STRALCI DI ROGITI BENEVENTANI. Fiere, Rendite, Sposalizi, Testamenti e Omicidi nel 1700

STRALCI DI ROGITI BENEVENTANI. Fiere, Rendite, Sposalizi, Testamenti e Omicidi nel 1700

CONTI, DUCHI E MARCHESI SEMPRE PIU’ POVERI

DA BENEVENTO ALLA MONTAGNA DI MONTEFUSCO

Molti nobili dei paesi della Montagna di Montefusco si erano trasferiti quasi tutti a Napoli per vivere la vita della capitale nominando i fidati agenti per la riscossione dei censi, solitamente da pagarsi entro la Vigilia di Natale e, in altri casi, specie per affitti di masserie o frutteti, o terziaria sul raccolto, durante il mese di luglio. Una pressione fiscale che aumentava sempre di più e, laddove i feudi rendevano poco, i titolari lievitavano indiscriminatamente il valore del bene, come accade oggi agli speculatori in borsa, per effettuarne infinite compravendite.
E’ quello che accadde a Chianche dopo la vendita indiscriminata del feudo passato da Giovanbattista Manso (1593) a Beatrice de Guevara (1607), moglie di Enrico de Loffredo, Marchese di Sant’Agata. Il feudo dell’antica Planca, unito a Bagnara nella prima metà del 1700, appartenne al Duca della Castellina Giovanni Battista Zunica, l’ultimo della famiglia a possederlo.
Ritroviamo proprietario del feudo di Chianca nel 1627, Ottavio Zunica. Con questa famiglia Chianca, sebbene tartassata dalle tasse, ebbe un assestamento restando agli Zunica il feudo per oltre un secolo, passando in successione a Carlo (1634), a Francesco (1644), ad un altro Carlo (1690), a Giovanna nel 1714, ad Orazio nel 1724, a Giovanni Battista Zunica nel 1765.
Planca era un feudo che veniva comprato e venduto con tutti i suoi vassalli da tempo immemore. Zunica vendette il feudo per 40.000 ducati a Domenico Perrelli, conosciuto col nome di Duca di Montis Storacis.
La vendita a Perrelli avvenne il 4 maggio del 1778 per gli atti di Notar Aniello Rajola di Napoli, tenendo presente anche i censui annui da riscuotere dai vassalli. Per la precisione, il Duca Perrelli di Montis Storacis comprò dal duca della Castellina don Giovanni Battista Zunica il feudo di Pianca per ducati 39.480, e grana 6, e fra i corpi nell’acquisto descritti, vi furono compresi dei censi che vennero indicati nel modo seguente:
Li censi che si pagano dai vassalli sopra i fondi di detto feudo, secondo vengono descritti nella relazione d’apprezzo.
Tra Bagnara e Planca, insomma, i contadini, secondo gli antichi strumenti, dovevano pagare o la quarta o la quinta parte, quale censo annuo per il feudatario.
I terreni erano stati affidati sicuramente ai cittadini di Pianca e Bagnara a censo enfiteutico, esigendone, già il Duca della Castellina, gli annui canoni, la quartinia, o la quinquagesima, a seconda dei casi in cui, gli stessi enfiteutici, alienavano i fondi censiti.74
Un tiro mancino di Zunica a Perrelli, il quale, da nuovo proprietario dei feudi della zona, neppure immaginava la difficoltà della riscossione.
Planca fu ufficialmente ceduta il 3 ottobre del 1780, con atto pubblico per mano dello stesso notaio Aniello Rajola di Napoli, nonostante le proteste di tutti gli enfiteuti dei feudi, cioè di Pianca, Bagnara, Pianchetella, Petruro, Toccanisi, e Monterocchetto, che avanzarono la nullità dello strumento del 2 febbraio del 1778, stipulato dal venditore Zunica, col quale aveva confermato le “concessioni enfiteutiche dei stabili formanti la maggior parte di quel territorio, e rilevate d’antica platea come che fatte contro la costituzione del Regno”.
Da qui il pubblico parlamento del 6 dicembre del 1780 contro l’azione del Duca da parte dei cittadini delle università comunali di Pianca e Bagnara che professarono la legittimità del possesso, che ab immemorabili avea goduto, sono parole dei cittadini di Pianca, e Bagnara, di quei piacevoli tenuissimi poderi, che ad essi trovavansi dai loro maggiori tramandati con giustissimo titolo, ed acquisto solenne, e canonico, e per concessione dei predecessori possessori di quel picciolo feudo autentico, e di ogni solennità munita….

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02. EBOLI NEL 1755 (02 Onciari Principato Citeriore – XX.Catasti Onciari del Regno di Napoli)

02. EBOLI NEL 1755 (02 Onciari Principato Citeriore – XX.Catasti Onciari del Regno di Napoli)

MIGLIAIA DI NOMI PER LE RICERCHE GENEALOGICHE

A chiudere la lista sono gli ecclesiastici, cioè primiceri, sacerdoti e canonici in quanto il loro nome è preceduto da un Prim°, un Sace i da un Can°. Si tratta degli ecclesiastici del paese col titolo di Don, che, ovviamente, si dava anche ai Magnifici, ai Dottori e al possessore che viveva del suo (Speziali, Notai, etc.). 56Si tengono lontano da Eboli i ricchi forestieri, non mancano gli abili maestri di particolari arti, come il tintore di panni, per tingere le stoffe dei lanieri, come accadeva a Palena, in Abruzzo, descritto nella cronaca del Bindi, dove si obbligavano i vassalli a tingere i panni nella tintoria del Duca.57
Lì il livello non era neppure competitivo con l’Europa in quanto necessitava acquistare per la migliorazione delle tinturiere, qualche ottimo tintore, straniero onde sulle di costui istruzioni ed insegnamenti d’intelligenza co’ migliori de’ nostri chimici si possa stabilire e distendere nelle fabriche tutte del Regno il buon gusto, la delicatezza e la perfezione delle tinte.58 Resta inteso che, anche in comuni non lontani, come Piedimonte d’Alife, esisteva una tintoria privata, con 13 tintori, e la Tinta grande, dietro il Mercato.59 Diciamo che il paese è molto legato alle tradizioni popolari. Siamo in pieno periodo di scoperta del corpo umano, grazie agli speziali per gli unguenti medicamentosi, e ai ricercatori di cosmetici, ciarlatani e non, che propongono prodotti di bellezza tratti da piante naturali. La rosa di Gerico si apre tra le undici e mezzanotte, si espone alla rugiada e si mette sui capelli: il tal modo si è liberi dal mal di testa e crescono i capelli. Si va quindi alla ricerca del rimedio naturale, della cura per forza, del prodotto che liberi da piccoli fastidi e da dolori tormentosi. Addirittura si utilizzano gli stessi medicamenti nella magia popolare, volendo anche per tenere lontani i fulmini e altre calamità dalla casa in cui essa è custodita.60
E’ un secolo in cui ci si impone il rimedio attraverso libri, vademecum e consigli. Decine di manoscritti diffusi in tutta europa, fra cui il più antico del 1200, oggi ad Oxford alla Bodeleian Library, poi riuniti nel Thesaurus Pauperum, una raccolta di ricette per ogni specie di malattia o di disturbo, ordinate a capite usque ad pedas secondo la visione della scuola salernitana nella quale confluivano la tradizione medica greca, latina, araba e giudaica. Il Thesaurus rappresenta un significativo manuale di medicina medievale scritto soprattutto per beneficio degli studenti poveri che non potevano permettersi molti libri. Si tratta di raccolte di ricette, fra il Viaticus di Costantino l’Africano e il Thesaurus del 1250 circa, secondo l’ordine della medicina salernitana, dalla caduta dei capelli, de casu capillorum, alle malattie dei piedi, de gutta arthetica et podagra, rinvenute nell’edizione siciliana.61
Forse sono quelli letti dai nostri speziali, o anche dal fioraio, che proviene da Benevento. Ad Eboli v’è il prattico nell’officio di Speziale di medicina, cioè il praticante farmacista come lo speziale di medicina vero e proprio: gli speziali spadroneggiano un po’ ovunque. I nobili hanno per abitudine quella di mandare i loro figli a divenire speziali manuali in una delle tante botteghe, fra le piazze e le viuzze, quasi fosse un praticantato come per gli scolari per diventare studenti.62
Medicina popolare che si incontra con il folclore, sebbene le annotazioni demo-antropologiche sono spesso dimenticate da storici locali animati da vuoto campanilismo, in Campania come in Terra di Lavoro.63 Aspetti di cultura agro-pastorale spesso impossibili da ricostruire per quella maledetta voglia, per dirla con Lutzenkirchen, di rimuovere, di proposito e in tempi molto brevi, quanto potesse ricordare una epoca pur non lontanissima di disagi, di difficoltà e di miseria. Così, al tempo stesso, si è inteso (soprattutto dall’alto) cancellare la coscienza delle proprie origini, nella prospettiva di una vita soltanto economicamente migliore.64
La crescita di grandi paesi è dovuta anche alla presenza di uno stampatore, cioè una stamperia nei capoluoghi,65 purtroppo assenti in provincia, nè è difficile incorrere in sviste ed episodi di omonimia…..

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20. EBOLI NEL 1755

20. EBOLI NEL 1755

L’UNICO LIBRO CON TUTTI I NOMI DEGLI ABITANTI, I MESTIERI, LE STRADE E LE CHIESE

Introduzione

Locum Eboli, Civitate Eboli e Castello Evoli: cenni sulle origini (869 d.C.)

