciata che potrebbe verosimilmente essere una delle torri ancora oggi visibili lungo la cortina muraria orientale o una costruzione inglobata successivamente nelle abitazioni edificate nei pressi della porta di San Matteo del Pendolo. Le vie di comunicazione erano costituite da sentieri percorribili più agevolmente a dorso di mulo, un bene prezioso in considerazione della sua attitudine al trasporto. I numerosi toponimi ricordano anche chiese ormai dirute come Santa Maria a Lago (San Cosma), Santo Nicola a Càrpino (Torello), o famiglie che avevano avuto proprietà in determinate zone come Casa Pepe, (Torello), Casa Parere (San Pietro alla Costa) e Casa Fenice (Ponticeto). Scorriamo, pertanto, una lunga serie di denominazioni che ancora oggi identificano gran parte del territorio ravellese. Di alcune, purtroppo, si è perso l’uso comune o, peggio ancora, la memoria. L’analisi delle strutture abitative è solo descrittiva, senza alcuna rappresentazione grafica, e pertanto non può essere esaustiva. Le abitazioni vengono distinte in case proprie e case in affitto e sono descritte anche nelle strutture adiacenti come cortili e giardini. Gli immobili nella disponibilità del capofuoco potevano essere o meno gravati da censo, spesso dovuto a istituzioni religiosi o privati cittadini. Le abitazioni erano esenti da tasse mentre le rendite provenienti dalle case in affitto venivano tassate al netto delle spese di manutenzione o di riparazione, che in genere ammontavano ad un quarto del canone. A Ravello vengono censite solo cinque case palaziate, uniche testimoni dei fasti di una stirpe gentile che si erano poi dissolte nella generale decadenza delle periferie meridionali. Erano state edificate secondo i canoni della domus medievale ravellese, a più piani, con luoghi terranei, sale coperte a volta, accessibili attraverso un ambulacro e cucine. Queste ultime erano tradizionalmente poste nella zona superiore per consentire la dispersione dei fumi e degli odori ma potevano essere localizzate anche al pian terreno. Per quanto riguarda le abitazioni solo in alcuni casi si specifica la presenza di più stanze soprane o sottane. In genere, purtroppo, registriamo l’assenza di qualsiasi informazione in merito ai vani abitativi, a servizio non solo di famiglie formate da una coppia, con o senza figli, ma anche di famiglie estese ad altri membri del gruppo parentale. Questa circostanza però non deve indurci a credere che si potesse trattare di abitazioni di un solo vano, anche in considerazione del fatto che il fuoco poteva raggiungere un ragguardevole numero di componenti. Il cognome più diffuso è Manso, presente sull’intero territorio cittadino così come, in misura minore, Guerrasio, Coppola e Gambardella. Alcuni cognomi sono riconducibili a specifiche zone come di Palma, tra Costa e Torello, d’Amato, tra Pendolo e Torello mentre l’unico esponente della famiglia Cioffo, originario di Minori, viveva a San Martino. Numerosi sono i benefici ecclesiastici in capo a cappelle, chiese, congreghe ma anche a sacri edifici ormai diruti che tuttavia avevano conservato rendite e pesi. Piace addurre come esempio il beneficio della chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie e ai santi Gennaro e Michele nella località di Marmorata il cui beneficiato era il canonico tesoriere della cattedrale Don Lorenzo Risi. Eretta a spese del minorese Gennaro Manso e consacrata il 29 luglio 1751, come apprendiamo dall’atto notarile del Magnifico Notaro Luise D’Amato, la chiesa aveva una rendita costituita da una casa, oliveti e soscelleti con il peso di 25 carlini per le messe e 3 carlini per la visita del vescovo. Nel catasto sono elencati anche gli antichi diritti della mensa vescovile che a quei tempi fruttavano poco o nulla. L’episcopio possedeva lo jus della doganella, cioè il diritto su tutte le merci che si acquistavano e si vendevano, lo jus dello scannaggio, sul macello degli animali, lo jus fumatico sulle fornaci di calce della città che, stando ai dati, sarebbero a Sambuco, al Monte Brusara e a Lo Ietto nei pressi di Casa Rossa. Lo jus seu la decima sopra il pescato di Castiglione, dalla Marinella fino alle Fontanelle, rendeva poco e si era rivelato di difficile gestione alimentando una storia clamorosa di liti e scomuniche. C’è anche un riferimento al cattedratico, anticamente corrisposto al vescovo nel giorno della resurrezione e della nascita del Signore dal capitolo e dai parroci. Un tempo costituito da prosciutti a Pasqua e da capponi a Natale, veniva ricambiato con il “prandium de ipsis clericis”, offerto dal vescovo al capitolo e ai parroci della città il Giovedì Santo e nella solennità dell’Assunzione della Vergine Maria, titolare della cattedrale. Nel 1648, però, il capitolo aveva rinunciato al pranzo e da allora il cattedratico era stato pagato in denaro. Il catasto onciario di Ravello offre una serie di elementi utili alla ricostruzione del paesaggio e dell’urbanistica della Ravello settecentesca, riassunti in questa breve presentazione che potrà essere esplicitata in modo più analitico e integrata con le molteplici indicazioni di carattere socio-economico e demografico in esso contenute. Si tratta di una fonte preziosa da oggi accessibile ad un più vasto pubblico di studiosi e cultori della storia cittadina, con pagine inedite in cui ritrovare luoghi e persone dai nomi familiari e forse, non è da escludere, anche qualche frammento di storia personale.

Continua
ATTI DI NOTAI PUGLIESI. FRA OTRANTO E BARI, VENETI IN CAPITANATA, LA BASILICATA AI FRANCESI, S.VITO E LO SBARCO, CAROVIGNO E SERRANOVA NEL 1700, I DENTICE PADRONI DI OSTUNI E TRIESTE

ATTI DI NOTAI PUGLIESI. FRA OTRANTO E BARI, VENETI IN CAPITANATA, LA BASILICATA AI FRANCESI, S.VITO E LO SBARCO, CAROVIGNO E SERRANOVA NEL 1700, I DENTICE PADRONI DI OSTUNI E TRIESTE

