RITROVATO IL PROCESSO A CARLO GESUALDO DI VENOSA E AI TRE SERVI ASSASSINI

RITROVATO IL PROCESSO A CARLO GESUALDO DI VENOSA E AI TRE SERVI ASSASSINI

BASCETTA: IL PRINCIPINO CARLO GESUALDO, 24 ANNI DI VENOSA,
MANDANTE DEI TRE SERVI INCASTRATI PER IL DUPLICE ASSASSINIO IN NAPOLI

VENOSA – Non era famoso, non nacque a Gesualdo, non aveva ancora in mente i Madrigali, e non era neppure titolare dei feudi irpini di proprietà del viscido zio, innamorato non corrisposto della moglie, uccisa nelle braccia dell’amante, nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1590, nell’ultima delle tante scappatelle, che avvenivano dentro casa mentre egli strimpellava col prete che gli dava lezioni di musica.

Carlo Gesualdo era solo un principino di 24 anni compiuti all’epoca dei fattacci, neppure titolare del Principato di Venosa, appartenuto al padre. Egli abitava nel Palazzo di Napoli, dove trafisse per ultimo la moglie e l’amante, uccisi dai tre servi di provincia. Dopo l’omicidio scappò a Venosa (Pz), Principato del genitore poi ereditato nel 1591 – e non a Gesualdo (Av)- , perché nel Principato di Venosa rimase fino al 18 aprile 1605 creando una corte di musici e poeti, ma senza ancora pubblicare nulla. Solo in quell’anno, alla morte dello Zio, ereditò i beni di Gesualdo, Calitri, Caggiano, Castelvetere, Frigento, e altri paesi che non gli appartenevano, fra l’altro divisi con la Zia, madre dell’uccisa Maria D’Avalos. L’eredità fu per morte dello Zio D.Giulio, spione degli amanti uccisi, vero padrone del Castello di Gesualdo etc. senza Venosa, patria di Carlo Gesualdo, il quale, accasatosi a Ferrara, risposò con Eleonora d’Este nel 1594, Principessa consorte di Venosa e Contessa di Conza, titoli del marito, ma senza alcun altro feudo appartenuto a Giulio Gesualdo fino al testamento del 1605. Fu Giulio, insomma, il titolare, feudatario e unico padrone di Gesualdo, Calitri, Caggiano, Castelvetere, Frigento, etc, fino all’ultimo giorno di sua vita.

prologo

CRONACA DI tre assassini,
un mandante e due delitti

La collana sui delitti del Cinquecento si arricchisce con la ricostruzione del doppio omicidio di Spaccanapoli, un altro giallo che turbò l’Italia dell’epoca, poi chiuso velocemente per ammissione dei colpevoli, tutti assolti dal Viceré.
L’epoca in cui assistiamo al prolificare dei delitti d’onore trabocca di amanti uccisi dall’acqua tofana, per via dei costumi leggiadri che imperversano non solo a Spaccanapoli e Piombino, luoghi dei primari omicidi, ma in tutti i posti che si rinvengono fra copie e originali di manoscritti diversi, da quelli dei Corona alle sentenze, ma anche negli studi di tanti storici.
Certo è che la via alla «Informazione» ufficiale sulla «misera morte» degli amanti D’Avalos—Carafa viene spianata da una miriade di indizi sulla bellissima Principessina di Venosa, corteggiata perfino da Giulio Gesualdo, zio del marito prossimo assassino, padrone di una miriade di feudi, da Gesualdo a Calitri, poi ereditati dal musico-assassino dopo la sua morte. Carlo infatti non possedeva che poco, essendo il genitore ancora padrone del Principato di Venosa. E fu proprio lo zio spione, amante solitario della bella moglie del nipotino, a spianare la via della vendetta, confinando al consanguineo il posto di Chiaia dove gli amanti copulavano.
Carlo appare smarrito, benché spesso a riposo nel suo stesso palazzo, dove il corpo della moglie veniva di nascosto posseduto con affetto dal Duca d’Andria. Almeno fino a quando ebbe predisposta l’imboscata, in accordo con altri cavalieri e parenti, pronto a profanare la reputazione della nobile famiglia nobile legata al Vaticano, e non solo per la figura dello zio del Cardinale Alfonso, finito anch’egli additato per istigazione alla tragedia.
La casata, l’amore focoso, il Palazzo d’Andria e le serenate di Fabrizio sotto casa mentre Carlo dorme, fanno delle cronache e degli atti ufficiali riportati in questo testo una ricerca degna di tal nome che annulla l’amicizia fra le famiglie e punta a spiegare la storica vendetta del giovane che trascorreva le sue serate col prete musicista e la sua corte di armigeri, erari e servitori, tutti pronti a uccidere per il padrone.
Le serrature bloccate, la scusa di andare a caccia, l’amante a letto e in camicia da donna, e poi le grida sulle corna in Casa Gesualdo: gli elementi del giallo napoletano sono tanti. Essi offrono al lettore l’ora della fine: le pugnalate del mandante sui corpi senza vita.
La «Informazione» tratta dalla Vicaria, il processo scritto sulla scena del crimine, i testimoni, i tre esecutori materiali, e l’assoluzione finale di tutti, col placet del Viceré, riassumono questa storia nel dolore di una madre, costretta a spegnere il lume sulle atrocità commesse dal nipote assassino e sulla leggiadra vita della fanciulla più bella di Napoli: sua figlia.