Senza mescolare troppo fra loro i vari toponimi di luoghi diversi chiamati ‘Eboli’, onde evitare confusioni, volendo però tracciare un minimo di percorso storico come prologo alla descrizione dei luoghi citati ufficialmente nel 1700, abbiamo voluto riportare qualche riferimento relativo alle pergamente dell’Archivio di Cava e dell’Archivio di Montevergine, vere o false che siano. Pertanto, già nell’anno 869 dopo Cristo, si ha notizia negli atti della originaria Badia di Cava, quella sita in Loco Mitiliano, di un primo toponimo riferito ad Eboli, cioé de Locum qui Eboli nuncupatur (CDC, I, doc. LXVII, pag.88). Andato distrutto questo primario luogo abitato a causa delle continue guerriglie longo-normanne, sempre prendendo per veritiera la pergamena, i suoi abitanti si ritrovano trasferiti in un Castello, quindi in un luogo diverso. E’ la fortezza che nell’aprile del 1047 viene citata parlandosi di un ristretto ecclesiastico dipendente da Cava, plures rebus staviles foris Castello Evoli (CDC, VII, doc.MLXXV, pag.30) che comparirà anche come feudo, nel Catalogo dei Baroni, che, diversamente da altre interpretazioni, andrebbe datato 1092.
Passati i suoi signori feudali al seguito di Federico II di Svevia, nel 1219, Eboli fu accolto nel Demanio Regio. Quando giunsero sul posto i monaci di Montevergine, nell’anno 1221, lo fecero per costruire un proprio ospedale, obedientiam et hospitale Ebuli, dipendente dai verginiani per volere regio (AMV, perg. n.1457); potere che si rafforzerà anche per la nascita dell’ecclesias Sancti Martini et Sancti Blasii et hospitale pauperum cum domibus molendinis redditibus et possessionibus suis (AMV, perg. n.2131), tolti e poi reintegrati al monastero da Carlo I d’Angiò con Ecclesiam Sancti Georgi, l’orto presso Sancte Catherine (AMV, busta n.30, f.36), da cui la tassazione delle decime pontificie (Rationes Decimarum, Campania, n.5988, pag.404), quando si ritrovò nella nuova ripartizione territoriale del papa seguita al terremoto del 1348.
Ma la prima chiesa antica del Castello di cui si ha notizia nei documenti verginiani è sicuramente quella di San Lorenzo seguita da San Bartolomeo.
Tralasciando la storia antica, ci piace sottolineare come località ebolitane oggi apparentemente ininfluenti dal punto di vista geopolitico siano state nel passato considerate beni di scambio fra i primi possessori ai tempi dei re normanni. Luoghi come Gorgo e Gratalia sono infatti citati in una pergamena del luglio 1168 scritta proprio ad Eboli e poi, per diverse vicissitudini, finita nell’Archivio Storico del Monastero di Montevergine (AMV, pergamene diverse). Prima di allora, ad essere citata, quale prima chiesa nata presso i preesistenti possedimenti cavensi, è San Lorenzo. S.Lorenzo compare come per la prima volta in una cartula venditionis del giugno 1135 quando Alberada vende una casa sita intus muro de Castello Ebuli in Vico Sancti Laurentii (AC, arca XIII, n.97) che, nel 1163, sempre da fonte cavense, possiede sicuramente il titolo di Parrocchia, in parochia Sancti Laurentii (AC, arca XXXI, n.19) meglio precisato in una pergamena verginiana del 1168, mantenendolo fino al 1836 quando venne trasferito alla chiesa di San Francesco dei soppressi Padri Minori conventuali (Crisci-Campagna, Salerno sacra, pg.237). Quello del 1168 è un documento originale, il n.485, in scrittura beneventana. La pergamena fu scritta pro defensione monasterii di Montevergine riferita ad una domus, cioè una casa della Parrocchia di San Lorenzo.
Era, all’epoca, il primo anno di regno di Re Gugliemo, Domino di Sicilia e Italia, come annota il notaio Urso[ne] alla presenza del giudice Amfredo, redattore di altri sette documenti conservati presso l’Archivio Diocesano di Campagna trascritti nel regesto della Taviani (Les archivies, nn.25, 27, 29, 30, 34, 35, 47, pagg.38-46).
In essa si accenna ai fratelli Matteo e Nicola Fabbro che si dividono l’eredità paterna del fu Nicola de Perfecta. Matteo, che fece le due sorti, cioè due porzioni di vigneto a Loco Gratalia, cede al fratello la sorte dalla parte occidentale, così come divide la casa di fabbrica que est intus muro de Castello Evoli et in Parrochia Sancti Laurentiis. Da essa Matteo ne ricavò due porzioni cedendone una a Nicola.
Nicola a sua volta divise il vigneto, que est Loco ubi proprie Gurgum dicitur, cedendone una porzione a Matteo, così come fece dividendo in due porzioni la terra, que est Loco ubi proprie Gratalia dicitur, ed una casa in muratura que est foras muro de Castello Ebuli in Loco Francaville et in parrochia Sancthi Bartolomei, lasciando al fratello la libertà di scelta rilasciando al fratello garanzia per il possesso dell’eredità.
La Parrocchia di San Bartolomeo compare per la prima volta in questo documento verginiano, ma anche in quelli cavensi per possedimenti di case sempre fuori dal Castello, oltre l’antico muro di cinta, ma intus Civitatem Ebuli del 1179 (AC, arca XXXVI, n.81); città evidentemente esistente fuori dal perimetro del fortilizio. San Bartolomeo, che resisterà fino ai bombardamenti del 1943, venne ricostruita altrove, presso la stazione nel 1957, e quindi non può essere presa in considerazione circa il fulcro dell’antica Civitatem Ebuli.
C’è da dire che in passato, nella Terra di Eboli, sono stati sempre i religiosi, fra potere politico ed ecclesiastico, a possedere il vero scettro del comando. Del resto, i parroci, sono coloro che registravano tutto dei cittadini, fra libri di nati, morti, matrimoni, etc.
Questo assoggettamento è andato avanti per secoli, fino alla stessa redazione del Catasto Onciario quando, stavolta in collaborazione con i civili, ogni residente fu obbligato a dichiarare i beni posseduti, come si legge negli atti preliminari catastali, dov’è allegato il singolo atto di fede di ogni cittadino, cioè l’impegno scritto, a cui spesso si rimanda, giusta la fede, quella degli atti preliminari. Ed è partendo da queste dichiarazioni, cioè dalle rivele effettuate dai cittadini ai religiosi (quasi sempre spontanee), che le commissioni poterono redigere i Catasti in tempi brevi per l’epoca, benchè in alcuni casi furono terminati dopo molti anni.

La Redazione
Negli Onciari si possono scovare curiosità che accomunano perfino i centri abitati più lontani. Per esempio nel Catasto di Alessandria del Carretto del 1742, denominato Catasto Onciario di Alessandria di Calabria Citra, vi scopriamo il magnifico Pasquale Chidichimo che faceva il bandieraro, cioè l’alfiere del Battaglione a piedi della Città di Avellino.28
Eboli è nelle mani di pochi ricchi non sempre professionisti, mentre si affermano i primi mestieri divenuti man mano comuni in tutti i paesi del Regno, dai braccianti ai vaticali, oltre alle nuove case del possessore che vive del suo sui singoli appezzamenti di terreno, nascono anche altre dimore fra i luoghi dei paesi che vanno ad integrarsi o a sostituirsi alle Case dei precedenti vassalli, intese più come antiche domus, cioè ai Casali di intere famiglie divenuti veri e propri luoghi del paese. Così, mentre le zone abitate dalle famiglie dei precedenti vassalli continuano a raggrupparle e ad essere indicate con il nome di Case, le case dei nuovi ricchi vengono fabbricate sempre più vicine alla piazza e serviranno solo al singolo proprietario che si distingue con il nome di Magnifico che vive solo con la sua famiglia e servitù nella nuova Casa Palazziata (a volte citata come palazzo, per la grandezza della stessa casa divenuta complesso di “case” intese come singole stanze, membri o camere appartenenti ad un solo proprietario). Il raggruppamento delle nuove case popolari, cioè l’insieme delle camere dove abita il popolo, viene generalmente chiamato edificio oppure ospizio se viene dato un posto per dormire, per mangiare o per fare bottega, fino a formare i nuovi quartieri, i distretti parrocchiali, intorno a questa o a quella parrocchia: il ristretto della Parrocchia di S.Eustachio, il ristretto della Parrocchia di S.Nicola, etc.
Nel Catasto è quindi possibile riscontrare i nomi di tutti i cittadini dell’epoca, delle vedove e delle vergini in capillis (fanciulle da matrimonio), degli ecclesiastici, dei forestieri abitanti e non, e di tutte le altre presenze, oltre l’effettivo contributo in denaro pagato allo stato per il possesso dei beni e per i servizi (macellazioni, vendite al dettaglio, etc).29
Il Catasto di Eboli, come pochi altri del Principato Citra, è stato riprodotto su nastro fotografico e si conserva in maniera egregia presso l’Archivio di Stato di Salerno, mentre l’originale cartaceo è conservato all’Archivio di Stato di Napoli, benchè copia di esso doveva esistere anche presso il Comune. Gli originali delle Università finirono a Napoli perchè erano nel possesso della Regia Camera della Sommaria (da dove pervennero), ufficio del Regno incaricato a partire dal 1741 alla riscossione diretta delle tasse e quindi dei libri contabili.
Altre informazioni si ricavano sui componenti dei nuclei familiari, indicandosi il numero, la loro età, l’attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia. Curiosità che aiutano a capire la vita condotta a Lapio mentre veniva redatto questo grande inventario (che resterà in vita fino ad essere sostituito da quello napoleonico imposto con la dominazione francese dopo il 1806) consegnato 12 anni dopo l’entrata in vigore della legge. Per i grandi nuclei del Regno ci fu necessità di dividerli in quartieri in quanto le schede occupavano diversi volumi: il Catasto Generale della Città di Caserta diviso in sei Quartieri fu stilato in sette tomi e consegnato nel 1749, quello di Santa Maria C.V. nel 1754 risulta un migliaio di pagine. I nostri comuni sono invece ben più piccoli, a cominciare dalla stessa Avellino e per finire col Catasto di Torrioni che fu fatto in soli pochi mesi dall’emanazione della legge nel 1741. Quello di Eboli fu inglobato in un solo grande tomo e sarà consegnato solo nel 1755, come si legge sul frontespizio originale: [Principato Citeriore ] / Evoli / Onciario del 1755. Quello di una città, in genere, è enorme, perciò viene classificato a volumi divisi in sezioni uguali dal nome simile.
Le prime quattro sezioni riguardano i cittadini residenti, gli abitanti laici non residenti, le vedove di cittadini residenti, i residenti ecclesiastici: – Fuochi Residenti (stato di famiglia con beni del capofamiglia, moglie, figli e relativa età, beni, crediti, debiti, casa di proprietà o in affitto, animali, terre e relative rendite, etc.); Forestieri Benitenenti Abitanti Laici (nomi dei possessori di un altro paese meglio specificato); Vedove e zitelle (monache bizzoche e/o vergini in capillis), Ecclesiastici, Luoghi Pii, e Monasteri e Benefici Cittadini Residenti (beni di chiesa, nomi dei religiosi, cappelle, congregazioni e benefici di privati cittadini).
Le due sezioni successive riguardano i forastieri laici e i forestieri ecclesiastici abitanti ma non residenti: Forastieri Benitenenti non abitanti (in genere il feudatario ed altri), Forastieri Bonatenenti Ecclesiastici e Luoghi (ecclesiastici e chiese di altri paesi, cioè uomini di chiesa ed istituti religiosi forestieri che avevano beni in loco). Per Eboli bastò dividere i tomi in sezioni, sempre con lo stesso sistema, dagli Ecclesiastici ai Forestieri, a cura delle commissioni scelte dagli eletti dell’Università, cioè dei deputati alla trascrizione delle rivele fatte dai cittadini, dopo aver accertato la veridicità del dichiarato, in genere chiamati deputati et estimatori,30 così come accaduto in verità anche per città grandi come Caserta, dove i deputati erano otto, fra ricchi, possessori di pecore, braccianti, e massari benestanti, che danno il buon esempio stilando per primi le proprie dichiarazioni…