ESTRATTO DALLA PRESENTAZIONE


Note capitoli

1. Marino Sanuto (1496-1533), I Diarii, dall’autografo Marciano Ital. cl. VII codd. CDXIX.CDLXXVII, a cura di R.Fulin-F.Stefani-N-Barozzi-G.Berchet-M.Allegri, La deputazione veneta di storia patria, Vol.I, pubblicato per cura di F.Stefani a spese degli editori, Venezia 1879. Così continua: “Pertanto, volendo farne qualche memoria, quivi, lassiato ogni altro ordine dil compore, sarà descripte tute le nove verissime venute. Et succincte, comenziando nel primo dil mexe di zenaro 1495, al costume nostro veneto, perfino che si vedrà la quiete de Italia, a Dio piacendo andarò descrivando: prometendo a li lectori, in altro tempo, havendo più ocio, in altra forma di parlare questo libro da mi sarà redutto; ma quivi per giornata farò mentione di quello se intendeva, comenciando da Alexandro pontifice romano sexto.
2.Antonello Coniger, Cronica. In: Giovanni Bernardino Tafuri: Annotazioni critiche del sig.Gio:Bernardino Tafuri patrizio della città di Nardò sopra le Cronache di M.Antonello Coniger leccese. In: Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, Tomo VIII, Appresso Cristoforo Zane, Venezia 1733. Pagg: 198-225.
3. Marino Sanuto, I Diarii, cit. Exempio de’ capitoli tra lo serenissimo signor Ferdinando Re di Napoli, heriedi et successori nel Regno, et lo illustrissimo dominio de Veniexia, a dì 21 dil mexe di zenaro M°CCCCLXXXXVI, more veneto 1495. V. AA.VV, Apice nella Riconquista Aragonese, ABE, Avellino 2011.
4. Marino Sanuto, I Diarii, dall’autografo Marciano Ital. cl. VII codd. CDXIX.CDLXXVII, a cura di R.Fulin-F.Stefani-N-Barozzi-G.Berchet-M.Allegri, La deputazione veneta di storia patria, Vol.I, pubblicato per cura di F.Stefani a spese degli editori, Venezia 1879.
5. Ivi, Copia de una lettera venuta di reame, data in Napoli a dì 28 zener predicto. De novo vi significho, chome se ritrovamo de qui a le bande di Puglia in uno locochiamato Doana, dove son molti animali e grosi e menudi a pascolare, che pasano più de octo milia duc. del fito del pascolo. E li homeni ubligati a pagar, dubitando de garbugli son in questa parte, hano tolto salvo conduto da li franzosi et etiam da Re Ferando, con questo pacto facto, che chi serà vincitore al tempo che se dà la paga, quelli habia a riscoder dicti fitti o sia dacio.
6. Ivi, sommario di febbraio. Così continua: El marchexe di Martina sarà con lui e Carlo di Sanguina, et le pratiche di l’acordo fonno tute fraudolente. El Re ha mandà uno secretario in Calavria chiamato Bernardino de Verna, perché li significhi le cosse di quella provintia. El messo dil turcho venuto al Re, fo mandà per el sanzacho de la Valona, per haver dil corpo dil fratello ch’è in Gaeta custodito da tre turchi. El Re ha mandà ditto messo al Principe, el qual messo pertende esser in Gaeta, ma non sarà lassato intrar. El signor Fabricio Colona va in Apruzo. Sarà con più di 200 homeni d’arme fra il Conte di Populo et altri. Et queste lettere zonse in questa terra per la via di Roma a dì 18 ditto”.
7. Antonello Coniger, Cronica. In: Giovanni Bernardino Tafuri: Annotazioni critiche del sig.Gio:Bernardino Tafuri, cit. Tafuri dice che Ferrante avesse precedentemente recuperato il Regno una prima volta il 7 luglio 1495, già aiutato da Ferdinando Re di Spagna e di Sicilia, come consta da una lettera del medesimo Ferdinando scritta al popolo di Brindisi, spedita da Avellino ai 13 febbraio 1496. La lettera intera del 13/2/1496 è in: Frate Andrea della Monaca, Memorie Istoriche di Brindisi, Libro 5, Cap.3; Ed. Ripubblicata come Memoria Historica dell’antichità della città di Brindisi, Lecce 1674, pag.593.
8. Ibidem. Aggiunge: Il 23 febbraio “el Re, si dice, è partito e condutosi a la Grota verso Puja, dove li nemici se drezano. El Turco vene per il corpo di Giem sultam, è stato a Gaeta con Beulchario, e mo è tornato qui per andarsene”.
9. Ivi, Lista di le terre pigliate in Calabria per don Consalvo Fernandes soprascripto.
Martorano. La Mota de la Porchia. Grimaldo abrusà per le galee. Cosenza con 366 casali. Castelfrancho. Rento over Renda. Montealto. La Frina over la Reina. Lo Trarcho. Terano. San Marcho. Visognano. Tarsia. Terranova.
De la parte de la marina di ponente.
Cormino de Napoli. Flumifredo. Santo Michileto over Lucido. Paula. Forealdo.La Guardia. Rugiano da la banda dil marcado. Rose. Acie. Locitano. Belveder. Ysoreta. Raycholi.
10. Ivi, Sumario di lettere di 6 ditto; dì 7 marzo; 8 ditto.
11. Ibidem
12. Ibidem
13. Ibidem. Così continua: “Habiamo esser stà facta la consignatione di Trani pacificamente. Questa nocte si partino le do galee per Civitavechia. Debeno esser a Baya. Partì etiam l’altro proveditor con il Cabriel sua conserva, et è restato a Pusilipo qui apresso per il tempo. Si dice questa sera come il Re con il legato diman sarano qui. El suo capelo gionse eri con pompa. S’è dito per via di Matorica, ch’è 16 dì che partì, come intese ivi per uno venia di Cartagena, come lì era la nave minor che va in Fiandra con vini, senza arboro”.
14. Ibidem
15. Ivi, sommario di marzo
16. Ibidem
17. Ibidem. Così continua nel medesimo giorno “A San Severo si trova Virginio Orsino, et al Guasto li viteleschi. Atendono a le doane. Hanno in opposito el signor don Cesare et Prospero Colona e, novamente mandato per el signor Re, el figlio dil signor di Camerino et messer Alvise da Capua con 100 homeni d’arme et 400 stratioti. In tuto poteno esser 330 in 350 homeni d’arme. El Re con l’exercito a Benivento, et li inimici ad Apice et nel convicino. La majestà sua conviene seguir la lhoro tracia”.
Il 24 marzo il Re è a Benevento, quando “si affirma la deliberatione di la lana per el pagamento di la doana, esser ordinata con questo che sia da rendere pagando, siché dicta lana verà ad essere per securtà di la corte, e così mi acerta domino Antonio di Jenaro suo ambasiatore a Venecia. Col signor don Cesare et il signor Prospero si trova bona gente da circa 400 homini d’arme, 1000 cavali lizieri computà li 400 stratioti et 1000 fanti. Se il marchexe venisse presto, tutte le cosse anderiano bene. El Re è a Bonivento”.
“Li viteleschi son mossi per esser in favor di Marzano. El Re manda el signor Fabritio et il Conte di Matalone al Principe per esser a l’incontro. Così le cosse vano variando di zorno in zorno. Li gripi, per li tempi, non sono zonti. Avanti eri ne morì 14 di li homeni di questa armata. El proveditore aspecta li danari per rimediare a tutto”.
18. Ivi, Sommario di marzo.
19. Antonello Coniger, Cronica. In: Giovanni Bernardino Tafuri: Annotazioni critiche del sig.Gio:Bernardino Tafuri, cit.
20. Ibidem. Così poco prima: – “El Principe di Salerno si condusse a Marzano con 100 et più homeni d’arme, et ha animo di conjunger quelle genti de lì con le altre. Al Principe di Altemura erano venuti docapi de’ sguizari con alcuni di lhoro, et si el Principe di Salerno non veneria, si partiranotutti. El proveditor sta di mala voja non venendo il pane. Questa matina fo a l’oficio a Santa Maria di la Nova dove era l’orator yspano, non però insieme, e, venendo il basar di la croxe, li frati si apresentò al proveditor dicendoli che andasse. Sua magnificencia disse che tochava a l’ambasador preditto, e cussì mandò a dir a l’ambasador, el qual li fé risponder che cominziasse. El proveditor remandò a replicar, et cussì l’andò, et poi el proveditor enbrazò l’ambasador dicto, che più non li havea parlato. E basata la croce, et nota fu el venere sancto, li disse dil partir dil marchexe di Roma, e li piaque e ritornorono a lochi lhoro”.
21. Ibidem. Lettera del 14 aprile.
22. Ibidem
23. Ibidem. V. AA.VV, Apice nella Riconquista Aragonese, ABE, Avellino 2011.