Sabato Cuttrera

Quel «caso gesualdo» che sconvolse l’Italia
di Avv.Donato Bellasalma (Pres.Ass.Maranta di Venosa)

Il delitto di Gesualdo, noto anche come Gesualdo da Venosa (Venosa, 8 marzo 1566 – Gesualdo, 8 settembre 1613), è uno degli episodi più intriganti della storia italiana.
Il compositore del XVI secolo è conosciuto non solo per la sua musica innovativa ma anche per il suo oscuro lato personale. Nel 1590, Gesualdo uccise sua moglie Maria d’Avalos e l’amante Fabrizio Carafa dopo averli scoperti in un presunto atto di adulterio.
Il delitto è avvolto da molte controversie e misteri, sia per le circostanze che lo circondano che per le motivazioni dietro l’omicidio.
Il Principe di Venosa non fu perseguitato legalmente per i suoi crimini, poiché l’omicidio coniugale era considerato accettabile in certi contesti aristocratici dell’epoca.
La sua storia e il suo delitto sono diventati però leggendari nel corso dei secoli, contribuendo a creare un’aura di mistero intorno alla figura del compositore. La sua musica, altrettanto intensa e espressiva, è spesso associata alla sua tormentata vita personale.
Gesualdo fu coinvolto in un processo. Tuttavia sembra che abbia goduto di una certa impunità a causa della sua posizione sociale elevata in quanto principe.
Il processo in sé potrebbe non essere stato così dettagliato o documentato come alcuni altri eventi storici, ma l’episodio ha contribuito alla fama di Gesualdo da Venosa come figura dai tratti oscuri e misteriosi.
La sua vita e le sue note continuano a intrigare gli studiosi e gli appassionati di musica classica. L’omicidio di sua moglie e del suo amante ha sicuramente influito sulla reputazione di Gesualdo da Venosa come principe e compositore. Ne seguì una vita piuttosto da recluso, concentrandosi sull’attività musicale e sulla costruzione del palazzo a Venosa.
Le sue opere madrigali, in particolare, sono state spesso descritte come espressione dei tormenti interiori, ma la fama postuma è stata plasmata non solo dalla sua musica innovativa, ma anche dalla vita personale controversa.
Il delitto ha contribuito sicuramente a creare un’aura di mistero e oscurità attorno al Principe, che ha suscitato l’interesse di numerosi studiosi e appassionati di musica nel corso dei secoli. La sua reputazione come compositore eccentrico e figura enigmatica è stata preservata attraverso gli anni, e oggi egli è spesso ricordato più per la sua vita tumultuosa.
Questa ulteriore fatica di Arturo Bascetta, studioso e editore, che ha al suo attivo un collana di testi sui crimini del 500, è un lavoro intenso, pregno di spunti di ricerca con approfondimenti del tutto originali.
La figura del Principe di Venosa, il contesto e l’ambiente del crimine, vengono narrati con un pathos che tiene incollato il lettore. Un delitto e un processo basato su documenti e manoscritti dell’epoca che squarciano l’alone di mistero su uno dei più famosi delitti d’onore della storia.
Nel corso dei secoli non è cambiato molto: le cronache dei nostri giorni evidenziano, purtroppo, quanto la violenza contro le donne legata a un presunto senso di difesa dell’onore sia ancora presente nel nostro Paese.

BASCETTA: «SCAVATE A SIPONTO E TROVERETE L'EX CAPIS, L'URBE TEATE APULO CONSOLATO ATENSE DEGLI IMPERATORI DI ROMA»

10 Dicembre 2023

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