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20. EBOLI NEL 1755

20. EBOLI NEL 1755

L’UNICO LIBRO CON TUTTI I NOMI DEGLI ABITANTI, I MESTIERI, LE STRADE E LE CHIESE

Introduzione

Locum Eboli, Civitate Eboli e Castello Evoli: cenni sulle origini (869 d.C.)

Senza mescolare troppo fra loro i vari toponimi di luoghi diversi chiamati ‘Eboli’, onde evitare confusioni, volendo però tracciare un minimo di percorso storico come prologo alla descrizione dei luoghi citati ufficialmente nel 1700, abbiamo voluto riportare qualche riferimento relativo alle pergamente dell’Archivio di Cava e dell’Archivio di Montevergine, vere o false che siano. Pertanto, già nell’anno 869 dopo Cristo, si ha notizia negli atti della originaria Badia di Cava, quella sita in Loco Mitiliano, di un primo toponimo riferito ad Eboli, cioé de Locum qui Eboli nuncupatur (CDC, I, doc. LXVII, pag.88). Andato distrutto questo primario luogo abitato a causa delle continue guerriglie longo-normanne, sempre prendendo per veritiera la pergamena, i suoi abitanti si ritrovano trasferiti in un Castello, quindi in un luogo diverso. E’ la fortezza che nell’aprile del 1047 viene citata parlandosi di un ristretto ecclesiastico dipendente da Cava, plures rebus staviles foris Castello Evoli (CDC, VII, doc.MLXXV, pag.30) che comparirà anche come feudo, nel Catalogo dei Baroni, che, diversamente da altre interpretazioni, andrebbe datato 1092.
Passati i suoi signori feudali al seguito di Federico II di Svevia, nel 1219, Eboli fu accolto nel Demanio Regio. Quando giunsero sul posto i monaci di Montevergine, nell’anno 1221, lo fecero per costruire un proprio ospedale, obedientiam et hospitale Ebuli, dipendente dai verginiani per volere regio (AMV, perg. n.1457); potere che si rafforzerà anche per la nascita dell’ecclesias Sancti Martini et Sancti Blasii et hospitale pauperum cum domibus molendinis redditibus et possessionibus suis (AMV, perg. n.2131), tolti e poi reintegrati al monastero da Carlo I d’Angiò con Ecclesiam Sancti Georgi, l’orto presso Sancte Catherine (AMV, busta n.30, f.36), da cui la tassazione delle decime pontificie (Rationes Decimarum, Campania, n.5988, pag.404), quando si ritrovò nella nuova ripartizione territoriale del papa seguita al terremoto del 1348.
Ma la prima chiesa antica del Castello di cui si ha notizia nei documenti verginiani è sicuramente quella di San Lorenzo seguita da San Bartolomeo.
Tralasciando la storia antica, ci piace sottolineare come località ebolitane oggi apparentemente ininfluenti dal punto di vista geopolitico siano state nel passato considerate beni di scambio fra i primi possessori ai tempi dei re normanni. Luoghi come Gorgo e Gratalia sono infatti citati in una pergamena del luglio 1168 scritta proprio ad Eboli e poi, per diverse vicissitudini, finita nell’Archivio Storico del Monastero di Montevergine (AMV, pergamene diverse). Prima di allora, ad essere citata, quale prima chiesa nata presso i preesistenti possedimenti cavensi, è San Lorenzo. S.Lorenzo compare come per la prima volta in una cartula venditionis del giugno 1135 quando Alberada vende una casa sita intus muro de Castello Ebuli in Vico Sancti Laurentii (AC, arca XIII, n.97) che, nel 1163, sempre da fonte cavense, possiede sicuramente il titolo di Parrocchia, in parochia Sancti Laurentii (AC, arca XXXI, n.19) meglio precisato in una pergamena verginiana del 1168, mantenendolo fino al 1836 quando venne trasferito alla chiesa di San Francesco dei soppressi Padri Minori conventuali (Crisci-Campagna, Salerno sacra, pg.237). Quello del 1168 è un documento originale, il n.485, in scrittura beneventana. La pergamena fu scritta pro defensione monasterii di Montevergine riferita ad una domus, cioè una casa della Parrocchia di San Lorenzo.
Era, all’epoca, il primo anno di regno di Re Gugliemo, Domino di Sicilia e Italia, come annota il notaio Urso[ne] alla presenza del giudice Amfredo, redattore di altri sette documenti conservati presso l’Archivio Diocesano di Campagna trascritti nel regesto della Taviani (Les archivies, nn.25, 27, 29, 30, 34, 35, 47, pagg.38-46).
In essa si accenna ai fratelli Matteo e Nicola Fabbro che si dividono l’eredità paterna del fu Nicola de Perfecta. Matteo, che fece le due sorti, cioè due porzioni di vigneto a Loco Gratalia, cede al fratello la sorte dalla parte occidentale, così come divide la casa di fabbrica que est intus muro de Castello Evoli et in Parrochia Sancti Laurentiis. Da essa Matteo ne ricavò due porzioni cedendone una a Nicola.
Nicola a sua volta divise il vigneto, que est Loco ubi proprie Gurgum dicitur, cedendone una porzione a Matteo, così come fece dividendo in due porzioni la terra, que est Loco ubi proprie Gratalia dicitur, ed una casa in muratura que est foras muro de Castello Ebuli in Loco Francaville et in parrochia Sancthi Bartolomei, lasciando al fratello la libertà di scelta rilasciando al fratello garanzia per il possesso dell’eredità.
La Parrocchia di San Bartolomeo compare per la prima volta in questo documento verginiano, ma anche in quelli cavensi per possedimenti di case sempre fuori dal Castello, oltre l’antico muro di cinta, ma intus Civitatem Ebuli del 1179 (AC, arca XXXVI, n.81); città evidentemente esistente fuori dal perimetro del fortilizio. San Bartolomeo, che resisterà fino ai bombardamenti del 1943, venne ricostruita altrove, presso la stazione nel 1957, e quindi non può essere presa in considerazione circa il fulcro dell’antica Civitatem Ebuli.
C’è da dire che in passato, nella Terra di Eboli, sono stati sempre i religiosi, fra potere politico ed ecclesiastico, a possedere il vero scettro del comando. Del resto, i parroci, sono coloro che registravano tutto dei cittadini, fra libri di nati, morti, matrimoni, etc.
Questo assoggettamento è andato avanti per secoli, fino alla stessa redazione del Catasto Onciario quando, stavolta in collaborazione con i civili, ogni residente fu obbligato a dichiarare i beni posseduti, come si legge negli atti preliminari catastali, dov’è allegato il singolo atto di fede di ogni cittadino, cioè l’impegno scritto, a cui spesso si rimanda, giusta la fede, quella degli atti preliminari. Ed è partendo da queste dichiarazioni, cioè dalle rivele effettuate dai cittadini ai religiosi (quasi sempre spontanee), che le commissioni poterono redigere i Catasti in tempi brevi per l’epoca, benchè in alcuni casi furono terminati dopo molti anni.