24. Ibidem. E così continua il Re al segretario: “Secretario nostro dilectissimo. Havemo havuto la vostra lettera de 14, et con grandissimo piacer inteso che lo illustrissimo signor marchexe sia arivato in la Grota, et se advicina con tanta presteza ad noi. Rengratiarete la signoria sua da nostra parte quanto più porete, et lo conforterete ad venirsene con tute le gente ad Asculi et lì fermarse, ateso che li inimici sono allogiati qui vicino ad tre miglia, et credimo seguirano lo camino lhoro di andar ad readunare et ricoperare la dohana. Et poria essere facessero pensiero voltar la via de là per Soto Candela, et però seria molto ad proposito che sua signoria si trove ad Asculi, dove haveriamo da fare testa grossa per rompere dicta doana a li inimici, quando faceseno tal disegno. Tuta volta, teneremo advisata la sua signoria di passo in passo de tuti i motivi farano dicti inimici, secondo loro anderano. Cussì ne porimo governar, et questo è lo parere nostro fin qua, benché el desiderio è grandissimo che havemo di vedere lo prefato signor marchexe, et ne pare omni hora mille anni fin che lo abraciamo.
25. Ibidem. Così ancora nella lettera di 7 april di Zuan Philippo da Ravenna: “El Principe ha facto intender al magnifico capitano et a mi, come li nimici erano andati a uno loco distante di qui 8 mia chiamato Bonalbergo, loco forte per la rocha et fede di homeni, et che non dubita ponto che possano in breve tempo expugnarlo che non possa esser socorso da nui, maxime zonzendo questa sera, come el tiene, la excelencia del marchese a Capua, donde, in doi dì o tre a la più longa, porà esser qui; ma che più tosto stima farano una demostratione, per veder se con terore potesseno haver quello loco. Per questo ne ha rechiesto che vogliamo mandare doi di nostri contestabeli a uno loco chiamato Padule, presso le Grote, acciò non seguise, per esser disfornito, qualche inconveniente. Et cussì, li havemo promesso di mandarli”.
26, Ivi, sommario delle lettere di aprile 1496. V. AA.VV, Apice nella Riconquista Aragonese, ABE, Avellino 2011.
27. Coniger, cit; in: Tafuri, cit.
28. M.Sanuto, I Diriaii, cit. Ibidem. Lettera del 14 aprile.
29 Ivi, Sumario di lettere di Zuam Philippo Aureliano colateral, date a Troja. “I nimici sono in campagna, alozati apresso Foza, da dì 15 fino al zorno presente. Nui siamo divisi. La majestà dil Re è a Foza; el Marchexe a Santa Agata; Bon Cesare e ’l signor Prospero Colonna a Nocera; alcuni altri condutieri a Troja. Nui provisionati divisi in tre parte, el capitano Francesco Grasso con Zuan da Feltre, Toso et Antonio di Fabri sono a Foza. Zuan da Feltre da l’Ochio è con il signor marchexe. Hironimo da Venecia e Paulo Basilio et io, siamo restati de mandato regio qui a custodia di questa terra. Stiamo mal cussì separati.
30. Ivi, Nocerae, die 22ª aprilis 1496. In medio litterae marchio Mantuae.Exemplum litterarum illustrissimi marchionis Mantuae ad Paulum Capello equitem oratorem scritta al Marchese di Mantova in quel di Lucera il 22 aprile 1496. Magnifice et generose orator. Heri sera joncto qui, judicando ritrovar la majestà regia, quella non havendo ritrovata, mi fo ditto li inimici haver arbandonata la dohana, et esserse andati fra San Severo, Procia et Ariano, et poi mi mandò il Conte de Merliano a dir come li stratioti haveano cavalcato, et erano stati ad ritrovar la preffata doana, la qual vete esser senza alcuna custodia de dicti inimici, et tolseno bona quantità de pecore, le qual ridusse a Fogia, non dice el numero, et per andar a tuor el resto, il magnifico proveditor era per cavalcar, il qual poi era restato, come per la alligata scriptami per la regia majestà vederà la magnificentia vostra, la qual ge mando, acciò del tutto la sia informata. Ben mi pare che questoro non sapino quello facino, et se confondino ne li ordini sui. Pur è stato ad proposito che dicti inimici habino arbandonata cussì dicta doana. Expecto hordine da la regia majestà, et secundo io haverò, ne darò noticia a la magnificentia vostra a la qual me ricomando, pregandola vogli participar il tutto con messer Phebus et quelli nostri, facendo el dichi al milanese che ’l vegni de qui con il fornimento de la mia camera, et dichi etiam ad Evangelista che ’l vegni qui, et menami fino quatro over cinque di mei cavali.
A tergo. Magnifico et generoso domino Paulo Capello equiti oratori veneto ad sacram regiam majestatem dessignato, tanquam fratri honorevolissimo. Noto come domino Phebo de Gonzaga suo cusino havia titolo marchionali copiarum siniscalcho generali. Exemplum litterarum comitis Philippi Rubei ad Hironimum Georgio equitem oratorem venetum in romana curia.
31. Ivi, Magnifice ac generose mi domine maior honorande. Per una comissione mi fu facta per parte dil illustre Principe di Altamura, andai a dare bataglia a dui casteli, uno chiamato l’Episcopo, l’altro Trajeto de Sancto Piero in Vinculo. Uno se rese d’acordo, et l’altro, che fu Trajeto, si have per forza de bataglia, con alquanti de li miei feriti e guasti. Altro non ho degno per vostra magnificentia, se no che:
“Lo illustrissimo signor marchese al presente se trova a Santa Agata.
La majestà dil Re se trova a Fogia, et li inimici alla Incoronata.
Et l’una e l’altra parte se hanno scoso de la doana.
Io me trovo a Benivento a obedientia.
Se altro acaderà de novo, farò lo debito mio inver de quella, de avisarla del tutto. A la quale humilmente mi ricomando. Ex Beniventi die 25ª aprilis 1496, subscriptio erat. E. M. V. servitor Philippus Maria de Rubeis comes Berceti ac armorum etc.
32. Ivi, Sumario di lettere dil proveditor Zorzi da Napoli, scrita ut supra: Il Conte Filippo di Rossi ancora stava a Benevento,“pur dovea passar in Apruzo. El dinaro assai ce fa guerra. Saria bona parte haver l’animo senciero de le cosse di ponente, che non se ne s
Scrive il provveditore Giorgi da Napoli: La Callabria quasi tuta se tiene per lo Re Ferdinando, et per Franza se tengono cercha sei bone cosse, che sono queste: Terazo, lo castello de Cossenza, Ariopoli et Oriopoli sino a Salerno, et poi verso lo contado de Marcone. Per franzosi se tiene Marcone et Santo Iorio, et da Salerno verso Napoli, tuto lo Stato del Principe de Bisignano se tene per lo signor Re Ferdinando.
La Puglia, la maiore parte sta per lo Re Ferdinando et quasi tuta. Vero che per franzosi se tene Taranto che è bona cossa, et simelmente la Montagna de Santo Angelo sta per Franza quasi tuta, et oltra de questo, San Severo, La Porcina, Bestice, che sono soto la montagna. Nel piano de Puglia di qua, pare stano per franzosi la Sera Capriola che è nel passo che hanno a fare le pecore che hanno ritornare in Abruzo.
Lo Abruzo quasi tuto sta per francesi. Per lo Re Ferdinando se tengono Agnone, lo contado de Cellano, Sernia, la Badia de Sancto Vincenzo, castello de Sanguino, et cussì Lanzano con alcune altre cosse. Lo signore Virginio Ursino sta a Santo Severo, et dicesse che, in tuto, fra lui et francesi che ultimamente sono calati in Puja non sono oltra 800 homeni d’arme et circa 5000 fanti, fra comandati, paesani et svizari, et fasse conto che, in tutto, sono cercha 8 o 9 milia persone.
La majestà dil Re Ferando sta a Nocera de Puja con 1200 homeni d’arme, cum lo marchexe de Mantoa et 800 stratioti, et circha 8000 fanti fra svizari, overo alemani et italiani. Dapoi serano tanto più numero per l’arivata de lo marchexe de Mantoa, quale partì da Benivento a dì 14 de lo presente mexe de aprile. Parte del stato dil Principe de Bisignano, dapoi partito el vice Re cum le sue zente, è tornato a la devotion de’ francesi etc.
33. Ivi, 27 aprile 1496, Lettera dil Zorzi proveditor
34. Ivi, 3 maggio 1496, Sumario di lettera di 3 mazo di Bernardo Contarini; ivi, Sumario di lettere di Polo Capelo cavalier orator, date a dì 3 mazo in Nocera; ivi, Lettera da Lucera, Lettera dil ditto de 5 in Nocera a l’orator in corte.