La Redazione
Negli Onciari si possono scovare curiosità che accomunano perfino i centri abitati più lontani. Per esempio nel Catasto di Alessandria del Carretto del 1742, denominato Catasto Onciario di Alessandria di Calabria Citra, vi scopriamo il magnifico Pasquale Chidichimo che faceva il bandieraro, cioè l’alfiere del Battaglione a piedi della Città di Avellino.28
Eboli è nelle mani di pochi ricchi non sempre professionisti, mentre si affermano i primi mestieri divenuti man mano comuni in tutti i paesi del Regno, dai braccianti ai vaticali, oltre alle nuove case del possessore che vive del suo sui singoli appezzamenti di terreno, nascono anche altre dimore fra i luoghi dei paesi che vanno ad integrarsi o a sostituirsi alle Case dei precedenti vassalli, intese più come antiche domus, cioè ai Casali di intere famiglie divenuti veri e propri luoghi del paese. Così, mentre le zone abitate dalle famiglie dei precedenti vassalli continuano a raggrupparle e ad essere indicate con il nome di Case, le case dei nuovi ricchi vengono fabbricate sempre più vicine alla piazza e serviranno solo al singolo proprietario che si distingue con il nome di Magnifico che vive solo con la sua famiglia e servitù nella nuova Casa Palazziata (a volte citata come palazzo, per la grandezza della stessa casa divenuta complesso di “case” intese come singole stanze, membri o camere appartenenti ad un solo proprietario). Il raggruppamento delle nuove case popolari, cioè l’insieme delle camere dove abita il popolo, viene generalmente chiamato edificio oppure ospizio se viene dato un posto per dormire, per mangiare o per fare bottega, fino a formare i nuovi quartieri, i distretti parrocchiali, intorno a questa o a quella parrocchia: il ristretto della Parrocchia di S.Eustachio, il ristretto della Parrocchia di S.Nicola, etc.
Nel Catasto è quindi possibile riscontrare i nomi di tutti i cittadini dell’epoca, delle vedove e delle vergini in capillis (fanciulle da matrimonio), degli ecclesiastici, dei forestieri abitanti e non, e di tutte le altre presenze, oltre l’effettivo contributo in denaro pagato allo stato per il possesso dei beni e per i servizi (macellazioni, vendite al dettaglio, etc).29
Il Catasto di Eboli, come pochi altri del Principato Citra, è stato riprodotto su nastro fotografico e si conserva in maniera egregia presso l’Archivio di Stato di Salerno, mentre l’originale cartaceo è conservato all’Archivio di Stato di Napoli, benchè copia di esso doveva esistere anche presso il Comune. Gli originali delle Università finirono a Napoli perchè erano nel possesso della Regia Camera della Sommaria (da dove pervennero), ufficio del Regno incaricato a partire dal 1741 alla riscossione diretta delle tasse e quindi dei libri contabili.
Altre informazioni si ricavano sui componenti dei nuclei familiari, indicandosi il numero, la loro età, l’attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia. Curiosità che aiutano a capire la vita condotta a Lapio mentre veniva redatto questo grande inventario (che resterà in vita fino ad essere sostituito da quello napoleonico imposto con la dominazione francese dopo il 1806) consegnato 12 anni dopo l’entrata in vigore della legge. Per i grandi nuclei del Regno ci fu necessità di dividerli in quartieri in quanto le schede occupavano diversi volumi: il Catasto Generale della Città di Caserta diviso in sei Quartieri fu stilato in sette tomi e consegnato nel 1749, quello di Santa Maria C.V. nel 1754 risulta un migliaio di pagine. I nostri comuni sono invece ben più piccoli, a cominciare dalla stessa Avellino e per finire col Catasto di Torrioni che fu fatto in soli pochi mesi dall’emanazione della legge nel 1741. Quello di Eboli fu inglobato in un solo grande tomo e sarà consegnato solo nel 1755, come si legge sul frontespizio originale: [Principato Citeriore ] / Evoli / Onciario del 1755. Quello di una città, in genere, è enorme, perciò viene classificato a volumi divisi in sezioni uguali dal nome simile.
Le prime quattro sezioni riguardano i cittadini residenti, gli abitanti laici non residenti, le vedove di cittadini residenti, i residenti ecclesiastici: – Fuochi Residenti (stato di famiglia con beni del capofamiglia, moglie, figli e relativa età, beni, crediti, debiti, casa di proprietà o in affitto, animali, terre e relative rendite, etc.); Forestieri Benitenenti Abitanti Laici (nomi dei possessori di un altro paese meglio specificato); Vedove e zitelle (monache bizzoche e/o vergini in capillis), Ecclesiastici, Luoghi Pii, e Monasteri e Benefici Cittadini Residenti (beni di chiesa, nomi dei religiosi, cappelle, congregazioni e benefici di privati cittadini).
Le due sezioni successive riguardano i forastieri laici e i forestieri ecclesiastici abitanti ma non residenti: Forastieri Benitenenti non abitanti (in genere il feudatario ed altri), Forastieri Bonatenenti Ecclesiastici e Luoghi (ecclesiastici e chiese di altri paesi, cioè uomini di chiesa ed istituti religiosi forestieri che avevano beni in loco). Per Eboli bastò dividere i tomi in sezioni, sempre con lo stesso sistema, dagli Ecclesiastici ai Forestieri, a cura delle commissioni scelte dagli eletti dell’Università, cioè dei deputati alla trascrizione delle rivele fatte dai cittadini, dopo aver accertato la veridicità del dichiarato, in genere chiamati deputati et estimatori,30 così come accaduto in verità anche per città grandi come Caserta, dove i deputati erano otto, fra ricchi, possessori di pecore, braccianti, e massari benestanti, che danno il buon esempio stilando per primi le proprie dichiarazioni…

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10. Tavernola San Felice nel 1754

10. Tavernola San Felice nel 1754

Il Catasto Onciario di Aiello e Tavernola S.Felice è la prima indagine investigativa condotta su cittadini, congiunti e conviventi, attraverso una breve, chiara e distinta sintesi sui beni immobili, e sull’attività esercitata, sulle tasse da pagare nella seconda metà del 1700. Caratteristiche che non escludendo la vivezza della enunciazione formale e la passionalità del piglio giornalistico, forniscono dati quasi mai letti e trascritti prima, che non si esauriscono certo in modo cronologico o con la mera elencazione, ma risultano godibili, per la ghiotta disponibilità di fatti, di evocazioni gustose e acute, annotazioni riferite alla nostra Aiello e alla nostra Tavernola a quei tempi Casale autonomo anch’esso dello Stato di Atripalda.
Cosicchè dalla trattazione non spunta il ventaglio delle considerazioni, non la cattiva abitudine degli storici locali dell’eccessivo consultare di libri consunti, che pure necessitano, ma la vivacità e il colore scavato nei tomi originali, finoggi tenuti sotto chiave, ed ora tirati a lucido per l’occasione. Un merito che va tutto ad onore del gruppo di lavoro, che si è sobbarcato con perizia e volentieri la fatica, basato, ricordiamolo, sul costante scrupolo della trascrizione al fine di fornire conclusioni assolutamente di prima mano.
Chiude questa edizione sul Catasto di Aiello, come tutti i singoli comuni dell’ex Regno di Napoli, l’affascinante raccolta di curiosià sui capifamiglia, nome per nome, con l’età e l’attività svolta dai membri del “fuoco”, per portare a conoscenza di noi eredi non un elenco listato a lutto di fronte alla storia con la S maiuscola, ma il valore, l’ardire di ogni singolo avo, quell’essere stato artefice, più che oggetto, nella consapevolezza, oggi, da parte dell’uomo, della continua ricerca delle proprie radici…
E’ IL lavoro certosino di un Editore (che è diventato mio amico) e del suo Gruppo Lavoro che rappresenta la pietra miliare per chiunque della mia cara Comunità voglia fare “un giro nel passato”…per comprendere da dove veniamo, non solo come Storia ma sul piano sociale, di economia locale e demografica.

Dott. Antonio Felice Caputo
Già Sindaco di Aiello del Sabato

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50. BELLIZZI NEL 1753

50. BELLIZZI NEL 1753

Bellizzi era un paese distaccato da Avellino

Alla fine del V° secolo, i cittadini di Abellinum iniziarono ad abbandonare le case, per le scorrerie dei barbari e ladroni e si trasferirono più ad ovest, sulla collina “La Terra”, borgo che diverrà poi, con il passare dei secoli, il capoluogo Irpino.
La città ha visto nella sua storia il passaggio di diverse civiltà. Fu centro religioso importate sin dal VII° secolo, quando le venne assegnato il ruolo di sede vescovile, cioè sede del potere religioso e di quello temporale. Per tutto il lungo periodo del medioevo Avellino era rimasta arroccata intorno alla Cattedrale sull’amena collina “La Terra”, completamente delimitata da una cortina di vecchie casupole, alcune in pietra e la maggior parte in legno, cinta da solide mura, ove si rifugiavano i contadini in caso di guerra, circondata da campi coltivati e vigneti ad un altitudine di 350 metri sul livello del mare. Ai piedi della collina si ergeva un maestoso maniero, residenza dei vecchi feudatari. Verso l’8° secolo venne conquistata dai Longobardi di Benevento. Successivamente fu dei dell’Aquila, dei de Balzo e dei Filangieri.
Con l’avvento, nel 1589, della potentissima e ricca famiglia dei nuovi feudatari, i Caracciolo, iniziò un risveglio generale ed un fervore di iniziative, dovuto all’intraprendenza della popolazione che voleva uscire dalla vecchia miseria ed alla determinazione dei Caracciolo a modernizzare e rendere più vivibile la città. Tutto ciò fu agevolato anche dall’invidiabile posizione strategica del luogo, posto ala confluenza di due fiumi, il Rio Maggiore e il Rio Cupo, dall’esistenza di tre strade che controllavano il transito per Salerno, Napoli e Benevento, dalla vicinanza di grossi centri di consumo, come Napoli capitale del Regno.
La ristrutturazione, da parte degli Angioini nel 1560, della strada Regia delle Puglie, che divenne carrozzabile, agevolò di molto il commercio ed in particolare il trasporto del grano dalle Puglie alla Dogana di Avellino. Con l’esplosione della popolazione, subito dopo la peste del 1656, la città ebbe una forte crescita commerciale. Questo portò alla creazione di un esteso tessuto industriale che aprì la città a molti commercianti locali e internazionali, che venivano per acquistare panni di lana, all’epoca molto pregiati, grano alla Dogana, all’epoca una delle più importanti del Sud, e ferro lavorato nelle molte ferriere che i Caracciolo avevano aperto. Per non bloccare la ripresa economica in atto, per dare l’avvio ad un ulteriore sviluppo era necessario uno spazio libero e pianeggiante, perché il centro antico, densamente popolato, non reggeva più ai tempi.
C’era estremo bisogno di costruire nuove industrie artigiane, ampliare le vecchie, impiantare nuove botteghe, costruire nuove e più moderne abitazioni e nuove stalle e taverne per accogliere i molti commercianti che si recavano in città per i loro affari.
A conferma di quanto sopra esposto, trascrivo un documento del Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Interni, tratto dall’Archivio di Stato di Avellino, Intendenza busta n°172, fascicolo 643.
Napoli 12 Dicembre 1835, Signore a seconda di quanto ella ha esposto col suo rapporto segnato al 7 Ottobre, il quale mi è pervenuto al 9 Novembre ultimo, l’autorizzo a disporre che il progetto approvato con ministeriale del 26 Aprile 1834, per la costruzione di 15 botteghe dinanzi al palazzo dè Tribunali di questo capoluogo (accosto al Monastero di S. Francesco) colla spesa di ducati 4.196, già riformato nel modo da lei indicato, cioè che invece delle 15 botteghe se né formino dodici, che col risparmio che si otterrà da tale riduzione, e con qualche supplemento si costruirà a basolato calcario la copertura delle botteghe medesime, e non già a selciato come era stabilito nel primitivo progetto…. Bisogna quindi portarsi prestamente ad esecuzione tanto più che si trova anche approvata la spesa… Le osservo poi che riducendosi il numero da 15 a 12, e costruendosi più condizionatamente, né dovrebbe risultare conseguentemente per ciascuno un affitto oltre ducati 50 [F.to Santangelo].
Questo spazio libero e pianeggiante fu individuato verso porta Napoli, all’altezza dell’attuale Prefettura, lungo la strada Regia, che da Napoli portava ad Avellino raggiungendo Bisceglie.
Esso originariamente era chiamato largo dell’Annunziata, perché vi era il Convento della S.S. Annunziata dei P.P. Predicatori, successivamente Largo, piazza dei Tribunali ed oggi piazza Libertà.
Fino dall’inizio dell’Ottocento esso spazio segnò i limiti dell’espansione urbanistica. Lentamente, il cuore civile ed amministrativo della città si spostò verso questa nuova zona, anche in conseguenza dei due disastrosi terremoti che si susseguirono nel 1688 e nel 1702, che danneggiarono gravemente il centro storico. Questi eventi accelerarono il progetto di rinnovamento urbanistico e di modernizzazione della città elaborato da quella illuminata e ricca dinastia che furono i Caracciolo.
Nel 1710, iniziò la costruzione della nuova e più bella residenza dei Caracciolo in Piazza Libertà, seguita subito dopo dalla costruzione, da parte dei privati, di nuove e più moderne case.
Nel 1735, nel nuovo palazzo, i Caracciolo ricevettero Carlo III° di Borbone, evento che intendeva segnare un deciso spostamento del centro direzionale della Città. Con questo iniziò l’abbandono del vecchio borgo, con i gradoni, gli angiporti ed i piccoli violetti, bianchi di polvere e di pietre che avevano resistito per secoli.
Sono stati indispensabili, per concludere questa mia breve ricerca, lo studio della pianta del Largo del 1765, ritrovata nell’Archivio di Stato di Avellino, e del Catasto Onciario del 1745 (questo sistema sostituiva quello più antico dei fuochi o tassa focatica). Il catasto si è rilevato di grande interesse per conoscere notizie autentiche ed inedite in merito alla composizione familiare, al reddito, alla professione ecc. delle famiglie residenti nella piazza (nel 1765 la popolazione di Avellino era composta da 1.052 fuochi, con una popolazione di 8.700 abitanti).
Mentre la pianta del Largo, presenta uno spaccato vivo di come era la piazza nel 1765, viene allegata in calce, si riportano di seguito gli elementi del Catasto Onciario.

2. I monumenti nella cartina di Piazza della Libertà
1) Palazzo Baronale sito e posto in detta Città nel luogo detto il Largo quale serve per uso proprio, nella parte antistante dalle rivele è detto Alloggio Baronale. quando dimora in questa Città. Possiede un basso per uso osteria sita alla Piazza detto il fosso, affittato a Nicola Baratta. Casa e bottega per uso ferriera sita alla Pontarola affittata a Giuseppe Vigilante. Una osteria per uso di tinteria sito nel luogo detto la Tinta, affittata al Magnifico Domenico Iannaccone.
2) Monistero di San Domenico dell’Ordine dei Padri Predicatori possiede una casa attaccata al medesimo monastero, un comprensorio di case al Largo, un’altra casa alle Cannelle e numerose rendite annue per un totale di 941,20 da diversi.
3) Il Venerabile Conservatorio di Monache et Educande sotto il titolo dell’Immacolata Concezione di Maria possiede un comprensorio di case alla piazza, due case allo Casale (in una abita una serva gratis), due botteghe site al Largo, due case al Conservatorio, un comprensorio al Cortile, tre botteghe alla strada della fontana, due magazzini con camera dietro la Dogana, due osterie e un sottano, oltre vari territori.
4) Il Venerabile Convento della S.S. Annunziata dei P.P. Predicatori possiede un comprensorio di case al Largo, due stanze di case per uso magazzini sotto il Convento, bassi di case alla strada delle Campane, due case alla Cupa, una casa alle tre Cannelle e una casa alle Carceri.
5) Il Venerabile Monistero di Donne Monache di clausura sotto il titolo di S. Maria del Carmine possiede casa allo Casale, una casa Palizzata alla Strada della Piazza più sottano per uso di bottega, una casa al Largo della Nunciata, tre botteghe alla strada della Piazza, due stalle alla Beneventana e dietro la Dogana, un cellaro a Rio Cupo, una casa alla Porta della Terra e vari terreni.
6) Il ferraro Adrea Saggese del fu Giacomo di anni 45, abita in casa affitto alla Strada del Largo e paga once 16. Vive con la moglie Giovanna Siniscalco di 40 anni e i figli Pasquale di 11 anni, Giacomo di 3 anni, Costantina vergine in capillis di 15 anni, (in età di matrimonio), Rosa di 12 anni, Giusepe di 8 anni e Fortunata di 6 anni.
7) Il mastro falegname Andrea Iandolo di 64 anni, abita nella casa propria e ne possiede un comprensorio al Largo, un basso affittato a Francesco Lepore, un soprano affittato, un cellaro e tre stanze affittate per totale di 157,10 once. Vive con la moglie Orsola Genovese di anni 40 e la figlia Carmina di 8 anni. Con lui anche i figli lavoranti falegname: Pietro di 23 anni, Agostino di 20 anni, Vincenzo di 4 anni, e le figlie in capillisi Petronilla e Giuseppa di 18 e 14 anni, Angiola e Carmina di 10 e 8 anni.
8) Il lavoratore di chiavettiero Antonio Falcetano, del fu Giovanni di 60, anni abita in casa affitto allo Largo e paga once 48. Vive con la moglie Vittoria Luciano di 58 anni e i figli Andrea di 30 anni lavorante di cortellaro con la moglie Atonia Tolinodi 23 anni, Domenico lavorante di chiavettiero di 22 anni e Geronimo lavorante cortellaro di 18 anni.
9) Il cardalana Carlo del Gaizo del fu Andrea di 54 anni abita in affitto à Largo e paga once 18. Vive con la moglie Angiola Battista di 60 anni, la figlia Teresa in capillis di 20 anni e il nipote cardalana Grillo di 17 anni.
10) Il bracciale Francesco Festa fu Giuseppe di 50 anni abita in casa propria al Largo e possiede alcuni terreni pagando once 91. Vive con la moglie Teresa della Bruna di 45 anni e i figli: Chiara in capillis di 15 anni, Santella di 12 anni, Domenico fratello bracciale di 35 anni sposato con Chiara di Argento di 45 anni dalla quale ha avuto: Giuseppe, Pasquale, Angiolo e Nicola di 15,13, 11, 9 anni.
11) Il cuciniere Francesco Lepore fu Carmine di 22 anni abita in casa affitto al Largo e viene tassato per un reddito di 44,20 ance. Vive con il fratello Pasquale lavorante scarparo di 20 anni, la sorella in capillis Alessandra di 18 anni e la madre Teresa Soreca di 40 anni.
12) Il professore delle leggi magnifico Francesco Antonio del Gaudio fu Nicola di 20 anni abita in casa propria al Largo, possiede casa alla strada della Ferriera, terreni e selve a lo Bosco, li Gregari e lo Bagnulo. Viene tassato su un totale di 111,20 once che dichiara. Vive con la sorella suor Maria Candida bizzoca di 34 anni, la sorella bizzoca suor Maria Scolastica di 32 anni, lo zio inabile Domenico di 70 anni, il fratello canonico Don Marco Antonio di 42 anni, la madre magnifica Teresa Laviello di 67 anni, la bizzoca domestica suor Colomba Todisco di 33 anni, i servitori Filippo Parziale di 17 anni e Alessandro Marena di 14 anni, e il garzone Catiello dè Manzi di 24 anni.
13) Il bracciale Gennaro Luciano fu Flaviano di 42 anni abita in casa d’affitto a Largo e possiede due territori e selve allo Bosco pagando once 62. Vive con la moglie Angiola Noviello di 45 anni e i figli: bracciali Francesco Antonio e Pasquale di 18 e 16 anni. Vincenzo Michele di 9 anni e Maria Rosa di 6 anni.
14) L’armigero caporale Giuseppe Troisi fu Domenico Antonio di 55 anni abita in casa di affitto a Largo e paga per 15 once. Vive con la moglie Caterina Imbimbo di 55 anni e i figli: lo scolaro Francesco Antonio di 17 anni, Domenico di 10 anni, il diacono Don Simone di 23 anni.
15) Il fabbricatore Lorenzo Visconti fu Felice di 60 anni abita in casa propria al Largo e paga per 18 once. Vive con la moglie Teresa Cesa di 50 anni e il figlio Vitantonio manipolo di 14 anni.
16) Il solapianielli Luca Todesco fu Carlo di 50 anni abita in casa d’affitto à Largo e paga 29,20 once. Vive con la moglie Antonia della Bruna di 49 anni e i figli: Carlantonio di 12 anni, Rosa e Angiola in capillis di 18 e 16. Giuseppa di 9 anni, Gelsomina di anni 3, il cognato bracciale Giacinto della Bruna di 22 anni, la suocera Angiola Pugliese di 70 anni e la zia vedova Catarina Pugliese di 65 anni.
17) Il fornaio Modestino Bellabona del fu alias di Panto di 66 anni abita in casa affitto al Largo compra e industria nocelle pagando per 59,20 once. Vive con la moglie Orsola Luciano di 66 anni, suor Agnese Luciano cognata bizzoca, Domenica di 70 anni, la nipote Rosa Santucci di 20 anni col marito Luca Cocco sartore di 29 anni con la madre Orsola Latino di 65 anni.
18) Il Passasemola Modestino Gagliardo fu Onofrio di 50 anni abita in casa affitto al Largo e paga 30 once. Vive con la moglie Dianora Galasso di 52 anni e i figli : il lavoratore semmolaro Giuseppe di 14 anni, il lavorante semmolaro Pasquale di 18 anni, Teresa e Rosa di 18 e 16 anni, Carmena di 10 anni e la madre vedova Anna Vitello di 80 anni.
19) il piperniero Nicola Guerriero fu Andrea di 45 anni abita in casa propria al Largo, venendo tassato per un reddito imponibile di 45,20 once. Vive con la moglie Teresa d’Offeria di 40 anni e i figli: pipernieri Pasquale e Michele di 20 e 18 anni, Antonio di 13 anni, Andrea di 8 anni, Modestino di 2 anni, Agnese di 15 anni, Isabella di 10 anni, Lucia di un anno. Con lui la madre di 86 anni.
20) Il mastro d’ascia Nicola Saggese fu Giacomo di 50 anni abita in casa affitto allo Largo e viene tassato per 27,20 once. Vive con la moglie Giovanni Tulimieri di 78 anni.
21) Il dottore magnifico Don Pasquale Testa di Alessandro di 32 anni abita in del fratello reverendo e possiede casa al Largo della Nunciata e numerosi moggi di territorio pagando per 83 once. Vive con il fratello reverendo Don Nicola primicenio cantore di 45 anni la madre Vittoria del Gaizo di 75 anni, la cognata vedova Antonia Carpentiero di 50 anni, il nipote Domenico Testa di 12 anni e la zia vedova Cecilia del Gaizo di 55 anni.
22) Il portarobbe Pietro Berlingiero fu Geronomo di 48 anni abita in casa affitto al Largo pagando 12 once. Vive con la moglie Rosa Luciano di 40 anni, il disabile Geronimo di 14 anni, Pasquale di 10 e Teresa di 2 anni.
23) Isabella Mascolino di 60 anni, vedova di Felice Pellecchia abita in casa affitto al Largo insieme alla nuora Mattia Peluso di 40 anni, moglie di Giuseppe Pellecchia, forgiudicato [fuori giurisdizione]. Con loro abitano i figli di Mattia: Alessio, Nicola, Rosa in capillis, Carmena e Fortunata di 13,8, 17, 10 e 5.
24) Il bracciale Gennaro Luciano fu Flaviano di 42 anni abita in casa affitto à Largo e possiede due territori e selve allo Bosco pagando 62 once. Vive con la moglie Angiola Novello di 45 anni e i figli: i bracciali Francesco Antonio e Pasquale di 18 e l6 anni. Vincenzo Michele di 9 anni e Maria Rosa di 6 anni.
25) Domenico Marica, di Serino, di 55 anni, abita in casa affitto del magnifico Martino Russo sita al Largo, insieme alla moglie Maria Iandolo di 60 anni e al figlio Donato di 28 anni sposato con Atonia Ziccardo di 29 anni.
26) Gaetano Samuele, Napoletano (cioè della città di Napoli), di 40 anni abita in casa affitto del Canonico di S. Giovanni di Dio sita al Largo. Vive con la moglie Giuditta Picaro di 35 anni e i figli: Donato,Marco e Rosa di 13,7 e 10 anni.
27) Modestino Gamberino, di Norcia, di 45 anni abita in casa affitto allo Largo con la moglie Teresa Baldassarre di 50 anni.
28) Il Fornaio Nicola Spagnolo fu Carlo di anni 54 abita in casa propria al largo venendo tassato per 48,10 once . Vive con la moglie Rosa Carpentieri di 52 anni e i figli: Lorenzo di 14 anni, Giuseppa di 19 anni,Geronima di 18 anni, e la nipote Maria Agostina di 5 anni.
29) Giuseppe Rossi di… anni, tiene in affitto al Largo, angolo strada pubblica, che si dice alla Ferriera, a Michele Baratta, una Osteria con cucina, taverna, con stanze e loggette ed altre comodità……….