35. Ivi, Lettera dil ditto de 6 ditto, recevuto, qui a dì 17 mazo.
36. Ivi, Lettera dil dito, di 7, data ut supra, a dì 18 ditto.
37. Ivi, Littera di Bernardo Contarino a l’orator a Roma, data a dì 7 in Lucera.
38. Ivi, Copia di una lettera scritta a l’orator nostro a Roma per Zuan Philippo collateral, narra la presa di Vallata.
39. Ivi, Data ut in litteris, 7ª maji hora 12.ª Subscriptus servitor et compater.
Joh. Phil. Aurelianus. A tergo. Magnifico et clarissimo equiti domino Hironimo Georgio oratori etc.
40. Ivi, Sumario di lettera dil Ringiadori da Napoli, data a dì 8 mazo.
El signor Re dovea andar a la expugnatione di San Severo. El marchexe è andato in la Baronia de Flumene; doverà fare bona opera, e serà assai in proposito per le cosse di Terra di Lavoro. Li inimici sono a la volta di l’Abruzo, con fede hano pigliato e sachizato Coglionisi Terra di qualche conditione, ma non di farne caxo, salvo per chi ha patito. Si judicha volterano in Terra di Lavoro, e, senza dubio, necessità li ha conduti in l’Apruzo. El signor da Pexaro dimorerà in Terra di Lavoro, sì per intender dove si volterà il nimico, sì per la impresa di Gaeta. Si dice diman si partirà don Fedrico, e si spera farà fructo. Le artigliarie sono carichate, et fanti et ogni altra cossa necessaria.
È partita l’armata di la illustrissima Signoria, e si trova ad Pozuol.
Dio faza quel ajere conforti li amallati, che assà desturbano quella armata.
41. Ivi, Sumario di lettera dil Contarini in Nocera, a dì 9 detto. Aggiunge nella lettera scritta da Lucera: – Come habiamo saputo, quando Monpensier et el signor Virginio preseno li alemani, veneno per serar il Re in Fogia, et io fui causa di la victoria, et presi 27 homeni d’arme et recuperai le pecore a dì 22 april, et li desordenai in modo non si acostò a la terra, e con pocho honor si ritirò indriedo. Scrive come el marchexe have Montelione, come è scrito di sopra, castelo di fochi 250, mia 27 da Nocera (Lucera), situado su la via va a Napoli.
Fu in proposito per haver quella via più dreta et expedita.
42. Ivi, Lettera di 10 ditto dil Contarini pur in Nozera.
43. Ivi, Sumario di lettera dil dicto proveditor di stratioti a dì 11 mazo data. Segue la Littera dil Capello scrita al zorno soprascrito, in cui Narra el prender di la Rocheta per li colonesi per forza, tajato a pezi da homeni 25 erano dentro, computà 4 franzosi. Poi l’havevano arsa. Item, havia scrito a Napoli li fusse comprà uno pavion e una trabacha per ussir con la majestà dil Re in campo, el qual era lì.
44. Ivi, Littera dil ditto de’ 12 mazo, ricevuta a dì 22 ditto qui.
45. Ivi, Lettera di Polo Capelo data a dì 14 ditto in Nocera, e ricevuta qui a dì 27. 16 maggio 1496. A dì 16 mazo, scrisse come l’archiduca Philippo era gionto a Vormes, andava in Argentina, et che ’l Re li havia scripto vegnisse a Olmo.
Item, che quelli di la dieta di Berna, dove era Marco Bevazan secretario nostro, non erano contenti di franchi 2500, ma volevano franchi 8000 a l’anno. Noto chome el Re di romani, inteso che l’have la nuova di esser conduto che ’l vegni in Italia con il stipendio che ho scripto di sopra, con cavali 2000 et sguizari 4000, al corier portoe dita nuova a Augusta esso Re li fece donar ducati 25 in segno di averla molto a grata, et lo fece vestir, et rescrisse a la Signoria la littera di sopra posta.
Seguita altre nuove. In questo tempo, a Mantoa fo una egritudine molto cativa, adeo molti moriteno, chiamato mal di mazucho, et era quasi come morbo contagioso; ma pocho duroe. Pur assà mantoani moriteno in questo mexe. È da saper chome el pontifice, per dimostrar di ajutar etiam lui il Re Ferandino a recuperar il suo Regno, si offerse mandarli ogni mexe ducati 2 milia; ma mandoe solum li primi do mexi, et poi non mandò più. È da saper, che li danari che la Signoria nostra mandava in campo in reame, erano mandati a Roma, et da Roma a Napoli per lettere di cambio con interesso di do e meza per cento, e da Napoli in campo con interesso di una e meza per cento, siché [151] ogni ducati 100, havia di danno ducati 4. E poi non li haveano a tempo, et andavano mal securi se li se mandava in gropi: perhò nostri volentiera mandono le do fuste con Zenoa, chome ho scrito di sopra. Et etiam per mar Francesco Valier et la galia ystriana veneno di Napoli a Civitavechia per tuor alcuni danari che di Roma la Signoria mandava a Napoli, sì per subsidio di quella armata, come per li soldati.
46. Ivi, Littera di 18 da Nocera dil ditto, ricevuta qui a dì 28 mazo. Li inimici eri ebbe Petracatello castello fortissimo a pati, salvo l’aver e le persone, e tuto lo resto a sacho, el qual era ben fornito di fanti e in sito fortissimo. Da matina per tempo, il provedador di stratioti, con il signor Prospero Colona, cavalcha con li stratioti e ballestrieri e altri cavali lezieri a san Bartholamio, per conforto di quella terra e altri luoghi circumvicini, quali sono spaventadi per la perdita di Petrachatino. Diman il Re insirà in campo con il marchexe e tute altre zente. Farasse uno alozamento verso inimici mia 8. Si aspecta el signordi Pexaro.
Lettera di Bernardo Contarini a dì 19 ditto in Ongera. Sono stato occupato in far la mostra de li stratioti, et ho convenuto cavalcar a Troja a far la mostra di provisionati, i qual non ha voluto levarsi di Troja senza danari. Pagai li compagni vechi 450, poi 80 che son n.° 530. Manchò 120 nuovi, in tuto 650. In tuto serano provisionati 730. La majestà dil Re mi ha mandà a dir, et cussì il capitano nostro, che a dì 18, la matina, andar dovesse con tutti li stratioti e ballestrieri a cavalo, quanti se ne trova, a la volta di San Bartolamio de Gualdo vezino a li nimici mia 8, per favorir dicto loco. Io ho obedito, et a hora prima de dì monto a cavalo.
47. Ivi, Queste son altre nuove degne di memoria in ditto mexe… Successo di le cosse di reame seguite dil mexe di mazo, secondo varii sumarii di littere, primo di Hironimo Rengiadori da Napoli, di Bortolo Zorzi provedador di l’armata, di Polo Capelo cavalier, di Bernardo Contarini provedador di stratioti, di Zuan Philippo colateral, et del figliol del signor di Camarino, seguendo l’hordine di zorni…Sumario di lettere del Ringiadori date a dì 1° mazo in Napoli.
48. Ivi, Questi sono li anzuini presi a Lagno a dì 17 mazo da don Consalvo Fernandes capitano spagniul, Jacomo Conte et Conte di Matalon e altri baroni,videlicet, preso il borgo con tratato et questi. La qual nuova zonse in questa terra a dì 28 detto. El fratello del Principe de Bisignano. Lo signor Carlo di San Severino. Lo signor Alovise di San Severino. Lo Conte de Nicastro. Lo barone de Agete. Lo barone de Libunati. Lo barone del Casteleto. Lo barone de Castro Micho, Lorienzo d’Abruzo homo d’arme. Lo barone de li Morgerari. Jacobeto homo d’arme. Antonio de Laurino. Jacomo Molioto. Jacomo de Olivito. Petro d’Issa. Zuan Marin, con suo compagno. Bernardo Uriegio. Rao Ferrao. Antonio Ferrao. Antonello Ferrao. Pietro Paulo Quatromino. Jacomo Andrea de Monteforte. Luca Solimi. Colla monaco, et altri presi al numero 300.
Morti. Lo signor Mericho figliol dil Conte di Capazo. Antonio Castracane. Gasparo Feraro. Lo secretario del signor Merico et altri homeni d’arme n.° 200. Cavalli e cariazi n.° 400. Item, Francesco de’ Senesi governador dil stato dil Principe et capo di sij. Il Conte di Melito, Il Conte di Lauris, non si trovano.
Noto. Don Consalvo preditto, con 500 provisionati, 600 cavali et li marinari di l’armata, have la antescrita victoria.
Questi sono nomi di lochi in l’Abruzo acquistati per el Camerino e Jacomazo, per nome dil Re. Teramo. Atri. Civita Santo Angelo. Civitella. Lorio.