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32. Carovigno nel 1741

32. Carovigno nel 1741

FORESTIERI E COME ESEMPIO I LUOGHI DI: Torre S. Sabina, S. Angelo, S. Caterina, S. Stefano, Chiesa Madre, S. Nicola

Non resta che osservare in che modo hanno cambiato la consistenza dei quartieri solo quanti dei 38 ferestieri residenti (laddove è indicata la casa di residenza) non abitano in casa di parenti acquisiti, in quanto gli ulteriori 100 forestieri bonatenenti risiedono nel comune di provenienza, con ulteriori forestieri aggiunti fra cui il Notaro Giuseppe Vito Franco Carella, il dottore fisico Filippo Lannicandro di Mola, il dottore Carmine di Leo proveniente da San Vito.
Questi i nomi dei forastieri abitanti laici: Angelantonio Lo Rizzo di Ostuni, Carlo Andriano di San Vito che abita alla strada del Pozzillo, Catalfo Gioja di Ceglie che abita in Casa della Barolal Corte, Carlo Maria d’Ippolito di Fra[cavi]lla che sta a casa della suocera Vittoria Leo, Carmelo Ferrara di Ostuni che abita in casa di Giuseppe Capriglia, Donatantonio Anglano di Ostuni, Domenico Pipino di Ceglie, Franco di Tommaso di San Vito, Filippo Faragone di Ostuni, Franco La Fornara di Martina sulla strada del Forno Vecchio, Giuseppe Giovanni di Moda di Francavilla che abita al vicinato di San Nicola, Giorgio Perrino di Fasano al vicinato del Castello Baronale, Giuseppe Carriere di Francavilla, Giuseppe di Milato di Francavilla, Giacinto Sorrentino di Cava, Giacomo Bruno di Francavilla del vicinato di Sant’Angelo, Giovanni Pasino di Ceglie al vicinato di San Martino, Ignazio Giannattasio di Napoli alla strada di San Martino, Luca Prudentino di Ostuni al vicinato dell’Ospedale, Leonardo Galasso di San Vito alla strada delli Pilella, Lonardo Verna di Ostuni alla strada del Paradiso, Nicola Minnelli di Francavilla, Nicola Piccolomini di Montecalvo al vicinato del Campo Sibilia, Nicola Castagnero di Savignano al vicinato di Campo Sibilia, Oronzio La Quintana di Ostuni al Campo di Sibilia, Orazio Saponaro di Ostuni alla strada del Soccorso, Oronzio Tingaro di Ostuni alla strada delle Case Nuove, Oronzio Stanca di Solito alla strada di Campo di Sibilia, Pietro Li Noci di Ostuni alla strada della Pizzica, Pasquale Castagnero di Brindisi, Pascale Barrella di Latiano al vicinato delle Case Nove, Paulo Pevrino di Fasano al vicinato del Castello, Pascale Aniello di Ostuni alla strada di Santo Stefano, Salvatore Ciano di Calviello alla strada del Soccorso, Santo di Latte di Novoli al vicinato del Castello, Salvatore di Latte di Novoli alla strada di Sant’Angelo, Vito Inzano di Squinzano al vicinato di San Martino, Vito Catanerò di San Vito al vicinato di San Nicola.
Risultano forastieri bonatenenti laici: l’Illustre Principe Don Giuseppe Marchese che possiede la Massaria oggi chiamata Poggioreale di tumola centossessanta di terre, serrate ed aperta.
Antonio Spagnolo, Antonio Spagnolo, Angelo Franco Pizzigallo, Ambrogio di Petto, Antonio Pippa, Antonio di Domenico commerciante a San Vito, Angelo Ruggiero, Anna d’Errico, Antonia Maria di Vito, Carmenia Memmola, Carmela Memmola, Caterina dell’Imbrici, Crescentia Sardelli, Donato di Tommaso, Domenico Sarracino, Donato di Luca, Domenico Oronzio, Domenico Carrone, Elisabetta Mingolla, Emanuele Catamarò, Francesco Pavolo Mingolla, Federico Chionna, Ferdinando d’Agnato, Francesco Maria Ruggiero, Francesco Filla, Francesco d’Errico, Francesco Pippa, Giovannantonio Preite, Giovanni Affarano, Giuseppe Ruggiero, Geronimo Sticchi, Notaro Giuseppe Vito Franco Carella, Giacomo Marrazzo, Giuseppe Cavallo, Gianbattista Ruggiero, Giovanni di Tommaso, Giuseppe Carmine Candanella, Giacomo Massaro, Giovanni Scarano, Giuseppe d’Orlando, Gloria Mingolla, Giuseppe Oronzio Memola, Giuseppe Vito Pila, Giuseppe Bianco, Gianbattista di Nisio proveniente da Netto di San Vito, Giuseppe Canta, Lorenzo Vita, Lucia Teresa Cappone, Leonardantonio Martino, Leonardo Giovanni Memola, Marcantonio Trezza, Marco d’Orlando, Marco Piccigallo, Michele Poci, Nunzia Sardelli, Nicola Cocchiara, Nicola Marazzo, Nicola Caggiulo, Orsola Maria di Luca, Onofria Sardelli, Pascale Scarano, Paulo Roma, Palma Valente, Pascale ed Antonia Caliolo, Pietro Epifani, Pietro Pecoraro, Pietro di Leo, Paulo di Leo, Pietro di Leo, Santo di Leo, Stefano Scarano, Stella galasso, Sabina Bottara, Scipione Coleccio, Salvatore Piccigallo, Stella Mingolla, Teodoro Francavilla, Tommaso Michele, Vitomodesto Cavaliero, Vitogiacomo Rutigliano, Vito Cavaliere, Vito Nicola Misa, Vito Greco, Vito Saracino, Vito Galasso, Vito Elefante, Vitopietro Ruggiero, Vito Mapullo, Vito di Luca, Vitodomenico Valente, Vitantonio Ruggiero, Vittoriamaria Marazzo e Donato Ruggiero d’Angelo, Vitantonio Ruggiero, Francesco Vazano di Ostuni, Santo Carluccio di Ostuni, Domenico Caliardo di Ceglie, Felice Minore di Ceglie, Giovanni Santabarbara di Brindisi, dottore fisico Filippo Lannicandro di Mola, Pietro di Lumma di Francavilla, Pietro Oronzo Filomena di Francavilla, Tommaso Sica di Francavilla.
Risultano possedere beni a Carovigno: gli eredi del fu Domenico Chionna di San Vito, Giovanni Chionna di San Vito, Don Carmine Natto di San Vito, Giovanni Sardelli di San Vito, Vincenzo Carella e Vito Ruggiero e Don Francesco Paulo de Leonardi proprietari in comune tutti di San Vito, Elisabetta Fredi di Santovito, Maddalena e Anna Carbone proprietarie in comune entrambe di San Vito, Angelo de Leonardi di San Vito, Caterina Freda di San Vito, Francesco Cavaliero di San Vito, Vito Gatto di San Vito, Vito Leo alias Annuviato di San Vito, Francesco Sardelli di San Vito, Don Giuseppe Gaetano Sardelli di San Vito, gli eredi di Giuseppe Santo di San Vito, il beneficio deli Giandoni, Don Ignazio Catamerò di San Vito, Francesco Carella di San Vito, Giovanni Chionna e il padre Don Giulio Chionna di San Vito, Antonio d’Adamo di Carovigno commerciante in San Vito, Mastro Giro di Leo di San Vito, Sebastiano Cavaliero di San Vito, gli eredi di Oronzio Barbaro di San Vito, gli eredi di Antonio Galasso di San Vito, il beneficio di San Giacomo di San Vito, Salvatore Gaeta di San Vito, Nicola Gaeta di San Vito, il dottor Don Carmine di Leo di San Vito, Lonardo Muscio di San Vito, Vito Catarriello di San Vito, il beneficio detto di Autigno, gli eredi di Carlo Cimino di San Vito, Giuseppe Giovanni de Leonardo di San Vito, Giovanni Santabarbara di Brindisi, Mario Petrelli di Ostuni, Giovanni Greco di Ostuni e altre sedi ecclesiastiche già nominate altrove.
In defintitiva i forestieri erano andati ad ingrandire il Campo di Sibilia, le vicinanze del Castello, il Soccorso, San Martino e San Nicola, senza mutare l’assetto urbanistico. l’assetto urbanistico di Carovigno è il seguente:
– 35 fra vicinato e lungo la strada del Carmine,
– 29 fra vicinato e strada di San Martino,
– 26 alla strada del Soccorso,
– 25 fra vicinato e lungo la strada di Sant’Angelo,
– 23 fra strada e vicinato delli Pilella,
– 22 fra strada, vicinato e Forno Vecchio,
– 21 davanti, dietro, nel vicinato e sulla strada della Chiesa Matrice,
– 20 fra lungo la strade e al vicinato della Pizzica,
– 19 proprio nel luogo, strada e vicinato del Campo di Sibilia,
– 16 fra vicinato e strada di San Nicola,
– 14 fra Casa baronale, piazza e vicinato della pubblica Piazza,
– 12 al vicinato e strada del Castello Baronale,
– 11 fra strada, vicinato e una proprio in Santa Caterina,
– 11 al vicinato della Case nuove,
– 9 fra forno, strada e vicinato del Forno (delli Brandi?),
– 8 alla strada del Pozzillo o Puzzillo,
– 7 fra vicinato e strada del Casolaro,
– 7 alla strada della Chianca,
– 7 fra strada e vicinato dei Molini,
– 7 fra trappeti, strada e vicintao delli Trappeti,
– 6 alla strada dei Chiazzarelli o Piazzarelli,
– 6 fra vicinato e strada dell’Ospedale,
– 5 alla strada di Santo Stefano,
– 4 fra strada e vicinato del Trappitello,
– 3 alla strada di Rotondo,
– 3 alla strada dei Ferri o della Fierra,
– 1 vicinato dell’Arcolello,
– 1 sulla strada di Erriquez,
– 1 al vicinato della Mara Universale…………

Continua
07. Lapio nel 1747

07. Lapio nel 1747

LA COMUNITA INTORNO ALLA CHIESA E ALLA PIAZZA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questi anni ogni paese è davvero uno stato a se. Sarà sempre meglio quindi distinguere prima la Chiesa parrocchiale, così come accaduto per altri luoghi, perchè una Parrocchia può essere anche vacante e la Chiesa principale funzionare lo stesso, come abbiamo sottolineato anche oltre la montagna del Partenio, da Caserta a Mugnano del Cardinale, in quanto vanno sorgendo in essa Cappelle e Congregazioni di monti frumentari, rette da laici, talvolta indicate con nomi diversi, con decine di ecclesiastici che ci girano intorno.
Da una parte il resto della Montagna di Montefusco fino a Torrioni,12 con la parrocchiale di S.Angelo che possedeva terreni fino a Tufo, di proprietà e non, in quanto alcuni risultano a censo ed appartenenti al Barone Piatti.13 Nessuna confusione, quindi, neppure con Toccanisi, dove la Parrocchiale, nel Catasto di quel paese, è intitolata a San Giovannin in Cotoli.14
Un quadro completo lo si ha proprio dai Catasti, nella sezione relativa ai beni di Chiese, monisteri, Badie, Beneficij e Luoghi Pij.15
Del resto, i parroci, sono coloro che già registravano i cittadini, fra libri di nati, morti, matrimoni, etc. Ed anche per il Catasto, stavolta in collaborazione con il parroco, ma in forma civile, ogni residente è addirittura obbligato a dichiarare i beni posseduti, come si legge negli atti preliminari, dov’è allegato il singolo atto di fede di ogni cittadino, cioè l’impegno scritto, a cui spesso si rimanda, giusta la fede, quella degli atti preliminari. Ed è partendo da queste dichiarazioni, cioè dalle rivele effettuate dai cittadini (quasi sempre spontanee), che le commissioni poterono redigere i catasti in tempi brevi per l’epoca, benchè in alcuni casi furono terminati dopo molti anni: Lapio consegnò nel 1753 un tomo che, al contrario di Caserta, per esempio, non ebbe bisogno neppure delle sezioni dei volumi catastali denominate Repertori.
L’Onciario del nostro comune fu denominato I. M. J. / Catasto Generale di Lapio / 1747, archiviato come Lapio (Av) – Vol. N°.5016 / Distretto di S.Angelo dei Lombardi / Principato Ulteriore. E, a seguire cominciano i nomi: Angiolo Caprio, Alessandro Iannino, Angiolo de Cristofano… Vengono quindi dichiarati gli Apprezzatori e i Deputati che hanno redatto materialmente il Catasto, con la variante degli Estimatori, come accaduto per Torrioni,16 che, pur non essendo divisa in rioni, ma per luoghi, fra Cima, Mezzo e Piedi Casale, oltre la più lontana Tuoro, è rappresentata dalla massa di braccianti e da rari magnifici, compresi gli inabili (non lavoratori disabili e ultra sessantenni) e i minori (eredi senza lavoro), comunque lontani dai grandi numeri dei ricchi comuni di Terra di Lavoro.17
Viene dato quindi inizio alla redazione del Catasto, chiaramente diversa dai numeri delle 6.129,21 e 1/2 once dichiarate da Torrioni,18 cioè dalla sommatoria di tutti i redditi imponibili, a cominciare da quelli dichiarati dal singolo capofamiglia.19
L’aggregazione ecclesiastica di Lapio più attiva, dal punto di vista economico, è rappresentata dal Venerabile Convento de’ Padri Minori Conventuali di S.to Francesco sotto il titolo di Santa maria degli Angioli. Esso possiede beni a Pepari, Arianello, Tognano, Bordovano, Stazzone, Bosco, Toppola d’Angelo, Santo Ercolano, Vallo, Fontanavecchia, Santo Nicola, Petrariello, Forchia, Monte, Fratta, Acigliano, Brancale, La Selva del Convento, Santo Felice, Vallavano, Citro de’ Mantri, Pozzillo e Ferruma. Ha ance case date in affitto ad tempus nelle località di Palazzo, Arenella, Pantanielli e Sterparo, seu Taverna; e case concesse in enfiteusi nei luoghi di Palazzo, Arenella, Pantanielli, paradiso e Sterparo. Il Convento di San Francesco possiede anche numerosissimi territori a censo enfiteutico, dichiarando in totae rendite annue pari a once 1639.4 e 1/2.20
Vi è poi la Venerabile Chiesa sotto il titolo di Santa Maria dello Reto eretta dentro l’abitato di questa Terra a Sterparo. Essa possiede territori a Ferrunma, Lenze, Canneta, Ortale, Tognano, Santo Ercolano, Santo Martino, canfora, Santa Lucia, Paradiso, Carpignano e Pantana, oltre le case all’Arenella, dichiarando un reddito di 81.4 once.21
Nella Venerabile Chiesa Madre sotto il titolo di Santa Caterina Vergine e Martire sono raggruppate tre Cappelle. La prima è la Cappella di Santa Maria della Neve che possiede territori a Austelle, Campo di Lupo, Fornace, Brancale, Pantanielli, Tognano, Pozzillo, Scarpone, Sterparo, macchie, Serroni, Vigna alli Serroni, Toppola d’Angelo, Macchia di Fezza, Santo Nicola e Santa Lucia, con numerose rendite annue, dichiarando un reddito di 260.13 once. L’altra Cappella del SS.mo Corpo di Cristo possiede invece beni a ferruna, gaudio, Serruni, Santo Nicola, Orto d’Ognico, Pantanielli, Tuoro, Fontana Vecchia, Cerreto, Campo dello Monaco, con una casa a Porta di Piedi, dichiarando un totale di once 204.16 e 1/2. L’altra Cappella di Santo Filippo Neri ha etrritori a Paterno, Airella e Acigliano, dichiarando once 16.18 e 1/2.22
A Porta di Piedi v’è infine la Cappella seu Beneficiato di Santa Maria delle Grazie eretta dentro l’abitato di questa Terra a Porta di Piedi che possiede territori a Brancale, Morticchiano, Serroni, Monticella e Scarpone, ed ha case ad Airella e Porta de Piedi, dichiarando un totale di once 47.27 e 1/2.23
Vi sono anche beni sul territorio che appartengono a luoghi pii forestieri per un totale di 398.28 once e 1/2 di reddito imponibile dichiarato. E’ il caso del Collegio di Santo Spirito di Benevento che ha una rendita da 33.10 once e del Collegio di Santo Bartolomeo Apostolo di Benevento che ha una rendita di 50.25 once. Vi sono poi diverse venerabili chiese come: la Chiesa sotto il titolo di Santa Margarita di Santo Giorgio della Mulinara che per capitale dichiara 17.15 once; la Chiesa Colleggiata della Pietra de’ Fusi che ha rendite da 100.25 once; la Chiesa di Santa Maria del Carmine eretta in territorio della terra di Santo Mango che ha territorio a Isca seu Auciello; la Chiesa di Santa Maria degli Angioli della Terra di Chiusano che ha territorio a Verzara. Vi sono poi i Venerabili Conventi come: il Convento di Montevergine sotto il titolo di Santo Guglielmo da 4.25 once; il Convento di Montevergine sotto il titolo di Santa Maria dello Reto di Montefalgione con Selva ad Acquara che dichiara 78.10; il Convento di Montevergine della Candida con territori a Tuoro e Acqua dell’Ausielli da 59.18 once; il Convento della SS.ma Trinità della Cava per l’Orto d’Ognico e Ferriera; il Convento di Santa Caterina di Siena delle Moniche di Montefuscoli da 6.20 once. Infine v’è la Cappella di Santo Antonio della terra di Chiusano con territori a Auciello e Saudoni da 35.10 once.24
Beni di una certa importanta sono anche quelli posseduti da Mense Arcipretali ed Ospedali del Paese Forastiere. Si tratta del Pio Ospedale a Porta de Piedi che possiede casa a spedale con innumerevoli esigenze di capitali per case e territori affittati da 252.3 once. V’è poi la Chiesa Arcipretale sotto il titolo di Santa Caterina Vegine e Martire di questa Terra di Lapio con casa e Orto d’ognico, Palazzo e vari territori, numerose case e territori per cenzi enfiteutici e redimibili, dichiarando once 372.1 e 5/12. Infine vi sono la Venerabile Chiesa Arcipretale di SS.Mango con territorio a Chiaire da 6.20 once, e la Venerabile Chiesa Madre Arcipretale sotto il titolo di Santo Vitagliano della Terra di Parolisi con territorio a Pietra Chiana seu Auciello da 66.20 once.25