Note Capitolo III

1. Re Carlo scriveva al suo vicario del Principato essendo vacante la cappellania a lui spettante sulla chiesa di San Salvatore. Seguì Matteo Platamone, autore di un commento sul Carme di Pietro da Eboli, reggente di scuola medica salernitana in Napoli nel 1300. Nel 1567, a Santo Salvatore della Doana vecchia, si ordina al beneficiato Giulio Villano di ripararlo in quanto gia sta in atto de andare tutta a ruina et da vicini ne è stata fatta istanza che se ripari, per il pericolo che vi è di cascare et cascando rovinare gli edifici contigui. Nel 1616 il vescovo ordina di non celebrare più messa e di profanare la Cappella di San Salvatore de Dogana, nel territorio Parrocchiale dei Santi Dodici Apostoli, semplice beneficio di patronato Regio. Quello dei 12 S.Apostoli e di altre alla Marina, ex Commenda maltese di Capua, era uno dei quartieri più antichi di Salerno. Era raggruppato intorno alla Chiesa parrocchiale detta dei Dodici Santi Apostoli oppure, più semplicemente, come viene accennata nel Catasto settecentesco, solo Chiesa dei Santi Apostoli, quando la stessa parrocchia aveva perso vigore, contando solo due case di benestanti proprio fuori la chiesa.
I piani erano quasi chiari: Consalvo sarebbe passato col governo delle genti in Sicilia e, andando contro i Turchi a Cefalonia, si sarebbe congiunto con l’armata in Puglia visto che il fratello Don Alfonso, era già a Zante, mentre s’apparecchiavano le armi per l’autunno contro il Sultano e la sua armata turchesca.
E ancora in Grecia Consalvo si distinse durante la carestia, quando ordinò alle donne, le quali “non sapevano” come separare la farina dalla crusca, di levarsi i veli sottili dal capo e fabbricò “picciol forni nella riva per cuocere il pane; mentre che gli altri cocevano ne’ paiuoli il fromento pesto col lardo benchè nimico a’ corpi”.
Assoldati gli Svizzeri a Milano e una grossa armata a Genova i Francesi aspettavano solo la primavera per muovere guerra, mentre Consalvo tornava carico di doni veneziani, fra “vasi d’oro e d’argento intagliati, panni paonazzi di lana, e cremisi di seta, e molti broccali d’oro” (oltre a 10.000 ducati d’oro e dieci cavalli turchi), accolto a Messina come un re dagli ambasciatori giunti da tutta l’isola. Ancora più contento fu Re Federico, il quale, sperando in un aiuto, gli spedì spesso ambasciate.
L’apprestarsi dei Francesi, legatisi a Veneziani e Fiorentini, per la congiura del Papa e di suo figlio, poteva ritorcersi anche sulla Sicilia con un imminente assalto, ignorando la congiura del cugino con Luigi XII.
2. Consalvo era consapevole, ma avrebbe ubbidito solo alla Corona di Castiglia, affinchè “non paresse che egli mancasse di fede al Re suo Signore, il cui animo per certe offese alienato Federigo s’haveva concitato contra”, convinto che Ferdinando Il Cattolico, nella sua vita, aveva trattato con Re Luigi la pace solo in cambio dell’annuo tributo, avendo difeso con le ricchezze della Sicilia il Regno di Napoli conquistato a suo tempo dallo zio Alfonso. Dalle quattro ex province angioine erano nate le due sottoprovince di Basilicata e di Terre di Bari), rette dalle Cortes provinciali dei Vicerè Catalani d’Aragona e non più dagli originari Mastri Portulani. In passato si erano cioè avuti un Vicerè per l’Abruzzo (vedi Bartolomeo III di Capua), un Vicerè in Terra di Lavoro e Molise, un Vicerè in Terra d’Otranto, un Vicerè per le Calabrie esistente da tempo immemore. Si racconta che Re Alfonso d’Aragona avesse scippato il Regno agli Angioini proprio ad un capitano, Antonio Ventimiglia Conte e Centeglia “creato suo Vicerè nelle Calabrie” per aver condotto all’obbedienza la città di Cosenza, i Casali e Grimaldo.
3. A.Della Monica, Memoria istorica…, cit., pag.605 e segg. “Fatto questo secreto concerto, il Francese fù il primo ad entrar nel Regno con esercito di mille lancie, diece mila cavalli, e con buon numero d’artigliarie, come dice il Guicciardino. La prima città, che combatterono fù Capua, della quale impadronendosene à forza d’armi con grandissima crudeltà la sacchegiorono, usando mille dishonestà, e violenze, il che diede tanto spavento alle Terre convicine, che quasi tutte alzaro le bandiere di Francia. Il misero Rè Federico riscorse per agiuto, come diansi haveva fatto, all’istesso Rè Cattolico suo parente, il quale dissimulando, mandò di nuovo Consalvo di Cordova chiamato il gran Capitano, ma con l’intento contrario, che se la prima volta andò per discacciare dal Regno i Francesi in favor degli Aragonesi, questa seconda volta vi mandò à discacciar gl’Aragonesi in favor de’ Francesi”.
4. Gli aiuti di Consalvo a Gaeta non arrivavano mai, sebbene il Re continuasse a donargli i castelli calabresi che chiedeva in cambio, nella speranza di poter presto avere un forte esercito per respingere i Francesi ed evitare l’assedio accaduto al nipote ai tempi di Carlo. Federico si fermò quindi a San Germano, attendendo inutilmente i fratelli Colonna, mentre Spagnoli e Francesi mettevano le mani sul trono di Napoli sbarcando sulle coste e celando, gli uni agli altri, la volontà di volersi appropriare delle conquiste altrui. Fu così che Luigi XII si impossessò della “sua” metà del Regno di Napoli (1501-1503) senza neppure dichiarare guerra ai Catalani Aragonesi, quanto ai baroni più testardi. Consalvo, dal canto suo, si era portato da Messina a Reggio per prendere la Calabria e aveva mandato a dire a Federico che rompeva i patti di sudditanza, rinunciando all’Abruzzo e Monte S.Angelo che gli aveva donato. Federico, ancora più signorilmente, rispose che gli rinnovava l’atto. Questo significava che i Francesi avrebbero dovuto togliere l’Abruzzo a Consalvo, il quale, restituiva ai Sanseverino e a Bernardino Principe di Bisignano i loro castelli. I Francesi attaccarono dal Garigliano con 15.000 uomini al comando di Robert Stuart signore d’Aubigny, affiancato dall’allora Cardinale e Legato Pontificio Cesare Borgia e Galeazzo Sanseverino Conte di Caiazzo, sempre con Napoli, la Terra di Lavoro, il Ducato di Benevento e l’Abruzzo sulla carta; mappa che invece assegnava al Cattolico la Calabria, la Basilicata, la Puglia e Terra d’Otranto. Per giungere su Capua, nell’estate del 1501, occuparono il Castello di Calvi, ma si ritrovarono proprio il figlio del fu Conte di Mignano, ch’essi avevano ucciso nel precedente assedio, a difendere la città. Fu infatti Ettore Ferramosca, posto a difesa del castello, a mostrare il suo valore, mettendo in fuga il nemico, sebbene ciò non servì a salvare la città. Infatti, caduta la difesa di Capua, e uccisi i Conti di Palena e di Marciano, vennero catturati sia il comandante Fabrizio Colonna e Ugo Cardona, che Guido ed Ettore Ferramosca, capitano di ventura piccolo di corpo, ma di animo grande e forza meravigliosa, tipico esempio di coraggio personale e di valoroso soldato, fu tradito da Cesare Borgia. Con i loro soldi, per la gioia di Consalvo, l’intera famiglia dei Colonnesi era dalla sua parte, quando seppe che, pagato il riscatto per la prigione, Fabrizio e Prospero si erano allineati alle idee del fratello Cardinale Giovanni, già da tempo in Sicilia, vittima anch’egli della cacciata da Roma operata da Borgia. Ora erano tutti nemici dichiarati del Papa.
5. Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, Venetia 1566 (anni 1500-1560), pag.16v e pagg.26-29.
6. Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, Venetia 1566 (anni 1500-1560), pag.16v e pagg.26-29.
7. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552. Per la cronologia storica sono stati altresì utilizzati elementi provenienti da fonti francesi e napoletane, come da note.
8. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.218-220. Questo accadde perchè quando entrarono gli eserciti in Puglia si prospettò la nuova difficoltà solo sul campo fra baroni che alzavano bandiera francese e altri che inneggiavano agli spagnoli sostenendo, gli uni e gli altri, di appartenere alla medesima provincia. Pertanto, non avendo copia dell’accordo deciso fra i due Re, per non pregiudicare nessuna delle parti, decisero di seguire un ordine, che fu quello di far alzare bandiera spagnola anche a quei castelli che avevano pensato di alzare bandiera francese, senza avanzare pretese da nessuna delle parti. Questo sebbene, secondo gli Spagnoli, ricadessero fra le loro quattro province e che quindi dovessero abbassarla. Fu quindi creata una specie di zona franca nella zona di confine, chiamata provincia di Capitanata, i cui i castelli avrebbero alzato ambedue le bandiere, nonostante che il luogotenente generale di Francia, Luigi Palau, cercò di dimostrare che per diverse ragioni la Capitanata era la verdadera Puglia. Ad ogni modo pretese che si considerasse provincia separata e che era meglio accordarsi affinché le cose di quello stato provinciale si sarebbero governate da commissari di ambedue i Re, dividendo in parti uguali le rendite. Il problema è che i Francesi mostravano interessi economici per ragione di riscossione della Dogana dei ganado, volgarmente detta delle Pecore, che si faceva in Capitanata. Per questo motivo si decise di dare al Re di Francia (per mano di un di lui commissario), allo scadere del primo anno, la metà delle entrate dell’annualità detta Dogana delle Pecore spettante al Re Cattolico (per mano di un proprio commissario) che si sarebbe riscossa nella Capitanata che a questo punto andava staccata dalla Puglia lasciandovi solo Otranto e Bari. A questo punto Luigi Palau se ne andò dopo aver accettato e deciso per la nomina di due commisari in comune che facessero alzare le bandiere di entrambi i Re in quelle quattro province, sebbene l’intenzione dei francesi era comunque quella di occuparle tutte.
9.Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.218-220. Cioé quella que se estiende desde el rio Fertoro, hasta el rio Aufido e che si chiamò Capitanata, desde el tiempo de los Griegos, y Normandos: y lo que antiguamente integrava la Calabria. Quindi Calabria restò tutta quella regione che includeva la marina di Baroli, Trana, Molfetta, Iuvenazo, y Monopoli, que era de la antigua, y verdadera Calabria, che poi fece capo al quella ciudad que llamaron Bario che ancora allora si chiamava Bari, il cui territorio dal mare continuava fino ai luoghi montagnosi che in origine furono abitati da Lucani, Apuli e mantenuti dai governatori del Imperio Griego Basilicata. In essa si includevano perfino Taranto e Brindisi, nell’area che poi prese nome de Hydrunto, che era il luogo principale della Terra di Otranto. L’antica Calabria stava quindi ben distinta, separata e lontano dall’attuale Calabria che per la maggior parte della sua estensione era abitata dai Bruzi. Quindi la Capitanata integrava la Calabria di Bari e la Calabria si chiamava Bruzio di Cosenza. Nella ripartizione che fecero i due Re non si tennero in considerazione i nomi antichi delle regioni (in parte ancora esistenti sotto gli angioini fino al terremoto del 1348), ma ci si riferì all’ultima divisione politica delle province sotto Federico I.
10. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.218-220.
11. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.218-220
12. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552. Per la cronologia storica sono stati altresì utilizzati elementi provenienti da fonti francesi e napoletane, come da note.
13. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552.
14. Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, Venetia 1566 (anni 1500-1560), pag.16v e pagg.26-29.
15. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.253-254.
16. AA.VV, Capitani di Ventura 1458-1503, ABE, Avellino 2006.Cfr. Paolo Giovio, La vita di Consalvo Ferrando di Cordova, Torrentino, Firenze 1552.
17.Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.253-254.
18. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, f.235 e segg.
19. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, p.50 r. e v.
20. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, p.50 r. e v., frontespizio. D’improvviso comincia a parlare anche di Semiramis uxor Nini fuit prima inventrix braca rum, cioé di Semiramide moglie di Nino, I Re di Babilonia al tempo di Abramo, che fu la prima inventrice dei pantaloni. Poi insiste con Sam fuit filius Noé qui postanam eccepit sacerdotium mutavit nome et dictus est Melchisedech, quel Sem sul Nilo, figlio di Noé, che divenne sacerdote Melchisede. Ed ancora si rifà alle imprecazioni: – Emendamus inutilius quo ingnorantia peccavimus si subito preoccupati dum mortis queramus spatium penitentie et invenire non possum.Poi lascia la penna di filosofo latino e abbraccia quella del poeta volgare e patriottico, quasi scimmiottando il Petrarca, anzi a lui assomigliando in questo sonetto inedito proveniente dal medesimo rogito dell’Archivio di Stato di Avellino. Al foglio 294v, siamo nel solito rogito arianese, in ultima pagina, il notaio Tartaro stavolta si diverte a riportare un sonetto che stavolta cita chiaramente, essendo tratto dal Salutario Francisci Petrarce de studio, ma, guarda caso, è ancora una invocazione patriottica, il Redrentus ad Laudem Italie, che è il sonetto trecentesco conosciuto come Ad Italiam. In altra pagina trascrive proprio un sonetto del Petrarca. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, Al f.294v. Il sonetto e una trascrizione tratta da Petrarca Francesco Petrarca, XXII, AD ITALIAM [III, 24]. E’ totalmente in latino: Salve, cara Deo tellus sanctissima, salve / tellus tuta bonis, tellus metuenda superbis, / tellus nobilibus multum generosior oris, / fertilior cuntis, terra formosior omni, / cincta mari gemino, famoso splendida monte, / armorum legumque eadem veneranda sacrarum… lui…paratis / Pyeridumque domus auroque opulenta virisque, / cuius ad eximios ars et natura favores / incubuere simul mundoque dedere magistram. / Ad te nunc cupide post tempora longa revertor / incola perpetuus: tu diversoria vite / grata dabis fesse, tu quantam pallida tandem / membra tegant prestabis humum. Te letus ab alto / Italiam video frondentis colle Gebenne. / Nubila post tergum remanent; ferit ora serenus / spiritus et blandis assurgens motibus aer / excipit. Agnosco patriam gaudensque saluto: / Salve, pulcra parens, terrarum gloria, salve.
21. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, p.50 r. e v., frontespizio. V. passo: “L’illustrissimo pranzò e partì da Rohano in lectica accompagnato da Massimiliano Sforza detto il Moro già duca di Milano”. In: Itinerario di monsignor reverendissimo et illustrissimo il cardinale de Aragona mio signor incominciato da la cita de Ferrara nel anno del Salvatore MDXVII del mese di maggio et descritto per me donno Antonio de Beatis canonico Melfictano con ogni possibile diligentia et fede. Maggio 1517.
Il sonetto è di grande importanza perché mostra come sia avvertita ad Ariano, ex dipendenza salernitana, la voglia di libertà, essendo il popolo ormai stanco delle continue guerre in cui era stato coinvolto, ma con la solita voglia di riscatto. Il sonetto però non pare inneggiare alla sola libertà del Regno, quanto a quella dell’intera Italia, proprio come nel Trecento e nel Qauttrocento. Da qui l’ipotesi avanzata che non fosse farina del suo sacco. Ad ogni modo è onorevole che questa trascrizione, autografa o copiata, si ritrovi comunque ad essere inedita e trascritta dal notaio di Ariano. Nella sostanza si sprona il Moro Duca di Milano ad abbracciare le armi per difendere l’Italia dall’invasore spagnolo, per farlo ravvedere rispetto all’idea di esiliare a suo tempo Re Alfonso d’Aragona sostenuto dagli Sforza, giudicando indegno Re Ludovico di Francia, sostenendo che presto si sarebbero pentiti tutti. Marco, il Re di Spagna, l’Imperatore: si non si avede ognun essir fallito perché in Italia è intrato un firo basilisco. Da qui l’esortazione ad aprire le porte per far entrare chi nuovamente è partito per liberare l’Italia (l’ex Duca di Milano Massimiliano Sforza, nel 1517 era detto Il Moro).
22. Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, cit.
23. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, f.235 e segg.
24.Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, cit.
25. G. Coniglio, I vicerè spagnoli di Napoli, Napoli, Fiorentino 1967.
26. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.270-271.
27. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor P.Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, L.Torrentino, Fiorenza 1552.