4. Il cittadino più ricco è il feudatario: Don Gaetano Filangieri
Non v’è dubbio che fra i vari signorotti che si aggirano in paese colui che merita davvero il titolo nobiliare è l’Eccellentissimo Signore Don Giovanni Gaetano Filancieri: utile Padrone e possessore di questa Terra di lapio e Principe d’Arianiello. E’ lui che possiede nel tenimento e territorio di questa predetta Terra di Lapio li seguenti Beni Feudali. Si tratta di diverse cose, dalla la giurisdizione Civile, Criminale e Mista, col mero e misto imperio colle quattro lettere arbitrarie nelle prime istanze tanto nella terra di Lapio e suo tenimento, al titolo di Principe appoggiato dal Casale di Arianiello, quale al presente è diruto, al Palazzo Baronale di più e diversi membri superiori ed inferiori con cortigli, sito e posto nel ristretto di questa Terra nel luogo detto Pianello, che serve per uso proprio.26
Seguono diversi diritti: Jus Padronato della Chiesa madre sotto il titolo di Santa Caterina, col Jus di nominare, presentare l’Arciprete quando vi mancherà, come altresì il Jus di nominare e presentare il Beneficiato sotto il titolo della SS.Annunciata nella terra di Fontanarosa, sempre che mancherà; mastrodattia Civile e Criminale colle prime cause; gius della Piazza da quelle persone che non sono franche esiggersi di quello che li tocca; bagliva. Vi sono poi: 10 ducati dall’Univesità di Lapio e per essa dall’Affittatore del Jus proibendi del Forno, seu pane a cuocere…; gius dello scannaggio degl’animali che si fanno nella macelleria, toccandoli 1/2 rotolo di granone per ogni pezzo d’animale, grande o picciolo che sia.27
Infine si conclude la nota con: boschetti di cerri a Campo Marino e S.Lucia; territori a Prato di Sopra, Toppola, Verzara e Villani; oliveto a Orto d’Ognico; cantina vecchia a Prati e casa con orto a Cantina.28
In un mini elenco a parte viene poi indicata fra i possessori di beni feudali anche la Marchesal Camera di Santo Mango e la Magnifica Università della Terra di Lapio che possiede territori, beni stabili, annue rendite, gabelle, fondi ed altro, fra Corpi giurisdizionali e Portolania.29
E questo senza entrare nei particolari della tassa sul fuoco, cioè sul nucleo familiare, quella pagata da ogni famiglia, già trattati in altri volumi.30…

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06. COMUNE DI ALTAVILLA IRPINA (AV) NEL 1746

06. COMUNE DI ALTAVILLA IRPINA (AV) NEL 1746

Presentazione

Scopo di questo lavoro che andiamo a presentare al pubblico è documentare l’articolazione degli scenari politici ed economici attraverso arti, professioni, imposte e gabelle dei Catasti Onciari in modo che si abbia un quadro storico della vita sociale nel Regno di Napoli del Settecento. L’intenzione è quella di pubblicare un numero al mese, uno su ogni comune che formano l’ex Provincia di Principato Ultra del Regno di Napoli. Perché i Catasti Onciari? Innanzitutto perché introducono nuovi sistemi di tassazione da cui si ricavano le condizioni reali della vita della gente. E’ vero. Nelle altre parti d’Italia i beni venivano valutati dal fisco, mentre nel Regno di Napoli e, dunque, anche ad Avellino, si procedette su dichiarazioni di parte, con tutti gli inconvenienti (false rivele, diminuzione della consistenza dei propri beni, negazione addirittura di possederne) che tale sistema comportava. I catasti comunali, teoricamente, avrebbero dovuto servire alle amministrazioni locali per una equa tassazione, che, al contrario, molto spesso veniva fatta gravare artificiosamente addirittura sui meno abbienti. Era necessario per ovviare a questi veri e propri soprusi che i dichiaranti indicassero tutti i beni stabili, le entrate annue di ciascun cittadino e dei conviventi. I nobili dovevano rivelare i beni posseduti nella propria terra e anche quelli in cui abitano con la famiglia e con i congiunti, facendone una breve, chiara e distinta sintesi sul margine della rivela (autodenuncia). Fine del Catasto Onciario era quello che il povero non fosse sottoposto a tasse esorbitanti e che il ricco pagasse secondo i suoi reali possedimenti. In base a questo principio i sudditi vengono tassati non solo per il possesso dei beni immobili, ma anche singolarmente per le industrie che possiedono, commercio, mestiere o arte che esercitano. Dunque oltre all’imposta patrimoniale restava anche in vigore la vecchia imposta personale. Infatti il focatico, l’imposta del nucleo familiare dovuto da ogni focolare, venne sostituito dal testatico, l’imposta pro capite a quota fissa, pagato da tutti coloro che non vivevano nobilmente, cioè solo da coloro che si dedicavano al lavoro manuale.
Questo aiuta i cittadini di oggi a scoprire i nomi, i mestieri e le arti dei propri antenati. Un merito che va soprattutto al direttore Arturo Bascetta, che si è sobbarcato con perizia e volentieri l’immane lavoro di una collana aperta a più collaboratori, come già abbiamo visto per i volumi pubblicati. E’ la meravigliosa documentazione del Catasto Onciario portata alla conoscenza diretta degli eredi di quei nonni.

Ing. Francesco Maselli
Presidente Provincia di Avellino

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11. Altavilla nel 1746

11. Altavilla nel 1746

Presentazione

Scopo di questo lavoro che andiamo a presentare al pubblico è documentare l’articolazione degli scenari politici ed economici attraverso arti, professioni, imposte e gabelle dei Catasti Onciari in modo che si abbia un quadro storico della vita sociale nel Regno di Napoli del Settecento. L’intenzione è quella di pubblicare un numero al mese, uno su ogni comune che formano l’ex Provincia di Principato Ultra del Regno di Napoli. Perché i Catasti Onciari? Innanzitutto perché introducono nuovi sistemi di tassazione da cui si ricavano le condizioni reali della vita della gente. E’ vero. Nelle altre parti d’Italia i beni venivano valutati dal fisco, mentre nel Regno di Napoli e, dunque, anche ad Avellino, si procedette su dichiarazioni di parte, con tutti gli inconvenienti (false rivele, diminuzione della consistenza dei propri beni, negazione addirittura di possederne) che tale sistema comportava. I catasti comunali, teoricamente, avrebbero dovuto servire alle amministrazioni locali per una equa tassazione, che, al contrario, molto spesso veniva fatta gravare artificiosamente addirittura sui meno abbienti. Era necessario per ovviare a questi veri e propri soprusi che i dichiaranti indicassero tutti i beni stabili, le entrate annue di ciascun cittadino e dei conviventi. I nobili dovevano rivelare i beni posseduti nella propria terra e anche quelli in cui abitano con la famiglia e con i congiunti, facendone una breve, chiara e distinta sintesi sul margine della rivela (autodenuncia). Fine del Catasto Onciario era quello che il povero non fosse sottoposto a tasse esorbitanti e che il ricco pagasse secondo i suoi reali possedimenti. In base a questo principio i sudditi vengono tassati non solo per il possesso dei beni immobili, ma anche singolarmente per le industrie che possiedono, commercio, mestiere o arte che esercitano. Dunque oltre all’imposta patrimoniale restava anche in vigore la vecchia imposta personale. Infatti il focatico, l’imposta del nucleo familiare dovuto da ogni focolare, venne sostituito dal testatico, l’imposta pro capite a quota fissa, pagato da tutti coloro che non vivevano nobilmente, cioè solo da coloro che si dedicavano al lavoro manuale.
Questo aiuta i cittadini di oggi a scoprire i nomi, i mestieri e le arti dei propri antenati. Un merito che va soprattutto al direttore Arturo Bascetta, che si è sobbarcato con perizia e volentieri l’immane lavoro di una collana aperta a più collaboratori, come già abbiamo visto per i volumi pubblicati. E’ la meravigliosa documentazione del Catasto Onciario portata alla conoscenza diretta degli eredi di quei nonni.

Ing. Francesco Maselli
Presidente Provincia di Avellino

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