1. Andriani, Memorie.
2. Balsamo, Diritti.
3. Andriani, Memorie.
4. Da: Il Giornale del Regno delle Due Sicilie, n.220, 11 ottobre 1841.
5. Andriani, Memorie.
6. Cavallo, Memoria.

1. B.Croce, cit.; Cardami, cit.; Giannone, Storia.
2. Andriani, cit.
3. Archivio Comunale di Carovigno.
4. ASNA, Archivio di Stato di Napoli, 1464.
5. ASNA, cit., Commune Summ., 25.
6. CDB, Codice Diplomatico di Bari, 1481.
7. CDB, cit., 1482.
8. Coniger, Cronaca.
9. Spennati, 1569.
10. Spennati, 1569.
11. Marchese, De nobilium.
12. Andriani, Carbina.
13. Ivi.
14. Ivi.
15. Ivi.
16. Montorio, Lo Zodiaco di Maria.

Continua
69. ATRANI NEL 1754. 67° volume Catasti Onciari del Regno di Napoli sulla genealogia della Costiera Amalfitana. 13° numero sui cognomi del Principato Citra di Salerno in Costa d’Amalfi ISBN 9788872974575

69. ATRANI NEL 1754. 67° volume Catasti Onciari del Regno di Napoli sulla genealogia della Costiera Amalfitana. 13° numero sui cognomi del Principato Citra di Salerno in Costa d’Amalfi ISBN 9788872974575

La ricerca storica e genealogica è una materia che mi ha sempre affascinato. Credo non ci sia cosa più appagante che scavare, come un archeologo fa con il territorio, nelle proprie radici familiari e, spesso, non mancano sorprese, ritrovamenti inaspettati, persone e storie che raffiorano in superficie. Non sempre, però, si riesce ad andare a ritroso e, come un sentiero irto di rovi, possono esserci ostacoli lungo il percorso: ostacoli burocratici, documenti andati perduti, danneggiati, omonimie o errori anagrafici che, ahimè, un tempo erano molto frequenti. Ma posso affermare che la pazienza e la sagacia, nel tempo, ripagano sempre come, peraltro, mi è spesso successo nelle mie ricerche genealogiche. Come rivela il cognome che porto, e come scoprirete leggendo le pagine di questo libro, ho origini atranesi da parte paterna. Il cognome Proto era, ed è ancora oggi, se non il primo tra i primi tre cognomi più diffusi nella piccola Atrani. Mio padre nacque ad Atrani, così come suo padre e il padre di suo padre sino ad arrivare al mio avo Crescenzo Proto, citato nel Catasto Onciario del 1754, un marinaio di 45 anni. Da ciò che ho potuto scoprire nelle mie ricerche, tutti i miei avi atranesi, giungendo fino al mio bisnonno (vissuto nei primi decenni del ‘900), furono marinai o “barcaioli”. Io che sono nato in città, Salerno, ricordo con piacere quando da bambino, durante le stagioni estive, i miei familiari mi portavano a trascorrere del tempo, in villeggiatura, ad Atrani. E ho sempre sentito, e sento tutt’oggi, che quel borgo un pò mi appartiene. Ed Atrani è sempre rimasta la stessa, così com’era nel 1754 così è oggi, un piccolo borgo marinaro adiacente la ben più famosa Amalfi. Le storie di entrambi i borghi si intersecano tra loro sin dal primo Medioevo e, per un breve periodo (tra il 1929 e il 1945), Atrani fu accorpata al Comune di Amalfi per poi ritornare comune autonomo qual è ancora oggi. Altra materia che mi affascina è la ricerca toponomastica: i nomi antichi dei luoghi, delle vie, viuzze e vicoli, che nel corso del tempo hanno cambiato denominazione. E nel catasto onciario, oltre ai nomi ed i cognomi, i soprannomi se presenti, i mestieri e le rendite delle varie famiglie, si possono trovare anche le vecchie denominazioni di strade e luoghi. Leggere un’onciario è come un viaggio nel tempo: nomi di famiglie, di luoghi, di mestieri impressi sulla carta. Una fotografia del tempo, utile sia per la ricerca genealogica sia quella toponomastica. Ringrazio l’Editore Arturo Bascetta al quale inviai, qualche mese addietro la pubblicazione di questo libro, la copia digitalizzata, in mio possesso, del Catasto Onciario di Atrani e ringrazio l’Autore, il Professor Fabio Paolucci, per avermi chiesto di farne una breve introduzione che, con lieto piacere, ho accettato conscio del fatto che, tra le pagine di questo libro, c’è anche un pezzo delle mie radici familiari. Luca Proto

Continua
68. FRATTAPICCOLA NEL 1753. L’antico casale San Sebastiano di Frattaminore di Napoli

68. FRATTAPICCOLA NEL 1753. L’antico casale San Sebastiano di Frattaminore di Napoli

MIGLIAIA DI NOMI PER LE RICERCHE GENEALOGICHE

CAPITOLO I

Nei luoghi dell’antica Città di Aversa di A.Bascetta

1. Vico Cupoli del Pantano preso da Aversa: nasce il Principato

2. Fratta e Pomigliano di Atella casali aversani

3. Il confronto con altri paesi della provincia di Terra di Lavoro

4. L’inesistente ceto intermedio: comandano barone e sua corte

5. L’ex Casale di S.Sebastiano d’Aversa dato al Duca nel 1439

6. Beni di Fratta posseduti dal Duca Giuseppe Bruno nel 1754

Note Capitolo Primo

CAPITOLO II

le università dei casali di aversa e s.maria di S.Cuttrera

1. Fra gli ex Casali di Aversa, provincia di Terra di Lavoro

2. La struttura feudale della Corte Regia fra 1600 e 1700

3. Dal Catasto asburgico all’Onciario del 1741

Note Capitolo Secondo

APPENDICE DOCUMENTARIA
IL CATASTO ONCIARIO DI FRATTAPICCOLA di B.Del Bufalo

Note Capitolo Secondo
-sezioni da i a xvi-

Fonti, Bibliografia, Giornali, Riviste e Internet

Fonti, Bibliografia, Giornali, Riviste e Internet

Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Frattaminore – 1753
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Caserta – 1749
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di S.Maria Maggiore (S.M.C.V.) – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di S.Pietro ad Corpo Casale di Capua (S-M-C.V.) – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Capua – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Mugnano – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Avellino – 1745/1755
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Aiello Casale d’Atripalda – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Tavernola Casale d’Atripalda – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Torrioni in Principato Ultra – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Prata in Principato Ultra – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Montaperto in Principato Ultra – 1753
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Montemiletto in Principato Ultra – 1753
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Altavilla in Principato Ultra – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Pozzuoli – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Qualiano Casale di Napoli – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Giugliano – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Vico Pantano – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Atripalda – 1742
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Martina – 1755
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Avigliano – 1743
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Crotone – 1783
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Mercogliano – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Cardito – 1755
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Vico Equense – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Pietrastornina – 1749
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Camposano – 1754
Archivio di Stato di Napoli, Catasto Onciario di Roccasecca
Archivio di Stato di Sondrio, Querela di Remigio… Anno 1725, segnatura B, Decreti, n. 94.
Archivio di Stato di Salerno, Atti notarili
Biblioteca Nazionale di Napoli
Biblioteca Provinciale di Caserta
Biblioteca Provinciale di Avellino
Biblioteca Nazionale di Loreto di Montevergine
Biblioteca Ente Provinciale per il Turismo di Caserta

AA.VV., Catasti Onciari, Vol.1/Caserta e Casali, Abedizioni, Provincia di Caserta 2003.
AA.VV., Catasti Onciari, Vol.2/Santa Maria Capua Vetere, Abedizioni, Provincia di Caserta 2003.
AA.VV., Catasti Onciari, Vol.3/Prata Sannita, Abedizioni, Provincia di Caserta 2004.
Alfano G.M., Istorica Descrizione del Regno di Napoli, Napoli 1775.
Ambrasi D., Riformatori e ribelli a Napoli nella seconda metà del Settecento.
Ambrosino G., La fabbrica di San Leucio, in: AA.VV.Viaggio in Campania, itinerari e informazioni, Napoli.
Andrisani G., Diario Casertano.
Assemani G.S., Italicae Historiae scriptores, I, Roma 1751.
Battaglini M., Il monitore napoletano (a cura di), ristampa di Alfredo Guida Editore, Napoli 1999.
Bascetta A., Storia di S.Agata Irpina- Fra gli antichi Castaldati, Abedizioni, Avellino 2001.
Bascetta A., Mugnano nel 1754. 1°- La Terra di Lavoro, Abedizioni, Avellino 2003.
Bascetta A., Camposano nel 1742, Abedizioni, Avellino 2003.
Bascetta A., Il Tesoro del Marchese Amoretti di Capriglia e Piano d’Ardine, Abedizioni, Avellino 1999.
Bascetta A., La fine del Regno delle Due Sicilie, Abedizioni, Avellino 2002.
Bascetta A., Re Bomba voleva bene a S.Filomena, Abedizioni, Avellino 2002.
Bascetta A., Il principe di Avellino, F.Marino II Caracciolo Abedizioni, Avellino 2002.
Bascetta A., 800 aC, Mugnano del Cardinale nel Lazio Antico, Abedizioni, Avellino 2001.
Bascetta A., Comune di Quadrelle, Abedizioni, Avellino 1998.
Bascetta A., Comune di Marzano di Nola, Abedizioni, Avellino 1999.
Bascetta A., L’esercito di Franceschiello, Abedizioni, Avellino 2001.
Bascetta A., Venticano e le fiere, Abedizioni, Avellino 2001.
Bascetta A., S.Angelo a Scala, Edizioni Opinioni, Avellino 1996.
Bascetta A., Il Tesoro del marchese Amoretti di Capriglia e Pianodardine, Abedizioni, Avellino 1998.
Bascetta A., Comune di Cassano Irpino, Abedizioni, Avellino 2000.
Bascetta A., Uomini e Terre di Torrioni nel 1700, Abedizioni, Avellino 1995.
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STRALCI DI ROGITI BENEVENTANI. Fiere, Rendite, Sposalizi, Testamenti e Omicidi nel 1700

STRALCI DI ROGITI BENEVENTANI. Fiere, Rendite, Sposalizi, Testamenti e Omicidi nel 1700

CONTI, DUCHI E MARCHESI SEMPRE PIU’ POVERI

DA BENEVENTO ALLA MONTAGNA DI MONTEFUSCO

Molti nobili dei paesi della Montagna di Montefusco si erano trasferiti quasi tutti a Napoli per vivere la vita della capitale nominando i fidati agenti per la riscossione dei censi, solitamente da pagarsi entro la Vigilia di Natale e, in altri casi, specie per affitti di masserie o frutteti, o terziaria sul raccolto, durante il mese di luglio. Una pressione fiscale che aumentava sempre di più e, laddove i feudi rendevano poco, i titolari lievitavano indiscriminatamente il valore del bene, come accade oggi agli speculatori in borsa, per effettuarne infinite compravendite.
E’ quello che accadde a Chianche dopo la vendita indiscriminata del feudo passato da Giovanbattista Manso (1593) a Beatrice de Guevara (1607), moglie di Enrico de Loffredo, Marchese di Sant’Agata. Il feudo dell’antica Planca, unito a Bagnara nella prima metà del 1700, appartenne al Duca della Castellina Giovanni Battista Zunica, l’ultimo della famiglia a possederlo.
Ritroviamo proprietario del feudo di Chianca nel 1627, Ottavio Zunica. Con questa famiglia Chianca, sebbene tartassata dalle tasse, ebbe un assestamento restando agli Zunica il feudo per oltre un secolo, passando in successione a Carlo (1634), a Francesco (1644), ad un altro Carlo (1690), a Giovanna nel 1714, ad Orazio nel 1724, a Giovanni Battista Zunica nel 1765.
Planca era un feudo che veniva comprato e venduto con tutti i suoi vassalli da tempo immemore. Zunica vendette il feudo per 40.000 ducati a Domenico Perrelli, conosciuto col nome di Duca di Montis Storacis.
La vendita a Perrelli avvenne il 4 maggio del 1778 per gli atti di Notar Aniello Rajola di Napoli, tenendo presente anche i censui annui da riscuotere dai vassalli. Per la precisione, il Duca Perrelli di Montis Storacis comprò dal duca della Castellina don Giovanni Battista Zunica il feudo di Pianca per ducati 39.480, e grana 6, e fra i corpi nell’acquisto descritti, vi furono compresi dei censi che vennero indicati nel modo seguente:
Li censi che si pagano dai vassalli sopra i fondi di detto feudo, secondo vengono descritti nella relazione d’apprezzo.
Tra Bagnara e Planca, insomma, i contadini, secondo gli antichi strumenti, dovevano pagare o la quarta o la quinta parte, quale censo annuo per il feudatario.
I terreni erano stati affidati sicuramente ai cittadini di Pianca e Bagnara a censo enfiteutico, esigendone, già il Duca della Castellina, gli annui canoni, la quartinia, o la quinquagesima, a seconda dei casi in cui, gli stessi enfiteutici, alienavano i fondi censiti.74
Un tiro mancino di Zunica a Perrelli, il quale, da nuovo proprietario dei feudi della zona, neppure immaginava la difficoltà della riscossione.
Planca fu ufficialmente ceduta il 3 ottobre del 1780, con atto pubblico per mano dello stesso notaio Aniello Rajola di Napoli, nonostante le proteste di tutti gli enfiteuti dei feudi, cioè di Pianca, Bagnara, Pianchetella, Petruro, Toccanisi, e Monterocchetto, che avanzarono la nullità dello strumento del 2 febbraio del 1778, stipulato dal venditore Zunica, col quale aveva confermato le “concessioni enfiteutiche dei stabili formanti la maggior parte di quel territorio, e rilevate d’antica platea come che fatte contro la costituzione del Regno”.
Da qui il pubblico parlamento del 6 dicembre del 1780 contro l’azione del Duca da parte dei cittadini delle università comunali di Pianca e Bagnara che professarono la legittimità del possesso, che ab immemorabili avea goduto, sono parole dei cittadini di Pianca, e Bagnara, di quei piacevoli tenuissimi poderi, che ad essi trovavansi dai loro maggiori tramandati con giustissimo titolo, ed acquisto solenne, e canonico, e per concessione dei predecessori possessori di quel picciolo feudo autentico, e di ogni solennità munita….

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02. EBOLI NEL 1755 (02 Onciari Principato Citeriore – XX.Catasti Onciari del Regno di Napoli)

02. EBOLI NEL 1755 (02 Onciari Principato Citeriore – XX.Catasti Onciari del Regno di Napoli)

MIGLIAIA DI NOMI PER LE RICERCHE GENEALOGICHE

A chiudere la lista sono gli ecclesiastici, cioè primiceri, sacerdoti e canonici in quanto il loro nome è preceduto da un Prim°, un Sace i da un Can°. Si tratta degli ecclesiastici del paese col titolo di Don, che, ovviamente, si dava anche ai Magnifici, ai Dottori e al possessore che viveva del suo (Speziali, Notai, etc.). 56Si tengono lontano da Eboli i ricchi forestieri, non mancano gli abili maestri di particolari arti, come il tintore di panni, per tingere le stoffe dei lanieri, come accadeva a Palena, in Abruzzo, descritto nella cronaca del Bindi, dove si obbligavano i vassalli a tingere i panni nella tintoria del Duca.57
Lì il livello non era neppure competitivo con l’Europa in quanto necessitava acquistare per la migliorazione delle tinturiere, qualche ottimo tintore, straniero onde sulle di costui istruzioni ed insegnamenti d’intelligenza co’ migliori de’ nostri chimici si possa stabilire e distendere nelle fabriche tutte del Regno il buon gusto, la delicatezza e la perfezione delle tinte.58 Resta inteso che, anche in comuni non lontani, come Piedimonte d’Alife, esisteva una tintoria privata, con 13 tintori, e la Tinta grande, dietro il Mercato.59 Diciamo che il paese è molto legato alle tradizioni popolari. Siamo in pieno periodo di scoperta del corpo umano, grazie agli speziali per gli unguenti medicamentosi, e ai ricercatori di cosmetici, ciarlatani e non, che propongono prodotti di bellezza tratti da piante naturali. La rosa di Gerico si apre tra le undici e mezzanotte, si espone alla rugiada e si mette sui capelli: il tal modo si è liberi dal mal di testa e crescono i capelli. Si va quindi alla ricerca del rimedio naturale, della cura per forza, del prodotto che liberi da piccoli fastidi e da dolori tormentosi. Addirittura si utilizzano gli stessi medicamenti nella magia popolare, volendo anche per tenere lontani i fulmini e altre calamità dalla casa in cui essa è custodita.60
E’ un secolo in cui ci si impone il rimedio attraverso libri, vademecum e consigli. Decine di manoscritti diffusi in tutta europa, fra cui il più antico del 1200, oggi ad Oxford alla Bodeleian Library, poi riuniti nel Thesaurus Pauperum, una raccolta di ricette per ogni specie di malattia o di disturbo, ordinate a capite usque ad pedas secondo la visione della scuola salernitana nella quale confluivano la tradizione medica greca, latina, araba e giudaica. Il Thesaurus rappresenta un significativo manuale di medicina medievale scritto soprattutto per beneficio degli studenti poveri che non potevano permettersi molti libri. Si tratta di raccolte di ricette, fra il Viaticus di Costantino l’Africano e il Thesaurus del 1250 circa, secondo l’ordine della medicina salernitana, dalla caduta dei capelli, de casu capillorum, alle malattie dei piedi, de gutta arthetica et podagra, rinvenute nell’edizione siciliana.61
Forse sono quelli letti dai nostri speziali, o anche dal fioraio, che proviene da Benevento. Ad Eboli v’è il prattico nell’officio di Speziale di medicina, cioè il praticante farmacista come lo speziale di medicina vero e proprio: gli speziali spadroneggiano un po’ ovunque. I nobili hanno per abitudine quella di mandare i loro figli a divenire speziali manuali in una delle tante botteghe, fra le piazze e le viuzze, quasi fosse un praticantato come per gli scolari per diventare studenti.62
Medicina popolare che si incontra con il folclore, sebbene le annotazioni demo-antropologiche sono spesso dimenticate da storici locali animati da vuoto campanilismo, in Campania come in Terra di Lavoro.63 Aspetti di cultura agro-pastorale spesso impossibili da ricostruire per quella maledetta voglia, per dirla con Lutzenkirchen, di rimuovere, di proposito e in tempi molto brevi, quanto potesse ricordare una epoca pur non lontanissima di disagi, di difficoltà e di miseria. Così, al tempo stesso, si è inteso (soprattutto dall’alto) cancellare la coscienza delle proprie origini, nella prospettiva di una vita soltanto economicamente migliore.64
La crescita di grandi paesi è dovuta anche alla presenza di uno stampatore, cioè una stamperia nei capoluoghi,65 purtroppo assenti in provincia, nè è difficile incorrere in sviste ed episodi di omonimia…..

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